martedì 7 aprile 2020

Il castello di martedì 7 aprile



SALUZZO (CN) - Castello Marchesi di Saluzzo (o La Castiglia)

La Castiglia fu la residenza fortificata dei Marchesi di Saluzzo, dinastia secolare che giunse a contendere ai Savoia il dominio del Piemonte. Edificato inizialmente come roccaforte dal marchese Tommaso I tra il 1271 e il 1286 insieme al primo sistema di mura cittadine per sostituire l'antico Castel Soprano, il castello venne ampliato nel corso dei secoli, dotandolo nel tempo di ben quattro torri, bastioni, ponte levatoio e fossato. L'appellativo Castiglia derivava forse dal fatto che nel luogo esisteva un certo numero di fortificazioni: castella, parola latina con il significato di castelli. L'ubicazione sul punto più alto del paese assicurava la ricerca di riservatezza da parte della famiglia reggente che, in ogni caso, poteva vigilare in modo esauriente su tutto ciò che succedeva nella parte bassa. Nel corso del XV secolo, a seguito di un favorevole periodo di pace e prosperità, fu trasformato in dimora signorile dal marchese Tommaso III e dal nipote Ludovico II (1475-1504). In particolare quest'ultimo nel 1492, in occasione del suo secondo matrimonio con la francese Margherita di Foix-Candale (1473-1536), in suo onore, prima che arrivasse in città, ordinò l'erezione del massiccio torrione rotondo, sopravvissuto fino ad oggi, e fece affrescare le stanze di rappresentanza come si confaceva a una dimora signorile del Cinquecento (tali opere non esistono più). Dopo la morte del consorte, Margherita, attraverso l'avvicendamento al potere di quattro suoi figli (Michele Antonio, Giovanni Ludovico, Francesco e Gabriele, ultimo marchese), esercitò un ruolo determinante sugli affari del piccolo Stato. Si trasferì, tuttavia, dalla Castiglia al castello di Revello che diventò la sua residenza preferita. Nella seconda metà del Cinquecento, estinta la dinastia marchionale, il territorio saluzzese fu annesso a regno di Francia e, nel 1601, al ducato di Savoia. Iniziò per la Castiglia un periodo di inarrestabile decadenza durata fino ai giorni nostri. Fu variamente adibita a sede del presidio militare francese, poi sabaudo, ad abitazione di personalità governative, a ricovero per malati ed, infine, a temuto carcere fino al 1992. A partire dal 1825, da abbandonata rovina romantica decantata da artisti e poeti, venne riconvertito a carcere, funzione che conservò fino al 1992. I lavori necessari all'adattamento alle nuove esigenze comportarono una radicale trasformazione della struttura, con la distruzione di molte decorazioni originali. Dal 2002 l'agenzia del demanio l'ha concessa in comodato al comune di Saluzzo che ha intrapreso un'impegnativa opera di restauro finalizzato a un pieno riutilizzo culturale e sociale. Dove sorgevano gli antichi bastioni vi è ora un'ampia area verde atta ad ospitare spettacoli ed eventi culturali all'aperto. Il vecchio percorso di ronda dell'ex carcere lungo la cinta muraria consente invece di percepire la Castiglia nella sua interezza. Vi ha sede l'archivio storico comunale. Dal 2014 la Castiglia è sede di due musei: il Museo della Civiltà Cavalleresca, al terzo piano della manica ottocentesca, e il Museo della memoria carceraria (primo museo italiano interamente dedicato alla storia del carcere nell'età moderna), nelle antiche celle di isolamento al piano seminterrato. La Castiglia dal 2009 è “Luogo del Contemporaneo”, ospitando la Collezione di Arte Contemporanea dell'Istituto Garuzzo per le Arti Visive - IGAV, con circa 100 opere concesse in comodato d'uso dagli artisti e dai galleristi, per offrire uno spaccato rappresentativo della scena artistica attuale. L’Istituto Garuzzo per le Arti Visive – IGAV, e si impegna costantemente ad approfondire tematiche relative al contemporaneo organizzando mostre temporanee, incontri, convegni e altre iniziative culturali. La rocca, inserita nel sistema storico-museale dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte, domina tuttora il panorama della cittadina. La salita al castello, antico sito commerciale, poi sede del potere civile e marchesale del borgo trecentesco, conduceva alla fortezza, ed era caratterizzata da una teoria di dimore gentilizie e dal palazzetto della Zecca (probabilmente un deposito, giacché l'officina monetaria del marchesato si trovava a Carmagnola). Davanti al torrione circolare e al portale d'ingresso fu collocata nel Settecento la fontana della Drancia, realizzata nel 1481. Nei primi anni dell'Ottocento la Castiglia era soltanto un castello abbandonato, riprodotto su stampe e disegni di alcuni artisti. Si procedette all'abbattimento e a drastiche modifiche di importanti sue parti, furono devastate le pitture quattrocentesche. Per avere un'idea di come fosse in origine, esternamente ed internamente, è opportuno ammirare le litografie che lo rappresentano o leggere il capitolo in cui lo descrive lo scrittore Delfino Muletti nella sua monumentale opera sulla storia del marchesato. Altri link suggeriti: https://www.coopculture.it/heritage.cfm?id=95, https://www.museodellamemoriacarceraria.it/castiglia/mappa-virtuale/, https://www.youtube.com/watch?v=Lmq5OvJq5zM (video di yourcp), http://www.piemonteis.org/?p=3520, https://www.youtube.com/watch?v=YkCermeCIrk (altro video di yourcp)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Saluzzo#La_Castiglia, https://it.wikipedia.org/wiki/La_Castiglia, https://piemonte.abbonamentomusei.it/Musei/LA-CASTIGLIA

