giovedì 17 giugno 2021

Il blog si ferma


Cari amici del blog,

sto per partire per la Toscana e nel prossimo weekend conto di visitare diversi castelli in quella regione, in particolar modo nella Lunigiana. Riprenderò la pubblicazione di nuovi articoli al mio ritorno, per l'inizio della prossima settimana. Salutoni !!

Valentino

Il castello di giovedì 17 giugno



MAGIONE (PG) - Castello di Antria

Il castello, antico pagus romano, è ubicato sulla sommità di un colle a 373 metri sul livello del mare e appartenne nel Medioevo ai contadi Perugini di Porta Sant’Angelo e Porta Santa Susanna. Nel dicembre del 1185, quando l’insediamento compare per la prima volta nella documentazione scritta, in Antria deteneva proprietà la canonica perugina di S. Lorenzo. A quella data l’arciprete della cattedrale, magister Benetevolo, con il consenso dei canonici, confermava la cessione “per libellum emphiteosim” a terza generazione maschile e femminile ad Oderisio di Pietro di Ranuccio Blanci e al nipote Bonbarone, della metà di vari beni ubicati nella città e nel contado di Perugia; tra i luoghi in cui essi si trovavano, vi è anche Anteria. Compreso all’interno del territorio pertinente alla pieve di S. Maria di Mantignana, il nucleo abitato era ubicato sull’antico asse viario che da Perugia giungeva al Trasimeno e a Cortona connotandosi come nodo stradale di una certa importanza. In prossimità di Antria si distaccava infatti dalla Perugia-Trasimeno-Cortona una via alternativa che giungeva alla città toscana dopo aver interessato Caligiana, Pian di Marte (Lisciano Niccone-Passignano) e la Val di Pierle (Lisciano Niccone-Cortona), mentre un ramo di quest’ultima proseguiva alla volta dell’Umbria settentrionale dopo aver toccato la zona di Monte Murlo nel territorio dell’attuale comune di Umbertide. Nel 1258 era già dotato di una robusta cinta muraria ed è per questo che ben si comprende lo sviluppo fatto registrare dal nucleo abitato nel corso del secolo XIII, quando, nel 1282 vi si censirono 60 fuochi per una popolazione ipotetica che si aggirava intorno alle 300 unità. Al contrario del trend demografico generale, che nel secolo XIV si connota nella grande maggioranza dei casi per la contrazione subita a causa delle carestie e delle epidemie susseguitesi nel corso del Trecento, la popolazione di questo insediamento si accrebbe raggiungendo nel 1410 le 641 unità.
L’incremento demografico fatto registrare dalla comunità nel corso del secolo XIV, stabilizzatosi nella prima metà del successivo, nel 1456 si censirono in essa 122 fuochi, per un ipotetico numero di abitanti che andava oltre le 600 unità, contribuì in maniera determinante alla costituzione di una pieve o parrocchia autonoma. Fu nel 1448, infatti, che il vescovo perugino Giovanni Andrea Baglioni autorizzò l’erezione del fonte battesimale nella chiesa di S. Rocco e S. Antonio Abate di questo insediamento poi, tra il 1584 e il 1587, trasferito nella chiesa di S. Michele Arcangelo di Collesanto. Il castello fu più volte coinvolto nelle vicende belliche, infatti nel 1260 fu gravemente danneggiato dalle continue incursioni di fuoriusciti perugini e di soldati mercenari fra cui l’arrivo nel territorio perugino della compagnia di ventura inglese di Giovanni Acuto (John Hawkwood) nel 1364. Nel 1426 si arrese a Braccio Fortebracci da Montone che proprio nel castello ricevette gli ambasciatori perugini Sacco Saccucci, Andrea di Guidarello, Andrea Guidoni e Cianello d’Alfano Alfani. In quell’anno fu chiamato a ricoprire la carica di notaio Guilielmus ser Antoni di Antria al seguito del Podestà perugino Michele di Vanni Castellani di Volterra. Nel 1479 fu occupato dai fiorentini ma venne subito ripreso da Perugia. Il pozzo che si trova all’interno del fortilizio, ultimato nel 1496, fu finanziato dal governo Perugia nel 1488 quando, per la sua realizzazione, vennero stanziati 30 fiorini d’oro. Nel 1567 il cardinale Bernardo Salviati generale delle galee dell’Ordine di Malta invitò i Priori perugini a non gravare di tasse il castello già sottoposto a giurisdizione della Badia di Magione. La comunità ebbe un costante e rapido decremento a partire dalla metà del ‘700 tanto da arrivare nel secolo successivo a poco meno di 50 abitanti. Il 22 aprile del 1798, dopo la proclamazione della Repubblica Romana, alcuni abitanti del castello si unirono ai ribelli comandati da Antonio Brugiapelo, detto “Broncolo“, di Passignano che aveva radunato un piccolo esercito controrivoluzionario, marciando alla volta di Perugia, dove furono respinti dalla Guardia Civica. Nell’800 quasi tutto il borgo apparteneva ai Massini. Il castello mantiene ben conservata gran parte della cinta muraria con l’eccezione della parte nord-est; la porta di accesso è sovrastata da beccatelli e una torre mozza oggi adattata a campanile dell’adiacente chiesa. Rimangono delle torri perimetrali fra cui una a base quadrata accanto alla porta e una cilindrica, da poco restaurata, nella parte est; caratteristico anche il possente fabbricato fra la porta e la torre est. All’interno le abitazioni sono disposte lungo l’asse viario centrale con piccoli e stretti vicoli spesso voltati che da questo si dipartono ortogonalmente; ben conservati i due pozzi medievali nella parte alta dell’abitato. Altri link suggeriti: https://m.facebook.com/Antria-440297509446466/, http://www.magionecultura.it/default3.asp?active_page_id=168&idL=10

Fonti e foto: tutto il materiale è preso da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-antria-magione-pg/

Il castello di mercoledì 16 giugno



FIVIZZANO (MS) - Castello di Aiola

Il borgo di Aiola storicamente seguì le vicende del capoluogo, con il dominio dei marchesi Malaspina e della Repubblica Fiorentina e rivestì un ruolo importante nella valle, con un castello e un eremo dedicato a San Giorgio, oggi in rovina. Il castello sorge su uno sperone roccioso, a circa 500 metri di altezza, che dal monte San Giorgio va a chiudere la valle del Lucido in direzione di Vinca, sorvegliando i due rami del torrente Lucido, quello di Vinca e quello di Equi Terme. Ci sono poche notizie documentarie, tanto che neppure se ne conosce il nome preciso; per tradizione si fa riferimento a esso come "Castellaccio", termine andato a designare tutta l'area intorno a questa fortificazione. Il castello, dotato di una cinta muraria così ampia da poter contenere un intero borgo, si trova in una posizione strategica tale da controllare i collegamenti sia di fondovalle che di crinale nella valle del torrente Lucido, collegamenti tra questa parte della Lunigiana e l'area di Massa. La sua struttura architettonica lo fa datare intorno alla seconda metà del XV secolo: potrebbe quindi essere collegato alla lenta ma inesorabile penetrazione dei Fiorentini in Lunigiana, che si abbinò alla costruzione di varie opere fortificate per presidiare i territori di nuova conquista. Era dotato di una cortina muraria merlata e di almeno una torre cilindrica di avvistamento, già in stato di rudere nel XVIII secolo. All'interno della cinta muraria, dotata di due porte voltate, ci sono vari resti di edifici, il maggiore dei quali è a due piani e presenta murature perimetrali merlate. La presenza di troniere, feritoie per archibugio, tende ad assegnare al secolo XV la realizzazione della fortificazione. Nella parte verso il fondovalle del circuito murario sono state trovate murature realizzate con tecniche e materiali diversi dalla parte restante dell'opera: questo ha fatto supporre la preesistenza di fortificazioni o di edifici, successivamente inglobati nelle mura tardomedievali. In seguito ad un intervento di ripulitura che il Comune di Fivizzano ha realizzato con il contributo del Parco Regionale delle Alpi Apuane e la collaborazione e sostegno di Legambiente e della locale sezione del CAI, il castello è progressivamente riemerso alla vista dal bosco di lecci che lo aveva avvolto dopo l’abbandono. Oggi è visitabile l’intera area attraverso un percorso attrezzato con pannelli illustrativi bilingue e un punto panoramico con bellissima vista sulla Lunigiana. Il bassorilievo in marmo raffigurante San Giorgio che uccide il drago posto sopra la chiesa di San Maurizio ad Aiola proviene molto probabilmente dall'antica cappella del maniero, la cappella di Corvara, prima di transitare anche dal vicino eremo di San Giorgio. Altri link suggeriti: http://www.escursioniapuane.com/itinerari/itinerario.aspx?Id_Itinerario=324 (foto varie), https://youtu.be/fiLFh1yAmfc (video di Bruno Monego)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Aiola, https://visitlunigiana.it/il-castello-di-aiola-un-tesoro-ritrovato/, https://www.terredilunigiana.com/castelli/castelloaiola.php, https://www.terredilunigiana.com/borghi/borgoaiola.php

Foto: la prima è presa da https://visitlunigiana.it/il-castello-di-aiola-un-tesoro-ritrovato/, la seconda è presa da https://www.lunigianasostenibile.it/2021/01/31/il-castello-nel-parco/

martedì 15 giugno 2021

Il castello di martedì 15 giugno



CRESPELLANO (BO) - Torre dei Cattanei o Villa Stagni

Posta in cima a un colle, in splendida posizione panoramica che insieme rivela le originarie funzioni difensive dell'edificio, le sue origini sembrano essere ben documentate: così come attesta un'iscrizione murata in facciata, esso fu costruito nel 1474 da Eliseo Cattanei. La notizia è confermata da una seconda iscrizione in cui si leggono le parole "Tugurium Elisei De Cataneis". Stando a questi dati, la Torre Cattanei si qualifica come una delle più antiche dimore del Comune di Crespellano. Come l'edificio doveva presentarsi alcuni secoli più tardi, più precisamente nel tardo Settecento, ci viene documentato da due disegni e da una descrizione dell'Oretti, che intorno al 1770 scrive: "Di bel disegno come una antica fortezza con bella torre, merlato, tutto con fosse d'acqua attorno". Pochi anni più tardi, intorno al 1781, le parole di Marcello Oretti sono confermate dal Calindri, che così descrive l'edificio: "una magnifica antica fabbrica di un palazzo fortificato con merli e torre agli angoli con fossa d'intorno all'uso militare del XV secolo". Da Pantasilea Cattani la villa-fortezza e i terreni adiacenti furono lasciati in eredità al nipote, il conte Giovanni Calderini e dopo la morte di questi passarono ai Padri di San Giovanni in Monte. In epoca napoleonica, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi e alla confisca dei loro beni, l'intera proprietà fu acquistata dagli Stagni, che ancor oggi ne detengono il possesso. Nel corso dell'Ottocento, probabilmente nella seconda metà del secolo, furono intrapresi i lavori che trasformarono l'antica fortezza in residenza, assecondandone la funzione di fulcro dell'attività agricola svolta nei terreni di proprietà. Furono colmati di terra i fossati esterni, evidentemente non più confacenti alle esigenze dell'epoca e, come sembrano testimoniare i disegni settecenteschi dell'Oretti, fu demolito il corpo centrale dell'antica struttura, al posto del quale venne ricavata una corte con pozzo e costruito un nuovo edificio in stile neogotico. Poco distante dalla villa si trova l'oratorio di San Michele Arcangelo, che un tempo ebbe la funzione di parrocchia. La Torre Cattanei, idealmente, è sempre a guardia di Crespellano. anche se il capoluogo stesso ha la sua torre secolare, tradizionalmente chiamata Bentivoglio. edificata alla fine del secolo XVI. Oggi tappa irrinunciabile della rassegna musicale Corti Chiese Cortili, villa Stagni rimane sempre uno dei luoghi più suggestivi del territorio.

