sabato 9 giugno 2012

Il castello di domenica 10 giugno




STIMIGLIANO (RI) – Castello Orsini

Si entra in Stimigliano passando da una porta ad arco a tutto sesto che era attentamente sorvegliata dai soldati in servizio nel corpo di guardia ubicato nell'adiacente costruzione cilindrica. All'interno della stessa è ancora visibile la feritoia attraverso cui si poteva controllare il ponte levatoio. Poco avanti, sulla sinistra, si osserva il magnifico portale bugnato cinquecentesco di ingresso al castello Orsini. Sulla sua architrave è scolpito un verso dell'Eneide di Virgilio. Il castello ha origine strutturale intorno al XIV secolo, per opera dei figli di Giordano Orsini, ai quali fu dato dalla Chiesa il potere su Stimigliano per i meriti che il loro padre aveva acquisito combattendo al servizio del cardinale Albornoz, impegnato nel ristabilimento dell'autorità pontificia nella Sabina che era stata percorsa, negli anni precedenti, da violente ribellioni alle quali avevano attivamente partecipato anche gli abitanti del paese. Certamente Stimigliano, per la sua felice posizione geografica, rappresentava un feudo davvero importante, giacché dalle sue mura era possibile controllare agevolmente i movimenti che si svolgevano in questa parte della Sabina affacciata sul Tevere. È molto probabile che il castello sorga sui resti di un'antica villa romana. Esso è costituito da tre corpi principali che si dispongono a "C" intorno a un cortile interno. Sul lato destro rispetto alla Piazza Vittorio Emanuele, si erge un torrione a pianta quadrata che è visibile a molti chilometri di distanza. Il suo aspetto originario è stato stravolto, così come quello dell’altra torre del complesso, anch’essa a pianta quadrata e che oggi accoglie un orologio. In particolare sulla sua sommità i merli ghibellini sono rimasti come unici elementi decorativi. All'interno del castello, ampliato e abbellito, nel XVI secolo, dal marchese Enrico Orsini, si possono ammirare le sale riccamente decorate con affreschi eseguiti dagli Zuccari o, più probabilmente, da uno dei loro allievi. Dal cortile si accede nella cappella gentilizia, dedicata a San Giuseppe inaugurata nel 1595 come riportato sull'epigrafe posta nella cappella stessa, e di cui la proprietà attuale ne possiede alcune quote. Si può ammirare all'interno un affresco raffigurante la Fuga in Egitto. Dopo alterne vicende, sempre strettamente legate alle mutevoli fortune degli Orsini, Stimigliano tornò alle dirette dipendenze della Camera Apostolica nel 1604, anno della morte del marchese Enrico Orsini. Nel XVIII secolo, i Conti Negroni, nuovi proprietari del castello, apportarono ulteriori modifiche alle strutture architettoniche della residenza che è rimasta praticamente immutata fino ai nostri giorni, anche dopo l'acquisto effettuato dalla famiglia Bartoli nel 1832. E' poi da ricordare che nel XVII secolo il castello di Stimigliano, fu, per alcuni anni sede del governo della Sabina Tiberina. Il prelato aveva il titolo di preside generale. Attualmente il castello, sul quale si trovano sul web annunci di vendita di alcune sue porzioni in vari siti di agenzie immobiliari, non è visitabile.

