mercoledì 31 marzo 2021

Il castello di mercoledì 31 marzo


 
CAGLIARI - Torre di Calamosca (o Torre dei Segnali)

E' un edificio storico di Cagliari, situato sul colle Sant'Elia, in zona San Bartolomeo. La mole della torre, con l'adiacente faro, domina la spiaggetta di Calamosca, da cui prende il nome. Attualmente il complesso è di proprietà della Marina militare. L'impianto originario della torre, di forma cilindrica, risale al 1638, come riportato nella lapide murata all'esterno e recante lo stemma del re di Spagna, sui resti di una torre precedente di cui si hanno scarse notizie. Fu impostato al tempo del vicerè Vivas e completato durante l'ultimo anno del mandato di Antonio Ximenez de Urrea, vicerè di Sardegna sotto Filippo IV di Spagna. La sua costruzione rientrava nel progetto difensivo degli spagnoli in Sardegna, in seguito al quale si ebbe nell'Isola la costruzione di diverse torri costiere. La torre di Calamosca era detta torre de armas, per i potenti cannoni che ospitava (l’armamento si mantenne a lungo modesto e ancora nel 1789 si limitava a tre pezzi da 5-6 libbre di calibro e ad una spingarda a cavalletto che veniva impiegata con successo contro i vogatori delle galere barbaresche), o anche torre dei segnali, per via delle segnalazioni che da essa si inviavano allo scopo di comunicare al Castello di Cagliari eventuali passaggi di navi (negli Anni ’80 del Settecento la torre acquistò maggiore rilevanza in quanto vi fu installata un’alberatura da segnalazione che, tramite palloni e bandiere, permetteva di comunicare alla stazione ricevente della Torre del Leone il tipo di naviglio in transito nel Golfo. Ebbe un ruolo rilevante nel respingere l'attacco della flotta francese nel 1793). Alla metà del XIX secolo la torre originaria venne innalzata con l'aggiunta del corpo cilindrico superiore e venne eretto il vicino faro. Tale operazione, oltre a modificare i volumi, apportò anche delle importanti modifiche alla distribuzione interna: al piano primo vennero, infatti, realizzate quattro troniere e furono ricavati dei vani abitabili. Ora la torre si presenta costituita da due volumi sovrapposti, uno a tronco di cono e uno a cilindro. Il diametro di base è di 18 m, mentre la camera interna, con volta a cupola, misura 11 m. Comunicava con quasi tutte le torri del Golfo di Cagliari, tranne quelle del Poetto, di Mezza Spiaggia, di Carcangiolas e di Foxi. La muratura, costituita da materiale calcareo, ha uno spessore alla base di circa 3,6 m. La parte cilindrica, frutto di restauri successivi, è in laterizio e pietra e occupa il posto dell’originaria piazza d’armi. L’ingresso, collocato a circa 5 m di altezza e orientato verso nord-ovest, è oggi murato; si accede alla torre da una nuova apertura realizzata alla quota del terreno. Dall’ambiente principale, voltato a cupola, si arriva al piano superiore, anch’esso coperto da cupola, attraverso una scala ricavata nello spessore murario. La torre è dotata di un parapetto verticale che reca due cordonature. Diventata caserma, la torre è rimasta sempre in uso e si presenta complessivamente in ottimo stato, fatta eccezione per un leggero degrado delle superfici. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=8g1jjK8Z9pw (video di Thesilentube83 Sardegna di Roberto Bodano), http://claudioferru.altervista.org/calamosca-26-dicembre-2018/,

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Calamosca, http://www.cagliariturismo.it/it/luoghi/i-luoghi-della-memoria-315/presidi-difensivi-storici-257/torre-di-calamosca-o-dei-segnali-246, https://www.nautica.it/torri-costiere-sarde/cagliari-torre-dei-segnali-o-torre-di-calamosca/, https://www.cmsc.it/index.php/monumenti-aperti/52-le-torri-di-capo-s-elia

Foto: la prima è presa da https://www.casavacanzesardegna.it/cosa-vedere/siti-archeologici/torre-di-calamosca/attachment/torre-calamosca-capo-sant-elia/, la seconda è presa da https://sardegnafari.files.wordpress.com/2012/01/capo-santelia.jpg

martedì 30 marzo 2021

Il castello di martedì 30 marzo



PALANZANO (PR) - Torri dei Castiglioni

Il castello di Castione, più noto come torri dei Castiglioni, è un maniero tardo-medievale i cui resti sorgono nei pressi della frazione di Zibana. Il fortilizio originario a presidio della val Cedra fu edificato in età tardo-medievale; la prima notizia certa della sua esistenza risale infatti al 1444. Per tutto il XV secolo il castello, all'epoca conosciuto come "Castione" o "Castro", fu conteso tra i rami parmense e reggiano della potente famiglia Vallisneri, che lo mantenne probabilmente fino al tramonto della casata, avvenuto forse a cavallo tra i due secoli seguenti; la proprietà passò allora ai Castiglioni, ricchi possidenti del luogo. Nel XVI secolo furono costruite le tre torri ancora oggi superstiti, allo scopo di segnare il confine tra la valle dei Cavalieri e le corti di Monchio. Il complesso fortificato cadde tuttavia in rovina, tanto che nel 1697 ne rimanevano soltanto alcuni tratti di mura e la cisterna ancora colma d'acqua. Intorno al 1890 Domenico Castiglioni avviò i lavori di completa ricostruzione delle torri, anche se forse ciò comportò profonde modifiche all'originaria conformazione dell'edificio. Successivamente la struttura cadde tuttavia una seconda volta nel più profondo abbandono, fino al crollo di numerose porzioni del complesso. Della fortificazione rimangono oggi soltanto i ruderi di tre alte torri, interamente realizzate in conci irregolari di pietra, frutto della ricostruzione tardo-ottocentesca. Le strutture, sviluppate su piante circolari, conservano alcune cornici di porte e finestre in blocchi squadrati di pietra grigia, aggiunte probabilmente nell'ultima ricostruzione; si distingue in particolare il portale d'ingresso principale, arricchito in chiave di volta da un bassorilievo raffigurante lo stemma dei Castiglioni, affiancato dall'epigrafe "Amor et Fides". L’antico fortilizio, detto “Castione” nell’investitura estense del XV secolo e “castro” nei catasti farnesiani del XVII secolo, da molto tempo abbandonato, “ospiterebbe” nientemeno che Belzebù, il principe dei demoni, come viene definito anche nel Nuovo Testamento. Ma cosa ci farebbe uno spirito maligno, tanto potente, in questo fortilizio posto sull’Appennino Parmense, nelle Valli dei Cavalieri, all’interno di uno scacchiere castellano dalla singolare forma di pentacolo? Difficile, al momento, rispondere a questa domanda. E’ noto però, e non pochi residenti, specie i più anziani, lo confermano che tra i ruderi delle Torri dei Castiglioni, nelle notti senza luna, si aggirerebbe Belzebù che, muovendosi saltellando di qua e di là, creerebbe vistose scintille verdi e rosse, diffondendo nei dintorni un odore acre di zolfo e di bruciato. Proprio da questi odori, che più volte, non poche persone, hanno avvertito sarebbe nato questo accostamento con il principe dei demoni. Di cui, localmente, non si sa altro come non si è a conoscenza di eventuali esorcismi praticati su persone e ambienti. In attesa di approfondire ulteriormente l’inquietante vicenda è corretto anche “scavare” tra le storia di queste tre torri. Da tempo si parla di un recupero del castello, per destinarlo ad ospitare il Museo storico ed etnografico delle Valli dei Cavalieri e delle Corti Vescovili di Monchio. Progetto che continua a restare nelle idee, e sulla carta. Nel frattempo il complesso si trova in condizioni di evidente rovina e la situazione, col passare dei tempo non fa altro che peggiorare, con crolli che si fanno sempre più evidenti. La speranza, anche se i tempi non sono dei migliori, è che alla fine il suo recupero possa andare in porto.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torri_dei_Castiglioni, https://emiliaromagnaturismo.it/it/localita/palanzano, http://www.emiliamisteriosa.it/2015/01/alle-torri-dei-castiglioni-nella-casa.html

Foto: entrambe di Paolo Panni su http://www.emiliamisteriosa.it/2015/01/alle-torri-dei-castiglioni-nella-casa.html

lunedì 29 marzo 2021

Il castello di lunedì 29 marzo

 



ROMA - Castello della Porcareccia

Il castello di Porcareccia è un piccolo agglomerato di case risalenti al tardo Cinquecento, situato a Roma in zona Casalotti. L'antico castello, costruito su uno sperone roccioso e che in passato aveva una torre di avvistamento ora scomparsa, prende il nome da "porcaritia", luogo di allevamento di maiali e cinghiali. È conosciuto anche come “Castello aureo” e in passato aveva sicuramente funzione di avvistamento. La presenza di un castello in questa località è noto fin dal 1002 (da una lapide conservata nella chiesa di Santa Lucia della Tinta), anno in cui la tenuta della Porcareccia venne affidata ai monaci di Monte Brianzo, nel rione Ponte. Un atto di papa Celestino III del 1192 riferisce dell'affidamento del fondo agricolo ai canonici di via delle Botteghe Oscure. Infine, con un terzo atto di papa Innocenzo III (inizio del XIII secolo), il possedimento passò all'Ordine ospedaliero di Santo Spirito.Quando la Porcareccia divenne di proprietà dell'Ordine di Santo Spirito, fu intensificato l'allevamento dei maiali, che venivano utilizzati per i poveri e gli ammalati di cui l'Ordine si prendeva cura. Un'ordinanza di papa Urbano V del 1362 concedeva libertà di pascolo agli animali e comminava pene severe a chi ne impediva il passaggio, anticipato dal suono di campanelle appese alle orecchie degli animali; tale legge fu ribadita da papa Sisto IV nel 1481. Dal XVI secolo in poi il castello passò in mano a famiglie private, i Massimo, i Borghese, i Salviati, i Lancellotti. Fu l'Ordine a ristrutturare l'antico casale ed a trasformarlo in castello: vi edificò al suo interno, nel 1693, la chiesa di Santa Maria. Dal 1932 ciò che resta del castello è di proprietà della famiglia Giovenale. Il portale d’ingresso del Castello è dominato dallo stemma di papa Sisto IV. Prima di accedere al cortile interno, è possibile notare, in alto, fori passanti per una grata metallica che, all’occorrenza, veniva calata per impedire assalti e irruzioni di nemici. Nel giardino del Castello vi è, in bella mostra, una stele commemorativa di un funzionario imperiale delle strade. La stele probabilmente era riversa in terra perché presenta evidenti segni di ruote di carro. Vicino vi è una lapide funeraria con incisi dei pavoni, antico simbolo di morte. Sono visibili altri reperti di epoca romana, come frammenti di capitelli e spezzoni di colonne. In bella mostra, montata alla rovescia, vi è una vecchia macina a mano, una simile è nel cortile della Chiesa di Santa Maria di Galeria. Nel piazzale interno c’è, invece, la chiesetta di Santa Maria, caratterizzata da un altare in legno impagliato, costruito dai prigionieri austriaci della Grande Guerra, che qui erano stati internati. Nella chiesa celebrava messa anche il giovane prete Angelo Roncalli, il futuro papa buono, Giovanni XXIII, che veniva spesso in questi luoghi per godere delle bellezze naturali e gustare ”la buona ricotta” che gli veniva offerta. La tenuta della Porcareccia è stata anche antesignana della “guerra delle quote latte”: nel periodo di carestia si dava il massimo sviluppo all’allevamento dei suini per sfamare la popolazione di Roma, come si legge anche in una bolla di papa Urbano V del 1362. Per segnalare la presenza degli animali venivano messi dei campanelli alle loro orecchie e chiunque ne impediva il pascolo, come già detto, incorreva in pene severissime. A seguito delle proteste della Germania, all’epoca maggior produttrice ed esportatrice di suini in Europa, il Papa Sisto IV nel 1481, riaffermò il documento di Avignone di Urbano V. Davanti al Castello, divisa dalle case del Borgo a chiudere la Piazza, c’è la chiesa parrocchiale, costruita negli anni 1950/54, dedicata alle S.s. Rufina e Seconda, martiri della via Boccea. Come tutti i castelli che si rispettano, anche questo ha il suo fantasma che si aggira nei cunicoli sotterranei inesplorati che si diramano dal Castello nella campagna circostante. Altro link suggerito: https://www.archilovers.com/projects/36287/restauro-castello-della-porcareccia.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Porcareccia, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Lazio/roma/provincia002.htm#porcarec, https://abitarearoma.it/il-castello-della-porcareccia/

