sabato 22 ottobre 2016

Il castello di sabato 22 ottobre






ARCOLE (VR) – Castello

E' opinione oramai consolidata che, nell'epoca medievale, Arcole ebbe scarsa importanza come centro di potere, poiché si presume che non fu mai sede di una signoria rurale. Nella prima pubblicazione di storia arcolese, Don Penzo affermò che “signorotti feudatari ad Arcole non ne furono mai, e il suo castello, che serviva ad usi agricoli, fu distrutto insieme con il castello di S. Bonifacio da cui dipendeva e cioè nell’anno 1242.” Dello stesso parere fu anche il Barbieri, il quale sostenne che nel castello di Arcole, “adibito ad ospitare le popolazioni in caso di pericolo, non albergò mai una corte feudale”. Più recentemente i fratelli Ballarin asseriscono che “l’appellativo castrum attribuito ad Arcole deve intendersi nel senso di luogo fortificato. Infatti  come centro amministrativo il paese non ebbe importanza tale da far assumere al termine il valore di nome qualificativo. Non fu mai sede d’una signoria”. Infine il Santi, nel suo recente contributo, ribadisce che “esisteva già nel X secolo un luogo fortificato ad Arcole ma di consistenza ridotta con funzioni prettamente difensive rispetto alle invasioni e alla custodia delle derrate alimentari altrimenti in balia delle scorribande barbariche”. Egli non accenna ad alcuna presenza di signoria rurale nel castello, ma afferma che le “vicende che legheranno la fortificazione ad alcuni episodi verificatesi a livello locale e regionale inducono a credere che avesse una discreta rilevanza in campo difensivo per i diversi eserciti che si succedettero tra il XII e il XIV secolo”. Poi conclude sostenendo che “questo fortilizio costituiva un sistema di difesa insieme a quello di S. Bonifacio. Infatti la distruzione avvenne contemporaneamente proprio per annientare la potenzialità difensiva di entrambi i castelli”. E’ tuttavia noto che la costruzione di un castello ha determinato spesso l’origine di una signoria rurale. Il fenomeno dell’incastellamento medievale, ossia il risultato di una lenta trasformazione dagli insediamenti sparsi, dei secoli antecedenti al X,  ad una nuova forma di habitat più compatta e organizzata attraverso i castra o villaggi fortificati, è collocabile tra la fine del IX  e il X secolo, quando l'Italia fu travolta dagli attacchi di tre diverse popolazioni: i saraceni, ossia dei pirati che, partendo dai porti controllati dagli arabi, compivano scorrerie nelle terre costiere; i Normanni, un feroce popolo nordico che invase il Sud Italia; gli Ungari (detti anche magiari) un popolo ugro-finnico  originario dai territori dei monti Urali, che si spostò verso le pianure della Russia meridionale, da dove partirono le varie incursioni nel Nord dell’Italia. Gli ungari, chiamati dall’imperatore Arnolfo in aiuto contro il re Berengario I, valicarono la prima volta i confini orientali dell’Italia, provenienti dalla regione del basso Volga, nell’estate del 899 e “devastata la marca friulana giunsero sino a Verona spogliando con inaudita ferocia tutto il paese e senza incontrare resistenza penetrarono anche dentro le più solide difese delle città e dei castelli murati”. Anche la pianura veronese fu teatro delle incursioni ungare ed i nostri paesi, posti lungo la strada Postumia, subirono la stessa sorte. Dopo essere giunti sino a Pavia, gli ungari inflissero una tremenda sconfitta a Berengario I°, il re d’Italia che li affrontò sul Brenta il 24 settembre dello stesso anno. Poi ripassarono le Alpi, per ritornare più o meno numerosi negli anni seguenti, fino al 958 circa, a ripetere le loro scorrerie. Con la situazione di insicurezza e di pericolo per la nuova ondata di invasioni e la progressiva dissoluzione dell’impero carolingio, con la conseguente degenerazione del sistema feudale e l’incapacità di fronteggiare questi nemici, si pose ben presto il problema della difesa. Considerato che sul terreno aperto gli ungari erano difficilmente battibili, l’unica difesa era quella passiva di rifugiarsi all’interno di aree fortificate. Sulla base di questa esigenza Berengario I concesse, a tutte le comunità rurali che ne fecero richiesta, l’autorizzazione per la costruzione di castelli e fortificazioni. La prima conseguenza evidente del fenomeno dell’incastellamento è la diffusione nel contado dei castelli, che lentamente si sostituiranno alla tipologia di insediamento che era stata tipica dell’alto-medioevo, la curtis. La pianura, quella veronese fra le prime, si ricoprì di castelli, all’inizio rudimentalmente muniti, spesso con opere fisse in legno, circondati da un fossato che, fra tutto l’apprestamento difensivo, era l’elemento più efficace. I primi castelli sorti nel nostro territorio sono quelli di Bionde (915), Tombazosana (920), Ronco all’Adige (929), Roverchiara (941), Illasi (970), Porcile (983), Cavalpone (990) ed altri a San Bonifacio, Cologna Veneta, Albaredo d’Adige, Soave e Caldiero. Fra i castelli più antichi vi è anche quello di Arcole, il cui nome compare in un atto di donazione dell'aprile 979, con il quale Mainfredo, un longobardo di Cologna Veneta, dona ad Ardeunga, abitante nel castello di Lonigo, una "terra casaliva cum casa super se habente quod est scandolata in/fra castro qui vocatur Arcula...". Il castello sorse molto probabilmente nei primi decenni del X secolo, a seguito delle prime devastanti scorrerie ungare, in un’area rialzata e protetta ad ovest dalla valle zerpana, dove scorrevano corsi d’acqua come l’Adige, l’Alpone, il Tramigna, il Masera, che da sempre hanno rappresentato una fonte di cibo e di sicurezza per le comunità che si insediarono nelle vicinanze.