venerdì 8 giugno 2012

Il castello di sabato 9 giugno




PRATICA DI MARE (RM) – Castello Borghese

Si erge in posizione dominante all’interno di un borgo molto piccolo (secondo l'Istat nel 2001 contava solamente 17 abitanti) di cui ne seguì le vicende. Il borgo ed il castello sono collocati nella campagna limitrofa al litorale romano, nei pressi dell’antica città di Lavinium e a circa 5 km dal mare. Le prime notizie su una forma di fortificazione risalgono al VII-VIII secolo, poi confermate in documenti relativi alla menzione di un Castrum Pratica. Il borgo, probabilmente fortificato, venne concesso da papa Mariano I tra l’882 ed l’884 ai monaci di San Paolo di Roma a cui rimase, come attestato da una bolla di papa Gregorio VII, sicuramente fino alla fine dell’XI secolo e, con fasi alterne fino alla prima metà del Trecento. Inizialmente fu costruita una torre fortificata alta circa 40 metri ed attorno a questa venne sviluppato il castello. Di tale torre non vi è più traccia, essendo stata distrutta durante la seconda Guerra Mondiale. Nel 1385 il castello passò di proprietà all’Abbazia di Grottaferrata ma già scaduto nel suo ruolo strategico, infatti nei documenti di cessione era nominato come casale. Con lo spostamento della sede papale da Roma ad Avignone, borgo e torre vennero contesi tra numerose famiglie nobili romane, fino a passare nel 1432 ai Capranica e nel 1526 ai principi Massimo. A tale periodo risale l’ambizioso progetto di una rifondazione del borgo, firmato da Antonio da Sangallo il Giovane, che interessò sicuramente anche il primo manufatto castellare tre-quattrocentesco. Altri rimaneggiamenti furono probabilmente realizzati dopo l’emanazione della bolla papale di papa Pio V del 1567, che comandava delle fortificazioni costiere a seguito delle frequenti scorrerie piratesche lungo la costa tirrenica, una delle quali, nel 1588 ad opera di pirati algerini, interessò anche il borgo di Pratica di Mare. In tale occasione vi furono saccheggi e vennero rapite 103 persone. Nel 1617 il castello ed il borgo passarono ai Borghese che provvidero a ristrutturare l’edificio e contribuirono al mantenimento del borgo. Oggi il castello, situato al centro del borgo, ha una forma pentagonale irregolare e l’aspetto di un palazzo baronale. Era circondato da un robusto muro di cinta di cui oggi rimangono solo alcuni resti lungo il versante occidentale a fianco della via Laurentina. Un ultimo importante restauro del castello si ebbe nel 1981, seguito dalla bonifica della tenuta gravemente colpita dalla malaria. Attualmente è proprietà di un membro di un ramo collaterale della famiglia Borghese.

Il castello di venerdì 8 giugno




PORTO EMPEDOCLE (AG) – Torre di Carlo V

Nel XV secolo, quando ancora si chiamava Marina di Girgenti, Porto Empedocle era sede di uno tra i più grandi caricatori di granaglie dell'intera Sicilia. Nella città, infatti, veniva convogliata tutta la produzione di cereali proveniente dalle coltivazioni dell'entroterra agrigentino e nisseno. La Torre che oggi vediamo, sostituisce la "turris maritima" demaniale sveva che nel 1360 fu concessa da re Federico III d'Aragona a Federico III Chiaramonte col diritto di un grano su ogni salma di generi esportati. Nel 1423 castellano della torre era Berengario Parapertusa, mentre nel 1453 lo era il barone di