Foto: la prima è presa da https://www.santerufinaeseconda.it/casale-castello-porcareccia/, la seconda è presa da https://abitarearoma.it/il-castello-della-porcareccia/

domenica 28 marzo 2021

Il castello di domenica 28 marzo


MELIZZANO (BN) - Castello Caracciolo

Il paese sorse nel medioevo al posto dell'antica Melae, insediamento di origine sannita che fu al centro di alcune tristi vicende durante la seconda guerra punica (216 a.C.). Questo villaggio dipendeva dal municipio romano di Telesia. Nel Catalogus baronum (metà del XII secolo) veniva chiamata Meliczano ed era un feudo di proprietà del conte di Caserta. Successivamente divenne di proprietà dei Signoretto e, nel 1506, dei Gambacorta. Nel 1532 contava quarantotto famiglie, diventate cinquantasei nel 1596 e trentotto dopo la peste del 1656. Nel XVII secolo appartenne ai De Capua e ai Bellucci. Poco prima dell'abolizione del feudalesimo (1806) appartenne ai Corsi. Tra i monumenti più prestigiosi presenti nel centro storico di Melizzano, è possibile ammirare il Castello, attualmente di proprietà della famiglia Caracciolo D’Aquara, che conserva ancora la sua fisionomia originaria. Le sue origini risalgono al XVI secolo. Di proprietà dei principi di Conca, passò successivamente a Bartolomeo Corsi. Infine, il Duca Lucio Caracciolo D'Aquara lo ereditò alla morte dello zio, il Barone Meoli del Torello. Pirandello scrisse, nel castello di Melizzano, numerosi racconti ed Eduardo De Filippo ambientò una delle sue commedie di maggiore successo "De pretore Vincenzo". Ha come elemento di maggior pregio la scala di pietra e tufo con balaustra traforata a motivi floreali. Inoltre è caratterizzato dalla merlatura ghibellina che corre lungo tutta l'architettura. Nel cortile interno si possono ammirare delle belle arcate ogivali di gusto gotico. Negli archi del porticato con volte a vela sono gli stemmi della famiglia Caracciolo. Le ampie sale interne conservano tutte le sembianze dei castelli dell’epoca, con una spiccata impostazione di difesa e con merlature e torri fortificate. La Famiglia Caracciolo possiede anche un piccolo maniero in località Torello di Melizzano, che presenta prestigiosi ambienti, un curato giardino ed una bellissima piscina. Le stanze mostrano alle pareti tele e stampe del ‘600, arazzi e sete di San Leucio. Altri video: https://www.youtube.com/watch?v=iyZWO_9Cp2c (video di Napolipost Napolipost), https://www.youtube.com/watch?v=-ZbP20kBnaE (video di Carlo Alberto Aldi), https://youtu.be/dtWHMruoDDE (video di Telesia Valle)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Melizzano, https://www.comune.melizzano.bn.it/vivere-ilcomune/beni-architettonici/, http://www.ritornamelizzano.it/i-castelli-caracciolo-daquara, https://www.vivisannio.com/il-sannio/melizzano/

Foto: la prima è presa da https://www.cittadelvino.it/articolo.php?id=MzUzNg==, la seconda è presa da https://napoli.repubblica.it/cronaca/2019/02/06/news/melizzano_visita_al_castelletto_medievale-218461124/

sabato 27 marzo 2021

Il castello di sabato 27 marzo



LARDIRAGO (PV) - Castello

Le origini di Lardirago sono antiche: già nel IX secolo infatti rientrava tra i possedimenti del monastero di San Pietro in Ciel d'Oro di Pavia e doveva rivestire un certo rilievo, come testimonia la presenza del castello, scelto come dimora dall'abate del monastero e che, verso la metà del 1400, ospitò il signore di Milano, Francesco Sforza, con una parte del suo esercito. L'abate esercitava, inoltre, il diritto di nominare il podestà, il fiscale e gli amministratori della giustizia. Non è chiaro se il toponimo derivi dal termine "lardera", usato in riferimento a terreni argillosi e paludosi, o dal nome LARDARIUS di un colono romano probabilmente stanziatosi in questi luoghi, o ancora da "Largolago", in relazione all'ampia curva formata in questo luogo dal fiume Olona. Saccheggiata dalle truppe di Lodovico XII sul finire del XV secolo, rimase sotto il potere abbaziale fino agli inizi del Cinquecento, quando il cardinale Raffaele Riario diede in affitto il feudo dapprima a Stefano Salineri e successivamente alla casata pavese dei De Ferrari Da Grado. Il castello risale, per quanto ne sappiamo oggi, alla prima metà del XIV secolo (datazione convalidata dai tratti architettonici originari ancora visibili), forse su strutture preesistenti, per alcuni risalenti addirittura all'alto medioevo. Tuttavia ha subito nei secoli successivi numerose distruzioni e vari rifacimenti. Ciò nonostante è tuttora un importante e significativo complesso, tra i maggiori della zona. Nel 1569 Papa Pio V attribuì il feudo di Lardirago, con il suo castello altomedievale (già appartenente all'Abbazia di San Pietro in Ciel d'Oro), al Collegio Ghislieri di Pavia, così da garantire al collegio stesso le rendite necessarie ad assolvere ai compiti istituzionali della nuova istituzione. Questa decisione, unita a donazioni e lasciti di numerosi benefattori accumulatisi negli anni, ha permesso al collegio un'autonomia di gestione mantenuta nei secoli. Negli ultimi anni, il Collegio Ghislieri ha "ripagato" il castello investendo parte del suo cospicuo patrimonio nel restauro e nella ristrutturazione del complesso monumentale di Lardirago, ridestinandolo a sede prestigiosa di un moderno centro-congressi. L'insieme fortificato sorge su un'altura in fregio all'Olona, appena fuori dall'abitato, in posizione isolata. Si tratta di un organismo composto da due edifici separati, innalzati a loro volta sui resti di un preesistente castello: un corpo anteriore, a forma lineare, verso la strada (forse un ricetto) e un castello vero e proprio, di impianto quadrangolare con cortile dotato di portico ad archi acuti decorati in cotto. Vi compaiono elementi tipici dell'architettura viscontea, come una bifora nel cortile e il portale di accesso alla cappella con elaborate cornici di terracotta. L'ingresso al cosiddetto "ricetto" è protetto da un rivellino, a sinistra del quale si innalza una torre. Anche il castello possiede una torre rettangolare, che funge da mastio, sormontata da un coronamento sottogronda a dente di sega dalla foggia piuttosto inconsueta. Il nucleo più antico del castello è la cappella romanica di San Gervasio (datata intorno ai Mille), al piano terra della torre. Il luogo di culto fu soperchiato intorno alla fine del Trecento e sopraelevato sino a configurarsi come torre. Di poco antecedente fu l'aggiunta di un portale di terracotta. Nel corso dei secoli il castello ebbe funzioni di difesa, fu residenza aristocratica e venne utilizzato come deposito custodito di raccolti. Un’altra struttura edilizia particolare è la scala, o meglio la rampa elicoidale, situata entro il lato meridionale del Castello. Al vano che la ospita si accede direttamente dal cortile, tramite aperture situate nell’angolo di sud-ovest del cortile stesso. E’ difficile tentare una ricostruzione dell’antico andamento della scala; si può comunque supporre che anche in origine essa consentisse l’accesso alle cantine del piano seminterrato, ai locali e alle ampie sale poste ai vari piani dell’ala occidentale, fino al sottotetto ovvero ai cammini di ronda di un tempo. Il piano inclinato della rampa elicoidale, di pendenza attenuata, poteva essere percorso anche da cavalli e da piccoli carri. Altri link consigliati: https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Lardirago.htm, https://www.paviafree.it/monumenti-e-musei/il-castello-di-lardirago.html, https://www.youtube.com/watch?v=_M0gxCt5WjQ (video di Collegio Ghislieri), https://www.youtube.com/watch?v=zStsnTd9I9I (video con drone di Piero Martuccio)

Fonti: https://www.italiapedia.it/comune-di-lardirago_Storia-018-080, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00177/, https://www.visitpavia.com/it/visitare-pavia/turismo-culturale-lombardia/lardirago, https://www.ghislieri.it/fondazione-ghislieri/luoghi/luoghi-3/ (da visitare per approfondimenti)

Foto: la prima è presa da https://www.in-lombardia.it/it/visitare-la-lombardia/turismo-culturale-lombardia/il-pavese-cuore-della-bassa, la seconda è presa da https://www.visitpavia.com/it/visitare-pavia/turismo-culturale-lombardia/lardirago

venerdì 26 marzo 2021

Il castello di venerdì 26 marzo



MEZZANEGO (GE) - Castello Rocca in frazione Borgonovo Ligure

La storia del toponimo di Mezzanego attesta le origini antiche dell'insediamento: sembra, infatti, che il nome originario del comune sia Vicus mezzanicum, riferito al fatto che il territorio si collocava fra due strade, una sottocosta e una in fondo valle collegandosi con il paese di Summun vicus (l'attuale frazione di Semovigo). Il borgo fu nativamente feudo della famiglia Fieschi di Lavagna che nell'XI secolo dotarono il paese di un castello. Nel 1145 la Repubblica di Genova, già in lotta con la famiglia fliscana, assediò il borgo distruggendo i due castelli presenti e negli scontri rimase ucciso Ansaldo Fieschi. Conquistato quindi dalla repubblica genovese fu sottoposto al capitaneato di Chiavari, seguendone le sorti. Il Castello Rocca è un singolare edificio con valenze monumentali posto all'ingresso dell'abitato di Borgonovo Ligure (comune di Mezzanego, Genova), ingentilito da colonne, archetti e torri merlate. A questo fabbricato, che presenta condizioni di degrado delle strutture e delle finiture esterne, sono associati gravi problemi di viabilità causati dalla particolare posizione e geometria dell'edificio, al di sotto del quale passa - a una sola corsia - la strada statale n. 586 "della Val d'Aveto", che lì si biforca per dare inizio alla strada provinciale "della Val Mogliana". Le due vie di traffico connettono la costa ligure con due provincie emiliane, Piacenza e Parma rispettivamente. Una vecchia storia densa di disagi e malumori per i valligiani, ma anche per i turisti dell'entroterra, per gli operatori commerciali delle valli e per gli utenti dei due valichi transregionali. Qualcuno vorrebbe demolire il Castello e allargare la strada. Al Castello sono inoltre collegati alcuni problemi di regime fluviale e di stato delle sponde dei due torrenti, lo Sturla ed il Mogliana, che lì si incontrano creando fenomeni non trascurabili di erosione proprio ai piedi del Castello e del bel borgo che ne fa da cornice. L'edificio fu dimora del celebre bandito Vincenzo Zenoglio "il Crovo" nel XVI secolo.

