venerdì 17 aprile 2026

Il castello di venerdì 17 aprile

 

 


COLORNO (PR) - Palazzo Ducale

Noto anche come reggia di Colorno, fu costruito agli inizi del XVIII secolo dal duca Francesco Farnese sui resti della rocca militare di Colorno, eretta nel 1337 da Azzo da Correggio con lo scopo di difendere l'Oltrepò. Nel 1402, morto Giberto da Correggio senza discendenza diretta, il duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, con proprio diploma datato 29 luglio, trasferì tutti i beni da questi posseduti ai fratelli Ottobuono, Giacomo e Giovanni dei Terzi di Parma, compresi gli importanti e strategici castelli di Colorno, denominato Rocham de Colurnio e di Guardasone, ovvero Castrum Guardaxoni, feudi posti a sentinella, a levante e ponente, di Parma. Dopo la morte di Gian Galeazzo, avvenuta poche settimane appresso, tutte le concessioni furono riconfermate ai Terzi dalla Reggente, la duchessa madre Caterina, tutrice del figlio quattordicenne Giovanni Maria Visconti, mediante un ulteriore atto, erogato il 18 novembre 1402. Nel giugno 1409, con l’occupazione delle terre parmigiane da parte di Niccolò III d'Este, conseguenza dell’assassinio a tradimento di Ottobuono, signore di Parma e di Reggio, nell’agguato di Rubiera, Colorno divenne centro di resistenza e supporto logistico-militare per le rappresaglie delle squadre dei fratelli superstiti Giovanni e Giacomo Terzi. Il 5 luglio 1409 Gherardo da Correggio tentò di penetrare con l’aiuto dei villici nel castello, ma dovette darsi alla fuga sotto la tempesta dei razzi incendiari scagliati dai difensori dagli spalti, lasciando dietro sé le case in fiamme del borgo. In seguito a questi ripetuti assalti, i Terzi conservarono nella loro disponibilità la rocca, consegnando la cerchia esterna come base alle forze amiche della Repubblica di Venezia che riuscì in questo modo a potenziare il suo controllo sulla via fluviale del Po. I Veneti rimasero alla fine padroni del campo perché i due fratelli di Ottobuono, ai primi di ottobre Giacomo e poco appresso in prigionia Giovanni, finirono entrambi uccisi. Questo segnò la dispersione e in gran parte la rovina dei Terzi di Parma, che solo vent’anni dopo riuscirono in parte a riconquistare l’antica potenza. Questo si realizzò nel 1430 quando Filippo Maria Visconti, intendendo premiare il valore militare e le qualità del suo capitano e consigliere ducale Niccolò de' Terzi, il Guerriero, figlio legittimato di Ottobuono, gli assegnò in feudo, tra le altre terre, quella di Colorno, la cui rocca divenne, assieme a Guardasone, dimora per sé e la sua famiglia. Il 26 ottobre 1440 il Duca di Milano rinnovò le medesime concessioni al suo fido Niccolò il Guerriero. Quel dominio di Niccolò de' Terzi, il Guerriero sulla rocca di Colorno durò esattamente cinque anni, sino all’autunno 1449, quando sul ducato di Milano prese il potere Francesco Sforza. Il Terzi, dopo aver tentato un’estrema resistenza e aver offerto come basi militari le sue possenti rocche di Guardasone e Colorno alle truppe dell’amico e alleato Alfonso V d'Aragona, re di Napoli, nonché legittimo pretendente alla successione al Ducato dopo la morte di Filippo Maria Visconti, dovette infine arrendersi. Persa Guardasone sotto gli assalti di Alessandro Sforza, in ritardo l’intervento bellico promesso dall’Aragonese, Niccolò il Guerriero dovette abbandonare il suo castello e il feudo di Colorno, trovando onorato asilo, con la moglie Ludovica e i figli, scortato dal folto stuolo di suoi cavalieri e armigeri, presso la corte di Ludovico III Gonzaga a Mantova. Dopo la fuga del Terzi, la rocca di Colorno passò alla nobile famiglia Sanseverino. Venne ristrutturata nel XVI secolo dalla bellissima Barbara, cantata da Torquato Tasso, che la trasformò in un palazzo, sede di una raffinata corte e di una prestigiosa raccolta di dipinti di Tiziano, Correggio, Mantegna e Raffaello. Dopo che la contessa Barbara fu fatta imprigionare e condannare alla decapitazione dal duca Ranuccio I, nel 1612, i Farnese, duchi di Parma, s'impadronirono del palazzo. Ranuccio II, sospinto della moglie Margherita Violante di Savoia incominciò dei lavori di ristrutturazione radicale secondo lo stile barocco, progettati e diretti dall'architetto Ferdinando Galli da Bibbiena tra il 1699 e il 1708 con l'architetto Giuliano Mozzani. Furono realizzate diverse fontane nel giardino della reggia, tra cui la Fontana dei venti, in collaborazione con l'ingegnere idraulico Giovanni Baillieul, le Fontane dell'Obelisco e della Piramide. Tra il 1712 e il 1719 venne installata anche la fontana del Trianon, ispirata all'omonima del parco di Versailles. Vi sono raffigurati i fiumi Parma e Taro che simboleggiano il duca