Fonti: testo di Silvia Rubini su https://www.comune.valsamoggia.bo.it/index.php/cosa-vedere-itinerari-in-valsamoggia/93-vivere-valsamoggia/897-torre-cattanei-villa-stagni, http://www.appenninobolognese.net/apbo/index.cfm?event=scheda&qpTemaID=0&qpTAS3=20212&qpGEO2=0&qpNEWS_ID=10198&qpParolaChiave=&qpPeriodoID=0&qpOrderBy=&qpRowNro=6, http://web.map2app.com/Fuori-Bologna/it/Crespellano/Crespellano-Palazzi/TORRE-CATTANEI-E-VILLA-STAGNI/

Foto: la prima è presa da http://crespellanoville.blogspot.com/search/label/Torre%20Cattanei%20-%20%20Stagni%20%20%28Villa%29%20-%20Immagini, la seconda è presa da https://valsamoggia.net/crespellano-e-le-10-ville/

lunedì 14 giugno 2021

Il castello di lunedì 14 giugno

 



CASTRONOVO DI SICILIA (PA) - Castello

L’antico nome “Crastus” si trasformò, per la trasposizione della lettera “r”, in Castrus, e quindi Kassaro Kars-nub per gli Arabi, fino a divenire Castrum per i Normanni. Furono proprio i Normanni che sconfissero gli Arabi con il conte Ruggero, a rafforzare le mura della città costruendo due castelli. Ruggero fece erigere una cappella dedicata a San Giorgio, sulle cui vestigia sorse successivamente la chiesa di San Vitale. Sorsero anche i due nuovi borghi di Rabto e di Rakbiat, detto poi di S. Maria Bagnara; da questo nucleo sorse la nuova Castronovo. Durante il periodo della guerra del Vespro, Castronovo assunse un ruolo fondamentale. Federico II d’Aragona, battuti gli Angioini a Caccamo, a Corleone ed a Sciacca, nel 1302 costituì il suo quartier generale a Castronovo, iniziando le lunghe trattative che dovevano portare alla pace di Caltabellotta, sancita il 24 agosto del 1302, concludendo così la lunga guerra del Vespro durata ben vent’anni. Castronovo divenne la sede principale di Federico. Durante la guerra del Baronaggio a Castronovo il 10 luglio 1391 nella chiesa di San Pietro, sulle sponde del fiume Platani, venne convocata la prima seduta del Parlamento del Regno Siciliano, per iniziativa di Manfredi Chiaramonte che aveva preso l’impegno con il legato del Papa Bonifacio IX di fare cessare le discordie interne alla Sicilia. Gli abitanti di Castronovo, nel corso dei secoli, si sono dimostrati gente forte e temeraria al punto di dover riacquistare per ben quattro volte il titolo di città demaniale, con notevoli sacrifici per non subire l’umiliazione del declassamento a città feudale. Il 10 luglio 1401 l’Università di Castronovo si diede un proprio statuto successivamente sanzionato dal re Martino. In esso erano introdotti i primi elementi del nostro Diritto Amministrativo in un regolamento municipale. Castronovo dal 1587 al 1812 fu capoluogo di Comarca ed alla sua giurisdizione appartenevano sette casali e ventisei feudi. L’insediamento medievale si trovava sul colle di San Vitale (750 m), una cresta rocciosa fortemente allungata in senso nord-sud, che sovrasta la parte del Platani nonché l’odierno paese. Quest’ultimo si è sviluppato, secondo un impianto ortogonale, lungo un asse stradale principalmente orientato verso il castello. Si tratta sicuramente dell’antica strada di collegamento con il castello, preesistente all’abitato moderno. Sulla sommità del colle sussistono i ruderi del castello e di diverse chiese. Si segnala in particolare la chiesa di San Giorgio (localmente chiamata del Giudice Giusto) a tre absidi decorate con affreschi di tradizione bizantina (staccati e ricollocati in una chiesa del centro abitato). Un altro sito di grande interesse archeologico nelle immediate vicinanze di Castronovo è la montagna del Cassar che conserva i resti di un insediamento fortificato di età bizantina. La linea fortificata, adattandosi alle asperità della roccia del colle di San Vitale, assume un contorno irregolare in particolare nell’area settentrionale, fortemente allungata e stretta. All’interno di questa cinta, sussistono le vestigia di una torre cilindrica (6,50 m di diametro) e una cisterna rettangolare (7,50 x 3,80 m) scavata in parte nella roccia e coperta da volta. I muri sono costruiti con pietre calcaree di piccole e medie dimensioni, rinzeppate da frammenti di tegola e legate con abbondante malta. I muri presentano modesto spessore (da 0.70 a 1 m), giustificato probabilmente dalla naturale imprendibilità del sito. Solo il lato sud era protetto da un muro più spesso, rinforzato in seguito da una scarpa, nonché da un presumibile ponte levatoio (posto più a valle, lungo l’attuale strada di accesso) che isolava totalmente il colle. Il pessimo stato di conservazione delle vestigia non permette di datare con certezza il castello e di individuare eventuali ampliamenti o modifiche. Solo la chiesa del Giudice Giusto, con le sue particolarità architettoniche e stilistiche trova confronti con chiese castrali del XII secolo (Castellaccio di Monreale, Caronia, Segesta). Alcuni saggi archeologici, effettuati nel 1985, hanno restituito soltanto ceramica databile a partire dal XIV secolo. Le ricerche archeologiche in corso da parte della Soprintendenza BB.CC.AA. di Palermo potranno dare risposte più precise. Quando Martino I re di Sicilia morì in Sardegna nel 1409, nel tentativo di sedare le ribellioni contro gli Aragonesi, ne prese posto, sino alla morte avvenuta l’anno successivo, il padre, Martino il Vecchio re d’Aragona.
Il Regno di Sicilia da decenni addietro era tormentato dagli scontri feudali. In quei frangenti la personalità di rilievo impostasi a condizionare la monarchia era quella di Bernardo Cabrera, gran giustiziere del regno ed ex comandante dell’esercito aragonese giunto in Sicilia nel 1392.Era stato proprio costui a prelevare Bianca, figlia di re Carlo III, dalla Navarra per condurla nell’Isola come moglie di Martino I il Giovane (a cui l’anno precedente era morta l’altra moglie Maria).La regina Bianca era stata delegata dai due Martini per l’esercizio del governo isolano, ma alla morte di Martino il Vecchio sorsero nuovamente aspri scontri. Infatti l’anziano Cabrera, cui nell’interregno spettava il governo, ambiva al trono e pensava di sposare la regina vedova (che le cronache tramandano fosse molto bella e dotata di talento politico). La regina nel 1411 si era rifugiata presso il barone Matteo Moncada nel castello di Castronovo di Sicilia (che risale all’undicesimo secolo) sul Colle San Vitale: da lì aveva promesso l’amnistia ai ribelli se avessero sospeso le loro azioni e avessero riconosciuto la sua autorità. Quando Cabrera la incontrò in un convento catanese e le manifestò le sue intenzioni fu immediatamente scacciato da lei che esclamò: «Ah, vecchio depravato!». La regina quindi si rifugiò a Siracusa, Cabrera cinse d’assedio la città, ma lei riuscì comunque a scappare grazie ai suoi partigiani che la preferivano come reggente. Diretta a Palermo, dove avrebbe atteso dall’Aragona i nuovi consiglieri di governo, sostò una seconda volta a Castronovo. I partigiani di Cabrera a Palermo, dove l’aspettavano, erano stati allontanati con le armi prima che la regina la raggiungesse. Tuttavia il vecchio spagnolo tentò un ultimo colpo di mano notturno cercando di catturare Bianca dopo aver simulato una ritirata: non ci riuscì per poco, la regina avvisata scappò direttamente in camicia da notte su una nave diretta a Catania. E Cabrera trovando il letto vuoto e tiepido ci rimase moltissimo male. Si tramanda che avesse detto: «Ho perso la pernice, ma mi è rimasto il nido!», e che in preda ad uno sconvolgimento mentale dopo essersi tolto i vestiti si gettasse sul letto rotolandovisi ed annusandolo come i cani da caccia. Alla fine il ribelle Bernardo Cabrera fu preso prigioniero e tra l’altro sospeso nudo dentro una rete per due giorni al muro di un castello dove tutti potessero vederlo. Altri link suggeriti:https://www.vivasicilia.com/castello-di-castronovo-di-sicilia/, https://www.youtube.com/watch?v=gGtUGetDlsQ (video di Danilo Caruso), https://www.sicilmedtv.it/castello-di-castronovo/,

Fonti: https://www.associazioneculturalekassar.it/il-territorio-di-castronovo-di-sicilia/le-origini-di-castronovo-di-sicilia/, https://www.icastelli.it/it/sicilia/palermo/castronuovo-di-sicilia/castello-di-castronovo, testo di Danilo Caruso su http://danilocaruso.blogspot.com/2011/04/la-regina-bianca-castronovo-di-sicilia.html

Foto: la prima è di fabiogattuso su https://mapio.net/pic/p-12223079/, la seconda è presa da https://www.vivasicilia.com/castello-di-castronovo-di-sicilia/

domenica 13 giugno 2021

Il castello di domenica 13 giugno



LANA (BZ) - Castel Leone

Chiamato anche Lanaberg o Leonburg, si trova sulla strada che porta al passo Palade, che unisce il Burgraviato alla val di Non. Fu eretto in una posizione particolarmente strategica, da cui si domina tutta la vallata che scende verso l'Adige, dagli antenati della famiglia Brandis, i signori di Lanaberg, intorno al 1200; ed ancora oggi (sebbene sia disabitato) appartiene a quella stessa famiglia: cosa estremamente rara nella solitamente travagliata storia di passaggi di proprietà dei castelli altoatesini, e che lo accomuna all'altro castello di famiglia, Castel Brandis (https://castelliere.blogspot.com/2014/02/il-castello-di-martedi-11-febbraio.html), sempre a Lana. Eppure i Brandis furono sul punto di perdere le loro proprietà, quando si schierarono contro Mainardo II venendo infine sconfitti. Ma Ildebrando, il capo famiglia, ebbe l'accortezza di sottomettersi a Mainardo e di offrirgli le due fortezze. Il conte di Tirolo fu colpito dal gesto e le ridiede in feudo ai proprietari originari. A metà del XV secolo il castello fu semidistrutto da un incendio, ma fu fatto riedificare e ampliare (e da qui derivano le caratteristiche rinascimentali del palazzo signorile). Tra il 1461 e 1463, i Conti Brandis ripresero la proprietà del castello e ne sono in possesso tuttora. Probabilmente solo per questo motivo il maniero oggi è ancora conservato nel suo stato originario. Castel Leonburg è composto da due torri a tre piani ed un reparto adibito ad abitazioni. Ancora oggi è di proprietá privata e quindi non è accessibile al pubblico.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Leone_(Lana), https://web.archive.org/web/20111030101914/http://www.burggrafenamt.com/it/highlights/castelli/castel-leone.html, https://www.meranerland.org/it/cultura-e-territorio/castelli-di-merano/castel-leone/

