mercoledì 17 agosto 2016

Il castello di giovedì 18 agosto






CALTABELLOTTA (AG) – Castello

I due nomi del castello di Caltabellotta, che da alcuni è chiamato Conte Luna e da altri della Regina Sibilla (per distinguerlo dall’omologo di Sciacca) derivano: il primo dalla famiglia più importante che, nel corso dei secoli, ne ha detenuto per più tempo la castellania; il secondo da un fatto storico avvenuto all’interno di esso. Pochi segni rimangono di quella che doveva essere un’inespugnabile roccaforte; solamente un muro, un significativo portale e le fondamenta di alcuni vani resistono alle ingiurie del tempo. Anche se dal punto di vista architettonico poco è conservato, tuttavia è sempre entusiasmante salire lungo la ripida scalinata incastonata nella roccia, che permette di raggiungere la vetta a quota 949, comunemente detta il Pizzo, sulle cui pendici sorgevano le possenti mura dell’antico maniero. Carichi di leggenda e di storia, i pochi ruderi rimasti riescono ancor oggi ad infondere nel visitatore il fascino dell’antico Medioevo. Là, in alto, lo sguardo del visitatore può spaziare a 360 gradi ed è possibile ammirare uno splendido paesaggio, dall’entroterra siciliano fin dentro il mare africano, che non fa rimpiangere la limitatezza delle strutture castellane. Ci si rende così conto dell’importanza strategica che ebbe fino a quando, negli ultimi secoli del Medioevo, raggiunse il suo massimo splendore. Da lassù sono facilmente visibili: il castello di Giuliana, per qualche tempo pure dei Peralta; i resti del castello di Cristia, inerpicato su un promontorio sopra l’abitato di S. Carlo (Pa), che nel XIV secolo fu di notevole importanza strategico-militare nelle vicende che insanguinarono la Sicilia di allora; il castello saraceno di Burgio; il castello di Poggiodiana, posto al confine fra il territorio di Caltabellotta e di Ribera, di cui rimangono splendide vestigia e il Castello Luna di Sciacca, appartenuto alla stessa potentissima famiglia. Il castello, in quanto articolato a varie quote in aderenza simbiotica con la roccia della montagna, ha determinato l'importanza del sito come arroccamento nei periodi di crisi, dall'antichità all'età del vescovato bizantino di Triokala, al regno normanno, agli angioini. Le strutture del castello trovavano potenziamento da tutta la posizione dell'abitato e dal sistema di corridoi scavati nella roccia della struttura poi divenuta l'eremo di San Pellegrino. La posizione elevata e mimetica lo rendeva inespugnabile, ponendolo contemporaneamente in condizione di controllo del versante marino mediterraneo per un orizzonte molto vasto e in corrispondenza, attraverso collegamenti visivi con il sistema dei castelli dell'interno dell'isola, con il versante tirrenico. Il suo impianto planimetrico si presenta molto articolato, anche se quanto rimane di esso è estremamente ridotto. Si snodava a tornanti sul fianco della montagna, con più ambienti allineati quando i pianori lo consentivano. Lo scavo archeologico effettuato agli inizi degli anni '80 dall'architetto S. Braida, incaricato del restauro attuato poi nel 1984, ha messo in luce la base di un corpo aggettante a lato della torre con funzione di porta. Esso si presenta come un robusto contrafforte a scarpa, proteso verso il pendio. Oltrepassato il varco ogivale della porta, questa ci rivela un corpo a tre elevazioni. Dalla lettura effettuata per il restauro è emerso che sono stati connessi due diversi momenti costruttivi. Al portale ogivale esterno, per tutto lo spessore del muro, corrisponde all'interno una volta a botte a pieno centro che cela modifiche ad un manufatto di epoca precedente. Ciò si nota per le incongruenze non altrimenti spiegabili in un'opera costruita in unica soluzione. Il corpo della torre presenta un paramento murario a piccoli conci. La scansione dei tré piani è segnata dai fori dei solai, ora crollati, e distinta da nicchie e aperture. La più importante è una nicchia ogivale tanto vasta da costituire alloggiamento