sabato 26 novembre 2011

Il castello di domenica 27 novembre



VIAREGGIO (LU) – Torre Matilde dei Lucchesi

E’ di origine cinquecentesca ed è impropriamente detta "Matilde" perché erroneamente attribuita alla duchessa Matilde di Canossa, morta a Mantova nel 1115. Situata sulla sponda destra del porto-canale Burlamacca, è stata il fulcro della vita mercantile e cantieristica locale ed è uno dei pochi edifici di rilevanza storica presenti nella città. Venne costruita tra il 1534 e il 1542 dal governo lucchese per proteggere l’unico sbocco al mare dei suoi territori e per difendere il nascente borgo e i magazzini portuali. Furono impiegate per la sua costruzione bozze di pietra squadrata che si potevano ricavare dalla parziale demolizione del vecchio castello costruito nel 1172. Per finanziare i lavori fu stabilito di tassare, per sei anni, con alcune gabelle straordinarie, le merci che giungevano a Viareggio. Dalla sua sommità si salutò con colpi a salve l'arrivo dell'imperatore Carlo V, che sbarcava a Viareggio per incontrare a Lucca un emissario di papa Paolo III tra il 12 e il 18 settembre del 1541. La costruzione era terminata nel 1542 e nel 1544 vi si aggiunse un muro di fortificazione del borgo di Viareggio, sorto intorno all'approdo. Vi fu insediata una guarnigione di quindici uomini. Nel 1546-1549 vi fu costruita accanto la residenza del "commissario di spiaggia", incaricato del controllo sul borgo e sul movimento delle merci. La residenza era collegata alla torre per mezzo di un loggiato. All'inizio del Seicento la torre fu soprelevata con l'aggiunta di un campanile - rimosso nel dopoguerra - che ospitava due campane. Dopo il 1703 sulla sommità della torre fu installato anche l'orologio pubblico già collocato sulla facciata del palazzo del Commissario, per il funzionamento del quale ogni famiglia viareggina era assoggettata al pagamento di una tassa annua. Nel 1748 fu disposto che tale servizio pubblico fosse assicurato dai soldati di stanza nella torre. Frattanto la linea di costa era ulteriormente avanzata e la torre aveva perso la sua efficacia di difesa portuale, cosicché nel 1788 fu costruito un secondo fortilizio alla foce del canale. Il 15 aprile del 1780, durante una bufera molto violenta, la torre venne colpita da un fulmine, che uccise un soldato di guardia, ma risparmiò il vicino deposito della polvere da sparo. In ringraziamento per lo scampato pericolo venne istituita la festa del "Voto del comune", soppressa nel 1808 e ripristinata nel 1821, che si tiene proprio il 15 aprile di ogni anno. Persa la sua rilevanza difensiva, la torre fu adibita a funzioni di allerta - mediante il suono delle campane, colpi di cannone, fumate o l'innalzamento di una bandiera giallo-nera - in caso di avvistamento di navi nemiche o di segnalazione di incendi, oppure di adunata della popolazione in occasioni di pubblico interesse come le vaccinazioni di massa. Dall'inizio dell'Ottocento in poi fu impiegata come carcere e, dal 1810, ospitò un telegrafo. Nel 1813, gli inglesi sbarcarono a Viareggio e occuparono Lucca per ritirarsi nuovamente sulle navi in seguito all'arrivo dei francesi, senza che la guarnigione della torre potesse opporre alcuna resistenza. Il comandante Ippolito Zibibbi fu condannato a morte, con pena poi tramutata nel carcere a vita, a causa della mancata difesa. L'episodio evidenziò la scarsa efficacia della torre quale presidio militare e rimase infatti solo come carcere. Con l'elevazione di Viareggio al rango di città per iniziativa della duchessa Maria Luisa di Borbone, fu costruita la "darsena vecchia" e si dette avvio a un intenso sviluppo edilizio, che impiegava non solo i detenuti della torre, ma anche forzati esterni che nella torre trovavano alloggio. La torre rimase luogo di detenzione sino alla seconda guerra mondiale. Oggi, riaperta al pubblico dopo i restauri avvenuti tra il 1970 e il 1980, è un contenitore culturale, prevalentemente destinato ad ospitare eventi ed esposizioni temporanee. L’edificio si articola su tre piani costituiti da vani voltati, con sottostante cisterna interrata e terrazza di copertura. I vani - di misure variabili tra i 7,70 m e i 8,90 m per un altezza di circa sei metri al culmine della volta - sono collegati da una scala in ferro e da pozzetti centrali per il rapido trasferimento di materiali.