Favara. Nel 1500 vennero decisi lavori di riparazione. Nel 1511 si trovò in potere di Gaspare Montaperto. E' del 1539 una lettera scritta a Carlo V per riattare la torre. L'ingegnere Ferramolino lavorò a tale scopo. L'attuale fortificazione venne completata nel 1554, nello stesso posto della vecchia, dal viceré De Vega per volere di Carlo V (1500-1558) e su progetto di Camillo Camillani, architetto e scultore fiorentino. La costruzione doveva servire per difendere il prezioso caricatore dagli attacchi dei corsari che spesso, con azioni rapide, depredavano le popolazioni dei centri abitati posti sulle coste. I turchi del Solimano, cioè del comandante Dragut, negli anni precedenti avevano messo a ferro e fuoco la costa meridionale della Sicilia saccheggiando gravemente Licata e traendone seicento schiavi. L'edificio è caratterizzato da una forma a piramide tronca (tipica dei bastioni edificati nel rinascimento per resistere alle artiglierie) che termina in alto in un'ampia terrazza, detta "delle cannoniere", utilizzata come punto d'osservazione. Lo spessore dei muri arriva ai sei metri. Senza un cortile interno, ha la scala al centro dei muri interni. E' una struttura davvero massiccia, poderosa, con ambienti su due piani. Ha base quadrata di mt 26,20 e pari altezza. Si accedeva al primo piano con un ponte levatoio. Sulla parete est si trova lo stemma dell'Imperatore Carlo V di Spagna: l'aquila imperiale bicipite, ad ali spiegate e coronata, porta accollato uno stemma composto da molti altri stemmi, come si addice a nobile discendente di più casate reali. Da ogni lato una coppia di colonne unite da una fascia sotto alle quali sono quelli che sembrano due soli, forse alludenti al fatto che l'imperatore si vantava che nel suo regno non tramontava mai il Sole poiché includeva i possedimenti americani. L'interno è composto da alcuni ambienti la cui copertura è del tipo volta a botte. Nell'anno 1570 Stefano Morreale era castellano della torre. Nel 1647 il giurato Giusepe Ugo vi si rifugiò per scampare agli insorti della città di Girgenti. Nel 1648 venne venduta col caricatore al vescovo Traina. Nel 1731 fu armata con 19 cannoni, dei quali uno ancora esistente in loco mentre gli altri vennero in seguito asportati e tenuti in casa da privati. Dopo la costruzione del Molo, nel Settecento, divenne la base di appoggio della difesa della riviera meridionale, perché da allora la costa venne pattugliata da due navi da guerra che partivano da Siracusa e Trapani e vi ritornavano dopo essere arrivate al porto di Girgenti. In conseguenza vi fu un calo delle incursioni barbaresche. Dal 1780 i Borboni fecero della Torre una prigione, funzione che rivestì per un lungo periodo. Nel 1848 fu teatro del massacro di 114 detenuti inermi, reso noto dal celebre scrittore empedoclino Andrea Camilleri nell'opera "La strage dimenticata". Un mese prima dello sbarco alleato, nel giugno 1943, il principe Umberto di Savoia tenne nella torre un consiglio di guerra per la difesa del litorale. Negli ultimi anni è stata adibita a centro artistico-culturale, sede di incontri e biblioteca. Dal 2009 la Torre, dopo importanti lavori di restauro, è  ufficialmente diventata il primo Museo del mare e del territorio costiero, con importanti e pregevoli reperti archeologici recuperati nelle profondità marine.

