venerdì 23 giugno 2023

Il castello di venerdì 23 giugno



POGGIO BUSTONE (RI) - Torre del Cassero

Le radici di Poggio Bustone si perdono nella notte dei tempi, ma i primi documenti che attestano la sua esistenza risalgono al XII secolo. Intorno al 1117 è nominato il castrum ed il podium di Poggio Bustone quando Berardo Berardi, signore del feudo, donò il territorio all'Abbazia di Farfa, ma il dominio dell'abbazia durò pochi anni per passare poi al regno normanno. Alla fine del XII secolo, il paese fu incluso nel territorio reatino. San Francesco, con i suoi primi sei compagni, prese a predicare nel 1208 nella Valle reatina prendendo dimora a Poggio Bustone. Il paese fu completamente raso al suolo dal terremoto del reatino del 1298, che provocò la morte di 150 abitanti. Della struttura medioevale dell'abitato troviamo le due porte che davano accesso al Borgo, quella del Buongiorno ad ovest e quella della Torre ad est. La porta est oggi è rappresentata dai resti della parte inferiore della Torre pentagonale del Cassero, in prossimità, secondo uno schema urbanistico ricorrente dell’età comunale, la Chiesa assai più grande di quella antica e la piazza. La Torre del Cassero, di cui rimangono resti della parte inferiore, faceva parte di un castello, del quale restano oggi poche vestigia. Nel 1388, nella torre, avvenne l'incontro tra i priori di Rieti e i rappresentanti di Cittaducale per stipulare la pace, poiché numerosi erano gli scontri tra Rieti e Cittaducale per il predominio su Poggio Bustone.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Bustone, https://www.rietiinunclick.it/poggio-bustone/da-vedere/Torre-del-Cassero, https://comune.poggiobustone.ri.it/contenuti/372291/centro-storico

Foto: la prima è presa da https://www.marcomorettimusic.it/eventi/110-poggio-bustone-piazza-san-felice, la seconda è presa da https://www.qrtour.it/camfran7/

giovedì 22 giugno 2023

Il castello di giovedì 22 giugno



BELCASTRO (CZ) - Castello bizantino

Belcastro è uno dei più antichi centri abitati della Calabria. Le prime testimonianze risalgono all’età del bronzo e, poi, fu certamente un piccolo centro enotrico, magnogreco e, ancora, romano. Dai pochi resti di un castello bizantino, è verosimile che il primo nucleo abitativo si stabilì in località Timpe (Rupe), sopra la quale sono ancora visibili pochi ruderi superstiti di una costruzione militare bizantina. Si sa che le popolazioni enotriche, dopo le massicce colonizzazioni greche delle nostre coste e dell’immediato entroterra, si stabilirono sui massicci interni e, a Belcastro, l’acrocoro delle Timpe, con i suoi 562 metri di altezza e le sue pareti scoscese, costituiva una vera difesa naturale ai possibili attacchi dei coloni greci, sempre più avidi di terre. Assestatasi, poi, la supremazia delle colonie greche sul territorio costiero del Marchesato, gli abitanti di Belcastro, dalla cima del colle Timpe - dove, secondo le rivelazioni del Barrio, fu costruito un tempio dedicato a Castore e Polluce -, si trasferirono alle sue pendici, costruendo le loro capanne nell’attuale rione di Castellaci. Del castello bizantino, collocato sul promontorio opposto a quello dove si trova il Castello d'Aquino (https://castelliere.blogspot.com/2022/08/il-castello-di-sabato-13-agosto.html), sono ancora visibili la torre d’entrata di chiaro rifacimento medievale e spezzoni della cinta muraria

Fonti: https://www.belcastroweb.com/belcastro/piccolo/edilizia.htm, http://www.calabriaorizzonti.com/index.php/borghi/catanzaro/423-belcastro, https://bettylafeaecomoda.forumcommunity.net/?t=47533965

Foto: entrambe di S. Scarpino su www.belcastroweb.com

mercoledì 21 giugno 2023

Il castello di mercoledì 21 giugno



MAISSANA (SP) - Fortino prigione Fieschi

L'appartenenza di Maissana alla famiglia dei Conti di Lavagna è tuttora testimoniata da un edificio chiamato "prigione dei Fieschi". Dopo la celebre congiura, il borgo venne annesso dalla Repubblica di Genova alla podesteria di Castiglione Chiavarese.