per un arciere; è visibile l'incasso per il posizionamento della balestra, denunciato all'esterno da una feritoia in asse con il portale. La porta-torre è stata restaurata in anni imprecisati, in quanto è visibile, come si ricava da alcune fotografìe di inizio secolo pubblicate da V. Giustolisi (1981), un crollo sullo stìpite sinistro. In proseguimento all'ingresso si sviluppano alcuni muri affioranti che occupano un pianoro, detto “Lugetta”. Lo scavo ha riportato alla luce un ambiente quasi quadrato, con le pareti rivestite di cocciopesto, probabile silos, e un altro ambiente di più ampie dimensioni, come si ricava dalla relazione di restauro dell'architetto Braida. Nell'intervento è stata ripristinata anche la via d'accesso al castello sul lato nord-est. La tecnica muraria della porta si presenta a sacco con rivestimenti in conci squadrati e riempimento di pietrame a pezzature regolari legato da malta grassa. Il castello di Caltabellotta pare sia stato riedificato nel 1090 all’arrivo dei Normanni. Tale riedificazione pertanto è avvenuta contemporaneamente a quella della chiesa della Madonna della Raccomandata, successivamente dedicata a S. Francesco di Paola, e alla chiesa del Salvatore, ubicata alle pendici del monte, la cui porta originaria era rivolta proprio in direzione del castello. Aldilà degli aneddoti popolari tramandati oralmente, è storicamente accertato che il castello di Caltabellotta, comunque lo si voglia chiamare, fu il luogo in cui venne ospitata la regina Sibilla e dove risiedeva, preferibilmente, la famiglia Luna al tempo del “Caso di Sciacca”. Nel 1194, infatti, morto re Tancredi cui successe il figlio Guglielmo III ancora fanciullo, la regina madre Sibilla cercò di organizzare la resistenza nell'isola contro lo svevo Arrigo VI, che avanzava alla conquista del regno di Sicilia e per prima cosa si preoccupò di mettere in salvo il giovane re e le altre tre figlie in questa sicura e inaccessibile rocca. Essendo il Pizzo un punto preminente rispetto ai territori circostanti e Caltabellotta luogo abitato fin dal tempo dei Sicani, certamente nei millenni è stato sempre adibito a posto di vedetta, considerando anche che, in giornate particolarmente favorevoli, è possibile potere osservare, a oriente, l’Etna quando è in attività, l’isola di Pantelleria e un notevolissimo numero di centri abitati. Vari avvenimenti sono sicuramente avvenuti all’interno di questo maniero. Secondo alcuni storici si vuole che nel novembre del 1270 sia stato tenuto al suo interno un famoso banchetto da Guido di Dampierre conte di Fiandra il quale, sbarcato a Trapani di ritorno dalla Crociata fatta con re Luigi IX di Francia, che in quell'impresa trovò morte e santità, volle festeggiare i suoi compagni d'arme assieme a re Carlo d'Angiò. Il nome di questo castello è ricordato anche, in una sua novella, dal Boccaccio (Decamerone giorn. 10.7). In essa si narra che attorno al 1282, la giovane Lisa Puccini invaghitasi perdutamente di re Pietro d'Aragona, quasi a morirne, pregò un valente trovatore di raccontare al re, in versi, la sua pena. Re Pietro commosso da tanto amore si recò da lei, che dalla gioia fu subito guarita, e le diede in sposo il nobile giovane Perdicone e in dote il castello e le terre di Caltabellotta. Verso la fine del XIII secolo divenne proprietà prima dell’Abate Barresi e poi di Federico di Antiochia; in seguito passò a Raimondo Peralta, che ottenne da Pietro II il titolo di Conte di Caltabellotta, e più tardi a suo figlio Nicolò la cui erede, Margherita, andò in sposa ad Artale Luna. Il maniero rimase alla famiglia Luna per più di due secoli fino al 1673 quando ne divenne castellano Ferdinando d’Aragona Moncada; per successive eredità passò ad Antonio Alvares Toledo duca di Bivona (1754) dopo di che il castello decadde. Altri link suggeriti: http://www.consorziodeitempli.ag.it/castello-di-caltabellotta.html, http://www.vivict.it/usi-e-costumi/misteri-di-sicilia-il-santo-graal-e-i-due-castelli-di-caltabellotta/