Foto: la prima è di Jose Antonio su https://it.wikipedia.org/wiki/Saluzzo#/media/File:Castiglia,_residenza_dei_Marchesi_di_Saluzzo.jpg, la seconda è presa da http://www.igav-art.org/newsdettaglio?id=78

lunedì 6 aprile 2020

Il castello di lunedì 6 aprile



ARPINO (FR) - Castello di Ladislao

Durante l' Alto Medioevo Arpino fu più volte territorio di conquista: nel 702 cadde sotto il dominio del duca longobardo di Benevento, Gisulfo I. Nell' 860 fu presa dai Franchi al comando del conte Guido, quindi seguirono l'invasione degli Ungari e le devastanti incursioni dei Saraceni al principio del X secolo. Dopo l'anno mille Arpino fu dominio normanno con Roberto, duca di Caserta. Nel XIII secolo, con l'arrivo nell'Italia meridionale degli Svevi, subì drammatiche distruzioni ad opera di Federico II (1229) e di Corrado IV (1252). Quest'ultima incursione, culminata in un rovinoso incendio, cancellò molte delle antiche vestigia romane conservate nella città e costrinse la popolazione superstite a rifugiarsi nella vicina località fortificata di Montenero. Con la conquista del Regno di Napoli da parte degli Angiò, nel 1265, Arpino conobbe una significativa ripresa. A questo periodo risalgono infatti molte opere di fortificazione, tra le quali i torrioni e i castelli di Civitavecchia e di Civita Falconara. Nel corso del XIV secolo fu feudo della famiglia degli Etendard e dei Cantelmi. Nel 1409 il re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo le concesse il privilegio di città demaniale, sottraendola così alla giurisdizione feudale. Il sovrano vi stabilì anche una guarnigione militare, che si insediò nel castello ancora oggi denominato "Castello di Ladislao" sovrastante la rocca di Civita Falconara. Il re trascorreva lunghi periodi nel castello arpinate, punto strategico per la difesa dei confini settentrionali del Regno. Durante il conflitto tra Angioini ed Aragonesi (1458-1464), papa Pio II, celebre cultore del mondo classico, ordinò alle sue truppe di risparmiare dal saccheggio Arpino, sostenitrice degli Angiò, in memoria dei suoi due illustri cittadini, Cicerone e Caio Mario. Dalla fine del XV secolo la città appartenne alla famiglia dei Marchesi d'Avalos, e nel corso del Cinquecento vi soggiornò più volte Vittoria Colonna, moglie del marchese Francesco Ferrante d'Avalos, poetessa, intellettuale, amica e confidente di Michelangelo Buonarroti. Acquistata dai duchi Boncompagni nel 1583, entrò a far parte del territorio del ducato di Sora e vi rimase fino al 1796. I secoli XVII e XVIII videro la sua massima espansione economica e demografica, sostenuta dallo sviluppo delle sue manifatture laniere, grazie alle quali il nome di Arpino divenne celebre in tutta l'Europa del tempo come sinonimo di fervida città industriale. Sorsero e prosperarono lanifici all' avanguardia per le tecniche di lavorazione, e pressoché tutta la popolazione fu impegnata