Fonti: https://www.italia-italy.org/regione-liguria/E842-maissana, https://www.toltedalcassetto.it/magazine008_terra_passaggio.htm

Foto: la prima è di Daniela1946 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/194581/view, la seconda è di Dapa19 su https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a9/Maissana-palazzo_e_prigione_dei_Fieschi.jpg

martedì 20 giugno 2023

Il castello di martedì 20 giugno



MELLO (SO) - Castello di Domofole

E' una fortificazione posta su di un rilievo sito a ovest del borgo, lungo la zona denominata Costiera dei Cech, in posizione dominante la bassa Valtellina, sulla sponda idrografica destra dell'Adda. La prima menzione del castello si trova in un documento del 1023. Nel secolo XI la fortificazione era possesso dei Vicedomini, potente famiglia feudale comasca che si insediò nella bassa Valtellina prima dell'anno Mille. Alla fine del XIII secolo la Valtellina fu coinvolta nelle lotte fra famiglie comasche dei Vitani (o Vittani), guelfi, e dei Rusconi, ghibellini. Nell’agosto del 1292 i primi riuscirono a cacciare dalla Valtellina i Rusconi, ed i Vicedomini, amici di questi ultimi, pagarono le conseguenze della vittoria guelfa: in quel medesimo 1292 il castello, simbolo del potere ghibellino, venne fatto distruggere dai Vitani. I Vicedomini, però, lo ricostruirono subito dopo, ampliandolo e facendone la loro dimora. La Lombardini (op. cit., pg. 126), sostiene che, a metà del quattrocento circa, nel castello fu teatro di un nuovo dramma, quello di Giovannina, imprigionata dallo zio Andrea Vicedomini, che poi morì pazzo. Nel 1524 la fortificazione venne nuovamente distrutta per ordine delle Tre Leghe Grigie con il conseguente abbandonato e degrado. Venne recuperato negli ultimi anni ad opera del Comune di Mello che ha curato il restauro delle strutture rimaste. La parte meglio conservata è un possente torrione a base quadrangolare con spessi muri che un tempo erano provvisti di numerose feritoie, costituiti da due paramenti di blocchi di granito squadrati con intercapedini di malta e pietrame. La struttura era suddivisa su più piani illuminati da finestre e l’entrata, per ragioni di sicurezza, era sopraelevata rispetto al terreno circostante. Rimangono in vista parte delle murature che circondano la sommità del rilievo e i resti di una parte abitativa. La piccola chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena, posta a nord del torrione, non appartiene alla costruzione originaria del castello, fu edificata alla fine del secolo XVI. La fortificazione era chiamata popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Gundeberga (figlia di Teodolinda), accusata ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo (o Rodoaldo), con la complicità del duca di Toscana Tosone. Lo afferma lo storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio, nelle sue "Dissertazioni critico-storiche sulla...Valtellina". Una leggenda popolare assai diffusa racconta che una regina è stata ingiustamente rinchiusa fra queste austere mura. Una regina che neppure dopo la morte ha potuto trovare pace per la calunnia che l’ha colpita. Una regina che, nelle chiare notti estive, torna a visitare il luogo delle sue sofferenze, vestita del colore dell’innocenza, cioè di bianco. Sembra che si aggiri, senza pace, nei sotterranei, ma talvolta esce all’aperto, forse a guardare il cielo. La si può scorgere, passando nei pressi del castello nel cuore della notte. Si può vedere una figura diàfana, la figura di una dama bianca, che si staglia contro il cielo, incerta e pallida come un riflesso della luna, alta, in cima alle mura diroccate, come una candida torre d’avorio, silenziosa, come il cuore di una notte senza vento. Una figura che ispira pietà più che paura. Ma di chi si tratta? Diverse le versioni in campo. Forse è l’illustre Teodolinda, la più famosa fra le regine longobarde, che ha legato la sua fama al tentativo di convertire il suo popolo dall’Arianesimo al Cristianesimo ortodosso. Il suo tentativo le attirò contrasti ed anche odi all’interno del suo popolo. In particolare, si narra che venne in Valtellina per convertire le genti di questa valle al Cristianesimo. La sua opera ebbe ovunque successo, si dice, tranne che fra le popolazioni della costiera che va dall’attuale Dubino a Paniga, popolazioni che rimasero ostinatamente attaccate ai culti pagani. Forse per dar maggiore vigore alla sua opera, allora, Teodolinda soggiornò proprio nel castello di Domofole, o, come si chiamava anche anticamente, Domophile. A nulla valse, dunque, l'infaticabile azione di