sabato 25 gennaio 2014

Il castello di sabato 25 gennaio






ALA’ DEI SARDI (OT) – Castello Corda-Colonna

In periodo medievale il territorio di Alà faceva parte del giudicato di Torres, nella Curatoria di Lerron, paese che ormai non esiste più. Poi, con l'espansione sotto Mariano II del giudicato d'Arborea, nel 1272 entrò a far parte di questo giudicato, e vi rimase fino alla pace tra Mariano III d'Arborea e gli Aragona. Dopo la conquista definitiva della Sardegna da parte degli Aragonesi, nel 1420, Alà fece parte della Contea di Olivà appartenente a feudatari Spagnoli, i duchi di Gandia, fino alla fine della dominazione spagnola. Alà sorse nel periodo della dominazione spagnola, attorno al XVII secolo, grazie alla costruzione nel 1619 della chiesa di Santa Maria, che costituiva il punto di incontro delle famiglie di pastori che abitavano sull'altopiano. Era un centro di modeste proporzioni, considerando che nel 1688 si contavano ad Alà solo 188 abitanti. Sotto la dominazione dei Savoia, nel 1823 passò per questo centro, che nel frattempo era cresciuto, Alberto La Marmora, più correttamente Alberto Ferrero conte della Marmora o conte de La Marmora, che era stato confinato in Sardegna ed era diretto a Nuoro. Egli portava con sé l'ordine del re di ricevere cavalli freschi per proseguire il viaggio verso la Barbagia, ma il sindaco di Alà si rifiutò, annunciando una protesta presso il governo di Madrid, dato che credeva di essere ancora sotto la dominazione spagnola, finita invece da più di un secolo e mezzo. Alberto La Marmora dovette dormire all'addiaccio, in un angolo vicino alla via che oggi porta il suo nome. Il centro storico di Alà risale al 1600. È composto da palazzotti in granito, dalla forma allungata, con infissi e poggioli in ferro battuto. La costruzione più importante è il ''castello Corda-Colonna'', edificato nella seconda metà dell'Ottocento e residenza di una famiglia molto influente e importante per la storia della comunità. È stato restaurato di recente, e in una parete esterna è stato dipinto un murales che ricorda l'ultima bardana, quella del 1870, ossia il tipico reato di brigantaggio commesso da quaranta banditi, che erano scesi in paese ed avevano saccheggiato il suo unico negozio. L’edificio è stato acquistato dal comune, che vi ha realizzato un centro culturale.
Fonti: http://www.comune.aladeisardi.ot.it/cultura/cultura.asp?id=39&ln=IT, http://www.lamiasardegna.it, http://www.aladeisardi.altervista.org

