sabato 30 maggio 2020

Il castello di domenica 31 maggio



TROFARELLO (TO) - Castello Rivera

Nella suddivisione amministrativa introdotta dai Longobardi, Trofarello fu feudo tenuto dalla famiglia Guaggoni o Vangioni (poi Vagnone). Il documento più antico di cui si conserva traccia, ove si fa cenno a Trofarello come ad una unità territoriale fisica specifica, risale al 1228, cioè all'epoca di Federico II, nipote del Barbarossa; in esso si fa atto di donazione del Contado di Celle ai Signori di Revigliasco e di Trofarello: appunto i Vagnoned. Il dato che valorizzò il Contado fu la funzione di posto difeso, di sosta e di rifornimento che esso svolse lungo la via di comunicazione tra Genova e la Francia. Trofarello seguì poi da vicino tutte le vicende storiche che coinvolsero le città di Chieri e Testona e rispetto a questi non si è distinto per particolari avvenimenti. A circa un chilometro dal centro del paese, in origine di proprietà dei Monaci di Testona, sorge il Castello Rivera. Appartenente all'antico Contado di Celle, presenta quattro torrette laterali, l'ingresso a sesto acuto con tracce di graffiti. Come si può vedere da un disegno della metà del '400, esisteva una forca, o più, erette dai Signori di Revigliasco come avvertimento dei confini per l'amministrazione della giustizia a seguito delle discordie per il torrente Val Suchana (Sauglio) e l'uso dei forni per la cottura del pane. Il castello probabilmente era circondato da un fossato che lo rendeva maggiormente difendibile. Le modifiche subite dalla costruzione durante i secoli sembrano modeste, qualche finestra e basta, per il resto nonostante il degrado attuale (la vegetazione ha invaso gli interni del cortile e anche parte del bellissimo portale d'ingresso), è forse tra gli edifici più suggestivi e interessanti di Trofarello. Oggi risulta abbandonato e deturpato dall'ambiente nonostante il notevole interesse storico che possiede. Inoltre, essendo di proprietà privata, è sconosciuto a molti e raramente viene descritto nelle documentazioni bibliografiche del settore, essendo pressoché inesistenti delle ricostruzioni storiche dettagliate degli eventi che lo hanno interessato. Link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=mno1RU_8TXs (video di Roberto Carisio),

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Trofarello, http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/377661, https://webthesis.biblio.polito.it/4823/ (tesi "Il Castello Rivera a Trofarello: una rete territoriale sostenibile tra storia e innovazione / Stefania Messaglia, Giulia Miletto; rel. Michela Benente; correl. Filiberto Chiabrando), http://web.tiscali.it/BelferTM/Elementi_Monumentali.htm, http://www.podisticanone.org/percorso_CrossTrofarello.html

Foto: la prima è di DANIELE075 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/377661/view, la seconda è di F. Ceragioli su https://it.wikipedia.org/wiki/Trofarello#/media/File:Trofarello_castello_rivera.jpg

venerdì 29 maggio 2020

I castelli di sabato 30 maggio



FALERIA (VT) - Castel Foiano e Castel Paderno

Immerso nella macchia di Fogliano di mezzo, Castel Foiano è situato sopra una stretta sella tufacea tra le forre del fosso della Mola e del fosso della Banditaccia, in un area molto interessante dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, in prossimità dell'area protetta del Parco suburbano valle del Treia. Il sito era abitato fin dall’epoca preromana dai Falisci, una popolazione poi sottomessa dai Romani, che aveva assimilato in parte la cultura etrusca. Il luogo è infatti tipicamente etrusco, circondato sui lati più lunghi dalle caratteristiche forre, che rendevano più facile la difesa dell’insediamento, le fortificazioni infatti venivano costruite sui lati più corti. Nel Medioevo fu rioccupato dalle popolazioni che cercavano scampo dalle invasioni barbariche, ma fu abbandonato di nuovo in epoca moderna perchè lontano dalle più importanti vie di comunicazione. I resti dell’insediamento fortificato di Castel Foiano presentano caratteristiche analoghe agli altri insediamenti sulla valle del Treja, il Borgo fortificato, con mura perimetrali, due torri angolari e bastione curvilineo, presenta un ingresso ad arco; a sud, una torre a base quadrata si affianca alla chiesa (resti dell’abside e del presbiterio). Le rovine sono state sommerse dalla vegetazione della macchia mediterranea: lecci, cerri, corbezzoli, ginestre in fiore. Il sito di questo villaggio rappresenta uno dei modelli più tipici della cosiddetta "posizione etrusca" inaccessibile sui due lati più lunghi e facilmente rinserrabile entro brevi mura sul lato più corto, dove è localizzata la porta di accesso principale, che attraverso una stradina tortuosa scavata nel tufo conduce nel fondovalle .

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Castel Paterno è un antico insediamento medievale, sorto a protezione di Civita Castellana, dopo l’abbandono di Falerii Novii da parte degli abitanti tornati sul pianoro originale di Falerii Veteres,dove si trova oggi la città. Il sito sorge su di un colle tufaceo, in una posizione dominante sulla valle del Treia, in mezzo ad un fitto bosco, proprio nel punto in cui il fosso di Stabia si immette nel fiume Treja. Attualmente la sua collocazione risulta decentrata rispetto alla viabilità principale ma nell’antichità, questo promontorio isolato e particolarmente protetto, era considerato un’importante roccaforte difensiva. Questo luogo risulta già essere abitato in epoca preromana e rappresentava uno dei tanti pagus che costellavano il territorio dell’Agro Falisco, come dimostra la presenza di una modesta quanto bellissima necropoli, le cui tombe a camera furono utilizzate come abitazioni rupestri nel Medioevo. Intorno all’anno mille castel Paterno assunse grandissima importanza, in quanto venne scelto come dimora temporanea dall’Imperatore Ottone III di Sassonia, che vi morì il 23 gennaio del 1002. Quest’ultimo, giunto dalla Germania in Italia, fu incoronato imperatore il 12 aprile 996, a Monza. L’influenza bizantina che aveva esercitato la madre Teofano su di lui e la sua ferma convinzione che Roma dovesse essere ancora al centro del mondo, portò l’imperatore alla volontà di restaurare il Sacro Romano Impero. Impose così Gerberto Aurillac come nuovo Papa, con il nome di Silvestro II. Il greco e il latino vennero imposte come lingue ufficiali dell’impero, sostituendo così il tedesco. Completamente soggiogato dai bizantinismi della sua corte e da Gerberto, Ottone III trasferì la capitale del regno a Roma, facendosi chiamare console, senatore ed imperatore dei romani. L’insurrezione di quest’ultimi nel 1001, causata dalla mancata concessione della villa Adriana di Tivoli, comandata da Gregorio I dei Conti di Tuscolo, lo costrinse a fuggire da Roma, insieme al papa Silvestro II. Si rifugiò dunque a Castel Paterno dove l’anno seguente morì, alla sola età di 22 anni. Le fonti medievali attribuiscono la sua morte alla malaria contratta molto probabilmente nelle malsane e paludose saline di Ravenna, mentre gli antichi romani sostenevano che Stefania, vedova di Crescenzio, l’abbia fatto innamorare di sé e che poi, con un tranello, lo abbia avvelenato. Questo castello fu scelto da Ottone III come base militare per la riconquista di Roma per la sua prossimità alla via Flaminia e al percorso naturale del fiume Treja, oltre ad essere ben collegato con Civitas Castellana governata dai conti Sassoni, una famiglia verosimilmente legata alla dinastia imperiale. Oltre due secoli dopo , nell’anno 1244, Innocenzo IV lo diede al monastero di San Lorenzo al Verano e molto più tardi, nel XIV e XV secolo divenne un possedimento della famiglia degli Anguillara. Questa fortificazione risulta già essere abbandonata nel XVI secolo, tanto che nella convenzione del 1549 tra Flaminio ed Everso Anguillara, si ricorda che tra i confini di Stabia vi è la presenza di un terreno chiamato”Castri Diruti Paterni”. Posto nel punto centrale della maglia difensiva intorno a Civita Castellana a poca distanza dalla via consolare Flaminia, controllava questo accesso verso Roma. L’attuale via d’accesso al castello, la Strada del trullo, conserva ancora oggi il suo antichissimo tracciato ed è chiamata così perché anticamente, circa a metà strada, sorgeva un sepolcro romano, di cui oggi rimane l’enorme base a forma circolare. Nel Medioevo il sepolcro fu trasformato in una torre fortificata, avente funzione di vedetta del castello di Paterno. Dopo aver costeggiato per un tratto le mura esterne del castello, le quali ancora conservano una serie di feritoie difensive, si arriva alla porta d’ingresso della struttura. Una volta all’interno ci si rende conto della grandezza di questo sito anche se purtroppo spine, erbacce, accumuli di terra non permettono di attraversarlo e di poterlo ammirare in tutta la sua maestosità. Il castello ha una pianta trapezoidale e per buona parte la cinta muraria è ancora visibile, o quantomeno immaginabile vista la fitta vegetazione che la sovrasta. In un avancorpo a nord si apriva una delle porte d’ingresso e due torri rafforzavano il lato occidentale, mentre nell’estremità opposta, sommersa anche questa dalla vegetazione, sono in parte visibili i resti di una terza torre. Oltre ai muri perimetrali appartenenti alla fase più antica, nel bosco circostante il castello sono ancora oggi conservati, seppur in maniera pessima a causa del loro stato di abbandono, alcune abitazioni ricavate da antiche tombe di epoca falisca. Al loro interno si possono ammirare delle colonne, alcuni loculi per deporre i defunti ed i segni di un passato oramai quasi dimenticato da tutti. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=ZwzBtcMr_zQ (video di Argilla turismo Agro Falisco), https://www.avventurosamente.it/xf/threads/da-calcata-a-civita-castellana-per-i-castelli.24094/, http://www.parchilazio.it/valledeltreja-itinerari-232-la_via_narcense_e_i_castelli, https://www.inagrofalisco.it/in-agrofalisco/i-borghi/faleria/castel-paterno