Teodolinda presso le genti che contornavano l'orgoglioso castello della Regina: queste popolazioni rimasero sorde all’annuncio della nuova fede, e sembra che da allora furono denominate Cèch, vale a dire cieche di fronte alla luce della verità. Forse la dama bianca, dunque, è la grande regina che non si dà pace per il suo insuccesso. Un insuccesso che non rimase limitato all’opera di conversione. La leggenda, come abbiamo visto nel passo citato dalla Lombardini, ha un secondo è più misterioso risvolto. Narrano che i monti di fronte alla Costiera dei Cech vennero anticamente denominati “Orobie” perché custodivano nel loro cuore il più ambito dei metalli, l’oro. Ne venne a conoscenza l’ambiziosa regina, che, durante il suo soggiorno in Valtellina, non pensò solo alle cose del cielo, ma anche a quelle della terra, e mandò diverse spedizioni ad esplorare quelle misteriose valli che si nascondevano, più che aprirsi, al suo sguardo, quando, dal suo castello, guardava verso sud. Le spedizioni fallirono: i messi tornarono a mani vuote, oppure non tornarono affatto. Forse la dama bianca, che compare sulle antiche mura, è proprio Teodolinda che rivolge con insistenza lo sguardo alle montagne che non vollero dischiuderle il loro segreto, e che mai vollero dischiuderlo ad essere umano. Forse, invece, è sua figlia, la meno nota ed assai più sfortunata Gundeberga. Costei, come narra lo storico Sidonio Apollinare (ripreso, come abbiamo visto, da Francesco Saverio Quadrio), era andata in sposa ad Arioaldo, re dei Longobardi. Di lei si innamorò Adalolfo, che le manifestò i suoi sentimenti e le chiese di diventare suo amante. La regina rifiutò, ed Adalolfo, ferito nel suo orgoglio più ancora che nel suo amore, macchinò una perfida vendetta. Fece circolare, ad arte, voci calunniose che parlavano di una tresca della regina con il potente duca di Toscana Tatone (o Tosone), di un progetto che prevedeva, addirittura, la morte del re Arioaldo, e la sua sostituzione con il duca traditore. Più volte, infatti, il duca, durante i suoi viaggi alla corte di Pavia, aveva manifestato una particolare devozione per la sua regina, una devozione troppo accesa, come volevano le voci malevole, mentre, per converso, si era mostrato assai più freddo nei confronti del re. La calunnia giunse alle orecchie di Arioaldo, che ne chiese subito ragione alla consorte. Costei protestò vivacemente la propria innocenza, non tanto da persuaderlo interamente, ma quando basta per dissuaderlo dal comminare la pena che si deve ai traditori, la morte. Il re, nel dubbio, decise quindi di far rinchiudere la moglie in un castello lontano, dove, sicuramente, non avrebbe potuto continuare a tessere le fila del complotto, se di complotto veramente si trattava. Correva l’anno 634, ed egli scelse il castello che già aveva ospitato la madre Teodolinda, nella lontana Valtellina. Il castello di Domofole, appunto. Lì Gundeberga rimase rinchiusa, per tre lunghi anni, continuando a proclamare la propria innocenza. Intanto il re non se ne stette con le mani in mano, ma diede ordine di condurre un’approfondita inchiesta, interrogando innanzitutto il duca sospettato di tradimento. Tre anni, appunto, durò l’inchiesta: alla fine trionfò la verità, la calunnia venne scoperta come tale, ed a pagare fu il perfido Adalolfo, mentre la regina riebbe la sua libertà. Ma forse è lei che torna, di tanto in tanto, come fantasma, sui luoghi del dolore, di quel dolore amarissimo che non potè essere ripagato neppure dalla riabilitazione. Sempre che quel che scrive Sidonio, che parla di un castello di Amello, vada inteso come un riferimento al castello di Mello, e non a quello di Lomello, come vogliono altri interpreti. In questo secondo caso la dama bianca non sarebbe lei, ma, forse, una terza regina, Adelaide, vedova del re Lotario, anche lei, come narrano, imprigionata nel castello. O forse non si tratta di nessuna di queste regine, ma di qualche anima sventurata, senza pace, che, per motivi che ci sono ignoti, ha avuto a che fare con questo castello. Probabilmente non lo sapremo mai. Altri link di approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=j9PnbC7-DjQ (video di Drone 4K Italy), https://www.inalto.org/it/relazioni/escursionismo/il_castello_di_domofole, https://www.youtube.com/watch?v=oKGMX9YFqOo (video di Angelo Branchini), https://www.youtube.com/watch?v=jJxh2TfSPqs (video di Davide Galloni)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Domofole, http://www.paesidivaltellina.it/castelloregina/index.htm, https://portedivaltellina.it/castello-di-domofole/