Foto: la prima è presa da https://www.irisproduzioni.com/riprese-con-drone-per-la-leggenda-di-bassano-2017/, la seconda è presa da https://www.meranerland.org/it/cultura-e-territorio/castelli-di-merano/castel-leone/

sabato 12 giugno 2021

Il castello di sabato 12 giugno



CERTALDO (FI) - Castello di Santa Maria Novella

Il castello di Santa Maria Novella domina ancora oggi uno dei colli del crinale che separa la Valdelsa dalla Val di Pesa, sul torrente Virginio. Il maniero fu distrutto dai ghibellini dopo la battaglia di Montaperti: ricostruito poco dopo, fu distrutto nuovamente nel 1313 dalle truppe che erano al seguito dell’imperatore Arrigo VII. Il castello rimase abbandonato per più di un secolo, finché non fu riedificato ad opera della famiglia dei Samminiatesi. Si presenta come un'imponente costruzione a pianta quadrata, con torri angolari ed elegante fronte di carattere gotico – senese, conferitogli nella riedificazione del XV secolo, avvenuta sui resti del più antico nucleo medievale. Il complesso ha assunto nel tempo l’aspetto di un castello in stile gotico, frutto di una profonda ristrutturazione tardo-ottocentesca. Non è in questa forma che lo vide e lo disegnò Leonardo ai primi del Cinquecento: il castello di Santa Maria Novella figurato nella mappa leonardiana RL 12278 di Windsor ha l’aspetto della dimora fortificata, forma raggiunta nel corso del XV secolo dai nuovi proprietari, cittadini fiorentini che avevano acquistato e progressivamente modificato l’antico edificio medievale. Le sue origini risalgono almeno al secolo XII mentre la località e la chiesa di Nuovole sono documentati già dal secolo XI. Il luogo detto Nuovole, dove fin dai primi del secolo XI esisteva la piccola chiesa rurale di Santa Maria, è la località dove successivamente venne edificato il castrum detto de S. Maria Novella. Il centro fortificato aveva assunto il nome del luogo e della piccola chiesa di cui ancora si conservano i resti presso la villa-fattoria. La chiesa, ad aula unica, presenta ancora oggi una interessante monofora che si apriva al centro del catino absidale. L’archivolto, realizzato in un unico blocco, è decorato da due cornici, rispettivamente a dentelli lungo l’intradosso e a listello sull’estradosso. Sulla faccia del blocco dell’arco della monofora sono scolpite due figure zoomorfe a bassorilievo realizzato a risparmio entro superfici circolari. I caratteri dell’edificio sembrano riferibili alla chiesa castellana del secolo XII. Santa Maria Novella viene infatti rammentato per la prima volta come castrum in una famosa donazione dell’anno 1126. Il documento ne chiarisce le origini, legate probabilmente alle due famiglie comitali che fra XI e XII secolo avevano in questa parte della Valdelsa cospicue proprietà: i conti Cadolingi e poi gli Alberti. Si tratta della donazione di una serie di curtes e castelli effettuata a favore del vescovo di Firenze Goffredo, un esponente della famiglia comitale degli Alberti. Il donatore fu la vedova di tale Rodolfino di Berardo de Catignano, personaggio appartenente ad uno dei gruppi familiari legati fino ai primi del XII secolo ai conti Cadolingi e poi, forse proprio dopo l’estinzione della casta, agli Alberti. Fu infatti proprio nella prima metà del secolo XII che si vennero a creare le condizioni per un più intenso radicamento dei conti Alberti in Valdelsa, una presenza che culminò nel progetto di fondazione di Semifonte. Osservando la famosa donazione del 1126 al conte Goffredo degli Alberti si nota come l’insieme dei beni acquisiti fosse costituito in parte da curtes e castelli dell’ex dominio cadolingio, come Linari, Catignano e forse anche Santa Maria Novella, e da altri già parte dei possessi della casata albertinga, come il castello di Pogni. Fu infatti proprio nella prima metà del secolo XII che gli Alberti rafforzarono notevolmente la propria presenza in Valdelsa, lungo un’importante via di penetrazione che dal Valdarno portava verso Sud. Uno degli episodi più significativi dell’ascesa di questa casata comitale fu certamente la fondazione, sullo scorcio del secolo XII, di Semifonte. Su uno dei percorsi di crinale mediano fra le vie volterrane Nord e Sud venne fondata per iniziativa del conte Alberto IV una nuova terra murata in concorrenza con tutti i centri che allora punteggiavano i percorsi e i nodi viari più importanti del sistema di strade della Valdelsa. Il progetto come noto, fu drasticamente interrotto da Firenze che distrusse Semifonte a pochi decenni dalla sua nascita. Dal giuramento imposto agli abitanti si apprende che un insieme di nove capifamiglia proveniva da Santa Maria Novella. Dunque un nucleo cospicuo di abitanti del castello di Santa Maria Novella erano andati a popolare la nuova fondazione degli Alberti. Nel corso del XIII secolo il piccolo castello, oramai compreso nel contado di Firenze, venne acquistato dalla famiglia fiorentina dei Gianfigliazzi, come avvenne per molti dei castelli che, perduta la funzione legata agli antichi detentori di diritti (le grandi famiglie comitali del fiorentino), divennero oggetto di investimento da parte dei facoltosi esponenti della nuova élite mercantile in ascesa. Le vicende belliche legate alla discesa dell’imperatore Enrico VII ai primi del Trecento coinvolsero anche il piccolo castello di Santa Maria Novella che nel 1312 fu occupato dalle truppe imperiali. Le sue strutture difensive dovevano essere ancora in efficienza se il castello venne rivendicato come appartenente all’impero. Nel corso del Trecento la proprietà passò dai Gianfigliazzi alla famiglia dei Sanminiatesi, tuttavia la chiesa castellana era ancora il cuore della comunità dei residenti che abitavano le case e i poderi documentati anche nell’antico toponimo Nuovole. Nel 1358 la piccola comunità di Santa Maria Novella dovette provvedere, per ordine della città di Firenze, al contributo per le spese necessarie al ripristino delle mura di Certaldo. Dunque sebbene l’antico castello fosse oramai divenuta dimora privata, nelle carte tardo trecentesche la comunità risulta in qualche modo ancora legata al sito (1375, actum in castro et populo sancte mariae novelle). Il complesso edilizio di Santa Maria Novella dovette essere radicalmente trasformato nel corso dei primi decenni del secolo XV, quando l’antico castello risultava dotato ormai dei caratteri tipici della dimora fortificata di campagna. In una portata catastale del 1427 si legge: Santa Maria Novella: luogo da abitare overo fortezza con orto chiamato “Giardino” […]il quale luogo abitano dette rede […]e nel detto luogo tenghono un uomo che guarda il detto luogo e lavora il detto giardino al quale danno fiorini 11 l’anno e le spese e lavora certa vigna perghole e anghuillaie sono in detto giardino. È questo il bellissimo complesso che venne disegnato da Leonardo al principio del Cinquecento in una delle sue mappe più famose. Nella carta della collezione Windsor Castle RL 12278, poco sopra il castello di Lucardo, si vede il profilo di un castello circondato da mura e ben turrito, segnato con il toponimo S[anc]ta Maria Novella. La dimora-fortezza rappresentava per Leonardo ancora un luogo fortificato in perfetta efficienza nel caso di necessità. L’aspetto attuale di Santa Maria Novella risale probabilmente alla seconda metà dell’Ottocento quando l’immobile risultava appartenere ai Franceschi-Galletti, famiglia pisana imparentata con gli Aulla, i precedenti proprietari. Ai nuovi proprietari si deve probabilmente la riconfigurazione degli esterni dei fabbricati bassomedievali in stile neo gotico. In particolare, come è stato osservato, il piano di calpestio risulta essere stato notevolmente rialzato in corrispondenza della facciata con l’ingresso monumentale, la parte che risulta più profondamente rimaneggiata. L’intervento sembra essere successivo al 1820 e deve essere stato funzionale alla realizzazione dell’ingresso in stile neogotico abbellito da bifore, trifore e dal coronamento merlato che si trova unicamente su questo prospetto. I pesanti interventi ottocenteschi non hanno tuttavia cancellato l’impianto del fortilizio bassomedievale che ancora si riconosce nella serie di edifici di forma e dimensioni diverse che circondano la corte centrale. Oggi il castello è un’elegante struttura ricettiva e una cornice d’eccezione per matrimoni ed eventi (https://castellodisantamarianovella.com/). Altri link suggeriti: http://www.carnesecchi.eu/castellofiano.htm, https://www.youtube.com/watch?v=GEY96PW83Xo (video di Marco Galeotti), https://www.youtube.com/watch?v=iLrzOIiJzt4 (video di ursea1952),

Fonti: https://www.latoscanadileonardo.it/it/luoghi/citta-metropolitana-di-firenze/comune-di-certaldo/santa-maria-novella.html, https://toscananelcuore.it/castello-di-santa-maria-novella/, http://www.ursea.it/walking/493/percorso.htm

Foto: la prima è presa da https://iltirreno.gelocal.it/empoli/cronaca/2021/05/06/news/anche-il-castello-di-santa-maria-novella-fra-i-gioielli-in-cerca-di-investitori-privati-1.40240468, la seconda è presa da https://www.toscanafilmcommission.it/luoghi/castello-di-santa-maria-novella/