Fonti: https://www.ansa.it/viaggiart/it/city-4060-mezzanego.html, https://www.itchiavari.org/web/comont99.html, https://www.5terreliguri.com/territori/riviera-di-levante/mezzanego/,https://www.unamontagnadiaccoglienza.it/index.php?id_zona=4

Foto: la prima è di Davide Papalini su https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/cf/Mezzanego-castello_Rocca.jpg, la seconda è di Chiara Saffioti su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Castello_Rocca.jpg

giovedì 25 marzo 2021

Il castello di giovedì 25 marzo



SAN BENEDETTO IN PERILLIS (AQ) - Borgo fortificato

San Benedetto in Perillis è un antico borgo di origini medievale posto a circa 850 m s.l.m., che domina tutta la conca peligna. L'abitato più antico, caratterizzato da edilizia in pietra a vista e torri di guardia a interrompere una cortina muraria a pianta ellittica (tipica dell'epoca tardo longobarda), si formò intorno ad un monastero benedettino fortificato sorto in località "Perello", che conserva ancora le torri a pianta semicircolare e pentagonale emergenti dalla cinta muraria. San Benedetto fu possesso del signore Pietro dei Marsi (IX secolo), nipote di Berardo Francisco che costituì nella Marsica la Contea di Celano. I possedimenti abbaziali furono di proprietà di San Vincenzo al Volturno, insieme alla vicina abbazia di Santa Maria di Bominaco, prima di passare come ricorda l'Antinori nei suoi Annali (libro VI), nella diocesi di Valva Sulmona. Nel 1254 San Benedetto partecipò coi castelli vicini a fondare L'Aquila, i castellani si installarono nel Quarto di Santa Maria. Le vicende successive riguardano una serie di depredazioni e danni: nel 1423 subì l'assedio di Braccio da Montone onde impedire ribellioni a favore dell'Aquila di partito angioino, durante gli scontri per la corona di Napoli. Nel XVI secolo, dopo la ribellione di questa città, fu concesso ad uno dei capitani delle truppe di Carlo V; nel 1586 venne acquistato da Ettore Caracciolo. A fine Settecento apparteneva ai Padri Celestini dell’Aquila. Nel 1703 il catastrofico terremoto a L'Aquila danneggiò la chiesa e il borgo, che iniziò a spostarsi più a valle; nel 1915 il terremoto di Avezzano danneggiò la chiesa madre e il borgo, che in parte franò e venne abbandonato. San Benedetto dal 1806 divenne frazione di Collepietro, con il decreto della riorganizzazione in distretti francesi della provincia aquilana. Riacquistò l'autonomia comunale solo nel 1947. Il borgo medievale è perfettamente conservato a forma ellittica. I bastioni del vecchio castello del IX secolo, si uniscono con le torri alle case medievali del XIII secolo, e al torrione di avvistamento del monastero di San Benedetto, che era l'oggetto della difesa del borgo, che si sviluppò solo in seguito. La torre, benché senza cima, risulta ben conservata per quanto riguarda la struttura. Si pensa che sia la porta d’entrata a sesto acuto sia la zona di difesa vicina, detta rivellino, siano state costruite durante il Quattrocento. Alle mura di basso è legata la chiesa della Madonna delle Grazie, che consiste nella rielaborazione di un frammento di castello, come dimostra il bastione laterale a torre, da cui è stata ricavata una casa, con aggiunta di campanile e decorazioni. Nel 2009 San Benedetto è stato toccato dal terremoto che colpì la città di L'Aquila e provincia: sono crollati i soffitti di alcune case abbandonate, mentre il monastero è stato puntellato, e in attesa di restauri. Fino al 2012 parte del borgo fortificato, l'Abbazia ed il monastero benedettino sono stati inaccessibili in quanto ubicati in zona rossa post sisma e gravemente danneggiati; una parte di abitazioni crollò perché abbandonate da anni e non avevano ricevuto manutenzione. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=0WCchtuH9c8 (video di Air Drone), https://www.youtube.com/watch?v=3gD487C8RRg (video di Salvatore la capruccia), https://www.youtube.com/watch?v=goBhTXXibjQ (video di agricolturaoggi), https://www.youtube.com/watch?v=ix8JXkIv1So (video di Flo Romanca)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/San_Benedetto_in_Perillis, http://abruzzoexplorer.com/san-benedetto-in-perillis-aq.html, https://www.inabruzzo.it/san-benedetto-in-perillis-borgo-fortificato.html

Foto: la prima è presa da https://www.abruzzocitta.it/comune/san-benedetto-in-perillis, la seconda è presa da http://virtualricostruzione.it/pois/5b041a2692512832221f563a

Il castello di mercoledì 24 marzo


MULAZZO (MS) - Castello Malaspina in frazione Castevoli

Si ipotizza che il castello sia sorto su una piccola fortezza a presidio della strada romana per Piacenza. Le prime notizie di Castevoli risalgono al 1077 con la concessione dell'Imperatore Arrigo III del paese ai Marchesi Ugo e Folco d'Este consorti dei Malaspina, ai quali Castevoli pervenne nel 1195. Nella divisione del 1221 restò assegnata a Corrado, capostipite della linea di Mulazzo, nella successiva divisione, conseguente alla morte di Federico di Corrado, Castevoli venne legata al feudo di Villafranca che la conservò fino al 1416 quando dovette cederla alla Repubblica di Genova. Nel dominio genovese rimase fino al 1464; poi in seguito ai patti stipulati tra Tommaso di Campofregoso, che per acquisto ne era divenuto padrone, e Azzone Malaspina. di Mulazzo, Castevoli finì ai marchesi di Mulazzo che ben presto la riconsegnarono ai loro parenti di Villafranca. Rimase unita a Villafranca fino al 1561 quando, alla morte del marchese Giovan Battista, i due figli Alfonso e Tommaso spartirono í beni: al primo rimase il condominio di Villafranca diviso con il cugino Federico, a Tommaso restò soprattutto Castevoli che eresse in feudo diventandone primo signore. Nel 1574 questi ottenne dall'imperatore Massimiliano II, oltre all'investitura del feudo, «salvaguardia amplissima contro le pretenzioni del Senato di Milano», che vantava ragioni sui feudi della Lunigiana derivati dalla nota investitura di Venceslao. Nel marzo 1577 ebbe da Rodolfo II, succeduto al padre Massimiliano II, la più ampia conferma del feudo. Aveva sposato Bianca, figlia di Niccolò Secca d'Aragona capitano generale di giustizia nello stato di Milano, e si era giovato della ricca dote della moglie anche per riattare e in parte trasformare il castello di Castevoli rendendolo più conforme alla funzione dí sede di feudo. Tra i vari lavori di ingrandimento eseguiti, spicca il collegamento tra il mastio centrale e la torre. All'ingresso aveva collocato una scritta che diceva del suo retto modo di condursi:
«DEUM COLE
TEMPUS NOSCE
ML IMPROVISO
NEC CUM IRA JUDICES
T. MALASPINA ARAGONIUS A.D. MDLXIII»
Una leggenda locale narra che verso la fine del Settecento un giovane si travestì da donna per essere ricevuto dal marchese nella sua camera da letto e qui lo avrebbe accoltellato per vendicare i numerosi soprusi commessi in nome dello jus primae noctis. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1603, il figlio Francesco terminò l'opera che fece di Castevoli un complesso borgo feudale pianificato, con un imponente residenza centrale e una cinta fortificata a racchiudere le case del paese. Il ramo castevolese della famiglia Malaspina si estinse con la morte di Niccolò di Tommaso II nel 1676 senza lasciare eredi, il feudo venne quindi reclamato ed ottenuto da Alfonso Malaspina di Villafranca nel settembre 1678. Il popolo, dopo aver goduto da più di un secolo di relativa libertà, si trovò oppresso dalle richieste dei Malaspina di Villafranca, così nel 1791 iniziò una sommossa popolare che terminò nel 1795. Dopo due secoli di abbandono, nel 1991 hanno avuto inizio i restauri ad opera di Erica End e Loris Nelson Ricci, che hanno terminato nel 1998 aprendo un atelier nella Casa Torre Malaspina. Al suo interno ha sede un Centro Culturale Internazionale nel campo dell'arte e si trovano quadri, statue e progetti architettonici. Il borgo è caratterizzato da un ingresso protetto da due porte, e da un massiccio torrione cilindrico in pietra, all'entrata del Borgo vi è murata una Madonna con Bambino del XV secolo, in marmo con a lato due angeli in arenaria. Ha una grande corte interna triangolare circondata dal mastio e dalla torre collegati in un organismo compatto. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=r7HuYxFLh_8 (video con riprese aeree di Gregorio Tommaseo), https://castevoli.it/, https://www.amalaspezia.eu/borgo_di_castevoli.htm (varie foto), https://www.mondimedievali.net/Castelli/Toscana/massa/castevoli.htm, https://www.youtube.com/watch?v=widm38bj_Yk (video di Mario Gherardi), https://www.youtube.com/watch?v=KLZSYhiM3AA (video di Entella Tv)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castevoli, http://comunemulazzo.ms.it/turismo/mulazzo/le-frazioni/castevoli/, https://www.lunigiana.com/castelli/castello-malaspina-di-castevoli.aspx, https://www.terredilunigiana.com/castelli/castellocastevoli.php

