venerdì 17 gennaio 2014

Il castello di sabato 18 gennaio






NOVI VELIA (SA) – Castello longobardo-baronale

E’ disposto in una posizione strategica da cui è possibile osservare l’intero territorio del Cilento dal Mar Tirreno del Golfo di Velia alla catena degli Alburni, e, nei giorni senza foschia, anche la costiera amalfitana con i monti Lattari e le sue località abitate, la penisola sorrentina e Capri.
La prima notizia documentata dell'esistenza di Novi si trova in un diploma del 1005 con cui il principe di Salerno Guaimario IV fa dono dei suoi possedimenti a Luca, abate del monastero di Santa Barbara, sito in territorio "de Nobe". I normanni Umfredo e Guglielmo d'Altavilla, che avevano esteso i loro possedimenti nel Cilento, spostarono la curia da Sicignano a Novi e la affidarono a Guglielmo de Magna, ossia de Alemagna, appartenente ad una famiglia di chiare origini germaniche. Al tempo della guerra del Vespro (1298) proseguirono i lavori di costruzione (iniziati nel 1291) del nuovo palazzo feudale iniziato da Guglielmo Marzano, Signore dello Stato di Novi, che sostituì il castello longobardo costruito probabilmente intorno all'XI secolo, e donato ai Celestini assieme al santuario della Vergine del Sacro Monte. Il nuovo castello fu trasformato e fortificato nel 1323 da Tommaso Marzano duca di Sessa, barone di Novi e principe di Rossano, che lo dotò di possenti torri che destarono non pochi sospetti sia nei principi salernitani che in Roberto d'Angiò. Re Carlo II, con suo ordine del 26 ottobre 1297, stabilì di non abbattere e diroccare il nuovo Castello di Novi, come prima era stato ordinato, in quanto questa «nuova Fortezza era veramente propugnacolo assai buono contra nemici e da esso Guglielmo ben munita». Il Palazzo appartenne ai Marzano, assieme alla baronia di Novi, per tutto il periodo del Regno degli Angioini fino al re Ferrante d’Aragona, contro il quale Marino, che ne aveva sposato la sorella, e ultimo successore della potente famiglia dei Marzano, tramava per il ritorno degli Angioini sul trono di Napoli. Marino fu arrestato e imprigionato con la confisca di tutti i suoi possedimenti tra cui la Baronia di Novi con il suo Castello. Il Palazzo assieme alla baronia subì le vicissitudini del Regno di Napoli del periodo rinascimentale; fu venduto prima a De Petrucis, primo ministro del re Ferrante, quindi a Berlangiero Carrafa, maggiordomo del Re Federico d’Aragona e successivamente a Giulia Carrafa, figlia ed erede di Berlangiero, la quale sposò Camillo Pignatelli, Conte di Borrello, che divenne, così Barone di Novi; la Baronia di Novi con il suo castello rimase alla famiglia Pignatelli per tutto il ‘500 fino al ’600. Il castello conobbe il periodo di massimo splendore proprio quando il feudo appartenne ai discendenti di questa famiglia e in particolare al duca Ettore Pignatelli che fu Gran Contestabile e Grande Ammiraglio del Regno di Sicilia. Nel 1660 la Regia Camera della Sommaria ordinò all’ing. Cafaro l’estimo della Baronia di Novi nella quale è riportato che vi «…Si trova una torre quadra alta ed antica supra un poco di relevato del medesimo monte. Serve oggi di Carcere. Sotto il quale è il Palazzo del Barone di Stato nel quale si entra per una porta e si trova il cortile scoverto grande … All’incontro detta porta è quella sala grande che sta al piano del cortile … e a destra due camere grandi all’incontro le quali sono altre camere e una loggia verso ponente e mezzogiorno dalle quali si vede tutta la terra e quasi tutti i suoi casali e buona parte del Cilento. Marina di Castello a mare della Bruca ed altro…». L'ingresso principale è rappresentato da un portale in pietra calcarea locale composto dalla soglia, in cui è possibile individuare bilateralmente i punti di ancoraggio del portone in legno, l’arco sommitale a tutto sesto, a conci cuneiformi terminanti al centro con il concio in sommità (chiave); le estremità dell’arco poggiano lateralmente sui due colonne a conci rettangolari; sulla faccia anteriore dei due conci basali, uno a destra e uno a sinistra sono riportate figure, che ricorrono frequentemente nell'iconografia longobarda. A sinistra la figura richiama probabilmente una fibula, mentre a destra è chiaramente visibile la figura del fiore della vita a otto petali, simile a quello raffigurato alla base della fonte battesimale in pietra della Chiesa parrocchiale di S. Maria dei Lombardi, a riprova della presenza longobarda a Novi, assieme ad altre significative testimonianze. Nel 1682 il castello fu venduto alla famiglia Zattera, che, ottenuto dal Re Carlo III nel 1752 il titolo di marchese, tenne il Feudo di Novi fino alla sua soppressione, avvenuta con i francesi all’inizio dell'Ottocento. Giacomo Zattera lo trasformò in palazzo gentilizio. Nel 1902, gli eredi dell'ultima marchesa Zattera lo vendettero a tre famiglie del luogo che trasformarono completamente il castello in abitazioni.



