lunedì 27 febbraio 2023

Il castello di martedì 28 febbraio



MONALE (AT) - La Bastita

Le fonti tacciono sulla storia di Monale prima dell'Anno Mille. Qualche cenno alle sue origini longobarde, o forse franco-alamanne. Quel che sappiamo è che la sua narrazione si dipana all’ombra di due castelli: il primo, il più maestoso, costruito per orgoglio e difesa al culmine del Bricco di San Giovanni (già trattato dal blog, ecco il link: https://castelliere.blogspot.com/2014/10/il-castello-di-sabato-1-novembre.html); il secondo, la Bastita, edificato in fretta per mantenere il potere appena sovvertito. Siamo intorno al 1160, Monale era sotto la signoria di Oberto, figlio di Amadeo. Era il più piccolo dei feudi, talmente piccolo da valere una modestissima tassa fondiaria, ma di estremo interesse per la sua posizione strategica, da cui si poteva avere uno sguardo privilegiato sulle colline del basso Monferrato. Monale fu una terra contesa: qui si combatterono efferate battaglie, qui si consumarono spietate vendette. Sul più apprezzabile dei consortili dell’Astigiano, nel Basso Medioevo si fronteggiarono Guelfi e Ghibellini. I discendenti di Oberto si allearono con questi ultimi, resistendo fino al 1305, anno in cui Monale cedette sotto i colpi dei Guelfi. Per recare maggiore onta, gli invasori rasero al suolo il castello fino alle fondamenta, edificando la Bastita, un casamento in legno e fascine, per scongiurare ogni controffensiva. Ben presto nuovi sguardi si posarono sulla città. Entrò in scena Luchino, della ricca famiglia degli Scarampi, e poi i suoi discendenti a dividersi ghiotte fette di feudo. Furono proprio gli Scarampi a riedificare la prestigiosa roccaforte, che prese il nome della loro casata. Ora Monale aveva due castelli: quello propriamente detto, oggi noto come Castello Scarampi, e la Bastita, che nel frattempo era diventata un edificio in muratura. Ed i suoi feudatari si chiamarono signori di Monale e Bastita. Due fazioni chiamate a convivere in pace, a cui altri signori seguirono nel possesso del feudo, fino a quando il Risorgimento pose fine alle contese. La Bastita, come detto, fu costruita dai Guelfi a difesa del territorio, sotto al distrutto castello, in modo molto primitivo e rudimentale, con assi e fascine, anche per interrompere i contatti fra i Signori di Monale e i ghibellini Pulsavino, proprietari del castello di Castellero. La costruzione, il cui nome significa "Castello del basso sito", divenne proprietà dei Gardini, padroni anche del vecchio castello; nel 1378 ne entrarono in possesso gli Asinari; nel 1382 Luchino Scarampi, commerciante e banchiere astigiano, residente a Genova e prestadenaro del Re di Aragona e Catalogna, acquistò una parte del feudo di Monale e la Bastita stessa. Nel 1500 il feudo fu frazionato in ventesimi, dei quali gli Scarampi mantennero la quota maggiore. La Bastita, portata in dote da una Scarampi ai Conti Malabaila di Canale, venne venduta ai Galvagno, famiglia d'importanti giuristi e proprietari terrieri del luogo. La figlia di Filippo Galvagno sposò Desiderato Chiaves, autore drammatico e uomo politico, prima Deputato, poi Ministro dell'Interno e Senatore del Regno d'Italia; ancora oggi la Bastita, che ha l'aspetto di un edificio seicentesco sovrastante il paese, appartiene alla famiglia Chiaves. Altri link per approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=kp37CRiieN4 (video di Andalas), https://www.archiviocasalis.it/localized-install/biblio/asti/monale

Fonti: https://www.loquis.com/it/loquis/2618732/Monale+I+due+castelli, https://www.comune.monale.at.it/it/page/la-bastita, https://it.wikipedia.org/wiki/Monale

Foto: entrambe prese da https://www.comune.monale.at.it/it/point-of-interest/la-bastita

Il castello di lunedì 27 febbraio



CIPRESSA (IM) - Chiesa-fortezza di San Pietro in frazione Lingueglietta

Nel 1049 Anselmo Quaranta, capostipite della dinastia dei Lengueglia, riceve le terre in cui è compresa l’odierna Lingueglietta dai marchesi di Clavesana; la famiglia feudale dei Lengueglia attribuì il proprio nome al borgo, che le appartenne fino all’epoca napoleonica. Nel 1153 si hanno le prime notizie certe sull’antica Vinguilia: il borgo era già sede comitale e si sviluppò come comune rurale. Nel 1277 Cipressa venne dotata dei primi statuti comunali e fece parte del territorio sottomesso ai conti di Ventimiglia. Nel 1284 Lingueglietta partecipò alla battaglia della Meloria tra Genova e Pisa con 60 marinai e quattro nocchieri. Nel 1434 gli statuti comunali di Lingueglietta confermavano il progressivo sciogliersi dei legami feudali. Monumento simbolo del borgo di Lingueglietta, quello di San Pietro è un esempio, forse unico in Liguria, di edificio religioso (della metà del XIII secolo) trasformato in fortezza, per ragioni difensive, all'epoca delle scorrerie barbaresche che afflissero il ponente ligure all'incirca a metà del XVI secolo. In essa si fondono l'architettura religiosa tardo medievale con l'architettura militare del Cinquecento, in un insieme di suggestiva bellezza. Con le sue caditoie e le strette monofore che illuminano l’interno si fa fatica a credere che sia stata una chiesa. L'abside, in particolare, si è conservata intatta, testimonianza di un antico sforzo teso a rendere leggere imponenti muraglie in pietra. L'interno, ad unica navata, conserva l'originale pavimentazione a lastroni. L'edificio fu scelto perché molto adatto a questo nuovo ruolo: costruito all'ingresso del borgo abitato, in una zona ripida con una buona visibilità del mare, aveva muri solidi ed alti. I lavori di fortificazione portarono alla chiusura dell'ingresso laterale, la sostituzione del tetto originale (probabilmente a capanna, coperto da "ciappe", le lastre di ardesia tipiche di tanti tetti liguri) con una volta con soprastante terrazza di avvistamento circondata da alti muri con feritoie, alla costruzione di caditoie sia sopra il portale centrale che sul lato nord ed all'edificazione di due garitte. Particolarmente notevole, inoltre, il portale maggiore, che conserva ancora le assi di legno, i chiodi in ferro e il chiavistello cinquecenteschi. La chiesa-fortezza è stata recentemente oggetto di un pregevole restauro, nel periodo 2006-2010 con uno stanziamento di oltre 865 000 euro tra fondi pubblici e privati, che ha visto la riapertura dell'antico sito nell'agosto 2010. La riconversione ad auditorium da parte del Comune di Cipressa ha reso nuovamente fruibile questo monumento dell'architettura e della storia dopo un lungo periodo di decadenza e abbandono. Altri link proposti: https://www.youtube.com/watch?v=Mczx77aN_fU&t=4s (video di Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria), https://www.youtube.com/watch?v=4DBNzSjd7yI&t=39s (video di Pier Luigi Balestra), https://www.rivieratime.news/san-pietro-la-chiesa-fortezza-di-lingueglietta/ (video), https://engin-tec.com/case-study/restauro-della-chiesa-fortezza-di-san-pietro-nella-frazione-di-lingueglietta-nel-comune-di-cipressa-imperia/, https://www.mondimedievali.net/Castelli/Liguria/imperia/lingueglietta.htm, https://www.youtube.com/watch?v=HXG80tuZL08 (video di Marco Gherardi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa-fortezza_di_San_Pietro, https://borghipiubelliditalia.it/borgo/lingueglietta/#1480496816106-48a7f6ef-54ab, https://lamialiguria.it/2022/11/16-torri-e-castelli-da-vedere-in-liguria/, https://fondoambiente.it/luoghi/lingueglietta-chiesa-fortezza-di-san-pietro, https://turismovallesanlorenzo.com/cipressa-lingueglietta/chiesa-fortezza-san-pietro/

Foto: la prima è presa da https://turismovallesanlorenzo.com/cipressa-lingueglietta/chiesa-fortezza-san-pietro/, la seconda è di Jk4u59 su https://it.wikipedia.org/wiki/File:S.Pietro-Lengueglietta.jpg

venerdì 24 febbraio 2023

Il castello di venerdì 24 febbraio


VERZINO (KR) - Palazzo Ducale

Parlando della storia di Verzino, “Come Casale di Cariati ne seguì le vicende feudali, passando dai Sangiorgio (1291), ai Ruffo (1417), a Gerolimo, Visconte da Cariati (1479), agli Spinelli che nel 1668 lo alienarono ai Cortese. Il terremoto del 1638 segnò il declino dell’antico abitato di Verzino che non si risollevò più dalla distruzione subita; allora di Verzino rimanevano “le rovine miserabili”, con 40 case cascate e 52 inabitabili, mentre la sua popolazione, tassata nel 1595 per 284 fuochi, era scesa ai 265 del 1648, per poi dimezzarsi a 114 nel 1669. In relazione agli ingenti danni subiti, la chiesa matrice, scossa e diruta dal terremoto, fu abbattuta e ricostruita dal vescovo Geronimo Barzellino (1664-1688) in un altro luogo più sicuro. In questo periodo, anche il nuovo feudatario Leonardo Cortese che, nel 1668, aveva comprato Verzino con il suo casale di Savelli da Carlo Filippo Antonio Spinelli Savelli, costruì un nuovo palazzo nel borgo fuori le mura dove, nel 1684, gli fu concesso di erigere un oratorio privato. Adiacente a piazza Campo si erge il maestoso Palazzo Ducale, che fu cuore pulsante della storia di Verzino per molti secoli. La costruzione risale al XVII secolo, durante la dominazione feudale della Dinastia Cortese. Si ritiene sia stato realizzato dal Duca Nicolò Cortese nella seconda metà del 1600 e successivamente abitato da diverse famiglie: Cortese, Barberio -Toscano, per ultimo dagli Anania e da questi poi venduto al Comune. Un tempo fu presidiato da armigeri che si esercitavano nella vicina piazza Campo, allora detta "Campo di Marte". ” Dopo la confisca operata dai Borboni ai danni del Duca Nicola Cortese macchiatosi di fellonia, il feudo di Verzino passò a far parte dei beni della Regia Corona (1746). L’immobile si estende su una superficie di 1.089 mq a pianta quasi quadrata, attualmente composto da tre piani fuori terra. Oggi tale palazzo ospita il Comune, la Biblioteca e la maggior parte delle associazioni stanziate sul territorio.