Francesco Farnese e la moglie Dorotea Sofia di Neoburgo. Successivamente rimossa dal giardino e privata di molte delle statue che la componevano, nel 1920 venne posizionata al centro del laghetto del parco ducale di Parma. Sorte analoga subì anche la fontana di Proserpina, che fu acquistata dalla famiglia dei Rothschild, e attualmente si trova rimontata in Inghilterra nel parco di Waddesdon Manor. Nel 1731, alla morte di Antonio Farnese, ultimo duca di Parma, per discendenza materna il ducato passò a Carlo III di Borbone che trasferì a Napoli le collezioni e gli arredi del palazzo. Nel 1749 il ducato passò a Filippo di Borbone, fratello di Carlo III e secondogenito di Elisabetta Farnese. Filippo affidò all'architetto Ennemond Alexandre Petitot il compito di ristrutturare il palazzo in stile rococò, con abbondanza di sete, specchi alla veneziana, arazzi, argenterie e preziosi servizi di porcellana "alla francese". Vennero usate prevalentemente maestranze francesi per far sì che gli interni del palazzo somigliassero alla reggia di Versailles in onore della moglie di Filippo, Luisa Elisabetta, figlia prediletta di Luigi XV. L'aspetto esterno del palazzo non venne modificato se non per l'aggiunta dello scalone esterno. Probabilmente è in uno dei salotti ristrutturati da Petitot che nel 1757-58 il pittore Giuseppe Baldrighi ritrasse don Filippo con la moglie e i figli (Ritratto di don Filippo di Borbone e famiglia, Parma, Galleria Nazionale). Il palazzo passò dunque a Ferdinando di Borbone, successore di Filippo, e a sua moglie Maria Amalia d'Asburgo, che però preferiva risiedere nel casino di caccia di Sala, lontana dal marito. Ferdinando, uomo molto religioso, fece ricostruire l'oratorio di corte di San Liborio, la cui facciata era inizialmente rivolta verso il palazzo. Egli fece inoltre costruire l'attiguo convento dei Domenicani direttamente collegato al suo appartamento privato da uno stretto corridoio. Nel suo appartamento privato venne inoltre realizzata una biblioteca con più di 6000 volumi, e un osservatorio astronomico. Alla morte di Ferdinando il Ducato di Parma venne annesso da Napoleone alla Francia. Il 28 novembre 1807 un decreto di Napoleone lo dichiarò "Palazzo Imperiale" e furono iniziati nuovi lavori di ristrutturazione in stile neoclassico. Dopo il Congresso di Vienna, il ducato fu assegnato alla moglie di Napoleone Maria Luigia d'Austria che ne fece una delle sue residenze preferite aggiungendo un ampio giardino alla francese. Nel 1817 nella Sala Grande fu collocata la statua di Canova raffigurante Maria Luigia come Concordia. Dopo l'Unità d'Italia il palazzo venne ceduto dai Savoia al Demanio dello Stato italiano, e nel 1870 venne acquistato dalla provincia di Parma. Quasi tutto l'arredo mobile del palazzo fu trasferito nei vari palazzi dei Savoia, tra cui il Quirinale a Roma, Palazzo Pitti a Firenze, il Palazzo reale di Torino e la Palazzina di caccia di Stupinigi. Sorte ancora peggiore hanno avuto il prezioso lampadario della Sala Grande e quello della sala della musica, che si trovano oggi all'estero presso la Wallace Collection di Londra. Dopo l'acquisto da parte della provincia il palazzo fu adibito a Ospedale Psichiatrico distruggendo il teatro di corte, per ricavarne dei locali. Fortunatamente le sale artisticamente più importanti del palazzo poterono in gran parte salvarsi in quanto concesse in uso come abitazione per i dipendenti dell'ospedale. Dal 1915 fino alla seconda guerra mondiale in alcune stanze del piano nobile trovarono posto i primi pezzi raccolti da Glauco Lombardi e poi trasferiti a Parma nell'omonimo museo. Perfettamente integra è invece la chiesa di corte di San Liborio e il suo organo Serassi che conta ben 2898 canne e viene utilizzato per concerti. Durante la Seconda guerra mondiale nel 1943 il Palazzo fu occupato dall'esercito tedesco; il 20 marzo 1945, bombardieri anglo-americani attaccarono Colorno e nel raid aereo vennero colpite la ferrovia e i depositi di carburante nascosti nel parco causando tre giovani vittime. Il 23 dicembre 1999 con delibera, dalla Giunta Provinciale di Parma, il Palazzo Ducale viene rinominato in Reggia Ducale di Colorno. Dal 2004, alcuni spazi del Palazzo Ducale di Colorno ospitano la sede di ALMA - La Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Rettore della Scuola è il Maestro Gualtiero Marchesi. Nel 2012, l'edificio subisce dei danni a causa di due scosse sismiche avvenute il 25 e il 27 gennaio, rispettivamente di magnitudo 4.9 e 5.4. Il 12 dicembre 2017 il Palazzo Ducale è stato parzialmente allagato a seguito dell'esondazione del torrente Parma. Le sale sono più di 400. La maggior parte è senza mobili con pavimenti in marmo rosa