giovedì 7 giugno 2012

Il castello di giovedì 7 maggio




TRAVESIO (PN) – Castello di Toppo

I suoi antichi resti (si vuole eretto già al tempo dei Longobardi) sono nella omonima frazione del comune di Travesio, su di un altura rocciosa situata allo sbocco in pianura delle valli del Meduna e del Cosa, tra i fiumi Meduna e Tagliamento. Secondo la tradizione vi avrebbe abitato Ansfrido, colui che si impadronì del Friuli durante un'assenza del Duca Rodolfo. L'origine della famiglia, secondo alcuni longobarda e secondo altri normanna, viene generalmente fatta risalire ad un certo Uroino, che nel 1160 sarebbe stato feudatario del castello di Toppo. Le prime notizie documentarie risalgono però al 1188, anno in cui Ursino di Toppo ricoprì l'ambita carica di dapifero del Patriarca di Aquileia Gotofredo. Nel 1220 sappiamo che un ramo della famiglia di Ragogna (il ramo dei Pinzano) acquistò il feudo da Pandolfo ed Alberto signori di Toppo (titolari di "voce" nel Parlamento della Patria) a cui erano strettamente imparentati. L’acquisto per 1240 lire di denari veneziani, comprendeva il castello, con il dominio e i diritti annessi e con la servitù di un elmo da fornire in tempo di guerra all'esercito patriarcale (perchè feudo retto e legale della Chiesa d'Aquileia). Perciò un ramo della famiglia di Ragogna-Pinzano si trapiantò qui, abbandonò il nome originario e con il nome dell'acquistato castello figurò nelle successive vicende friulane Sul finire del XIII secolo, per ragioni a noi ignote, il castello ritornò in possesso dei suoi antichi signori. Nel 1302 Tommaso di Toppo ne vendette una parte ai Signori di Suffembergo. Nel 1314 il Conte di Gorizia tolse il fortilizio a Waterpoldo di Toppo e lo condannò ad una dura prigionia per aver arrecato danni ad Odorico di Scotto, Signore di Montereale. Il castello venne danneggiato da un terremoto nel 1348, dove morirono alcuni membri della famiglia. Dopo il 1401 i Di Toppo si trasferirono a Udine. Nel 1412 i signori di Toppo furono nuovamente privati del feudo a motivo della rivalità con i Montereale. Nel 1420 il maniero vene assoggettato dalla Serenissima, che nel 1426 ne vendette la quarta parte della giurisdizione dei Toppo ai Conti di Porcia per ragioni sconosciute. Il maniero, che nell'agosto 1420 figurava ancora efficiente, perse con il tempo la sua funzione strategica, fu progressivamente abbandonato e decadde. Andò probabilmente in rovina nel corso del XV secolo. Certamente già nella prima metà del sec. XVI era andato in rovina. Nell’anno 1567 un documento del conte Girolamo di Porcia lo descrive come: “Castello rovinato di là del Tagliamento, nel principio dei monti verso ponente, lontano da Udine miglia 21”, in abbandono quindi, i cui materiali vennero messi in vendita. I Toppo trasferirono la residenza nella villa che sorge ai piedi del castello, più in basso e vicina al paese. La famiglia si estinse nel 1883, quando morì l'ultimo erede Francesco I. Una leggenda racconta che Pia Mele, figlia del conte Mele di Solimbergo e già promessa sposa di un giovane, venne rapita dal principe Gori e morì tra le mura del castello. Dal XVI secolo il maniero è allo stato di rudere, manomesso da scavi archeologici abusivi, da asportazioni di pietre lavorate, da asporto di tranvame di solai, tetti o pietre. Per queste ragioni e per l’abbandono, alcuni muri sono crollati, come documenta la ricerca d’archivio degli architetti Foramitti e Rampini. Nel 1976 il sisma determinò crolli delle parti più alte delle murature, ma l’immagine del rudere non fu corrotta. Il castello è racchiuso da due cinte murarie tuttora visibili. La più esterna possiede un portale arcuato accanto al quale è situata una chiesetta, adiacente alla cinta stessa. La più interna è la più antica ed è alta più di 15 metri. Si accede al castello percorrendo una rampa in pietra (un tempo forse dotata di scalini) che, addossata lateralmente alla prima cinta, termina con un varco, il presunto ingresso principale al maniero. All’interno della cinta antica è visibile l’unico muro superstite del mastio, che preceduto da un'alta muraglia, ha forma quadrangolare, un perimetro di circa 50 m ed un'altezza massima di 10 metri, è visibile poi la vicina abitazione sui cui muri perimetrali si potevano ancora individuare i timpani che sorreggevano la copertura, alcune finestre, due sedi di caminetti, mensole di sostegno delle banchine dei solai. Il castello è una massiccia costruzione priva di finestre sino al primo piano, ma al primo livello è possibile scorgere delle feritoie. Come nella maggior parte dei castelli della Pedemontana, il maniero è stato costruito seguendo l'inclinazione naturale della montagna. Al primo piano si distingue murato un genere d'apertura quadrangolare, una bifora senz'arco con colonnina nel mezzo. Le uniche finestre sono ad arco, simili all'ingresso di un palazzo. Arrampicandosi dal lato della montagna si sale all'altezza del primo piano, qui si accede attraverso un passaggio ad arco, il quale ha un  balcone con mensole sporgenti (due pezzi di roccia non squadrati). Da questo passaggio è possibile osservare qualche pezzo rimesso in opera di grosso laterizio di età romana (il castello è situato su una specola romana). Sull'esterno si distingue un motivo orizzontale in pietra dalla forma di grosso cordone. I modiglioni che reggono le travature del primo piano sono in pietra leggermente sagomata, mentre all'ultimo piano assumono la forma di un elegante capitello. Il maniero conserva parte della merlatura che, essendo piatta ed a pilastro, ci permette di scorgere la cima. In Villa Savorgnan di Lestans e canonica di Solimbergo sono esposti numerosi reperti provenienti dal castello di Toppo. A seguito delle recenti opere di restauro, che hanno previsto il taglio della vegetazione che aveva "inghiottito" l'edificio - rendendolo difficilmente accessibile agli escursionisti, oltre la puntellazione delle parti che minacciavano crollo e riparazioni urgenti, oggi è finalmente possibile visitarne i resti ed apprezzare la vista mozzafiato che esso offre. Infatti, dal castello è possibile osservare il lembo di terra che dalla piana di Toppo si estende sino al Torrente Meduna.