Fonti: https://www.ilbenetornacomune.it/beni-candidati/palazzo-ducale-verzino/, https://amoreerabbia.it/portal/il-comune-di-verzino/, https://www.comune.verzino.kr.it/index.php?action=index&p=10215, https://it.wikipedia.org/wiki/Verzino, http://www.archiviostoricocrotone.it/verzino/il-lento-declino-dellantico-abitato-di-verzino-sec-xvi-xviii/

Foto: la prima è presa da http://www.archiviostoricocrotone.it/verzino/il-lento-declino-dellantico-abitato-di-verzino-sec-xvi-xviii/, la seconda è presa da https://wesud.it/a-verzino-kr-va-in-scena-la-storia-e-regala-emozioni-uniche/

giovedì 23 febbraio 2023

Il castello di giovedì 23 febbraio



ARCE (FR) - Torre di Campolato

Detta anche rocca di Campolato, o, localmente, torre di Sant'Eleuterio, "torre del Pedaggio" e "torre saracena", è un'antica fortificazione di Arce, posta sul confine tra lo Stato Pontificio e il Regno di Napoli, nelle vicinanze di un antico guado sul fiume Liri, in località Sant'Eleuterio o Campostefano, anticamente Campolato, Campo Lauterio o Lauterium. Anticamente nella campagna circostante esisteva un vicus romano o forse un pagus denominato Laterium, citato anche da Cicerone perché qui erano delle proprietà del fratello Quinto. La costruzione è in buono stato di conservazione, oggetto di un recente restauro, ma non più abitabile. Si tratta di una torre e di un edificio, entrambi a pianta quadrata, costruiti dai re di Napoli in età angioina. La località oltre ad essere un presidio militare a controllo di un ponte e fungeva anche da dogana mercantile fra le Due Sicilie e lo Stato Pontificio. La prima testimonianza storica che attesta l'esistenza di una torre è abbastanza recente, risale al 30 aprile 1431, menzionata come “turris Campilati” in una bolla di papa Eugenio IV rivolta all'abate di Montecassino perché costui fosse clemente nei confronti di alcuni ribelli del Lazio meridionale che avevano occupato il presidio militare di Campolato. Nel 1441 e nel 1453 vi soggiornò Alfonso il Magnanimo che nel 1449 la affidò a Carafello Carafa insieme ad altri passi di Terra di Lavoro. Nel ‘500 il recinto fortificato fu adibito a osteria con la costruzione di una parete interna e la creazione di un piano sopraelevato. La Nota, et lista di tutte l’entrate del ducato di Sora e Arce, risalente alla prima metà del XVI secolo, riferisce che il “Passo et Hosteria de Campolato” erano proprietà del principe di Urbino. Successivamente il ducato fu acquistato da Giacomo Boncompagni che nel 1584 diede in affitto il “l’hosteria et passo della Torre di Campolato”. Il ponte fu fatto demolire dal principe Gregorio Boncompagni Ludovisi, per attenersi ad una disposizione fissata dalla Regia Corte di Napoli nel 1690. Con ogni probabilità l’osteria smise di funzionare a seguito della distruzione del ponte. Alta circa 19 metri, la torre è articolata su cinque livelli alcuni dei quali coperti da volta a crociera e comunicanti per mezzo di botole. La superficie muraria esterna presenta una cortina dalla lavorazione accurata in cui sono impiegati blocchetti calcarei ben squadrati disposti a filaretto che evidenziano la finalità anche simbolica e rappresentativa della struttura. Tale connotazione è resa esplicita dalla presenza sul lato est di tre scudi di tipo gotico disposti in verticale e inquadrati da una cornice. Lo stemma superiore è l’emblema della casa d’Angiò (Angiò antico o di Napoli): la partizione sinistra è seminata di gigli con lambello a cinque pendenti, mentre la destra reca la croce di Gerusalemme. La presenza dello stemma degli Angiò di Napoli consente datare la costruzione della torre tra il XIII secolo e il 1381. Lo stemma centrale, costituito da uno scudo pieno a cinque fiamme serpeggianti, trova analogie con una delle varianti dell’insegna dei Bentivoglio. La sommità della torre doveva presentare un coronamento di merli o una struttura lignea aggettante e poggiante sui mensoloni ancora visibili tra cui si aprivano le caditoie per la difesa piombante; nella base rocciosa posta in basso è presente una grotta a cui si accede dalla sponda del fiume. Il recinto a pianta quadrangolare che circonda la torre ha mura dello spessore di circa 1 metro ed è realizzato con bozze calcaree irregolari. Un tempo era dotato, nella parte superiore, di un filare a triplice mensola aggettante e caditoie per la difesa piombante e un camminamento di ronda interno. La porta di accesso, difesa lateralmente da due arciere cruciformi, presenta elementi riconducibili a un sistema di chiusura a ponte levatoio: l’incavo di alloggio della porta e le mensole interne ove ruotava l’argano di sollevamento. Le operazioni doganali erano molto semplici: dopo aver pagato una tassa, tanto all’entrata, tanto all’uscita dal Regno, i viaggiatori ricevevano una bolletta che dovevano restituire agli ultimi custodi dei passi; era dato loro anche un lasciapassare in cui era indicato il numero delle persone, degli animali, la quantità di moneta o di merce che portavano con sé, la meta e lo scopo del viaggio. In genere questi passi appartenevano a privati o feudatari oppure era di proprietà del fisco. Altri link suggeriti: https://www.laciociaria.it/comuni/arce_torre_del_pedaggio.htm, https://www.youtube.com/watch?v=Daz_Pfw03ns (video di Duepassinelmistero), https://www.youtube.com/watch?v=gOUa79AMgdo e https://www.youtube.com/watch?v=KCCiXSog7vc&t=3s (entrambi i video di Daniele Cataldi)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Campolato, https://www.prolocoarce.it/visitarce/torre-di-s-eleuterio/

Foto: la prima è presa da http://www.ilpuntosulmistero.it/8012-2/, la seconda è di Harlock81 su https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Campolato#/media/File:Arce_(IT)_-_Torre_di_sant'Eleuterio_-_2022_-_sud_(2).jpg

mercoledì 22 febbraio 2023

Il castello di mercoledì 22 febbraio


GRAFFIGNANA (LO) - Castello

Graffignana fu teatro di vicende storiche importanti, fra cui il convegno tenutosi nel 1176 fra i membri della Lega Lombarda per scongiurare uno scontro frontale con il Barbarossa. Nel medioevo fu attivo porto sul fiume Lambro. L'imperatore Corrado II aveva donato il territorio di Graffignana e le sue pertinenze a Ariberto d'Intimiano, arcivescovo di Milano, che nel 1034 la donò a sua volta alla Chiesa milanese, da quel momento fu legato ai destini di Milano. Grande peso nella storia del paese ebbe anche la presenza dei Certosini, infatti il 6 ottobre del 1396 il territorio di Graffignana venne inserito nel feudo di San Colombano al Lambro e fu concesso da Gian Galeazzo Visconti alla Certosa di Pavia che ne ebbe quindi il feudo di San Colombano ed Uniti, con San Colombano, Mombrione, Valbissera, Montecolato, Graffignana con San Salvatore (oggi cascina Porchirola) e Vimagano, pieve di San Germano con Montemalo, Castellazzo e Camatta (oggi Lambrinia di Chignolo Po con tutte le pertinenze. Agli stessi monaci si devono importanti opere di bonifica del territorio; la loro presenza cessò nel 1782 con la loro soppressione da parte di Giuseppe II d'Austria. Nel 1785 il feudo fu assegnato ai Barbiano di Belgioioso. Nel periodo Certosino venne eretto anche un "Fortilizio" a pianta quadrata sula sponda destra del fiume Lambro, in una posizione rialzata rispetto ad esso con scopo difensivo. Del "Castello", attualmente di proprietà di privati, rimangono solamente frammenti di mura e il portone di ingresso. Il complesso presenta impianto poligonale irregolare su quattro lati, avancorpo d'ingresso, serie di corpi rettangolari a due e tre piani. Altro link suggerito: 
https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0300102622

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Graffignana, https://www.comune.graffignana.lo.it/it/page/la-storia, https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00071/