e soffitti affrescati. Alle sale del piano nobile si accede tramite un grande scalone d'onore, collegato direttamente alla Galleria alla sala d'armi, ricavata da un ambiente in cui originariamente si trovava una cappella. Dalla galleria si può giungere all'interno della prima torretta affacciata verso il giardino, all'interno della quale si trova un salottino cinese. Da qui la vista può spaziare fino all'altra torre affacciata sulla piazza del paese, attraverso un cannocchiale prospettico costituito da ben 11 porte, poste tutte sulla stessa linea. Ci è possibile immaginare l'arredamento originario di queste sale, grazie a dei fotomontaggi realizzati da Glauco Lombardi creati utilizzando le foto degli arredi originali rintracciati nei vari palazzi dei Savoia. La sala più ampia del palazzo è appunto la Sala Grande, il cui aspetto è il risultato dei lavori intrapresi dal Petitot di cui possediamo ancora i disegni originali. La sala divide la parte del palazzo destinata ai duchi da quella destinata alle duchesse, e per il fatto di occupare due piani del palazzo è un esempio di sala all'italiana. Possiamo ancora ammirarne la bellissima decorazione a stucco e il camino realizzato da Jean-Baptiste Boudard, mentre si sono persi gli specchi che ne ricoprivano in parte le pareti. Fino al 1848 vi era collocata la statua del Canova rappresentante Maria Luigia, oggi trasferita nel museo nazionale di Parma. A Torino, all'interno del palazzo reale troviamo i 12 arazzi della Manifattura Gobelins di Parigi dalla serie "Storie di Don Chisciotte" eseguita fra il 1746 e il 1749 dall'arazziere Michel Audran, su cartone del pittore Charles Coypel e appartenenti al Palazzo Ducale di Colorno. A Roma, all'interno del Qurinale, nella Sala delle Udienze, si conservano tre arazzi della serie Amori degli Dei. Insieme al panno con Bacco e Arianna, che si trova nella Sala degli Arazzi, furono tessuti nella manifattura di Beauvais tra il 1750 e il 1752, su cartoni di François Boucher. Furono assegnati al Quirinale nel 1888. Anche la scrivania del Presidente della Repubblica arriva da Colorno. La seconda sala più ampia del palazzo è quella della musica, situata sul lato che affaccia il torrente e non ancora restaurata, mentre quella forse meglio conservata è la "sala della compagnia" alle cui pareti si trovava, nel 1861, la collezione di 16 ritratti a pastello eseguiti dal Liotard, oggi conservati presso la palazzina di caccia di Stupinigi. Il primo impianto dei giardini risale al 1480 ad opera di Roberto Sanseverino. All'epoca di Francesco Farnese risale la realizzazione, su progetto di Ferdinando Galli Bibiena, del "Grande Parco", un misto fra giardino all'italiana e giardino alla francese profondo oltre quattro chilometri. Tra i vanti del giardino meritava molta attenzione la Grotta Incantata dotata di automi che si muovevano e rappresentavano scene di divinità mitologiche. La ristrutturazione di Petitot adeguò il parco ai dettami della moda francese mentre Maria Luigia d'Austria lo trasformò nel 1816 in un giardino all'inglese. Nell'epoca post-unitaria il parco ebbe un periodo di progressivo degrado e subì dei danni durante la seconda guerra mondiale. La fontana di Proserpina, dopo essere stata acquistata dalla famiglia dei Rothschild, si trova attualmente in Inghilterra nel parco di Waddesdon Manor, mentre la fontana del Trianon si trova al centro dell'isoletta del Parco Ducale di Parma, seppur mancante di molte delle statue che aveva originariamente. Altre statue provenienti dal Palazzo Ducale si trovano attualmente nel giardino del castello di Montechiarugolo. Recentemente l'amministrazione provinciale di Parma ha provveduto alla ricostruzione storica del parco recuperando il fasto dell'architettura del periodo farnesiano ripristinando il parterre centrale, i giochi d'acqua e i berceaux laterali. È stato inoltre ricreato il laghetto. La Reggia è oggi sede di importanti mostre d'arte ed eventi all’aperto. E tra le sue mura dal 2004 ha sede ALMA La Scuola Internazionale di Cucina Italiana che propone corsi di alta formazione nel cuore della Food Valley e vicina a Parma che nel 2015 ha ricevuto il titolo di Città Creativa della Gastronomia UNESCO.  Dal 2024 la Reggia di Colorno è entrata ufficialmente a far parte dell’Association des Résidences Royales Européennes (ARRE), associazione che riunisce circa trenta residenze reali. Vi è un sito web dedicato a questo magnifico monumento: https://reggiadicolorno.it/. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=mt0u1dxxuSg (video di Renato Corpaci), https://www.youtube.com/watch?v=bE1H0L-45S8 (video di Massimo Nalli), https://www.youtube.com/watch?v=_lJs4dcDaCc (video di NERD IN SPALLA) 