nell' attività produttiva. Divenne inoltre un rinomato centro di cultura e di istruzione, dove fiorì un eccellente collegio gestito dai padri Barnabiti. Nel 1796 tornò a far parte a pieno titolo del Regno di Napoli, del quale condivise le sorti. Nel 1799 subì le drammatiche conseguenze della guerra tra i francesi sostenitori della Repubblica Partenopea ed i filoborbonici. Nel 1814 Gioacchino Murat, allora Re di Napoli, vi istituì il Convitto Tulliano, sul modello dei licei francesi. Con l'Unità d'Italia Arpino si trovò a condividere con il resto dell' ex Regno borbonico i problemi e le contraddizioni dell' unificazione. La decadenza dell'industria laniera e la contrazione dello sviluppo economico provocarono un forte flusso migratorio dei suoi abitanti verso il nord Europa e l'America. Posto sulle pendici della collina di Civita Falconara, il Castello, le cui parti più antiche risalgono al XIII secolo, prende il nome dal re di Napoli, Ladislao I (1376-1414) della dinastia Durazzo d’Angiò, che qui, secondo fonti antiche, trasferì per un certo periodo la sua corte. Nei secoli successivi l'edificio, abbandonato, subì distruzioni e ricostruzioni, finché dal XVIII secolo e per tutto l’Ottocento divenne uno dei più grandi lanifici di Arpino di proprietà della famiglia Ciccodicola. Con la crisi dell’industria, nel Novecento, il Castello divenne sede di un Istituto per gli orfani dei lavoratori, poi Ospedale militare ed infine Istituto Tecnico Industriale per Chimici fino al 1985, anno in cui l’Amministrazione Provinciale di Frosinone, dopo l'acquisto, avviò i lavori di recupero per destinarlo a sede espositiva della Donazione e a centro congressuale, con scopi di valorizzazione culturale e turistica. Oggi è la sede della Fondazione Umberto Mastroianni. Guardando oggi l'edificio si può rimanere un po' delusi, se si ha in mente un tipico Castello medioevale, dotato di torri, merli e quant’altro corrisponda all’immagine tradizionale: perché sono state tantissime le modifiche operate nel corso dei secoli, anche in funzione di destinazioni d’uso quanto mai diverse. Lo dimostra la stessa chiesa del Castello, ricavata all’interno di un torrione poligonale di epoca medioevale. Altri link suggeriti: https://www.arpinoturismo.it/index.php/it/component/content/article?id=21:la-fondazione-mastroianni, https://www.youtube.com/watch?v=aYVdBzAzso8&feature=emb_logo (video di Visit Lazio)

Fonti: https://www.arpinoturismo.it/it/la-citta/la-storia.html, http://www.fondazionemastroianni.it/sede/, https://www.controluce.it/notizie/arpino-il-castello-di-ladislao/

Foto: la prima è presa da http://www.fondazionemastroianni.it/sede/, la seconda è presa da http://www.linchiestaquotidiano.it/news/2014/11/12/arpino-fondazione-mastroianni-inventario-e-carte-bollate/9828

domenica 5 aprile 2020

Il castello di domenica 5 aprile



CROPANI (CZ) - Torre del Crocchio (o di Crocchia)