Foto: entrambe sono prese da https://www.orobie.it/itinerario/2021/04/da-traona-al-castello-di-domofole/38303/

lunedì 19 giugno 2023

Il castello di lunedì 19 giugno



MAGIONE (PG) - Torre in frazione Monte del Lago

È uno dei più bei borghi che si affacciano sul Trasimeno. Nei secoli dell’alto medioevo, probabilmente fino al X, questa zona doveva far parte del territorio di una pieve dedicata a S. Giovenale che, all’indomani del Mille, risulta già scomparsa. Questa struttura doveva trovarsi nella zona dove ancora insiste il vocabolo S. Giovinale (sic). Su quest’area, a partire dal secolo XI, estese la sua giurisdizione la chiesa plebana di S. Maria di Campiano. All’inizio del secolo XI, presso Monte del Lago detenevano beni Marco figlio di Decio e sua moglie Aza che, nel 1033, li donarono al monastero di S. Maria di Farfa insieme ad altri beni degli stessi e di tal Grifone sparsi nel territorio di Perugia. Nel secolo XIII, a quanto sembra, l’insediamento di Monte del Lago doveva essere sprovvisto di mura di cinta o, se le aveva, non erano più efficienti. Sta di fatto che il 5 settembre 1312, in una seduta del governo della città di Perugia si stabilì di provvedere alla riparazione e alla custodia dei castelli di Castiglione del Lago, Monte del Lago – allora Mons Fontegianus – e degli altri fortilizi presenti nel contado. Ciò si rendeva necessario in quanto erano manifeste le intenzioni di Enrico VII di portare il guasto nel Chiugi Perugino – l’area tra il Trasimeno e le Chiane –, nonchè di attaccare Castiglione del Lago e gli altri castelli attorno al Trasimeno. In ragione di tali intenzioni si stabiliva di munire i detti fortilizi a spese della città. I camerari delle singole arti dovevano provvedere al pagamento degli stipendi dei militari di stanza nei fortilizi che ammontavano a 8 soldi di denari giornalieri per ciascuno di essi, per 10 giorni. Da questo periodo in avanti l’insediamento fu sempre indicato come castello. Questo, intorno alla metà del secolo XV, è descritto da Giannantonio Campano che, evidenziando alcune sue caratteristiche – la strada principale molto ampia, il suo essere interamente lastricato, il trovarsi a ridosso del lago ed altre ancora –, ne mette in risalto la bellezza e la pulizia. Il fortilizio era dotato di potenzialità difensive notevoli e questo dato non dovette certo sfuggire a quei ribelli del comune di Perugia che, a più riprese, tentarono di conquistarlo nei secoli XIV e XV. Nella comunità locale, nel 1282, si censirono 58 fuochi, per una popolazione ipotetica che si aggirava sui 300 abitanti che, nel 1410, salì a 331 unità. Durante la dominazione pontificia di Perugia questo insediamento divenne «sede della Camera Apostolica», per quanto concerneva l’amministrazione di quella notevole risorsa economica costituita dal Trasimeno. La possente torre medievale è oggi posta all'interno della Villa Aganoor Pompilj. Altri link suggeriti per approfondimento: https://www.facebook.com/100040613003182/videos/654771451239259?locale=it_IT (video), https://www.youtube.com/watch?v=MJ5e4QvwInU&t=94s (video di Siti Tellers)