venerdì 11 giugno 2021

Il castello di venerdì 11 giugno



MONTEGIORGIO (FM) - Castello di Alteta

Il castello di Alteta risale al Medioevo, epoca in cui fu conteso fra Montegiorgio (cui venne assegnato all'inizio del XIII secolo) e Fermo (alla quale venne ceduto nel 1199). Con altri castelli fermani subì la conquista da parte di Carlo Malatesta nell'attacco condotto da questi al marchese Ludovico Migliorati, signore di Fermo, per conto del papa regnante Gregorio XII (1413). Fu tuttavia riconquistato dai fermani dopo la sconfitta del Malatesta ad opera di Braccio da Montone (1416). Alteta fu comune autonomo fino al 4 aprile 1869 e anche in seguito, essendo stato ricostituito il 30 luglio 1896. Il comune di Montegiorgio però interpose appello al Consiglio di Stato e l'8 aprile 1900, per decreto reale, si vide riannessa la frazione. Con il XX secolo inizia il progressivo abbandono, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, che rende oggi Alteta un paese quasi fantasma nonostante il centro storico si conservi ancora molto bene. Si accede all'antico incasato attraverso la caratteristica porta castellana, unica via per accedere ancora all'antica Alteta, che immette sulla piazza principale in cui si innalza la facciata della chiesa di San Zenone con il suo campanile. Completata nel XIV secolo e modificata nei secoli successivi, la porta castellana, che si apre a meridione, è fornita di un arco gotico in cotto incorniciato da una fila di mattoni in rilievo, piuttosto comune nel fermano. La si raggiunge percorrendo una rampa disposta alla "mancina" ovvero in modo tale da offrire il lato destro degli assalitori, solitamente occupato a tenere la spada e non lo scudo. Probabilmente all'epoca la rampa era differente e presentava un solido portone e verosimilmente anche un ponte mobile, sebbene non vi siano tracce di un eventuale ponte levatoio. Oltrepassato l'arco d'ingresso ci si trova nel cuore dell'opera: molto suggestiva è la travatura del soffitto, il piano superiore della porta era occupato dagli ambienti dell'ex palazzo municipale. Si possono solo fare ipotesi sul coronamento superiore della porta dato che le modifiche apportate nei secoli ne hanno cancellato le tracce. Sempre nella piazza XXV Aprile si affacciano dei palazzi nobiliari mentre una stretta via percorre un tracciato ad anello che collega la parte restante del castello occupata dalle abitazioni. Gradevole è la strada che costeggia l'esterno del paese dove è possibile ammirare la campagna fermana e la cinta muraria, di cui rimangono parecchie tracce, nonostante si sia fusa nel tempo con le abitazioni del paese, ed è ancora possibile comprenderne il perimetro. Costruita presumibilmente tra il XIII ed il XIV secolo, e riaggiornata fino al XVI secolo, durante la propria storia la cinta diede prova di riuscire a difendere bene la comunità come durante l'assedio del 1498. Le mura hanno un andamento a cuspide, nel fronte meridionale si apre la porta castellana raggiungibile da una rampa, preceduta dai resti di un torrione angolare del quale rimane solo un piano ma se ne rende comunque possibile una ricostruzione. Proseguendo oltre la torre mozza si trova un tratto di mura sufficientemente rettilineo che si conclude con la pseudo torre angolare, l'elemento più interessante delle difese castellane. La torre è costituita da due grandi e strette arcate, quasi a formare due caditoie spropositate, appoggiate ad un'alta scarpa che si alza dalla base fino alla cima della struttura su cui è sorretta una piattaforma superiore, un tempo probabilmente merlata, che assicurava la difesa ai lati delle muraglie. Poco distante la chiesa di San Zenone emerge dalle mura, snaturandone la struttura insieme all'area del palazzo Tiracorda, anch'essa riadattata. Da qui in poi la cinta va arrotondandosi fino a formare quasi un angolo rivolto verso ovest, tornando quindi verso la porta castellana. La circonvallazione segue l'andamento delle difese in quest'area, giusto per rendere un'idea al visitatore dato che risultano poco leggibili, soprattutto riavvicinandosi alla porta dove alcune strutture recenti non si integrano con le le calde armonie del cotto. Malgrado lo stato di abbandono è da visitare soprattutto per la singolare torretta!

Altri link suggeriti:https://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=13495, http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/07_castelli/04_fermo/00002/index.htm, https://www.youtube.com/watch?v=5ocePgmT2h8 e https://www.youtube.com/watch?v=nqqH0aLPFnM (entrambi i video di MARKMEDALVideochanel), https://www.youtube.com/watch?v=u2llqZ7wXss (video di Invest in Marche Property)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Alteta, https://www.habitualtourist.com/alteta

Foto: la prima è presa da https://www.habitualtourist.com/cinta_muraria(alteta-montegiorgio), la seconda è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/07_castelli/04_fermo/00002/index.htm

giovedì 10 giugno 2021

Il castello di giovedì 10 giugno



BRINDISI - Masseria di Mitrano

Con il governo spagnolo di Carlo V e dei Vicerè nel Regno di Napoli l’esigenza di realizzare una linea difensiva fu di primaria importanza. Il Marchese d’Alarçon nel 1530 scrive al sovrano dicendogli che la Terra d’Otranto è impossibilitata a difendersi, ma i suoi interventi furono però sporadici per l’esiguità delle risorse. Nel frattempo i pirati turchi, forti della loro supremazia navale, effettuarono per tutto il corso del XVI secolo attacchi e saccheggi, nel Salento per esempio: a Tricase, Castro, Presicce, Gallipoli anche se non ebbe buoni risultati, Ugento, S. Pancrazio Salentino, addirittura riuscirono a trovare rifugio su due isole vicino a Taranto. Gli equilibri politici europei, inoltre, si spostavano portando la Francia di Francesco I a nuove e preoccupanti relazioni diplomatiche e alleanze con l'Impero Ottomano di Solimano I il Magnifico. Per far fronte a questa difficile situazione politica-militare nel 1532-33-39 il Vicerè spagnolo Don Pietro de Toledo emanò una serie di ordinanze rivolte alle singole Università, imponendo loro di proteggersi da eventuali attacchi nemici con la costruzione a proprie spese di torri di avvistamento marittimo. La ripresa del conflitto franco-spagnolo rallentò la realizzazione del progetto che gravava interamente sulle spalle dei singoli comuni, impoveriti dalle guerre e impossibilitati a sostenere le spese, e soltanto una minima parte fu realmente costruita. Solo fra il 1560 ed il 1563, regnante Filippo II ed a Napoli il governo del Vicerè Don Pedro Afan de Ribera duca d'Alcalà, fu approvato un piano sistematico delle difese del regno. Emanò precise istruzioni ai governatori provinciali:
- la costruzione delle torri era decisa dalla Regia Corte, tutto doveva essere fatto con il suo permesso, in quanto il loro posizionamento doveva essere regolato da precisi criteri riguardo la distanza reciproca per una buona visibilità;
- le fortificazioni esistenti ritenute di pubblica utilità venivano espropriate dietro indennizzo per essere eventualmente riadattate;
- Regi ingegneri avrebbero individuato le località adatte alla costruzione di una catena ininterrotta di torri per tutto il Regno, più rade nei tratti di scogliera alta ed impervia, più ravvicinate in tratti di costa bassa;
- L’organizzazione, le modalità di funzionamento del sistema di guardia;
- Le spese della costruzione sarebbero state imputate alle Università cointeressate in proporzione alla popolazione.

Il piano fu messo a punto dal Preside della Regia Camera della Sommaria, Don Alfonso Salazar, che si avvalse della collaborazione dei migliori architetti militari del tempo. I governatori delle provincie si mossero immediatamente con gli ordini di progettazione e di costruzione di numerose nuove torri costiere. In realtà poche vennero effettivamente realizzate subito, a causa del criterio di ripartizione delle spese, molte Università, infatti, ritenevano che lo Stato dovesse farsi carico per buona parte dell'esborso, altre lamentavano che le proporzioni erano falsate da censimenti superati e talvolta errati. Per reperire i fondi necessari le comunità costiere subirono una notevole imposizione fiscale, fu anche creata un apposita tassa per le città distanti meno di 12 miglia dal mare. In tal modo nel giro di pochi anni la fabbricazione delle torri progettate si sperava di portarla a termine. Il tutto si doveva collegare con i sistemi difensivi delle città, mura, bastioni, torri, castelli. La Regia Camera impose una nuova imposta necessaria per:
- la manutenzione e il restauro di torri rovinate;
- gli equipaggiamenti, un documento notarile elenca: “mascolo di ferro, uno scopettone, uno tiro di brunzo con le rote ferrate accavallato, con palle settanta di ferro”;
- gli stipendi ai Torrieri;
- il mantenimento delle compagnie dei Cavallari, coloro che perlustravano in modo da allarmare in caso di necessità i caporali delle torri e avvertivano gli abitanti delle zone più esposte alla minaccia; dato che l’organizzazione degli uomini era demandato alle Università, in un periodo successivo, per ragioni economiche, si organizzarono anche volontari scelti fra gli abitanti.

Nonostante questa capillare pressione fiscale, nel 1568 erano costruite solo alcune di quelle previste, ed il Vicerè ordinava di affrettarne l’edificazione. Le autorità spagnole escogitarono anche uno stratagemma, chi si fosse preso l’impegno di erigere una torre sarebbe poi stato ripagato con il titolo di “Capitano di Torre”, che aveva spesso il diritto di riscuotere dazi non offrendo l’aiuto di difesa e riparo a chi fosse stato inadempiente. Ogni torre doveva contenere pochissimi uomini armati, in quanto avente funzione di avvistamento e non di difesa, il "Capo Torriere" e tre guardiani dipendenti che percepivano una retribuzione di 4 il primo e 3 ducati gli altri due. Perciò le sue dimensioni si aggiravano intorno ai 10m. x 10m. di lato, misurati all’esterno, con un vano interno netto di circa 5m x 5m. Solo poche erano di dimensioni maggiori rispetto alle altre, o perché già costruite da privati per potersi eventualmente rifugiare, o perché sede del comando di altre torri vicine (torri capitane) o di riserve di uomini, vettovaglie, materiali, o dei Cavallari (torri cavallare, spesso anche munite di una barca chiamata feluca da guardia, con la quale raggiungere e sorvegliare zone di più difficile osservazione). Da non sottovalutare anche la presenza di Casali e Masserie Fortificate, il tutto andava ad infittire il reticolo difensivo. Nella nostra provincia, esistevano alla metà del XVI secolo, diverse masserie dotate di torre d’avvistamento, alcune ancora oggi visibili. Per esempio in agro di Brindisi, a nord: masseria Torre Regina Giovanna, Baccatani, Badessa, Grottamiranda, ma anche il Castello di Serranova, nel territorio di Carovigno che proprio in quegli anni veniva completamente ristrutturato; Baroni, Belloluogo, Incantalupi, lungo la direttrice verso l’interno; Lu Plema e Mitrano vicino alla città; Pigna, S.Teresa, Villanova a sud. In uno scenario verdeggiante della campagna brindisina, a 3 km. dall’Aeroporto Papola, tra secolari alberi di querce e pini, circondata da vitigni di negramaro e malvasia, sorge la Masseria Mitrano, dove insiste una Torre del 1549.