Foto: entrambe prese da https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/LO620-00071/

martedì 21 febbraio 2023

Il castello di martedì 21 febbraio


COLLIANO (SA) - Castello normanno di Borgo Collianello

Durante la dominazione longobarda gli abitanti di queste terre per difendersi dai Saraceni decisero di arroccarsi sul colle, dando vita alla (attuale) conformazione degli agglomerati di Colliano e Collianello, ancora più in alto, proprio alla sommità del colle dove venne costruito un borgo fortificato: una roccaforte a strapiombo con intorno altre case e vicoli. Con i Normanni, sotto il controllo di Roberto di Quaglietta, quella roccaforte nel 1140 fu ampliata, ma furono alzate anche mura di cinta, porte e bastioni per difendere tutto il territorio. Di questo sistema difensivo rimane solo la "porta dei Santi" situata nella parte meridionale, al di sotto del colle, in direzione di Palomonte, che ha subito nei secoli diversi cambiamenti fino a scomparire. Gli abitanti, con il passare del tempo, hanno modificato il nome in "porta Fontana" perché da lì che si andava alla fontana pubblica, che era situata fuori dalle mura, precisamente nell'attuale Piazza Ernesto Epifani. Colliano appartenne a vari personaggi e famiglie influenti: nel 1220 appartiene a Galino (milite normanno), nel 1230 ad Agnese e la figlia Giovanna, che era anche signora di Senerchia, nel 1268 per un solo anno fu feudo di un certo Ugone e alla sua morte fu incorporato fra i beni del Re Carlo, che subito lo donò a Guido d'Alemagna (già signore di Laviano, Castelnuovo di Conza, Trentinara, Campagna e Buccino) e nel 1270 il feudatario di Colliano fu Giacomo di Bursone. Nel 1331 il territorio di Colliano venne divido e Collianello fu donato a Tommaso da Porta. Nel 1426 Colliano diventa un possedimento di Luigi Gesualdo e nel 1448 feudo di Antonio Sanseverino, ma dopo dieci anni ritorna ad essere della famiglia Gesualdo (e precisamente di Sansone). Un violento terremoto del 1466 distrusse tutti i paesi dell'alta valle del Sele, quindi anche Colliano. I Gesualdo restarono feudatari di Colliano fino al 1477, quando passò nelle mani di Amelio, ma con il Vicereame Colliano ritornò ad essere della famiglia Gesualdo. È del XI secolo ed è posto sulla toppa che sovrasta tutto l'abitato. Sono ancora visibili le basi dei due bastioni laterali a nord e le mura perimetrali. Un grande viale d'ingresso porta al campanile a vela della Cappella della Madonna del Soccorso, a sinistra del viale è presente un ingresso secondario, nelle aiuole si stagliano secolari conifere. Nel 1973, insieme alla cappella della Madonna del Soccorso, l'ampia corte di esso venne completamente restaurata e venne posta, a sinistra del cancello principale d'ingresso, una lapide riportante la seguente iscrizione: "Queste mura, ultimo avanzo del Castello che i Normanni eressero a difesa dei Collianesi, l'Amministrazione comunale restaura e ne destina gli spalti a grazioso parco dal quale, i presenti e i futuri, godano a sempre liberi l'incantevole visione del Sele e della sua valle". Dalle torri del castello è possibile ancora oggi godere di una vista meravigliosa sulla valle del Sele. Altri link suggeriti: https://www.facebook.com/campaniadavivere/videos/il-panorama-dal-castello-di-colliano/3544684492312392/ (video), https://www.lucania.one/aindex.php?com=colliano (foto varie), https://www.youtube.com/watch?v=5h91X9q6Fbk (video di Sabatino Di Lione)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Colliano, https://www.destinazioneseletanagrovallodidiano.info/Musei-e-Architettura/Borgo-medievale-di-Collianello-e-Castello-Normanno.html

Foto: la prima è di TheCastle89 su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Catello_Normanno,_Colliano.jpg, la seconda è di gianniB su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/69635/view

lunedì 20 febbraio 2023

Il castello di lunedì 20 febbraio



MONTERUBBIANO (FM) - Mura castellane

Dal 570 al 1198 il conglomerato fu sotto il ducato di Spoleto, dentro la Marca Fermana, fondato dai Longobardi ma che ne rimase anche sotto questo ducato, dopo la conquista dei Franchi nel 774, in questo periodo iniziarono le influenze del papato in questa regione, nominando sovrani di origine franca per amministrare il territorio. Intorno al XII secolo, pur rimanendo nello Stato Pontificio, ottenne l'autonomia come libero comune sotto il nome di Urbiano e per un breve periodo appoggiò lo schieramento ghibellino, riconoscendo Federico II come signore del paese. Il contrasto con il comune di Fermo coprì un arco temporale di 200 anni circa: Fermo, interessato dalla posizione strategica del paese, provò a conquistarlo fin dal XII secolo, senza mai riuscirci. Persino Ladislao di Napoli, Carlo Malatesta e Ludovico Migliorati si interessarono al paese, i quali se lo contesero dal 1400 al 1433, fino all'arrivo del capitano di ventura Francesco Sforza, che approfittò della crisi momentanea che stava colpendo Papa Eugenio IV per conquistare le città del maceratese e del fermano, tra cui Monterubbiano. Durante questo periodo il Comune divenne sempre più grande fino ad essere suddiviso in rioni o quartieri fino a raggiungere una popolazione di 5 000 cittadini solo all'interno delle mura. Con la paura di perdere il potere in queste zone il Papa nominò lo Sforza “marchese perpetuo di Fermo, vicario per cinque anni di Todi, Toscanella, Gualdo Rispampani, nonché gonfaloniere della Chiesa”, con ciò le marche del sud ritornarono sotto l'influenza del Papato. Le mura, fatte erigere da Francesco Sforza tra il 1433 e il 1446, sono costituite da avamposti e torrioni interamente costruiti in laterizio e rappresentano un raro esempio di architettura militare. Nella lunghezza complessiva di 2 km, sono distribuite tre porte d'accesso: Porta San Basso o Porta Vecchia che si affaccia verso l'Aso, Porta del Pero o Porta della Valle verso Fermo e Porta Sant'Andrea. Onofrio III nel XIII secolo diede ordine di fornire il paese di baluardi per completare il suo piano strategico contro le incursioni dei Saraceni. La cinta muraria era dotata di tre fortilizi non più esistenti: il Cassero, l'unico di cui restano alcune tracce nelle fondamenta nella zona basamentale esterna del Palazzo Secreti, la Torre Pentagonale di massimo avvistamento, il Girone, sito nel tratto di cinta che andava da Porta del Pero a Porta S.Andrea ed infine la Rocca Coccaro dove si trova l'attuale Parco pubblico di S. Rocco. Alla fine del 1896 il circuito delle mura risultava essere di mt 1553, con la presenza di 11 torrioni. Il Palazzo Secreti è un edificio di interesse particolarmente importante in quanto notevole costruzione risalente ai sec. XVII - XVIII eretto sulle rovine del Cassero del castello sforzesco, esistente già nel primo decennio del sec. XIII. Esso è costituito da diversi corpi di fabbrica che in alcuni tratti inglobano la struttura delle mura sforzesche e all'interno presentano ambienti voltati. L'edificio, in parte ancora abitato dall'omonima famiglia, è accessibile al pubblico esclusivamente nel periodo dal 12 al 24 Settembre di ogni anno. Altri link per approfondimento: https://www.visititaly.it/info/1045601-mura-castellane-monterubbiano.aspx, https://www.facebook.com/pedalareconlentezzafan/videos/tra-i-vicoli-e-le-mura-antiche-di-monterubbiano/244661677320415/ (video), https://www.habitualtourist.com/porta_san_basso_o_porta_vecchia(monterubbiano), https://www.youtube.com/watch?v=nyU5vAc8auE (video di Marco Vesprini)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Monterubbiano, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-monterubbiano-fm/, https://www.halleyweb.com/c044047/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/27

Foto: la prima è presa da https://fondoambiente.it/luoghi/mura-sforzesche-di-monterubbiano?ldc, la seconda è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-monterubbiano-fm/

venerdì 17 febbraio 2023

Il castello di venerdì 17 febbraio



BORGHETTO DI BORBERA (AL) - Castello di Molo di Borbera

Sulla sommità del colle dove era situato il castello abbaziale, rimane oggi la torre in buono stato di conservazione. Risalente al sec. XIII, è situata in posizione dominante rispetto all'abitato e dai suoi piedi si possono vedere il Bric Carmagnola, il Monte Leco, il Monte Tobbio, la Madonna della Guardia di Gavi, Monte Spineto, Precipiano e il Castello di Sorli. Al suo interno vi si accede tramite una porta e sotto il piano davanti all'entrata esiste ancora la cisterna per la riserva idrica, in perfette condizioni. Il suo interno è in pietra a vista, privo di impermeabilizzazione e vi si accede tramite una rottura in una parete. Seppur di grosse dimensioni, 30m cubi circa, in base alla disposizione dei ruderi si ipotizza l'esistenza di una riserva idrica ulteriore in altri vani interrati. L'acqua piovana arrivava attraverso dei fori quadrati posti sulla parete settentrionale ad un'altezza di circa due metri. Sulla stessa parete è visibile, presso l'apertura originaria usata per attingere acqua dai piani superiori, l'incavo rettangolare lungo il quale il secchio poteva essere calato. Sotto la torre vi era anche uno stretto trabocchetto la cui imboccatura è stata cementata. Il castello era parte integrante del complesso monastico di Molo composto dalle ville, il monastero e la chiesa situati fuori dalle mura, in basso sulla strada principale, in località ancor oggi chiamata "Monastero" e con, in alto, il borgo protetto dalle sue mura dotate di una sola porta d'ingresso. Alcune immagini qui: https://nicelocal.it/piemonte/entertainment/castello_di_molo_borbera/