Il centro abitato di Arcole si stende ai margini di un vasto terrazzo sabbioso, sopraelevato anche di 5-6 metri rispetto al piano dove scorrevano l'Alpone e gli altri corsi d'acqua e circoscritto da profonde scarpate semicircolari e a gradinate. In questo luogo esisteva un antico insediamento longobardo (VII-VIII secolo), favorito dalla posizione rilevata di quest’area situata nella pianura veronese, ai piedi delle colline lessinee, appena fuori dalle ampie zone paludose che un tempo la segnavano. Le opere di difesa del primitivo castello erano rappresentate  da un fossato che scorreva a nord, ovest e sud, alla base delle scarpate naturali, in parte coincidente con l’attuale scolo Palù (da palude), che ha origine a sud di San Bonifacio in località Fontanelle. Nello scolo Palù confluisce un corso d’acqua minore che ancora oggi viene chiamato “Fossa Ungara”. Questa ha origine dalla Togna (detto anche Fossa Rabbiosa), a nord di Santo Stefano di Zimella, dove segna il confine con la provincia di Vicenza, poi prosegue verso Volpino e Gazzolo, in cui coincide con il confine comunale, quindi piega in direzione sud-ovest e termina nello scolo Palù nei pressi della chiesa di Santa Maria dell’Alzana. E’ facile supporre che questa fossa sia stata realizzata per costituire una prima linea di difesa (dalle incursioni degli ungari) delle località appartenenti al distretto di Arcole e Cavalpone. La “Fossa Ungara” completava così le altre difese naturali del territorio: ad ovest la valle zerpana, con il Tramigna, l’Alpone e lo scolo Palù, ad est la Togna e a sud con l’antico corso dell’Adige, non ancora del tutto estinto. Un recinto, costituito da una palizzata in legno più o meno alta con interposti reinterri di pietrame e terra, doveva proteggere un’area di forma vagamente rettangolare, compresa tra le attuali vie Rosario e Abazzea.  All’interno doveva trovarsi il primitivo centro abitato, raccolto attorno all’antica pieve di San Giorgio, mentre nell’area circostante erano  situate le abitazioni dei contadini. L’antichità della pieve di San Giorgio è attestata da un atto di vendita del 15 maggio 1110, stipulato “in presentia archypresbiteri plebis S. Georgi de Arculis Bonaguri”, da cui si deduce che la chiesa ha la qualifica di arcipretale (e quindi antica pieve) in epoca anteriore a quella documentata per altre pievi vicine (San Bonifacio, Cavalpone, Cucca, ecc…). Lo schema costruttivo ed urbanistico della primitiva fortificazione di Arcole sembra corrispondere a quanto sostenuto dal Settia a riguardo del rapporto tra chiese, strade e fortezze nell’Italia medievale, secondo il quale nel X secolo, in conseguenza delle invasioni ungare, l’incastellamento dei nuclei abitati riguardò specialmente i villaggi pievani e non di rado l’incastellamento mirò a proteggere, insieme con la vita umana, la chiesa, cioè la pieve; ciò è spiegabile anche perchè molti di quei castelli appartenevano al Vescovo (e nel caso di Arcole e Cavalpone si trattò dapprima del Vescovo di Mantova, poi di Verona). Per il Settia, il castello primitivo doveva essere una modesta recinzione semipermanente di terra e di legno, in cui mancavano gli edifici elevati e la fortificazione si appoggiava, dove possibile e opportuno, alla chiesa proprio perché essa era l’unico edificio solido su cui impostare una difesa. L’estensione dell’area fortificata consentiva a tutta la popolazione della zona di riversarsi, con le provviste, il bestiame, gli averi, nel recinto-ricovero in caso di pericolo. Solo inizialmente dunque, durante il periodo delle invasioni ungare, doveva essere considerato un castello-deposito (in genere indicato come recepta, ricetto) finalizzato alla custodia dei beni e prodotti agricoli e per il rifugio temporaneo della popolazione. Tracce del castello sono visibili ancora nell’Arco dei Croati, una struttura di origine ghibellina e con evidenti le merlature, così chiamato in quanto qui vi sostarono le brigate croate dell’esercito austriaco nei giorni precedenti alla battaglia appunto di Arcole con protagonista Napoleone (1796). Il volto a tutto sesto in pietra e mattoni è inserito in breccia nella muratura preesistente caraterizzata da mattoni e ciotoli a spina di pesce. Altri link utili: http://www.alpone.it/territorioetradizione/arc.-storia.html, http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=22634
 

Foto: la prima è di ildikò k. su http://www.panoramio.com/photo/33685109, la seconda è di Jenifer su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/175740




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