martedì 22 settembre 2026

Il castello di martedì 22 settembre


 


COLLEFERRO (RM) - Castello Vecchio

Sorge sulla sommità dell'omonimo colle (270 m s.l.m.), circondato dall'antica cinta muraria, in buona parte crollata, oggi si vedono solo campi coltivati. Non si conosce la data precisa della sua costruzione ed è stato abbattuto e ricostruito numerose volte. Più di uno storico sostiene che in origine Colleferro occupasse l'area della città volsca denominata Verrua o Verrugo, conquistata dai Romani dopo alterne vicende nel 361 a.C. Il profilo storico del castello di Colleferro è tuttavia piuttosto limitato e il documento più antico a cui si può fare riferimento risale al 1262. Agli inizi degli anni ottanta, durante uno scavo per la realizzazione di un serbatoio idrico, furono rinvenuti accidentalmente materiali risalenti all'VIII secolo, che farebbero quindi supporre la presenza di un insediamento più antico su cui non si hanno notizie certe. Incerta è, inoltre, la sua attribuzione alla famiglia dei Conti di Segni: infatti lo studio di ulteriori documenti ha fatto emergere l'ipotesi sulla possibile fondazione da parte della famiglia dei Conti non del ramo di Segni, ma di quello di Poli. Grazie inoltre alle testimonianze conservate presso gli archivi Doria Pamphili, risalenti ad un arco di tempo compreso tra il 1476 e il 1948, è noto che tra il XVIII e il XIX secolo il castello non sia appartenuto esclusivamente alla famiglia Conti ma anche ai Salviati e ai Pamphili. Nel 1318, nell'ambito delle controversie ereditarie tra i discendenti della famiglia Conti, troviamo una sentenza arbitrale tra Giovanni e Nicolò; i Conti scelsero, come arbitri, Stefano Colonna ed Annibaldo Annibaldi, i quali, nel 1320, emisero un lodo che stabiliva che il Castello di Colleferro fosse di proprietà di Giovanni. Quest'ultimo, a sua volta, rinunciava a dodicimila fiorini a lui dovuti da Nicolò e, in favore di questi, cedeva anche metà del castello di Pruni, nel territorio di Montelanico, alcune tenute nella Marittima e alcuni possedimenti nel comune di Cori e Ninfa. L'esistenza del castello nel XIV secolo è convalidata anche dalle liste della tassa sul sale e sul focatico. Nel 1363 il castello pagava un'imposta di 10 rubbia, pari ad una popolazione di 1 600 abitanti; nel 1416, l'indice era di 3 rubbia e 1/3, testimonianza di una sensibile diminuzione della popolazione. Alcune fonti testimoniano che le masserizie ammassate nel castello di Colleferro, fatta eccezione per vasi, balestre ed archi, insieme alla metà del Castello di Astura e ai beni mobili di Giovanni Conti, furono assegnate a Margherita, figlia di Stefano Colonna, con una sentenza firmata dal giudice Sabba Amadei, datata 23 ottobre 1344. Il castello, assieme a quello di Piombinara, fu distrutto nel 1431 dalle truppe del capitano di ventura Giacomo Caldora, inviate dalla regina di Napoli Giovanna II d'Angiò-Durazzo durante la guerra che vide contrapposto papa Eugenio IV, sostenuto anche dai Conti e dalla famiglia Colonna. Nello stesso anno un editto di papa Eugenio IV, datato 24 settembre, impedì a Niccolò Conti di intromettersi nel restauro del castello, spettante alla Camera Apostolica, pena una multa di diecimila fiorini. All'epoca questo forte, insieme al Castello di Piombinara, aveva una funzione difensiva della Valle del Sacco, a protezione di Artena e Valmontone; soltanto nel XVII secolo si avviò il processo di trasformazione da rocca fortificata a casale di campagna. Il primo contratto di affitto di cui si ha testimonianza scritta risale ad un'epoca relativamente recente: il 1779. Contemporaneamente venne elaborato un piano generale di ampliamento, attribuito all'architetto Francesco Rust al servizio della famiglia Salviati, infatti, tra il 1779 e 1781, vi fu la realizzazione del fienile, di un rimesso per bovi e di una cordonata (1784). Si potrebbe quindi dedurre dai precedenti dati che, almeno durante la metà del XVIII secolo, il castello appartenesse alla suddetta famiglia. L'acquisto del complesso da parte dei Doria Pamphili nel 1804 non modificò l'utilizzazione della struttura che continuava a servire come casale e ad essere ampliata per soddisfare meglio le necessità produttive. L'architetto dei nuovi proprietari, Andrea Busiri Vici, elaborò due progetti: il primo, non realizzato, per la costruzione della "casa del guardiano" e il secondo, portato a compimento, per la sopraelevazione e la rettificazione del corpo a nord-ovest (1862-1863). Nelle descrizioni dei lavori e nelle perizie si riscontrano soprattutto variazioni nell'uso degli ambienti del complesso, che nel 1842 figuravano addirittura interamente utilizzati come depositi di grano. Nel 1852 venne finalmente riadattata la parte a sud del corpo a nord-ovest, che divenne sede dei "granari nuovi", mentre nel 1905 furono rifatte due cordonate e fu demolito il capannone nel cortile. Dall'analisi dei documenti riguardanti questo periodo si sa che le terre del castello vennero progressivamente vendute, prima alle ferrovie e poi al nascente complesso urbano-industriale, mentre il fabbricato venne sottratto anche a quell'uso agricolo a cui si era adattato. Così si avviò una fase di progressivo declino, culminante con i danni subiti a causa del terremoto nel 1915. Nel 1918 Carlo Busiri Vici redasse il rilievo del castello con le piante dei tre piani e delle coperture e i quattro prospetti-sezione interni. Da ciò si deducono importanti informazioni relative soprattutto a quelle parti che sono ora crollate (l'angolo nord, la parete interna dell'ala sud-ovest) ed all'assetto della chiesa, all'epoca ancora non alterato. Ultime tappe della decadenza sono rappresentate dalla soppressione delle cappellanie di Santa Barbara e Santo Stefano (1919) e dall'occupazione abusiva del fabbricato avvenuta dal dopoguerra ai tempi odierni.  Nel 2020 il Comune di Colleferro lo ha acquistato dalla famiglia Furlan. Il complesso è costituito da varie strutture organizzate attorno ad una corte centrale e delimitate da un perimetro approssimativamente rettangolare (45 × 33 m), con profilo irregolare e frastagliato. La conformazione e la disposizione dei diversi corpi fa pensare ad aggiunte di epoche successive su un nucleo originario piuttosto omogeneo. I lati sud-ovest e nord-ovest sono interamente occupati da corpi di fabbrica, mentre, a sud-est, in prossimità del dirupo, la struttura si articola, sorretta da alcuni contrafforti, in alcuni organismi di diverso spessore ed altezza. L'accesso al complesso avviene da nord-ovest tramite un corridoio voltato che attraversa l'intero corpo di fabbrica e conduce alla corte centrale, sulla quale si aprono gli ingressi alle diverse parti dell'edificio: la frammentarietà degli undici percorsi rivela gli adattamenti a cui è stato sottoposto il fabbricato. I quattro lati si articolano così come segue:

  • il fronte nord-ovest è costituito da cinque parti principali articolate e congiunte: due testate di fianchi laterali ortogonali, una cisterna, il tratto centrale sopra l'accesso, attualmente occupato, e una torre più interna ma integrata a nucleo residenziale;
  • il corpo a nord-est è tripartito con due ali laterali, ormai ridotte a rudere, una zona centrale con tre pilastri, un solaio ed una parziale copertura in legno sorretta da grandi archi a sesto acuto. Bellissimo è il prospetto esterno, caratterizzato da alti contrafforti collegati tra loro da profondi arconi, mentre quello che si affaccia sulla corte interna presenta una differenziata casistica di portali e finestre: bifore con doppio arco a sesto acuto, sagomato nell'intradosso costituito da un unico grande blocco; bifore con archetti costituiti da cinque conci dentati e sagomati, arricchiti da una bicromia degli elementi costituenti (tufo e calcare), portali con le stesse soluzioni di messa in opera e tre finestre rettangolari, aperte nella zona più alta;
  • il fronte a sud-est è articolato con due testate dei corpi paralleli, ridotte a rudere; una piccola costruzione di una chiesa, alterata e trasformata in alloggio, è addossata al muro di chiusura. La torre del mastio è ora usata come ricovero per gli animali. All'esterno il profilo irregolare è caratterizzato dalla presenza di contrafforti. All'estremo angolo sud si trovano due setti murari messi in opera a ricorsi alternati di tufo e calcare che in origine sorreggevano una torre poi scomparsa. Lo stesso uso di bicromia si riscontra in altre costruzioni della famiglia Conti: nel basamento della torre omonima a Roma ed in quello del Palazzo Borghese di Artena, sorto sui ruderi del Castello di Montefortino;
  • a sud-ovest rimangono solo due settori completamente privi di tramezzature e coperture. Il muro di cinta esterno girava attorno al nucleo centrale della rocca condividendone i setti murari sud-est e sud-ovest. Due strette torri provvedevano alla difesa esterna su quest'ultimo lato.