Fonti: testo di Alesprint su https://fiorievecchiepezze.wordpress.com/2012/06/08/castel-fogliano/, https://lazioeventi.com/eventi/escursione-castel-fogliano-e-eremo-di-san-famiano/, http://www.comunedifaleria.it/fogliano.html, testo di Luca Panichelli su https://tesorinascostiagrofalisco.wordpress.com/2016/03/02/castel-paterno-faleriavt/

Foto: la prima (Castel Foiano) è presa da https://lazioeventi.com/eventi/escursione-castel-fogliano-e-eremo-di-san-famiano/, la seconda (Castel Paterno) è presa da http://www.comunedifaleria.it/paterno.html

Il castello di venerdì 29 maggio



CALENZANO (FI) - Castello

E' un'antica struttura fortificata nonché nucleo originario dell'insediamento di Calenzano, sulla via che da Firenze porta uno dei passi appenninici per l'Emilia. Il borgo conserva ancora oggi l'aspetto caratteristico del villaggio fortificato, con schema a pianta ovale, tipico dei centri di collina. Posto su una collinetta isolata, situata nel punto dove la valle del torrente Marina si apre verso la piana fiorentina, è visibile dai quattro punti cardinali e sorvegliava in passato le vie di comunicazione che portavano in Mugello. Il primo incastellamento della collina di Calenzano si deve molto probabilmente alla potente famiglia comitale dei Guidi, le cui proprietà tra X e XII sec. si estendevano dal Casentino alla Romagna, dal Valdarno di Sopra ad Empoli e Pistoia. Il nucleo originario del castello assunse nel XII secolo una notevole importanza strategica, situato com'era al confine tra due diocesi, quella di Firenze e Pistoia (Prato lo diventerà solo nel 1653) e i domini feudali dei già citati Guidi, dei conti Alberti, che controllavano la Val di Bisenzio, e degli Ubaldini, signori ghibellini del Mugello. Risalgono al XIII secolo le prime menzioni di Calenzano inteso come “castello”. Ne troviamo traccia nel Libro di Montaperti del 1260 e nel Libro degli Estimi del 1269. In questa seconda fonte in particolare si descrivono i danni subiti dai guelfi di Firenze dopo la sconfitta nella battaglia di Montaperti ad opera dei ghibellini, i quali provocarono ingenti distruzioni anche al castello di Calenzano. Dai Guidi il castello passò sotto la giurisdizione del vescovo di Firenze e infine agli inizi del '300 divenne possesso della Repubblica di Firenze. È interessante notare che altri tre castelli erano dislocati lungo la Val di Marina: quello di Combiate, presso il Passo delle Croci, di cui non resta traccia, difendeva l'accesso alla piana da nord; quello di Legri, già possesso dei conti Guidi poi dei Figiovanni e dei Cattani-Cavalcanti, restaurato in anni recenti in stile neogotico è oggi residenza privata; e il castello di Travalle, anch'esso antico feudo dei Guidi. La proprietà di quest'ultimo, divisa tra i Tosinghi e i Lamberti, fu acquistata dal Comune di Firenze nel 1225. Passato quindi all'antica famiglia dei Corbinelli, a loro rimase per tutto il '600. Da allora il “castellaccio” di Travalle, come viene chiamato, costituisce uno dei poderi della grande villa fattoria prima degli Strozzi Alamanni, poi dei Ganucci Cancellieri. Ai castelli si affiancavano nel controllo del territorio numerose torri d'avvistamento, come la torre di Collina e la “Torraccia” o la torre di Baroncoli. Il periodo di massimo splendore del castello di Calenzano si pone tra la fine del Duecento ed i primi del Trecento: all’interno del più antico cerchio di mura, dove oggi troviamo la Chiesa di San Niccolò, si trovava il cassero, il cuore del castello, caratterizzato da una fitta selva di alte costruzioni, case-torre erette da grandi famiglie fiorentine come i Lamberti, i Della Scala, i Della Tosa. Tracce di questi edifici sono ancora leggibili nei grandi archi a sesto acuto che ricordano i resti del Palazzetto Pretorio, centro civico dell’intero castello. L’ultima fase di sviluppo si deve all’importanza strategica assunta dal castello nella difesa del territorio fiorentino: dopo le distruzioni castrucciane (1325) e l’incursione delle milizie viscontee di Giovanni da Oleggio (1351), la Repubblica fiorentina, consapevole di non poter rinunciare a una roccaforte che era la vera porta d'accesso alla piana fiorentina da ovest, decise di prendere provvedimenti. Si accollò così l’onere di costruire una terza cerchia muraria, ancora oggi in gran parte visibile. Questi dispendiosi lavori si dimostrarono efficaci quando nel 1363 i pisani, fiancheggiati dai mercenari inglesi di Giovanni Acuto, imperversarono per il contado di Firenze, depredando e saccheggiando. Le mura del castello resistettero e fornirono riparo anche agli abitanti della vicina Sesto. In quello stesso anno il Comune di Firenze deliberò un ulteriore rafforzamento delle opere di difesa e decretò il divieto assoluto per gli abitanti, pena una multa di 1000 libbre di fiorini piccoli, di costruire o abitare case o capanne addossate alle mura del castello o in un perimetro di 200 braccia intorno ad esse. Tra gli ultimi decenni del '300 e i primi del'400 il castello di Calenzano raggiunse l'apice del suo splendore, sia a livello economico che militare. Ma come spesso accade, dopo il massimo momento di gloria arriva, seppur lentamente, il declino. Dopo che la Repubblica fiorentina ebbe esteso e consolidato i suoi domini in Toscana il castello di Calenzano perse l'importanza strategica che aveva acquisito nei secoli precedenti e da avamposto militare si trasformò progressivamente in centro abitativo a carattere agricolo. Già nel 1452 la magistratura dei Dieci di Balia dovette prendere provvedimenti per far riparare nuovamente le strutture difensive. "Rimaste così ferme per i secoli a venire, nella loro configurazione tipicamente medievale, le mura di Calenzano ebbero da respingere solo gli assalti del tempo, che portava la rovina delle pietre, e quelli abbastanza modesti per la verità, degli uomini che costruivano sopra le mura". Nel 1512 Calenzano non fu toccato per sua fortuna dalle truppe papaline e dai mercenari spagnoli autori del famoso Sacco di Prato, che misero a ferro e fuoco anche Campi Bisenzio. In quel tragico frangente che fu l'assedio di Firenze del 1529-1530 sappiamo che il castello venne usato come piazzaforte militare nel contado senza tuttavia subire danni: "si tenne per fortezza et ne fu commissario Agnolo Anselmi, cittadino fiorentino". Se, come abbiamo visto, l'importanza militare del borgo fortificato era già diminuita nel secolo precedente, il castello di Calenzano dopo la proclamazione del Granducato sotto Cosimo I, perse definitivamente ogni rilevanza strategica. Le strutture militari vennero progressivamente smantellate ed a loro si sostituirono strutture di produzione agricola di proprietà dei ricchi imprenditori fiorentini che, approfittando della loro alleanza con la famiglia Medici, detenevano il potere politico ed economico sulla città e sulle campagne circostanti. L'Amministrazione Comunale ha acquisito e restaurato un'ampia parte dell’edificio costruito sopra una delle due torri di accesso al borgo medievale ed il giardino racchiuso tra le antiche mura merlate. Obiettivo dell’intervento di restauro è stato quello di restituire alla fruizione dei cittadini una struttura di alto valore storico e architettonico, facendo del Castello uno spazio privilegiato per le iniziative e gli eventi culturali. Nei locali ristrutturati ha infatti sede il Museo Comunale del Figurino Storico (si tratta di un museo molto particolare, dove attraverso soldatini, diorami e modellini si promuove la conoscenza della storia europea e del territorio) e nell'Altana ed il giardino è possibile celebrare cerimonie ed eventi. Gli edifici che caratterizzano il borgo fortificato sono la Porta Sud (detta anche Portaccia), integra con il suo arco a sesto acuto in arenaria e la sua slanciata torre, e la Porta di Sopra (detta anche Porta del Serraglio) sovrastata da una torre meno imponente e fiancheggiata dall'integro fronte nord delle mura castellane, con la torre angolare di nord-ovest a fare da giunzione con il fronte ovest del perimetro, l'ingresso alle vecchie prigioni (poi trasformato in forno comune) proprio sotto la chiesa castellana di San Niccolò, che conserva alcuni resti di un ciclo di affreschi di Iacopo e Nardo di Cione. Al centro del Castello sono visibili i resti della Podesteria duecentesca e un'antica chiesetta. Ben conservato il quattrocentesco Palazzo del Podestà, divenuto poi Villa Arrighetti. Lungo la via centrale del castello si trova la Villa dei Ginori, potente famiglia da sempre legata al territorio di Calenzano. Altri link suggeriti: https://www.alisei.net/borghi/calenzano.html, http://civica.comune.calenzano.fi.it/index.php/2020/04/01/lassedio-al-castello-di-calenzano-da-parte-di-castruccio-castracani-1325/ (video), https://www.youtube.com/watch?v=-LIRg5YlWAk (video di Gigi Oliviero)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Calenzano, http://web.comune.calenzano.fi.it/portale/schede/ufficio_relazioni_con_il_pubblico/informazioni-turistiche/storia/calenzano-nella-storia/il-castello-di-calenzano, https://www.castellitoscani.com/calenzano/