Foto: la prima è presa da https://castevoli.it/, la seconda è di Piergiorgio Borgogno su https://it.wikipedia.org/wiki/Castelli_lunigianesi#/media/File:Borgo_di_castevoli_-_panoramio.jpg

martedì 23 marzo 2021

Il castello di martedì 23 marzo



OZZANO MONFERRATO (AL) - Castello

Le origini del castello risalgono a prima del 1164, anno in cui fu concesso da Federico Barbarossa ai marchesi del Monferrato che, per la posizione e l’amenità dei luoghi, lo elessero a propria villeggiatura. Il più antico documento disponibile è datato 1224 ed è una carta di mutuo del marchese Guglielmo VI di Monferrato (in partenza per la Terrasanta) a favore dell'imperatore Federico II dove è elencato Ozzano tra i luoghi tenuti dai vassalli marchionali (Bergonzo-Sannazzarro) e si parla di un castrum, cioè di un borgo fortificato con castello. È probabile che l'origine del maniero sia legata alla fase dell'incastellamento che interessò l'Europa intera negli anni intorno tra l'800 e il 1000 e dettato da esigenze di difesa contro le continue incursioni saracene e ungare. L'edificio che ci appare, ad opera dei signori Gattinara-Lignana, ha nel '500 perso le sue caratteristiche difensive medioevali ed ha assunto i connotati della residenza civile di rango elevato che però come comprovano gli alti muraglioni può ancora sviluppare una forza difensiva non trascurabile. Le trasformazioni dell'edificio interessarono anche l'interno dove si conservano ancora soffitti a cassettoni. Tra gli illustri proprietari del castello ci fu Mercurino Arborio da Gattinara, gran cancelliere di Carlo V, che acquistò il feudo di Ozzano nel 1521. Alla morte di Mercurino il castello passò con la figlia Elisa ai Gattinara Lignana che, come detto, trasformarono la fortezza in una residenza civile. Risulta che il pittore settecentesco Francesco Guala soggiornò presso il castello lasciando opere di carattere mitologico (leggenda di Pigmalione e Miracolo di Sant'Uberto). Successivamente la proprietà passò ai Sannazzaro e quindi ai Callori ed infine, intorno alla metà dell’Ottocento, ai Visconti, attuali proprietari. Il tratto murario visibile in prossimità del cancello di accesso è quello più antico e risale al XV secolo, si tratta di una porzione di parete terminante con tre merli bifidi (a coda di rondine) e sulla quale si aprono delle finestrelle a doppia ghiera. il lato ovest (su via Rocca) fa intravedere la cappella gentilizia. Percorrendo il suggestivo giro delle mura si arriva al sagrato della parrocchiale dove prospettano gli splendidi giardini pensili, ampliamento ottocentesco che in una parete tufacea ha inglobato la torre campanaria. Il castello, essendo di proprietà privata, è normalmente chiuso al pubblico; in occasione di alcune manifestazioni, però, viene reso accessibile il parco con i suoi giardini all'italiana, i giardini pensili e il pluricentenario cedro del Libano. Il castello è compreso nell’itinerario "Il Monferrato degli Infernot". Altri link suggeriti: https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_AL_Ozzano_Monferrato.htm, https://www.tv2000.it/borghiditalia/2018/12/17/ozzano-monferrato-alessandria/ (video sul paese di Ozzano Monferrato)

Fonti: testo di Mauro Monzeglio su https://it.wikipedia.org/wiki/Ozzano_Monferrato#Castello_di_Ozzano, https://www.castelliaperti.it/it/strutture/lista/item/borgo-di-ozzano-monferrato.html, https://trameditalia.it/monferrato/stage/castello-visconti-ozzano-monferrato/, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_AL_Ozzano_Monferrato.htm

Foto: la prima è di Monzeglioa su https://it.wikipedia.org/wiki/Ozzano_Monferrato#/media/File:Castello_ozzano_panorama.JPG, la seconda è presa da http://www.cantinasangiorgio.it/ozzano.html

Il castello di lunedì 22 marzo



MONTEFUSCO (AV) - Castello Longobardo

La posizione del paese ne fece con grande probabilità una roccaforte sannitica (Fulsulae) poi romanizzata, ma ancor prima tracce neolitiche di presenze umane in territorio montefuscano sono attestate dal ritrovamento di frecce. Grande sviluppo ebbe con l'arrivo dei Longobardi, che circondarono la capitale della Langobardia Minor, Benevento, di castelli e villaggi fortificati, come Ceppaloni, Chianche e Torrioni. Tra questi vi fu probabilmente proprio Montefusco, anche se non citato da alcuna fonte scritta; la tipologia di muratura chiaramente longobarda dei ruderi delle mura non lasciano però dubbi, così come la posizione strategica dominante le valli del Calore, del Sabato nonché vaste zone montuose e collinari. In origine, a Montefusco, i Longobardi eressero un castrum, a pianta quadrangolare. Si trattava di una struttura difensiva cinta da mura che successivamente venne ampliata e rafforzata dai Normanni, che tra il XII e il XIII secolo ne fecero, soprattutto per la sua posizione strategica, uno dei centri fortificati e amministrativi più importanti dei loro domini. Fino a poco tempo fa, sul lato orientale, in località ancora oggi denominata "Sopra le mura", si vedeva ancora la base di una torre, mentre ad occidente, il muro che sostiene la sovrastante strada richiama le antiche mura. In tale area, presso il Largo S. Bartolomeo si trova incastrata una grossa pietra con iscritta la data del 1103. Lo storico Falcone Beneventano a pochi anni dalla caduta del Principato Longobardo di Benevento già ne parla nelle sue Cronache come di un centro importante militarmente e politicamente. Il castello fu assediato dalle truppe mercenarie saracene assolate da Manfredi di Svevia e dagli Svevi Montefusco fu donato, tra la fine del XIII secolo e la prima metà del XIV al conte di Ariano Enrico de Vaudemont, ad Amerigo de Souz e infine a Roberto de Cabano. Appartenuta alla grancontea di Ariano, fu teatro di una lunga, logorante guerra tra Giordano d'Ariano e re Ruggero (in cui entrò anche Landolfo della Greca), contesa dai litiganti, potenti feudatari in un periodo di sostanziale disordine per il Mezzogiorno. Anche sotto gli Svevi ebbe importanza tant'è che sia Federico II che Manfredi la tennero come castello personale e vi risiedettero per mesi. Pare che prima della fatale Battaglia di Benevento Manfredi abbia organizzato il proprio esercito proprio a Montefusco. L'imperatore Federico II fece eseguire lavori di ristrutturazione al fortilizio, che fu così elevato a castello imperiale. Con gli Angioini Montefusco fu proclamata in perpetuum terra demaniale e regia. Dopo la loro caduta, il castello passò nelle mani di alcune famiglie aragonesi e proprio in questo periodo l'originario fortilizio, vide un mutamento della sua destinazione d'uso con gli Aragonesi, che lo trasformarono in Tribunale della Regia Udienza Provinciale del Principato Ultra, di cui nel 1581 Montefusco divenne capitale. A partire dal 1581 gli uffici della Regia Udienza del Principato Ultra furono dislocati proprio a Montefusco e vi rimasero fino al 1806. L'antico Castello, fondato dai Longobardi e parte della cerchia difensiva che venne posta a controllo delle vie per Benevento, ospitò re normanni, svevi, angioini e aragonesi. È facilmente ipotizzabile che in età longobarda-normanna il Castello avesse una forma molto più fortificata e occupasse senz'altro tutta l'area di Piazza Castello, inglobando anche la Chiesa Palatina di San Giovanni del Vaglio (da balium cioè cortile) e il Monastero di Santa Caterina da Siena che, infatti, rivela mura imponenti che ricordano quelle di un fortilizio molto antico, di certo precedente alla fondazione settecentesca del convento. Col tempo il Vaglio divenne una piazza vera e propria ma il cuore del Castello non perse la sua funzione, tant'è che ospitò fino all'Ottocento il Preside della Provincia di Principato Ultra con tutti gli uffici, tribunale compreso. Attualmente vi ha sede il Comune. Nel seminterrato, strutturato su due piani, vi è il Carcere, utilizzato dapprima come prigione provinciale. Chiuse per alcuni anni col definitivo trasferimento ad Avellino degli uffici del Giustizierato, per poi riaprire in epoca risorgimentale, ospitando un Bagno penale di prima classe caratterizzato da un regime durissimo. All'interno sono ancora visibili il pavimento in ciottoli, le pesanti porte e gli elementi in ferro. Al piano inferiore si trova la zona detta "Vaglio", che era destinata a ricevere i prigionieri durante "l'ora d'aria". Nella parte superiore della struttura vi è, invece, una corsia con le celle. Tramite una scala si accede alla parte più remota della struttura, la corsia inferiore, che comprende una vasta sala con finestre alte dal suolo e chiuse da sbarre di ferro. Il freddo montefuscano unito all'umidità degli androni scavati nella roccia e alle punizioni esemplari (come il puntale) ne fecero un luogo di sofferenza tale che fu soprannominato lo Spielberg dell'Irpinia. Alcuni celebri carcerati furono i patrioti napoletani Poerio, Nisco, Castromediano e Pironti. L'antico detto esprime bene ciò che voleva dire esservi imprigionato: Chi trase a Montefuscolo e po' se n'esce po' dì ca 'n'terra 'n'ata vota nasce. ("Chi entra a Montefusco e poi ne esce può dire che in Terra nasce di nuovo). Spesso si finiva a marcire in carcere anche sulla base di solo accuse. La Regia Udienza aveva facoltà di giudicare le cause civili, penali e militari ma non quelle feudali e demaniali. VI erano praticate vari tipi di torture, alcune più frequentemente di altre, oltre alle catene, ma la pena estrema era, naturalmente, la condanna a morte. Il condannato veniva giustiziato fuori dal centro abitato, accompagnato al patibolo con uno specifico rituale e da una precisa confraternita. Molti detenuti nell’illusione di andare incontro a una pena minore si imbarcavano ‘volontari’ sulle navi a remi da guerra spagnole, il che molto spesso equivaleva a una condanna a morte. Il carcere continuò ad essere utilizzato fino al 1877, per divenire poi carcere mandamentale fino al 1923. Dal 1928 il castello-carcere è monumento nazionale ed è, oggi, sede di un museo che, oltre alla sezione storica dedicata alle carceri stesse, ospita anche una sezione dedicata alla cultura, all'arte e alla tradizione enogastronomia di Montefusco.
Altri link suggeriti: http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Local/Montefusco.htm, https://impresadiretta.net/montefusco-segrete-ex-carcere-borbonico-video/ (video di Impresa Diretta)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montefusco, http://www.comune.montefusco.av.it/c064056/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/2, https://www.museodeicastelli.it/castelli/50-montefusco-carcere-borbonico.html, https://www.museodeicastelli.it/articoli/161-le-carceri-borboniche-di-montefusco.html#prettyPhoto, http://www.irpinia.info/sito/towns/montefusco/castellocarcere.htm