Il castello di venerdì 17 gennaio






SONNINO (LT) - Torre Antonelli

L’antico castello medioevale, che sorge in Piazza Garibaldi e che rappresenta l’emblema della storia di Sonnino, fu fatto costruire dai signori “De Sompnino” verso la fine del sec. IX. Il Castello "Castellum", diminutivo di "Castrum", situato sulla cima del colle Sant’Angelo, costituì fin dall’inizio una fortificazione per il sistema di difesa. Dominato dall’alta torre di oltre 30 m., a forma cilindrica, interposta nelle mura perimetrali del castello, faceva parte di un vasto sistema di avvistamento e segnalazioni dell’epoca. La torre fu costruita insieme al castello nel punto più alto del predetto colle. Lo spessore delle sue mura è di 3 metri. Ciò che rimane dell’originaria torre è suddiviso in 4 ripiani a cui si accede tramite ripide scalinate. Ogni ripiano è fornito di 4 piccole finestre. All’interno troviamo gli scantinati con le prigioni, i forni e le cisterne (pozzi) che servivano ad assicurare la sopravvivenza in caso di assedio. Inoltre si trovano nicchie, trabocchetti e attrezzi di tortura. La struttura originaria del castello, primitiva abitazione del “DOMUS” (signore) è andata in gran parte distrutta, la torre terminava con un’ampia merlatura. Oggi restano le strutture perimetrali del castello e le stanze del palazzo affrescate, dove abitavano i De Sonnino. Per quando modeste le comodità di tali fortificazioni,  erano destinate a soddisfare le esigenze della vita del signore feudale. Nel primitivo borgo l’ingresso principale del castello era rivolto verso la “Portella”, nel portico che conduce alla chiesa di Sant’Angelo e ancora oggi si possono osservare gli “anconi” di pietra che testimoniano l’antica porta di accesso. Verso il 1450 si cercò di espandere il primitivo nucleo abitato del castello ai fianchi del colle e si svolse la prima circonvallazione chiamata "Via di mezzo", (oggi Via Vittorio Emanuele) caratteristica con archi e portici. Verso il 1500 venne realizzata un’altra circonvallazione, ora  via Giacomo Antonelli, che si svolgeva più ampia dalla porta di Tocco alla Porta Riore. Queste due strade erano messe in comunicazione da 14 vicoli, rapidi percorsi di collegamento. Successivamente furono completate le mura di cinta lunghe 696 mt. che costituiscono il punto più avanzato del sistema difensivo. Le mura, infatti, erano interrotte da 13 torrette semicilindriche, con finestrelle di osservazione, feritoie, camminamenti per la ronda che collegavano le 5 porte di accesso: la Portella, Porta S.Pietro, Porta S.Giovanni, Porta di Tocco e Porta Riore. Le porte venivano aperte al mattino e richiuse la sera. L' 11 ottobre 1369 metà del castello venne acquistata per 2000 fiorini da Onorato I Caetani, che ne divenne anche signore. Successivamente il castello fu abitato fino al 1496 dai Caetani d’Aragona e poi passò Colonna. Altri signori che vi abitarono per brevi periodi furono i Borgia e i Carafa. Gli ultimi proprietari sono stati gli Antonelli e i Talani, che lo chiusero. Della famiglia Antonelli fa parte il Cardinale Giacomo, personaggio di grande rilevanza storica, nato a Sonnino nel 1806, che fu l’ultimo segretario dello stato pontificio. Ebbe grande influenza su papa Pio IX nella riforma liberale da lui condotta, tenendo le fila delle vicende che portarono alla scomparsa dello stato pontificio durante l’unificazione d’Italia.
Fonti: http://www.sonnino.info, http://www.lepinimagazine.it, http://it.wikipedia.org