Lo studio degli elementi murari che per forma, materiale e struttura qualificano il testo architettonico e, più direttamente, la comprensione del "linguaggio" dell'edificio, aiutano a riempire quei vuoti cronologici evidenti soprattutto nella prima e più importante fase costruttiva, che risale al tardo-medioevo. Diventa essenziale il confronto strutturale e formale con architetture geograficamente e stilisticamente vicine come gli edifici di Alatri e Anagni, soprattutto per quanto riguarda le finestre, i portali, i capitelli. Il portale ad arco acuto nel prospetto sulla corte del blocco a nord-est è paragonabile ai portoni laterali del palazzo di "Petrus-spate" ad Anagni. Nel portico dello stesso palazzo anagnino sono presenti inoltre alcuni capitelli che assieme a quelli del palazzo di Mattia de Papa, ricordano molto i capitelli del corpo a nord-est e sud-ovest di Colleferro. Le fasi costruttive del complesso risultano essere le seguenti:

  • VIII-IX secolo. Prima presenza umana forse relativa ad un castrum fortificato posto a controllo del tracciato della Via Latina.
  • Inizi XIII secolo (1220-1230 circa). Realizzazione del primo nucleo edilizio, costituito da due ali parallele a sud-ovest e a nord-est e da due robuste torri a nord-est e sud-est. Tutti i corpi di fabbrica sono collegati da un percorso anulare interno alla corte.
  • Metà del XIII secolo. Ripresa delle strutture e cortine murarie, probabilmente in seguito a demolizioni derivanti da assedi e costruzione delle torri minori nei vertici del fabbricato.
  • Fine del XIII secolo. Realizzazione dei contrafforti e degli arconi sovrapposti contro il muro esterno del corpo nord-est; costruzione della cinta muraria e dei contrafforti sul versante sud-est.
  • XIV secolo-1431. Creazione della cisterna nell'ala nord-ovest della chiesa e di una serie di strutture ausiliarie nell'ala sud-ovest.
  • 1431-1600 circa. Parziale distruzione e successivo abbandono dell'edificio.
  • XVII-XVIII secolo. Ristrutturazione del complesso con ampliamento del tratto centrale del corpo a nord-ovest, delle due torri a nord-est e sud-est per adibirle a residenza e fienile; della chiesa, della torre nord (residenza), e del tratto sud dell'ala sud-ovest ("stallone"). Rimangono a rudere il tratto sud del corpo nord-est, la cinta muraria e le torri esterne.
  • XIX secolo. Sopraelevazioni della zona centrale dell'ala nord-ovest, sistemazione del tratto sud dell'ala sud-ovest ("stallone" e fienile), costruzione di un capannone nel cortile, presso l'angolo nord, mantenimento della situazione settecentesca per le altre strutture.
  • XX secolo. Conservazione delle residenze nel tratto centrale del corpo a nord-ovest, adattamento ad alloggio della chiesa, ruderizzazione delle zone agli angoli nord ed est con realizzazione di opere di carattere provvisorio (tralicci metallici, tavolati, lamiere, ecc.). Demolizione del capannone settecentesco[6].
  • L'ammodernamento della struttura del castello fu effettuato tra il XVIII e il XIX sec. da Francesco Rust e Andrea Busiri Vici.