Fonte: https://fondoambiente.it/luoghi/monte-del-lago?ldc

Foto: entrambe della mia amica Romina Berretti

venerdì 16 giugno 2023

Il castello di venerdì 16 giugno



NUSCO (AV) - Castello

Dal Catalogus Baronum emerge che, in epoca Normanna, Nusco rientrava nei feudi controllati direttamente dal re (Capite de domino Rege). Nel XIII secolo il feudo passò al dominio imperiale svevo, che lo donò a Tommaso III d'Aquino, il quale fu eletto signore di Nusco; egli sposò, nel 1315, Ilaria De Souz, vedova ed erede del feudo di Filippo di Joinville (primo conte di Sant'Angelo dei Lombardi) e alla morte della moglie Tommaso ereditò i suoi beni. Il feudo passò poi al figlio Nicoluccio. Nel 1401 il re Ladislao I di Napoli prese in consegna il castello di Nusco, così da assicurarsi la sicurezza delle vie di comunicazione tra Campania e Puglia. I feudi di Sant'Angelo e Nusco furono successivamente venduti ai conti Zurolo (o Zurlo), per poi entrare a far parte, nel 1422, del Giustizierato di Principato Ultra. Giovanna II D'Angiò, nel 1427, li diede in feudo ai nobili Zurlo-Marino Caracciolo di Napoli; successivamente, in seguito alla partecipazione della famiglia alla Congiura dei baroni, nel 1461 il castello di Nusco passò di nuovo ai Joinville e, negli anni successivi,ai Brancaccio d'Azzia, ai Carafa, ai Cotugno, ai Cossa, ai Cerasa e, infine, ai Caracciolo, per poi tornare ai Carafa. Negli anni successivi, Francesco Maria Domenico Carafa mise in vendita, a causa dei debiti, i beni di Nusco, Sant'Angelo, Oppido, Carbonara, Monticchio e Lioni; essi furono acquistati da Francesco Gaetani per incarico di Gian Vincenzo Imperiale, anche se l'atto d'acquisto fu diverse volte annullato. Nel 1636, infine, Gian Vincenzo fece acquistare i beni da un prestanome, Landolfo de Aquino e solo dopo il 1675 lo stato di Sant'Angelo, che comprendeva anche Nusco, poté passare ai successori di Imperiale. Il feudo rimase di loro proprietà fino all'emanazione delle leggi eversive della feudalità, avvenuta a partire dal 1806. Tra il 568 ed il 774 si ebbero, a Nusco, vari influssi di popoli stranieri portatori di gravi calamità, dai Saraceni Siciliani a quelli Spagnoli. A causa dei saccheggi subiti, si avvertì una generale esigenza di costruire castelli per fortificare le città e difendere meglio le popolazioni anche nei paesi limitrofi, in particolare a Montella, Baiano, Bagnoli, Montemarano, Castelfranci e Castelvetere, anche con lo scopo di garantire maggiore sicurezza a quello di Nusco, dove si rifugiarono molti signori longobardi del tempo. Il castello fu saccheggiato ed incendiato a seguito dell'adesione alla Repubblica Partenopea da parte del feudatario Giulio Imperiale e della successiva Restaurazione sanfedista (1799-1806). La nobile famiglia Ebreo, che nel 1833 aveva comprato il castello ed i terreni adiacenti, successivamente, lo cedette al Comune di Nusco. Fino al 1908, l'altezza delle mura era ancora quella originaria. Tuttavia, i ripetuti catastrofici terremoti, indussero le autorità a procedere ad una demolizione parziale. La struttura del castello è stata sempre identificata come un polo territoriale che, così come la Cattedrale, è in grado racchiudere i momenti principali della vita civile. Le indagini di scavo sono state funzionali alla descrizione delle successioni stratigrafiche, inerenti alle diverse fasi di vita della costruzione. La pianta si presenta quadrata, circondata da torri angolari e collocata sulla parte più alta della collina (a 914 metri); da questo è possibile dedurre la sua importanza prospettica su tutto il territorio, in particolare durante gli attacchi bellici. La muratura si propone a sacco con elementi litici e malta. All'interno di quest'ultima, negli anni ‘60, fu installata un'antenna RAI che è causa di un notevole impatto visivo, oltre ad essere artefice di radiazioni