La costruzione, di cui ormai restano solo i ruderi, era l'antica torre di guardia eretta per difendersi da possibili attacchi provenienti dalla costa ionica. La torre prende il nome dal fiume ed è situata alla destra della foce in territorio di Cropani. Per tale motivo verrà anche chiamata la torre di Cropani. Nel 1579/1580 la torre non risulta tra quelle che sono in funzione. Essa infatti non compare nei pagamenti ai caporali ed ai soldati che prestano servizio nelle torri. Figurano invece le torri vicine di Catanzaro, Simari, Capo Ricziuto e Manna. La sua edificazione è iniziata intorno al 1594; il mastro addetto ai lavori, durati un paio di decenni, era Adante o Dante Cafaro, al quale i Gesuiti tre anni più tardi commissionarono la costruzione di una torre nel vicino villaggio di San Leonardo. I lavori tuttavia procedettero a rilento, anzi ad un certo momento si arrestarono, per poi essere ripresi, quando arrivò il denaro. All’inizio del 1606 essi erano ben lungi da essere terminati, come risulta da alcuni pagamenti fatti in quell’anno. Infatti il tesoriere Camillo Romano assegnò a mastro Dante Cafaro, partitario della torre, ducati 800 per procedere nella costruzione. Dopo la consegna dei primi ducati 400 il rimanente fu versato dal luogotenente del tesoriere Carlo Nicotera, il 28.1.1606 in Cutro a Pompeo Cito di Cropani, cassiere della torre, eletto dall’università di Cropani, sul cui territorio sorge l’opera. Con il procedere dei lavori seguirono altri versamenti. Il 2.5.1606 il luogotenente versò al cassiere duc. 3826 ed altri soldi vennero consegnati all’inizio del 1607. La torre fu in seguito terminata ed entrò in funzione come testimonia il Nola Molise che così si espresse: “Cropano … dov’è una bellissima torre della Regia Corte per defensione di quelle marine e terre convicine”. Comandava la torre un caporale, o torriere, che era aiutato da un socio. Nel 1605/1606 è segnalata la presenza del caporale Ferrero Giov. Battista, nel 1616 quella del caporale Giov. Battista Rotella e nel 1718 del caporale Domenico Iozzi. La torre fu in seguito utilizzata come magazzino dove erano depositati il legname ed il grano, in attesa di essere imbarcati nella vicina marina detta di Crocchia. Il luogo d’imbarco, protetto dalla torre, era tuttavia particolarmente esposto ed insicuro, in quanto “spiaggia scoperta senza porto che non ponno in tempo de inverno carricare vascelli”. Tali funzioni, sia di vigilanza di un luogo d’imbarco, che come temporaneo deposito per l’ammasso e deposito, sono evidenziati da alcuni documenti. Da un atto notarile rogato in Crotone il 23 febbraio 1627 veniamo a sapere che nella “marina di Cropani seu Crochi” veniva depositato ed imbarcato il legname proveniente dalla Sila, che per conto della Regia Corte doveva essere inviato al regio arsenale di Napoli. Un atto notarile del novembre 1715 ci informa che il mercante napoletano Ignazio Barretta, rifornitore di grano dell’esercito, aveva noleggiato la tartana del patrone genovese Stefano Magnavito. Il patrone doveva recarsi nella marina di Crocchia dove il magazziniere di Domenico de Laurentiis di Crotone, corrispondente del Barretta, doveva consegnargli 2600 tomoli di grano, che erano riposti nel magazzino della torre. La tartana giunse alla marina, ma non trovò pronto il carico. Passati invano alcuni giorni, la tartana anche a causa del maltempo salpò e riparò nel porto di Crotone. Da un altro documento sappiamo che nel settembre 1719, tempo di grave carestia, il corrispondente Domenico de Laurentiis mandò i suoi uomini alla torre di Crocchia, dove veniva ammassato il grano, che i soldati tedeschi con la forza portavano via dalle campagne vicine. I ruderi della torre scarpata ed a base quadrata sono anche oggi ben visibili.

Fonti: testo di Andrea Pesavento su http://www.archiviostoricocrotone.it/ambiente-e-paesaggio/alcune-torri-regie-marittime-sulla-costa-ionica-in-provincia-di-catanzaro/, https://www.facebook.com/Cropanesi/posts/cropani-torre-del-crocchio-o-di-crocchiala-torre-di-crocchia-di-cui-ormai-restan/771163572925156/

Foto: entrambe prese dalla pagina Facebook "Cropanesi" (https://www.facebook.com/Cropanesi/photos/pcb.771163572925156/771163512925162/?type=3&theater e https://www.facebook.com/Cropanesi/photos/pcb.771163572925156/771162879591892/?type=3&theater)