Il castello rappresenta l'emergenza storica più significativa del territorio di Colleferro; la sua consistenza architettonica rivela inoltre caratteristiche stilistiche e strutturali che pongono l'edificio in relazione con la più ampia panoramica della storia dell'architettura del tardo Medioevo nel Lazio meridionale. Bastano queste due considerazioni a legittimare l'ipotesi di un intervento di restauro dell'edificio, ma va qui rilevato che il recupero di questa antica struttura e il suo utilizzo a funzioni pubbliche comporta per il centro urbano di Colleferro e per il suo territorio l'identificazione di un polo di riferimento, carico di valenze culturali, di cui la città, sviluppatasi in funzione della "fabbrica", è assolutamente priva. Il monumento si trova così ad essere estraneo ad ogni tipo di attività sociale e culturale: esso è attualmente di proprietà privata, parzialmente abitato e adibito a depositi e pollai. La medesima indifferenza verso il monumento ha consentito però la sostanziale conservazione di molti dei suoi caratteri originari, in buona parte risalenti al Medioevo. Tuttavia, il castello in passato non è stato estraneo a diversi progetti di restauro, dei quali solo alcuni sono stati portati a compimento. E' tuttora oggetto di un progetto di restauro, che è rivolto al recupero non della veste originale della struttura, ormai scomparsa e riproponibile solo nei termini di un'ipotetica ricostruzione ideale, ma della identità tridimensionale degli ambienti, suggerita dalla realtà bidimensionale delle pareti antiche. S'intende fare in modo che l'ala sud ritrovi una conformazione coerente e dignitosa, con l'integrazione dei tratti murari scampati alle distruzioni e ai riadattamenti, con il ripristino di una più plausibile copertura a due falde nell'area esterna, e nell'area interna di una successione di crociere e arconi in rete metallica, che suggeriscono, ma non imitano, le antiche strutture, rivestendo comunque uno spazio il più possibile prossimo a quello originale. In maniera analoga, s'intende consolidare nel blocco a nord-est l'ambiente con copertura su archi acuti, restituendo ad esso l'originale doppia altezza, mentre si è scelto di disporre le nuove scale nell'angolo nord del complesso, dove risultavano esistere ancora nel 1918, come testimoniato dal rilievo di Carlo Busiri Vici, risalente allo stesso anno. Tutti questi interventi specifici non trascurano la realtà oggettiva delle trasformazioni subite dall'edificio nelle diverse epoche: il corpo a nord-ovest sarà conservato nella sua integrità e nell'assetto raggiunto nello stesso secolo, nell'ala a nord-ovest verranno mantenuti i pilastri centrali, nell'ala sud-ovest il profilo dello stallone e del fienile, risalente al XVIII-XIX secolo, verrà sottolineato da un'asola di finestre, che realizza una soluzione di continuità tra nuova ed antica parete. Verranno infine mantenute a rudere quelle parti ormai naturalmente consolidate in questo status, quali l'angolo ad est, le zone esterne sul fronte sud-est e infine la cinta muraria esterna. Nelle altre nuove strutture (solai e scala della torre sud-est; scala a passerella del corpo a nord-est; solai, coperture e collegamenti verticali dell'angolo nord) si prevede una ridotta partecipazione statica della preesistenza, ma una sempre chiara identificazione della natura e del ruolo delle parti. È ovviamente previsto l'intero consolidamento del fabbricato e la bonifica dalle superfetazioni recenti. Nel prospetto interno alla corte del blocco sud-ovest, dove la maggior parte dell'antica muratura è scomparsa, il disegno della moderna parete si comporrà sugli stessi motivi generatori su cui si basa l'intero progetto. Così la pannellatura continua in pietra, incisa dalle asole in corrispondenza con la linea di cesura con la preesistenza, si aprirà verticalmente per tutta l'altezza, a denunciare all'esterno il ritmo strutturale e la complessità spaziale di cui essa costituirà il semplice involucro. La copertura in rame di questa ala confermerà il binomio struttura moderna-volume antico che si è più volte sottolineato nel progetto. La disposizione delle funzioni, che ha naturalmente assecondato le vocazioni distinte delle singole parti del fabbricato, prevede una biblioteca nell'ala nord-est, una sala audiovisivi nella ex chiesa, una sala conferenze, un antiquarium e una sala mostre temporanee nell'ala sud-ovest e nella torre a sud-est, zona ristoro e saletta espositiva con la storia del castello e sul restauro al piano terreno. Altri link suggeriti: https://fondoambiente.it/luoghi/il-castello-e-relativo-parco?ldc&fbclid=IwAR1IrdYNGRvRPWMsmVAwHYVaWZw8wWs821kkaZ_lnqZK2BnutbY_Ipa6NbM, https://www.frosinonetoday.it/zone/valle-del-sacco/colleferro-rinascita-castello-vecchio-casale-agricolo.html,https://www.youtube.com/watch?v=ILA70rSbb4w (video di Federico Moffa con drone), https://www.youtube.com/watch?v=ucGfNaQBlyA (video di Gianluca Renzi con drone), https://www.youtube.com/watch?v=NofsNtUxrsk (video di EnricOuntry con drone)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Vecchio_(Colleferro), https://www.retedimorestorichelazio.it/dimora/rm/colleferro/castello-vecchio/

Foto: la prima è presa da https://www.museumgrandtour.com/portfolio-item/castello-vecchio-di-colleferro/#iLightbox[gallery_image_1]/0, la seconda è una cartolina della mia collezione, infine la terza è una foto da me scattata sul posto due giorni fa. 

giovedì 10 settembre 2026

Il castello di giovedì 10 settembre


RIMINI - Torre in località Torre Pedrera

La località di Torre Pedrera prende il nome dall'antica torre costiera costruita nel 1673 per volontà dello Stato Pontificio, con lo scopo di rafforzare il sistema difensivo della costa adriatica contro le frequenti incursioni dei pirati saraceni e delle flotte ottomane. La torre faceva parte di una rete di fortificazioni di avvistamento che permetteva di controllare il litorale e di comunicare rapidamente eventuali pericoli alle località vicine. Nelle vicinanze si trovava anche l'antico Castrum Abbatis, oggi conosciuto come Castellabate, importante punto di riferimento per la difesa del territorio. Il capomastro realizzatore fu “magister” Nicolaus. Tutte le torri del sistema difensivo avevano armi, munizioni, scale, corde e anche una campana “con il suo batocco” per dare l’allarme. Al suono della campana gli abitanti potevano rifugiarsi all’interno. Alla fine del XVII secolo le scorribande si diradarono nell’Adriatico. I pirati rivolsero le loro attenzioni ad attaccare navi mercantili. Le torri vennero usate come prevenzione contro la diffusione della peste. Non dovevano più combattere l’arrivo dei nemici ma impedire l’ingresso di chiunque arrivasse da zone infette e, in seguito, in alcuni casi ebbero anche funzione di luogo di quarantena. La “Congregazione di Santità” del 1690 stabilì che per questo compito la Torre della Pedriera avesse due soldati a cavallo e 1 a piedi. L'origine del nome "Pedrera" è legata al vicino alveo del fiume Marecchia, dal quale gli abitanti estraevano pietre e ciottoli utilizzati per la costruzione delle abitazioni e delle opere locali. Proprio questa attività diede origine alla denominazione "Torre della Pedreira", poi evoluta nell'attuale Torre Pedrera. La fortificazione è visibile nei pressi della spiaggia e si impone dall’alto su un arenile lungo ben 2 chilometri. Attualmente è una proprietà privata. Una targa all’esterno ricorda il suo antico ruolo “Questa torre” si legge “costruita sulla Pedriera di Castellabate nel 1673 a vedetta e a difesa dalle navi pirate è stata ripristinata nel 1968”. Ecco un video in cui vederla dall'alto: https://www.youtube.com/watch?v=d7oSBaDSLkY (di Rai Play). 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Pedrera, https://www.italia.it/it/emilia-romagna/rimini/torre-pedrera, https://altarimini.it/torri-di-difesa-riviera-romagnola-nel-1600.php