mercoledì 6 giugno 2012

Il castello di mercoledì 6 maggio





MEDUNO (PN) – Castello vescovile

Porta d'accesso alla Val Meduna o Tramontina in una zona strategicamente importante – sul colle San Martino, venne edificato nel 1136 per volere de vescovo di Concordia e fu assegnato in feudo alla famiglia omonima. Dal 1192 il castello fu assegnato ad un “gastaldo” del Vescovo, successivamente il luogo divenne feudo del Patriarca di Aquileia. Nel 1318 ci fu una violenta lotta, scaturita per problemi di preminenza, tra la famiglia di Meduno ed i signori di Maniago. A pace fatta tra questi contendenti, nel 1363 il castello fu assalito e danneggiato dagli armigeri dei signori di Spilimbergo, Strassoldo, Prata, Polcenigo e Urusbergo, alleati al duca Rodolfo d'Austria contro il patriarca Lodovico della Torre. Nel 1385 fu cinto d'assedio dalle truppe di Francesco da Carrara. In numerose occasioni i signori di questo castello furono alleati alla città di Cividale nelle controversie che dividevano il Friuli patriarcale. Passato ai Valentinis agli inizi del '400, in seguito ad alleanze e compravendite venne restituito al Vescovo di Concordia e, di conseguenza, ai signori di Meduno. Danneggiato dal terremoto del 1776, venne in seguito abbandonato e con ogni probabilità le sue belle pietre squadrate servirono per costruire altre strutture murarie nel paese sottostante. I resti del maniero sono posti su un crinale a quota 369.6 sopra il centro abitato. Dal punto di vista planimetrico, la cinta muraria, con andamento curvilineo, descrive una singolare forma allungata, con asse maggiore in direzione sud-ovest/nord-est (dim. 70 x 15 m ca.). La muraglia lungo il lato nord-ovest è alquanto spessa e si sviluppa per una discreta altezza, mentre a sud-est appare di spessore inferiore ed è preceduta da terrazzamenti a loro volta delimitati da muri. Le indagini archeologiche realizzate, su concessione ministeriale, nel 2009 hanno individuato 5 fasi di vita del castello che datano dalla prima metà del XII secolo, quando il rilievo venne munito di cinta fortificata, fino al XVI-XVII secolo, quando avvenne il progressivo abbandono del luogo con conseguente graduale spoliazione delle strutture. Parte del settore nord della struttura fortificata dei resti del castello di Meduno, è stata oggetto di un approfondito scavo archeologico e di un conveniente intervento di restauro conservativo, realizzati con fondi regionali (L.R. n° 10 del 2000), volti a promuoverne il recupero e la valorizzazione. Si è provveduto alla pulizia dalla vegetazione e al consolidamento dei tratti murari in precario stato di conservazione. Tramite listello di metallo, posizionato sul margine superiore esterno dell'ultimo corso originale, si è distinta la parte originale di muratura da quella ricostruita; le integrazioni sono state realizzate utilizzando le pietre di risulta disponibili in loco. Il pendio e i piani di terreno esternamente alla cinta sono stati rimodellati per facilitare la visita al pubblico e rendere più sicuro il luogo.

martedì 5 giugno 2012

Il castello di martedì 5 maggio




VOLTA MANTOVANA (MN) – Castello Gonzaga

Sorto prima dell’anno Mille a protezione delle attività economiche e degli abitanti della zona, fu incluso nel sistema difensivo degli stati canossiani come uno dei caposaldi a difesa dei confini settentrionali. E' dell'XI secolo (1053 e 1073) la donazione del Castello, della corte, del territorio di Volta e del borgo di Cereta da parte di Beatrice e Matilde di Canossa al Vescovo e ai Canonici della Cattedrale di Mantova che ne mantennero il possesso per moltissimi anni. Alla morte della Gran Contessa nel 1115, il comune di Mantova assunse il potere e la gestione politica del territorio mantovano. Costretto a subire anche distruzioni e devastazioni in conseguenza delle lotte interne tra le varie famiglie nobili mantovane, Volta rimase comunque sotto il dominio della signoria dei Bonacolsi e poi dei Gonzaga, come parte integrante dello stato mantovano; unica eccezione è costituita dalla cessione, per brevissimo tempo, al dominio veneto, assieme ad altri castelli, come pegno per un prestito concesso ai Gonzaga. Questi procedettero varie volte alla riorganizzazione del centro fortificato, risistemando le mura e le torri e organizzando la difesa del territorio. Formato da una cinta muraria attorno cui correva un fossato, il castello comprendeva, oltre alla chiesa e ad un piccolo borgo, una fortezza più interna stretta attorno al mastio e ad un'altra torre posta a sud. Fortificate sono anche le porte d'ingresso, in particolare la "porta mantovana" sulla quale si staglia un arco gotico di una certa eleganza. Nel corso del XV secolo, Ludovico Gonzaga fece erigere all’interno delle mura un palazzo di campagna che, all’inizio del secolo successivo, venne ceduto a Ludovico Guerrieri, il vicario che amministrava il territorio di Volta Mantovana per conto della dinastia mantovana; i discendenti del vicario restarono proprietari del palazzo per oltre tre secoli (fino alla metà del 1800) e, in questo lunghissimo arco di tempo, alterarono a più riprese l’originario assetto dell’edificio. Il favoloso parco, modello esemplare di giardino all’italiana, fu elaborato a partire dal XVI secolo, attraverso la scenografica sistemazione “a terrazze” del fossato che in origine circondava il castello; sul piazzale antistante si affacciano invece le antiche scuderie, nel lato settentrionale. Oltre all'ampio portico vi erano le stalle per i cavalli, il fienile, il granaio e le stanze per la servitù. In origine sul lato opposto del piazzale sorgeva un locale adibito al gioco della palla corda, assai diffuso tra i nobili dell'epoca. Decaduto nel Settecento a semplice deposito fu trasformato nella prima metà dell'Ottocento in un teatro. Ora ne sono rimasti pochi ruderi. La torre campanaria in origine era il mastio della rocca, ossia la torre principale e meglio difesa dell'intero castello. Vi era poi la Torre "Granaria", trasformata in acquedotto comunale nel 1922, accanto alla quale si trovava uno dei due accessi alla rocca. Le torri sono state recentemente ristrutturate e aperte al pubblico. Il palazzo Gonzaga, tuttora recintato dai bastioni, è stato adibito a municipio. Altre notizie storiche sul castello si possono trovare al seguente link:

lunedì 4 giugno 2012

Il castello di lunedì 4 maggio




SANT'ARCANGELO TRIMONTE (BN) - Castello Baronale

Si trova al centro del paese, di fronte alla chiesa di S. Maria Maggiore, ubicato tra via Sotto Castello e via Giardino. Detto anche "di Montemalo", venne edificato a guardia delle basse valli dei fiumi Ufita e Miscano nella loro confluenza col fiume Calore, naturali vie d'accesso dalle Puglie alle fertili valli Telesina e Caudina verso il napoletano. Le origini del primitivo borgo sarebbero da ascrivere ad alcuni coloni dalmati che, nel 640, sbarcati a Siponto in cerca di terre, si stabilirono nel tenimento dell’odierno paese di Sant’Arcangelo Trimonte. Appartenne nel XII secolo ai Santanarosa e, più tardi, ai Caracciolo. Fu poi concessa in feudo ai Tomacello, che ne furono privati per aver partecipato alla "congiura dei baroni", cospirazione intrapresa dai feudatari del Meridione allo scopo di cacciare gli Aragonesi dal regno di Napoli. Successivamente passò nelle mani di vari signori: i Guevara, gli Spinelli, gli Chantelmy, i Sanseverino e i Coscia. Di origine longobarda, il castello dovette essere imponente, a giudicare dalle dimensioni di base dell'unica torre rimasta. L'edificio, ricordato più volte nelle cronache di varie epoche per l'estensione delle sue secrete, fu abitato per un periodo dalla famiglia Moccia, investita del feudo col titolo di "Marchesi di Montemalo", titolo tuttora detenuto dagli eredi del casato non più residenti nel luogo. Dell'edificio originario si conservano la torre di nord-est, una cisterna dell'acqua, parti di mura sia sul lato ovest che sul lato est e la scalinata di accesso. Quest'ultima, in pietra e recentemente restaurata (in malo modo, però, visto che vennero utilizzate pietre che non sembrano conformi alle originali), presenta sul lato destro una splendida statua di leone, superstite della coppia che era stata posta originariamente a guardia dell'accesso al castello. Secondo alcuni è di fattura romana, mentre per altri è sannita. Il leone originariamente si trovava sul lato sinistro della scala, ora è stato posto a destra per ricavare l'angolo da dedicare alla Statua bronzea di San Pio da Pietrelcina. Il castello venne completamente rifatto intorno alla seconda metà del XVI secolo con le caratteristiche dell’architettura aragonese. I tratti delle cortine murarie ancora esistenti presentano un paramento in parametro informe, misto a tufelli e laterizi, con una cornice torica che separa il basamento lievemente scarpato dal tratto superiore rettilineo. Molti ambienti del castello sono stati modificati in seguito alla sua acquisizione da parte di privati che ne hanno adattato ad abitazione molti settori. Altri elementi "castellani" sono stati inglobati nelle numerose abitazioni private sorte sul suo sito in seguito alla vendita operata dall'ultimo feudatario-proprietario il duca Coscia di Paduli. La struttura dell'edificio è in rovina, anche se vi è un progetto di recupero municipale per trasformarlo in centro sociale. Bella è la finestra con archi, come pure il portale in pietra.