Foto: dal sito www.laziosud.net e una cartolina d'epoca

mercoledì 15 gennaio 2014

Il castello di giovedì 16 gennaio






PESCHIERA BORROMEO (MI) – Castello Borromeo

Durante il Medioevo la zona di Peschiera era importante per il commercio del sale che risaliva il Lambro e passando per il monastero arrivava a Milano. Non si sa molto della nascita di Peschiera Borromeo, ma un tempo era rigogliosa di corsi d'acqua e laghi (da qui il nome Peschiera), e sul suo territorio erano dislocate diverse cascine come Mirazzano, Biassano, Longhignara, Bettola e San Bovio. La frazione più antica è quella di Mirazzano, dove sorge il castello, prima monastero e successivamente trasformato in residenza estiva dai conti Borromeo. Con la residenza dei Borromeo così lontana dalle mura di Milano, la città fu spesso invasa da altri popoli, come i francesi. Nell'ambito della suddivisione del territorio milanese in pievi, Peschiera apparteneva alla Pieve di Mezzate. In età napoleonica (1809) fu aggregato a Peschiera il comune di Mezzate, e due anni dopo Cassignanica, Foramagno, Pantigliate e Zelo. Tutti i centri recuperarono l'autonomia con la costituzione del Regno Lombardo-Veneto. Nel 1863 Peschiera assunse il nome ufficiale di Peschiera Borromeo. Il castello di Peschiera Borromeo, posizionato al centro di una vasta e fertile pianura agricola ai margini dell'antico nucleo rurale, si presenta con un impianto quadrangolare in laterizi munito di un'unica alta torre di avvistamento quadrata in corrispondenza dell'ingresso principale, in origine dotato di ponte levatoio. I quattro corpi di fabbrica si sviluppano attorno al cortile centrale, e sono protetti ai lati da bassi torrioncini rotondi sporgenti sul fossato, ancor oggi riempito d'acqua ove tutto il complesso si specchia, creando un'atmosfera suggestiva. La presenza, all'esterno, di viali alberati e comode panchine rende l'ambiente nel suo insieme pacifico e molto gradevole, in netto contrasto con il caotico sviluppo della moderna Peschiera. Il castello di Peschiera è il più antico possedimento lombardo dei Borromeo, famiglia originaria di San Miniato in Toscana. I Borromeo, che esercitavano l’arte dei mercanti e dei banchieri, trasferendosi in Lombardia avevano sviluppato le loro attività commerciali e finanziarie anche all’estero tanto che, nel 1435, il Banco Filippo Borromeo & Compagni istituì una filiale a Londra per incrementare i traffici con quella piazza. Nel 1432, Vitaliano Borromeo ottenne dal duca Filippo Maria Visconti che lo teneva in grande stima, il diritto di fortificare Peschiera, facendo costruire il castello nelle forme attuali, su una struttura preesistente. San Carlo Borromeo (1538 - 1584) fu proprietario di Peschiera dal 1562 al 1567, anno in cui vi rinunziò a favore di suo zio Giulio Cesare.  Nell’ultimo ventennio del XVI secolo, il castello di Peschiera fu interamente restaurato da Renato, figlio di Giulio Cesare e fratello di quel Federico che, divenuto cardinale, è ricordato dal Manzoni ne I promessi sposi. Fu Renato ad imprimere all’edificio il suo presente carattere residenziale a discapito di ogni precedente aspetto militaresco. Fu aggiunta una cappella all'interno del cortile. Poi, negli anni tra il 1927 e il 1938, l’edificio fu oggetto di altri lavori, allo scopo di restaurarne l'impianto nel suo insieme. Il castello è tuttora abitato da un ramo della famiglia Borromeo e non è visitabile. Tuttavia, si possono prendere in affitto il vasto parco e alcune sale affrescate per organizzare manifestazioni, ricevimenti e matrimoni. C’è un sito web dedicato al castello http://www.castelloborromeo.it ma, per approfondire l’argomento, consiglio di andare anche qui: http://www.comune.peschieraborromeo.mi.it/ita/73/1/castello.htm
Infine, ho anche trovato il seguente video di renedulac sul web: http://www.youtube.com/watch?v=r_cbkr2VsSs