Foto: la prima è presa da https://www.castellitoscani.com/calenzano/, la seconda è presa da https://tuttosesto.net/calenzano-gli-eventi-al-castello/

giovedì 28 maggio 2020

Il castello di giovedì 28 maggio



TORA E PICCILLI (CE) - Torre normanna

La più antica attestazione del toponimo Tora è in un documento di Montecassino del 745 anche se resta dubbia l’identificazione del luogo come in altri documenti del X secolo. Il sito attuale appare come un feudo nel Catalogus Baronum (1150-70) intestato a Polido de Thora; nello stesso documento è citato, il milite Hector de Thora, barone di Riccardo de Aquila conte di Calvi e Teano. Quindi, si può solo supporre che, a controllo e per trarre vantaggio dal vicino asse viario dell’antica via Latina, già nella tarda età longobarda esistesse una curtis. Si deve ai Normanni, durante il XII secolo, la prima fortificazione del centro abitato di Tora, ai tempi del regno di Guglielmo d’Altavilla, quando signore del feudo risultava essere Polido de Tora. Tutti coloro che si spostavano tra Lazio e Campania, sul versante orientale del Roccamonfina, non potevano sfuggire al controllo delle guardie appostate sulla torre che, nonostante i vari rifacimenti, ha sempre conservato l’originaria funzione di punto di avvistamento. Ai tempi di Federico II divenne feudataria di Tora la potente famiglia ducale dei Marzano di Sessa, durante il regno aragonese il possedimento passò ai nobili Galluccio. Nel 1627 a causa di continui dissidi l’università di Piccilli si separò dal ducato di Tora e le due comunità furono riunite in un’unica entità amministrativa solamente nel 1807. Nel XVIII secolo l’università di Tora passò ai Filangieri, duchi del ramo di Arianiello, a cui rimase fino all’eversione della feudalità. La torre medioevale, per il suo carattere di costruzione isolata posta al centro di una struttura fortificata, va fatta risalire almeno all’epoca normanna ed è, quindi, databile tra la fine del XI e la seconda metà del XII secolo. Più volte rimaneggiata e parzialmente ricostruita nel corso dei secoli, essa conserva la sua funzione di torre di avvistamento sulla vallata, luogo di transito obbligato per l’ingresso da nord e da ovest della pianura campana. La cella campanaria custodisce il campanone datato 1888, fuso da maestranze napoletane sul posto, nonchè l’antico meccanismo dell’orologio. La torre, dichiarata monumento nazionale nel 1939, è stata riaperta interamente al pubblico nel luglio del 2018. Altri link suggeriti: http://blog.zingarate.com/borghicastelli/tora-e-piccilli/, https://www.facebook.com/watch/?v=1408804845866906 (video di Orme Associazione Culturale), https://www.youtube.com/watch?v=QRgtJ3mYhjE&feature=emb_logo (video di Il Punto a Mezzogiorno)

Fonti: testo di Fabio Speranza su http://www.comune.toraepiccilli.ce.it/zf/index.php/storia-comune/, https://www.paesenews.it/?p=130378, testo di Pietro Di Lorenzo su http://monumenti.altervista.org/tora-piccilli-ce-torre-tora/, https://mediovolturno.guideslow.it/itinerari/passeggio-borghi-del-vulcano-roccamonfina/

Foto: la prima è presa da https://mediovolturno.guideslow.it/itinerari/passeggio-borghi-del-vulcano-roccamonfina/, la seconda è presa da https://www.teleradio-news.it/2018/05/12/tora-e-piccilli-assedio-alla-torre-normanna-rievocazione-storica-nel-terzo-week-end-di-maggio/

mercoledì 27 maggio 2020

Il castello di mercoledì 27 maggio



CALENZANO (FI) - Castello di Legri

E' un complesso architettonico situato nell'omonima frazione del comune di Calenzano. Posto a circa 250 mt. s.l.m., sovrasta la valle della Marinella. La struttura venne fatta edificare in epoca medievale da Federico Barbarossa, con funzioni di avvistamento e di difesa sulla sottostante via di comunicazione tra il castello di Calenzano e le colline del Mugello. Legri apparteneva ai Conti Guidi di Modigliana come altri castelli del basso Mugello. E' citato infatti per la prima volta come Castello di Legri (Castrum Ligari) nel 1191 in una bolla dove l'Imperatore Enrico o Arrigo VI conferma ai Guidi i possessi che questi avevano sul Monte Morello a Calenzano e appunto a Legri. Un diploma dell'imperatore Federico II del 1220 che conferma ai Guidi i loro diritti feudali, cita fra i possessi di questi anche la quarta parte del Castello di Legri. Nel XIII secolo il Castello perse molta della sua importanza strategica in concomitanza con la decadenza dell'antica strada che portava in Mugello transitando per il plebato di Legri a favore della nuova direttrice che saliva più speditamente lungo la Val di Marina. Nel corso del XIV secolo le funzioni militari del complesso divennero di secondaria importanza, tanto da essere gradualmente dismesso e trasformato in un complesso agricolo rurale, pur non venendone alterate le originarie strutture architettoniche. Tuttavia, tra il Seicento e il Settecento vennero effettuati lavori di ristrutturazione che portarono all'ampliamento del complesso. Del periodo medievale si conservano sia la torre che l'edificio padronale, entrambi coronati da merlature sommitali, mentre il giardino risale al periodo barocco. Presso il complesso di trova anche un piccolo oratorio, originariamente adibito a cappella gentilizia castellana. All'interno del Castello è anche la dimora dei Fingiovanni, famiglia inurbata a Firenze nel Quartiere di Santa Maria Novella, ma originaria di Legri. Su ripe e carbonaie del Castello i Fingiovanni piantarono rigogliosi cipressi. Nel XVI sec. ritroviamo il Castello di Legri nelle piante dei Capitani di Parte, disegnato al centro del popolo di San Piero. Nello schizzo si vede il recinto tondeggiante delle mura appena tratteggiato, mentre più chiaramente delineata è la porta d'accesso rivolta a valle. La strada non attraversa il Castello ma staccatasi dalla direttrice principrale ne lambisce le mura. Al suo interno si vede la Chiesa, sovrastata dal torrione che ancora oggi caratterizza da lontano Legri. Sia la famiglia Fingiovanni, che successivamente quella dei Cattani ebbero concentrate in loro possesso vaste terre attorno al Castello che si estendevano dalla Marinella in su fino a Fisciano e oltre comprendendo il bel gruppo di case medioevali a monte del Castello stesso chiamate La Massa. Lo stemma dei Cattani, con le insegne cardinalizie, di pietra serena e dalle linee barocche, si nota ancora murato su un edificio del Castello. Senza mai perdere del tutto le sue caratteristiche fisiche di castello, questo svolgeva anche le funzioni di villa-fattoria. Come tale viene infatti indicato dai Lami nel 1758. Anche nel catasto leopoldino degli inizi del XIX secolo è ancora indicato nelle piante come Castello, ed è soprattutto in questo secolo, quando le proprietà di tutta la zona passano nelle mani del Cavaliere Leopoldo Cattani Cavalcanti, che il Castello di Legri, restaurato e riadattato, ribadisce la sua funzione agricola come centro della Fattoria del Castello di Legri. All'inizio del XX secolo la fattoria passò sotto la nuova gestione dei fratelli Rindi i quali mantennero alta la produttività. Una foto dei primi anni trenta mostra la svettante torre bianca in pietra alberese coperta a tetto e la massa degli edifici più bassi che la circondano privi delle merlature che attualmente le ornano. Un romantico restauro in stile ha infatti in parte trasformato il volto del castello; le mura di cinta sono state notevolmente ampliate, tanto che l'antica porta castellana si trova ora all'interno del recinto; nella parte a nord è stato ricavato un giardino pieno di statue, fiori e fontanelle. Attualmente il Castello è abitato dai proprietari. Altri link suggeriti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/toscana/firenze/legri.htm, https://www.youtube.com/watch?v=k0GRrCs-DAA (video con riprese aeree di Jacopo Marcovaldi), https://www.youtube.com/watch?v=IOIH3TEJXlk (video di MICROMOVIE)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Legri, https://www.castellitoscani.com/legri/,

Foto: la prima è di angel1967 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/80812/view, la seconda è presa da https://www.gesteventi.com/event-venue-locations/castello-di-legri/

martedì 26 maggio 2020

Il castello di martedì 26 maggio



GALATINA (LE) - Castello baronale e Torre medievale in frazione Noha

Fino al 1500 circa Noha fu suffeudataria del Conte di Lecce, divenne poi autonoma sino al 1583, quando si estinse la famiglia De Noha, con la morte del barone Giulio Cesare De Noha. Le proprietà dei De Noha furono divise in mancanza di eredi maschi. Il casale di Noha con le dipendenze di Pisanello e Padulano andò alla figlia del Barone, Adriana, che lo portò in dote nel matrimonio con il Marchese di Marigliano, Geronimo Montenegro. Nel 1693 Noha passò alla famiglia Spinola. Nello stesso anno gli Spinola comprarono anche il Ducato di Galatina. Da allora le due città rimasero soggette allo stesso potere e seguirono insieme le sorti della nobile famiglia. Il Castello o Palazzo Baronale risalirebbe al XIV secolo. Esattamente di fronte al frantoio ipogeo oggi si vede la facciata di quello che resta del complesso. Un tempo era la residenza del Barone De Noha che aveva messo la sede della sua grande baronia. Il Castello Baronale dei Sig.ri De Noha era situato in Via Castello, dove oggi rimane solo qualche avanzo oltre che il nome alla Via. Fra Leandro Alberti che vide il Castello, in una sua opera del 1525 Descrittione di tutta I'ltalia, lo ricorda come "il fortissimo Castello di Noia posto in forte loco". Il Castello era a pianta quadrangolare dotato di bastioni sui quattro angoli. Questa struttura è stata il centro del potere feudale e certamente per quei tempi era una risposta valida per le esigenze difensive del paese, sia per la sua posizione strategica e sia per la costruzione della torre a ridosso del Castello che controllava la triplice entrata nel paese. Nel 1700, dopo l’estinzione della Famiglia dei Baroni De Noha, subì delle modifiche sostanziali, oltre che delle riparazioni, e venne trasformato in una masseria. In questo palazzo c’era la chiesa dell' Annunziata (una delle 13 chiese di Noha). La torre di Noha è situata nel giardino retrostante il "Castello baronale". Tuttora presenta tutti i requisiti della torre di avvistamento e di difesa. Con il prospetto principale rivolto verso Nord, quindi verso l'antica strada, la torre s'innalza su due piani a pianta quadrangolare di metri 7 x 5 e raggiunge circa 10 metri di altezza. Una scala risolta in un'unica rampa lievemente incurvata verso Est, è poggiata su un'arcata a sesto acuto ed è munita di ponte levatoio. Il piano di legno ribaltabile è stato sostituito da una lastra metallica, che certamente impediva in caso di pericolo l'accesso al vano, posto al piano superiore. Realizzata con conci di tufo sistemati per corsi orizzontali abbastanza regolari, la costruzione è coronata da un elegante motivo ad archetti. Situata a circa 80 metri sul livello del mare, permetteva forse un collegamento a vista con altre torri poste nel territorio circostante e realizzava il posto ideale di osservazione di un lungo tratto di strada. A questo punto conviene anche tener presente che dietro al Castello, verso gli anni ‘50 sono state scoperte delle “Neviere” o fosse granarie. Ne sono state trovate numerose, una accanto all'altra, scavate e incavate nella roccia, di forma ovale, profonde circa tre metri e larghe nel punto più ampio circa due metri, alcune ancora col coperchio di circa 60 centimetri. Purtroppo sono state tutte interrate e distrutte. E probabile che fossero del tempo dei Basiliani. Altri link suggeriti: http://www.noha.it/noha/articolo.asp?articolo=1938, https://massimonegro.wordpress.com/2011/12/27/noha-lantica-torre-il-signorotto-e-la-promessa-sposa/