martedì 16 agosto 2016

Il castello di mercoledì 17 agosto






VIGGIANO (PZ) – Castello

Due comunità monastiche di rito greco in epoca bizantina si insediarono nei dintorni dell'odierno centro abitato. In contrada S. Barbara, sulla vetta di uno sperone roccioso a picco sul torrente Casale, sorse, probabilmente nell'VIII secolo ad opera di monaci basiliani in fuga dalla Sicilia che all'epoca era occupata dai Saraceni, il monastero di S. Maria della Pietra di cui restano le rovine della chiesa conventuale rimaneggiata nel XIII secolo in stile gotico ed oggi liberamente visitabili. Nell'attuale contrada Cirillo, lungo il corso dell'Alli ed in prossimità della località oggi chiamata Rupi Rosse, fu eretto il Theotokòs di Atzopan del quale non restano tracce visitabili. Con i Normanni, il borgo fu posseduto da Guglielmo de Tiville e successivamente nel 1167 da Berengario de Giso, già Signore di Sarconi e Perticara. Forse già centro abitato in epoca longobarda, Viggiano fu incastellato al più tardi nel 1239 quando compare nel Regestum, un elenco di feudatari di Federico II. Durante il periodo angioino fu assegnato a Bernardo della Baume, giustiziere di Basilicata e milite di Carlo I d’Angiò. Nel XIV secolo fu feudo di Giovanni Pipino, poi di Roberto Sanseverino quindi a partire dal 1467 della famiglia Dentice. Nel 1630 Luigi Dentice fu costretto a venderlo a Giovanni Battista Sangro, che ottenne, nel 1638, il titolo di Principe di Viggiano. Un osservatore esterno intorno al 1735 riportò che le condizioni economiche di Viggiano fossero al tempo relativamente floride se comparate con quelle dei paesi vicini. Intorno al 1745, un altro visitatore riferì come i campi intorno al paese fossero prosperi e che molti viggianesi si dedicassero già allora al suono dell'arpa. Teatro nel 1806 di una rivolta in favore dei Borbone repressa con la fucilazione di 57 civili da parte delle truppe francesi al seguito di Gioacchino Murat, conobbe un certo benessere negli anni della Restaurazione come testimoniato dal rapido sviluppo edilizio che il paese conobbe in quegli anni. Quasi integralmente distrutto dal terremoto che colpì la Val d’Agri il 16 dicembre 1857, fu negli anni seguenti ricostruito preservando l'impianto urbanistico originario. Costruito a 1023 metri s.l.m. sulla cima del maggiore fra i due colli che racchiudono Viggiano, certamente anteriore al 1239, il castello fu poi rimaneggiato in epoca angioina. Gravemente danneggiato dal sisma del 1857, se ne sono conservati solo alcuni tratti delle mura, parti significative delle torri angolari e il perimetro murario che ne evidenzia la mole. Aveva in origine tre torri circolari di cui resta traccia nello stemma del comune. Conserva sul muro di levante un marmo simboleggiante Mitra. I ruderi sono liberamente visitabili. Non sappiamo se fu Berengario, generale dell’imperatore Giustiniano, o un altro feudatario a trasformare il sistema di Torri di avvistamento longobarde in quel complesso unitario che definiamo Castello, abituale Residenza del Signore ma capace anche di assolvere alle funzioni di avvistamento e di difesa e del quale attualmente rimangono solo pochi ruderi. La trasformazione in Castello delle preesistenze longobarde sembra sia stata effettuata in epoca normanna, ma ha subito delle modifiche anche in epoca angioina. Altro link consigliato: http://www.vincolibasilicata.beniculturali.it/index.php?it/289/elenco-beni-architettonici-del-territorio-di-potenza/ElencoBeniArchitettoniciPOTENZA/310