Foto: da www.comune.peschieraborromeo.mi.it e di Paul Barker Hemings su http://commons.wikimedia.org

martedì 14 gennaio 2014

Il castello di mercoledì 15 gennaio






PALMA DI MONTECHIARO (AG) – Castello Chiaramonte

E’ situato nei dintorni del paese, in prossimità di Marina di Palma e proprio sopra la famosa "Baia delle Sirene"; tra i diversi bei castelli chiaramontani in Sicilia, quello di Palma di Montechiaro è il solo edificato su un costone roccioso a picco sul mare. Realizzato da Federico III di Chiaramonte, Conte di Modica, nel 1353 a difesa delle attività di un caricatore granario, fu di grande importanza nella storia della lotta contro i pirati per la sua posizione strategica. Alla morte del suo successore, il figlio Matteo, Gran Siniscalco del Regno e conte di Modica, per mancanza di prole maschile il castello passò a Manfredi III Chiaramonte, conte di Malta e di Modica, duca delle Gerbe. Dopo la morte di Federico d'Aragona, detto il Semplice, e rimasto vacante il regno per l'assenza dell'unica erede, la regina Maria, l'isola rimase sotto l'amministrazione dei vicari, tra i quali Andrea Chiaramonte, figlio di Manfredi III. Alla venuta, però, dei Martini, come legittimi sovrani del regno, in seguito al matrimonio tra Maria e Martino I il Giovane, figlio del duca di Montblanc, Andrea, accusato di ribellione, fu fatto decapitare nella Piazza Marina di Palermo, dinanzi allo Steri, sontuosa dimora baronale che suo padre aveva fatto costruire. Prima però di farlo decapitare il sovrano aragonese, con un decreto dato ad Alcamo il 4 aprile 1392, affidava al conte d'Agosta il castello, a cui più tardi, con privilegio dato a Catania il 15 febbraio 1395, aggiungeva anche «castra, terras et pheuda Montiscari». Quando però questi si ribellò all'autorità regia il re aragonese lo concesse a Palmerio Caro, in segno di riconoscimento e ricompensa per gli aiuti ricevuti durante i tumulti scoppiati nel Val di Mazara. Da qui la «licentia populandi» per il castello di Montechiaro con permesso di edificare una terra fortificata nel 1433. Il privilegio conteneva pure l'investitura al nobile Caro del titolo di barone con l'obbligo del servizio militare. Sull'esempio di Palmerio, il figlio Giovanni, succeduto alla regia castellania, col suo valore e la sua lealtà nei riguardi di re Alfonso seppe meritarsi, nel 1433, il feudo di Montechiaro ed ebbe concesso il potere di unire al proprio stemma gentilizio (d'azzurro alla palma al naturale) le armi reali d'Aragona (ai quattro pali di rosso in campo d'oro). Sembra che, per cancellare la memoria della famiglia fondatrice, il castello, secondo un'usanza in quel tempo molto comune, abbia subito un mutamento nel nome. Anziché rocca dei Chiaramonte si chiamò rocca di Montechiaro. Dopo vari passaggi il maniero pervenne nel XVII secolo, per linea femminile, alla famiglia Tomasi un cui componente, Carlo Tomasi Caro, ricevette dal re Filippo IV il titolo di duca di Palma. Questi, abbracciata la vita monastica, cedette tutti i suoi beni al fratello Giulio che fu II duca di Palma e I principe di Lampedusa. Il castello rimase di proprietà dei Tomasi fino al 1957, quando si spense Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957), scrittore celebre per il romanzo postumo “Il Gattopardo” nel quale è rappresentata la decadente aristocrazia siciliana del Risorgimento. Successivamente il maniero passò ai marchesi Bilotti Ruggi d'Aragona. Abbandonato al degrado per parecchio tempo, solo nel 1995 il Sindaco, a causa delle disastrose condizioni statiche in cui versava il castello, fece transennare i territori circostanti la fortezza, al fine di impedirne l’accesso ai visitatori. I lavori di ripristino del castello si sono svolti tra il 2002 e il 2003 poiché ritenuto un bene di grande importanza e valore storico. Purtroppo gli interventi eseguiti si sono rivelati inappropriati e discutibili, come la contornatura in mattoni di finestre, l'uso improprio di intonaci e di moderne pavimentazioni in cotto. Sono state modificate le geometrie tipicamente chiaramontane e medievali (finistre o archi ogivali che sono diventate/i incredibilmente quadrate/i, oppure merli che sono stati colmati) e ciò ha portato allo sconvolgimento ed alla perdita d'identità di questo meraviglioso bene architettonico e monumentale. Assai interessante è la leggenda in cui si narra che la statua, sottratta dai vicini abitanti di Agrigento, fu riportata dai palmesi nel castello dopo una lunga e furibonda lotta. Ad avvalorare tale fatto è il nome dato ad un corso d'acqua che da allora fu indicato come il " vallone della battaglia". Ma non basta, nel 1553 la Madonna subì un altro rapimento da parte dei pirati turchi i quali però furono subito costretti a gettarla a mare a causa di un miracoloso aumento del suo peso, cosicché gli abitanti del castello poterono recuperarla. Da qui l’usanza di custodire gelosamente la Madonna affinché non venga mai più sottratta alla sua gente e poiché ogni anno essa viene trasferita per un mese nella cattedrale di Palma, durante il rituale trasporto è seguita da numerosi spari di mortaretti, forse in memoria dello scontro cruento con gli Agrigentini. Il complesso fortificato presenta un impianto planimetrico articolato, con corte e torre maestra. Vi si accede dal lato sud, attraverso una stradella acciottolata in salita dalla quale si giunge, superato il portone d'ingresso, nella corte interna. La torre mastra è a pianta romboidale e presenta due livelli; la terrazza mostra ancora merlature di tipo guelfo. Il corpo di fabbrica di pianta rettangolare posto a nord-est è costituito da un piano terra adibito a cappella e da un piano sottostante. All'interno della cappella è custodita la statua della Madonna di Montechiaro che il Caputo attribuisce ad Antonello Gagini, artista palermitano vissuto fra il 1478 e il 1536. Ecco un link dove trovare diverse foto del castello di Palma: http://www.bandw.it/gallery%20foto/castelli/Castello%20di%20Montechiaro/album/index.html