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Noha

Foto: la prima (relativa al castello baronale) è di Massimo Negro su https://massimonegro.wordpress.com/2011/12/11/noha-le-casette-e-il-piccolo-angelo/, la seconda (relativa alla torre) è presa dal sito www.noha.it

lunedì 25 maggio 2020

Il castello di lunedì 25 maggio



ATRI (TE) - Palazzo Ducale Acquaviva

E' dotato di robustissime mura a larghe pietre provenienti dalla spogliazione delle mura megalitiche della città. La facciata, presenta un aspetto austero. Fu costruito nel 1395 e fino al 1760 fu la residenza degli Acquaviva d'Aragona, duchi di Atri. Dal 1917 vi è ospitato il Municipio. Noto per il suo caratteristico torrione medievale, dà nome alla piazza antistante (Piazza Acquaviva, ex Piazza Marconi). Sorse su edifici di età romana (utilizzando anche materiali del Teatro Romano), a loro volta rielaborati per il Palazzo del Capitano Regio durante il governo di Federico II (XIII secolo). Fu in possesso del Regio Demanio sotto gli Angioini e gli Aragonesi. Fu la sede del potere civile e militare, vi dimorarono prima il Capitano Regio, quello ducale e poi la stessa famiglia ducale. Riedificato dal Conte Antonio Acquaviva sul finire del Trecento, l'edificio venne ristrutturato nella metà del Cinquecento, e divenne sede municipale nell'Ottocento. La torretta caratteristica è frutto di una ricostruzione del primo Novecento, seguendo lo stile medievale. Il palazzo conserva all'interno, tra le altre cose, qualche copertura a sarcofago e una Natività affrescata del XVI secolo; la pittura è posta all'ingresso della gradinata per i sotterranei, dove pare si trovassero le carceri e la stanza della tortura. Gli stipiti in legno massello delle porte ducali, e quel che resta degli arredi, furono portati via dalle famiglie Sorricchio e Pretaroli, proprietari del palazzo nel XVIII-XIX secolo. La facciata in grosse e squadrate pietre di travertino, è massiccia e imponente, con finestre che spiccano dal risalto della trabeazione. Il portone di accentuate proporzioni è rialzato da una lieve gradinata, l'imponente struttura fu distrutta nel 1707 dagli austriaci di Carlo III di Borbone, durante le battaglie contro gli Spagnoli per recuperare il Regno. Costoro spogliarono il palazzo degli arredi originari, insieme al Palazzo Ducale di Giulianova, il duca Giovan Girolamo II, che era al comando della guarnigione della fortezza di Pescara, fu privato del titolo di duca di Atri, perse il palazzo e i poteri, esiliato a Roma dove morì nel 1709. Gli affreschi andarono distrutti e le tele di celebri pittori, come Tiziano ed il Veronese, che aveva un fratello frate in Atri, finirono in Germania, nei Musei di Kassel e di Monaco. All’interno si apre un vasto cortile quadrangolare, ornato da un largo loggiato di ispirazione romanico-gotica, come mostrano i poderosi e bassi pilastri e la curvatura degli archi tendenti a tutto sesto. L’effetto gotico appare nei quattro archi acuti e nelle slanciate finestre del primo piano. Il salone ducale di rappresentanza (oggi sala del Consiglio Comunale) era ornato con i ritratti di duchi, spiccavano tra di essi le due opere di Tiziano, con le immagini delle principali imprese della famiglia. La cappella ducale di San Liberatore, posta accanto nella piazza, aveva le immagini di 10 papi, di 10 cardinali, del Beato Rodolfo martire e del cugino S. Luigi Gonzaga. Gli affreschi di Giacomo Farelli che ornavano le sale, con i ritratti dei duchi degli Acquaviva, andarono distrutti nei primi anni del Novecento, per disinteresse del Regno d'Italia (il Ministero per i Beni Culturali), e della famiglia Pretaroli. Di interesse nella sala consiliare gli affreschi di F. De Felici (1883) con la Disfida di Barletta, in un'altra sala ci sono affreschi sulla disputa degli Ebrei, Cristiani e Musulmani, con paesaggi dei Balcani e del Bosforo. Si conserva inoltre il ritratto della duchessa Isabella Acquaviva d'Aragona, morta nel 1755, e il tondo di Diana cacciatrice, in stile tardo barocco, affresco che avrebbe ispirato la bottega di Francesco Grue, famiglia di illustri ceramisti della vicina Castelli. Oggi poche immagini pittoriche sopravvivono alla distruzione austriaca del 1707. Le uniche che sono sfuggite alla furia asburgica furono ritoccate e restaurate durante il XIX sec. ad opera dei nuovi proprietari: i Pretaroli. Tuttavia, recentemente sono stati riportati alla luce alcuni splendidi affreschi di vita campestre dei duchi ed è stata restaurata e rinnovata la Chiostra del cortile, dove si tengono, soprattutto d’estate, incontri e concerti di musica classica, antica e corale. Collegato al palazzo vi è uno splendido giardino ornato da piante secolari, accessibile dall’esterno o dallo stesso palazzo attraverso un porticato, al disotto del quale è presenta l’antica cisterna romana, i cui resti, furono scoperti nel 1700 da Nicola Sorricchio. Questa stessa cisterna è collegata con altre stanze con volte a crociera presenti al disotto di tutto il palazzo ducale. Si tratta delle ex scuderie, attualmente visitabili solo in parte a seguito di un recente restauro. Nel Palazzo Ducale, durante l’amministrazione dell’avvocato Verna, furono chiusi i “trabocchetti”, utilizzati dai duchi per la condanna degli avversari. Il malcapitato camminava a ritroso e una volta azionata la leva si sarebbe ritrovato nelle stanze sotterranee, affidato agli aguzzini. I duchi, come altri potenti dell’epoca, avevano il privilegio dello “ius primae noctis”. La sposa doveva passare la prima notte di nozze con il duca, altrimenti lo sposo passava i guai. Si racconta che due sposi per evitare l’assurdo privilegio del despota, celebrate le nozze, se ne andarono subito da Atri. Dopo un po’ di tempo però, il richiamo del paese natio, fece tornare i coniugi nella città degli Acquaviva. Il duca che non aveva dimenticato il fatto, invitò a pranzo lo sposo di allora e lo fece torturare dagli aguzzini. Allo “ius primae noctis” è legata pure la storia del Beato Nicola, leggendaria figura di cavaliere molto abile nel conquistare il cuore delle fanciulle. La promessa sposa fu insidiata dal duca, grazie all’espediente del privilegio della prima notte, e perse la verginità. Per la vergogna si tolse la vita, buttandosi in mezzo ai calanchi e Nicola, turbato dall’episodio, divenne asceta, vivendo all’ombra della Cattedrale, sul cui sagrato sarebbe morto. Il giorno seguente fu trovato miracolosamente all’interno. Le porte si erano aperte da sole e fu decretata la tumulazione nella cisterna romana, prima del trasferimento nella prima campata della navata destra della Cattedrale, al tempo del Vescovo Matteo Giudici. Il culto, circondato da troppa leggenda, fu soppresso e il sarcofago ligneo (XVII sec.) portato nella sacrestia capitolare. Il rito della Porta Santa, oggi magnifico e solenne, ha solo il vago ricordo del Beato Nicola che si riaccende nel cuore e nella mente degli atriani non più ragazzini. Il palazzo ducale, oltre agli uffici comunali, ha il Museo didattico degli strumenti medioevali e rinascimentali, inaugurato il 12 agosto 2000 e promosso da Gian Piero e Antonio Catelli. Il corridoio superiore conserva i bronzetti di Giuseppe Antonelli, insigne scultore atriano con volti e tradizioni della prima metà del XX secolo di Atri. Tra questi il coro dei fratini di S. Francesco, grandi cultori dell’arte ceciliana e promotori della splendida schola-cantorum che portò in Atri la tradizione del Tota Pulchra di P. Alessandro Borroni, composto nel 1894 in occasione del VI° centenario della traslazione della S. Casa di Nazareth a Loreto. Ad Atri fu facile eseguirlo perché erano (e sono) ottime le voci. Dal corridoio sono visibili le tracce dell’antica cappella, dove sicuramente maturò la vocazione gesuitica e missionaria del Beato Rodolfo Acquaviva. Ugo Assogna, erede artistico e allievo di Peppino Antonelli, ha realizzato il busto, benedetto dall’Arcivescovo Vincenzo D’Addario il 28 giugno 2004 e collocato nell’atrio del palazzo, sede estiva di tante manifestazioni culturali e musicali. Altri link: https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=153917&pagename=57, https://www.youtube.com/watch?v=rtJk2BebWS4 (video di Bell'Italia).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Atri#Palazzo_dei_Duchi_Acquaviva, http://www.visitatri.it/palazzo-ducale/, https://abruzzoturismo.it/it/palazzo-dei-duchi-dacquaviva-atri-te, testo di Santino Verna su http://www.indialogo.info/index.php?option=com_content&view=article&id=660:il-palazzo-ducale&catid=12&Itemid=105