elettromagnetiche. Essa non è stata l'unica manomissione per il restauro della struttura: sono stati, infatti, realizzati anche una protezione per gli agenti atmosferici, una cisterna per l'accumulo dell'acqua potabile, un percorso pedonale e un sistema di illuminazione scenica. L'attenzione dell'amministrazione comunale locale si è incentrata principalmente sulla riqualificazione ambientale, per rispondere allo stato di degrado e di precarietà. In epoca recente, sono state avviate alcune indagini archeologiche che hanno riguardato principalmente il versante nord-est. Nella trincea 1, sono stati portati in vista tre ambienti. L'ambiente A è di pianta rettangolare e presenta una finestra di forma rettangolare, una scala in muratura e un piano pavimentale. Il pavimento presenta manufatti da tavola risalenti al XV-XVI secolo. Per permettere l'accesso all'ambiente B, realizzato tra il XVII e il XVIII secolo, è stata tagliata la parte est. In esso è situato anche un camino risalente al XIII secolo, mentre il muro è attraversato dalla caditoia a sezione quadrata. Nell'ambiente B I mancano le pareti perimetrali sud ed est, distrutte con molta probabilità durante la costruzione di opere moderne; le pareti nord ed ovest sono, invece, rivestite da un omogeneo strato di intonaco. È qui presente un altro camino, risalente al XIII secolo, di forma trapezoidale, alla cui base esterna si trova un piano in muratura. Nel settore nord-est della trincea sono presenti due aperture munite di feritoie. La pulizia preliminare che ha avuto luogo durante i lavori di scavo ha consentito di individuare la nicchia e la bocca di un forno. Nella trincea 2, sono stati invece individuati 5 ambienti la cui stratigrafia è stata alterata dall'innalzamento delle antenne televisive che ha inevitabilmente intaccato il valore culturale del complesso. Al XIII secolo si fa risalire l'edificazione del muro impiantato su un terreno argilloso e al cui interno, oltre a frammenti di ceramica, vi sono un grande vano e l'ingresso. Il vano presenta varie porte: tra di esse, vi sono quella che garantiva l'accesso alla corte e quella che permetteva il passaggio ai vani interni del castello; una finestra a bocca di lupo è ciò che resta del sistema di illuminazione. Probabilmente relativo al passaggio verso un ambiente adiacente, il piano dei litici resta ancora inesplorato; nella struttura sono presenti delle tracce di bruciato che, molto probabilmente, sono state provocate da dei focolari. I muri perimetrali conservano, infine, rispettivamente quattro fori quadrangolari e simmetrici legati all'alloggiamento delle travi lignee. Oggi gli scavi sono stati interrotti per mettere in sicurezza il muro più esterno. Per quanto concerne i manufatti rinvenuti nel corso degli scavi delle trincee, gli esami delle argille hanno determinato l'individuazione di tre impasti. Tra i reperti dell'unità di scavo 326 va segnalato un frammento di coppa, con decorazioni a tratti bruni e verdi sul bordo, a circonferenza bruna. Altro notabile reperto è un frammento di orlo, dal bordo arrotondato, con decorazioni brune, verdi e blu. I caratteri morfologici, decorativi e tecnologici consentono di datarli tra il XIII e il XIV secolo. Dall'unità di scavo 329 provengono frammenti che rientrano in diverse classi di ceramiche collocabili tra il XIII e il XV secolo. Negli strati risalenti al XX secolo, sono stati rinvenuti numerosi frammenti di ceramica moderna e terraglia. Una ricostruzione ideale del castello di Nusco venne fatta dell'artista G. Giordano, che dipinse un bell'acquerello. Altri link proposti: http://www.castellidirpinia.com/nusco_it.html, http://www.mionusco.it/Castello.htm, https://www.youtube.com/watch?v=3zCQVY-UavE (video di Castelli d'Irpinia)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Nusco, http://www.irpinia.info/sito/towns/nusco/castello.htm