venerdì 24 gennaio 2014

Il castello di venerdì 24 gennaio





BALVANO (PZ) - Castello normanno o dei Conti di Girasole
Storicamente il nucleo originario del paese, che si snoda intorno all'antico castello, è databile all'epoca longobarda. Balvano fu eletto a contea sotto i Normanni e nel XII sec. fece parte del Principato di Salerno. In questo secolo fu governato dalla nota e potente famiglia normanna dei Balbia (o Balbano). Sotto gli angioini questa terra fu posseduta da Metteo de Chevreuse, Giorgio di Alemania e Fortebraccio di Romagna. Fu suffeudo del conte di Buccino e poi di Caracciolo di Sicignano. In seguito il feudo fu venduto da Bernabò Caracciolo a Domenico Jovine, che fu ucciso nel 1647 dalla popolazione insorta contro di lui. Il castello è tuttavia appartenuto alla famiglia Jovine fino al '900. L'edificio sorge sullo sperone di una roccia che emerge di circa 20 m a NE e di altri 60 m a SO rispetto al suolo circostante. La geomorfologia, la posizione dominante, la rada vegetazione, identificano due componenti essenziali del sito, quella relativa alla natura impervia dei luoghi, e l'altra connessa agli interventi dell'uomo, leggibile nel rapporto tra l'edificio che si staglia imponente a guardia della gola di Romagnano, ed il paese che, concentrato in gran parte sotto la rupe, occupa il falsopiano circostante. Il nucleo originario, costruito in epoca normanna (X secolo) non è più ormai identificabile per i successivi ampliamenti (il primo dei quali nel 1278) e per i moti tellurici. Sono visibili gli accenni di due torri-vedetta originarie del primitivo impianto, il quale dovette essere comunque molto ristretto rispetto all'edizione integra che dell'intera fabbrica ci è pervenuta dal 1806. La presenza delle due torri, a quote diverse, si rivelano rispettivamente nella parte alta, laddove la muratura che contiene il portale d'ingresso appare ripresa sul contorno con sfalsamento di piano; e, nella parte bassa, nel raddoppio di muratura laterale all'androne di accesso e nel basamento scarpato. Originariamente il castello era racchiuso da una cinta muraria con una torre cilindrica all'angolo SO e si componeva di due corpi distinti, di cui uno a quota più bassa dove si apriva il portone di ingresso. Da qui partiva un lungo androne che si immetteva su una rampa gradonata, la quale si collegava con il secondo corpo: l'edificio vero e proprio. Il maniero si sviluppava intorno a un cortile interno. I caminetti del secondo piano, realizzati in pietra locale, sono ancora in buono stato. Ingenti sono stati i danni causati dal sisma del 23 novembre 1980 che ha provocato numerose vittime soprattutto bambini e ragazzi. Il corpo di fabbrica basso, caratterizzato da muratura in pietrame, orizzontamenti a volta e coperture a tetto, ha subito crolli nel prospetto, nelle volte e parzialmente nel tetto; l'edificio più alto, pure con mura in pietra con orizzontamenti piani di legno e coperture a tetto, ha subito notevoli danni, con crolli parziali nel prospetto, totali per gli orizzontamenti e la copertura, e quasi per intero per gli altri prospetti. Ha ceduto pure la rampa gradonata con l'annesso viadotto archivoltato, ed infine la torre cilindrica a SO della cinta muraria. Attualmente sono in corso dei lavori di restauro, per rendere accessibili alcune aree del castello. La parte più antica è stata consolidata staticamente ed è oggetto di un progetto di completamento, la parte più recente, "la filanda", è stata anch'essa oggetto di un'opera di completamento ormai giunta al termine. Nel castello di Balvano c'erano due cuoche, una giudiziosa e modesta, l'altra ficcanaso e pettegola, capace di creare situazioni anche spiacevoli. La cuoca buona, sempre spiata dall'altra rivale che voleva farsi sempre buona luce nei confronti della moglie del castellano, seccata dell'atteggiamento dell'altra, prese consuetudine di chiudersi in ogni camera del castello durante le faccende. L'altra, per farle dispetto, con un incantesimo si trasformava in una gatta. Così facendo, pensava di non farsi vedere, di continuare a lavorare e di spiare finalmente la collega. Una mattina, appena ritornò da gatta a donna, le chiese: "Comare...quanto vi sono costati gli orecchini d'oro che avete riposto nel comò?". La vicina, sorpresa nel sentirsi rivolgere la domanda, le diede la risposta che desiderava. Un altro giorno, saltando giù dal finestrino, si arrampicò sui fornelli e leccò la teglia dove era a cuocere il pranzo. E poco più tardi domandò all'amica: "Sono davvero gustosi i maccheroni col sugo di lepre?". La comare di carattere riservato restò ancora di stucco per come la collega sapesse tutto, e non riusciva a capire come faceva. In effetti, conoscendo l'attività di fatucchiera della cuoca, le venne il sospetta che quella gatta nera fosse la sua amica, e volle vendicarsi. Una domenica, mentre stava scolando la pasta per il castellano, vide la falsa bestiola e le versò addosso l'acqua bollentissima. La gatta fuggì come una forsennata miagolando. Trascorso un pò di tempo, ricomparve la comare intrigante tutta fasciata e l'altra domandò cosa le fosse accaduto. La furba rispose che mentre scolava la pasta un topo le era passato fra i piedi e le aveva fatto cadere l'acqua bollente. Da allora, si racconta, nel castello di Balvano non girano più gatti, anche se è stato per anni abbandonato. Per approfondire sul castello di Balvano, qui troverete moltissimo: http://www.consiglio.basilicata.it/consiglionew/files/docs/43/97/20/DOCUMENT_FILE_439720.pdf
Inoltre c'è sul web questo interessante video: http://www.youtube.com/watch?v=A4BR-_g-F0I
Foto: di Liberotag73 su http://it.wikipedia.org e da www.mondimedievali.net

