venerdì 16 febbraio 2018

Il castello di venerdì 16 febbraio



VALMONTONE (RM) – Palazzo Doria-Pamphilj

Il palazzo Doria-Pamphilj e l’adiacente Collegiata dell’Assunta rappresentano oggi le uniche strutture superstiti dell’antico nucleo urbano della città di Valmontone, quasi del tutto rasa al suolo dai bombardamenti ed in seguito ricostruita con criteri che ne hanno completamente snaturato l’assetto originario. Gli sfollati che persero le loro abitazioni durante la guerra si insediarono nel palazzo e vi rimasero fino alla metà circa degli anni Settanta. Il palazzo appare ancora compromesso a causa di molteplici eventi che si sono susseguiti nel corso degli ultimi cinquant’anni e che hanno impedito a lungo qualsiasi intervento di recupero. I danneggiamenti bellici, le trasformazioni ad uso abitativo subite dagli ambienti durante il lungo soggiorno degli sfollati ed in ultimo l’incuria a cui fu abbandonato il palazzo dopo lo sgombero degli inquilini, sono in sintesi i maggiori responsabili del degrado subito dall’edificio. Si tratta del palazzo baronale: in origine fu un castello fortificato, almeno fino alla breve parentesi dei Barberini, che iniziarono a rinnovare e ampliare la fortezza nella prima metà del XVII secolo. Quando nel 1651 Camillo Pamphilj, nipote dell’allora pontefice Innocenzo X, acquistò da Francesco Barberini il feudo di Valmontone eleggendolo a propria residenza extraurbana, la sua era senz’altro la famiglia più potente della Roma di quegli anni. Egli volle creare una sorta di città ideale, la cosiddetta Città Panfilia, che comprendesse non solo il palazzo (di notevoli dimensioni), ma anche la vicina chiesa e altri edifici, come foresteria, armeria, stalle, granaio, carceri, piazza del mercato e botteghe. Camillo desiderava creare uno spazio alternativo ai grandi centri, in cui ritirarsi dalle tensioni cittadine e dove gli fosse consentito un contatto diretto con i suoi sudditi. L’esedra del cortile interno suggerisce infatti l’idea di un teatro in cui i rapporti umani e la vita del borgo si svolgono in una dimensione armonica. Per questa ragione richiamò a Valmontone una grande varietà di artisti. La fase costruttiva principale avvenne sotto la supervisione del padre gesuita Benedetto Molli e durò dal 1653 al 1658 circa, con modifiche più tarde, fino al XVIII secolo. Nel 1652 si diede avvio alla quasi totale demolizione dell’antico castello Sforza - già dei Conti di Valmontone - e successivamente iniziarono i lavori per il nuovo palazzo. A partire dal 1666, il cantiere fu affidato ad Antonio Del Grande (1607 ca. – 1679 ca.). L’impianto architettonico attuale, che in corso d’opera dovette subire delle variazioni rispetto al disegno originario voluto da Camillo, sembra corrispondere ad una soluzione di compromesso che sintetizza le caratteristiche tipologiche del palazzo nobiliare, del casino di campagna e della fortezza. Il volume chiuso e compatto dell’edificio, collocato nel punto più alto del borgo, fa pensare ad una posizione strategica funzionale all’avvistamento che la fabbrica pamphiliana dovette certamente ereditare dall’antico castello medievale. Il prospetto esterno presenta un massiccio basamento a bugnato con andamento a scarpa e quattro ordini di finestre inquadrate da cornici in tufo. Dove oggi sorge l'ala occidentale (quella rivolta su Piazza Umberto Pilozzi) esisteva una Chiesa medioevale; ne testimoniano la sua esistenza alcuni ritrovamenti, tra i quali una muratura a blocchetti di tufo visibile dal cortile interno del palazzo. Il massiccio e squadrato edificio (trenta metri d'altezza, sessanta di lunghezza, si presenta su quattro piani: il pian terreno, il piano nobile ed altri due piani di minore altezza, per una superficie totale di 7400 m² e un volume di 48000 m³), secondo il piano del principe, è diviso in 365 stanze, le più importanti delle quali si trovano al Piano Nobile, cioè il primo: qui si possono ancora ammirare, dopo lunghi restauri, alcuni importanti affreschi, tematicamente divisi: le quattro stanze degli Elementi (Fuoco, Aria, Acqua e Terra), i quattro camerini dedicati ai Continenti (le Americhe, Europa, Asia e Africa), la stupenda Sala del Principe, con le pareti decorate a Trompe-l'œil, e due cappelle private, dette "del Padreterno" e "di Sant'Agnese", patrona dei Pamphilj. Gli affreschi sono stati realizzati tutti tra il 1657 e il 1661 da artisti quali Pier Francesco Mola, Gaspard Dughet, Guillaume Courtois detto il Borgognone, Francesco Cozza e Mattia Preti. Il Salone del Principe è l’ultimo gioiello del Palazzo ad essere stato recuperato e restituito alla fruibilità. Traendo ispirazione dalle pitture realizzate solo l’anno prima nel palazzo del Quirinale, Gaspard Dughet vi ha realizzato un sistema di architetture delineando, lungo le pareti, un colonnato sormontato da una trabeazione oltre il quale