Foto: la prima è presa da https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g1078174-d10718012-i219992440-Centro_Storico-Atri_Province_of_Teramo_Abruzzo.html, la seconda è di Lamberto Zannotti su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Atri_(PE)_Il_palazzo_comunale_-_panoramio.jpg

domenica 24 maggio 2020

Il castello di domenica 24 maggio



PONZANO DI FERMO (FM) - Castello di Torchiaro

Il nome, di origine longobarda, richiama il concetto di unità di distribuzione di prodotti agricoli (trokkiu, trog, it. trògolo, truògolo: recipiente per riporre cibi o acqua). I territori dove si trova il castello appartenevano, a partire dal VIII secolo, ai monaci farfensi della vicina chiesa di San Marco, dove al tempo si trovava l'insediamento di Santa Maria Mater Domini, sede dei religiosi; con la perdita di potere dei farfensi rientrò nell'area di influenza della potente città di Fermo. Nel XIV secolo era un piccolo castello del comitato fermano e condivise le sorti del capoluogo, subendo anche la signoria dei Da Monteverde di Antonio Aceti; viene inoltre ricordato anche nel 1356 nelle Costituzioni Egidiane del cardinale Albornoz. Turbolento fu il XV secolo per Torchiaro: nel 1415 venne saccheggiato e dato alle fiamme da Carlo Malatesta, durante la lotta contro Ludovico Migliorati, signore di Fermo e pochi decenni più tardi divenne possesso dello Sforza divenuto signore di Fermo; nel 1443 venne depredato dalle truppe aragonesi del Re di Napoli, giunte in zona per contrastare il dominio sforzesco nella marca. Per ultima, la tirannia di Oliverotto da Fermo segnò l'inizio del XVI secolo; seguirono periodi tranquilli per il castello, salvo qualche lite di confine con Ponzano, nel 1509. Diverso tempo dopo, nel 1763, vennero ridisegnati i confini con il comune di Monterubbiano. Il Castrum Torchiarii, come detto, era di piccole dimensioni. La parte più antica del XIV secolo è ancora documentata da una porta a sesto acuto, con rifacimenti ancora visibili del secolo successivo. Il suo territorio era attraversato da un diverticolo della Via Salaria che si distaccava da Ascoli, risaliva a Petritoli e scendeva, da un lato verso il fiume Ete Vivo, dall´altro attraversando il fosso detto Rio, sottostante l´attuale abitato, risaliva nei pressi della chiesa di S.Marco di Ponzano. Nella piazzetta si erge la chiesa dedicata ai S.S. Simone e Giuda, ricostruita nel 1827 quand´era parroco don Carlo Scoccia. Opera dell´architetto Alessandro Vassalli di Monte S.Giusto, è ad un´unica navata e di struttura semplice. Un´acquasantiera, arte del sec.XIII, rivela una composizione con reperti romani di epoca imperiale, come pure possono dirsi coeve le due colonne di marmo che sostengono la tribuna della cantoria. Il 3 e 4 aprile 1415 il Castello di Torchiaro subì il saccheggio e l´incendio da parte delle truppe del Malatesta. Lo stesso avvenne il 30 settembre 1443 al passaggio delle milizie dello Sforza. Nel 1833, con la suddivisione territoriale dell’epoca, divenne comune appodiato della Comunità di Ponzano. Nel 1860, con l’Unità d’Italia, ebbe titolo di frazione del comune di Ponzano di Fermo. A Monterubbiano è conservato un atto di transazione per la determinazione dei confini tra questo Comune e il Torchiaro, risalente al 1763. L’archivio storico è confluito al Comune di Ponzano di Fermo. Arrivati al borgo si è accolti dalle abitazioni costruite nei secoli posteriori al medioevo, intorno alle mura del castello; si consiglia di accedere al borgo passando per la porta medievale (del Trecento) situata a meridione: qui gli stretti vicoli collegano le varie abitazioni, alcune di pregio. Le due vie parallele, che corrono lungo il paese, portano alla piazza dove sorge l'ottocentesca Chiesa dedicata ai Santi Simone e Giuda, la prima taglia il paese in due e rappresenta il vero e proprio corso cittadino mentre la seconda corre più in basso, costeggiando le antiche mura a cortina, affacciata sopra la valle del torrente Cosollo. Ormai poco abitato rispetto al passato, mantiene comunque un certo decoro, donato dai pochi tenaci abitanti che ancora lo animano; percorso il caratteristico corso si raggiunge, come già detto, la piazza della chiesa dove si trova anche il monumento ai caduti, con un pezzo di artiglieria a memoria delle passate guerre mondiali. Davanti alla chiesa si esce dalle mura e si visita il torrione angolare quadrato della cinta muraria, dove, nei pressi, sorge anche un gradevole giardino dove si può sostare un attimo nella quiete del borgo, prima di riprendere il viaggio in queste terre.

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-torchiaro-ponzano-di-fermo-fm/, https://www.habitualtourist.com/torchiaro(ponzano_di_fermo)

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-torchiaro-ponzano-di-fermo-fm/

sabato 23 maggio 2020

Il castello di sabato 23 maggio



SETTALA (MI) - Castello in frazione Premenugo

Premenugo è stata per lunghi secoli un comune separato da Settala; la sua fondazione (non vi sono documenti certi) è avvenuta solo uno o due secoli dopo del suo attuale capoluogo. I primi documenti che si riferiscono al paese risalgono al XIII secolo. Premenugo combatté insieme ad altri comuni nella Lega Lombarda contro Federico Barbarossa nel Medioevo; simbolo di tali lotte è il castello solo in parte ancora esistente nella cascina Castello, vicina al paese. La cascina Castello è situata in posizione isolata nella campagna agricola nei pressi delle Sorgenti della Muzzetta (sito d'importanza comunitaria), nella zona nord del territorio comunale dove è localizzata l'area industriale artigianale. La cascina è organizzata intorno ad una grande corte con aia e tre accessi carrabili sterrati, di cui quello a est permette l'ingresso dal viale delle Industrie mediante la strada vicinale per Cascina Castello. Alcune fonti bibliografiche individuano la cascina Castello come complesso agricolo fortificato di cui, soprattutto sulla base dell'impianto, si ipotizza l'origine al XIV-XV secolo. Alcuni documenti relativi ai diritti d'acqua sul Canale della Martesana attraverso la derivazione della Roggia Leonina (ora Violina) attestano l'esistenza del complesso rurale sin dal XV secolo. Nel 1665 il monastero delle Carcanine di Milano acquista da Alberto Marliani la "possessione appellata il Castello situato parte nei tenitori di Premenugo e parte in quel di Settata". Nel 1787 la Regia Commissione ecclesiastica e degli studi vende, a seguito di asta pubblica, ai fratelli Busti di Milano la possessione Castello che era di ragione del soppresso Monastero di Santa Maria e delle Celesti di Milano. L'edificio che connota il complesso nel paesaggio è il cosiddetto Castello, un edificio a blocco di tre piani, considerato la parte più antica del complesso. Il fronte verso la corte è dotato di un portico di quattro campate ad archi a sesto acuto di mattoni, sorretti da colonne di granito bianco sormontate da capitelli stemmati. Alla sommità dell'edificio è una corona di merli ghibellini realizzati probabilmente nell'Ottocento. I fronti sono rivestiti di intonaco liscio. L'edificio è sede di uno dei Punti Parco del Parco Agricolo Sud Milano e ospita al piano terra il Centro Etnografico e Storico-Agricolo delle Arti e Tradizioni contadine che accoglie gli attrezzi legati alla civiltà contadina raccolti da alcuni volontari residenti nel Comune di Rodano. Gli altri edifici che compongono attualmente il complesso sono principalmente: la chiesa dell'Immacolata, le case coloniche, la stalla grande, due sili circolari posti a sud all'esterno della cascina e alcuni fienili e portici. La chiesa dell'Immacolata è un edificio a navata unica terminato da abside. La facciata è piana, semplice con due lesene ai lati che arrivano sino all'imposta delle falde del tetto, a capanna. Al centro il portone, contornato da una cornice non modanata di granito, sormontato da una finestra centrale rettangolare. Ad una prima osservazione, la parte sommitale della facciata sembrerebbe essere stata modificata in tempi non recenti. Si notano, infatti, sopra i capitelli le imposte di un arco; sarebbero necessari in questo senso approfondimenti documentari e analisi stratigrafiche. Le abitazioni coloniche si trovano in un lungo edificio a schiera costituito da dieci moduli abitativi organizzati su due piani, con ingresso autonomo. Solai e scale interne sono in legno, il pavimento del piano terra in elementi di cotto (per il modulo che è stato possibile visitare). La facciata è scandita da una fascia marcapiano tra piano terra e primo piano e dai pilastri di mattoni della struttura. Tra le abitazioni coloniche e la chiesa dell'Immacolata è un altro edificio residenziale per dimensioni e allineamento simile a quello appena descritto, tranne che per alcune differenze formali e dimensionali dei vani finestra e per la collocazione della scala, il cui accesso è dall'esterno. Attualmente è disabitato. Di fronte a questi edifici, nella corte, ci sono la vecchia pesa e la legnaia. La stalla si attesta lungo tutto il lato sud del cortile. E' un edificio imponente con fienile, in muratura di mattoni, solaio in putrelle e voltine di mattoni, tetto a due falde con orditura lignea a capriate. Svolge ancora nella quasi totalità la sua funzione originaria. I fienili e i portici sono a doppia altezza con struttura a pilastri in muratura di mattoni e tetto a due falde su struttura lignea a capriate. La cascina Castello è un'azienda agricola attiva per la gran parte nella coltura cerealicola, oltre che per l’allevamento di bovini da latte.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Premenugo, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MI050-00005/, https://www.ecomuseomartesana.it/it/comuni-ecomuseo/rodano/item/rodano-cascina-castello