Foto: la prima è presa da https://sworld.co.uk/02/1348/photoalbum/castello-di-nusco...%20-%20Secret%20World, la seconda è presa da https://www.museodeicastelli.it/castelli/nusco-castello-longobardo/

giovedì 15 giugno 2023

Il castello di giovedì 15 giugno



CARLOFORTE (SU) - Torre di San Vittorio

E' un edificio storico di Carloforte, costruito nel 1768 dall’Ingegnere Saverio Belgrano di Famolasco e dedicato a Re Vittorio Amedeo III. Scopo di questo edificio era, ovviamente, quello di essere un avamposto difensivo posto a sud della città, controllando questo lato della costa dell’Isola di San Pietro da possibili invasioni nemiche. Come in gran parte della Sardegna, infatti, anche a Carloforte viva era la necessità di proteggere e difendere le coste, costruendo delle torrette d’avvistamento che fungevano anche da avamposti militari come prima rappresaglia per respingere i nemici invasori. Nel corso del tempo, però, venuta meno questa necessità la Torre venne espropriata dai possedimenti comunali dall’allora Ministero della Pubblica Istruzione che, nel 1898, ne fece una Stazione Astronomica di Latitudine per esplicita richiesta della Commissione Geodetica Internazionale che, per i suoi scopi didattico-scientifici, necessitava di una stazione astronomica posta sul parallelo geografico 39° 08’ di latitudine mediana di Carloforte. Questa scelta portò la Torre di San Vittorio ad essere una delle 5 stazioni internazionali per lo studio della precessione degli equinozi: un ruolo importante ricoperto dalla torre carlofortina, tale da farla conoscere a livello mondiale. Ma nel corso degli anni ’70, ultimato il lavoro di studio e ricerca da parte della rispettiva commissione e degli studiosi di tutto il mondo, la Torre di San Vittorio venne chiusa e riaperta solo il 23 aprile del 2016 come sede del Museo Multimediale di Carloforte (https://www.carloforteturismo.it/attivita/il-museo-multimediale-torre-san-vittorio/). Il complesso, costruito in blocchi di trachite locale, è costituito da una torre centrale, di 12 metri di diametro, a cui si addossano tre torrioni di circonferenza minore, ognuna delle quali presenta delle troniere svasate per artiglieria in casamatta, secondo il "sistema del marchese di Montalambert". La costruzione si sviluppa su tre livelli fuori terra. L'interno è caratterizzato da una volta a botte su asse circolare. Il vano centrale, a pianta circolare, costituisce il collegamento verticale tramite scala a chiocciola in legno e muratura. I tre torrioni, i cui spazi sono in continuità con la parte centrale hanno impalcati piani in legno. La pavimentazione è originale in sassi di fiume o tavelle in laterizio. Nei punti di sovrapposizione tra la struttura centrale e i torrioni addossati, il corridoio anulare si amplifica fino a formare tre ambienti quadrangolari illuminati da una feritoia strombata all'esterno. Altri link di approfondimento: https://www.arketipomagazine.it/nuovo-museo-multimediale-di-carloforte-ci-hit-architects/, https://www.youtube.com/watch?v=n7ZkMsjyZtU&t=13s (video di Stefano Loi).

Fonti: https://www.carlofortesardegna.it/it/articles/402/torre-san-vittorio-di-carloforte.html, https://www.sardegnacultura.it/j/v/253?v=2&c=2488&t=1&s=18338, https://www.nautica.it/torri-costiere-sarde/torre-carloforte-forte-san-vittorio/, https://catalogo.beniculturali.it/detail/SARDEGNA/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/2000226318

Foto: la prima è di shardana13 su http://wikimapia.org/2412270/it/Torre-di-San-Vittorio#/photo/5487152, la seconda è presa da https://www.sardegnacultura.it/j/v/253?v=2&c=2488&t=1&s=18338