domenica 6 aprile 2014

Il castello di domenica 6 aprile






SARACENA (CS) – Castello Baronale

Il Castello di Saracena non esiste: è stato demolito tra il 1931 e il 1971. La storia della demolizione si trova documentata nell'archivio della Sovrintendenza per i Beni Ambientali, Artistici e Storici per la Calabria. Abbiamo un'immagine del castello in stampa di G.B. Pacichelli contenuta nel "Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodici province", Napoli, 1703. Ci sono alcune fotografie dei primi decenni del secolo in cui appare già molto deteriorato e fatiscente. Un castello sul Garga di cui non si fa il nome, ma che corrisponde senza dubbio a Saracena, venne scelto come luogo di incontro tra Roberto il Guiscardo ed il nipote ribelle Abelardo circa nel 1073. Il Feudo di Saracena, valutato quarantamila ducati, appartenne ai Duchi di S. Marco e poi ai Principi di Bisignano. Alla fine del 1600 fu acquistato all’asta pubblica, per 45.000 ducati, dal duca Laurenzana Gaetani, il quale, intorno al 1613, lo cedette ai Signori Pescara di Diano. Dopo la morte del duca Pescara, avvenuta nel 1515, il Feudo di Saracena passò sotto il dominio dei Principi Spinelli di Scalea, cui rimase fino al 1806. Ma, il 14 agosto di quello stesso anno, per volere di Napoleone Bonaparte, fu emanata la legge eversiva della feudalità, con la quale questa veniva abolita. I suoi feudatari abitarono il maestoso castello fino al XIII secolo. Edificato nel punto migliore del paese, abbracciava con la sua imponenza un ampio scorcio paesaggistico: le rive marine da quelle di Cerchiara fino a Capo dell’Alice, le montagne della Sila, la Valle di Cosenza e tutti i paesi che vi stanno intorno. Questo castello vasto e maestoso, originariamente dimora di illustri personaggi, conteneva sale lussuosissime ricche di preziosi addobbi. Il maniero era munito di grandiose torri , con scale ben delineate. Aveva due ingressi che portavano in uno spzioso cortile contiguo ad una grandissima stalla, ad un magazzino di vettovaglie ed ai locali per il bucato, per la neve e per il gallinaio. Nel medesimo cortile vi erano locali per selleria, la biancheria, la legna, il magazzino per l'olio, canitne piccole e grandi con trentasei botti e mille e duecento barili. Vi erano sale e saloni, anticamere, corridoi, alcove e retrocamere, logge, balconi, gallerie ed un belvedere, cucine e dispense, palombiere, ancora camere e camerini, stanze e stanzoni. Infine poco distante dal palazzo, doveva trovarsi un bellissimo giardino caratterizzato da bei viali in una buona simmetria, completo di vasca con pesci. L’edificio in seguito fu soggetto a devastazione, le mura e le torri furono distrutte e per poco compenso ne furono vendute le pietre, i mattoni e le travi. Un certo Leone Rotondaro acquistò l’intero edificio che fu restaurato ed adibito ad abitazione. Un manoscritto rinvenuto all’interno dello stesso castello ci fornisce notizie dettagliate sulla storia di quest’ultimo. Il documento testimonia che il castello, di antichissima costruzione, era munito di torri e di molte uscite sotterranee ed era chiamato “Castello di Sestio” perché difendeva la città. Nel X secolo d.c. la città di Sestio, occupata dai Saraceni, fu presa dai Bizantini (inviata dall’Imperatore d’Oriente) che distrussero la città. Gli abitanti che riuscirono a sfuggire all’assalto si rifugiarono ai piedi del castello e intorno ad esso costruirono case; nacque così un piccolo paese chiamato “Saracina” in onore della donna saracina regnante sulla città, sfuggita miracolosamente all'eccidio avvolta in un lenzuolo. Questo paese fu fortificato, da mura e si fecero quattro porte con le torri, simili a quelle del castello per difendere il paese dagli assalti dei nemici. Anton Sanseverino alla fine dell’anno mille fece costruire il braccio che corrisponde all’attuale parrocchia di San Leone.

Foto: entrambe d’epoca, prese dal sito http://www.mondimedievali.net

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