sabato 4 aprile 2020

Il castello di sabato 4 aprile



PIETRACAMELA (TE) - Casa Torre

Le prime citazioni documentate dell'esistenza certa del paese risalgono all'anno 1324, quando, individuato con il solo nome di «Petra», è stato nominato a proposito della decima che la chiesa di «San Leutii de Petra in Valle Siciliani» era tenuta a pagare per l'annualità della VII indizione. In seguito, altre menzioni del paese si rintracciano durante i periodi delle dominazioni degli angioini e della Corona d'Aragona, tempi in cui il borgo fu feudo della nobile famiglia degli Orsini. Nell'anno 1454 re Alfonso convalidò il possedimento di «Petracameria» a Giacomoantonio Orsini dopo la morte del padre Giovanni. In seguito, nel 1496, il borgo fu unito al contado aquilano a seguito alla congiura dei baroni. Nell'anno 1479, Antonello Petrucci mediante la stipula di un atto di vendita trasferì la proprietà delle terre e dei castelli della Valle Siciliana, tra cui «Petram Camelis seu Camelii», a Pardo Orsini, uomo che sposò Dianora Petrucci figlia di Antonello. Nel 1495, re Carlo VIII confermò a Pardo Orsini il possedimento di «Petra Camelis» ed ancora, nel 1502, la terra di «Petre Camelorum» fu restituita allo stesso Pardo da re Luigi XII.Dal 1526 al 1806, le vicende storiche del borgo si legarono alle stesse della Valle Siciliana, area che includeva territori e paesi compresi tra il fiume Vomano e il fiume Mavone. Nel 1526 l'intera valle fu donata da Carlo V d'Asburgo a don Ferdinando (o Ferrante) Alarçon y Mendoza, condottiero spagnolo noto per essersi distinto nell'assedio di Pavia del 1525. Ferdinando fu nominato marchese della Valle Siciliana e assegnatario anche della baronia di «Petra Camerii», infeudata fino ad allora a Camillo Pardo Orsini. I discendenti della famiglia Mendoza conserveranno il possesso del borgo fino all'abolizione del feudalesimo. Risale all'anno 1590 l'elevazione delle fortificazioni erette per volontà di Marcellus Carlonus, governatore della Valle Siciliana. Nel 1669, il paese annoverava 34 fuochi, come riportato nella conta che il marchese fece della valle. Gli atti notarili dall'anno 1697 attestarono la presenza della Confraternita del Rosario nella chiesa di San Leucio. La Casa Torre è un antico edificio che si eleva nei pressi della chiesa di San Leucio, nei tempi passati è stato utilizzato dagli abitanti del paese come torre di avvistamento.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Pietracamela

Foto: entrambe di Gino Di Venanzo su https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10156444539695204&set=g.1515726315423720&type=1&theater&ifg=1

venerdì 3 aprile 2020

Il castello di venerdì 3 aprile



NIBBIANO (PC) - Castello in frazione Genepreto

Il piccolo e grazioso borgo di Genepreto, frazione di Nibbiano a 412 m di quota, merita di essere visitato non solo per l'incantevole panorama che si gode dall'altura su cui è situato, ma anche per il suo armonioso contesto ambientale, di cui l'antico castello in pietra è parte preminente. Già intorno all'anno Mille qui esisteva come pertinenza della chiesa piacentina di Santa Brigida un fortilizio di una certa importanza strategica, tanto da essere devastato nel 1243 dagli Svevi e nel 1269 dai Landi che incendiarono il paese non riuscendo a prendere il castello. Più volte ricostruito, nel 1408 il castello fu assegnato dal duca di Milano Gian Maria Visconti ai Malvicini Fontana di Nibbiano, con il titolo di marchese, che ne mantennero il possesso fino all'estinzione della famiglia nel 1792. Trasformato in abitazione rurale dai proprietari successivi il fortilizio subì pesanti rimaneggiamenti. Tuttavia quel che oggi ne rimane - torrioni e tratti di mura con feritoie - ci parla ancora del glorioso passato malgrado l'utilizzo assai diversificato che se n'è fatto: infatti da un torrione semicircolare è stata ricavata l'adiacente chiesa di San Giorgio, mentre altre parti sono state opportunamente riadattate a scopo residenziale. Altro link suggerito: https://www.ebay.it/itm/PIACENZA-CASTELLO-DI-GENEPRETO-VAL-TREBBIA/263818505503?_trkparms=aid%3D1110001%26algo%3DSPLICE.SIM%26ao%3D2%26asc%3D20160323102634%26meid%3D2d3ee95fbe5b487eba678311047b929d%26pid%3D100623%26rk%3D2%26rkt%3D6%26sd%3D352406320330%26itm%3D263818505503%26pmt%3D0%26noa%3D1%26pg%3D2047675%26algv%3DSimplAMLv5PairwiseWeb&_trksid=p2047675.c100623.m-1 (cartolina d'epoca)

Fonti: http://www.turismoapiacenza.it/castello_di_genepreto.html, commento di fi_decorso su https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g1945866-d15339737-Reviews-Castello_di_Genepreto-Nibbiano_Province_of_Piacenza_Emilia_Romagna.html