Foto: la prima è di giorgiobad su https://mapio.net/pic/p-19125089/, la seconda è di roberto rubiliani su https://mapio.net/pic/p-56605842/

venerdì 22 maggio 2020

Il castello di venerdì 22 maggio



UDINE - Castello

E' uno dei simboli della città friulana ed è un luogo di grande interesse sia dal punto di vista storico che culturale. L'origine del colle del Castello, un significativo rilievo al centro della pianura friulana, è quasi sicuramente dovuto all'accumulo dei detriti nel corso dei secoli. C'è però una leggenda che si tramanda da secoli sulla sua origine: si narra che quando Attila nel 452 saccheggiò Aquileia, al tempo una delle più grandi città dell'impero romano, per godersi lo spettacolo da Udine, ordinò ai suoi soldati di costruirgli un'altura. Ciò fu fatto riempendo gli elmi di ogni soldato di terra, che buttata tutta in uno spiazzo al centro della cittadella diede origine al colle che oggi domina la città. La prima notizia documentata della presenza di un edificio sul colle è del 983: in quell'anno, il castrum, una fortificazione militare, viene donato dall'imperatore Ottone II al Patriarca di Aquileia Rodoaldo. Sin dalla sua fondazione in epoca medievale, il castello fu un punto di riferimento per Udine e il territorio circostante, specie durante il Patriarcato di Aquileia quando ospitò nobiltà e clero e fu sede del Parlamento locale. Quanto si vede oggi alla sommità del colle è un imponente edificio cinquecentesco costruito successivamente al terribile terremoto che il 26 marzo 1511, durante il periodo veneziano, fece crollare parte dei manufatti precedenti. La necessità di procedere alla parziale ricostruzione del Castello si trasformò ben presto in un progetto di rinnovo totale affidato all'architetto Giovanni Fontana, di origine lombarda ma abitante a Venezia. I lavori proseguirono alacremente, con l'impiego di ben 500 operai. La posa della prima pietra si ebbe il 2 aprile 1517. La fabbrica del Castello, dopo questo iniziale slancio, subì un rallentamento, soprattutto per la difficoltà di reperire fondi, e il progetto originario dell’architetto non fu portato a compimento. Altri architetti subentrarono a dirigere la fabbrica, tra essi Giovanni da Udine, allievo di Raffaello, che nel 1547 progettò una scala esterna che dal cortile del lato nord permetteva l’accesso al salone centrale. Una terza fase progettuale si ebbe con Francesco Floreani che nel 1566 concluse alcuni lavori all'interno del Salone del Parlamento. Alla fine di quell'anno il vasto ambiente fu completato costituendo così un punto di riferimento per le iniziative di maggior prestigio per la città e iniziò la decorazione pittorica, vera e propria antologia della pittura friulana alla metà del ‘500. Nel 1576 fu realizzata una scala interna per salire dall'atrio al Salone del Parlamento che completa nelle linee essenziali il nuovo palazzo-castello. In questo salone del Parlamento si riuniva il consiglio della Patria del Friuli, uno dei primi esempi di parlamento al mondo, durato fino all'occupazione napoleonica del 1797. I lavori, durati diversi decenni, sono oggi ben visibili in quanto da quel momento la costruzione non ha più subito modifiche. Sono di questo periodo le opere più importanti citate prima oltre agli affreschi di Gianbattista Tiepolo, Pomponio Amalteo e le architetture di Giovanni da Udine (allievo di Raffaele Sanzio). Utilizzato principalmente per scopi militari da Francesi ed Austriaci nel XIX secolo, dopo la III Guerra d'Indipendenza (1866) Udine ed il suo castello divennero parte del Regno d'Italia, trasformandosi nel 1906 nella sede dei Civici Musei e Gallerie di Storia e Arte, funzione ricoperta fino all'entrata dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale. Nella primavera del 1915 le opere all'interno dei musei vennero messe in sicurezza e il piazzale del Castello, vista la sua posizione particolarmente favorevole, ospitò diversi pezzi di contraerea in difesa della "Capitale della Grande Guerra". A seguito dell'avanzata austro-germanica alla fine dell'ottobre 1917, il castello venne trasformato in quartier militare, visitato anche dall'Imperatore tedesco Guglielmo II, rimanendo lontano dal fronte fino alla fine del conflitto. L’accesso al colle del castello avviene attraverso l’arco Bollani che Andrea Palladio progettò in onore del luogotenente veneziano Domenico Bollani (1556). Fiancheggiante la salita che conduce al colle è posto il porticato gotico veneziano costruito per volontà del luogotenente Tommaso Lippomano nel 1486. Lasciando alle spalle l’an­tica chiesa di Santa Maria di Castello, si giunge sulla cima del colle, da sempre caratterizzata dalla funzio­ne difensiva e di vedetta. La vasta area prospiciente il castello, oggi sistemata a prato, era un tempo fitta di costruzioni. Gli unici edifici rimasti hanno mantenuto solo par­zialmente le proprie struttu­re originarie. La Casa della Confraternita, che gli scavi archeologici hanno dimo­strato esistente fin dal Trecento, era la sede della Confraternita di Santa Maria, responsabile della gestio­ne della vicina chiesa. In seguito ai danni subiti dal castello con il terremoto del 1511, l’edificio ospitò per un breve periodo le riunioni del Parlamento della Patria del Friuli. In fondo al piazzale è posta la Casa della Contadinanza, organismo sorto sotto il dominio veneziano, che aveva il compito di tute­lare gli interessi dei conta­dini, sorvegliare sulle imposizioni fiscali e custodire le armi destinate, in caso di necessità, alla popolazione. Oggi, oltre ad ospitare al suo interno il Museo Archeologico, la Galleria d'Arte Antica, la Galleria dei Disegni e delle Stampe, il Salone del Parlamento, il Museo Friulano della Fotografia e la Fototeca, il castello offre la possibilità di ammirare notevoli opere artistiche tra cui la Chiesa di Santa Maria di Castello, con accanto il campanile sormontato da un angelo in bronzo. In cima, il suo ampio piazzale è il punto panoramico ideale per ammirare dall'alto il capoluogo friulano ed è spesso sede di eventi culturali e concerti. Altri link suggeriti: https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2019/02/fvg-castello-udine-0363e8a8-4e00-48eb-88aa-2b0335785e17.html (video), https://www.youtube.com/watch?v=CY1ChTw6Fxk (video di Francesco Tecchio)

Fonti: https://www.turismofvg.it/code/109184/Castello-di-Udine, https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/udine-il-colle-del-castello/, http://www.civicimuseiudine.it/it/musei-civici/musei-civici-del-castello/il-castello,https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Udine

Foto: la prima è presa da https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/udine-il-colle-del-castello/, la seconda è una cartolina della mia collezione

giovedì 21 maggio 2020

Il castello di giovedì 21 maggio



SPIGNO SATURNIA (LT) - Castello

La parte più alta di Spigno Saturnia è dominata dai ruderi del Castello Medioevale, una poderosa fortezza interamente costruita in pietra locale, con alta torre quadrata e torrioni laterali. La rocca sorge nella parte più alta dell’abitato di Spigno, su un pendio orientale scosceso del Monte Petrella, sui Monti Aurunci a controllo dei traffici della via Ercolanea. Intorno all'anno Mille una famiglia di origine normanna, di cui non si conosce il nome, costruì il "Castrum" (fortezza), ponendo le sue fondamenta su uno sperone di roccia a forma trapezoidale. I Normanni governarono il castello fino al XIII secolo, allorché si estinsero i Dell'Aquila nella contea di Traetto. Negli anni successivi, Spigno rimase incorporato nella contea di Fondi, alle dipendenze di Roffredo Caetani, nipote del papa Bonifacio VIII. Sotto gli esponenti della famiglia Caetani, il piccolo feudo visse uno dei periodi più concitati della sua storia, per essere stato coinvolto nell'aspra lotta tra Angioini ed Aragonesi, fortemente interessati al possesso del munitissimo Castello di Gaeta (1435) considerato, a buona ragione, chiave del regno. In quel delicato frangente il Castello di Spigno si trovò esposto alle rappresaglie delle truppe angioine; il territorio fu devastato e saccheggiato e gli abitanti sottoposti ad ogni tipo di vessazione. Pochi anni dopo (1438) Alfonso d'Aragona, memore delle promesse fatte durante l'assedio di Gaeta, affidò il governo di Spigno ad Onorato, figlio di Cristoforo Caetani. Onorato (dal popolo benevolmente chiamato re piccolo) emanò a favore dei sudditi importanti privilegi e provvisioni, contenute in una specie di statuto, il più antico di cui si ha finora notizia. In esso è garantita l'osservanza di antiche consuetudini; sono stabilite le modalità che regolano le entrate annue a favore dell'erario, le agevolazioni fiscali, ripristinati i confini territoriali e definita la struttura amministrativa del feudo. All'inizio del XVI secolo Spigno passò dai Caetani ai Colonna e quindi ai Carafa di Stigliano. Subì poi una progressiva decadenza, che durò fino all'abolizione della feudalità, proclamata il 2 agosto 1806 da Giuseppe Napoleone, insediatosi nel Regno di Napoli dopo la seconda rivoluzione francese. Tutto l'impianto è circondato da una cinta muraria, munita di torri di guardia e di torrioni laterali. Nel corso dei secoli, il Castello subì notevoli danneggiamenti. Nel 1690, della fortezza rimaneva in piedi soltanto l'alta torre quadrata con gli edifici in rovina, compresa la chiesa di San Lorenzo, sita all'interno dell'impianto, nella cripta della quale si notano ancora oggi tracce di affreschi probabilmente di scuola benedettina. Abolita la feudalità (1806) il Castello divenne proprietà privata e da allora le strutture murarie subirono un progressivo abbandono. Alla fine di gennaio del 1944, a causa delle operazioni di guerra lungo la vicinissima linea "Gustav", i Tedeschi fecero saltare in aria l'alta torre, causando danni irreparabili alle restanti parti dell'impianto. Oggi restano i due torrioni cilindrici. Altro link: https://www.h24notizie.com/2013/01/09/il-castello-di-spigno-superiore-diventa-protetto/.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Spigno_Saturnia, http://www.comune.spignosaturnia.lt.it/museo/museo_action.php?ACTION=tre&cod_museo=10&cod_aggiornamento=5