Fonti: http://www.comune.palmadimontechiaro.ag.it, scheda Compilata dal Dott. Andrea Orlando su http://www.icastelli.it, http://it.wikipedia.org, http://www.esplorasicilia.com, http://www.bandw.it, articolo di Vita Russo su http://www.mondimedievali.net/ 

Foto: da http://www.esplorasicilia.com

Il castello di martedì 14 gennaio






RECALE (CE) - Villa Porfidia

Le origini di Villa Porfidia, localmente nota come “Torre”, in primis “Real Castello Borbonico”, si fanno risalire alla fine del ‘700. In effetti si tratta più di un palazzo-roccaforte che residenza estiva della famiglia reale, legato alla particolare ubicazione territoriale del primitivo nucleo abitato di Recale, nei pressi dell’importante consolare Appia antica. Per circa un secolo la Torre fu dominio dei Borboni, finché nel 1860 passò al duca Guevara di Bovino; in tale periodo quadri, sculture marmoree, mobilio e suppellettili di gran pregio artistico furono trasferiti in uno dei palazzi Foglia a Marcianise. I Guevara abitavano il palazzo nei periodi in cui la corte napoletana si trasferiva alla Reggia di Caserta. Nel 1781, per decreto di Ferdinando IV di Borbone, la nobile famiglia ebbe la possibilità di sfruttare a titolo gratuito una derivazione dell’Acquedotto Carolino. L’acqua, raccolta in una cisterna ancora visibile nel giardino in prossimità del muro di cinta, serviva ad alimentare i numerosi giochi d’acqua della villa. Solo nel 1936 l’interessante palazzo fu venduto alla famiglia Porfidia di Recale, ancora oggi proprietaria. La villa, ubicata ai margini orientali del nucleo abitato, conserva tuttora una certa autonomia rispetto ad esso, essendo nella quasi totalità circondata dalla fiorente campagna recalese. Il corpo di fabbrica principale, dominato da una poderosa torre angolare (costruzione preesistente), si affaccia sull’irregolare Piazza della Repubblica, dove si eleva altresì un’interessante chiesa del 1583 affiancata da un’esile campanile. Il palazzo, dotato di un vasto parco, occupa una superficie di oltre 20.000 mq., articolandosi in un corpo piuttosto compatto a corte interna; qui, androni, porticati, loggiati ed ampie vetrate, definendo la spazialità del complesso, offrono suggestivi scorci prospettici. Dall’ingresso principale si accede all’ampia corte interna sulla quale fa bella mostra di sé la grande vetrata dello scalone principale, attraverso il quale si giunge al piano nobile: un susseguirsi di vaste sale affiancate da locali di servizio, dove ben poco rimane delle pregevoli decorazioni e suppellettili che ne facevano una residenza regale. Di particolare interesse sono i decori di alcune sale, realizzati sia ad affresco sia con la tecnica dei papier paint (letteralmente carte dipinte). Alla severa imponenza della struttura architettonica fa riscontro un esteso parco pensile, in cui interessanti gruppi marmorei ed alcune fontane (che riproducono in miniatura quelle della vicina Reggia vanvitelliana), fondendosi con le numerose essenze arboree del giardino all’italiana (tra cui un antico bosco di lecci, esemplari di Taxus baccata, di Cinnamomun camphora, di Magnolia grandiflora e di molte specie di Camelia) creano suggestive scenografie naturali. Accanto al giardino all’italiana, parallelamente al viale centrale, è situato il “viale degli ombrellini”, che costituisce l’elemento più caratterizzante del giardino e uno dei più significativi esempi di arte topiaria settecentesca: un viale di 75 metri, ai cui lati trenta panchine in pietra vesuviana sono circondate da siepi  di bosso, modellate in modo da formare la spalliera e i braccioli e sono sormontate da altre piante di bosso potate a forma di ombrellini. In facciata, al verticalismo della poderosa torre merlata, si oppone il corpo orizzontale dell’edificio principale prospettante sulla piazza. Un finto bugnato a liste caratterizza il corpo inferiore della fabbrica, interrotto solo dal portale d’ingresso ad arco ribassato, blasonato in chiave; sul cordoncino di coronamento della superficie a bugne si aprono finestroni quadrati protetti da aggettanti elementi ad arco, che sorreggono gli eleganti balconi del piano superiore. Al primo piano sei grandi aperture adorne di cornici e sormontate da timpani triangolari scandiscono la semplice facciata conclusa dal cornicione. Meno rappresentativa la facciata laterale, priva di qualsiasi ornamento, in cui si aprono le finestre di tre livelli: il piano terra, l’ammezzato, il piano nobile. Negli ultimi anni sono state promosse attività volte a favorire la conoscenza del giardino attraverso l’apertura al pubblico con visite guidate su prenotazione. Alcune foto del pregevole palazzo sono disponibili al seguente link: http://www.comune.recale.ce.it/index.php?option=com_phocagallery&view=category&id=6:villa-porfidia&Itemid=131