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Viggiano, http://www.comuneviggiano.it/storia/il_castello.htm
Foto: la prima è di Giovanna Colecchia su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/191526, la seconda è presa da http://www.comuneviggiano.it/storia/origin19.gif

lunedì 15 agosto 2016

Il castello di martedì 16 agosto






NOEPOLI (PZ) – Castello

La più antica traccia del centro, allora chiamato Noja, è un documento del 1133, dell'epoca in cui il feudo della cittadina apparteneva alla contea di Chiaromonte, di proprietà della famiglia Sanseverino. Appartenne in seguito agli Aragonesi e ai Del Balzo. Dopo essere stata infeudata anche da Roberto il Guiscardo, nel XV secolo, Noja divenne un centro strategico all'interno della valle del Sarmento. Nel 1404, come premio alla sua neutralità nella rivolta feudale contro la corona, la città entrò nel demanio regio e l'abitato venne fortificato con l'erezione di un castello. Ma la particolare condizione giuridica che la sottraeva al regime feudale durò fino al 1553, quando Noja fu venduta alla famiglia Pignatelli. I principi Pignatelli furono particolarmente esigenti dai nojani, fino a pretendere lo ius primae noctis, che veniva esatto nel Palazzo del Piacere, ovvero uno dei rari bordelli della Basilicata. Durante la signoria vennero annessi a Noja i casali di San Costantino, Casalnuovo, Terranovella di Noja e San Giorgio. Dopo l'abolizione del feudalesimo del 1806 e il regio assenso di Vittorio Emanuele II, nel 1863 Noja mutò nome in Noepoli («città nuova» in greco). Costruito nel XV secolo, il castello oggi è sede del municipio e della Pro Loco. Nello stesso Municipio è ammirabile una pietra tombale del XIV secolo che riproduce un guerriero chiamato dalla gente del posto “Iacuvill”. Sul sito di una delle sue torri si apre Piazza Marconi, chiamata dal popolo la «la torretta». Il castello si fregia di un bel portale in pietra, con decorazioni del XVIII secolo. All’interno del sito del castello sorgono l’Archivio del Signore di Noja, il palazzo signorile risalente al sec. XVII, Palazzo Rinaldi del sec. XIX. L’insediamento attorno al castello è costituito da un tessuto edilizio compatto e lineare, con abitazioni massicce ed imponenti. Al seguente link: http://lucania1.altervista.org/noepoli/index.htm (cliccando su “il Castello” nel menu di sinistra) potete vedere diverse foto del monumento.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Noepoli, testo del Prof. Giuseppe Coniglio su pubblicazione “I castelli di Basilicata” della Publiteam Edizioni (2014), http://www.basilicataturistica.it/territori/noepoli/?lang=it

sabato 13 agosto 2016

Ferragosto 2016



Domani mi concedo un giorno di riposo e auguro a tutti di trascorrere una bellissima giornata!