giovedì 23 gennaio 2014

Il castello di giovedì 23 gennaio






POMAROLO (TN) – Castel Barco

Complice la sua collocazione sulla strada che costeggia la riva orientale dell’Adige, Pomarolo è sempre stato il centro più importante della Val Lagarina sia durante l’epoca romana che nell’Alto Medioevo. Il villaggio venne distrutto nel 1136 dall'imperatore Lotario III del Sacro Romano Impero. Dalle ceneri dell’incursione imperiale, il villaggio risorse come un piccolo libero comune valligiano, la cui sfera d’influenza comprendeva tutti i villaggi tra Isera, Aldeno e Cimone. Parallelamente, presso la vicina rocca di Castel Barco si originava una famiglia di milites di grande importanza nella storia del Trentino, i Castelbarco. Il castello sorge su un dosso roccioso sopra l’abitato di Pomarolo. La sua posizione è bellissima. Il maniero sovrasta il corso del fiumeAdige, il secolo scorso navigabile e quindi importante via di comunicazione commerciale, nonché il tracciato di quella che fu la strada imperiale cioè l’asse di collocamento privilegiata tra la Germania e l’Italia. Proprietari dell’area furono, forse fin dal 1062,  il Conte Giovanni Castelbarco Visconti, la madre e la sorella. Di sicuro già nel 1171, al tempo di Aldrighetto di Castelbarco, la famiglia viveva nel maniero in qualità di vassalli del Vescovo di Trento. I Castelbarco di Pomarolo possedevano nel 1300 tutti i castelli della Vallagarina. La prima documentazione certa risale all’anno 1198, quando il 16 agosto Briano di Castelbarco in atto di sottomissione lo cedette al Vescovo Corrado II per poi riottenerlo come feudo della Chiesa Tridentina. Si racconta che nel 1354 si incontrarono in questo castello l’Imperatore Carlo IV, un Gonzaga e un Della Scala, indiscusse potenze dell’epoca. Occupato dalla Repubblica di Venezia nel XV secolo, il castello venne distrutto per ordine di Massimiliano I d'Asburgo nel 1508 con un violento attacco ed incendio. Il ricordo dell´alto mastio poligonale, con pietre ben sezionate le une sulle altre, aiuta a delineare la sua origine, quando il maniero era composto esclusivamente da una torre abitativa e da un recinto difensivo (XII sec.). In seguito sopraggiunsero gli altri edifici con scopi residenziali ed una seconda cinta muraria. I Castelbarco, però, divisi in ben otto rami, lo lasciarono dopo che ebbe subìto saccheggi ed incendi. Dal XVI sec., nulla fu più toccato e oggi rimangono pittoreschi ruderi raggiungibili a piedi da Savignano (passeggiata di circa mezz´ora), fra cui sono riconoscibili parte del mastio, parte della residenza, parte del pozzo e della cisterna e le mura perimetrali coperte da fitta vegetazione.


mercoledì 22 gennaio 2014

Il castello di mercoledì 22 gennaio






ASSISI (PG) – Castello di Petrata

Tra dolci colline, in posizione dominante a 600 metri sul livello del mare, a cinque chilometri da Assisi, sorge questa antica fortezza del XIV secolo, completamente ristrutturata dalla famiglia Landrini, tuttora proprietaria, pur conservando nella sua totalità l'impianto architettonico preesistente. La magnifica costruzione trecentesca, con annessa chiesetta del ‘600, è circondata da un contesto naturalistico di grande fascino, con una vista spettacolare sulla vallata umbra. Destinata oggi a country-house, la tenuta offre l’accoglienza calorosa tipica di una residenza privata, l’ambiente ideale per un soggiorno piacevole tra relax, arte e natura. Il castello dispone di confortevoli ed eleganti camere e suite, ognuna delle quali presenta caratteristiche diverse sia nell’arredamento che nella disposizione degli ambienti. Gli spaziosi locali al pianterreno si prestano perfettamente a riunioni, convegni, seminari ed eventi conviviali. Degno di nota è il parco che circonda tutto il castello, venti ettari dove ricercare angoli riservati e romantici tra frutteti, boschi e verdi prati. Vi è un sito dedicato al castello che è il seguente: http://www.castellopetrata.com/