Il castello di sabato 26 novembre



MONTELIBRETTI (RM) – Castello Barberini

Sorge alle propaggini dei Monti Sabini, alla sinistra del Tevere; castello medioevale, oggi palazzo baronale, difeso da quattro bastioni, sorto sul posto di un antico fortilizio detto dapprima Mons Brictorum, poi Mons Aliperti, ed infine Monte Libretti. Inserita nel ducato Longobardo di Spoleto, dal VII secolo passò sotto l’amministrazione dell’abbazia di Farfa; dal Mille fu feudo della famiglia romana dei Crescenzi ma forti furono i contrasti con Farfa, così che intorno al 1058 il loro castello venne attaccato e distrutto dalle truppe normanne, accorse dall’Italia meridionale in aiuto di papa Niccolò II che era sceso in guerra con i Crescenzi, contrari alle alleanze tra le abbazie di Farfa e Montecassino. Due anni dopo, nel 1060, lo stesso papa confiscò il castello di Montelibretti alla famiglia Crescenzi per donare l’intero feudo ai più fedeli Conti D’Aquino, famiglia di origine longobarda. A seguito delle complesse vicende seguite ai patti stabiliti nel concordato di Worms del 1125 tra l’imperatore ed il papa, le sorti del paese e del castello si trovarono al centro di dispute militari e rivendicazioni di possesso della potente abbazia benedettina di Farfa. Nel 1156 il castello venne cinto d’assedio dalle truppe imperiali di Federico Barbarossa. Nel Duecento la Chiesa, tornata in possesso del feudo di Montelibretti, vendette il castello alla famiglia romana dei Margani che a loro volta nel 1337 lo cedettero agli Orsini, che lo unirono ad altri 6 feudi formando un vero stato. Nel 1400 nella rocca papa Bonifacio IX creò abate commendatario dell’abbazia il nipote, cardinale Carbone Tomacelli, insediandolo, d’accordo con gli Orsini, nella Rocca di Montelibretti. Il Quattrocento vide nuovamente legati indissolubilmente gli Orsini, Signori del castello, con le sorti dell’abbazia di Farfa. Il predominio degli Orsini terminò solamente nel 1503 con lo sterminio da parte di Cesare Borgia, poi divenuto papa Alessandro VI, degli Orsini di Gravina e conseguente confisca dei loro beni. Soltanto con la morte dei Borgia gli Orsini poterono tornare in possesso dei loro feudi, solo a patto di acconsentire, nel 1504, al volere di Papa Giulio II riguardo la nomina di un Della Rovere (la famiglia del Pontefice) ad abate di Farfa. Nel 1559 ebbe la nomina cardinalizia il signore di Montelibretti Flavio Orsini, che, qualche anno dopo, sarà il promotore della fondazione del paese vicino a Monteflavio (1565). Nel 1644 l’intero feudo fu venduto al nipote di papa Urbano VIII, Taddeo Barberini, che però dovette fuggire in esilio in Francia fino al 1656 per scampare agli arresti decretati da papa Innocenzo X Pamphilj. Il cardinale Taddeo, tornato in Italia, prese possesso del feudo nel 1657 e poco dopo iniziò la radicale trasformazione del vecchio castello medievale in un più comodo e confortevole palazzo residenziale. Tale ristrutturazione interessò soprattutto alcuni degli ambienti interni del castello, lasciando invece quasi del tutto inalterata la struttura esterna, dove ancora oggi sono chiaramente visibili le vecchie murature di difesa con torrioni, sormontate da arcatelle pensili su beccatelli. Fu innalzato il muro a scarpa del lato ovest del recinto, racchiudendo due delle torri perimetrali e lasciando libero lo sperone esterno. Con l’estinzione della linea maschile dei Barberini, Montelibretti passò prima a Urbano Colonna, poi agli Sciarpa, fino all’ultimo principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarpa. Nel 1900, dopo lo scandalo della Banca Romana, il Castello fu venduto ad una famiglia del luogo, mentre l’annessa tenuta fu acquistata dallo stato ed altri 1300 ettari di terreno ceduti ad acquirenti privati. Il castello si presenta oggi al visitatore come una struttura compatta, alta e priva di aggetti. Emergente dal lato nord della cinta, la più importante delle torri perimetrali, appare in buono stato di conservazione soprattutto per i recenti restauri che ne hanno ripristinato la copertura a falde. Alla fine del XVI sec. fu infatti aggiunto in altezza un blocco a pianta rettangolare che dava la possibilità di controllare dalla torre anche i camminamenti interni.