Fonti: http://www.brindisiweb.it/monumenti/difesa_costa2.asphttp://www.circoloippicomitrano.eu/index.php/struttura,, https://www.piratinelsalento.it/citta-salento/cosa-fare-a-brindisi.php (foto)

Foto: la prima è presa da http://www.brindisiweb.it/monumenti/difesa_costa2.asp, la seconda è presa da https://www.brindisioggi.it/ambiente-ed-equitazione-al-via-le-lezioni-anche-per-gli-adulti/mitrano1/

Il castello di mercoledì 9 giugno











BOBBIO (PC) - Castello Malaspina-Dal Verme

Il borgo di Bobbio cominciò ad essere fortificato, con la costruzione delle mura, nel XIII secolo, un documento del 1219 nomina una "braida de castello". La documentazione storica relativa all'antico maniero che fu dei Malaspina, quindi dei conti Dal Verme, non è eloquente delle singole fasi costruttive. La storiografia riferisce che la costruzione originaria ebbe inizio nel 1304 nella parte alta di Bobbio ad opera di Corradino Malaspina, primo "signore" della città, forse in collaborazione con Visconte Pallavicino. La struttura e le proporzioni originarie del fortilizio erano inferiori a quelle attuali, derivanti da progressivi ampliamenti nel corso dei secoli. Venne edificato di fianco ad un'antica chiesa romana che un tempo gli storici ritenevano potesse essere l'antica chiesa romana della Basilica di San Pietro, che era stata costruita prima dell'arrivo di san Colombano da un ignoto missionario che evangelizzò il primitivo borgo romano. Il fatto che il borgo si sviluppasse attorno all'antica chiesa romana già fece soppiantare questa tradizione, e le successive indagini geologiche ed archeologiche hanno dimostrato definitivamente che la basilica antica era esattamente dove è oggi l'attuale basilica abbaziale ricostruita più volte per stratificazione sia in epoca longobarda e carolingia che medievale e rinascimentale. L'antica chiesa del castello, detta anche non a caso "del vescovo", di cui rimangono i resti a lato ingresso assieme alla torre, era l'antica chiesa di Santa Maria, utilizzata fin dall'epoca longobarda per le celebrazioni in cui potevano parteciparvi anche le donne, infatti la chiesa monastica era preclusa all'elemento femminile. Essa divenne dal 1017 al 1075 la sede temporanea del vescovo-conte e della diocesi di Bobbio, prima della costruzione definitiva della nuova Cattedrale di Santa Maria Assunta di cui ne assunse il nome ed il titolo. Infatti il nuovo potere politico-amministrativo sorto il 14 febbraio del 1014 con l'elevazione di Bobbio dal rango di borgo a città e sede vescovile, temporaneamente nella persona di Pietroaldo già abate e nuovo abate-vescovo, si scisse nel 1017 nelle persone del nuovo abate Bosone e nel nuovo vescovo Attone, che sposto la sede diocesana temporaneamente nell'antica chiesa romana di Santa Maria. Nel turbolento periodo delle lotte tra Guelfi e Ghibellini il castello fu presidio dei Ghibellini, vi si rifugiavano i nobili in fuga dagli assalti portati dal Comune di Piacenza (Guelfo) ai castelli della val Trebbia. Nel 1342 divenne possesso dei Visconti di Milano e nel 1360 Galeazzo Visconti lo donò alla nuora Isabella di Francia, sposa del figlio Gian Galeazzo. Nel 1413 venne conquistato dagli Anguissola di Travo per un solo anno, infatti tornò rapidamente ai Visconti, i quali nel 1436 assegnarono il castello con il titolo di conte ai Dal Verme che ne mantennero il possesso con alterne vicende fino alla soppressione del feudalesimo. L'assetto attuale della costruzione sembrerebbe potersi ricondurre alla volontà di un discendente di questi ultimi, Pietro Dal Verme, che intervenne alla metà del XV secolo. L'assetto attuale del castello sembrerebbe infatti potersi ricondurre alla volontà di un suo discendente, Pietro Dal Verme, che intervenne nel 1440. Alla sua morte, nel 1485 tutti i suoi beni furono confiscati dalla Camera Ducale, che nel 1487 li concesse a Galeazzo Sanseverino, marito di Bianca Sforza. Da questa concessione furono esclusi Bobbio e il castello, perché ritenuti del patrimonio ducale. Durante l'assedio di Ludovico di Lussemburgo, nel 1500, Eleuterio e Pier Antonio Dal Verme persero il castello e ne rientrarono in possesso solo cinque anni più tardi, ma da quella mantennero la proprietà per poco tempo, fino alla discesa in Italia di Francesco I il quale, nel gennaio 1516 cedette i castelli vermeschi a Galeazzo Sanseverino. Nello stesso anno il re gli assegnò anche Bobbio, elevandolo in marchesato. Anche il dominio del Sanseverino ebbe breve durata, poiché nel 1521 i Dal Verme furono reintegrati nei loro tradizionali possessi, Bobbio compreso, ricevendo ulteriori investiture ducali e imperiali. Nella divisione dei beni vermeschi avvenuta nel 1530, Bobbio toccò al conte Federico, mentre nelle successive divisioni del 1545 passò al figlio Gian Maria, capostipite della linea dei conti di Bobbio. La trasformazione dell'antico, austero maniero in elegante dimora, che le fonti datano al 1545, si deve allo stesso Gian Maria Dal Verme. Una consistente campagna di lavori dovrebbe risalire alla metà e poco oltre del Cinquecento. Infatti il dislivello che intercorre fra l'attuale accesso e il piano di appoggio del muro a scarpa, alto circa 3 metri, può lasciare supporre che al piano terreno fossero in origine presenti alcuni ambienti oggi non più praticabili. La trasformazione dell'antico, austero maniero in elegante dimora, che le fonti datano al 1545, si deve allo stesso Gian Maria Dal Verme. Una consistente campagna di lavori dovrebbe risalire alla metà e poco oltre del Cinquecento. Infatti il dislivello che intercorre fra l'attuale accesso e il piano di appoggio del muro a scarpa, alto circa 3 metri, può lasciare supporre che al piano terreno fossero in origine presenti alcuni ambienti oggi non più praticabili. Con la morte di Carlo Dal Verme, nel 1759, si estinse il ramo bobbiese della famiglia e il castello unitamente ad altri beni pervenne ai Dal Verme di Piacenza, nonostante la ferma opposizione del vescovo di Bobbio, il quale aveva preteso, peraltro senza esito, la restituzione di tutti i feudi vermeschi che, a suo parere, spettavano all'episcopato bobbiese. Fra la seconda metà del Settecento e i primi anni del secolo successivo il fortilizio conobbe una fase di decadenza. L'analisi condotta sulla cospicua documentazione conservata nell'Archivio dal Verme, depositato presso l'Archivio di Stato di Verona, non ha purtroppo dato riscontri positivi in relazione alle singole fasi costruttive. Il materiale documentario infatti, pur relativo a Bobbio e alle terre dei Dal Verme, riguarda principalmente diritti di caccia, carteggio di alcuni membri della famiglia con il conte Bogino, a Torino, primo segretario di guerra di S.M.S., nonché scritture inerenti piccoli lavori al castello ("riduzione delle finestre che erano alla sommità del dongione in cannoniere... costruzione d'un nuovo forno, de tellari delle finestre mancanti, colla formazione di diversi condotti che allontanano l'acqua a cui erano sottoposti i sotterranei...") resisi necessari dopo l'occupazione delle soldatesche, che vi avevano alloggiato dal novembre 1748 all'11 giugno 1749. Truppe francesi occuparono il castello dopo la battaglia del Trebbia nel 1799, ma per poco tempo poiché furono cacciati dalle forze della Seconda Coalizione (austriaci e russi). Diverse sono le lettere nelle quali si citano i "gravi danni" subiti dal conte, derubato dei mobili dalle truppe che avevano danneggiato anche "la vigna, i giardini e siti annessi". Dal carteggio si evince che erano stati spogliati di tutto il legname il giardino e la vigna, e che avevano subito danni la cucina del castello e i suoi arredi. A quell'epoca il castello era dotato di ponti levatoi sui fronti nord e ovest e del fossato, riempito nel corso dell'Ottocento. Nel 1805 i conti dal Verme alienarono il fortilizio con le terre annesse all'avvocato Paolo Della Cella, esponente di un'antica famiglia piacentina la cui lunga genealogia è dipinta su una grande tela ovale, del XVIII secolo, conservata in una delle sale del secondo piano del castello. Una nipote di Paolo Della Cella, Irene, alla fine del XIX secolo portò in dote il castello all'ing. Eugenio Piccinini, al quale si devono numerosi e non sempre pertinenti interventi di restauro. Irene Della Cella Piccinini è la madre dell'ultimo proprietario, Riccardo Piccinini, che alienò il castello allo Stato, attuale proprietario, nel 1956. Attualmente il castello è visitabile ed è inserito nel circuito dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma, Piacenza e Pontremoli. Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali lo gestiva in "gestione diretta" tramite il Polo museale dell'Emilia-Romagna, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei. A partire dall'11 gennaio 2020 la gestione del Castello Malaspina-Dal Verme di Bobbio è passata al Comune di Bobbio. Il castello Malaspina Dal Verme, sottoposto a disciplina di tutela diretta per effetto del D.M. 15.11.1956, e a tutela indiretta a seguito del D.M. del 19.02.1965, è una struttura fortificata costituita da più corpi di fabbrica racchiusi entro la cinta muraria interna in pietra. Attualmente il castello presenta la sola cinta muraria interna, essendo stata quella esterna demolita, unitamente al torrione di Porta Nuova, nel 1858, quando si aprì il rettifilo detto di Porta Nuova (dalle piante settecentesche risulta che il maniero era collegato a una cinta muraria esterna dotata di porte fortificate, che al suo interno aveva altre due torri: il torrino e la torre di Primatello). Sui lati nord ovest e nord est della cinta muraria sono visibili le tracce dei due ponti levatoi. Al fortilizio si accede da due ingressi, entrambi posti a nord. All'interno del sistema murario si erge il mastio, su pianta quadrangolare, originariamente fornito di una sola porta, in asse al ponte levatoio di nord ovest. Il mastio presenta una muratura in pietra sbozzata apparecchiata con disegno pseudo isodomo. In corrispondenza del coronamento è situata la serie di finestre, cinque sui alti nord e sud, quattro sui lati est e ovest, ora concluse da archetti a piatta banda modestamente inflessa, ma che in origine costituivano i vuoti intercalati tra un merlo e l'altro. Sul lato ovest del fortilizio si individuano resti di quella che è indicata come torre del Vescovo, ritenuta la parte più antica del castello, costruita dopo il 1017 vicino all'antica chiesa romana di Santa Maria, probabilmente torre campanaria poi adattata a scopi difensivi. Prima della costruzione del castello vi erano alloggiate le truppe, fu abbassata in epoca imprecisata. Sul lato est, in angolo del muro di cinta, è presente una torre circolare, dotata di due ambienti, il primo, coperto da tetto conico a livello del terrapieno del castello, il secondo, ipogeo, coperto da volta a padiglione, cui si accede attraverso una scala esterna addossata alla parte esterna della torre circolare. A nord ovest si conserva l'antico pozzo. Due gli ingressi che consentono l'accesso al mastio, rispettivamente ricavati a sud est e a nord ovest. Sui fronti del mastio al di sotto della linea delle merlature, corre una cornice orizzontale costituita da una serie di fori rettangolari che presumibilmente in origine dovevano consentire il deflusso dell'acqua piovana dai retrostanti camminamenti di ronda, risalenti alla fase quattrocentesca del castello. Su questo stesso fronte si aprono un ingresso al salone del primo piano, accessibile da una scala esterna a rampa unica in pietra, e una porta finestra, dotata di balconcino con ringhiera in ferro battuto, che dà luce al salone. La struttura della torre reca un'alta base a scarpa. L'articolazione e la distribuzione degli ambienti interni del mastio, il cui primo piano risulta notevolmente rialzato e molto trasformato rispetto all'originario presupposto assetto, soprattutto a seguito degli interventi promossi dall'ultimo proprietario tra la fine dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, si presenta piuttosto funzionale. Qui si aprono l'atrio di ingresso, con pavimento di legno intarsiato, la "Sala delle Marine” e un salone dotato di un grande camino in pietra sormontato dalle armi della famiglia Dal Verme. Su questo stesso piano si aprono anche alcuni locali di servizio, ricavati nel corpo addossato al lato nord ovest. Sulla parete lungo la scala che conduce ai piani superiori, è un affresco staccato, riferibile al XVI secolo, raffigurante una Madonna con Bambino. Al secondo piano si aprono altri ambienti intercomunicanti, fra i quali un salone, coperto da volta a botte, arredato con mobili in stile. Gli ambienti di questo piano, ove si aprono anche la camera da letto, un salotto, uno studiolo e una sala con camino, hanno pavimenti in legno a intarsio. Uno stemma vescovile con la croce dei Lorena è affrescato sulla rampa di scale che conduce al terzo piano. Qui una grande sala, con volta a botte, riceve luce da una sola finestra, ed è dotata di camino; seguono due ambienti comunicanti. La rampa che conduce al quarto piano reca ancora resti di affreschi e uno stemma vescovile con la croce di Lorena. Il quinto piano, oggi caratterizzato da quattro possenti pilastri, tutti di recente fattura, probabilmente delimitato in origine da murature merlate, è illuminato da una serie di finestre rettangolari alcune delle quali sono state ricavate dai vuoti interposti tra i merlo e l'altro. Un intervento di restauro e di consolidamento è stato condotto nel 1973 e ha comportato il rifacimento di tutti gli intonaci, dei pavimenti, della copertura, il consolidamento delle strutture e di parte della scala. Si narra la leggenda del pozzo dei coltelli, ubicato presso il castello nei sotterranei della torre circolare di sud-est, oggi riempito e chiuso; si sarebbe trattato di un pozzo con il condotto rivestito da numerosissime lame affilate, sporgenti e messe orizzontalmente e comunicante con una segreta senza via di uscita. Chi ci finisse dentro non è dato a sapere, verosimilmente nemici del signore e gente sgradita, ma si narra anche di giovani donne rapite dai vari castellani. Nei racconti anche degli ultimi proprietari del castello si fa riferimento al fatto che coloro che venivano scaraventati nel pozzo in parola preferissero buttarsi contro le lame sui bordi, al fine di evitare l'agonia nella segreta; si narra pure di “fantasmi”, c'è chi giura di averli visti sopra le mura, forse di alcuni dei condannati a questo supplizio. Altri link suggeriti: https://www.icastelli.it/it/emilia-romagna/piacenza/bobbio/castello-malaspina-dal-verme-di-bobbio, https://www.youtube.com/watch?v=cLg-Zjbl_zI (video di Luca Allegrone), https://www.youtube.com/watch?v=DVwX7UJiAkg (video di oltrepotv)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Malaspina-Dal_Verme_(Bobbio), https://www.castellidelducato.it/castellidelducato/castello.asp?el=castello-malaspina-dal-verme-di-bobbio-borgo-di-san-colombano, https://musei.emiliaromagna.beniculturali.it/musei/castello-malaspina-di-bobbio