Foto: la prima è di Felcardi su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/111770/view, la seconda è di flo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/189468/view

mercoledì 20 maggio 2020

Il castello di mercoledì 20 maggio



PIOVERA (AL) - Castello

Di rilievo, sotto l'aspetto architettonico, vi è il castello, edificio estremamente scenografico e imponente. Circondato da un vasto parco con annessa tenuta agricola è tuttora difeso da una cinta muraria e da un fossato risalenti al XIV secolo. Su antecedenti accampamenti (romano e carolingio) e sulle rovine di un convento, nacque come fortezza con i Visconti di Milano. Passò successivamente ai Mandelli, ai Gallarati, agli spagnoli, agli Sforza ed ai Savoia che nel Seicento insignirono del feudo di Piovera Francesco Maria Balbi, membro di una famiglia della Repubblica di Genova che "tenne" il castello per quasi tre secoli. Nel XIX secolo venne trasformato in dimora signorile dall’attuale aspetto romantico, senza però intaccare l’originale struttura a “U” con quattro torri ovali poste sugli spigoli esterni. Il castello porta ancora tracce di intonaco nero, forse a lutto per la morte di Napoleone Bonaparte. Molti restauri e modifiche alle strutture del Castello si resero necessarie anche in conseguenza delle distruzioni belliche del XVII secolo. Varie volte esso fu occupato militarmente: ad arrecargli i maggiori danni furono i franco-savoiardi, i quali, nel novembre 1653, per nove giornate lo saccheggiarono ed infine lo incendiarono unitamente alle case del borgo. Tra le opere murarie del Castello l'unico manufatto rimasto in parte allo stato d'origine è la torre situata nell'angolo Sud-Est: intorno al 1950 minacciava di sfasciarsi nel corpo centrale e crollare, ma se ne scagionò il pericolo provvedendo a rinforzare e cinturare di ferro le sue strutture traballanti. Dagli anni Sessanta il castello appartiene al Conte Niccolò Calvi di Bergolo che lo aprì al pubblico divenendo un pioniere e un esempio tra i proprietari di dimore storiche private. Attualmente è inserito nel sistema dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. La visita si concentra sul piano nobile del castello, per salire poi alla torre e scendere al pianterreno, dove si trovano gli ambienti delle cucine, e continua nei fabbricati annessi al castello, gli antichi granai e le scuderie, dove trovano spazio il museo degli antichi mestieri ed un'importante collezione di arte contemporanea creata dal Conte e dal suo cenacolo di artisti. Inoltre gli attuali proprietari hanno creato all’interno del castello e nel giardino, suggestivi itinerari didattici, storici, artistici, culturali, naturalistici aperti al pubblico ed in particolar modo dedicato alle scolaresche. Queste ultime, su prenotazione, possono trascorrere una piacevole giornata al castello effettuandone la visita e partecipando a laboratori didattici nell'ambito delle proposte della Fattoria Didattica Castello di Piovera. Uscendo dal castello, tra gli antichi fabbricati medioevali, ci si inoltra nel parco, lungo un percorso dai mutevoli scenari naturali. Esso si estende a ovest del castello con una superficie di 30 ettari. Attraverso boschetti e viali, abeti e filari di querce, ponticelli sospesi sulle rogge d’acqua, si percorre un tragitto di 3 chilometri, che trova ampio respiro nei grandi prati dominati dai due imponenti platani secolari e dove la natura regna sovrana. Nel parco sono presenti oltre duecento tipi di alberi e gli animali selvatici tipici del luogo trovano un habitat naturale ecocompatibile e biologico dove riprodursi e vivere. Link suggeriti: https://initalia.virgilio.it/castello-piovera-favola-alessandria-24988 (video), https://castellodipiovera.it/storia/, https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=151133&pagename=57, https://www.icastelli.it/it/piemonte/alessandria/piovera/castello-di-piovera, https://www.youtube.com/watch?v=7TdX9nA-TcU (video di Datanozze), https://www.youtube.com/watch?v=FTs_v1Bo0xo (video di elena300181), https://www.youtube.com/watch?v=cdiw3NKLpOk (video di Leonardo Simone)

Fonti: https://www.castelliaperti.it/it/strutture/lista/item/castello-di-piovera.html, https://castellodipiovera.it/percorsi/#info, http://www.comune.piovera.al.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-balbi-17671-1-a3f0a1bccdf93e9163f9b04dd85ff1ee, http://www.castellipiemontesi.it/pagine/ita/castelli/piovera.lasso

Foto: la prima è di ermesassi su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/113428, la seconda è di Solaxart 2018 su https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_AL_Piovera-Castello_Balbi.htm

martedì 19 maggio 2020

Il castello di martedì 19 maggio



MINERVINO DI LECCE (LE) - Palazzo baronale Pasca in frazione Cocumola

Cocumola fu senz'altro colonizzata dai greci e, successivamente, passò sotto il dominio romano. Evidenti tracce della presenza romana a Cocumola e dintorni sono da attribuire ad una strada vicinale che dalla masseria San Giovanni conduce a Porto Badisco e il cui fondo stradale è costituito da pietra biancastra con evidenti tracce delle carrozze che nei tempi l'hanno percorso. Indubbia quindi, la presenza a Cocumola di abitanti Messapi, Romani e poi successivamente, Bizantini, Normanni ed Angioini. I Bizantini avrebbero lasciato le tracce del loro passaggio con una chiesa di rito greco dedicata a San Giorgio, di cui non rimangono tracce se non nel toponimo Via San Giorgio nelle vicinanze in cui la chiesa sorgeva. Intorno al XVI secolo, divenuta casale con il nome di San Joannis di Cocumola, il paese fu dotato di un torrione circolare a guardia delle vie di accesso al mare dopo le incursioni dei saraceni nel Salento, in particolare successivamente alla presa della vicina città di Otranto. La torre circolare venne abbattuta negli ultimi anni del XIX secolo e il materiale utilizzato per l'ampliamento della settecentesca chiesa Matrice (1896-1906). Diverse furono le famiglie che ebbero in possesso il feudo di Cocumola nel corso dei secoli. Primi feudatari furono i Sangiovanni che ottennero il casale direttamente dal re Guglielmo II. Nel 1277 il feudo fu diviso in due quote, di cui una rimase nella famiglia Sangiovanni, l'altra, con il nome di Cocumola, pervenne nella famiglia Sambiasi. Le due quote vennero unite solo nel XVII secolo. Alla quota di Cocumola si susseguirono i Venturi, i Gualtieri, i Ruiz De Castro e nel 1786 fu acquistata dai Rossi che furono gli ultimi utili signori sino al 1806, anno di eversione della feudalità. Con l'Unità d'Italia Cocumola fu aggregato al comune di Minervino di Lecce. Palazzo Pasca fu edificato nella seconda metà del XVI secolo ed ingloba una torre quadrangolare di fine Quattrocento. L'edificio si affaccia sulla centrale piazza San Nicola e presenta un prospetto caratterizzato da un elaborato portale barocco del Settecento, sormontato da una balaustra. L'edificio si distribuisce su un unico piano intorno ad un cortile centrale su cui si affacciano tutti gli ambienti. La parte nobile del palazzo è arredata con mobili d'epoca essendo ancora abitata dai proprietari. Altri ambienti ospitano i magazzini, le scuderie e le stalle. Un ampio giardino si apre sul lato destro dell'edificio e custodisce un grande esemplare di Quercia Vallonea pluricentenaria. Nel giardino è presente un'edicola barocca. Link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=BLFhQ80ZN1E (video di Città aperte in rete),

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Cocumola

Foto: la prima è di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Cocumola#/media/File:Piazza_San_Nicola_di_Cocumola.jpg, la seconda è presa da https://www.borghiautenticiditalia.it/borgo/minervino-di-lecce

lunedì 18 maggio 2020

Il castello di lunedì 18 maggio



CASTEL SAN GIORGIO (SA) - Eremo di Santa Maria a Castello (o Castello di Lanzara) in frazione Trivio