martedì 21 gennaio 2014

Il castello di martedì 21 gennaio






AVISE (AO) – Castello di Blonay

E' un castello medievale non visitabile che si affaccia da un promontorio al centro del borgo di Avise, nei pressi della chiesa di San Brizio. Insieme al vicino Castello di Avise (già trattato nel blog) e al Castello di Crè, fuori dal paese, è uno dei tre castelli del comune. È ben conservato. Jean-Baptiste de Tillier, politico e storico sabaudo, nel 1737 ce ne dà una descrizione ancora attuale: « Percorrendo la grande strada che porta da Aosta a Morgex si vede alla propria destra, oltre Arvier, sopra ad un promontorio, il vecchio castello di Avise: è la nobile dimora degli antichi Signori locali. Consiste in una grossa torre quadrata con un antico corpo di fabbrica all'apparenza assai spaziosi. » La parte più antica del castello è la torre, i cui lati liberi oggi non presentano né feritoie né ingressi, nonostante sia certo che all'inizio si ergesse sola sul modello dei castelli primitivi valdostani, mentre il lato sud è addossato ad un edificio stereometrico d'aspetto meno severo, in cui si aprono alcune finestre a crociera caratterizzate da cornici in pietra lavorata. La torre torre è coronata di una merlatura a coda di rondine ed ha le mura di spessore maggiore rispetto al resto del complesso, ulteriore testimonianza delle differenti epoche costruttive e delle mutate esigenze difensive del complesso. Secondo Jean-Baptiste de Tillier, fu la prima dimora dei signori d'Avise, una nobile famiglia valdostana già presente nel XII secolo. Torre e edificio che compongono il Castello di Blonay non risalgono alla stessa epoca e non ebbero sempre gli stessi proprietari: la torre fu edificata nel XII secolo, e solo nel XV secolo si aggiunse il resto del castello. La torre seguì a lungo le vicende dei d'Avise, mentre il corpo di fabbrica adiacente alla torre venne lasciato in eredità nel 1645 da Prosper d'Avise, senatore del Senato di Savoia, ai suoi nipoti, Claude e Josué de Blonay, figli di Marie d'Avise e di Jacques de Blonay, originario dello Chablais. Claude de Blonay ne fu nuovamente investito alla morte della madre, tra il 20 e il 27 marzo 1649 e successivamente quell'ala del castello restò nelle mani della famiglia de Blonay. Jean-Baptiste de Tillier nella prima metà del XVIII secolo fotografava ancora una situazione di comproprietà che proseguiva da lungo tempo: « Il castello di Blonay è oggi in comproprietà tra i signori di Blonay e quelli d'Avise; ma questi ultimi ne hanno un altro, più moderno e meglio situato, con la sua torre a padiglione coperta d'ardesia e qualche possedimento annesso quali giardini, orti, prati e altri terreni. » François Gaspard d'Avise fu l'ultimo erede della famiglia: nelle disposizioni testamentarie del padre Antoine-Balthazard, del 9 febbraio 1677, ricevette metà del feudo, mentre la sorella del defunto, Claire-Marie d'Avise, ricevette in eredità il resto insieme al marito Charles-Joseph, della nobile famiglia dei Bianco di San Secondo. La torre servì a lungo da prigione, tanto da assumere l'appellativo di Torre delle prigioni (Tour des prisons): nel 1787 Philippe de Blonay in una dichiarazione feudale reclamava il proprio diritto esclusivo a imprigionarvi i malviventi. Nel 1980 Zanotto lo dice disabitato.[
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.lovevda.it, http://www.comune.avise.ao.it, http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Avise/Castelli_e_Fortificazioni/Castello_Blonay

Foto: di Patafisik su http://commons.wikimedia.org e da http://www.mondimedievali.net

domenica 19 gennaio 2014

il castello di lunedì 20 gennaio






NAVELLI (AQ) – Castello baronale (o Palazzo Santucci)