Il castello di domenica 14 agosto






MATINO (LE) – Palazzo Marchesale Del Tufo

Il primo documento storico che attesta la presenza di Matino come centro occupato stabilmente risale al 1099. Durante il periodo normanno, il territorio matinese venne infeudato, nel 1191, da Tancredi d’Altavilla a favore dei De Personé (poi latinizzato in De Persona), casata di origini francesi. Nel 1302 venne investito come Signore di Matino un cavaliere francese di nome Enrico di Natoli (Henry de Nanteuil), familiare di Re Carlo I d'Angiò e sposato con Camille Étendard, il feudo passò successivamente agli Antoglietta (il ramo della dinastia Natoli che modificò il nome nel tempo), ai Maremonte tramite il matrimonio di Isabella Natoli († post 1352), Maramonte di Gianotto divenne Signore di Matino ed infine nel XVII secolo ai Marchesi del Tufo, ultimi feudatari. Come tutte le città che si sviluppano sulle pendici di una collina, Matino esercita un fascino singolare. Quello matinese, infatti, è uno dei pochi centri storici della provincia di Lecce ad aver conservato, pressoché inalterate, le sue caratteristiche: vicoli stretti e tortuosi, stradine impreziosite da nicchie votive, cortili attrezzati ancora con "pile" per lavare i panni, palazzotti dai balconi mensolati e baroccheggianti. Ed è proprio nel borgo antico che si possono ammirare gli immobili più preziosi e di maggior valore storico ed architettonico. Primo fra tutti ed unico nel suo genere nel territorio, il Palazzo Marchesale dei Del Tufo, che dagli anni '80 è di proprietà comunale grazie all'intuizione dell'allora Sindaco Giorgio A. Primiceri. Sorto nel XIII secolo come nucleo fortificato con scopi esclusivamente difensivi, venne interessato da un primo importante intervento edificatorio solo a partire dal Cinquecento. Una seconda fase costruttiva venne intrapresa nel 1711. L'edificio baronale, divenuto marchesale nel 1644 con il governo del marchese Giuseppe del Tufo, si affaccia sulla centrale Piazza San Giorgio con una trifora balaustrata e si distribuisce su due piani dei quali quelli superiori ospitavano le stanze nobili e una cappella mentre quelli inferiori accoglievano le stalle, le cucine e diversi magazzini. All'interno del palazzo si aprono una quarantina di stanze erette su una serie di cave scavate nel tufo (queste ultime di recente restauro ed oggi visitabili), un giardino pensile, un'area verde attrezzata e delle splendide scuderie con pareti affrescate e mangiatoie con scritte che riportano nomi di cavalli. Ciò testimonia l'amore e la passione dei Marchesi Del Tufo verso i cavalli di razza. Il recupero delle scuderie, intitolate ad Ascanio Del Tufo, rientra nel progetto più ampio di ristrutturazione del Palazzo Marchesale e dell'intero centro storico. Già dal 2002 il palazzo ospita il Consiglio Comunale ed è usato anche come contenitore polifunzionale per mostre, eventi e manifestazioni culturali e di spettacolo. Qui trovate numerose foto dell’edificio, sia di esterni che di interni: http://www.gruppobentivenga.it/realizzazioni-speciali/335-palazzo-marchesale-di-matino. Ed ecco una breve visita virtuale del palazzo, grazie a questo video di Livio Maritati: https://www.youtube.com/watch?v=N0Mr5t7g2o4

Fonti: http://www.comune.matino.le.it/informazioni/storia_e_tradizione_di_matino.aspx, https://it.wikipedia.org/wiki/Matino,

Foto: la prima è una mia foto scattata sul posto alcuni anni fa, la seconda è presa da http://www.salentoacolory.it/wp-content/uploads/2013/10/530.jpg