 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Ducale_(Colorno), https://castelliemiliaromagna.it/it/localita/034010-colorno, https://www.castellidelducato.it/castellidelducato/castello.asp?el=reggia-di-colorno

 

Foto: la prima è presa da https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0800486921, la seconda è presa da https://www.museidelcibo.it/portfolio-items/colorno-e-il-palazzo-ducale/

martedì 14 aprile 2026

Il castello di martedì 14 aprile


 

NICOSIA (EN) – Castello normanno

A quota 814 s.l.m., sulla roccia più alta della città, si trova l'imponente bastione del ponte Normanno con l'arco a sesto acuto fiancheggiato da due torri per la guardia alla porta. All'interno l'arco è rotondo e sopra di esso vi è lo stemma normanno. Entrati da questa porta scendendo un poco sulla sinistra si trovano la porta d'ingresso al Castello con la cinta muraria e dentro un grande spiazzo detto "piano noce degli armati" in mezzo al quale vi era un pozzo stretto alla bocca e largo sotto con un'altra bocca, di cui, nonostante le esplorazioni effettuate, non si riuscì a trovare il fondo (fu distrutto assieme ad alcune grotte quando furono costruiti i serbatoi idrici dell'Ancipa e una piccola parte della cinta muraria). Salendo per un piccolo sentiero si arriva sul Castello Grande a quota 874. Esso era composto da 4 torri a più scomparti dove abitavano tutti gli armati, e da qui, scendendo, si apriva uno stretto corridoio che portava sopra il ponte lungo 80 metri circa: il ponte era dotato di una merlatura per la difesa di entrambi i lati. Sotto questo ponte sulla destra si trova la grotta di Nigrò (dal greco “necros” che significa morto), una tomba mai esplorata e protagonista di numerose leggende. Fino al periodo bizantino, le grotte furono usate, infatti, come sepolture. Prima del dominio bizantino, l’area costituì l’acropoli di una città sicula, come dimostrano i reperti fittili del VII secolo a.C. e le grotte disseminate nella zona. Attraversato il ponte, salendo per una scaletta scavata nella roccia, si arriva all'altra sponda della fortezza, detta il Castelletto, a quota 866 metri dove vi abitava il castellano con la propria famiglia. Il Castelletto era composto da tre torri, una meridiana e due cisterne, usate come serbatoi, semi sepolte. Allo stato attuale, di quello che fu baluardo di difesa, esistono una buona parte delle fondamenta delle mura di cinta, le fondamenta di quasi tutte le torri (ma in fase di sfaldamento), alcune scalette scavate nella roccia, la meridiana ed il gran ponte di collegamento. Ogni tanto si incontrano tra muro e muro, solamente nella parte interna a livello di terra, alcune buche profonde, forse trabocchetti o serbatoi d'acqua o cunicoli. Qua e là, fuori le mura, si trovano ogni tanto ruderi di piccoli costruzioni quadrate che fanno pensare a torri di avvistamento per la difesa. Storicamente il Castello di Nicosia ha origine antichissima. Secondo gli antichi storici esisteva come un piccolo nucleo bizantino che ospitò gli scampati dalla distruzione di Herbita a cui, in seguito, vi si aggiunse anche un gruppo di Musulmani; nel 1065 il conte Ruggero conquistò il Castello e ne fece una fortezza. Tra i resti dei due castelli, che in realtà formavano un unico complesso fortificato, i più significativi sono quelli di una torre a pianta rettangolare che si innalza direttamente sulle rocce del lato nord della rupe con due piani oltre quello terreno scanditi esternamente da riseghe. La torre era in origine circondata da una cortina muraria di cui rimangono pochissimi resti. Pochissimi avanzi sussistono anche sulla seconda cima della rupe (e sono probabilmente relativi a quello che le fonti definiscono castrum parvum). I due vertici della rupe sono raccordati da un notevole tratto di muraglia dotato di camminamento di ronda merlato e nel quale si apre un bel portone ogivale attraverso cui passa la stradella carrozzabile che consente l'accesso alle rovine: tale muro ha subito recenti interventi di consolidamento in cemento armato. Oltre questo, non sopravvive alcun resto murario della cinta esterna. Il castello è documentato fin dal XII secolo ed era quasi inutile” alla metà del '700. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=a_CmSjHamW4 (video di SicilyUp-APS), https://www.youtube.com/watch?v=H3vh5V-NM4k (video con drone di Giuseppe Zito), https://www.youtube.com/watch?v=fC8S38FSogI (video di Francesco Freni)

Fonti: https://www.icastelli.it/it/sicilia/enna/nicosia/castello-di-nicosia, https://www.etnanatura.it/paginasentiero.php?nome=Castello_di_Nicosia, https://fondoambiente.it/luoghi/il-castello-di-nicosia?ldc=

Foto: la prima di Marco2694 su https://www.tripadvisor.it, la seconda è presa da https://ennavivi.it/castello-di-nicosia

mercoledì 8 aprile 2026

Il castello di martedì 8 aprile


 