Foto: la prima è presa da https://www.museodeicastelli.it/articoli/161-le-carceri-borboniche-di-montefusco.html#prettyPhoto, la seconda è presa da http://www.bbmontefusco.it/visitare-montefusco/

domenica 21 marzo 2021

Il castello di domenica 21 marzo


CETRARO (CS) - Torre di Rienzo

Nel corso della prima metà del '500, le scorrerie turche contro le coste calabre si fecero sempre più insistenti e feroci: sul litorale del medio Tirreno cosentino, nell'agosto del 1534, S.Lucido e Cetraro furono orrendamente devastate; ma quasi tutti i paesi rivieraschi subirono periodici saccheggi, spoliazioni, e finanche deportazioni di uomini e donne. Il vicerè Don Pedro de Toledo, intorno al 1535, concepì un primo disegno di apprestamenti difensivi da erigersi lungo tutte le coste del Regno di Napoli; ma fu un suo successore, il Duca d'Alcalà, ad intraprenderne di fatto la costruzione, tra il 1559-67, affidandone l'alta direzione al marchese di Cerchiara, d. Fabrizio Pignatelli. La costruzione delle torri, finanziata imponendo balzelli a tutta la popolazione costiera, procedette però a rilento, e con gravi lacune strategiche, tanto che, ancora nel 1568, l'ampio specchio di mare prospiciente Cetraro era presidiato, a nord, dalla Torre di Fella, e a sud, dalla Torre di Guardia; rimanendo del tutto sguarnito il Capo del Cetraro e le sue cale. In quell'anno, nell'Arsenale di Cetraro, sito ai piedi della Marinarìa, nel vasto letto della "praia", si stavan costruendo "per servizio Regio ... sette galere", e "per non essere in detto capo delo Citraro torre de guardia, fu de bisogno metterce guardia de gente continua che fu di spesa a sua Maestà, et danno de populi per detta guardia, e fu necessario che le dette galere fussero remurchiate in Messina ...e se in detto capo del Citraro ci fusse stata guardia non se saria havuto pagura de Corsari che le havessero venute a bruggiare" (Arch.Cass.; Reg. IV, f. 113; lozzi). La gente di Cetraro non esitava ad esprimere la sua preoccupazione per esser sfornita d'una torre costiera; ed apponeva, in un'istanza al Vicerè, argomenti diversi, ed affatto convincenti, a suffragio della sua tesi; lamentando, peraltro, che le due torri già erette, di Fella e di Guardia, fossero del tutto incongrue a garantire la sicurezza anche delle sue acque. "Nell'anno 1573 essendose nascoste in detto capo delo Citraro et sue cale, tre galeotte di Turchi dove stettero tutto un dì et una notte senza essere scoperte dalle torri sopradette et terrieri, et havendo dette galeotte poste gente in terra, uscirono li homini sopradetti delo Citraro, havendono detti Turchi fatto schiavi et preda in terra, et se posero in difesa et fecero imbarcare detti Turchi et uscire dal capo et cale, et metterse in alto mare et se detti homini delo Citraro non havessero fatto faccia, haveriano li Turchi fatto gran danno et buttino" (ibidem). Il documento citato, del 1595, fa fede che, ancora in quell'anno, non era stata costruita alcuna torre sul litorale cetrarese. Ove si consideri, poi, che la Carta Geografica di Calabria Citra, elaborata da Fabio Magini in Bologna nel 1602, censisce successivamente le sole due Torri di Capo Fella e di Guardia (Valente); e che la celeberrima mappa cassinese del Cetraro, risalente al 1619, raffigura ancora soltanto cedeste due torri; non si può che dedurne che l'erezione della Torre di Rienzo sia, quanto meno, successiva al 1619. La torre cetrarese ebbe inizialmente il nome di Torre d'Acqua Perropata (Elenco Acton), da una vicina cascata che si riversava da un dirupo della ‘Ncramata, e di cui ancora oggi resta qualche esile traccia. La denominazione successiva, Torre di Rienzo, pare si debba, invece, imputare al nome di un suo torriere, Lorenzo Daniele, che rivestì tale incarico nel 1668-69 (Valente/lozzi): circostanza, quest'ultima, che avvalorerebbe una datazione tarda dell'effettivo funzionamento della torre. La catena costiera delle torri di guardia serviva "non tanto per una momentanea difesa, quanto perché l'una, qual prima scorgesse il pericolo, col fuoco dimostrandolo all'altre, in meno di poche ore ne venisse avvisato tutto il Regno" (Fiore). Fu cosi, che "da un capo all'altro, dall'Adriatico al Tirreno, il Regno di Napoli era sotto guardia di ben 339 torri" (Valente), aggruppate a una distanza di circa 6 miglia l'una dall'altra. In un primo tempo, esse assunsero una prevalente forma cilindrica; ma, dacché fu emanato l'apposito programma, se ne codificarono, in qualche modo, la forma, le dimensioni e l'armamento. Furono, quindi, erette a pianta quadrata, di mt 10x10x20 di altezza, con paramento a scarpa. Ognuna constava "di 3 piani coperti a volta, con scaletta interna: uno per i magazzini, uno per gli alloggiamenti, e quello superiore per la batteria. Erano armate da una colubrina, due petriere ed altri pezzi minuti; e dotate anche di fornelli per le fumate di segnale in caso d'assedio. Il servizio di guardia era composto da 1 caporale e da 3 torrieri" (Engels). Da un punto di vista strategico, furono distinte in "torri cavallare", come quella di Rienzo, e "torri di difesa" vera e propria. Le prime prendevano nome dalle guardie a cavallo, e s'avvalevano anche d'una piccola stalla, ubicata nei pressi della torre. I cavallari "si dividevano la marina in sezioni; e percorrendo, a due a due, le coste, di notte e di giorno, tra una torre e l'altra, dando fiato ai corni di cui eran dotati, o sparando colpi d'archibugio, davano avviso ai torrieri delle minacce di sbarco. Venivano eletti in pubblico parlamento, e duravano in carica 3 anni. Eran soggetti a pene d'una certa severità per ogni trasgressione, fosse anche più che piccola"(Valente). "La torre, costruita su un costone roccioso in prossimità del mare, non è dissimile da quelle costruite nella stessa epoca. Ha forma quadrata, con struttura piuttosto tozza, con spigoli molto acuti, e l'ingresso in alto, al quale si accedeva con una scala. Lo sviluppo è su 3 livelli; la parte inferiore è a scarpa, limitata in alto da un coronamento in pietra; centralmente v'è il piano terra, con soffitto a volta ed accesso laterale; superiormente v'è il primo piano, a cui si accede mediante una scala in pietra, terminante con coronamento sporgente costituito da mensole, i cui peducci s'impostano sulla parete verticale, fra le quali si aprono i numerosi piombatoi. Annessa alla torre v'era la stalla, di cui oggi sono visibili alcune tracce della muratura" (Soprintendenza di Cosenza; 1997). La Torre di Rienzo era, dunque, una torretta di avvistamento da cui Cetraro si difese da uno dei più crudi assalti subiti. In quella occasione, probabilmente per puro caso una cannonata sparata dalla suddetta torre colpì in modo determinante due navi turche, costringendole alla fuga. I cetraresi attribuirono questo fortunato colpo alla benevolenza di San Benedetto e da allora ogni anno il giorno della festa si ha la processione di barche sul mare in onore del santo. Da un atto del notaio Giacomo Lattaro, del 15 marzo 1761, si apprende che "in esecuzione d'ordine regio circolare", i mastri muratori Giacomo di Vitto, Bonaventura e Saverio Fragale, su richiesta del Sindaco di Cetraro, d. Francesco Antonio Vaccaro, provvidero al "risarcimento della Regia Torre", a fronte d'un corrispettivo di "docati 60 e grana 63". Ancora durante la fase del Regno di Murat, la Torre di Rienzo mostrò d'essere attiva, aprendo il fuoco contro 2 unità navali anglo-borboniche, che tentavano di predare 3 battelli provenienti da Napoli (Greco/lozzi): "Il dì 8 febbraio 1811, un leutello ed una lancia, nelle acque di Cetraro poco lungi da terra, intendevano a dar la caccia a 3 feluche provenienti da Napoli. Serafino Guaglianone e Fedele Bianco, guardie littorali, nella punta del Triolo, da valido posto, tennero vivo fuoco per offesa alla lancia, e per salutevole segnale ai vicini paesi insidiati da legni nemici. Numerosa schiera, guardacoste e legionari, incontanente accorse da Cetraro e Bonifati". Altro link suggerito: https://www.ioelacalabria.it/fotografare-la-torre-di-rienzo/

Fonti: testo di Carlo Andreoli su http://comune.cetraro.cs.it/index.php?action=index&p=219, https://www.fondoambiente.it/luoghi/la-torre-di-rienzo, http://www.calabriaorizzonti.com/index.php/archeologia/torri-e-castelli/116-torri-cs/492-cetraro-torre-di-rienzo

Foto: la prima è di kicka75 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/70929/view, la seconda è di Loredana di Santo su https://www.facebook.com/calabriameravigliosa/photos/a.122358754458609/3750223011672147/