venerdì 25 novembre 2011

Il castello di venerdì 25 novembre



SAN VINCENZO VALLE ROVETO (AQ) - Castello Piccolomini in frazione Morrea

Edificato dai Piccolomini sul finire del ‘400, costituisce un bell’esempio di rocca rinascimentale marsicana insieme con quelle di Balsorano, Scurcola, Avezzano e Ortucchio. Di esso rimangono notevoli resti del recinto con bastioni semicilindrici sugli spigoli e torre-mastio interna: si notano risistemazioni esterne settecentesche e, nell’interno, interventi successivi al terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915, in seguito al quale nella fortezza crollarono i solai e una torre. L' antico maniero è stato per molti secoli, oltre che residenza estiva dei signori dell'epoca, anche sede di un'importante guarnigione militare, pronta ad intervenire in caso di difesa del paese e della sottostante vallata, grazie anche ai camminamenti che lo collegavano al borgo abitato. Come ogni castello medioevale, anche quello di Morrea è avvolto da leggende: streghe, fantasmi e macabre apparizioni lo rendono ancora oggi misterioso e affascinante. Nel medioevo Morrea viene citata a più riprese dagli storici. Nel 1234 vi venne istituito il Giustizierato d'Abruzzo. Nel 1415 fu nominata nelle lotte per il suo possesso fra le famiglie principesche romane, gli Orsini e i Colonna, che se la contesero per la sua importante posizione strategica. In seguito passò sotto la dominazione del Re di Napoli. Nel 1489 la Baronia di Balsorano, comprendente anche Civita d'Antino e Morrea, divenne possesso della famiglia Piccolomini a seguito del matrimonio di Antonio Piccolomini, nipote di Papa Pio II e di Maria, nipote di Ferdinando re di NapoIi. Dopo il sisma sopra citato, il castello, danneggiato, andò in rovina ma fu comunque scenario di episodi bellici come nel 1944 quando venne attaccato da una squadra tedesca. Nel blitz cadde prigioniero il diciannovenne Giuseppe Testa, capodistaccamento di Morrea della Brigata partigiana Marsica. Torturato per 50 giorni, rifiutò di rivelare il luogo dove erano nascosti i fuggiaschi. Venne fucilato ad Alvito l'11 maggio 1944. Purtroppo il mancato intervento delle autorità preposte al recupero artistico di un'opera cosi importante per la storia della zona, e la mancanza di una adeguata manutenzione, hanno ridotto in cattive condizioni l’edificio, oggi assai degradato.

giovedì 24 novembre 2011

Il castello di giovedì 24 novembre



NIMIS (UD) – Castello in frazione Cergneu

Sorto forse su una precedente difesa romana, nel 1170 fu donato al patriarca d'Aquileia da Voldarico marchese di Toscana, , discendente da una famiglia di principi bavaresi. Nel secolo successivo, la giurisdizione passò ai signori di Savorgnano: i figli di Corrado, Detalmo e Pietro, acquisirono il predicato dal nuovo feudo cui si unirono, nel Quattrocento, quelli di Brazzà Inferiore e Superiore; nel 1491 i di Brazzacco vennero infeudati del castello di Cergneu. Nel Cinquecento quest’ultimo risultava già abbandonato e in rovina, probabilmente per i danneggiamenti riportati a seguito della guerra tra Venezia e l'Impero ma forse anche per i disordini del giovedì grasso del 1511 e per il terremoto dello stesso anno. La posizione alquanto elevata e l'ormai decaduta importanza strategica, ne decretarono il successivo abbandono. La struttura fortificata è costruita sopra un ampio terrazzamento in origine circondat o da un fossato. La parte più antica è costituita dai resti murari della torre mastio quadrangolare (metri 9 x 11) che conserva finestre, feritoie e porta d’ingresso; all’interno si nota la suddivisione in quattro piani. Addossata alla torre vi è la domus residenziale risalente al Trecento. I resti, ancora imponenti con parte della cortina, si raggiungono percorrendo l'antica stradina castellana (con parti dell'originale lastricato) attraverso la selva. Si vedono ancora i tracciati (ora in scavo e restauro) dei diversi edifici che erano racchiusi dalle possenti mura. Prima del castello, superato un suggestivo ponticello, si trova la chiesetta dei Santi Pietro e Paolo (in origine Santa Maria Maddalena), fondata nel 1323 da Pietro, Giovanni e Corrado di Cergneu. I resti del castello appartengono tuttora ai discendenti degli ultimi proprietari ed è stata proprio Rossella di Brazzà l’architetto che ha dato il primo impulso ai lavori di scavo iniziati nel 1999 e proseguiti fino al 2006, grazie ad un finanziamento Obiettivo 2 di 250 mila euro, che hanno permesso di mettere in luce l’intera struttura planimetrica del castello.