venerdì 12 agosto 2016

Il castello di sabato 13 agosto






CALOLZIOCORTE (LC) – Castello di Rossino

Rossino è una frazione del comune di Calolziocorte ubicata in zona collinare sopra la città. Possiede due chiese ed un museo facente parte del circuito nazionale dei musei della diocesi bergamasca, tuttavia emerge per rilevanza e popolarità il castello medioevale. La concentrazione degli edifici religiosi e politici su una minima parte del territorio è indizio della passata residenza del potere che controllava la zona sottostante di Calolziocorte e della Valle San Martino, punto strategico per tutto il territorio nord-lombardo. Affacciandosi su quel “ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno”, che l’opera più famosa di Alessandro Manzoni – “I Promessi Sposi” – ha reso celebre in tutto il mondo, ha affascinato nei secoli letterati, poeti e scrittori, tra cui non ultimo lo stesso Manzoni, che proprio qui ambientò la dimora dell’Innominato nel suo romanzo. Ma alcuni studiosi hanno avanzato un'ipotesi che sembra essere più plausibile. La strada che collega Calolziocorte alla frazione- per certo di antica data- sembra ricordare molto la via percorsa da Fra Cristoforo in direzione del castello di Don Rodrigo. La complessa costruzione di origine medievale risale al Duecento, e fu una delle fortezze della potente famiglia Benaglio, signori appunto della Val San Martino. Passato successivamente alla Famiglia Rota, divenne poi sede di scambi commerciali da parte dei mercanti di lana e seta, ricoprendo un importante ruolo nell’esazione delle imposte sul territorio. Nel Settecento lo ritroviamo, ormai però in degrado, nel novero della proprietà dei marchesi Solza. Stando ad un presunto documento riferibile alle visite pastorali, un tempo conservato presso l’archivio parrocchiale di Rossino, la fortificazione in origine era forse munita di più torri (quattro o addirittura sei), collegate da mura difensive, poi distrutte (con parte del materiale recuperato in alcuni rifacimenti presso la Parrocchiale). Purtroppo l’assetto medioevale del castello, a causa del riattamento in forma di maniero operato nel corso dell’Ottocento riscontrabile soprattutto nel recinto merlato, risulta attualmente compromesso e di difficile lettura. Significativo elemento del complesso originario resta, dunque, l’unica torre a cinque piani sopravvissuta al tempo e alla distruzione. Successivamente oggetto di un attento restauro conservativo, volto a preservare il fascino e la bellezza delle antiche strutture, rendendole però completamente agibili, il Castello di Rossino è oggi una delle più antiche dimore storiche della Lombardia, che si presenta come suggestiva location per matrimoni, eventi aziendali e privati, nella magica cornice del lago di Como e dei suoi indimenticabili panorami (pagina Facebook: https://it-it.facebook.com/castellodirossino/). Si tratta di una solida costruzione con finestre trilitiche, ad arco a tutto sesto e con copertura a capanna. La sua muratura è costituita da corsi non molto regolari di pietre e ciottoli locali spaccati o leggermente sbozzati, di diversa tipologia e dimensioni; gli spigoli invece sono costruiti con pietre rifinite ma della medesima qualità petrografica. La stessa tecnica si può osservare anche in altre torri della Valle San Martino. Sulla base di questi e altri confronti si può ipotizzare per la torre di Rossino una probabile datazione all’età comunale. Aperto tutto l’anno grazie a un clima particolarmente favorevole e alle sue sale tutte riscaldate, il Castello di Rossino consente inoltre ai propri ospiti di godere dei suoi splendidi giardini dalla primavera all’autunno. Le sale tutte molto suggestive presentano arredamenti antichi e camini d'epoca, pavimenti in pietra ed eleganti terrazze, dalle quali si può ammirare lo spettacolare paesaggio. Gli esterni del castello sono composti da una corte molto suggestiva, dal giardino degli ulivi, dal parco della vigna e dal giardino esterno con una bellissima vista sul lago. Link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=2mM3WtQKwXg (immagini di VIDEOSERVICE2)