L’Eremo dedicato alla Madonna del Castello, è situato ad un’altezza di 280 metri sul livello del mare, proprio sulla sommità della collina denominata Sant’Apollinare, primo baluardo montuoso all’estremità orientale della vasta pianura vesuviana che annuncia i primi rilievi dell’appennino campano verso la Valle dell’Irno e l’Irpinia. La sua invidiabile posizione geografica offre alla vista del visitatore un panorama unico e suggestivo, infatti lassù, dal belvedere delle sue terrazze a picco sul costone roccioso, si gode lo spettacolo del golfo di Napoli con le isole di Ischia e Procida, del Vesuvio che incontrastato e superbo domina tutta la pianura campana solcata dallo storico fiume Sarno, più a nord, alle pendici del monte Saro, l’antica città di Sarno sovrastata dai resti del poderoso castello. Orientando lo sguardo ad oriente appare invece tutta l’alta valle dell’Agro Nocerino, denominata già in epoca longobarda Apudmontem, che si spinge fino alla valle dell’Irno ed ai contrafforti montuosi irpini della catena dei monti Mai ed al massiccio del monte Terminio. A sud invece appare la valle metelliana con la “Città della Cava” che introduce lo sguardo al golfo salernitano fino al “sinus paestano”. La storia di questo stupendo Eremo e la urbanizzazione di questo sito affonda le radici in epoche molto remote nel ricordo dell’antica e misteriosa città di Fractanova. La mancanza purtroppo di fonti certe ha permesso la formulazione di numerose ipotesi sulle origini di quell’antica città, fondata, secondo alcuni studiosi, da un gruppo di pompeiani che, fuggiaschi dalla terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C., trovarono albergo sul colle di Sant’Apollinare e ne iniziarono la urbanizzazione; ma c’è anche chi, come il dottor Napoli, intendente dell’antichità di Salerno, alcuni anni or sono, durante un sopralluogo, osservando alcuni reperti trovati in loco, da espertissimo e competentissimo in materia di archeologia, segnalò che quella città distrutta, cinta ancora da antiche muraglie era sicuramente di epoca preromana. Tali affermazioni sono state rafforzate negli ultimi anni da ulteriori studi e ritrovamenti. Sono stati individuati infatti ruderi di opera incerta, abbondante materiale fittile tra cui molti frammenti di ceramica magno-greca a figure rosse ed infine due oboli bronzei della zecca di Irnum ritrovati dall’esperto ed appassionato sig. Gaetano Izzo. Anche Lorenzo Giustiniani, illustre storico del ‘700, nella sua magistrale opera “Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli” ne sottolinea l’esistenza: “… è fama costantissima che in questo territorio vi fosse stato un paese appellato Fractanova e precisamente su di quel monte chiamato Sant’Apollinare, verso Nocera, ritrovandosi molte fabbriche, sepolcri, vasi e monete, cose tutte che indicano di esservi stata popolazione”. La prima notizia manoscritta riguardante Fractanova è contenuta nell’antica Platea di Materdomini risalente al 1200. Secondo questa fonte si rileva che, sin da quell’epoca, sul pianoro, sulla sommità del colle c’era una casa di recente fabbricata, una cisterna già costruita con tutto l’Eremo che è poi l’antica fortezza di Fossalupara e che su questo altipiano vi erano due chiese, una in onore di Sant’Apollinare ed un’altra contenuta nella fortezza dedicata a San Gregorio. Nel territorio compreso tra le due chiese vi era una grande abbondanza di fondamenta di case e cisterne diroccate, e siccome lassù come altrove, i primi cristiani trovarono il popolo che conservava i costumi romani ed ancora pagani nel godere la vita, e nel continuare forse il culto degli idoli, delle passioni e delle luride superstizioni antiche, la città di Fractanova per i suoi peccati, o meglio per la sua corruzione “…propter peccatum ipsius..”, fu devastata, disabitata ed abbattuta completamente dalle fondamenta. Il fascino che la storia di questa città suscita a tutt’oggi è nel mistero che aleggia tra questi ruderi, custodi di tanti segreti non ancora svelati. La storia di detta città non può essere divisa da quella dell’attuale Eremo di Santa Maria a Castello che nacque nel periodo 758 – 786 come fortezza voluta da Arechi II Principe longobardo di Benevento sulle rovine dell’antico accampamento romano “Castrum Augusti”, entrando a far parte di quella lunga catena di castelli che da Castellammare, Lettere, Gragnano, Angri, Sarno, Fossalupara (odierno Santa Maria a Castello), Castel San Giorgio, Mercato San Severino, Montoro, Solofra, fino al Sannio assicuravano un perfetto controllo di tutto il Principato Longobardo di Benevento. Tutti questi castelli, infatti, erano posti in modo tale che ognuno era visibile dall’altro e quindi, attraverso segnalazioni luminose di notte e fumogene di giorno, erano in grado di poter comunicare tra di loro come una sorta di satelliti per telecomunicazioni dei giorni nostri. Con la caduta dell’ultimo principe longobardo Gisulfo II, ad opera del normanno Roberto il Guiscardo, l’antico Castello di Fossalupara perse la sua funzione militare e fu donato con tutte le sue pertinenze alla Badia Benedettina di Cava de’ Tirreni come compenso dell’aiuto offerto durante la lunga lotta contro il principe longobardo Gisulfo II. Dopo circa un secolo di parziale abbandono, ridotto al solo romitaggio, il Castello fu affidato alla cura dei Padri Bianchi della vicina Badia di Materdomini e,verso la fine del 1200, fu l’Abate Giovanni a fondare l’Eremo di Santa Maria a Castello. Con questi presupposti l’Abate Giovanni potè fondare liberamente e senza contrasti la chiesetta e l’Eremo in onore della Madonna che volle essere un rafforzamento del culto della Vergine di Materdomini che era officiato allora dai Padri Bianchi della Badia omonima. In seguito l’Eremo fu fornito di un discreto patrimonio di terreni e case in quel di Lanzara dal possidente nocerino Guglielmo de Bene nell’anno 1383. L’Eremo che per circa tre secoli fu luogo di riposo, di ritiro spirituale e di preghiera per i Preti Bianchi Benedettini passò nell’anno 1575 alla cura dei Francescani Conventuali che risiedevano in quel tempo nel convento di Sant’Antonio di Padova in Nocera Inferiore. Nel 1808, con l’avvento del governo Napoleonico e le leggi eversive della soppressione istituite da Gioacchino Murat, i Padri Conventuali persero oltre al loro convento principale di Nocera Inferiore anche l’Eremo di Santa Maria a Castello che passò così di proprietà del demanio dello Stato. Dopo la parentesi napoleonica l’Eremo tornò di nuovo alle dipendenze della Badia di Cava dè Tirreni e per competenza alla Parrocchia di San Giovanni Battista di Roccapiemonte che dipendeva da tale Badia. Solo nel 1856, in seguito ad un vero e proprio concistoro tenuto in uno dei saloni di rappresentanza del signorile palazzo Lanzara in Lanzara, con la partecipazione dell’Arcivescovo di Salerno S.E. don Marino Paglia, dell’Abate Ordinario della Badia di Cava dè Tirreni don Onofrio Granata, dell’Arcivescovo di Sidenze don Innocenzo Terrieri e di numerose altre autorità ecclesiastiche, fu stabilito che la Parrocchia di Roccapiemonte cedeva alla Parrocchia di San Biagio di Lanzara l’Eremo di Santa Maria a Castello con la frazione Trivio. I frequenti restauri e rimaneggiamenti, non sempre felici, hanno trasformato e spesso distrutto nel corso dei secoli molti tratti delle tipiche strutture dell’antico castello prima e dell’originario Eremo poi. Degno di menzione è l’affresco trecentesco posto al di sopra dell’altare maggiore della cappella dell’Eremo raffigurante l’icona della Madonna del Castello seduta su una sedia recante il Celeste Bambino tra le braccia. Questo autentico capolavoro d’arte trecentesca che nel corso dei secoli è stato nascosto da altre immagini sopra dipinte da mani inesperte, ha rivisto la luce solamente nell’anno 1947 quando il valente artista romano prof. Canale, trovandosi a restaurare le pitture del soffitto della chiesa di Materdomini seriamente danneggiata dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, durante una visita all’Eremo, si accorse occasionalmente che al di sotto di quei dipinti eterogenei vi era ancora conservato il capolavoro originario. Il lavoro di restauro fu iniziato dallo stesso professore e portato a termine qualche anno dopo da un altro esperto in materia di nome Padre Stefano Macario. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=2HEAQPr7Xns (video di Meravigliosa Italia), https://www.youtube.com/watch?v=D6XqTaSCoGA (video di dario amabile), https://www.youtube.com/watch?v=RQ1uAWItu1w e https://www.youtube.com/watch?v=jBrQ-ZInz6o (entrambi i video di Bernardo Fabbricatore)

Fonte testo di Francesco Lauro su https://sanbiagiolanzara.wordpress.com/2013/03/11/leremo-di-santa-maria-a-castello/

Foto: la prima è di vincenzolauro93 su https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g1643992-d4288731-Reviews-Eremo_di_Santa_Maria_a_Castello-Castel_San_Giorgio_Province_of_Salerno_Campania.html#photos;aggregationId=&albumid=&filter=7&ff=287003157, la seconda è di Kaciaro K su https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g1643992-d4288731-Reviews-Eremo_di_Santa_Maria_a_Castello-Castel_San_Giorgio_Province_of_Salerno_Campania.html#photos;aggregationId=101&albumid=101&filter=7&ff=269998373

domenica 17 maggio 2020

Il castello di domenica 17 maggio



DOMANICO (CS) - Castello in frazione Motta

Di incerta origine, il borgo fino al 1445 appartenne all'arcivescovo di Cosenza. Compreso nella Contea di Rende appartenne agli Adorno (1445-1532) e successivamente agli Alarcon Mendoza della Valle. (1532-1806) che lo tennero fino all'eversione della feudalità. Fu danneggiato dal terremoto del 1905. Il suo nucleo più antico è il “ Castellum Moctae “ un presidio militare del XIII secolo. Frazione che si erge su una rupe rocciosa molto suggestiva e panoramica. Attraverso una serie di gradoni, scavati nella roccia, si giunge ai resti del castello. Nella vallata che fiancheggia la frazione "Motta" scorre il fiume Busento, custode silenzioso delle spoglie del re Alarico, re dei Visigoti, la cui leggenda narra che vi fosse sepolto con il suo carico d’oro alla confluenza con il torrente "Piedimonte". Tutto ciò contribuisce ad esaltare il fascino dei luoghi creando un alone di mistero. Nella parte più antica del centro storico di Motta di Domanico, sono presenti i ruderi dell'antico castello, parti della cinta muraria di difesa, l'ingresso ad arco e piccoli artefatti sulla motta, oltre ai segni nella roccia del basamento con vaschette e piccoli gradoni. Secondo alcuni studiosi il castello fu eretto al XIII secolo, ma la denominazione dell'abitato e la posizione arroccata suggeriscono un'origine più antica, forse normanna. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=8Z2i7_dsgwg (video di guantanera), https://www.youtube.com/watch?v=n2dEo0iDOq0 (video di perri pietro).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Domanico, http://www.lescalille.it/c96b5b21-d0ee-4024-9971-cbdeb70fb6bb.tab.aspx, https://www.calabriaportal.com/motta-di-domanico/1215-motta-di-domanico-castello.html

Foto: la prima è di Giuseppe Pagnotta su https://www.pinterest.it/pin/315744623846655297/, la seconda è presa da https://www.calabriaportal.com/motta-di-domanico/1215-motta-di-domanico-castello.html