lunedì 13 gennaio 2014

Il castello di lunedì 13 gennaio







VARANO DE’ MELEGARI (PR) – Castello Pallavicino

Situato a circa 30 km da Parma, all'imbocco della vallata del Ceno, costituisce uno degli esempi più avanzati dell’architettura militare quattrocentesca, impegnata ad adattare alle nuove esigenze belliche i vecchi schemi difensivi. Le vicende storiche del borgo di Varano sono inscindibili da quelle del castello, che venne costruito nel XV secolo a presidio della valle. Dal VI sec. d.C. nella zona si insediarono i Longobardi. In quest’epoca sorsero diversi monasteri, come quello di Careno, e numerosi castelli nelle frazioni di Riviano, Serravalle, Montesalso, Vianino, Fosio e Castelcorniglio. A partire dal XI secolo il territorio di Varano divenne luogo di transito per i pellegrini in viaggio verso Roma, che non disdegnavano di visitare le pievi locali. La potente famiglia dei Pallavicino, di origine longobarda, governò sul territorio dall’XI al XVIII secolo. I Pallavicino avevano vasti domini feudali che si estendevano dal Po all’Appennino: quasi uno stato autonomo. Accanto al potere feudale esisteva però, tra il 1500 e il 1700, anche un sistema comunale, retto da consoli (attestati nei documenti fin dal 1100), deputati, sindaci e altre cariche minori ricoperte dai capi famiglia, che avevano il compito di governare la comunità rurale e rappresentarla di fronte ai feudatari. Tra il 1405 e il 1452 Varano passò sotto il dominio dei Visconti di Milano, per essere poi riconquistata da Rolando Pallavicino detto “Il Magnifico”, personaggio chiave nella complessa e contraddittoria vicenda parmigiana nella prima metà del XV secolo. Coinvolto, con i Rossi e i Terzi, nello scontro fra le fazioni per il controllo dei passaggi strategici del Po, della viabilità sulla via Emilia e della zona delle saline di Salsomaggiore, Rolando Pallavicino, noto anche per aver imprigionato e derubato il legato pontificio Branda Castiglioni nel 1410, svolse numerose imprese militari e diplomatiche per i duchi Visconti di Milano, in un'epoca che vide la massima estensione territoriale dei possessi del casato milanese. Con la morte di Rolando nel 1457 si ebbe lo smembramento in più signorie dello stato pallavicino e la sottomissione del casato alla volontà dei duchi di Milano. Nel 1526, alla morte di Bernardino Pallavicino, il territorio di Varano e il suo castello furono divisi tra due dei suoi figli: Pallavicino e Gian Francesco; dopo di allora il feudo fu suddiviso, non senza molte liti, tra gli eredi di questi. Lo Stato dei Pallavicino venne soppresso dai Farnese nel 1588 e i loro possedimenti inglobati nello Stato Farnesiano. I Pallavicino, però, continuarono a mantenere redditizi possedimenti nella zona e ad esercitare privilegi feudali fino alla metà del Settecento, emanando leggi, amministrando la giustizia e nominando podestà, pretori e notai. Nel 1766 si registra una rivolta degli abitanti di Varano contro il podestà nominato dal marchese Uberto Pallavicino, accusato di disonestà e abusi. Le origini del castello sono misteriose: nasce probabilmente su fortificazioni d’età romana, ma viene nominato per la prima volta in un documento del 1087 come lascito a Uberto Pallavicino. La sua struttura rispetta l’andamento impervio del terreno, in quanto le sue mura sono abbarbicate alla roccia, su uno scoglio di arenaria a strapiombo sul Ceno, per garantire maggior solidità all’edificio. La fortezza aveva un’importante funzione di controllo sulla valle del Ceno e sulle vie che portavano in Liguria e in Toscana. La