L'attuale paese fu fondato dall'unione in epoca medievale (VIII-X sec.) di sei villaggi: Villa del Plano, Villa della Piceggia (o Piaggia) Grande, Villa della Piceggia (o Piaggia) Piccola, Villa di Santa Lucia, Villa del Colle e Villa di Turri; come traccia dei villaggi originali, nella piana restano alcune chiese medievali, come quella di Santa Maria in Cerulis citata già nel 787 sul Chronicon Vulturnense. I villaggi originali si riunirono in un unico castello, costruito sul colle dove tuttora si trova il paese, già citato nel 1092 in una bolla del Monastero di San Benedetto in Perillis. La fortezza era dotata di una torre che, in epoca rinascimentale, venne trasformata nel campanile della chiesa parrocchiale. Sulle rovine del castello, poi, fu costruito nel 1632 il Palazzo Baronale, per volere del feudatario Camillo Caracciolo. Le abitazioni vennero costruite in epoca medioevale nella zona della “Villa di Piceggia grande”, ampliandosi in epoca rinascimentale verso la “Villa di Piceggia piccola”: le due zone, medievale (l'attuale “Spiagge grandi”) e rinascimentale (“Spiagge piccole”), sono ancora distinguibili nell'abitato. Il castello di Navelli appartenne alla Diocesi di Valva e nel 1269 partecipò alla fondazione del Comitatus Aquilano nel Quarto di Santa Maria. Per sedare i conflitti relativi al pagamento delle decime, il 29 agosto 1424 passò da quella di Valva alla diocesi di L'Aquila su iniziativa di Papa Martino V. Nel 1423 Navelli si difese dalle truppe di Braccio da Montone, arrendendosi senza però essere espugnata; per onorare la resistenza all'assedio, venne concesso dalla Regina Giovanna II di Napoli di inserire nello stemma del paese la scritta “Navellorum Merito Coronata Fidelitas”. Il 4 e 5 dicembre 1456 un disastroso terremoto distrusse numerosi centri, alcuni dei quali mai più ricostruiti. Nel 1498 il Castello di Navelli fu cinto da mura; una delle cinque porte del paese (la Porta Villotta o Porta Sud) fu in seguito inglobata nel Palazzo Onofri. L'imponente Palazzo Baronale - che fino a mezzo secolo fa portava il corretto e storico nome di "Castello Trasmondi-Tomassetti", legato alle ultime famiglie feudatarie del paese prima dell'abolizione feudale (1806) - spicca dalla sommità del colle sul quale si adagia il borgo di Navelli, contornato da un susseguirsi di case-torri, di palazzi gentilizi, di eleganti loggiati, di portali e finestre. Esso rappresenta un classico esempio di palazzo castellato cinquecentesco, utilizzato come residenza signorile dai baroni Santucci ma sorto come struttura fortificata; le sue architetture sono infatti la fusione del carattere residenziale, oggi prevalente, e di quello difensivo, del quale sono riconoscibili alcuni elementi come le bertesche angolari esterne, aggettanti rispetto al resto della struttura e poggiate su mensole a tre elementi. Il palazzo risulta dotato di un ampio cortile con pozzo centrale e una scala a due rampe che conduce all'elegante loggiato posto lungo il lato occidentale. Le stanze interne hanno tutte la volta e sono discretamente ampie. Il perimetro esterno doveva essere contornato da un fossato di recinzione, come si deduce dalla presenza di una traccia attorno al corpo di fabbrica. L'antico castello era inglobato in una cortina muraria profondamente modificata nel corso dei secoli e oggi totalmente inglobata nel tessuto abitativo del borgo; ne rimane un tratto caratterizzato dalla presenza di due torri di fiancheggiamento a pianta circolare e da tratti di muraglia con scarpa basamentale. Originariamente tale muraglia difensiva, all'atto della realizzazione del castello-palazzo, dovette assolvere alle funzioni di corte bassa, ma della cinta originaria è rimasto sempre meno nel tempo, in ragione della evoluzione della funzione assunta dal palazzo e dell'uso abitativo. Dal palazzo fortificato partono tipiche stradine che scendono sino in fondo alla collina su cui è adagiato il borgo poiché, in seguito, la gente del luogo ha preferito costruire nuovi edifici più in basso, in pianura, piuttosto che restaurare quelli del vecchio centro. L’antico edificio è ancora oggi fortemente rappresentativo dell'immagine del paese. Oggi di proprietà del Comune di Navelli, è stato sottoposto ad imponenti lavori di restauro, che hanno permesso la destinazione delle sue stanze a sedi per lo svolgimento di conferenze e mostre, di celebrazione di matrimoni e di un futuro Centro di documentazione dell’economia tratturale.
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.spaziovidio.it/castelli/HTML/cartina/navelli.html, www.regione.abruzzo.it, http://www.storianavelli.it/Sito%20Navelli/palazzo_baronale%202.htm