Fonti: https://www.comune.borghettodiborbera.al.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-molo-borbera-sec-xiii-30560-1-b9ecfbd4b58a5a4847e0732a3dd5125a, https://www.altavaltrebbia.net/2020/11/23/torre-di-molo-borbera/, https://www.viviborberaespinti.it/borghetto-borbera/, https://storiediterritori.com/2019/03/25/lantica-torre-di-molo-borbera/

Foto: la prima è presa da https://fotoet.blogspot.com/2017/07/vedute-da-cadisi-frazione-di-borgetto.html, la seconda è presa da https://mapio.net/pic/p-21516627/

giovedì 16 febbraio 2023

Il castello di giovedì 16 febbraio



TORREBELVICINO (VI) - Castello di Belvicino

Il castello vescovile di Belvicino, del quale oggi sono visibili alcuni tratti murari, risale all’epoca delle scorrerie degli Ungari, alla fine del IX secolo. Inizialmente feudo dei conti Maltraversi, passò ai signori Da Vivaro in seguito all’assassinio del vescovo Cacciafronte (1184). Ma i Maltraversi, complice Ezzelino da Romano, lo rioccuparono con la forza e i Vivaresi posero l’assedio. Il vescovo Pistore, accorso in loro aiuto, colpito da una freccia mentre stava a cavallo nell’acqua che scorreva presso il castello, morì il 10 luglio 1200. Il castello restò ai Vivaresi fino al 1311, quando subentrarono gli Scaligeri. Nel 1340 comparve a sorpresa il futuro imperatore Carlo IV che si impossessò del castello per breve tempo. Nel 1387 gli Scaligeri furono soppiantati dai Visconti, che cedettero poi il castello a Giorgio Cavalli, alla cui signoria la Serenissima pose fine nel 1406. Seguì un secolo di pace, fino alla guerra della Lega di Cambrai. Gli imperiali occuparono il castello nel 1509 e se ne andarono l’anno successivo, dopo averlo incendiato. La Serenissima Repubblica, una volta ritornata in possesso delle sue fortificazioni, per evitare che di esse potessero nuovamente servirsi potenze nemiche, decise di smantellarle, affidando al condottiero Bartolomeo d'Alviano il compito di abbattere nel 1514 il castello di Pieve ed altri esistenti nella zona. Il 30 gennaio 1517 Venezia vendette all’asta tutto ciò che restava del glorioso castello. L’asta fu vinta dal comune di Torrebelvicino che, tramite il suo rappresentante Francesco Pilati, presentò l’offerta maggiore: 36 ducati. Come ricordo della fine del secolo XIX la domenica 16 dicembre 1900 sui ruderi esistenti sulla vetta del Castello fu innalzata una grande Croce di legno, che fu benedetta con una funzione speciale celebrata lassù nel pomeriggio, con canto del vespro, inni di uomini e di giovinette, suono di banda e spari di fucili e di mortai" (Memorie della vita di Pieve di don Girolamo Bettanin). La croce venne abbattuta da un fulmine nell'estate del 1928, fu poi sostituita nel 1949 dall'attuale, diventata ormai un elemento naturale del paesaggio: sembra quasi che la collina, con la sua forma conica, costituisca il suo basamento. Nel castello, tra il 1200 e il 1250, viveva una bella castellana di origine germanica: bionda, alta e forte e con le lunghe trecce che le cadevano sulle spalle; l'oro dei capelli contrastava con il nero degli occhi. Suo padre era nordico, la madre orientale. Non era una debole fanciulla in attesa del matrimonio, tutt'altro: dotata di spirito guerriero amava il rischio, la vita dura dei soldati e le insidie dei nemici non le incutevano timore; anzi desiderava ardentemente battersi con loro. La leggenda racconta che la castellana, per comunicare con la vicina Schio, si servisse di una galleria che collegava il castello e la chiesa del borgo sottostante con la torretta, incorniciata di pini, che sorge ancora in località Cristo. La galleria quindi proseguiva per raggiungere la rocca di Schio. Si dice che la fanciulla vi passasse montando il suo cavallo e che, lungo le pareti, vi facesse sistemare delle torce e dei dipinti. La galleria, di cui rimangono tuttora dei resti, era stata ottenuta dai minatori asserviti al feudo del castello. Ed è noto che nella zona, a quel tempo, c'erano molte miniere in attività. Si racconta inoltre che molti minatori morti nel corso dei lavori di scavo venissero sepolti lungo le pareti della galleria, che divenne così passaggio e catacomba. La castellana trascorreva le sue giornate leggendo, tessendo, confondendosi con il popolo che, nonostante certe dicerie, ella amava. Ma pretendeva che gli uomini lavorassero sodo, producessero anche per i giorni in cui l'ala della guerra sfiorava il castello di Pievebelvicino. In quegli anni un uomo alto, biondo, con la lunga barba fluente che gli copriva il petto, aggirandosi per la Val Mercanti scoprì un minerale ferroso lucente come l'oro, la pirite. Mezzo mago e mezzo alchimista quest'uomo comprese l'importanza della scoperta e ne rese edotta la castellana. In breve la pirite venne estratta e ceduta alla Repubblica di Venezia in cambio d'armi. Così grazie a quel metallo, località Rillaro venne chiamata d'allora Monti d'Oro. In quegli anni, sperduti ormai nelle nebbie del passato, la castellana si scontrò un giorno con una schiera guelfa, decisa ad attaccare il castello di Pieve e capitanata da un vescovo guerriero. L'attacco fallì perchè la nostra eroina, quale furente aquila ghibellina, si slanciò con i suoi soldati sui nemici con tale violenza che gli attaccanti non seppero resistere all'urto; nel corso del combattimento il prelato perse la vita. All'indomani del cruento fatto d'armi si vide il corpo esangue del vescovo guerriero giacere nella polvere vicino all'antica chiesa; in alto, sul torrione del castello sventolava, in segno di sfida e di vittoria la bandiera rossa e nera con una grande aquila gialla nel mezzo. La nobile donna era stata più e più volte vittoriosa. Non temeva nessuno e molti, troppi la temevano e odiavano. Bisognava distruggerla. La Val Leogra doveva cambiare padrone. Così Ezzelino III da Romano decise di farla finita. Studiato attentamente un piano di battaglia mosse con i suoi guerrieri alla volta del castello di Pieve. Venuto a conoscenza, grazie ad un traditore, dell'esistenza della galleria, mentre le sue milizie attaccavano frontalmente il monte su cui s'ergeva la rocca, con un gruppo di fidi guadagnò la via sotterranea e irruppe all'interno del castello, massacrandone i difensori e dando alle fiamme la costruzione. La bionda castellana, alla vista di tanto scempio e di tanta rovina, non volle sopravvivere e si slanciò, come una belva, nella mischia. Il 4 agosto 1250 il sole, con i suoi primi raggi, illuminò la sua fronte, rossa di sangue. La donna era morta, prima di subire l'umiliazione della sconfitta. Il castello di Pievebelvicino, con le sue rovine, rammenta ancora ai posteri, a noi che leggiamo, quegli antichi fatti che solo pochi ormai amano raccontare e rinverdire.

Fonti: https://www.magicoveneto.it/Pasubio/Torrebelvicino/Pieghevole-Sentiero-Antica-Pieve-a-Torrebelvicino.pdf, https://it.wikipedia.org/wiki/Torrebelvicino, https://parrocchiatorrebelvicino.jimdofree.com/cenni-storici/castello-di-belvicino/

Foto: entrambe prese da https://parrocchiatorrebelvicino.jimdofree.com/cenni-storici/castello-di-belvicino/

mercoledì 15 febbraio 2023

Il castello di mercoledì 15 febbraio



MONTE ARGENTARIO (GR) - Rocca Aldobrandesca (o Rocca Spagnola) in frazione Porto Ercole