Foto: la prima è di fi_decorso su tripadvisor, la seconda è presa da http://wunnish.altervista.org/gevpc/casttidone/genepreto.jpg

Il castello di giovedì 2 aprile



PRECI (PG) - Castello di Roccanolfi

Roccanolfi è un piccolo paese che sorge a 760 mt. s.l.m. distante solamente 4 km da Preci e sorge arroccato in posizione isolata su di un colle che ha avuto nella storia un ruolo strategico da cui era possibile dominare e controllare la sottostante Valle Oblita. Si tratta di un castello di pendio di origini longobarde (XIII secolo), che nell’antichità era circondato da mura e fossi e di conseguenza inaccessibile da tre lati. L’interno era suddiviso in tre quartieri che corrispondevano alle tre porte di accesso: il Serrone, il Verone ed il Catagnone. I signori feudali erano gli Arnolfi, che nel XIV diedero agli abitanti la facoltà di costituirsi come comunità e di appoggiarsi a Norcia. Quest’ultima nel 1460 decise di ricostruire completamente il castello di Roccanolfi con lo scopo di rafforzarne le difese e renderlo più sicuro e protetto. Nel 1527 fu saccheggiato dal condottiero Sciarra Colonna, durante le sue scorribande in Umbria dopo la resa di papa Clemente VII. Della antica costruzione, circondata da mura e fossato, rimangono le due torri a sezione quadrata (la Torre della Regina è quella posta in alto) e la porta della cinta muraria; molte abitazioni hanno ancora le porte incise e le travi quattro-cinquecentesche. Il borgo, che risulta essere compatto e che conserva ancora inalterate le sue caratteristiche medievali, è percorribile solo ed esclusivamente a piedi e passeggiando per le sue strette vie non sarà difficile scorgere sulle porte delle abitazioni antiche incisioni e travi in pietra risalenti al XV-XVI sec. che recano monogrammi e date molto presumibilmente risalenti al periodo in cui sono state edificate. La torre che sovrasta l’abitato di Roccanolfi è chiamata della Regina perché, secondo la tradizione locale, la regina Nolfa (o Arnolfa), delusa della vita matrimoniale, decise di abbandonare il marito che abitava nella valle di San Vito e di edificare e ritirarsi in un castello tra i monti che nessuno sarebbe mai riuscito a trovare, nemmeno il marito. Altri link suggeriti: http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/01_valnerina/00027/index.htm, https://pocolontano.myblog.it/2014/06/14/cera-una-volta-la-regina-arnolfa/, http://www.giobbe.org/NORCIA-CULTURA/Contenuti/Umbria/Preci/Roccanolfi/Torre_di_Roccanolfi/Torre_di_Roccanolfi.htmlhttps://www.facebook.com/LaRoccaDegliArnolfiOriginale/videos/1005993856274971/?v=1005993856274971 (video)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Roccanolfi, https://www.sibilliniweb.it/citta/preci-roccanolfi-il-castello/

Foto: la prima è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/01_valnerina/00027/index.htm, la seconda è presa da https://www.researchgate.net/figure/View-of-Roccanolfi_fig3_280944479