mercoledì 23 novembre 2011

Il castello di mercoledì 23 novembre



BARREA (AQ) – Castello Di Sangro-Caldora

E’ un vero e proprio bastione difensivo che si trova nella parte più alta di Barrea, edificato con la precisa funzione urbanistica di presidiare il sottostante borgo abitato, rendendolo praticamente inespugnabile. Il suo ingresso è raggiungibile dalla Porta di Sopra percorrendo Corso Duca degli Abruzzi per circa 50 metri, girando a destra per via Castello e continuando in salita fino al termine della via (altri 50 metri circa). Della struttura originaria rimangono un torrione a pianta quadrata e una torre a pianta circolare collegate da mura che nel complesso definiscono un perimetro fortificato avente pianta irregolare con terrazzamenti su vari livelli a seguire la morfologia del sito. Le origini e le vicende iniziali della struttura non sono del tutto note. È probabile che sia stata costruita dai primi feudatari di Barrea, appartenenti al casato dei Di Sangro. Le prime notizie certe provengono dal Catalogus Baronum che cita come feudatario di Barrea il conte Simone (di Sangro), vissuto tra il 1140 ed il 1160. Quindi, è verosimile che il castello sia stato costruito la prima volta tra l’XI° e il XII° secolo e che fosse limitato ad una struttura avente funzione difensiva e di avvistamento situata dove oggi si trova la torre “quadrata”, che costituisce la parte più antica del castello e occupa una posizione strategica sulla sommità dell’altura sulla quale si è sviluppato il nucleo storico del paese. È noto che intorno al 1230 il castello di Barrea fu distrutto dal cardinale Giovanni Colonna e Giovanni di Brienne che guidavano le truppe papali nell’ambito della guerra tra papa Gregorio IX e l’imperatore Federico II, nella quale i Di Sangro erano evidentemente rimasti fedeli all’imperatore. In seguito alla distruzione a opera dell'esercito pontificio, il castello fu riedificato, o solo ripristinato (non è nota l’entità dei danni), sulla stessa sede, probabilmente riutilizzando i resti della struttura precedente. A riedificare il castello furono forse ancora i Di Sangro. Nel XV° secolo, era feudatario di Barrea Giovanni Caldora, appartenente ad una famiglia di origine francese arrivata in Italia con gli Angioini. Il Caldora ampliò il castello aggiungendo la torre “rotonda” in posizione tale da controllare la Porta di Sopra, il principale dei due accessi al paese. Il castello, insieme alla cinta di case mura del paese, svolse la sua funzione difensiva fino alla seconda metà dell’ottocento e fu più volte restaurato, soprattutto quando la sicurezza del paese fu messa in pericolo da minacce esterne come invasioni e brigantaggio. Da un documento dell’archivio comunale, risulta che nel 1812 “[…] per essersi approssimati i briganti che minacciavano di invadere questo nostro paese…” l’allora sindaco Crescenzo Scarnecchia, a spese del comune, ne faceva restaurare le mura. Il complesso passò poi di mano in mano, resistendo a guerre, terremoti ed incuria fino ad essere acquistato nel 1864, ad Unità d’Italia avvenuta e con le lotte del brigantaggio al loro culmine, dalla famiglia Di Loreto, in quanto le finanze comunali non consentivano lavori di manutenzione o restauro. Negli anni seguenti la struttura degradò non poco se Emidio Agostinone, agli inizi del ‘900, così la descrisse: “[…] Ora è in gran parte rovina; ma i tronconi che ne restano ritti e gli arbusti che vi allignano donano una visione assai pittoresca.” Nel secondo dopoguerra, i proprietari restaurarono parzialmente il castello e lo aprirono al pubblico, soprattutto nel periodo estivo. Dalla fine degli anni sessanta fino al 1984 la struttura fu più volte utilizzata come sede di mostre e concerti. Il terremoto del 1984 danneggiò seriamente il maniero, reso inagibile per anni. Nel 2006, la struttura è stata finalmente acquisita dal Comune e destinata a ospitare eventi culturali secondo un progetto di recupero conclusosi nel 2010 con la riapertura al pubblico del Castello. Nel corso di una partecipatissima e solenne cerimonia pubblica, il 24 luglio 2010, il Sindaco ha riaperto le porte dell’imponente complesso che, da oltre un millennio, domina uno dei paesaggi montani più suggestivi dell’intero Appennino.