sabato 20 marzo 2021

Il castello di sabato 20 marzo



SCARPERIA E SAN PIERO (FI) - Fortezza Medici di San Martino a San Piero a Sieve

La fortezza è racchiusa in un perimetro poligonale, comprensivo di terrapieni e di sette baluardi. Al suo interno si trova una cappella e il mastio (chiamato "il cavaliere a cavallo") con le abitazioni per le truppe del granduca di Toscana. La fortezza fu fatta costruire da Cosimo I il 30 giugno 1569, su progetto di Baldassarre Lanci (già responsabile delle fortificazioni di Siena, Grosseto e Radicofani) e la sua costruzione fu poi terminata da Simone Genga e da Bernardo Buontalenti; essa prese il nome da una vecchia chiesa parrocchiale di San Martino a Beriano. Dalla biografia ufficiale di Cosimo si legge la motivazione ufficiale "...perché da quella parte si poteva da qualunque havesse voluto assalir lo stato fiorentino venir liberamente insino a Firenze con ogni moltitudine di gente quantunque grande, senza avvenirsi ad alcuna frontiera da poterli contrastare...". La prima pietra fu posta il 30 giugno 1569 e con una grande festa e processione fu benedetta da Giovanni di Galeozzo Farolfi, pievano di San Piero a Sieve. Ma i lavori andarono per le lunghe, vista anche la vastità dell'opera, che fu terminata solo nel 1608, sotto il regno di Ferdinando I. Forse era dalla costruzione della Lucera Angioina (1269-1283) che in Italia non veniva intrapresa una simile opera. E' inoltre a San Martino che inizia a mutare il rapporto fra manufatto e paesaggio nelle opere della difesa statica italiana: la tendenza sempre maggiore ad abbassare l'altezza in rapporto all'estensione orizzontale al fine di offrire sempre minor fronte al tiro d'artiglieria. Il colle di San Martino fu scavato e sterrato e per questo stravolto completamente dalla sua forma originaria e le terre tolte alla collina furono portate a valle per costruire i terrapieni delle vie di accesso. Unica struttura precedente che si salvò dagli sterri fu quella Cappella o Chiesina che ancora oggi si trova nella parte più alta della collina: di questo luogo ci sono poche memorie, la sua costruzione viene attribuita intorno all'anno 1200 in quella che probabilmente era una rocca che successivamente fu dei Medici o di un "Castelletto" ,ovvero una torre di guardia con alcune casupole riunita attorno ad essa. La costruzione della Chiesa fa presumere che ci fosse un certo numero di abitanti nella rocca. Con circa 1,5 chilometri di perimetro,17.000 metri quadrati di superficie muraria (13.500 della cerchia esterna e 3.500 del mastio) e una superficie del complesso di 65.000 metri quadrati, la Fortezza di San Martino è giustamente considerata una delle più estese e soprattutto complesse fortificazioni d'Italia e dell'Europa di tutti i tempi, praticamente si tratta di un colle fortificato in quanto i suoi bastioni si adattano perfettamente alla conformazione del suolo. E' una delle più grandi fortezze extraurbane continentali, superata solo dal Forte di Fenestrelle e dalla Fortezza di San Ferran a Figueres (Spagna), anche se questi complessi sono di epoca molto più recente. Ha una pianta irregolare anche se molto vicina alla forma di rettangolo rinforzata da ben nove bastioni, quelli di nord-ovest e sud-est gemelli, e due porte principali: la Fiorentina a sud e la Bolognese a nord. All'interno della mastodontica cinta, costituita da cortine a scarpa in cotto, si erge il mastio, in pratica un forte di dimensioni più piccole, anch'esso con forma irregolare a cinque lati, e dotato di mura bastionate. La sua posizione è vicina alla porta Fiorentina, sul fronte dove si supponeva i rischi di attacco fossero minori. Al suo interno vi si trovava una grande campana che serviva da segnale. Il complesso si affaccia su un'altura che scende sulla Sieve; il suo scopo era quello di difendere Firenze ed era dotato di sistemi efficaci per resistere agli assedi, come cisterne, magazzini per viveri ed armi, casematte, cucine mulini a vento, armerie e forni per fondere cannoni. Poteva contenere fino a 2000 soldati e con questi accorgimenti reggere un assedio per diversi mesi. Il monte su cui sorgeva era attraversato da un passaggio segreto sotterraneo che conduceva al fiume, per poter portare i cavalli ad abbeverarsi in caso di assedio (oggi è ancora in parte riconoscibile). Guardando quest'opera ci può venire in mente la Fortezza di Poggio Imperiale di Poggibonsi ma a S. Martino siamo davanti non ad una città ma ad un complesso prettamente militare capace di contenere un intero esercito in un contesto non urbano. È inoltre con quest'opera che inizia a mutare il rapporto fra manufatto e paesaggio nelle opere della difesa statica italiana: la tendenza sempre maggiore ad abbassare l'altezza in rapporto all'estensione orizzontale al fine di offrire sempre minor fronte al tiro d'artiglieria. Ben presto però il Granducato vide che la sua funzione era oramai inutile. Più volte rimaneggiata e restaurata dopo il terremoto del 1762 la fortezza di San Martino fu smobilitata nel 1784 da Leopoldo I che la giudicò inutile e dispendiosa, essendo cessate le minacce di invasione dal nord. Le caserme furono trasformate in case coloniche e al suo interno iniziarono ad abitare i contadini della zona. Le mura furono lasciate andare lentamente in degrado. Pochi anni dopo, in occasione dell'invasione Francese della Toscana, un piccolo presidio militare prese possesso per l'ultima volta della fortezza trasformando gran parte delle cannoniere in fuciliere. Da allora la più grande fortificazione rinascimentale della Toscana è stata abbandonata e trasformata in podere per un paio di famiglie di mezzadri. In occasione dell’ultimo conflitto bellico la fortezza è stata per i Sanpierini un valido rifugio antiaereo. Oggi, praticamente sconosciuto e considerato meno di tante altre opere minori, il complesso giace sulla collina come un gigante morente ed è visitabile solo dall'esterno, anche se negli ultimi anni ha subito parziali opere di manutenzione. Il suo, nonostante tutto, buono stato attuale è dovuto all'alta qualità dell'opera. Solamente negli anni '60/'70 ebbe un periodo di rinascita poiché acquistata dai Borghese ed in parte restaurata da Piero Bargellini, sindaco di Firenze durante l'alluvione, che ne fece la sua dimora. Iniziò una grande opera di ripulitura e restauro specialmente del mastio e le sue intenzioni erano quelle di riportare al pubblico l'antica costruzione, ma alla sua morte la fortezza fu di nuovo abbandonata. Oggi il complesso è visitabile solo dal sentiero che circonda le mura ma da qualche anno è stata acquista da un imprenditore che sta realizzando un attento restauro di tutte le strutture al suo interno per la riapertura al pubblico. Il 29 maggio 2011 è stata riaperta al pubblico per dei giri guidati dentro le sue mura e ogni anno viene aperta per visite guidate nel mastio. Intorno alle antiche mura della Fortezza aleggia da sempre un’antica leggenda tramandata dagli abitanti di San Piero di padre in figlio. Si dice che durante lo scavo delle fondamenta delle mura, in una notte di tempesta, alla luce di un tremendo fulmine, qualcuno vide precipitare dal cielo come un enorme drago che sprofondò nelle viscere della terra, proprio là dove si stava scavando. Si trattava forse del Basilisco, o Regolo, leggendario Re dei Serpenti che uccideva con lo sguardo. Da allora si narra di strani fenomeni, mai spiegati, che si susseguirono all’ombra del fortilizio. Fra tutti il meno sgradevole, era il circolare fra i bottegai del paese di certe monete d’oro, dalla misteriosa provenienza. Cosa assai strana, visto il tenore di vita degli abitanti di allora. Il fatto che dette monete venissero, per così dire “spacciate” prevalentemente da giovani fanciulle e avvenenti spose e che, allo stesso tempo, fosse aumentato il numero delle nascite di splendidi bambini, rigorosamente maschi, insospettì gli uomini del posto e in particolare i giovanotti che avevano notato un certo via vai di queste donzelle per la via che conduce al forte, per poi rincasare, a tarda sera, visibilmente soddisfatte. Una sera, alcuni di loro decisero di svelare l’arcano e, presane di mira una, la seguirono, di nascosto, fino alla Fortezza. Giunta ai piedi dei bastioni, la ragazza sostò per tirare il fiato, ma subito si levò nell’aria un canto dolcissimo che le accarezzò le orecchie e l’anima: “Oh non temere bella fanciulla, io sono il Regolo, son fatto di nulla”, mentre tutto intorno l’aria si colorava di mille luci colorate. A questo punto i giovanotti, non si sa se per la paura o per la rabbia, saltarono allo scoperto, e allora quel turbine di luci meravigliose si colorò di rosso sangue e la musica dolcissima divenne un tuono dal fragore così forte da essere udito in tutta la valle. I ragazzi impauriti a morte si ritrovarono a correre giù per il Poggio e schizzarono ognuno in casa propria senza nemmeno darsi la buona notte (che per loro buona non fu di certo). Per un po’ di tempo in paese si farfugliò del gran tuono e di una ragazza scomparsa, di oscuri delitti ed insane passioni e di una misteriosa creatura che si nascondeva nella Fortezza. Poi, col passare del tempo, le chiacchiere si attenuarono e di monete d’oro non se ne videro più, anche se c’è chi è pronto a giurare che qualcuna ce n’è ancora, segretamente passata in dote di madre in figlia. E c’è chi sostiene che sotto i bastioni della Fortezza, nascosto da qualche parte, ci sia ancora il Regolo pronto ad insidiare qualche sprovveduta fanciulla che di notte si avventuri da sola da quelle parti. Altri link consigliati: https://www.mugellotoscana.it/it/itinerari/i-luoghi-dei-medici/fortezza-di-s-martino.html, https://www.ilfilo.net/tag/fortezza-di-san-martino/, https://www.youtube.com/watch?v=mqFnkSznMmA (video con drone di Wide Angle), https://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/media/tos-fortezza-medicea-san-piero-a-sieve-magello-sangallo-restauro-f607a7bb-5f42-4bb5-b119-2245d4fd86b6.html (video), https://www.facebook.com/okmugello/videos/il-restauro-della-fortezza-di-san-martino/1757125164299616/ (video), https://www.facebook.com/CampingVillageMugelloVerde/videos/fortezza-di-san-martino/2776314549282556/ (video)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_Medicea_di_San_Martino, https://castellitoscani.com/smartino/

Foto: la prima è di L. Miele su https://www.ilfilo.net/wp-content/uploads/2020/06/fortezza-san-martino.jpg, la seconda è presa da http://www.comune.scarperiaesanpiero.fi.it/eventi-notizie/visita-alla-fortezza-di-san-martino

venerdì 19 marzo 2021

Il castello di venerdì 19 marzo



PESCHICI (FG) - Torre di Calalunga e Torre di Monte Pucci 

La costa garganica posta ad oriente di Peschici è tutta un susseguirsi di piccoli promontori rocciosi, che racchiudono preziose calette sabbiose, incorniciate da fitte pinete e formazioni di macchia mediterranea. Un luogo ideale per la balneazione, anche per chi nei secoli, provenendo dal mare, cercava di approdare a terra ed in maniera subdola aggredire le popolazioni costiere. Per questo motivo durante il Vice Regno di don Pedro Afan de Ribera, su proposta del governatore Carlo Caracciolo, nel 1564, fu stabilita la costruzione di torri fortificate lungo le coste, per svolgere un compito di controllo, avvistamento e difesa degli abitati e delle popolazioni. La distanza tra le torri variava in funzione della morfologia della costa: poteva raggiungere i 30 chilometri, nel caso di zone concave di spiaggia o di coste rocciose senza insenature; ridursi a circa 10 chilometri nel caso di costa frastagliata. Le torri erano quasi tutte quadrangolari a tronco di piramide. Il coronamento presentava per ogni lato quattro o cinque caditoie, cioè delle botole aperte in successione lungo il cammino di ronda della costruzione difensiva, e da cui era possibile rovesciare sul nemico sottostante ogni tipo di proiettile o oggetto contundente. Per lo più ad un solo vano e con una sola porta, le torri avevano una cisterna per la raccolta delle acque piovane. L’accesso era consentito mediante una scala volante o fissa e un piccolo ponte levatoio collocati entrambi sulla parete a monte. La parete rivolta verso il mare era cieca (dal momento che era la più esposta al pericolo) e le due laterali erano munite di feritoie. Le informazioni venivano trasmesse da una torre all’altra. L’avvistamento di navi sospette veniva annunciato durante il giorno con colonne di fumo, durante la notte con l’accensione di fiaccole: il numero di fuochi era pari al numero delle imbarcazioni nemiche avvistate. La prima torre posta ad oriente dell’abitato di Peschici è quella di Calalunga. Nel 1570 venne assalita e smantellata dai Turchi. Ma successivamente proprio per la sua funzione strategica la torre venne ricostruita. Oggi ha perso la sua originaria copertura che è stata sostituita da una più recente. Il promontorio di Calalunga su cui sorge, domina ad occidente le punte di Manaccora e S. Nicola che precedono Peschici. Ad oriente si trova invece il promontorio e la Torre Usmai.
---------------------------------
Del XIV secolo, posta al confine tra l’agro di Vico del Gargano e quello di Peschici, la Torre di Monte Pucci domina la sottostante piana di Calenella, quella di Padula con il porto e il promontorio su cui si erge in centro urbano di Peschici. L’edificio fortificato ben visibile percorrendo la costiera che collega Peschici con S. Menaio e Rodi Garganico, si leva a picco sul mare, in posizione dominante e panoramica. Il varco di accesso, come di consueto rivolto verso monte, è sopraelevato rispetto al piano di campagna: in origine raggiungibile con scala retraibile, presenta oggi una poco indicata scala di marmo bianco che accede alla “Cantina il Baccanale” ricavata nel vano voltato della torre. Nelle pareti laterali si aprono le feritoie. La torre ha perso l’originario coronamento e come le altre della zona presenta dimensioni assai ridotte che ne attestano la sola funzione di avvistamento (non difensiva). Essa è completa nei due piani. Una delle caratteristiche della Torre di Monte Pucci, è di essere ubicata su un tratto di costa affacciato direttamente verso nord, per cui è possibile in estate vedere sorgere e tramontare il sole sullo stesso mare. La Torre presenta anche un notevole valore panoramico: in lontananza, nelle giornate terse si possono scorgere le Tremiti e le isole della Dalmazia. Ad oriente si gode un magnifico panorama verso l’abitato di Peschici e ad ovest si può ammirare in lontananza l’abitato di Rodi Garganico preceduto dal lungo arenile di San Menaio. In prossimità della torre sono situati tre trabucchi da pesca. Intorno agli anni Sessanta, la Torre di Monte Pucci divenne, per qualche anno, fu residenza dell’artista Manlio Guberti che vi aprì un ospitale Club della Tavolozza. Pittore, incisore e poeta, Guberti aveva studiato musica e giurisprudenza e si era diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma. Partecipò alla Biennale di Venezia e ad oltre 50 esposizioni personali in Italia e nel mondo.