Foto: entrambe del mio amico e "inviato speciale" del blog Claudio Vagaggini

mercoledì 9 settembre 2026

Il castello di mercoledì 9 settembre

 



GUBBIO (PG) - Torre in località Nogna o di Sant'Angelo a Assino

Sorge isolata su un colle che sovrasta la piana del fiume Assino, tra la vegetazione, al confine tra i comuni di Gubbio e Umbertide, in un'area che in epoca antica e medievale richiedeva il controllo visivo delle vie di comunicazione e dei territori circostanti. All' ammodernamento di questo asse viario, transitato dall’antichità e dall’alto medioevo, già il Governo Pontificio prestò molta attenzione redigendo un Piano di collegamento dei due mari prevedendo la realizzazione d’un raccordo fra Tiberina e Flaminia. La struttura classica medievale che prevedeva oltre al mastio di difesa anche una chiesa ed un mulino qui è tipicamente rappresentata, infatti accanto alla torre è affiancata una chiesa e giù a valle un maestoso mulino a palmenti per cereali corredato da un’altra torre di fortificazione con tanto di ballatoio. La sua posizione di controllo in posizione dominante sul bivio Gubbio-Pietralunga era supportata dalla presenza dell’imponente castello di Carbonana (già trattato nel blog... https://castelliere.blogspot.com/2016/05/il-castello-di-venerdi-6-maggio.html) che essendo nel pendio adiacente comunicava a vista con questo.
Il fortilizio era di giurisdizione dell’episcopato eugubino e proprio nella seconda metà del secolo XIII, l’episcopato temette di subire un violento attacco al suo patrimonio da parte del Comune di Gubbio, pertanto cercò di reagire e di difendersi attraverso l’arma della scomunica; infatti il vescovo, nel 1257 lanciò l’anatema, oltre che contro i ladri, i falsari e i peccatori di ogni genere, anche contro coloro che si erano resi colpevoli di aver accettato il capitanato, la signoria o altre cariche nei castelli di Mons Episcopi (Montelovesco), Ana, Agnano, Saxum (attuale Colle Casale), Ploscanum, S. Angelo d’Assino e Monte S. Maria estendendo la scomunica anche a coloro che li avevano eletti e che li obbedivano. Nel 1282 però la sede vescovile si arrese e, senza alcuna dichiarata contropartita, tramite un accordo, cedette al comune la giurisdizione temporale (temporalis iurisdictio) di questi castelli oltreché Colle Casale e Trizanum aggiungendo inoltre le ville di S. Paterniano e Cerqueto. Il comune di Gubbio quindi con questa concessione cominciò a riorganizzare la difesa del suo territorio e nell’ambito della manutenzione delle fortificazioni presenti il Consiglio elesse un certo “Mathiolus Venture” e lo incaricò per la custodia e riparazione dei castelli verso Pietralunga: Castrum Carbonane, Nogne, S. Angelo de Assino. Dal XIV secolo il comune ne affidò la custodia ad un capitano e dai documenti troviamo l’8 agosto 1376
un certo Ser Antonius Nicolelli venne eletto capitano dei castelli di Carbonana, Sioli, S. Angelo de Assino lo sostituì poi nel 1431 Mariotius Nicolai de Eug. che venne nominato capitano “castrorum S. Angeli de Assino et Carbonane“. Addossato alle mura del castello c’era anche un palazzo nobiliare “Palatium Johannis Marcutii” di cui oggi non ne rimane alcuna traccia, però risulta dai documenti che il 15 aprile 1432 “Johannes Percivallis et Antonius Peri de Burgo” furono messi a guardia del palazzo “iuxta castrum S. Angeli de Assino” quindi adiacente le sue mura. Il legame fra queste due entità castellari che probabilmente costituivano un blocco unico, è confermato dalla nomina come castellani e capitani dei componenti di questa famiglia; infatti nel 1433 è nominato “Nob. Vir Johanries Marcutii” e negli anni successivi ne è confermato lo stesso “Johannes Marcutii“. Solo nel 1434 ci fu un vuoto per cui il castello si trovò sprovvisto di custodi e sentendosi in pericolo gli stessi abitanti si proposero di provvedere loro stessi alla guardiania con l’approvazione del Comune di Gubbio che accettò. Dell’antico castello rimane in piedi una torre ancora integra per gran parte della sua altezza, semicoperta però da edere e rovi; il “Palazzo Marcutii” di cui parlano i documenti invece è definitivamente scomparso e non se ne intravede alcuna traccia. Nella parte ovest il fortilizio era protetto da una ripida scarpata che proseguiva per quasi tre quarti del suo perimetro, mentre nella parte nord-est, quindi nella parte antistante il castello, ora si apre una ampia spianata ed era forse questo il luogo dove sorgeva la parte abitata del castello e il suddetto Palazzo. Altro rudere di abitazione, ma di epoca più recente, è ancora in piedi ma abbondantemente malconcio e semicrollato e si trova davanti l’ingresso della torre. Nella parte più ripida quasi a formare un tutt’uno con la torre rimangono tre pareti dell’antica chiesa di Sant'Angelo, mentre i resti del tetto e una parete sono dispersi nella scarpata sottostante. Davanti alla chiesa e a poca distanza era presente una cisterna per l’approvvigionamento idrico, ad oggi rimane una buca al piano del terreno scarsamente protetta e pericolosa. Ecco un video del sito (di FLYPINSULA) girato con drone https://www.youtube.com/watch?v=cpSiMVH77HQ. Altre foto della torre si possono trovare qui: https://www.facebook.com/groups/151013861596209/posts/10081411435223019/ 

