venerdì 6 giugno 2014

Il castello di venerdì 6 giugno






CERIGNALE (PC) – Castello Malaspina di Cariseto

Data l’inattendibilità dei documenti datati 972 e 1143 (nei quali il castrum de Carexeto risulta di pertinenza del Monastero di San Colombano di Bobbio) considerati dagli storici dei falsi, per avere notizie certe del castello occorre arrivare al 1052 quando l’imperatore Enrico III di Franconia lo concesse in feudo al Monastero di San Paolo di Mezzano-Scotti. Un secolo più tardi, precisamente nel 1164, l'allora imperatore Federico I Barbarossa attribuì ad Obizzo Malaspina (appartenente alla potente casata degli Obertenghi) i diritti feudali su vasti territori a cavallo tra le valli Aveto, Staffora, Taro, Trebbia e Nure, tra cui Cariseto. E' probabile che lo stesso Barbarossa sia transitato da Cariseto nel 1167, quando dovette rinunciare ad una campagna nel Sud d'Italia a causa della peste che aveva falcidiato le sue truppe e, sulla via del ritorno per la Germania, trovato sbarrata dai Pontremolesi ostili la strada di Monte Bardone, si affidò al Malaspina che gli propose seduta stante un cammino alternativo, su per i monti dell’Appennino e per le valli traverse del Taro, del Ceno, dell’Aveto, del Trebbia per riparare infine nella fidata Pavia aggirando le insidie nemiche. Ma lo avvertì pure che la via sarebbe stata malagevole,  con pochi rifornimenti e nessun agio salvo il fatto di restare sempre in terre proprie, dentro il grande feudo di famiglia. Il Barbarossa, avvezzo alle fatiche, vide di buon grado l’idea temendo tuttavia per la regina, Beatrice di Borgogna, meno abituata a così forti disagi. E il viaggio fu duro, durissimo. Lo stesso imperatore, colpito dallo stato selvaggio dei luoghi, chiese più volte al Malaspina di cosa vivesse la gente in simili posti ricevendo sempre la stessa risposta: «… togliendo agli altri, Sire». Alla fine – il 12 settembre 1167 - riuscì con i pochi soldati rimasti e con il resto della corte a riparare a Pavia, ma le traversie sopportate in quel viaggio rimasero scolpite nella sua mente. L’Imperatore, percorrendo parte della strada del Cifalco che passava per Orezzoli, Cariseto, Oneto, Ponte Organasco, Pregala, fu probabilmente ospite per motivi logistici, sia pure per brevissimo tempo, nei castelli di Oramala e di Cariseto. Da un documento datato 27 Dicembre del 1167, conservato presso l’Archivio Capitolare di S. Antonino, risulta che Piacenza obbligò il marchese Obizzo e suo figlio Morello ad aderire alla Lega Lombarda ed a cedere al Comune i castelli di Cariseto, Croce, Pietra Corva e Oramala. L’ulteriore citazione del fortilizio in una bolla del 1195 di papa Celestino V a favore del Monastero di Mezzano, dimostra l’intreccio degli interessi dell’Abbazia con la giurisdizione obertenga della Val d’Aveto. In seguito, Cariseto appare in un privilegio del 1220 dell’imperatore Federico II di Svevia. Successivamente, per motivi sino ad ora non accertati, ma forse legati a garanzie ed a prestiti, Cariseto passò ai Da Mileto –poi Della Cella-, feudatari dell’Alta Val d’Aveto dai quali, in virtù della permuta del 1251, tornò ai Malaspina. Nella divisione fra i vari rami della Casata, avvenuta nel 1266, il castello toccò ai Malaspina di Mulazzo e, per la spartizione avvenuta verso la metà del XV secolo, ne divenne proprietario il marchese Antonio II; nel 1478, al tempo della “ Congiura dei Pazzi” nella rocca si “teneva fedele” al duca di Milano il marchese Pietro. Un gravissimo episodio di violenza si verificò nel 1535 quando il marchese Morello Malaspina di Pregala, cacciato dai feudi paterni che gli erano stati confiscati, si portò nel Castello di Cariseto, allora di proprietà di Antonio Malaspina supplicando il congiunto di ospitarlo e difenderlo dai suoi nemici. Ma, una volta in salvo, contro ogni legge di riconoscenza ed ospitalità, si accordò con certi banditi della Val Nure ed ordì un colpo di mano contro il castello. Il marchese Antonio fu tenuto