DIANO MARINA (IM) - Torre dell' Alpicella

Si trova nell'entroterra di Diano Marina nella frazione di Diano Gorleri in zona Colle San Leonardo. Sulla strada principale, via Diano Calderina, si trova una deviazione con il cartello che indica il percorso per raggiungere la torre. E' nel punto più alto di Capo Berta, a 267 m sul livello del mare e, quindi, la sua posizione elevata fa pensare a funzioni di avvistamento più che di difesa:  mentre lungo le coste si innalzavano torri armate per la difesa del territorio, sulle alture con ampia visuale sul mare si trovavano le torri-lanterna, prevalentemente destinate alle segnalazioni e armate solo per la propria difesa. A volte a questo uso venivano adibiti anche i mulini a vento che - pur destinati a sfruttare la ventilazione costante delle aree elevate, in zone povere di energia idraulica - per la loro ubicazione erano atti al controllo del territorio. La forma circolare e la posizione della torre dell'Alpicella potrebbero indicare quindi un mulino; tuttavia lo spessore della muratura - in pietra grezza locale - e la collocazione della porta d'ingresso a nord-est, soprelevata rispetto al piano di campagna, secondo una pratica difensiva caratteristica che si ritrova anche nella torre di Pairola, suggeriscono invece la destinazione a torre d'avvistamento. La torre dell'Alpicella è sormontata da una copertura tronco-conica caratteristica, di cui non sono noti altri esempi. E' pertanto difficile individuarne l'artefice e la datazione. Va infatti ricordato che sia la progettazione sia la costruzione delle difese costiere erano affidate all'iniziativa locale, a meno che non esistessero ragioni strategiche importanti, tali da consigliare l'intervento diretto della Repubblica. Le maestranze del luogo seguivano quindi criteri costruttivi personali a volte ricorrenti, il che consente in qualche caso di datare le torri e ricondurle al loro artefice. Le altre torri in contatto visivo con questa sono: Torre Sant'Erasmo (di proprietà privata) a Diano Marina, Torre di Diano Calderina, di San Bartolomeo e di Cervo. Attualmente la torre, di proprietà comunale, ha un vincolo architettonico dal 1941. Altri link suggeriti: https://liguriawow.it/torre-dellalpicella/, https://www.rivieratime.news/la-torre-dellalpicella-a-diano-gorleri-un-luogo-dal-fascino-antico-e-immutato/ (con video), https://www.youtube.com/watch?v=D61-uM8vHdE (video di Riviera24), https://www.youtube.com/shorts/wY7_SF0uqEI (video di @agriturismolegirandole4315)

Fonti: https://turismo.dianomarina.im.it/it/archeologia/torre-alpicella, https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchaeologicalProperty/0700263715

Foto: la prima è presa da https://www.golfodianese.info/blog/approfondimenti/torre-alpicella-diano-gorleri/, la seconda è presa da https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0700110145

martedì 3 marzo 2026

Il castello di martedì 3 marzo



SAN DONATO DI NINEA (CS) - Castello di Policastrello

Il Castello – appartenuto per circa tre secoli ai Sanseverino – si erge su un costone roccioso (a mt.452 s.l.m.) alle pendici del complesso montuoso del monte Mula (1936 mt s.l.m.) e si caratterizza, tra l’altro, per essere sulla forra del torrente Occido, protetto, da ben tre lati, dallo strapiombo sottostante. Il Castello rimane, quindi, aperto ad est, dove, con le prime case, sorse il primo nucleo abitato. La struttura fortificata, ancora in discreto stato di conservazione, oltre l’arco litico d’ingresso, presenta, infatti, la gran parte delle mura di cinta e soprattutto – ampiamente rimaneggiata nei secoli -l’intera dimora che fu del feudatario. Come riportato da fonti scritte, il castello venne edificato intorno all’XI secolo dai Normanni. In Calabria citeriore, proprio l’avvento dei Normanni diede origine, accanto ai Feudi ecclesiastici, anche ai “Feudi laici”, concessi ai Cavalieri Normanni più valorosi, come riconoscimento e compenso della loro dedizione ed opera. Al riguardo il forte e consolidato insediamento Normanno in questo territorio – la “Valle dell’Esaro – è testimoniato dalla presenza di Roberto il Guiscardo, il quale, nel 1065, fissò la sua dimora strategica a S. Marco Argentano nel Convento Basiliano della Matina. In tal senso lo storico e presbitero Domenico Martire alla fine del 1600 così scrisse: "Nel 1197 il Signore della Terra di Policastrello era il Normanno Ruggero, al quale, nel 1239, Federico II di Svevia assegna la custodia di alcuni prigionieri fatti ostaggi nelle città Guelfe della Lombardia. Nel 1277 Signore di Policastrello risultò essere un altro Ruggero – figlio di Andrea di Policastrello – appunto “milite” avente il Feudo di Policastrello il quale sposò Dialta, figlia di Guglielmo Scavello Signore di Amantea". Tra gli anni 1328 e 1332 il Re Roberto d’Angiò donò in concessione alla famiglia Firrao, assieme ai Feudi di Luzzi e di Rose, anche il tenimento della Mula di Policastrello ed il diritto di pesca lungo il fiume Occido, già concesso da Costanza d’Altavilla Imperatrice. Nel 1374 Policastrello fu sotto il dominio della famiglia Sangineto, Conti di Altomonte e Corigliano, quindi ai Sanseverino, a seguito del matrimonio tra Margherita di Filippo II Sangineto con Venceslao Sanseverino, Conte di Chiaromonte e Tricarico. Dallo storico Giuseppe Marchese apprendiamo che – secondo un decreto riportato nel tabellionato di Guglielmo De Ranieri di Luzzi – Policastrello nel 1378 fu assegnato ad Eliodoro Sanseverino fratello di Vencislao. Nel 1472 Policastrello passò a Geronimo Sanseverino per conferma di Ferdinando II d’Aragona. Nel 1496 il serenissimo Re Federico confermò a Bernardino Sanseverino Principe di Bisignano anche le Terre di Policastrello e di San Donato. Nel 1532 Pietro Antonio Sanseverino, Signore di San Donato e Policastrello, per dare potenza e lustro al suo Stato costruì un’imponente dimora a Policastrello (dimora che, molto probabilmente, oggi ritroviamo all’interno delle mura del Castello). Oggi la struttura risulta essere di proprietà privata e, da molti anni, in stato di abbandono. Ciò che restano ancora chiaramente visibili sono:

  • l’Arco d’Onore (dal quale si accedeva),
  • alcuni resti di mura interne e
  • qualche camera (all’interno del cortile recintato), il tutto pericolante.

Ovviamente, non potevano mancare leggende a riguardo ed infatti, si narra che, tra queste antiche mura, ci sia lo spirito di una bambina e che, in alcune occasioni, si riesca a percepirne addirittura la sua presenza.  Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=X2ggstWv78w (video di archeopollino), https://www.youtube.com/watch?v=vImuKmoEg6s (video con drone di Luigi Sirimarco), https://www.retedeldono.it/progetto/tutti-insieme-policastrello 

Fonti: https://archeopollino.it/policastrello/, https://unavaligiapienadiviaggi.com/policastrello/, 

Foto: la prima è presa da https://archeopollino.it/policastrello/, la seconda è presa da https://unavaligiapienadiviaggi.com/policastrello/  

venerdì 6 febbraio 2026

Il castello di venerdì 6 febbraio

 


                                         

FARA IN SABINA (RI) - Castello di Corese Terra

L’importanza di Correse come centro abitato del principio del medioevo è confermata anche dalla sua qualità di diocesi Sabina. La prima notizia del castello quod Currense vocatur compare nel 1006, quando il conte di Sabina Ottaviano, in memoria del padre Crescenzio donò a Farfa un’area fabbricabile sita all’interno dell’insediamento. Nel 1030 l’abate Guido comprò dalla nobilissima femmina Lavinia, la sua quota di consignoria nel castello, che fu, così, attratto del tutto nell’orbita farfense. Il castello fu però occupato da Rustico di Crescenzio che ne rivendicava la proprietà. Nel 1104 l’Abate Berardo si riconciliò con la famiglia di Rustico di Crescenzio concedendo dodici casali compresi nel territorio di Castrum Currisem et Castrum Bricti (Montelibretti) et Castrum Nerulae in cambio del castello di Correse. In questo periodo fu rinforzato il sistema difensivo del castello costruendo una torre, della quale Giovanni Tignoso fu nominato custode. Il castello di Correse fu confermato all’Abazia di Farfa da Enrico V (1118) e da papa Urbano IV (1262). Nel 1300 il papa Bonifacio VIII, dopo aver raso al suolo il castello di Comunanza, concesse il feudo di Correse e dell’Arci a Francesco Orsini conte di Nerola ed è allora che Correse decadde e prese il nome di podium ed Arci rimase un piccolo centro agricolo. Nel secolo XVII il dominio passò dagli Orsini alla famiglia baronale dei Barberini. Nel 1811 Maffeo Sciarra Colonna, al termine di una lunga lite con lo zio Carlo Barberini, veniva in possesso del feudo di Correse. Sul finire del secolo XIX Correse passò alla famiglia Torlonia per poi divenire appodiato di Fara. Il piccolo centro storico di Corese Terra è un vero gioiello che culmina con un grande ammasso murario: il castello. Alcuni interventi recenti ne hanno un po' coperto l'aspetto originario ma ovviamente le grandi altezze murarie e le forti strombature ne suggeriscono la presenza. Oggi l'edificio ospita l'Università Agraria (https://www.facebook.com/profile.php?id=100057167355282). Ecco un breve video per osservarlo meglio: https://www.facebook.com/watch/?v=1275402343571864

Fonti: https://sabinapiu.it/corese-terra-storia-visita/, https://www.viadifrancescolazio.it/portfolio-single-page/20-cosa-vedere/257-corese-terra.html, 

Foto: la prima è presa da https://sabinapiu.it/corese-terra-storia-visita/, la seconda è presa da https://www.formatrieti.it/2025/07/26/cena-solidale-alluniversita-agraria-di-corese-terra-sostegno-ai-bambini-saharawi-ospiti-del-comune-di-fara-in-sabina/ 