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/torre-di-santangelo-dassino-gubbio-pg/, https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/torre-di-nogna-gubbio-135349219, 

Foto: tutte e tre del mio amico e "inviato speciale" del blog Claudio Vagaggini  

mercoledì 22 luglio 2026

Il castello di mercoledì 22 luglio



CAMPELLO SUL CLITUNNO (PG) - Castello di Pissignano

A pianta triangolare, deve il nome al temine latino "Pissinianum", cioè luogo della piscina, che era posta nei pressi  del Tempietto sul Clitunno, accanto alle famose Fonti del Clitunno. Come la tipologia dei castelli nati sui pendii delle colline ha pianta triangolare, con la torre di vertice alta e slanciata, sotto la quale se ne trova un'altra a pianta pentagonale, utilizzata in passato come campanile della parrocchiale.
Le case sono disposte a terrazzi degradanti e ancora mantengono l'impronta medioevale, tra queste, interessanti, sono i resti del Palazzetto della Comunità, abitato dai feudatari, ove si conserva un affresco raffigurante una Madonna con Bambino, datato 1545. Il castello fu edificato nei secoli XI e XII, quando una comunità benedettina decise di cingere con mura il piccolo nucleo abitativo della zona (tant’è che proprio alla loro presenza prese il nome di Borgo San Benedetto e il monte sovrastante tuttora si chiama Monte San Benedetto o Colle Revalioso). La struttura difensiva vera e propria, però, nacque grazie al barone tedesco Sancio, che venne in Italia al seguito dell'imperatore Corrado II (990-1039). Nel 1155 Federico Barbarossa si stanziò con le sue truppe nei pressi del castello dopo la distruzione della città di Spoleto. Conteso tra Trevi e Spoleto, passò a quest’ultima nel 1213 come promessa del duca Diepoldo in cambio dell’aiuto contro Trevi, e Federico II, nel 1241 lo enumerò tra i luoghi soggetti a Spoleto. Il Cardinale Capocci, nel 1247, ne confermò il possesso alla Città. Fu così feudo dei nobili spoletini Sansi. Sulla fine del sec. XIII, proprio per tali insistenti schermaglie Trevane, il castello era divenuto deserto, e Spoleto concesse immunità e privilegi a chiunque di fuori del suo distretto si fosse recato ad abitarlo. Riabitato in seguito ai privilegi concessi da Spoleto, il borgo venne nuovamente saccheggiato nel 1395 dai trevani guidati da Biordo Michelotti. Spoleto perse Pissignano durante le lotte con l’abate Tomacelli, ma lo riebbe nel 1440. Nel 1455, gli abitanti ottennero l’autorizzazione per riattare le torri e le mura. Nel 1490 Pissignano si trova ancora nell’ elenco dei luoghi del distretto spoletino. Successivamente, per un breve periodo, passò di proprietà alla famiglia Trinci di Foligno, ma dopo pochi mesi papa Martino V lo assegnò al governatore di Perugia. Il castello a metà del Quattrocento contava duecentoquaranta abitanti. Altre discordie si accesero verso il 1520 perchè alcuni dei Brancaleoni avevano iniziato a edificare un mulino sul fiume Clitunno, sotto Pissignano, contro il divieto di Spoleto che lo aveva poco prima impedito alla stessa comunità di Campello. I Brancaleoni resistettero alle intimazioni della Città, e uno di loro, Girolamo detto Picozzo, messo al bando capitale, si ribellò, raccolse molti compagni e si chiuse nel castello di Pissignano, da cui prese a razziare le vicine campagne. Annibale Baglioni, commissario papale, dovette prendere d’assalto quella rocca e snidarne con la forza i ribelli, mentre il Governatore faceva demolire il molino. Altre ribellioni ed episodi simili si verificarono nel 1522 e nel 1580 quando vi si insediò il famoso bandito Leoncilli, che per vario tempo seminò il terrore in tutto il territorio di Spoleto, ma tali rivolte furono sempre fronteggiate con estrema forza dagli spoletini. Nei secoli successivi divenne proprietà di diverse personalità storiche importanti, e ognuno di loro contribuì al rafforzamento difensivo del castello. Nel 1571 a Pissignano fu istituita la sede della posta pontificia. Purtroppo nel giugno del 1799 il castello fu devastato dalle truppe francesi, che saccheggiarono l'intera comunità, portando via anche tutto ciò che c'era all'interno della chiesa di San Sebastiano. Dal 1860 è frazione del comune di Campello sul Clitunno, ma durante il periodo fascista fu sede di un campo di concentramento. Recentemente è stato restaurato e adibito a centro residenziale, all'interno si tengono annualmente convegni internazionali. Altri  link suggeriti: https://www.medioevodascoprire.it/castello-di-pissignano/, https://www.youtube.com/watch?v=4ZlVlNRSBHU&t=68s (video di Travelling and walking tour in 4k) 