Sul colle su cui sorge la rocca vi era anticamente un piccolo oratorio dedicato a San Giovanni Evangelista, menzionato da Papa Gregorio VII in una bolla papale del 1074. Purtroppo la storia medievale di questo territorio ci è giunta molto confusa, poiché queste terre venivano conquistate e cedute a distanza di pochi anni. Ci fu stabilità solamente quando, nel XIII secolo, questo territorio venne dato in enfiteusi a Margherita Aldobrandeschi, contessa di Sovana, dall'Abbazia delle Tre Fontane; ella fece costruire una torre quadrata come simbolo del potere. Questa torre costituì il primo nucleo della rocca. In seguito la torre passò in eredità agli Orsini di Pitigliano, che portarono a termine l'opera di incastellamento. Con la conquista di Porto Ercole da parte dei senesi nel corso del Quattrocento e la conseguente annessione alla Repubblica di Siena, venne inviato a Porto Ercole il celebre artista Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta a restaurare e ampliare il castello. Egli aggiunse due torri circolari, dando al castello una forma triangolare. Si sentì però il bisogno di costruire anche una borgo ai piedi della fortificazione, così al Vecchietta venne ordinato di edificare una "terra abitevole, di grandezza almeno quanto el campo della città di Siena". L'architetto costruì così una cortina muraria che scendeva dalle due torri circolari fino al mare, dotandole di due porte, di cui la principale ad arco acuto senese e protetta da bertesca, e la secondaria ad arco ribassato e controllata da una torre semicilindrica. Inoltre risistemò una torre bizantina che era all'entrata del porto usandola come punto di incontro delle cortine murarie. In questo momento Porto Ercole appariva come un grande castello muragliato e turrito, coronato in alto da una rocca triangolare. Nel 1487, l'ingegnere militare Francesco di Giorgio Martini effettuò dei lavori atti ad ampliare e rinforzare la costruzione del Vecchietta. Egli mise mano maggiormente alla rocca, dotandola di ulteriori cortine murarie, e di due casseri triangolari vero il borgo. Inoltre rimaneggiò la torre bizantina inglobandola in un grande baluardo difensivo, il Bastione di Santa Barbara, rendendolo accessibile dalla rocca mediante un camminamento coperto all'interno delle mura. Ma il problema della rocca rimaneva l'approvvigionamento idrico, data la mancanza di sorgenti vicine. Vennero allora realizzate nella fortificazione delle cisterne coperte a volta, dotate in superficie di vere di pozzo, per la raccolta dell'acqua piovana. Sempre sotto il dominio senese, nel periodo rinascimentale furono effettuati altri lavori di riqualificazione nel 1543 su progetto di Anton Maria Lari, che si ispirò ai canoni di Baldassarre Peruzzi: in questa fase furono rafforzate le mura di cinta. In seguito i lavori vennero diretti da Bernardo Buontalenti, che ampliò notevolmente la Rocca, dotandola di imponenti bastionatore e terrapieni, e trasformandola così in una fortificazione alla moderna. Inoltre egli va ricordato per la costruzione della cappella di San Giovanni, piccolo gioiello del Rinascimento, usando il precedente oratorio medievale come sacrestia. Questi ampliamenti conferirono alla fortificazione la forma attuale. In questo lungo periodo la rocca costituiva un punto di riferimento per il sistema difensivo del litorale meridionale della Repubblica di Siena, svolgendo funzioni di avvistamento, di difesa e di offesa, oltre a poter comunicare attraverso segnalazioni luminose con il Forte Sant'Ippolito a ovest, che sorgeva nel luogo del Forte Stella, e con il Forte della Galera a nord, che sorgeva dove in seguito fu costruito il Forte Filippo. Nella seconda metà del Cinquecento, l'intera area dell'Argentario entrò a far parte dello Stato dei Presidii e la fortificazione venne integrata nel sistema difensivo del promontorio, nell'ambito del quale svolgeva funzioni di avvistamento, di difesa ed offesa. In questo periodo gli Spagnoli incaricarono l'ingegnere militare Giovanni Camerini come direttore dei lavori per la ristrutturazione della preesistente struttura difensiva, che venne ulteriormente fortificata con il potenziamento del fortilizio esterno bastionato e delle garitte per le sentinelle; furono realizzati anche cunicoli sotterranei attraverso i quali era stata messa in collegamento la struttura difensiva al Palazzo dei Governanti. In epoca ottocentesca la rocca divenne temporaneamente un avamposto difensivo del Granducato di Toscana, per poi passare definitivamente al Regno d'Italia. Proprio dopo l'Unità d'Italia iniziò la graduale dismissione della struttura militare, mentre nel 1862 fu costruito il faro di Porto Ercole, a pianta circolare, all'angolo della rocca prossimo alla punta del promontorio. Alla fine dell'Ottocento la rocca fu trasformata in carcere, che durante la prima guerra mondiale ospitava i prigionieri nemici. Dopo la seconda guerra mondiale la rocca venne definitivamente chiusa e venduta interamente a privati, che in parte trasformarono i fabbricati interni in residenze abitative, mentre altri ambienti esterni al fossato perimetrale divennero di proprietà comunale. Tra il 1954 e il 1956 vi risiedette lo scrittore statunitense Robert Penn Warren, che proprio in quel periodo compose l'opera con la quale vinse il Premio Pulitzer per la poesia. La rocca presenta una forma irregolarmente stellata che si adatta all'orografia del promontorio. Nell'insieme, prevalgono gli elementi stilistici ed architettonici rinascimentali e tardo-cinquecenteschi, che furono conferiti al complesso dai lavori di ristrutturazione ed ampliamento effettuati dai Senesi prima e dagli Spagnoli poi, mentre del periodo medievale rimangono la base della torre, le due torri cilindriche del Vecchietta e le mura di Francesco di Giorgio Martini. Esternamente è costituita da un fortilizio composto da spesse cortine murarie in pietra con basamento a scarpa cordonato, il cui parapetto soprastante racchiude l'area che costituisce il basamento per i vari fabbricati che in passato erano adibiti a funzioni militari. Il fortilizio è costituito da quattro bastioni angolari, dei quali quelli settentrionali presentano una forma pentagonale irregolare, mentre quelli meridionali sono molto più allungati e di forma triangolare, con le garitte che si sono conservati ai rispettivi vertici. Il bastione all'angolo sud-occidentale è a sua volta protetto esternamente da un'altra cortina muraria che si articola a forma trapezoidale racchiudendolo interamente. L'intero fortilizio esterno è protetto, nei punti deboli, da un caratteristico fossato, che in passato garantiva maggiore sicurezza in caso di incursione nemica. Il bastione nord-orientale comprende invece la torre circolare del faro di Porto Ercole che venne realizzato nel 1862. La porta d'ingresso principale alla struttura si apre lungo il lato orientale ed è preceduta da un caratteristico ponte levatoio. La doppia porta si apre ad arco tondo nel notevole spessore della cortina muraria del fortilizio esterno ove è situato il rivellino; sopra l'architrave che sovrasta l'arco è collocato un grande stemma dello Stato dei Presidii, sopra il quale vi è una garitta protettiva dalla quale scendono due lunghe e strette fessure verticali dalle quali passavano le corde che servivano per il sollevamento del ponte levatoio. Una porta d'ingresso secondaria, anch'essa altrettanto protetta, si apriva lungo le cortine murarie rivolte verso il centro storico di Porto Ercole. All'interno del complesso si trovano i vari fabbricati, gran parte dei quali erano adibiti a funzioni militari. Oltre agli alloggi delle guarnigioni, era presente una polveriera, un presidio di primo soccorso, le due torrette di avvistamento, in larga parte trasformate, e la cappella ad aula unica che si affaccia nella piazza interna. Con i suoi 2,5 ettari di superficie, in gran parte occupati da elementi difensivi e da altri fabbricati quali caserme, depositi, cisterne, cappella, celle e magazzini, era la fortezza più grande ed efficace dell’intero sistema difensivo dell’Argentario. Oggi è possibile visitare La Rocca chiedendo l’apposito permesso del Comune. 
Altri link proposti: https://www.fortezze.it/rocca_ercole_it.html, http://www.capodomo.it/Torri/rocca/La%20rocca.htm, https://www.youtube.com/watch?v=_a1K2xwdbzs (video con riprese aeree di Luigi Scalabrino),

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_aldobrandesca_(Porto_Ercole), https://www.museionline.info/castelli-italiani/rocca-aldobrandesca-porto-ercole, testo di Gualtiero Della Monaca su https://www.monteargentario.info/la-rocca.htm

Foto: la prima è presa da https://www.museionline.info/castelli-italiani/rocca-aldobrandesca-porto-ercole, la seconda è presa da http://www.aipeportoercole.it/territorio/la-rocca