Foto: della mia amica Romina Berretti e di wasabeat su http://rete.comuni-italiani.it

Il castello di domenica 19 gennaio






ENNA – Torre di Federico II di Svevia

Posta in cima a un dosso dell'altopiano di Enna, a oltre 950 m d'altitudine, rappresenta, assieme al Castello di Lombardia, il maggiore simbolo architettonico della città un tempo chiamata Castrogiovanni (che grazie all'antichissima fortezza erettavi tremila anni or sono dai Sicani, fu definita dai Romani l'Urbs Inexpugnabilis), nonché il suo più imponente baluardo militare dell'età medievale. Essa fa parte del complesso militare chiamato “Castello Vecchio”, di cui oggi si hanno alcuni resti. Sia il castello che la torre erano le "vedette" l'uno del settore orientale della mitica città imprendibile dell'epoca, l'altra di quello occidentale, a quel tempo disabitato. A collegarli fu attiva per lunghi secoli una suggestiva galleria scavata nella roccia sotto la città, che, avendo ingresso (oggi chiuso per ragioni di sicurezza) al Castello di Lombardia, sbuca sul dosso sul quale si eleva la Torre: una funzione militare d'indiscutibile rilievo, cui subentrò, nel 1943, quella di rifugio ideale e al limite del leggendario per il popolo ennese che cercava rifugio dai bombardamenti alleati. La torre fu progettata alla corte di Federico II, secondo tradizione fu un'opera di Riccardo da Lentini e residenza estiva dell'imperatore svevo, prediletta dal sovrano durante le sue permanenze in Sicilia, che ivi convocò il primo Parlamento Siciliano, evento replicato nel '400, due secoli più tardi. Le sue origini, secondo recenti studi, risalgono alla metà del XIII secolo, ovvero all'età di Manfredi, fattore quest'ultimo che avvalora la tesi che a volerla e ad abitarvi fu il Federico svevo piuttosto che l'omonimo aragonese. Altro argomento a sostegno dell'origine sveva del monumento è l'inconfondibile impianto geometrico che caratterizza gli altri castelli di Federico II di Svevia, di cui la Torre di Enna a detta di numerosi esperti, è un mirabile esempio. La lunga storia della torre federiciana, oggi di proprietà demaniali, rimane quasi interamente sconosciuta. Durante la sollevazione del 1354, contro re Federico II d'Aragona, sappiamo che venne utilizzata quale sicuro rifugio dai partigiani del Chiaramonte. Re Martino poi ne creò castellano tale Filippo Polizzi che succedette ad Antonio Grimaldi ed in seguito (1457) il Re Alfonso V d'Aragona la assegnò al cittadino ennese Pietro Matrona, creandolo castellano, con tutti gli onori ed oneri della carica, ma riservandosene i diritti reali. L’edificio ha rivestito in passato una funzione di primissimo piano come punto di riferimento geodetico per tutta la Sicilia. Fonti storiche accertano che gli antichi astronomi abbiano disegnato proprio dalla cima della Torre ennese il sistema viario siciliano nonché la suddivisione amministrativa vigente nel medioevo, nelle tre "valli". Un altro aspetto carico di significato simbolico che aleggia sulla severa struttura, riguarda la disposizione delle sue feritoie, che, assumendo un tracciato a croce latina, rappresenterebbero ciascuna antichi castelli e rovine della Sicilia. La torre è un perfetto prisma ottagonale con larghezza massima m 17, lati di m 7,05 ed altezza attuale (la torre è capitozzata) di m 27,30; l’esterno è realizzato in apparecchiatura di blocchetti calcarei regolari alti circa 25 cm. La forma ottagonale, non casuale, è derivante dalla rotazione di un quadrato che rappresenta la rosa dei venti. Alla distanza di 21 metri la torre è circondata da una cinta muraria anch’essa a pianta ottagonale della quale si sono conservati solo alcuni tratti. Delle otto facce del solido geometrico solo due appaiono totalmente cieche. Le altre sono animate da monofore e feritoie (sette sono allineate verticalmente lungo tutta la parete in corrispondenza dell’originaria scala a chiocciola interna) e da due ampie e bellissime finestre con cornici a bastoni spezzati che si aprono al piano nobile rispettivamente sul lato nord-nord ovest e sul lato sud-sud est. L’accesso all’interno è possibile mediante una porticina