Altri link suggeriti: http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=391, https://vimeo.com/235072344 (video di Domenico Giordano), https://www.guidedocartis.it/?page_id=14915

Fonti: https://www.peschici.com/torri-saracene-torre-agricola-torre-del-ponte-torre-del-porto-torre-dellaglio-torre-di-calalunga-torre-di-calarossa-torre-di-campi-torre-di-monte-pucci-torre-di-porto-greco-torre-di/isole-tremiti-vieste-mattinata-gargano-padre-pio-san-michele-laghi-grotte/04/, testo di Teresa Maria Rauzino su http://www.mondimedievali.net/microstorie/torri.htm

Foto: la prima (Calalunga) è di Paolo Tralli su https://mapio.net/pic/p-13890327/, la seconda (Monte Pucci) è presa da https://www.corriere.it/cronache/cards/fari-antichi-forti-stato-mette-disposizione-gioielli-mare/torre-monte-pucci-peschici.shtml

giovedì 18 marzo 2021

Il castello di giovedì 18 marzo


MAIOLO (RN) - Rocca di Maioletto

La sua esistenza è testimoniata da documenti già nel 962, verso l'XI secolo appartenne alla Chiesa che ne infeudò il monastero di San Donato di Pubbiano di Gubbio, il quale nel 1308 la diede in enfiteusi alla nobile casata dei Faggiolani di Casteldelci, ma più volte fu contesa fino a giungere nelle mani dei Montefeltro di Urbino. In epoca medievale la città assunse notevole importanza commerciale e politica. Il Comune di Maiolo ed il suo Sindaco, Homodeus de Giungis, figurano quali primi firmatari per la parte guelfa, immediatamente dopo il vescovo di Urbino, nella pace tra quest'ultimo ed i conti del Montefeltro siglata presso il monastero di Sant'Igne il 17 maggio 1300 (documento conservato presso l'Archivio di Stato della Repubblica di San Marino). Fino al 1700, l'antica Maiolo fu un paese popolato e fiorente, sormontato da una poderosa rocca circondata da mura e da torrioni, punto strategico del borgo e dell'intera Val Marecchia. Tra il 29 e 30 maggio 1700, il paese venne distrutto da una gigantesca frana, alimentata da un diluvio durato quasi 48 ore, che cancellò quasi completamente il borgo fortificato. La stessa interessò la parte superiore e inferiore del monte con crollo di massi e smottamenti. La leggenda attribuisce il tragico evento alla punizione divina causata dagli orgiastici "balli angelici" che vi si tenevano in tempo di quaresima, periodo di penitenza, castità e digiuno. Questa pratica si consumava di notte fra canti e risa, conducendo i partecipanti ad uno stato di semicoscienza. In una notte di luna piena, durante una di queste feste erotiche, ai convenuti apparve un angelo che annunciò una terribile punizione se si fossero ripetuti altri balli. Ma vinse la tentazione suscitando fra tuoni e pioggia il castigo dell'ira divina. Un fulmine in particolare fu così potente da spaccare il monte di Maiolo, distruggendo case e palazzi e uccidendo uomini e animali. Dell'antica cittadina oggi rimangono sulla sommità del monte solo due possenti torrioni poligonali, dai quali si domina tutta la vallata del Marecchia, mentre il paese odierno è in una località vicina denominata Serra. Oggi Maiolo conserva le sue borgate, le sue vecchie case contadine, le piazzette e non si è lasciato contagiare dalla selvaggia edilizia condominiale. Si narra che il paese fosse stato inizialmente distrutto da un fulmine, ma in realtà tale diceria risulta infondata poiché è una travisazione del fatto documentato che un fulmine nel 1647 (ovvero 53 anni prima della sciagura) mandò per aria la polveriera distruggendo parte della muraglia posta sulla strada che conduceva al forte. La Rocca di Maiolo, a forma quadrilatera, rappresentava il punto strategico dell’intera Val Marecchia e veniva considerata inespugnabile, in quanto situata su un monte a forma conica isolato con intorno rupi a picco e burroni molto profondi. Dentro le sue mura e nel suo territorio si ebbero a tenere i cosiddetti parlamenti feretrani, dove si risolvevano litigi e questioni interessanti i popoli dell’intera regione. La Rocca appartenne alla Chiesa, in seguito fu dei faggiolani di Casteldelci, dei Malatesta e dei Montefeltro. Attualmente sono ancora visibili solo alcuni tratti delle mura di cortina, due torrioni poligonali e i ruderi del borgo. Sono in corso di avanzata progettazione i lavori per il recupero della Rocca di Maiolo ed il sottostante sito archeologico a cura dell’Amm.ne Provinciale di Pesaro e Urbino e dell’Amm.ne Comunale di Maiolo. Raggiungere il sito non è molto agevole (si devono affrontare una scala di pietra e un tratto superabile solo con l’aiuto di una corda), ma anche dal basso si possono osservare i due torrioni di forma poligonale e le mura. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=166E4ws5-Tc (video di Ricardo Ilardo), https://www.youtube.com/watch?v=Nvmf-58rq6A (video con drone di Alex Nucci), https://www.youtube.com/watch?v=P1O2oAhaNSM (video di Liverpool Hotel Rimini All Inclusive), https://laromagnadavivere.com/2020/12/05/la-rocca-di-maioletto-2/ (altro video con drone), https://www.motoeviaggi.com/maioletto-la-magia-della-valmarecchia/, https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/?tab=album&album_id=10157791350860345 (foto varie)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Maiolo, http://www.comune.maiolo.rn.it/, https://www.lavalmarecchia.it/visita/maiolo/la-rocca-di-maioletto.html, https://www.romagna.net/maiolo/luoghi-di-interesse/sito-archeologico-rocca-di-maiolo/

Foto: la prima è presa da https://www.geocaching.com/geocache/GC8D0RQ_qvl-rocca-di-maiolo-needs-unarchived?guid=d246d0ff-0c94-4c2c-a52c-1f1124a8369d, la seconda è presa da https://laromagnadavivere.com/2020/12/05/la-rocca-di-maioletto-2/

Il castello di mercoledì 17 marzo


LONGOBUCCO (CS) - Torre Normanna

Sorta in epoca medievale, Longobucco viene da alcuni identificata con Themesen o Tempsa, una delle città confederate di Sibari. Il toponimo, attestato nel Trecento come Longobucto, è interpretato nel senso di LONGA BUCCA, ‘lunga cavità’, probabile traduzione del nome del sottostante torrente Macrocioli, derivante dal bizantino “makròkoilos”, che ha lo stesso significato. I normanni, gli svevi e soprattutto gli angioini sfruttarono largamente le miniere d’argento della località San Pietro, per la coniazione delle loro monete. Compresa nel feudo di Rossano, nel XV secolo appartenne ai Marzano e agli Sforza, che ne tornarono in possesso dopo un periodo di reggenza da parte dei D’Aragona. Passata agli Aldobrandini, nella seconda metà del Seicento fu assegnata ai Borghese, sotto la cui signoria rimase fino al crollo del sistema feudale. Nel XVI e XVII secolo, raggiunse una grande rilevanza economica, grazie alla fertilità del terreno e ai ricchi boschi della zona. Il centro storico di Longobucco è ricco di curiosità e opere di architettura, come la Torre Civica del XI secolo che si erge accanto alla chiesa Matrice, successivamente adattata a campanile e conosciuta dagli abitanti del luogo come U Campanaru. Il campanile di Longobucco, vero simbolo storico di Longobucco che ne ricorda l'importanza in epoca medievale, si presenta come una torre ( di avvistamento dei nemici) isolata a corpo quadrangolare, alta 32 metri, costruita con murature in blocchi squadrati di tufo a vista poggianti su un basamento di grossi ciottoli di granito cementati con calce. Sia la pietra tufacea delle murature, sia i ciottoli di granito sono materiali reperibili sulle montagne e nei torrenti che circondano il paese. La sua pianta non è in asse con la chiesa ma convergente verso la sua facciata. Il corpo della torre è costituito da tre dadi sovrapposti, i primi due di eguale perimetro, il terzo appena più piccolo; semplici cornici toriche marcapiano sottolineano la sommità di ciascun dado. Per quanto riguarda i dati storiografici della Torre vi sono alcune menzioni nella letteratura artistica, sicuramente la più intrigante è quella dello storico dell’architettura Arnaldo Venditti, il quale avvicina il campanile di Longobucco a quello ben più famoso del duomo di Melfi, opera firmata da Noslo di Remerio nel 1153. L’osservazione del Venditti consente di formulare una prima ipotesi cronologica: la datazione del campanile di Melfi, allargata all’intera seconda metà del sec. XII e forse al secolo successivo, può ritenersi indicativa anche per il campanile di Longobucco. Una simile datazione porrebbe il campanile di Longobucco fra i più antichi dell’intera regione. Una nobiltà insospettata aleggia, dunque, su questa bella torre campanaria, che attende ancora di essere giustamente, conosciuta anche da molti calabresi. Un fulmine perverso il 30 dicembre 2004, alle ore 04.03, ha squarciato l’antico tufo normanno: la costruzione è stata poi riparata e ha ripreso la sua fondamentale funzione. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=8FIgPog1gnY (video di domenico730), https://www.youtube.com/watch?v=Y5hIQHMTg3o (video di comune di longobucco), https://www.facebook.com/comune.longobucco/videos/amministrazionepirillo-assessoratoalturismo-longobucco-il-sentiero-dei-briganti-/290609249040095/ (altro video)