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://fondoambiente.it/luoghi/castello-malaspina-bobbio?ldc

martedì 8 giugno 2021

Il castello di martedì 8 giugno


ARPAIA (BN) - Castello

Arpaia, piccolo centro della Valle Caudina situato al limite della provincia di Caserta, domina con la sua posizione strategica la storica Gola delle Forche Caudine, luogo della pesante umiliazione inflitta dai Sanniti ai Romani. Questo piccolo centro, posto ai piedi dei Monti Meridionali del Partenio, dove declinano dolcemente nel fondovalle dei Suessolani, è dominato dalle rovine di un Castello-Fortezza che si erge su un largo terrazzo roccioso le cui radici si perdono tra il secolo VIII ed il secolo XII. Tale fortilizio, sorto a guardia della Via Appia, dal Passo di Arpaia, si immetteva nella Valle Caudina che per molti secoli fu terra di feudi e di conquiste. Se consideriamo poi, che questa cittadella è stata quasi sempre un luogo di confine tra il Sannio e la Piana della Campania, ci si convince che vi dovette essere un presidio ben fortificato. Si presume siano stati prima i Sanniti e poi i Romani a fortificare l'altura, costruendovi rocche e salde difese che nel corso dei secoli hanno cambiato padrone ed aspetto. Questi imponenti manufatti, con le robuste murazioni, fanno pensare che si tratti di una delle più grandi opere di fortificazione esistenti nel Sannio. Sulla sinistra del poderoso fortilizio, prospiciente al paese, la murazione della cortina è preceduta da un fossato, protetto da una controscarpa e da una muraglia semicircolare con assetti in pietra calcarea. Sulla destra, il muro protettivo va a collegarsi con la più estrema murazione di difesa che si sviluppa su un vasto perimetro che va dal lato prospiciente al Castello di Arienzo (http://castelliere.blogspot.com/2021/01/il-castello-di-mercoledi-27-gennaio.html) a quello che si affaccia sul Valloncello. Questi ciclopici manufatti costituiscono la prima cinta difensiva, che il nemico avrebbe dovuto espugnare. Tra questi poderosi avanzi e la cinta difensiva della cortina, si apriva una grande scarpata, animata da piccole postazioni di vedetta, come tanti fortini, capaci di controllare l’entrata e l’uscita dal castello. Il sistema difensivo completava la sua funzione protettiva sul Vallone San Berardo e sul Valloncello, con una murazione alta circa cinque metri e con un fossato. La muraglia descrive un semicerchio verso la gola del Monte Parature e prosegue inerpicandosi sulle masse rocciose del Burrone che si affaccia sulla zona di S. Fortunato. Sulla sinistra dell’impostazione planimetrica, in terza posizione, tra la prima e la seconda cinta muraria, spicca, arditamente impostata, una struttura a guisa di mastio, capace di controllare il versante del Monte Tairano, quello di piana Maggiore e il Monte Olivella. Seguendo la direttrice del mastio, al centro della poderosa fortificazione, all’altezza di alcuni metri, si apre l’ingresso principale, protetto da due rivellini, entro i quali si azionava un ponte levatoio. Dal rivellino di destra, la murazione, seguendo un tracciato quasi poligonale, va a degradare sui dirupi rocciosi, sfruttando il vantaggio della difesa naturale. Al centro della complessa planimetria castellana, si ha motivo di scorgere imponenti masse murarie, molte delle quali sono ancora interrate. Le cose che sono attualmente rilevabili del Castello-Fortezza sono la complessa planimetria e gli elementi portanti dei vari alloggiamenti, a tratti intervallati, e la cortina che ci porta verso un nucleo centrale, dove è chiaramente leggibile il parametro abitativo. Su questo reperto, alto alcuni metri, si sviluppano strutture di rinforzo e archi a pieno centro in pietra calcarea, listati con mattoni facciavista. A destra di questo nucleo è rilevabile una botola di sgranamento, con un arco ribassato, eseguito a liste di mattoni, che si immette in ambienti interrati non ancora esplorati. Alcuni di questi reperti murari sono animati nel loro interno da canali di gronda, formati da due copponi poligonali in terracotta smaltata, usati certamente per far confluire le acque piovane nelle cisterne sotterranee. Infatti, al centro delle tante barriere difensive, poi, è sorto gradualmente, attraverso i secoli, il Castello, che dalle forme più rudimentali passa dal X secolo in poi a migliorare notevolmente tutto il sistema difensivo, in maniera che lo stesso Castello ed il villaggio appaiono legati l’uno all’altro. Non si può parlare di Castello senza pensare al villaggio che orbitava attorno ad esso. E la cittadella medioevale di Arpaia, come tutti gli altri borghi di questo periodo, si sviluppò, ai piedi del Monte Castello, tra la Via Appia ed il Pianoro denominato Corte dei Cavalieri. Come per le popolazioni pre-romane e romane, così i Longobardi ed i Franchi costruirono nell’Alto Medioevo i loro insediamenti, soprattutto nelle zone di alte e medie colline. Questo sviluppo si determinò con un processo in parte spontaneo ed in parte pilotato, facendo nascere prima zone di appoggio provvisorie, come ripari per pastori e carbonai che salivano in montagna in estate. Poi svilupparono piccoli insediamenti ed in seguito costruirono rocche e castelli, per meglio controllare il passaggio e il territorio nelle zone vallive, conquistando anche, lungo la fascia pedemontana ricchi boschi e terreni coltivabili. La creazione di nuovi villaggi coincise con l’abbandono del vecchio castello, posto in cima alla montagna che ancora oggi conserva la denominazione di "Monte Castello". Le vicende belliche che si determinarono in questa zona e i terremoti, provocarono danni gravissimi alle abitazioni e alle strutture difensive ed indussero le comunità che vivevano nei villaggi superstiti a circondarsi di fortificazioni e di mura. Da questo momento si cominciò a parlare di "castrum", termine che coincise col rinascere di una coscienza politica e con il proposito di difendersi dagli attacchi nemici. Nel VII secolo, sotto il Ducato Longobardo di Benevento, fu certamente un’area di contesa e la videro protagonista tra le lotte di scissione del Principato di Salerno dal Ducato Beneventano. Così i Longobardi, per difesa contro gli attacchi Greci e Saraceni, fondarono, riattarono e fortificarono villaggi e presidi di grande interesse strategico con il loro sistema difensivo, costituito da una murazione quadrilatera. Infatti la planimetria dell’antica cittadella di Arpaia, presenta una forma quadrilatera trapezoidale, con una cinta urbica di fortificazione, modellata sul sistema delle fondazioni urbane scaturita dagli esempi delle Bastides Francesi che si differenziavano dalle costruzioni militari, perché avevano perso la fosca minaccia legata ai nomi dei tiranni.

Fonti: testo di Lorenzo Di Fabrizio "Arpaia Longobarda", (1999) su http://www.comune.arpaia.bn.it/c062005/zf/index.php/storia-comune, http://www.coreportal.it/parcopartenioapp/arpaia/,

Foto: la prima è presa da http://www.comune.arpaia.bn.it/zf/index.php/storia-comune, la seconda è presa da http://www.coreportal.it/parcopartenioapp/arpaia/

lunedì 7 giugno 2021

Il castello di lunedì 7 giugno


 
GREZZANA (VR) - Torre Falasco

La torre del Falasco, poco dopo Grezzana, è una torre del castello che fu costruito nel XII secolo dalla famiglia Turrisendi (nobili di origine milanese), che fortificò ulteriormente il luogo già naturalmente protetto e certamente strategico. Dalla cima di queste rocce e dalla sommità della torre si possono controllare tutti i movimenti a valle.Nel XVII secolo il castello divenne rifugio prima di Francesco Falasco, un piccolo possidente della Valpantena che si ridusse a uomo d'arme a servizio della famiglia Cozza. Egli venne condannato nel 1621 dal Consiglio dei Dieci e fu privato dei suoi beni; fu costretto così a ricavarsi una tana tra i ruderi del vecchio castello a Cologne. In seguito alla sua morte il posto venne usato come rifugio dai gendarmi per i banditi che crearono una propria base nel castello per i successivi decenni. Tra questi si ricorda Paolo Bianchi, denominato dall’abate Caliari “il Falasco”, un brigante, alla corte dei conti Giusti, che organizzò il rapimento di Angiolina di Poiano. E questa è solo una delle numerose leggende che ruotano intorno alle figure dei ricchi possidenti e dei briganti di un tempo. La parte più affascinante è la Torre di Falasco stessa, una robusta struttura cilindrica, all’interno della quale c’era una scala di pietra che conduceva all’iperprotetto rifugio sovrastante. Per approfondimenti suggerisco la visione di questi video:https://www.youtube.com/watch?v=_23JwURzE8I (di FedeVero Explorer) e https://www.youtube.com/watch?v=3cyIamyv8rQ (di lanki 80)