struttura originaria della costruzione era costituita dal mastio o dongione, un torrione angolare impostato su un’alta base scarpata, situato a nord, con piombatoie a strapiombo e merlatura ghibellina (oggi non più visibile), che serviva da difesa laterale alla cinta muraria che racchiude il cortile. Il dongione di Varano in un primo tempo era collegato al resto della struttura da un ponte levatoio, e circondato da un fossato naturale ricavato dalle acque del vicino rio Boccolo. Solo in un secondo momento il mastio è stato assemblato al resto dell’edificio, come è possibile vedere dal muro del cortile interno. Al piano terra c’era la prigione comunicante, tramite una scala, con la sala del tribunale (posta al 1° piano) dove venivano istruiti i processi ed eseguite le sentenze. Al 2° piano c’era la camera da letto del feudatario, che esercitava il suo potere nei confronti degli abitanti dei dintorni, tenuti a prestare servizi di guardia e sottoposti alle corvée. Infine, al piano superiore c'era la stanza dei servi che serviva anche da granaio. L’intera struttura era collegata al castello attraverso un ponte levatoio che, una volta alzato, lo isolava completamente. Nel castello di Varano fu rinchiuso tra 1442 e 1443 Annibale I Bentivoglio per ordine del condottiero Niccolò Piccinino che all'epoca teneva Bologna; il Bentivoglio venne poi liberato da Galeazzo Marescotti (il quale lasciò nella sua Cronica memoria di quest'avventura) con cui riconquistò Bologna cacciando i presidi milanesi ed instaurando un governo oligarchico in città. Nel 1452, dopo la riconquista del feudo da parte di Rolando il Magnifico, il castello tornò stabilmente sotto il possesso dei Pallavicino e assunse l'assetto attuale - probabilmente condizionato dai Visconti durante il loro dominio (1405-52) - che lo differenzia dagli altri castelli parmigiani del Quattrocento per molti aspetti, e tra questi: le quattro torri non angolari, la facciata di sud-ovest con le tre torri allineate, il portale d'accesso che si apre su un fianco della torre, con una soluzione certamente insolita ma tatticamente molto efficace. La presenza di una torre di troppo sul fronte può essere motivata con l’esigenza di proteggere l’ingresso, posto proprio nella torre centrale, defilato sul lato sinistro, così da rendere impossibile l’utilizzo di arieti o altre macchine di sfondamento. Anticamente di fronte all’ingresso vi era la chiesetta di corte, di cui sono ancora visibili (dai camminamenti di ronda) finestre e aperture, coperta da un tetto a capanna. Nel 1805 i Levacher subentrarono ai Pallavicino nella proprietà del castello, e la conservarono fino al 1965. L'attuale struttura fortificata, a pianta rettangolare, conserva ancora l'assetto quattrocentesco con beccatelli sporgenti e scarpa basamentale. Le strutture interne dell'edificio mostrano invece ripetuti interventi di ristrutturazione e adeguamento attuati a partire dal XVIII secolo, con la creazione dello scalone ad opera di Alessandro Pallavicino nel 1715, fino al XX secolo, con la parziale trasformazione operata nel primo dopoguerra dalla famiglia Levacher. Il maniero, acquistato dal Comune di Varano Melegari nel 2001, è stato sottoposto, con ingenti sforzi economici, ad opere di recupero e restauro. Oggi ospita una mostra permanente di soldatini di piombo e la biblioteca comunale ed è sede dei più importanti eventi che riguardano la comunità (organizzati dalla Nausica Opera International). Ecco un interessante video sul castello, presente in rete: http://www.youtube.com/watch?v=NBT6r6M8wFw