martedì 22 novembre 2011

Il castello di martedì 22 novembre



TEGLIO (SO) - Torre "de li beli miri"

Situata sul dosso a sud del paese, in posizione dominante, costituisce il simbolo stesso di Teglio. Rappresenta l'unico resto di un castello medievale distrutto da ripetuti attacchi e incendi ed eretto sul luogo in cui in precedenza si trovava un castello di fondazione romana. In posizione strategica, ebbe, forse, fin dal tempo delle invasioni barbariche, una funzione di avvistamento e segnalazione. Poggia su un naturale basamento di roccia, presenta una pianta quadrata ed è costituita nella parte inferiore da grossi massi le cui dimensioni diminuiscono man mano si procede verso l'alto. Le finestre sono incorniciate da tre grossi massi chiari. Da fonti letterarie e da una raffigurazione del maniero sullo sfondo del vicino oratorio di san Lorenzo, sappiamo però che il castello di Teglio era articolato in più corpi di fabbrica , che disponeva di cunicoli sotterranei di un pozzo per l’approvvigionamento idrico, di camminamenti, di una vasta piazza d’armi, di recinti di mura, di possenti bastioni quadrangolari e di una torre cilindrica. Dal promontorio roccioso su cui poggia, si domina un grande tratto di media e alta Valtellina e delle Prealpi Orobie. La torre è immersa nel verde della sua pineta dove è possibile fare delle belle passeggiate e sostare nel silenzio della natura. A est della torre è possibile ammirare anche la piccola chiesa di S. Stefano che era annessa al castello.

lunedì 21 novembre 2011

Il castello di lunedì 21 novembre



PALERMO - Torre della Tonnara in frazione Mondello

Le prime notizie certe sulla torre risalgono al 1455, anno del suo primo impianto. Ma la sua istituzione potrebbe risalire a qualche decennio precedente. La tonnara apparteneva alla Regia Corte che concedeva l’uso e lo sfruttamento in gabella a privati. Il luogo forte si rese necessario per difendere le maestranze artigiane, le abitazioni dei tonnaroti (marinai della tonnara), il complesso dei magazzini, le lunghe imbarcazioni e le attrezzature, costituite dalle reti, gomene, galleggianti e quanto altro potesse servire all’impianto della tonnara ed alla mattanza (uccisione e pesca). Già all’inizio del XV secolo il villaggio si concentrò attorno alla torre posta a sua difesa e ad una chiesetta per le funzioni religiose dedicata alla Madonna delle Grazie. La torre, di forma cilindrica, ha un diametro di base di poco più di 10 metri ed alta circa19 metri. I materiali utilizzati per costruirla sono: pietrame informe e conci di calcarenite. Si sviluppa su due elevazioni: il piano terreno costituito da una cisterna e da un magazzino, accessibili dalle loro relative botole, ed il piano superiore che è costituito da un unico vano circolare coperto da volta a “dammuso”. ll'interno della torre vi era una cucina rimossa in seguito dai recenti restauri. È possibile notare la presenza di quattro finestre rettangolari. Durante le ultime restaurazioni è stata costruita una scala in metallo. In alto è il terrazzo con sistema di coronamento quasi intatto. Grazie all’assessorato comunale al Turismo, la Torre ha recentemente riaperto le proprie porte al pubblico per essere visitata gratuitamente.