martedì 14 febbraio 2023

Il castello di martedì 14 febbraio



CESENA (FC) - Rocca Malatesta

La Rocca di Cesena è una delle più imponenti dell'Emilia Romagna. Si trova nel centro della città, vicinissima a Piazza del Popolo. È situata sulla sommità del Colle Garampo e circondata dal Parco della Rimembranza. L'esistenza di una Rocca cosiddetta vecchia, spostata più verso sud-est, di cui restano oggi poche sopravvivenze ( i paramenti murari compresi fra la spianata del cosiddetto gioco del pallone e l'arco di Porta Montanara, sulla via Malatesta Novello) e fra queste i due archi comunemente denominati "occhi di civetta", è attestata fin dal sec. XII. In seguito vi soggiornarono pure gli imperatori Federico Barbarossa e Federico II, a cui in particolare sono da attribuire restauri e ampliamenti; nuove fortificazioni venivano apprestate ancora verso il 1350. Non si sa invece dove sorgesse il fortilizio tardo-antico ed altomedioevale, pure citato dalle fonti, anche se si può supporre che si trovasse probabilmente nello stesso sito poi occupato dalla rocca premalatestiana. La Rocca cosiddetta nuova, cioè la “Rocca Malatestiana”, venne costruita a partire dal 1380, dopo la sconfitta di Cia degli Ordelaffi da parte del cardinale Albornoz e dopo i sanguinosi fatti del "sacco dei Bretoni", che avevano quasi distrutto la città e le sue antiche fortificazioni. I Malatesta si dedicarono con tenacia alla costruzione della nuova fortezza: dapprima Galeotto Malatesta, poi dal 1385 il figlio Andrea, dal 1416 Carlo e Pandolfo Malatesta da Rimini, e infine Domenico Malatesta Novello, che si avvalse pure delle consulenze di Brunelleschi e quindi di Matteo Nuti. Ma al ritorno del governo pontificio l'opera non era ancora stata completata. Infatti con la comparsa in Italia delle armi da fuoco, a partire dal 1450, si resero urgenti e necessarie delle modifiche sostanziali attorno al fortilizio, che doveva adeguarsi al collocamento in batteria delle "bocche da fuoco" e doveva saper reggere l'assalto delle "bombarde". La nuova rocca dunque, situata più a valle rispetto a quella precedente, venne completata dal governatore pontificio Lorenzo Zane nel 1480, avvalendosi dei progetti di Matteo Nuti; infine fu rafforzata nel 1503 dal duca Valentino che vi tenne prigioniera per un certo periodo la famosa Caterina Sforza. Già a partire dal sec. XVI, restaurato lo stato pontificio, la fortezza di Cesena, ormai resa inespugnabile, assunse sempre più il ruolo di baluardo interno e di deterrente contro chiunque volesse contrastare i poteri costituiti. La Rocca fa parte di un più ampio sistema di fortificazioni che circonda la città, sistema che ha affascinato anche Leonardo da Vinci quando nell'estate del 1502 soggiornò a Cesena, incaricato da Cesare Borgia di ispezionare e revisionare le fortificazioni delle giurisdizioni conquistate e migliorare le difese. Rimangono come sue testimonianze alcuni disegni della Rocca (le mura della Rocca Vecchia e della Rocca Nuova, i Rastelli, con la Porta Maestra), il rilievo completo della cinta muraria della città, annotazioni sugli usi e costumi di Romagna, appuntati sul suo taccuino, oggi custodito presso la Biblioteca dell'Istituto di Francia a Parigi. La rocca malatestiana ha una pianta pentagonale ed una cinta perimetrale con bastioni messi tra loro in comunicazione attraverso un corridoio continuo, che prende luce da una fitta rete di feritoie; sul lato sud era munita di un fossato con ponte levatoio; dal lato della Piazza il camminamento della "loggetta veneziana" la collegava col palazzo del Governatore. La Fortezza si caratterizza per la sua maestosa mole, per gli spalti panoramici e per i suggestivi camminamenti interni alle cortine. Nella corte è inclusa una cittadella fortificata che comprende due imponenti fabbricati, la Torre Maestra (Mastio o Maschio) alta e squadrata, al cui interno oggi sono esposte alcune armature e selle (originali), che venivano utilizzate per la “Giostra d'incontro” e il Palatium (Femmina), costruzione rettangolare e più tozza, dove ha sede il Museo di Storia dell'Agricoltura. Intorno ai camminamenti interni si sono sviluppate diverse leggende relative a passaggi e stanze segrete, compreso un famigerato corridoio dei fantasmi. Sotto i bastioni si trova lo Sferisterio, un tempo usato per giocare le partite di palla al bracciale, cinquecentesco gioco nazionale. Dall'età napoleonica, tramontata la sua funzione preminentemente militare, la rocca fu utilizzata come carcere (nel maschio oggi si possono visitare le celle che hanno ospitato decine di detenuti), funzione che perdurò fino agli anni Sessanta. Solo di recente dunque è stata restaurata e restituita alla città, destinata ad attività culturali (Museo dell'agricoltura, esposizioni artistiche, spettacoli musicali, manifestazioni di cultura e folclore locale), ed essa stessa Museo (http://roccacesena.it/). Le fa da corona il Parco della Rimembranza, uno dei polmoni verdi più suggestivi della città. I lavori di realizzazione del Parco, con la costruzione del muro di contenimento compreso fra v.le Mazzoni e la Piazza ( in cui nel 1944 furono ricavati anche rifugi antiaerei con gli ingressi protetti da archi rampanti ancor oggi ben visibili), furono avviati nel 1921, in seguito alla costruzione del sacrario ai Caduti della Prima Guerra Mondiale inaugurato nel 1924. Altri link consigliati per approfondimento: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Malatestiana_(Cesena), https://resistenzamappe.it/cesena/cs_antifascismo/cs_roccamalatestiana, https://www.youtube.com/watch?v=_0C8YiPDtts&t=3s (video di cesenawebtv), https://www.youtube.com/watch?v=NgE2e94veAE (video di Storie Enogastronomiche), https://www.youtube.com/watch?v=D7Ob59g2Vvk e https://www.youtube.com/watch?v=j0t_Y10QAHM (entrambi i video di Luigi Bavagnoli)

Fonti: https://www.comune.cesena.fc.it/cesenaturismo/rocca-malatestiana, https://castelliemiliaromagna.it/it/s/cesena/6029-rocca_malatestiana, https://www.homolaicus.com/arte/cesena/storia/Rocca%20e%20Cinta/Rocca.htm, https://www.romagna.net/cesena/monumenti/rocca-malatestiana-di-cesena/

Foto: la prima è di Michele Buda su https://castelliemiliaromagna.it/it/s/cesena/6029-rocca_malatestiana, la seconda è una foto della mia amica Romina Berretti

lunedì 13 febbraio 2023

Il castello di lunedì 13 febbraio



MAGIONE (PG) - Castello dei Cavalieri di Malta

L'edificio si trova nel paese di Magione in via Cavalieri di Malta, 31, vicinissimo al lago Trasimeno, ed è stata la residenza estiva (di solito in settembre) del principe e gran maestro dell'Ordine di Malta, soprattutto dagli anni sessanta con fra Angelo de Mojana di Cologna e fra Andrew Willoughby Ninian Bertie. Nato come ospedale dei Cavalieri Gerosolimitani, attuali Cavalieri di Malta, e intitolato a S. Giovanni Battista, il nucleo originario dello stesso fu edificato alla metà del secolo XII non lontano dall’importante asse viario tra Perugia, il Trasimeno e la Toscana. Anche se alcuni ritengono che la struttura sia stata in origine di proprietà dei cavalieri Templari, poi passata ai Gerosolimitani, non vi sono documenti che attestino tale versione. I documenti più antichi che menzionano la struttura ospedaliera gestita dai cavalieri gerosolimitani risalgono al novembre 1171. Sia questi che i successivi tendono a mostrare come l'edificio sia sempre appartenuto agli attuali proprietari. Quando fu eretto era caratterizzato solo da due costruzioni collocate a "L", sovrastate da una torre campanaria. Successivamente fu ampliato fino a raggiungere una pianta quadrata, con un vasto cortile centrale, protetta da una cinta muraria con robusti torrioni agli angoli. Questo ospedale, nel marzo 1261, fu quasi totalmente distrutto dalle milizie del comune di Perugia; della struttura originaria rimase parzialmente in piedi soltanto la chiesa, la base della torre campanaria e alcune parti dell’attuale ala occidentale. Ristrutturato già nella seconda metà del Duecento, nel 1367 fu ampliato nella parte orientale, mentre nel 1471 si procedette alla definitiva trasformazione del complesso, ancora principalmente di tipo ospitaliero, in castello con l'aggiunta della torre rotonda, dei peducci, di un insieme di merli a coronamento della parte fortificata e di una corte loggiata. Nel corso del secolo XVI si costruirono altri loggiati, gli stessi che possono ancora vedersi sui tre lati del cortile interno, inglobando in essi alcune parti di quelli quattrocenteschi. Le fastose stanze del primo piano dimostravano che l'antico hospitium ormai aveva assunto gli elementi distintivi di una nobile dimora, pur conservando particolari protettivi e disponibilità di ospitare i pellegrini. Insieme agli appartamenti dei religiosi, ai locali di servizio e alloggio, riconducibili alle radicali modifiche quattrocentesche attribuite all'architetto bolognese Fioravante Fioravanti che aveva operato presso la cattedrale di San Lorenzo e la Porta di Sant'Angelo a Perugia, l'antica badia naturalmente annoverava tra le sue mura una cappella, dedicata a san Giovanni Battista, patrono dei cavalieri di Malta, con interessanti affreschi della scuola del Pinturicchio (una Natività e la Madonna con Bambino e Santo). Fu il cardinale Giovanni Battista Orsini, titolare della commenda sull'abbazia, a volere, nel 1502, la realizzazione dei dipinti. Altri lavori, ma di minor entità, si ebbero nel 1644, quando fu costruito il puteale in pietra arenaria su una cisterna preesistente. "La Badia" fu sempre un significativo luogo di sosta per papi, sovrani e autorevoli personaggi che transitavano lungo la Via Francigena e l'ospitalità dei cavalieri era sempre confortevole e puntuale. Il castello conobbe una vasta notorietà per una truce vicenda verificatasi nelle sue stanze, la Congiura della Magione, descritta da Niccolò Machiavelli ne "Il Principe". Si trattò di una cospirazione contro Cesare Borgia, tramata, nel 1502 dai suoi medesimi cobelligeranti. Il "Duca Valentino" voleva fissare a Bologna la capitale del ducato di Romagna, appena costituito, e questo preoccupò molto Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Vitelli, Giampaolo Baglioni, Paolo Orsini e Antonio Giordano che, con altri, si ritrovarono nel maniero magionese, nell'appartamento del cardinale Giovanni Battista Orsini, per congetturare una strategia di difesa, tramite un'alleanza con i Da Montefeltro, i Medici e la repubblica di Venezia contro il Borgia per difendere i Bentivoglio. Il fatto si risolse in modo tragico per quasi tutti i congiurati, a favore di Cesare. È da notare come la Compagnia Teatrale di Magione, nelle notti dell’ultima settimana di luglio o della prima di agosto, riproponga l’evento in forma teatrale fra le mura del castello. Il Castello, oggetto di restaurato, è al centro di una vasta tenuta agricola e vitivinicola (https://www.castellodimagione.it/). Dietro prenotazione, è possibile visitare alcune sale dell'edificio e la cappella. Il chiostro e il negozio sono aperti al pubblico. In estate, i suoi spazi ospitano il "Trasimeno Music Festival", manifestazione musicale che si tiene con cadenza annuale, animata dalla pianista canadese Angela Hewitt, che possiede un'abitazione in località San Savino di Magione. Il nome Badia, con il quale i magionesi chiamano questa struttura, si è affermato in epoca moderna, quando il termine Magione passò dall’indicare la stessa, cosa che avveniva ancora nel secolo XVI, a designare l’intero nucleo abitato in luogo del più antico Pian di Carpine. Del resto già sul finire del Quattrocento si parla di una "abbatia Mansionis Plani Carpinis. La parte del castello, ora dedicata a Centro Congressi, venne realizzata durante gli ampliamenti del XIV secolo per ospitare la sala d’arme dei cavalieri ospedalieri in tempi moderni divenne il granaio castello.In origine vi si accedeva dal piano terra, questo piano venne realizzato successivamente come possiamo dedurre dalla parete nord-est dove in basso compaiono le parti terminali di arcate gotiche che sono interrotte dal solaio del pavimento ma che proseguono al piano inferiore. In fondo al salone possiamo ammirare i modelli di due imbarcazioni appartenenti ai Cavalieri di Malta, come possiamo vedere dalle bandiere issate con lo Stemma di Stato: la croce latina bianca su fondo rettangolare rosso. Le galee rappresentano il glorioso passato dei Cavalieri di Malta che, a seguito dell’abbandono della Terra Santa avvenuto nel 1291, scoprirono la vocazione marinara navigando costantemente le acque del Mediterraneo e combattendo più volte contro le flotte dei corsari musulmani. Sulla parete lunga di destra è presente una nicchia dove sono esposte una serie di spade antiche dei cavalieri, mentre in fondo alla sala è conservata una raccolta di oggetti legata all’Ordine tra i quali spicca il modello del Santo Sepolcro realizzato in madreperla. Salendo la scalinata interna e percorrendo il loggiato si arriva alla “Sala degli stemmi”. Questo è il salone di rappresentanza del castello ed è dominato dallo stemma dell’Ordine di Malta completo di tutti i suoi attributi: una croce con otto punte contornata da un rosario, alla quale è sovrapposto il tondo rosso con croce latina bianca. Le due Croci sono collocate al di sotto di un manto principesco sostenuto da una corona. Questo è lo stemma ufficiale del Gran Magistero delle Istituzioni del Sovrano Ordine, che ad oggi constano di 6 Gran Priorati, di 6 Sottopriorati, di 47 Associazioni Nazionali e di oltre 100 Missioni diplomatiche. Lo stemma dell’Ordine è esposto assieme al baldacchino rosso che viene riservato solo agli “stemmi sovrani“, ossia agli stemmi degli “Stati Sovrani” come quello dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Gli stemmi appesi alle pareti sono relativi ai vari Priorati ed ai Gran Maestri che si sono succeduti nel tempo, come ad esempio quello nella parete tra le due finestre che rappresenta il penultimo Gran Maestro Frà Andreas Bertie, in carica fino al 2008. Oggi l’Ordine di Malta opera in 120 paesi dove fornisce assistenza alle persone bisognose attraverso le sue attività mediche, sociali e umanitarie. Una curiosità quando sul pennone sventola la bandiera dell'Ordine vuol dire che nel castello è presente il generale Superiore dell'Ordine stesso... ed il castello diventa ancor più inaccessibile. Altri link proposti: https://www.maestridelcotto.it/it/blog/castello-dei-cavalieri-di-malta-a-magione-fra-congiure-musica-e-vino-2670, https://www.icastelli.it/it/umbria/perugia/magione/castello-dei-cavalieri-di-malta-a-magione, https://www.youtube.com/watch?v=efjpa-RM6QM (video di Sagrivit Heritage of Excellence), https://winenews.it/it/viaggio-nel-patrimonio-agricolo-del-sovrano-militare_265897/ (video)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_Cavalieri_di_Malta_(Umbria), testo di Giovanni Riganelli su http://www.magionecultura.it/default3.asp?active_page_id=165&id=50&cid=14&scid=21, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-dei-cavalieri-di-malta-magione-pg/, https://www.trasimeno.ws/castello_malta_it.html