si possono scorgere estesi brani paesistici quasi ritratti “dal vero”, sia pur attraverso il filtro di una visione della natura e di una luce idealizzanti. Completa la decorazione dell’ambiente il sistema architettonico della volta. Qui lungo il perimetro dell’imposta corre una sorta di terrazza, delimitata da balaustrate e ringhiere, dalla quale si affacciano gruppi di giovani dame – una delle quali identificata nella figlia del principe Camillo, Flaminia Pamphilj - accompagnate da un cavaliere dal capello piumato. Alle loro spalle un cielo luminoso, appena oscurato da fronde di alberi e sulla sommità della volta nel riquadro centrale lo stemma partito di Camillo Pamphilj e della moglie Olimpia Aldobrandini. Il “salotto dipinto”, così indicato begli antichi inventari della famiglia Pamphilj, fu dipinto da Dughet in tempi assai brevi tra l’estate e l’autunno dell’anno 1658, 1659, con la collaborazione dell’amico Guillaume Courtois, al quale si devono, come ben precisato dagli studi e da disegni preparatori, anche i ritratti delle “belle” di famiglia. Il Museo di Palazzo Doria Pamphilj è stato inaugurato nel 2003 grazie ad un accordo stipulato con il Comune di Valmontone, la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio e la società Treno Alta Velocità. I lavori per la costruzione di nuove infrastrutture ferroviarie avevano infatti messo in luce una serie di siti archeologici di notevole importanza. I reperti in essi rinvenuti e i dati raccolti sul campo, risalenti ad un arco cronologico compreso tra l'età arcaica e quella tardo-imperiale, costituiscono il primo nucleo del MAV. Il piano terra del museo (ingresso, libreria, tre sale espositive e una sala conferenze) trova posto una sezione introduttiva al territorio e alla viabilità antica e contemporanea ospita una sezione introduttiva al territorio e spazi adeguati ad accogliere oggetti di vecchia e nuova acquisizione, mostre temporanee, eventi culturali ed iniziative civiche. Il primo livello è dedicato all'illustrazione del territorio con importante suddivisione ed accenni alla Valle Latina e Valle di S. Ilario. Il secondo livello (quattro sale espositive) è invece dedicato alla presentazione analitica dei siti archeologici rinvenuti e all'illustrazione di temi generali ad essi connessi: il villaggio di carbonai di Colle Carbone, l'insediamento produttivo e la necropoli di Colle dei Lepri la mansio, le terme e la fornace di Colle Pelliccione. Nella Quarta sala detta “archeologia ad alta velocità” troviamo un plastico illustrativo del territorio attraversato dalla linea e comprendente i comuni di Valmontone, Artena, Labico e Colleferro. La prima sala del piano superiore è dedicata a Colle Carbone, colle valmontonese denominato dal villaggio dei carbonai documentato dai ritrovamenti risalente attorno ai secoli IV e II a.C. La sala successiva dedicata al sito di Colle dei Lepri dove sono state studiate numerose stratificazioni murarie che hanno rivelato una continuità d'uso che va dal IV secolo a.C. al IV d.C. Tra i corredi funerari rinvenuti nelle sei sepolture, significativo è il così detto “pettorale della fanciulla di Valmontone”, ornamento in cuoio traforato decorato con lamine di rame dorato e lamine d'oro. E’ il reperto più importante e anche il simbolo del museo. La terza sala illustra il sito di Colle Pelliccione, punto in cui, secondo le cartografie antiche, si incontravano la via Latina e la via Labicana; archeologicamente si delineano due principali fasi costruttive che lo descrivono come luogo di sosta e ristoro dotato di terme. L'ultima sala è completamente dedicata alla manifattura di laterizi prodotti dalla fornace rinvenuta nel 1996 a Colle Pelliccione e collocabile tra il I secolo a.C. e il II d.C. Nell'aprile 2011 è stato rinvenuto un massiccio sarcofago in tufo, non lontano dal campo di volo di Valmontone: datato approssimativamente al III secolo d.C. nel manufatto sono stati rinvenuti i resti del defunto. Al momento il sarcofago è visibile in una delle sale del museo, in attesa dei lavori di restauro conservativo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=b_tZHaLxjgo (video di LeCollineRomane), http://beni-culturali.provincia.roma.it/content/museo-di-palazzo-doria-pamphilj, http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio_member.php?id=96404 (per visitare il palazzo virtualmente), https://www.youtube.com/watch?v=CoOx_dxHjbw (video di Museumgrandtour).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Doria-Pamphilj_(Valmontone), http://www.comune.valmontone.rm.it/pagina1908_palazzo-doria-pamphilj-museo.html (da visitare per approfondimenti), http://www.prolocovalmontone.it/it/palazzo-doria-pamphilj

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.cronachecittadine.it/valmontone-con-laboratori-per-le-scuole-centinaia-di-bambini-palazzo-doria-pamphilj/