prigioniero per due mesi, durante i quali i ribaldi commisero violenze e soprusi. Morello inoltre s’impadronì di quanto si trovava nel fortilizio: 1500 staia di frumento, vasi d’argento, biancheria, denaro, cavalli, il tutto per un valore di seimila scudi; imprigionò e torturò i vassalli del marchese Antonio e ne trattenne parecchi a lungo nelle prigioni del castello. L’usurpatore venne poi scacciato da Cariseto, ma il marchese Antonio, che, una volta liberato, si era trasferito a Piacenza, era già morto nel 1536 senza lasciare eredi legittimi; pertanto il feudo ed il castello passarono ad altri Malaspina di Mulazzo, suoi parenti, i quali l’undici giugno del 1540 li vendettero a Gian Luigi Fieschi per la somma di 9633 scudi d’oro. Sette anni dopo, a Genova, avvenne la famosa congiura che dai Fieschi prende il nome, in cui fu tentato un colpo di mano per assassinare Andrea Doria e prendere il potere a Genova ma la congiura fallì sul nascere a causa dell'improvvisa morte del capofamiglia Gian Luigi (annegato nel porto per essere caduto in acqua dalla sua nave con indosso l'armatura), e subito scattò la vendetta dei Doria. Tra gli alleati della fazione figuravano alcuni uomini di Cariseto il cui castello, difeso da Gerolomo Riesci, fu l’ultimo a cadere nelle mani delle truppe genovesi. I membri più in vista della famiglia Fieschi fuggirono in Francia, mentre partiva una feroce caccia all'uomo contro i feudatari minori. Il castello di Cariseto, posto sotto assedio dagli uomini dei Doria, resistette a lungo, prima di subire danni gravissimi a causa dei ripetuti colpi inflitti dalle bombarde nemiche, situate nella località detta “il poggio”. I difensori superstiti, ad un certo punto, vedendo che non era più possibile resistere data la preponderanza del nemico, di notte, attraverso una galleria sotterranea che usciva in mezzo ai boschi, abbandonarono il fortilizio e, guidati dal piacentino Gian Francesco Nielli, confidente del duca Pier Luigi Farnese, nemico dei Doria, si portarono in salvo nello Stato Farnesiano al di là dell’Aveto. Gli assedianti, che non si erano accorti della fuga della guarnigione, continuarono il bombardamento fino alla quasi totale distruzione delle torri e delle mura. Quando per decreto imperiale i feudi confiscati passarono ai Doria anche Cariseto entrò a far parte del territorio di quei principi ai quali rimase sino all’abolizione della feudalità avvenuta nel 1797. Abbandonato in seguito ai danni subiti nell'assedio, il castello non venne più ricostruito. La possente costruzione è oggi un rudere, sebbene lasci intuire tutta l'imponenza che doveva caratterizzarla quand'era integra. Edificato direttamente su un solido sperone roccioso, il fortilizio è tutt'uno con la montagna, e di sicuro nei secoli passati doveva incutere un certo timore in chi si avvicinasse al borgo da fondovalle. Quel che resta oggi della struttura, devastata dalle bombarde dei Doria nel 1547 e parzialmente restaurata in tempi recenti per evitare il crollo delle parti più instabili, è il robusto muraglione di cinta, retto da bastioni di rinforzo, che conserva le sottili feritoie orizzontali usate come bocche da fuoco dai difensori della guarnigione. Ai lati rimane traccia delle torri rotonde, presumibilmente rafforzate da bastioni alla base, mentre all'interno è integra la piccola piazza d'armi, e si possono facilmente indovinare le tracce di alcune camere. Una comoda passerella di legno con ringhiera permette l'accesso all'ambiente interno alle mura. Non v'è traccia del tetto, crollato e successivamnete sgomberato insieme con il resto delle macerie delle murature interne. Vi è la leggenda del ritrovamento di una gallina e di 12 pulcini d'oro conservati al Museo di Monza. Ecco un video dove si può ammirare anche questo castello: http://www.youtube.com/watch?v=fgrxqUmIKAA


Foto: di Davide Papalini su http://commons.wikimedia.org e da www.vacanzeitinerari.it



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