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/umbria/perugia/magione/castello-dei-cavalieri-di-malta-a-magione, la seconda è una cartolina della mia collezione

venerdì 10 febbraio 2023

Il castello di venerdì 10 febbraio



CASTIGLIONE DI SICILIA (CT) - Castello di Solicchiata

A circa due chilometri dall'abitato di Adrano, in Contrada Solicchiata sorge l’omonimo castello di proprietà del Barone Don Antonino Spitaleri. Di proprietà di Felice Spitaleri di Muglia, Marchese di Sant’Elia e Barone di Solicchiata, il maniero, eretto intorno al 1875, nasce con una destinazione d’uso che traccerà la storia del vino in Italia. Infatti, il Barone Spitaleri intendeva costruire nella contrada un edificio adibito ad uso rurale e questo, di lì a poco, divenne la più importante industria per la produzione del vino, il cosiddetto "Vino della Solicchiata". Il maniero, costruito in pietra lavica, architettonicamente si rifà allo stile medievale, con tanto di fossato, che circonda l’intera struttura, e ponte levatoio. Questi due elementi servono per rendere e tenere asciutti i sotterranei dove si trovano le storiche e vaste cantine. Il Castello di Solicchiata è da considerare, nella lunga storia del vino italiano, come il primo e unico castello per il vino ad uso stabilimento enologico costruito in Italia (http://www.castellosolicchiata.it/). Inoltre, è stata l’unica cantina italiana a ricevere il privilegio di poter innalzare lo stemma reale sullo stabilimento "per il progresso enologico del Regno d’Italia", e da qui veniva la prima fornitura di vino per la Real Casa d’Italia. Nel corso del XIX secolo, nel castello prosperò l’industria vinicola, e il vino della Solicchiata è da ricordare come il primo taglio bordolese d’Italia vinificato con il metodo francese. Venti anni prima la costruzione del castello, nel 1855, il Barone Spitaleri mise a dimora sull’Etna, tra gli 800 e i 1.000 metri d’altezza, nel feudo Solicchiata, i vitigni bordolesi Cabernet franc Merlot e Cabernet sauvignon, gli stessi che ancora oggi producono questo importante vino. Altri link di approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=KwJp_JvjQmc (video con riprese aeree di salvorussoct), https://www.youtube.com/watch?v=MEmUejZIU68 (video con drone di Aerial Movie), https://winenews.it/it/lo-storico-castello-solicchiata-nel-mondo-con-planeta-protagonista-del-rinascimento-siciliano_478535/, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_della_Solicchiata

Fonte: https://www.ilviaggioinsicilia.it/castello-della-solicchiata/

Foto: la prima è presa da https://www.vivasicilia.com/castello-della-solicchiata/, la seconda è presa da https://www.guidasicilia.it/rubrica/i-vini-etnei-del-castello-solicchiata-saranno-conosciuti-in-tutto-il-mondo/3016952

mercoledì 8 febbraio 2023

Il castello di mercoledì 8 febbraio



MINERVINO DI LECCE (LE) - Palazzo Baronale Gallone in frazione Specchia Gallone

Riguardo alla frazione di Specchia Gallone non si hanno notizie certe sulle sue origini, ma si ritiene che nel luogo esistesse una fortezza costruita dagli abitanti di Otranto con funzioni di difesa e vedetta contro gli attacchi dei Saraceni. La prima parte del toponimo deriverebbe, dunque, dal termine latino specola, mentre Gallone si riferisce ad un importante feudatario che governò il centro nel 1618: Gian Battista Gallone. Successivamente il feudo fu acquistato dai Sangiovanni. Gli ultimi feudatari furono i Basalù, che governarono fino al 1806, anno di soppressione della feudalità. Lo stemma della nobile famiglia Gallone, è anche presente nella Chiesa Madre, edificata agli inizi del XVII secolo, e nella Cappella di Sant’Anna. Palazzo Gallone, oggi chiamato Palazzo Basalù, fu costruito nel XVI secolo dal feudatario Gian Battista Gallone e, nel corso degli anni, divenne proprietà prima della famiglia Sangiovanni e, per ultimo, della famiglia Basalù. L'edificio presenta stanze di ampie dimensioni, tutte con volte a botte e a stella da cui si accede attraversando il portone principale; quest’ultimo, a sua volta, dà accesso ad un atrio e ad un’ampia corte, in cui troviamo anche un giardino con mura di cinta medioevali e un esteso agrumeto. L’intero palazzo conserva a tutt’oggi le caratteristiche architettoniche del tempo, senza aver subito alcun intervento. Altro link per approfondimento: https://livingapulia.com/property/palazzo-salento/. In questo video di "Città aperte in rete" si può ammirare il palazzo di cui stiamo parlando: https://www.youtube.com/watch?v=rom3I2nYxoM

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Specchia_Gallone, http://www.viveresalento.info/p/specc/i/index.asp, https://www.prolocominerva.it/specchia-gallone/