giovedì 11 agosto 2016

Il castello di venerdì 12 agosto



VERCURAGO (LC) – Castello di Somasca

Noto anche come Rocca dell'Innominato, è un complesso fortificato risalente al XIV secolo situato tra i comuni di Lecco e Vercurago. Nonostante lo stato di rudere in cui versa attualmente, le vestigia si trovano nel punto più elevato della frazione di Somasca su un'altura naturale posta a circa 420 metri di altitudine dominando l'intera area settentrionale della Valle San Martino. Le prime notizie storiche riguardanti questo castello risalgono circa al Medioevo, quando venne costruito per un sistema di fortificazioni dell'epoca carolingia, di cui si ha ampia testimonianza nel torrione centrale (ove attualmente si trova una cappella dedicata a san Girolamo, edificata nel 1902 recuperando parti dell'originario maniero). Con probabilità la fortezza era gia presente all'epoca dell'imperatore Federico Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero nel XIII secolo. La fortezza è oggi più conosciuta col nome di "Castello dell'Innominato", in quanto la tradizione vuole che l'edificio fosse stato una delle residenze di Francesco Bernardino Visconti, signore di Brignano che apparteneva a una delle più importanti famiglie nobili milanesi, ma che si era macchiato di reati gravissimi, al quale Alessandro Manzoni si ispirò ne “I promessi sposi” per la creazione del nobile e ignoto personaggio. È costruito sopra un'altura naturale alta circa 420 m, posizione strategica per difendersi perché da lì si può vedere la valle sottostante La dimora dove nacque e visse maggiormente il Visconti, però, è il castello di Brignano d’Adda. Il complesso, oggi per lo più ridotto a un rudere, era stato con tutta probabilità eretto nell'ambito delle fortificazioni realizzate durante gli anni degli scontri tra il ducato di Milano e la repubblica di Venezia, ma, già al tempo di san Girolamo Emiliani (1486-1537), esso aveva perso gran parte della propria importanza strategica, infatti lo utilizzò per ospitare gliu orfanelli in cui aprì una scuola di grammatica e una specie di seminario dove si alternavano lo studio, il lavoro agricolo e attività di rilegatura e tornio. Inoltre vi stabilì delle strutture create dalla congregazione dell'ordine dei Chierici Regolari di Somasca. La rocca venne in gran parte smantellata nel settembre 1509 ad opera delle truppe francesi impegnate nella guerra contro la repubblica di Venezia (nei cui confini si trovavano, dal 1454, Somasca e Vercurago). Ma anche la popolazione locale se ne servì successivamente come fonte di materiale da costruzione, fatto che ha pesantemente alterato il complesso nei secoli togliendone gran parte della struttura originaria. Si conservano ancora intatti il muro perimetrale, parte dei bastioni difensivi e alcune torri, mentre gli spazi coperti e le cappelle presenti sulla sommità sono state in gran parte ricostruite in tempi successivi. Una grande croce sostituisce quella piantata nel '500 per onorare il Santo. Le mura originarie sono state parzialmente danneggiate da cannonate sparate dagli austro-russi contro i francesi, qui asserragliati nell'ambito della riconquista di Lecco nel 1799. Originale è pure la lunga scalinata per giungere al castello, direttamente scavata nella roccia e accessibile passando dalla cappella dedicata a San Girolamo. Realizzata nel 1902 all'interno della torre, vede il santo rappresentato mentre estrae dei pani dal proprio grembiule, moltiplicandoli miracolosamente per sfamare i propri orfanelli e i confratelli. Nel territorio della fortezza si trova anche la cappella di Sant'Ambrogio. Il castello viene citato nel capitolo XX del romanzo manzoniano quando don Rodrigo decide di andare dall'Innominato per parlare del rapimento di Lucia. Eccone una parte: « Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi, che si prolungano anche dalle due parti. Quella che guarda la valle è la sola praticabile; un pendio piuttosto erto, ma uguale e continuato; a prati in alto; nelle falde a campi, sparsi qua e là di casucce. Il fondo è un letto di ciottoloni, dove scorre un rigagnolo o torrentaccio, secondo la stagione: allora serviva di confine ai due stati. I gioghi opposti, che formano, per dir così, l’altra parete della valle, hanno anch’essi un po’ di falda coltivata; il resto è schegge e macigni, erte ripide, senza strada e nude, meno qualche cespuglio ne’ fessi e sui ciglioni (...) ». Altri link suggeriti: http://www.eccolecco.it/arte-cultura/castelli-lombardia/castello-dell-innominato-vercurago, http://castelloinnominato.altervista.org/index.php (ricco di foto da vedere). Visita virtuale del castello per mezzo di un drone, grazie a questo bel video di Walter Manfredotti: https://www.youtube.com/watch?v=vo6hIrV0KtU

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Somasca, http://www.montagnavissuta.it/magnodeno-larocca.htm, http://www.lakecomo.it/territorio/luoghi_interesse/rocca_dellinnominato_santuario_di_san_girolamo_emiliani

Foto: la prima è di Vittorio Buratti su http://www.lakecomo.it/territorio/luoghi_interesse/rocca_dellinnominato_santuario_di_san_girolamo_emiliani, la seconda è presa da http://castelloinnominato.altervista.org/images/slider3.jpg