Foto: da www.cmtaroceno.pr.it e di daniela1946 su http://rete.comuni-italiani.it. Infine, terza immagine, una cartolina della mia collezione.

sabato 11 gennaio 2014

Il castello di domenica 12 gennaio







LAS PLASSAS (VS) – Castello di Marmilla

Il paese di Las Plassas faceva parte di un antico feudo appartenuto alla famiglia Zapata, signori e conti di Barajas, di origine aragonese, che trasformarono in Baronia di Las Plassas. Don Açor II Zapata Montpalau, primo barone di Las Plassas, maggiore del porto di Iglesias, alcalde del castello di Cagliari, cavaliere di Calatrava, ambasciatore dello Stamento Militare al re Filippo II nel 1560, ebbe il possesso feudale della baronia di Las Plassas, e delle ville annesse (Barumini e Villanovafranca), da Pietro de Ruppebertino, con diploma di Carlo V firmato a Ratisbona il 6 maggio 1541 (Archivio di Casa Zapata, d.f.1). La baronia comprendeva il castello, i cui ruderi sono ancora oggi visibili, e le ville annesse: Barumini, dove sorge oggi il Museo Zapata, e Villanovafranca. Da allora la famiglia (che si era altresì imparentata con gli Ingarao ed aveva assunto il nome del paese come predicato nobiliare, divenendo Ingarao Zapata di Las Plassas) ha dimorato in Sardegna fino alla fine del secolo XX. Il castello, detto anche di Marmilla, che ha dato il nome al territorio circostante, svetta da una collina conica a forma di mammella "Mramidda" in lingua sarda (274 m s.l.m.). Venne edificato intorno all'anno 1100 sui resti di un nuraghe, come roccaforte di confine per il controllo del territorio nel Giudicato d’Arborea. Insieme al castello di Arcuentu, presso Guspini, e a quello di Monreale, presso Sardara, costituiva la linea fortificata di confine con il regno di Cagliari. Citato in un documento del 1164, il castello di Marmilla ebbe alterne vicende e diversi padroni, a partire da Barisone I di Lacon-Serra d'Arborea, per passare poi fino al 1192 in mano ligure. Per tutto il XIII secolo la fortificazione fu inserita nei domini del regno d'Arborea, per poi finire nuovamente in mani straniere, più precisamente ai pisani; a partire dal 1324 il castello fu conteso tra gli arborensi e gli aragonesi, entrando a far parte dei domini di questi ultimi con la sconfitta definitiva degli isolani. Ciò che resta dell’edificio denota una serie di fasi costruttive. Una vasta cinta di mura delimita la fortificazione di circa 550 mq: all'interno vi sono i resti di una cisterna e di due torri, di cui una a N (tre lati) e una a S, in prossimità dell'entrata. Il perimetro della fortezza appariva come una nave con prua e cassero. La struttura è realizzata con cantoni di arenaria tagliati con precisione; alla base della torre settentrionale sono state utilizzate pietre bugnate, il cui impiego denota attenzione per lo sgocciolamento dell’acqua piovana, che evitava con questa tecnica di rimanere negli interstizi di giunzione. La cisterna, collocata al di sotto del piano di calpestio, è scavata nella roccia e rivestita di cantoni di arenaria; una seconda cisterna è situata esternamente al paramento murario, vicino al lato settentrionale della fortificazione. Nei depositi comunali è conservato un capitello già reimpiegato nelle murature del castello, con due teste umane schematiche fra tralci vegetali, forse appartenente a una chiesa romanica del XIII secolo. Per raggiungere il castello di Marmilla, uno dei più pittoreschi e affascinanti in Sardegna, si lascia la SS 131 prima di Sanluri, imboccando la 197 e superato il bivio per Furtei, sulla destra, si percorrono pochi chilometri. La vita quotidiana nel castello, la sua storia, e l’economia fra il XIV e il XV secolo possono essere rivissuti grazie al Museo del castello Las Plassas, ospitato nel paese in una casa campidanese del XIX secolo.

E un interessantissimo video: http://www.youtube.com/watch?v=H1-h2jyFW5k