Fonti: https://www.umbriatourism.it/it/w/castello-di-pissignano, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-pissignano-campello-sul-clitunno/, https://www.comune.campello.pg.it/vivere_il_comune/luoghi/luogo_9.html, 

Foto: la prima è di Diego Baglieri su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Castello_di_Pissignano_-_Campello_sul_Clitunno_02.jpg, la seconda è presa da https://festadeifrantoi.it/i-castelli/

mercoledì 3 giugno 2026

Il castello di mercoledì 3 giugno



SETTEFRATI (FR) - Torre 

Le rovine del castello di Settefrati sono ancora testimoniati dalla  torre, che sorge sul punto più alto del paese, e sporadici resti di mura. Dalla torre (in muratura di pietre non squadrate e dalla forma tronco piramidale restaurata internamente di recentein tempi antichi, nel pieno del suo compito di avvistamento, un passaggio sotterraneo conduceva in prossimità di una collinetta in zona periferica di Settefrati, al confine con Picinisco dove un'altra torretta di avvistamento, oggi sostituita da un grande albero, permetteva un controllo maggiore del territorio. In caso di pericolo o attacco i segnali di fumo davano l'allarme e le altre sentinelle della Valle di Comino si attivavano nell'immediato. Dalla disposizione urbanistica delle case, che sono nate ad anello attorno alla torre, si comprende che questa era il punto di difesa e faceva parte di un sistema di avvistamento che proteggeva la Val Comino. Il castello è documentato dal X secolo (enfiteusi dell'abate di Montecassino Aligerno del 983). Nell’XI secolo il Castello divenne «gastaldato», ovvero sede di un distretto amministrativo appartenente al principato di Capua. La notizia la ritroviamo in una donazione del 1012 fatta dal conte Oderisio, figlio di Rainaldo «de pago Marsorum» a Montecassino. Nei secoli, il piccolo borgo subì le sorti  degli altri centri del ducato di Alvito. Dalla sommità della torre, cui si accede salendo le scale interne suddivise su tre piani, in un ambiente con poca luce e solo piccole fessure verticali, sono visibili tutti i comuni della valle. Per gli amanti della fotografia è un angolo privilegiato per fotografare i tramonti. Un tempo la torre era ben più alta di quella visibile oggi, almeno un piano in più, tanto da superare addirittura il campanile limitrofo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=HIUUHuJsP5A (video di Borghi d'Italia TV2000, al minuto 6:55), https://www.youtube.com/watch?v=4L9u6dqyc5U (video di CM Video Drone con riprese aeree), https://www.youtube.com/watch?v=5c3Sy0-0IyQ (video di McDAGOS) 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Settefrati, https://turismo.comune.settefrati.fr.it/contenuti/2910193/torre-medievale, https://visitvaldicomino.it/borghi-della-valle/settefrati/, testo su https://www.facebook.com/profile.php?id=61562376831371&locale=eo_EO

Foto: la prima è presa da https://nando.roma.it/news/settefrati-e-val-canneto-tra-ambiente-storia-e-tradizioni/, la seconda è presa da https://www.discoverplaces.travel/it/esperienze/cultura/architettura-e-monumenti/settefrati-torre-medioevale

mercoledì 27 maggio 2026

Il castello di mercoledì 27 maggio

 