Fonti: testo di Alessandra Scolari da L’Arena di Verona di 17/10/2009, http://www.veja.it/2009/12/15/grezzana-di-verona-aperte-le-grotte-di-falasco-con-le-leggende-si-fa-turismo/, https://www.visitverona.it/it/luoghi/la-torre-del-falasco, https://daily.veronanetwork.it/video/alla-scoperta-di-grezzana/

Foto: la prima è presa da https://www.facebook.com/storiadeiquartieriveronesi/posts/2467270583292872/, la seconda è presa da https://daily.veronanetwork.it/video/alla-scoperta-di-grezzana/

domenica 6 giugno 2021

Il castello di domenica 6 giugno



BOLGARE (BG) - Torre guelfa

Il primo documento scritto in cui viene menzionato il nome del paese risale però all'anno 830, quando in un lascito a favore della chiesa si menzionano alcuni territori siti in Bolgare. Ma è il medioevo il periodo in cui il paese ha subito le maggiori trasformazioni, sia in ambito sociale che in quello strutturale. Difatti, a conseguenza delle lotte tra le fazioni guelfe e ghibelline, questa epoca vide un continuo fiorire di fortificazioni e torri. In epoca medievale, dunque, il Comune contava tre edifici fortificati. Di questi rimane una torre (del XII secolo) che faceva parte del castello di proprietà della famiglia Berlendis, posto al centro del paese. A dire la verità le torri erano due, ma nel 1706 una di queste fu abbattuta, unitamente a parte del castello stesso, per fare spazio alla chiesa parrocchiale dedicata a San Pietro. Di fazione guelfa, il paese fu raso al suolo nel XIII secolo dai milanesi, esponenti dell'opposta fazione. In seguito passò prima ai Conti di Cortenuova, poi, nel 1329 venne posto sotto la dominazione della signoria dei Visconti. Un nuovo cambio portò il paese ad essere un protettorato del Colleoni, alle dipendenze della Serenissima. Ma la tranquillità rimaneva soltanto un miraggio: il 24 maggio 1378 un nuovo dramma colpì il paese: i ghibellini, sostenuti dai Visconti, rasero nuovamente al suolo il borgo, uccidendo gran parte degli esponenti di fazione guelfa. Soltanto con l'affermarsi della Repubblica di Venezia la situazione fu portata alla normalità, anche se nell'anno 1630 la popolazione fu decimata, nell'ordine del 70%, a causa dell'ondata di peste che colpì l'intera Europa. La torre, mozzata in altezza, si eleva dal suolo per circa dodici metri. Presenta una muratura a corsi regolari di grossi conci di pietra locale squadrati, parzialmente alternati a filari di ciottoli di fiume disposti a spina di pesce. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=OvZQDvreNwg (video di Terre del Vescovado), https://www.facebook.com/katyleporatti/posts/bolgare-bergamo-la-torre-guelfaresto-dellantico-castello-della-famiglia-berlendi/693249438073958/ (foto)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Bolgare, http://www.comune.bolgare.bg.it/servizi/Menu/dinamica.aspx?idSezione=1&idArea=449&idCat=644&ID=644&TipoElemento=categoria, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00029/

Foto: la prima è di Ago76 su https://it.wikipedia.org/wiki/Bolgare#/media/File:Bolgare_torre_02.jpg, la seconda è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00029/

sabato 5 giugno 2021

Il castello di sabato 5 giugno



CUPRAMONTANA (AN) - Castello in frazione Poggio Cupro

Agglomerato forse costruito prima del Mille da profughi della distrutta città romana di Cupra I. Un castello si era formato verso il Duecento attorno al preesistente Priorato camaldolese di S. Salvatore, configurandosi come « castello monastico », dipendente da quello di S. Giacomo delle Mandriole. Poggio Cupro (con il nome di Poggio Cupo), figura tra i 16 castelli del Contado di Jesi già nella “Descriptio Marchiae Anconitanae” del cardinale Egidio Albornoz del 1357. Nei vari castelli del Contado, Jesi inviava, quale giudice e rappresentante del potere, un ufficiale detto Capitano dei Castelli che per Poggio Cupro era unico insieme a quello di Scisciano. I castelli, a loro volta, erano retti con magistrature simili a quelle della città dominante ma i quattro magistrati cui era affidato il potere esecutivo erano detti Massari invece che Priori. Comunità autonoma del contado di Jesi per oltre sei secoli e mezzo, il comune di Poggio Cupro fu soppresso sotto Napoleone I nel 1812 ed aggregato a Maiolati; proprio in questa circostanza si fece il tentativo, non riuscito, di sottrarre al territorio di Massaccio l'Eremo delle Grotte per includerlo in quello di Poggio e quindi in quello di Maiolati. Con decreto di papa Leone XII in data 21 dicembre 1827 Poggio Cupro fu sottratto alla giurisdizione di Maiolati unendolo a Massaccio. Nella parte più alta, Castello, fino a qualche decennio fa era in attività un « Molino ad olio ad una ruota », due antiche macine sono ancora visibili una delle quali reca inciso il nome abbreviato del costruttore o proprietario e l'anno 1858; al civico n. 777 invece c'era la scuola comunale. Il castello conserva ancora l’antico assetto medievale, comprese le mura di cinta e il suo unico accesso era indicato da via La Porta nella cui parte interna è ancora un affresco raffigurante una Madonna con Bambino attribuita a Pietro Paolo Agabiti, dipinta verso il 1529.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Cupro, https://www.turismo-cupramontana.com/index.php/it/scoprire/poggio-cupro,http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/07_castelli/01_ancona/00027/index.htm

Foto: la prima è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/marche/07_castelli/01_ancona/00027/index.htm (dove se ne possono trovare diverse altre), la seconda è presa da http://www.themarcheexperience.com/2019/11/a-cupramontana-tra-chiese-eremi-e.html

venerdì 4 giugno 2021

Il castello di venerdì 4 giugno



CASOLE D'ELSA (SI) - Castello della Suvera in frazione Pievescola

Le origini della Suvera risalgono all'Alto Medioevo, quando viene menzionata una famiglia di origine feudale, i "Signori della Suvera", che presidiavano anche parte della Montagnola, da un insediamento che poi venne abbandonato, ma ancora individuabile, benché nello stato di rovina, chiamato "il castellaccio". Possiamo ipotizzare che l'abitato attorno alla Pievescola sia stato ad un certo punto fortificato, con l'edificazione di un castello, forse in un tempo antecedente l'inglobamento nella sfera d'influenza senese. Molto prossimi sono i luoghi, come Abbadia a Isola, legati alla leggendaria Contessa Ava Matilda de' Franzosi, parente del Re di Francia Clodoveo, conosciuta come "la Regina di Montemaggio". Si dice che a lei si debba l'antico nome La Suvera, derivante dal francese souveraine, la sovrana. Anche la potente contea confinante degli Ardengheschi, longobardi discendenti da Ardengo, conte palatino di Carlo Magno, incentrata sulle Colline Metallifere, può aver condizionato in epoca feudale questa zona, di frizione tra signorie di origine longobarda e l'emergente potere comunale della città-stato di Siena. Successivamente La Suvera passò ad altri feudatari in alternanza di fortune, fino ai Chigi (per conto del Magnifico Agostino Chigi, banchiere del papa, la acquisì per donargliela, tramite il signore di Siena Pandolfo Petrucci, per potersi ingraziare il nuovo papa Giulio II dalla Signoria di Siena. La Suvera non diventava così una delle proprietà personali del Papa, dove si ritirava di tanto in tanto per riposare, ma si configurava come un'acuta operazione diplomatica per collocare a Siena le supposte, e leggendarie origini nobili del Papa, anche con un'opportuna assonanza nel nome (la suvera, come la rovere, fa parte della stessa famiglia delle querci), e con la suggerita discendenza dai conti Ghiandaroni di Siena, per dare finalmente un lignaggio illustre alla sua famiglia di origini plebee. Giulio II, papa rinascimentale, abile uomo politico e valoroso guerriero, è più noto però come mecenate di artisti come Raffaello, per le “Stanze” Vaticane, il Michelangelo della Sistina, oppure Bramante, per il progetto della nuova basilica di San Pietro, che resterà la Chiesa più grande del mondo. Anche sulla Suvera pose le sue mani, affidando al genio dell’architetto Baldassare Peruzzi (già impegnato in importanti cantieri a Siena e a Roma per i Chigi), l’impresa di amalgamare la severità medioevale dell’antica fortezza con il sontuoso gusto del Castello rinascimentale, come oggi ancora lo conosciamo. Peruzzi riuscì nell'impresa di adeguare l'edificio unendo due torri originarie con un corpo a doppio porticato, completato dai loggiati, nella villa che si può ammirare oggi, applicando un paradigma di villa-fortezza, un modello che ha avuto particolare fortuna in Toscana. La Suvera da Giulio II fu trasmessa a suoi discendenti della Rovere, e in seguito tornò ai banchieri Chigi di Siena, per arrivare poi attraverso matrimoni, successioni e acquisizioni, agli attuali proprietari, la famiglia dei marchesi Ricci che, come testimoniano i registri notarili di Siena, ne era già stata proprietaria nel lontano 1123. Il marchese Giuseppe Ricci Paracciani e sua moglie, la principessa Eleonora Massimo, hanno fatto della loro casa uno straordinario Relais di campagna per ospiti alla ricerca di una autentica esperienza culturale, riuscendo a fondere la storia di questo antico borgo con quella dei loro illustri antenati, i cui arredi impreziosiscono l’insolito museo al Piano Nobile del Castello e le suite e camere storiche, realizzate per il piacere dei loro ospiti e per soddisfare la loro naturale curiosità. Il Borgo de La Suvera si è sviluppato attraverso i secoli intorno al suo Castello, affiancato dalla Chiesa dedicata a San Carlo Borromeo, rimasta nella sua rigorosa architettura medioevale, addolcita all’interno da decorazioni in stucco di gusto barocco settecentesco, che incornicia tombe di famiglia, reliquie e storici arredi. Dalla Chiesa si staccano altri edifici nati in epoche successive per le esigenze dei tempi, passate ormai alle nuove esigenze alberghiere di un Relais di 5 L, in mezzo ad architettonici giardini all’italiana a terrazzamenti, che si bagnano nella piscina nata dalle vasche per le trote. Altri link suggeriti: https://www.icastelli.it/it/toscana/siena/casole-delsa/castello-della-pievescola-o-della-suvera, https://www.histouring.com/strutture/relais-la-suvera/, https://www.youtube.com/watch?v=0SwfiThxTbU (video di astegiustizia.it),https://www.youtube.com/watch?v=BEaBBeAM2po (video di Relais La Suvera)

Fonti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Toscana/siena/provincia002.htm#pievesc, https://www.icastelli.net/it/relais-la-suvera, https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_La_Suvera