Fonti: http://www.italiapedia.it/comune-di-longobucco_Storia-078-068, http://www.turiscalabria.it/website/?lang=it&categoria=/dove-andare/mete-montane/&view_type=s&id=137&title=longobucco.html, https://www.calabriatours.org/destinations/35-longobucco.html, https://www.touringclub.it/monumenti-ditalia/longobucco-dalla-mia-finestra,

Foto: la prima è di Angelo Adorisio su http://www.portalesila.it/alla-scoperta-dei-borghi-silani-longobucco/, la seconda è presa da http://suxgiu.blogspot.com/2007/09/cartoline-da-longobucco.html

martedì 16 marzo 2021

Il castello di lunedì 15 marzo



FRANCAVILLA BISIO (AL) - Castello

Una bolla papale del 13 dicembre 1375 consente di poter documentare come il territorio giurisdizionale che a partire dal XIV secolo prese il nome emblematico di Francavilla, fosse occupato dall’antica Bassignana di Val Lemme. Anzi, nel sopra citato documento i due toponimi sono accomunati: il nuovo di Francavilla per designare specificatamente il castello e la villa fondati in alto nella collina e l’antico di Bassignana e Bassignanella ad indicare il superstite agglomerato urbano sottostante, nella pianura, risorto già intorno al Mille, presumibilmente dalle rovine saracene. I due toponimi crearono dubbi e confusioni: agli esperti della materia Francavilla – che significa città fruitrice di esenzioni e fondata da uomini liberi – parve un borgo privo di storia, e non mancò chi finì per attribuire eventi storici pertinenti a Bassignana di Val Lemme alla Bassignana fondata nella regione di Valenza nei pressi del fiume Po. Alla carenza di letteratura su Bassignana di Val Lemme quale borgo feudale, fa riscontro una prodigalità sulla Bassignana monastica nel cui territorio, a partire dal XII secolo esiste la grancia cistercense di S.Maria, membro dell’Abbazia di Rivalta Scrivia. I documenti testimoniano che all’epoca sopra citata il borgo avesse il castello, le mura di cinta con le porte, la Chiesa di S.Maria delle Vigne già documentata nel 1172, il mulino e la fornace sul castello, in particolare, un documento del 15 luglio 1181 si impone alla considerazione degli storici. Il 6 aprile 1217 l’imperatore Federico II confermava nel possesso dell’Abbazia di Rivalta alcune grange cistercensi tra cui quella della Val Lemme ed il 13 marzo 1231, proprio in questa circoscrizione monastica si stipula il trattato tra Genovesi ed Alessandrini. Nel secolo XIV intorno al 1340, il nome di Bassignana di Val Lemme scomparve gradualmente per assumere quello di Francavilla. Documentazioni datate 1343, 1375 e 1390 parlano di Francavilla e di Bisio relativamente ai confini, alle rogge per l’irrigazione, alla cessione di boschi (rovereta). Anche di Bisio il cui toponimo sembra derivi dall’antico appellativo ligure dato al mirtillo (boso), frutto presente nei boschi del luogo, si hanno tracce documentate a partire dal 1419, quando il Pontefice Martino V prese in consegna il castello e Filippo Doria, feudatario di Mornese, divenne nuovo feudatario di Bisio nell’anno 1463. Il castello sovrasta l’abitato di Francavilla. L’attuale costruzione è il risultato di successivi ampliamenti e ristrutturazioni dell’antico torrione esistente fin dal X secolo. L'edificio fu dimora degli Spinola di Arquata a partire dal XIV sec. i quali passarono la proprietà ad una ricca famiglia di discendenza spagnola che lo conservò fino al XVIII sec. e successivamente fu acquistato dalla famiglia Guasco nel 1780, i cui discendenti (il conte Cesare Giriodi Panissera di Monastero), ne detengono ancora oggi la proprietà. L’edificio è collocato in posizione dominante e si presenta con una monumentale torre quadrata, un corpo bel articolato, fossato e ponte levatoio. Durante il secondo conflitto mondiale fu trasformato in base logistica per l’armata tedesca. Una curiosa leggenda coinvolge il castello di Francavilla ed i suoi inquilini; sembra infatti che nel castello, attorno al 1935, fu ospitata la prima coppia di gatti di razza birmana, con la loro numerosa progenie, per la prima volta giunta in Europa. Secondo lo scrittore Marcel Reney, i gatti erano stati affidati al Duca di Aosta, il quale a sua volta, lì donò alla cugina, la Contessa Giriodi Panissera, al tempo proprietaria del castello. Altri link suggeriti: https://www.distrettonovese.it/la-leggenda-dei-gatti-birmani-e-il-castello-di-francavilla-bisio/, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_AL_Francavilla_Bisio.htm, https://www.archiviostorico.net/guide/pdf/Francavilla.pdf, http://www.francavillabisio.com/PDF/PresentazioneUNPLI2b.PDF, https://www.youtube.com/watch?v=sZmaM6C7FvA (video di L'inchiostro fresco)

Fonti: http://www.comune.francavillabisio.al.it/testi.php?id_testi=22, https://storiediterritori.com/2017/10/25/il-castello-di-francavilla-bisio/, https://cicloturismo.piemonte.it/ita/castello-di-francavilla-bisio

Foto: la prima è di Davide Papalini su https://it.wikipedia.org/wiki/Francavilla_Bisio#/media/File:Francavilla_Bisio-castello1.jpg, la seconda è presa da https://storiediterritori.com/2017/10/25/il-castello-di-francavilla-bisio/

Il castello di martedì 16 marzo


BELLUNO - Torrione

L’impostazione urbana di Belluno si rifà allo schema del “promontorio fortificato”, dotata di mura nel 980 dal Vescovo Giovanni Tassina, per ordine dell’imperatore Ottone I di Sassonia. Belluno aveva una grande importanza strategica, maggiore di Feltre. A Belluno era assegnato il compito di controllare il tracciato da Oderzo al Cadore fino alla Val Pusteria, che venne poi denominato Strada Regia di Alemagna, oltre alla Strada Agordina e a quella in Destra Piave tra Belluno e Feltre. Nel 1190, dopo un terremoto di notevole intensità, le mura vennero riviste e rinforzate. Il Vescovo Gerardo de’ Taccoli, aumentò l’efficacia delle mura "ornandole di torri e di merli". Ad est, a sud e ad ovest le barriere naturali di cui si è detto costituivano una difesa naturale insormontabile. Sul lato Nord, angolo Ovest era il Castello, a pianta quadrilatera, con quattro torri angolari. Il Castello sarebbe stato costruito al tempo del Vescovo Giovanni Tassina, a completamento della primitiva cinta muraria. Le poderose mura del lato nord terminavano sul lato opposto (Nord Est) con la rocca detta il Doglione, costruita in contrada della Motta a picco sull’Ardo. Lungo le mura che congiungevano i due castelli, le torri erano poste a distanza ravvicinata; all’esterno delle mura (verso l’attuale Piazza Martiri-Campitello) vi era il fossato. Un radicale ammodernamento delle difese sul lato nord, iniziato nel 1394, fu portato avanti per gradi ed ebbe una spinta notevole quando i Turchi a più riprese invasero il Friuli. La minaccia raggiunse il culmine quando i Turchi tentarono l’ingresso nell’Alpago attraverso la valle ancor oggi chiamata Val Turcana. Nel 1488 terminarono i lavori sulle mura e sulle difese. I principali risultati furono: l’ abbassamento delle torri dettato dai nuovi schemi difensivi e dall’introduzione delle armi da fuoco; la costruzione di contromura verso il Campitello, cioè di una seconda cinta di mura piuttosto basse, ma possenti, che consentivano quindi un doppio ordine di postazioni adatte al tiro in caso di assedio; le scarpate rivolte all’Ardo e al Piave vennero ridotte in veri e propri scivoli; infine, venne costruito l’imponente torrione rotondo angolare (in grandi pietre squadrate), del diametro di 18 metri, alto 22, mentre perse progressivamente importanza il Castello Doglione, i cui edifici vennero demoliti, lasciando spazio alla attuale Piazza Mazzini. Il torrione fu visto dal cronista veneziano Marin Sanudo nel 1482 quando era in fase di costruzione avanzata; egli scrisse:"A’ da una banda di la terra uno torion zoé da la banda di Serravalle, fortissimo, va in tondo, el qual fu principiato soto Perazo Malipiero, et non é compito". Nel 1508 l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo chiese alla Repubblica di Venezia di passare sul suo territorio con un proprio esercito per recarsi a Roma per la tradizionale cerimonia dell’incoronazione. Il Senato Veneto rispose che non avrebbe tollerato il passaggio di un esercito. Massimiliano rimase grandemente offeso dalla risposta e nell’anno successivo diede inizio ad una campagna militare (1509-1516), aderendo alla “Lega di Cambrai”, durante la quale Feltre venne rasa al suolo, mentre Belluno si dichiarò apertamente a favore dell’Imperatore, tanto che, poco dopo, trenta cannoni veneziani batterono pesantemente la città ribelle. Venezia riprese Belluno che non venne saccheggiata, ma non fu più ritenuta una città affidabile. Le mura non vennero riparate e pian piano si perse il ricordo di questa città fortezza. Il torrione rotondo è l’unico elemento superstite dell’antica cinta muraria di Belluno, anche se ormai soffocato dalle costruzioni moderne che a partire dal XIX secolo ne hanno snaturato il contesto. Era una delle torri d’angolo delle mura cittadine, che dalla sua antica denominazione medievale di “Dojòn” (analoga al francese “donjon” o all’inglese “dungeon”) aveva dato il nome all’intero complesso fortificato nordorientale, già sede del vescovo-conte, e alla nobile famiglia cittadina dei Doglioni, cui ne era affidata la difesa. Appartiene all’ultima generazione di fortificazioni realizzate ancora in pietra prima dell’avvento dei mattoni, molto più elastici e resistenti di fronte alla nuova minaccia rappresentata dalle artiglierie. Iniziato nel 1481 dal rettore veneziano Perazzo Malipiero, venne concluso nel 1489 da Luca Foscarini, di cui porta lo stemma a fianco del leone di S. Marco. Altri link: https://www.infodolomiti.it/dolomiti-da-vedere/castelli/castello-di-belluno/6755-l1.html (con foto dei ruderi dell'antico castello), https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2019/05/26/news/al-torrione-serve-un-costoso-restauro-deve-tornare-pubblico-1.32954521

Fonti: http://archivio.comune.belluno.it/torrione/, testo di Mauro Vedana su https://maurovedana.wordpress.com/frammenti/il-torrione-xv-secolo/, testo del Dr Marco Perale su https://www.belluno-turismo.it/project/torrione/

Foto: la prima è di Riccardo Frigo su https://www.venetoway.com/wp-content/uploads/2020/03/Torrione.jpg?x42159, la seconda è presa da https://corrierealpi.gelocal.it/belluno/cronaca/2019/05/26/news/al-torrione-serve-un-costoso-restauro-deve-tornare-pubblico-1.32954521