 

 

venerdì 24 ottobre 2025

Il castello di venerdì 24 ottobre


     

MANDURIA (TA) - Torre Colimena

Torre Colimena (Torri Columèna in dialetto manduriano) è una frazione balneare del comune di Manduria in provincia di Taranto. Il centro del luogo è sorto attorno all'omonima torre, presente proprio sul lungomare della località, la quale comunica a ovest con Torre di San Pietro in Bevagna in San Pietro in Bevagna e ad est con Torre Castiglione, nel comune di Porto Cesareo. Torre Colimena fa parte di un sistema difensivo di torri costiere volute dall'imperatore Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna, dopo l'invasione di Otranto da parte dei Turchi nel 1480, per difendere la penisola del Salento dalle loro frequenti incursioni. Fu costruita nel 1568 su incarico del viceré di Napoli, Pedro Afán de Ribera, e affidata a Camillo Chiarello. L'unico episodio storico di rilievo che riguarda la piccola località di Torre Colimena, risale al 1547 quando circa 100 predoni Turchi sbarcarono da cinque velieri approdati nel tranquillo e sabbioso porticciolo di Torre Colimena, per spingersi in un'incursione nell'entroterra, depredando i raccolti delle masserie attorno a San Pancrazio e Avetrana guidati da Khria, un personaggio locale convertito all'Islam. Nel settembre 1570, il maestro Camillo Chiarello morì e i lavori di costruzione di Torre Colimena (nonché quelli di Torre Inserraglio) furono momentaneamente sospesi, per poi essere ripresi dal fratello, il maestro Donato Chiarello coadiuvato dai maestri Ortensio e Gabriele (detto Beli) Mischinello. Torre Colimena non appare nell’elenco del Vicerè del 1569 e nemmeno in quello di Henrico Bacco Alemanno del 1611. Compare però nella Descrizione del Regno di Napoli di Scipione Mazzella del 1601 come Torre Columena e nella successiva cartografia del XVII e XVIII secolo. Si è a conoscenza di alcuni nomi di coloro che vivevano la torre. Nel 1583 fu torriero il Caporale Pietro Grano coadiuvato da Orazio Monaco. Nel 1730 fu torriero il Caporale Giulio Brigante. La torre è a base quadrata troncopiramidale fino all’altezza del toro marcapiano, a 6 metri circa da terra, da qui si erge come un parallelepipedo, alto altri 8 metri. In cima vi è un coronamento particolarmente curato, a quota 14 metri circa, caratterizzato da beccatelli e caditoie pensili. La torre fu costruita in conci di tufo regolari. Sulla facciata si aprono due finestre, la prima illumina il vano scala, la seconda illumina il vano principale. All’interno, sulla parete a destra dell’entrata si trova l’imboccatura del pozzo; sulla sinistra il grande camino nel tempo modificato, illuminato da una finestra, ingloba il forno e uno stipo, entrambi ricavati nel muro perimetrale della torre. Due finestre si affacciano sui lati minori ad est e ad ovest. La stanza è voltata a botte. La scala monumentale di accesso, a tre arcate, costruita in un periodo successivo, è larga 1,75 metri ed è provvista di un parapetto alto circa 90 cm. Si ipotizza che l’accesso in origine avvenisse tramite un ponte levatoio, come confermerebbe il riquadro intorno alla porta per l’incastro di una ribalta. In cima alla torre vi sono delle costruzioni aggiunte in epoche successive. Con esse la torre raggiunge i 21 metri di altezza circa. Nel XIX secolo le torri persero la loro funzione originaria e molte furono abbandonate. Torre Colimena però, ancora in buone condizioni, fu utilizzata anche come residenza estiva. Infatti, la maestosa scalinata e anche il complesso di costruzioni aggiuntive sul terrazzo, furono aggiunte in tempi in cui era svanita la minaccia dal mare. Nel XX secolo, la località, considerata in passato un ricovero per soli pescatori, già a partire dagli anni ’60 ha avuto uno sviluppo urbanistico importante, divenendo sede di case di vacanza in particolare per gli abitanti dei paesi circostanti, attratti dalle bellezze naturali e dalla tranquillità del luogo. La torre per lungo tempo è stata in concessione a privati, oggi è custodita da un guardiano. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=-a3sC1sQq_I (video di Mister Marley),https://www.youtube.com/watch?v=-gJejY9NW9A (video di Virtual Trip), https://www.youtube.com/watch?v=Im6hUClLVow (video di Giorgio Zanon) 

Fonti: https://fondoambiente.it/luoghi/torre-colimena?ldc, https://www.caladelsalento.it/it/blog/torre-colimena-un-tesoro-nascosto-del-salento-tra-mare-storia-e-natura-selvaggia/, https://torricostieredelsalento.com/torre-colimena/