Foto: la prima è presa da https://www.gurrieriassociati.it/en/restorations/172-hotel-relais-la-suvera-casole-d-elsa-si, la seconda è del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini

giovedì 3 giugno 2021

Il castello di giovedì 3 giugno


VIZZINI (CT) - Castello Camemi

Situato tra le lussureggianti colline della Val di Noto, tra Mineo e Vizzini, il Castello Camemi è una dimora storica risalente al XV secolo, un tempo feudo della famiglia siciliana di origine genovese Ventimiglia. Grazie all'imponente prospetto esterno abbellito dai merli e con un arco d'ingresso trionfale che collega al baglio, un tempo riservato alle carrozze, varcare la soglia del Castello equivale a fare un viaggio nel passato pur rimanendo ben saldi in un presente dal fascino unico. Realizzato in pianta quadrata, il Castello di Camemi è dotato di una maestosa facciata dove si trova il piano nobile della dimora e racchiude una magnifica corte verde lastricata in pietra, cuore della struttura, al cui centro fa ombra un secolare albero di carrubo. All'esterno, i giardini e la piscina sono immersi in una riservata armonia di quiete e raffinata semplicità. Questo splendido maniero fu la sontuosa residenza estiva della Regina di Sicilia Bianca di Navarra, attorno alla quale ruotano storie e leggende. Riedificato nel XVIII secolo, dopo il terremoto del 1693 che distrusse gran parte della Sicilia orientale, oggi il Castello di Camemi è diventato uno splendido hotel di charme e una location per qualsiasi tipo di evento, dai matrimoni ai meeting aziendali, apprezzata non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Le camere del Castello Camemi, disposte tra il piano nobile, i vecchi magazzini e il frantoio hanno conservato intatto tutto il loro antico fascino. Ambienti che rievocano un’eleganza aristocratica del passato, con mobili d’epoca, arredi classici e tanti piccoli dettagli come le travi a vista armoniosamente valorizzati. Altri link interessanti: https://www.youtube.com/watch?v=K0bfKBDtK6Q (video di Matrimonio.com), http://www.virtualsicily.it/Monumento-Castello%20di%20Camemi-Vizzini-CT-990, https://www.castellocamemi.com/ (sito web ufficiale), https://www.beniculturalionline.it/location-2284_Castello-Camemi.php (video)

Fonti: https://www.turismo.it/cultura/articolo/art/il-lussuoso-castello-di-camemi-in-sicilia-id-21522/, https://www.icastelli.it/it/sicilia/catania/vizzini/castello-camemi, https://www.histouring.com/strutture/castello-camemi/

Foto: la prima è presa da https://www.tripadvisor.it/Hotel_Review-g1973808-d1627550-Reviews-Hotel_Castello_Camemi-Vizzini_Province_of_Catania_Sicily.html, la seconda è presa da https://www.charmingsicily.com/it/castello-camemi

Il castello di mercoledì 2 giugno

 



COSSOMBRATO (AT) - Castello Pelletta

Corsembrando o Corsembraldo è il toponimo di Cossombrato nell'Alto Medioevo. Con questo nome viene ricordato nelle Carte d'Archivio Capitolare di Asti, nel Codex Astensis e nelle cronache di Ogerio Alfieri e Guglielmo Ventura. Il termine sembra derivare da Curtis Embrandi o Embraldi, primo signore in epoca storica, probabilmente di origine franca, delle terre di Cossombrato. I domini de Corsembrando, forse un ramo della famiglia dei Montiglio, erano considerati i signori dell'antico castello che sorgeva dove oggi si trova Villa San Secondo: verso la fine del XIII secolo, probabilmente, si indicavano con il nome Corsembrando i due villaggi, ubicati sul crinale della stessa collina e a poca distanza l'uno dell'altro tra il castello di Corsembrando di Villa e quello dei Pelletta dell' attuale Cossombrato. Le guerre contro Guglielmo VII, marchese del Monferrato e poi con il figlio, Giovanni, indussero gli Astesi a fare di Cossombrato un caposaldo contro il Monferrato e gli homines di Corsembrando, approfittando della guerra, si ribellarono ai loro feudatari, costringendoli a fuggire nel 1296. Nel 1304 venne ucciso Giacomo di Cossombrato e fu distrutto il suo castello. Nel 1320 i Pelletta ne eressero un altro, in cui si rifugiarono durante il periodo di lotta contro i Solaro. Dell’imponente castello rimangono ora le strutture più importanti, anche se in parte sono state rammodernate in varie epoche successive. Il castello di Cossombrato è formato da una serie di volumi composti in secoli diversi, che ne hanno determinato una strana forma, difficile da cogliere nel suo complesso. Il complesso è racchiuso all'interno di un recinto in laterizio. La parte più evidente è un corpo semi circolare, cui è addossata una torre rotonda, che risale in alcune sue parti al 1300. Altre parti dell' edificio sono riferibili al Seicento e al Settecento. Il tutto è assai movimentato da sporgenze e rientranze, con superfici animate da molte finestrature, anche asimmetriche, derivate dai diversi rimaneggiamenti. Costruito su due livelli per adeguarlo al terreno, il castello comprende la parte settecentesca, una parte rurale nonché una piccola cappella dedicata alla Madonna Addolorata. I sotterranei contengono grandi cisterne per l'acqua. La leggenda locale vuole che una serie di cunicoli uniscano la struttura del castello di Cossombrato alla collina di Villa San Secondo. Tutto intorno alla costruzione si snoda il parco, chiuso da una muraglia bassa che consente d'intravedere le molte piante officinali, attentamente coltivate. All’interno, alcune stanze custodiscono l’originale arredo settecentesco. Il castello oltre ai conti Pelletta, appartenne anche agli Asinari e ai Valperga.

Fonti: https://www.astigov.it/it/page/cossombrato, https://www.comune.cossombrato.at.it/it/page/il-castello-a9918b22-3a61-46ec-bcab-9343e7e89662, https://www.astigov.it/it/point-of-interest/castello-dei-pelletta, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999),http://www.beniculturali.monferratoastigiano.it/pdf/COSSOMBRATO.pdf

Foto: la prima è di marcofederico su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/62685/view, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Piemonte/asti/cossombrat01.jpg

martedì 1 giugno 2021

Il castello di martedì 1 giugno


VILLALAGO (AQ) - Rocca Longobarda

Villalago, situata 25 Km. a Sud di Sulmona, nell’ Abruzzo aquilano, è sorta nell’XI secolo per ispirazione cristiana e benedettina, trovando in San Domenico Abate il fondatore del monastero di San Pietro il Lago, nell’alta valle del Sagittario. Alla sua fondazione il monastero fu dotato dai Signori di quelle terre, i conti di Valva, di beni e privilegi e richiamò coloni da ogni parte, che si stabilirono, alle dipendenze dei monaci, in più ville nella Valle de Lacu, cosi chiamata per i suoi cinque laghi. Con il tempo, per garantirsi una valida difesa, si arroccarono sul Monte Argoneta, dove già sorgevano alcune torri Longobarde, e il nuovo borgo prese il nome di Villalago. Nel 1479 il monastero fu abbandonato dai Benedettini e i Villalaghesi "non più coloni, fecero corpo d’Università, con possedimenti indipendenti" (Antinori, corografia di Villalago). E al motto di "Universitas contra omnes", lottarono vittoriosamente contro i Conti Belprato di Anversa e contro altri che miravano ad impossessarsi di tutta la Valle de Lacu. Villalago non volle riconoscere mai nessun feudatario, ma seguitò a considerarsi grancia di Montecassino e rispettò sempre il diritto dei Benedettini di riscuotere i censi per le terre affittate, anche se gli affittuari finirono gradatamente per non pagarli più e divennero padroni dei terreni in possesso. Con la soppressione legale dei benefici ecclesiastici, dopo l’unificazione del Regno d’Italia, Villalago iniziò a vivere le vicissitudini del nuovo Stato, consegnando alla storia il suo prezioso contributo di martiri ed eroi. La rocca, costruita in posizione strategica su di un colle prospiciente sulla Valle del Sagittario, aveva la funzione di difesa e di avvistamento. Attualmente in alcuni interni della rocca vi è il museo delle arti e tradizioni popolari di Villalago. Strutturalmente constava di mura difensive e di un torrione-mastio cilindrico d'avvistamento, alto una decina-dozzina di metri e dotato di merlatura, costruiti in stile romanico. Le mura difensive sono state parzialmente sostituite da case civili, oggi rimane il torrione-mastio in buono stato di conservazione. Il palazzo baronale rappresenta il corpo principale della rocca, costruito nel Medioevo. Oggi ospita il Museo dei Mestieri. La struttura è rettangolare ma in maniera irregolare, scandita in due livelli da un cornicione. Le finestre sono rettangolari. La torre longobarda è la parte più antica della rocca intera. A pianta circolare e con paramento in pietra grezza essa, oggi pienamente inserita nel contesto abitativo, presenta all’esterno una porta ad arco a tutto sesto ed un ulteriore vano di accesso, rialzato rispetto alla base, raggiungibile tramite una scala in ferro; termina con un cornicione decorato con motivo “a romanella”. Un tratto della parte sommitale presenta una fila di piccole aperture triangolari e due finestre circolari (per i turni di vedetta) - con semplici colonnine radiali all’interno - ed un’altra apertura ovoidale con cornice a mattoncini. Alla base rimangono ruderi di una seconda torre che sono stati trasformati in zona belvedere per il turismo. Anche la torre cilindrica tuttavia è visitabile. Presso la torre rimangono anche i resti di una cappella gentilizia medievale, che combacia con il palazzo Baronale. Una tradizione orale riporta che la torre era usata già prima della venuta di Cristo come carcere per i prigionieri di guerra dell’antica Corfinio. Più verosimilmente il cosiddetto Torrione fu costruito, in posizione strategica sulla sommità del monte Argoneta, nell’VIII secolo insieme ad altre torri vedetta, durante il periodo dell’occupazione longobarda, a scopo di avvistamento e di difesa del territorio. Nell’XI secolo divenne il nucleo intorno al quale sorse il primitivo abitato di Villalago ad opera dei coloni giunti per lavorare alle dipendenze del vicino monastero benedettino di San Pietro in Lago, fondato da San Domenico Abate. Da qui si gode una splendida vista sulle Gole del fiume Sagittario. L'oratorio della Madonna Addolorata fu costruito intorno al Trecento e presenta tracce di affreschi. Il Museo dei Mestieri fu aperto nel 2003 nelle sale del palazzo Baronale. Si compone di alcuni ambienti in cui sono esposti pannelli informativi e riproduzioni fedeli degli antichi mestieri del luogo. In particolare sono descritti i lavori del pastore e dei viaggi attraverso i tratturi abruzzesi. Successivamente sono elencati anche i mestieri del pescatore e del mugnaio. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=vEWkDuIDd_w (video di Icaro Droni), https://www.youtube.com/watch?v=OUE11YIiUrY (video di abruzzocitta)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_di_Villalago, http://www.comune.villalago.aq.it/borgo/storia.htm, https://www.e-borghi.com/it/sc/l'aquila-villalago/2-castelli-chiese-monumenti-musei/1445/rocca-di-villalago.html, http://www.visit-villalago.it/poi/783/torre-medievale/9#sthash.qPkKsgex.dpbs

Foto: la prima è di Pietro su https://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Rocca_medievale_(Villalago)?uselang=it#/media/File:Villalago_2017_08.jpg, la seconda è presa da https://www.inabruzzo.it/hotel-a-villalago.html