mercoledì 1 aprile 2020

Il castello di mercoledì 1 aprile



CESENA (FC) - Castello di Roversano

Castrum Roversani è un castello di origine medioevale sorto sul promontorio a 179 metri sul livello del mare. Posseduto originariamente da Ugo di Panico, fra il 1144 ed il 1160 venne ceduto alla chiesa di Ravenna. Successivamente passò a Federico Barbarossa, ad Ottone IV, a Gregorio IX e, nel 1275, al comune di Cesena. Per circa un secolo venne di volta in volta conquistato da Guido di Montefeltro, dai Malatesta, dalla Santa Sede, dagli Ordelaffi e nuovamente dai Malatesta (1415), che ne tennero il possesso fino al 1554 quando Papa Giulio III lo cedette in feudo a Cristoforo Cacciaguerra di Cesena. Il feudo Cacciaguerra perdurò fino all'estinzione della linea diretta della famiglia Cacciaguerra, avvenuta con la morte dell'erede diciassettenne Perinto, il 5 maggio 1623. Roversano fu istituito come comune forse fin dal 1600; è comunque certa l'annotazione storica che riporta il rifiuto del Comune di Roversano alla proposta di Napoleone I di estendere in più ampi confini l'area del comune. Il 22 marzo 1661 Roversano fu distrutto quasi completamente da un violentissimo terremoto. L'abitato, del quale si conservano parti della cinta muraria, la porta di accesso e il castello in posizione sopraelevata a strapiombo sulla valle sottostante, è prossimo al bivio che porta a Cesena verso nord e a San Carlo verso sud-ovest, dove la via comunale Roversano confluisce nella Statale Umbro-Casentinese. Il castello di Roversano aveva una sola porta di ingresso resa sicura da un robusto ponte levatoio e fiancheggiata da un forte e grosso torrione ( Pio Benizzi-1905 ). E' probabile che i torrioni fossero due: uno posto alla sinistra di chi entra ed i cui resti si possono ancor oggi ammirare e l'altro posto alla destra in posizione speculare all'altro ed andato distrutto. La porta d'accesso, detta "Arco di Roversano " per la sua forma arcuata, tipologicamente è composta da due aperture di cui una ampia carrabile ed una pedonale di dimensioni ridotte. Un tempo costituiva un punto nevralgico sia dal punto di vista militare che economico in quanto era il punto ove era posto il posto di guardia, si controllavano tutti coloro che entravano nel castello e ove si pagavano i dazi sulle merci che entravano nel castello. Al calar della sera, le porte venivano serrate ed il ponte levatoio sollevato e nessuna poteva entrare od uscire dal castello. Il ponte veniva riabbassato e le porte riaperte alla mattina del giorno dopo. Si dice che la porta risalga all'anno 1000. La porta oggigiorno non porta alcun segno che denoti l'esistenza del ponte levatoio al contrario, per esempio, della porta del castello di Sorrivoli in cui sono ancor oggi perfettamente conservate le strutture murarie occorrenti per la manovra del ponte come le feritoie da cui uscivano le travi che avevano la funzione di bilanciare, con apposita contropesatura, il peso del ponte. Oggi rimangono solo i resti di quelli che erano i torrioni del castello (per alcuni erano nove, per altri undici), andati distrutti sia dai terremoti (in minima parte) che dai bombardamenti subiti durante l'ultima guerra. Gli abitanti poi hanno utilizzato il materiale recuperato dalle macerie sia dei torrioni che delle mura per costruire le proprie abitazioni, cosi come si può vedere nelle vecchie case. Percorrendo il perimetro murario oggi ne sono identificabili quattro, ma un tempo erano più numerosi come pure ha interpretato il pittore Malmerendi nel suo dipinto collocato nella chiesa di Roversano. Pio Benuzzi in merito scrisse (nel 1905 ): Il castello di Roversano, situato in una splendida ubicazione, con una imponente elevatezza, era circondato da forti mura delle quali anche al presente restano alcune vestigia da bastioni o baluardi in bell'ordine disposti. Vi è poi la torre posta nel poggio più alto, a base quadrata di mt. 8x8 e alta 16 metri.Anticamente essa doveva servire, oltre che per avvistamento, anche per segnalazione.
Infatti era inserita in un sistema di torri visibili una con l'altra :dalla rocca di Cesena si vede la torre di Roversano dalla quale si vedeva quella, ora scomparsa del castello di S.Lucia ecc. Sembra che un messaggio spedito da Cesena con questo sistema di rilanci, raggiungesse Roma in circa 7 ore. Le segnalazioni venivano effettuate sia con materiali riflettenti che con fuochi, perciò la torre era priva di tetto. Il tetto fu costruito quando ormai il castello aveva perso la sua funzione e la torre fu utilizzata come torre campanaria con l'istallazione della campana dell'orologio che fungeva anche da campana civica che veniva attivata nelle varie circostanze e, data la posizione della torre, il suo suono veniva udito a grande distanza. La vecchia campana pesava 16 quintali fu asportata dai tedeschi durante l'ultima guerra facendola ruzzolare giù dalla rupe . Dopo gli eventi bellici fu sostituita da una campana più piccola ( 6/7 quintali ). Ancor oggi si può notare la parte aggiunta alla torre per ricavare la cella campanaria.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Roversano, testo di Alberto Cicognani e Nicola Gargea su http://www.vallesavio.it/Pag_Centro.asp?link=Quartiere/Storia/storia-roversano.html,

Foto: la prima è presa da http://www.cesenatoday.it/eventi/visita-guidata-segreti-roversano.html, la seconda è di DAVD67 su https://davd67.wordpress.com/neve/presepe-roversano-natale-2014/