Foto: la prima è presa da https://www.jamaluca.com/torre-colimena/, la seconda è presa da https://www.salentiamo.com/blog/1353-torre-colimena-e-la-spiaggia-vecchia-salina

giovedì 23 ottobre 2025

Il castello di giovedì 23 ottobre


MULAZZO (MS) - Castello Malaspina

Mulazzo fu feudo imperiale appartenuto al ramo dello Spino Secco della famiglia Malaspina dal 1164 con il titolo di marchesato ma oggi delle sue potenti fortificazioni restano ben poche tracce. Altrettanto scarse sono le informazioni sul castello di Mulazzo. Fra queste ciò che resta della 'Torre di Dante' che costituiva il nucleo centrale della primitiva struttura fortificata, risalente al X secolo. Alcune fonti ne attribuiscono l'origine all'età Bizantina. Al momento del suo massimo sviluppo era alta ben sei piani, più di 30 metri, con ingresso al primo piano al quale si accedeva a mezzo di una scala in legno. Oggi è ridotta a un sesto della sua altezza in quanto per gran parte fu abbattuta, perchè a rischio crollo, intorno al 1750. La torretta circolare che vi è addossata risale al XV secolo. La Torre è l'unica in tutta la Lunigiana ad avere forma esagonale, originariamente era cinta da una muraglia all'interno della quale fu costruito un castello poi ampliato da Corrado Malaspina l'Antico. Dante fu qua ospitato dai Malaspina dall'aprile 1306 alla primavera dell'anno successivo. Di questa struttura già restavano scarse tracce all'inizio del '500, quando fu definitivamente abbandonata. Al Comune restò solamente la Torre, fulcro delle feste cittadine e poi anche prigione e polveriera. Sul versante opposto, quello rivolto ai territori del Genovesato, nel secolo XVI fu eretto il castello a difesa del borgo, oltre che a dominio della direttrice viaria che risaliva verso i Casoni e la Val di Vara. Divenne la dimora esclusiva del ramo malaspiniano detto appunto 'del castello'. Al suo fianco i marchesi, per loro comodità, costruirono l'acquedotto di cui restano poche tracce (dette 'gli Archi' e oggi simbolo di Mulazzo). Su questo versante si apriva la 'Porta Soprana' (o Genovese) della cinta muraria cittadina, ancora oggi intatta. L'altra porta, quella 'Sottana', sorgeva appena sopra l’Oratorio di San Rocco. Il terreno di questa zona era particolarmente franoso e il castello decadde rapidamente, anche perchè a causa della sua importanza strategica, a guardia di una strozzatura della valle, fu più volte distrutto. I Malaspina per questo furono spinti a costruire la nuova residenza vicino alla Torre: alla metà del 1500 in questa area fu costruito dal Marchese Giovan Cristoforo un vasto Palazzo recintato che in pratica impediva l'uso della Torre al popolo. Gli accessi erano infatti situati entro i possessi dei marchesi, quali la corte (dove oggi è la scalinata) e uno direttamente dal piano nobile del Palazzo malaspiniano, lungo il camminamento ancora visibile che sale il colle verso la Torre. Nel XVII secolo per contrastare l'invasione Spagnola della Lunigiana il Granduca Ferdinando I de' Medici, che insieme al popolo di Mulazzo governana il territorio, pose qua un governatore Granducale e la Torre fu fortificata con l'aggiunta di bocche da fuoco. Più volte nacquero anche accese dispute fra il Comune di Mulazzo e i Malaspina per l'uso della Torre, concluse a favore del popolo che arrivò a pagare un canone annuale per avere l'impiego della stessa. L'ultimo feudatario fu Azzo Giacinto III, in epoca Napoleonica. La Casa di Dante ora visitabile a Mulazzo, probabilemente non ha mai ospitato il poeta. Idealmente ricondotta al soggiorno di Dante in Lunigiana, la sala museale è costituita dall’intero piano nobile dell’ultima casa-torre del XIII secolo rimasta della cinta muraria del borgo storico medievale.La struttura, aperta solo su appuntamento, nacque nel 2003 come semplice Museo Dantesco Lunigianese ‘L. Galanti’, poi nel 2007 si trasformò in sala polivalente con l’aggiunta delle Sezioni specialistiche della Galleria Artistica, della Biblioteca Dantesca Lunigianese, della Sala Didattica Multimediale e del Book shop. In occasione dei 700 anni dalla morte del Poeta lungo le strade del centro storico di Mulazzo è stata allestita una Via Dantis permanente con varie stazioni che ricordano passaggi della Divina Commedia. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=hKsj0peOrv0&t=66s (video di Emiliano Rizzo), https://www.terredilunigiana.com/castelli/castellomulazzo.php, https://www.youtube.com/watch?v=Mo7CsStMZ3Q (video con riprese con drone, di DueInCammino e in kayak), https://davidebaroniscrittore.com/mulazzo-2/

Fonti: https://castellitoscani.com/mulazzo/, https://viestoriche.net/indexold-r/Dante/viedidante/Mulazzo.html 

Foto: la prima è presa da https://castellitoscani.com/mulazzo/, la seconda è presa da https://www.paesionline.it/articoli/e-in-lunigiana-uno-dei-migliori-borghi-della-toscana-e-un-gioiello-d-autunno