MONTEBELLO SUL SANGRO (CH) - Castello Caracciolo

Nel XII secolo il paese risulta citato come Malanotte dal cognome di una persona (intorno al 1300 il feudatario del paese fu sconfitto in battaglia e dovette pagare alle truppe vincitrici un tributo: concedere loro tutte le donne del paese per un'intera notte. Così il castello dove venne consumato l'oltraggio divenne noto come il "Castello di Malanotte); precedentemente, nel 1089, viene citato nel "Catalogus baronum" come feudo di Odorisio di Malanotte, figlio di Aminadap, e doveva fornire un milite in caso di guerra. Nel XIV secolo viene menzionato tra le decime del 1325 delle chiese di San Ciriaco e di Santa Giusta in Malanotte. Nel XV secolo fu feudo di Raimondo d'Annecchino, giunto in Abruzzo al seguito del capitano di ventura Jacopo Caldora. Nel XVIII secolo appartenne alla famiglia Malvinni-Malvezzi di Bologna, imparentata con quella dei Medici. Nel XX secolo si chiamava Buonanotte, ma dal 14 giugno 1969, con D.P.R. n. 249 del 5 aprile 1969, cambiò il nome nell'attuale. A causa del terreno instabile, negli anni '50-'60 il paese vecchio fu dichiarato inagibile per via di una frana a ridosso della valle di Pennadomo. La strada principale rimase quasi impraticabile e così fu costruito in una piccola piana il nuovo centro. Proprio nel paese vecchio vi sono i ruderi del castello, che risale al XIII secolo ed è costruito in pietra e in muratura. Si trova nello sperone più alto della cresta del borgo vecchio. Con il dominio dei Caracciolo fu ridimensionato a palazzo baronale. Rimangono in piedi le mura perimetrali, mentre il soffitto è scoperchiato. I bastioni sono incastonati nella roccia. Altri siti suggeriti: https://vitaminaproject.com/storia-del-borgo-abbandonato-di-buonanotte/,  https://www.sangroaventinoturismo.it/struttura/1243-borgo-antico-di-buonanotte, https://www.facebook.com/watch/?v=1088369653359878 (video di Viaggia con Wallace), https://www.youtube.com/watch?v=L_vB69UlspU (video con riprese aeree di Benny's Channel)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montebello_sul_Sangro

Foto: la prima è presa da https://abruzzoforteegentile.altervista.org/wp-content/uploads/2017/04/1441030882.jpg, la seconda è presa da https://www.sangroaventinoturismo.it/struttura/1243-borgo-antico-di-buonanotte

venerdì 22 maggio 2026

Il castello di venerdì 22 maggio

 


                                         

CAMEROTA (SA) - Torre del Mingardo

Costruita tra il 1532 e il 1533, fu poi ristrutturata nel 1544 dal feudatario Don Sancio Martinez de Leyna. Dai documenti rinvenuti all’archivio di Stato di Napoli, si può affermare che la torre è stata in funzione dal 1572 al 1807. Nel 1557, fu requisita per essere inserita nel piano del de Ribera a difesa delle coste del Viceregno spagnolo. Nel 1566 la torre venne inserita nel programma di costruzione di diciannove torri indicate dall’ingegnere regio Benvenuto Tortelli, che dovevano essere realizzate lungo la costa che va da Agropoli fino in Calabria. Con il nome di Torre del Mingardo, venne inserita nell’elenco delle trenta torri da costruirsi nel Principato Citra. I lavori furono affidati al maestro Felice Buongiorno di Cava e a sopraintenderli furono chiamati Francesco Martello e poi Francesco Rosa. Nel piano delle torri del Regno di Napoli, redatto nel 1776, la Torre di Mingardo, custodita da un torriere Internino, fu detta inabitabile. La torre del Mingardo venne compresa nel decreto del Re Vittorio Emanuele II del 30 dicembre 1866, che elencava le opere che cessavano di essere considerate come opere di fortificazione e quindi potevano essere vendute a privati. I guardiani potevano controllare da un lato la foce del Mingardo e dall’altro la cala del Cefalo. A pianta quadrata, la possente torre fu costruita con cinque troniere per lato, i cui resti sono visibili a valle e sui due laterali, mentre a monte sono assenti. La tipologia degli ambienti voltati è molto rara. L’edificio è costituito da tre livelli che giungono fino alla piazza, un dato strutturale riscontrato di rado nelle torri del salernitano. Il primo livello è situato alla quota delle fondazioni e ha un ingresso indipendente, gli altri due sono collegati tra loro e hanno l’accesso dal livello a monte. Il piano intermedio dove c’è l’ingresso, è formato da due ambienti affiancati, coperti da volte a botte; Immediatamente a destra dell’ingresso è situata la scala ricavata nello spessore murario che consente l’accesso al grande ambiente voltato, posto sotto una piazza. Nel corso del XX secolo è stata trasformata in abitazione. L’ottimo stato di conservazione originale delle mura, risalenti al XVI secolo, permette di farla apprezzare nella sua completa bellezza.

Fonti: https://incamerota.it/pois/dettaglio/torre-del-mingardo, https://www.valerioapicella.it/portfolio-item/1471/

Foto: la prima è una cartolina presa dal sito https://www.delcampe.net/it/collezionismo/cartoline/italia/salerno/palinuro-torre-mingardo-formato-grande-viaggiata-e-8-663384322.html#zoom, la seconda è presa da https://www.valerioapicella.it/portfolio-item/1471/, infine la  terza è presa da https://incamerota.it/pois/dettaglio/torre-del-mingardo