archiacuta al piano terreno (lato sud-sud est) ma doveva avvenire normalmente mediante una porta aprentensi in corrispondenza della scaletta interna, fra la seconda e la terza feritoia, alcuni metri in elevato rispetto al piano di calpestio. All’interno la torre è suddivisa in tre piani, l’ultimo dei quali tronco e privo di più di metà dell’elevato e quindi della copertura. il piano terreno è costituito da un’unica stanza ottagona illuminata da tre monofore strombate e coperta da volta ad ombrello con costoloni ad angolo abbattuto poggianti su mensole a piramide rovesciata con cornice, scozia fra due tori, listello abaco e peduccio. La stanza rimane, come scrisse l'Agnello, «anche nelle giornate luminose in una penombra che accresce la solennità del luogo». Al centro di detta stanza una apertura circolare sarebbe stata l'ingresso di un lungo sotterraneo che lo avrebbe collegato con il poderoso castello di Lombardia. Si ripete all’interno il paramento in blocchetti tendente all’isodomia. La scala a chiocciola di collegamento con il primo piano è inserita negli spessori delle pareti ovest-sud ovest; scomparsa nel XVIII secolo la scala originaria, essa è stata ricostruita in calcestruzzo. L’ambiente del piano nobile è realizzato in analogia con il piano terra: è un vano ottagonale con volta ad ombrello costolonata poggiante però, questa volta, su semicolonne con basi ioniche e capitelli - molto rovinati - a foglie. L’ambiente è illuminato dalle due grandi finestre con cornici a bastoni; questo tipo di decorazione, che nel passato aveva fatto datare queste aperture al XV secolo, si ritrova in realtà come segnalato di recente da Bellafiore - anche a Castel del Monte e può quindi rientrare nel repertorio decorativo dell’architettura sveva. Nel lato nord-nord est è ricavata, in un ambiente a gomito, una latrina. Il vano della terza elevazione, anch’esso ottagonale e accessibile sempre mediante la scaletta a chiocciola, si presenta cimato ad un’altezza di circa 3 m. La presenza dell’imposta nascente di quattro costoloni disposti secondo i punti cardinali permise ad Agnello di ipotizzare una copertura a volta emisferica con oculo vuoto al centro: il recente ritrovamento della serraglia fra le macerie del piano semidistrutto fa però escludere l’ipotesi affascinante di un ultimo piano aperto a mo’di specola. È indubbio il fascino di questo edificio costruito in quello che era considerato il centro della Sicilia e con pianta ottagonale, com’è ben noto, dalla forte valenza simbolica. Evitando in questa sede qualsiasi possibile speculazione su questo aspetto del monumento, si sottolinea soltanto come donjons ottagonali o comunque poligonali siano relativamente frequenti in Francia, Inghilterra, Germania ed in particolare nel Kernland degli Staufen, l’Alsazia fra XII e XIII secolo. Si ritiene che gli influssi orientali siano, nel torrione di Enna, inesistenti. Esso è piuttosto uno splendido donjon di tipo nordico piantato quasi nel centro geografico dell’isola. L’ambiente naturale, lo stesso clima di Enna esaltano ancora di più, per molti giorni l’anno, il fascino settentrionale della torre. Immersa spesso nella nebbia, a volte visibile solo a distanza di pochi metri, essa è realmente un frammento di Europa gotica caparbiamente ancorato all’acrocoro roccioso di Enna. Secondo una leggenda, vi é una notte ben precisa, ogni anno la stessa, in cui si può sentire Federico II lanciare il suo cavallo al galoppo lungo il viale antistante la torre. La galoppata si protrarrebbe per circa un chilometro e lo scalpiccìo prodotto dal cavallo sarebbe nettamente udibile in tutta la sua imponenza per poi attenuarsi con una decelerazione e rientrare alla torre al passo. Gli zoccoli del cavallo battono ritmicamente sull'asfalto facendo presumere una corsa sfrenata a briglia sciolta. Nessuno ha mai visto questo fantasma, ma il fenomeno è stato udito da più persone contemporaneamente anche in tempi recenti. Per ulteriori approfondimenti segnalo il seguente link: http://digilander.libero.it/ipercultura/torre-enna.htm


Foto: da iccd.beniculturali.it e una cartolina della mia collezione