Foto: la prima è di Marzoide88 su https://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_Gallone.jpg, la seconda è di Freddyballo su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Specchia_Gallone_palazzo_baronale.JPG

martedì 7 febbraio 2023

Il castello di martedì 7 febbraio




BORGO PRIOLO (PV) - Castello di Stefanago

Da un poggio dell’Oltrepò Pavese, il Castello di Stefanago domina le dolci vallate dei fiumi Coppa e Schizzola, attorniato nella parte sud da un piccolo borgo agricolo. Secondo un’antica leggenda venne realizzato per via di un misterioso e diabolico incantesimo, che in sole tre notte portò fin quassù le grandi pietre poste alla sua base. Tra storia e fantasia, intorno a questa costruzione sorte anche un’altra favola, per certi aspetti ispirata al racconto omerico sull’origine della guerra di Troia: per secoli, nel castello e nelle valli circostanti continuarono a udirsi le urla e il fragore delle battaglie tra i signori di Stefanago e di Nebbiolo, venuti in conflitto a causa del rapimento, da parte dei primi, di una bella fanciulla, novella Elena. Leggenda a parte, con ogni probabilità l’edificio venne costruito tra il XI (la torre maestra) e il XIV secolo (le ali del castello, ingentilite da finestre con archi a sesto acuto). Restaurato nel corso del Quattrocento, fu posseduto da diverse nobili casate, fra cui gli Sforza, i dal Verme e i Malaspina. Il complesso è posto su un poggio elevato a controllo delle valli dei torrenti Schizzona e Coppa. Il nucleo più antico del castello è la torre, risalente all'XI secolo. Divenne proprietà nel 1317 dei Corti o De Curti che nel corso del secolo lo ampliarono con la costruzione dell’ala sud, il complesso venne completato nel XVII secolo. Verso il 1477 Giovanni Corti fece restaurare il castello, mentre nel 1647 Matteo e Tommaso Corti fecero fondere una campana in bronzo. Durante questo secolo passò dai Corti alla famiglia Rossi e nell'800 ai conti Baruffaldi, che tuttora lo possiedono. L'edificio ha subito pochissimi rimaneggiamenti, se non la ricostruzione della cima della torre, danneggiata nel '500 nelle guerre che contrapposero la Francia e la Spagna per il possesso del territorio e che la vide coinvolta in quanto punto strategico che controllava le comunicazioni di Milano con Genova. La caratteristica di questo castello è appunto l'alta torre a base quadrata costruita in mattoni su basamento in pietra, probabilmente di costruzione precedente al resto della fortificazione, che ha un portale d'ingresso ed è dotata di feritoie e di finestre con arco a tutto sesto. L'edificio principale ha forma ad elle, è realizzato in laterizio su basamento in pietra, con finestre in cotto ad arco acuto. Ospita delle sale ben conservate, la prigione, il cortile nobile e l'oratorio. All'esterno vi è un ben tenuto giardino all'italiana. Il castello, sede di un'azienda vitivinicola, viene aperto al pubblico in occasione di alcune manifestazioni (https://www.castellodistefanago.it/). Altri link suggeriti: https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00566/, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Stefanago.htm, https://www.youtube.com/watch?v=Q5QLfX8xt0Q (video di Giovanni Portinari)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Stefanago, https://www.histouring.com/strutture/castello-di-stefanago/, https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00127/, http://www.paviaedintorni.it/temi/arteearchitettura_file/ARTE%20E%20ARCHITETTURA_CASTELLI_OLTREPO_file/CASTELLI%20OLTREPO%20BASSO%20OVEST/CASTELLO%20OLTREPO_STEFANAGO.htm

Foto: la prima è presa da http://www.paviaedintorni.it/temi/arteearchitettura_file/ARTE%20E%20ARCHITETTURA_CASTELLI_OLTREPO_file/CASTELLI%20OLTREPO%20BASSO%20OVEST/CASTELLO%20OLTREPO_STEFANAGO.htm, la seconda è di Solaxart 2012 su https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Stefanago.htm

venerdì 3 febbraio 2023

Il castello di venerdì 3 febbraio



MONTECALVO IRPINO (AV) - Castello Pignatelli

La prima notizia storica di Montecalvo è contenuta in un documento del 1096, in cui si fa riferimento all'invio di circa sessanta armati di quella zona nella spedizione in Terrasanta voluta da Guglielmo il Buono. La cronaca di Alessandro Telesino ricorda che nel 1137 re Ruggero II, sovrano normanno in guerra con il conte di Avellino, si accampò ai piedi del castello di Montecalvo. Nel Catalogo dei baroni risulta che la prima famiglia feudataria fu quella dei Potofranco. In seguito alle distruzioni provocate dalle truppe di Manfredi di Svevia, il feudo venne concesso dapprima al nobile Matteo Diletto (1276) e poi donato dal re Carlo I d'Angiò al salernitano Giovanni Mansella. Dalla fine del 1300 Montecalvo seguì le vicende della contea di Ariano, alla quale rimase aggregata durante i governi dei de Sabran, degli Sforza e dei Guevara. Il violento terremoto del 1456 determinò lo sprofondamento di parte del centro abitato (probabilmente nel Fosso Palumbo) e la successiva espansione urbana fuori dalle mura, che non furono più ricostruite. Nel 1486 il feudo passò sotto il diretto governo della Regia Corte e otto anni più tardi fu venduto, assieme ai feudi di Corsano e Pietrapiccola, dal re Alfonso II d'Aragona a Ettore Pignatelli, duca di Monteleone e viceré di Sicilia. Costui gestì le rendite provenienti dal territorio fino al 1501, anno in cui il paese fu venduto ad Alberico Carafa primo duca di Ariano. Durante la breve dominazione francese, che ebbe inizio nello stesso anno 1501, signore di Montecalvo fu Pietro del Rohan, maresciallo di Francia e fedelissimo di re Ludovico. Ristabilito il potere spagnolo, re Ferdinando il Cattolico restaurò il ducato arianese che, con Montecalvo, tornò in possesso di Alberico Carafa. Nel 1505 Montecalvo fu donata da questi al figlio secondogenito Sigismondo, che nel 1525 ne fu nominato conte. Per quasi un secolo i Carafa amministrarono la contea di Montecalvo, fino a quando, nel 1594, fu acquistata da Carlo Gagliardi, che nel 1611 si fregiò del titolo di duca. Alla sua morte, nel 1624, il ducato tornò alla famiglia Pignatelli, a cui appartenne fino al 1806, anno dell'abolizione dei diritti feudali nell'Italia meridionale. Situato nel punto più alto del paese, il castello subì molte trasformazioni nel corso dei secoli, con la distruzione delle torri originarie e l'aggiunta dei bastioni sul lato nord-ovest. L'aspetto odierno dell'edificio lo si deve all'importante opera di restaurazione voluta dai Pignatelli, dopo il forte danneggiamento causato alla struttura dal terremoto del 1456, nonché a quella dei Carafa che hanno detenuto il feudo per più di trecento anni, fino agli inizi dell'Ottocento. Nel 1611 il Castello venne definitivamente mutato in Palazzo ducale. Altri due eventi tellurici del 1930 e del 1962 hanno danneggiato la struttura del Palazzo. L'edificio era diviso internamente in due piani; le cortine si elevano per oltre dieci metri e si sviluppano per una lunghezza di venti metri. Di più antico restano le imponenti strutture del piano terra e pochi ruderi del piano superiore. Si possono ancora ammirare, inoltre, i bastioni settencenteschi progettati per difendersi dall'assalto delle truppe nemiche. Oggi al Castello Pignatelli, restaurato nuovamente di recente, si accede attraverso un artistico portale in pietra arenaria datato al 1505 e delimitato da due colonne ioniche antistanti in rilievo. Esse sorreggono un frontone rettangolare in cui è visibile lo stemma della famiglia Gagliardi. Il portale immette nel cortile interno dove un secondo portale archivoltato conduce ad uno degli ambienti situati al pianterreno. All’esterno sono ancora visibili una torre di forma cilindrica, caratterizzata dalla presenza di una cisterna con pozzo situata al primo livello, e le cortine murarie che circondano tutta la corte del castello. Esse appartengono sia all’edificio rinascimentale che alla più antica struttura difensiva medioevale, in origine costituita dalla torre circolare e da un recinto fortificato. Altri link suggeriti: http://www.irpinia.info/sito/towns/montecalvo/castle.htm, https://www.youtube.com/watch?v=WjWvgl85HuA (video di IP motive, quello di Montecalvo è il primo castello mostrato), https://www.youtube.com/watch?v=N0qpTwaAU24 (video di Castelli d'Irpinia)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montecalvo_Irpino, https://sistemairpinia.provincia.avellino.it/it/luoghi/castello-pignatelli-di-montecalvo-irpino, http://www.castellidirpinia.com/montecalvo_it.html, https://www.museodeicastelli.it/castelli/montecalvo-irpino-castello-ducale-pignatelli/

Foto: la prima è di vlv_official_one su http://www.paesaggiirpini.it/foto/montecalvo-irpino/castello/6384/, la seconda è della mia amica Romina Berretti

giovedì 2 febbraio 2023

Il castello di giovedì 2 febbraio



NICHELINO (TO) - Castelvecchio in frazione Stupinigi

Il castello detto “Castelvecchio” si trova in località Stupinigi ed è posto sul fianco destro della Palazzina di Caccia juvarriana, proprio alla svolta della strada da Vinovo. E’ un grande edificio di fondazione basso medievale, pesantemente rimaneggiato nel Settecento a pianta vagamente quadrata, con al centro un ampio cortile, affiancato da una tettoia per il ricovero di attrezzi agricoli e animali, costruito in mattoni rossi e sormontato da tre torri dello stesso materiale. La muratura è decorata a rilievo con mensole scalari in laterizio. All'impianto medievale è stato aggiunto, in epoca più recente, il corpo di fabbrica a quattro piani che sovrasta in altezza persino l’originaria torre a pianta quadrata, posta a difesa dell’ingresso. Il primo nucleo del castello è già documentato nel 1288. Passò in diverse mani: la famiglia Sili, i cistercensi dell’Abbazia di Staffarda. Nel 1396 il castello e il territorio di pertinenza vennero venduti a Pietro de Caburreto. In seguito la proprietà fu acquisita dalla principessa Bona di Savoia e alla sua morte nel 1431, con gli altri beni degli Acaia, tornò al primo duca Amedeo VIII. Poi per più di un secolo restò in feudo ai marchesi Pallavicino (i fratelli Carlo e Oddenino), subendo diverse modifiche e rifacimenti e assumendo le fattezze di fortezza quattrocentesca. Nel 1556 vi si insediò il governatore francese del Piemonte Carlo di Cossè, signore di Brissac e, nel 1562, fu ceduto ai cavalieri De Enrice e De Cremieux. Nella trattativa, però, qualcosa andò storto e il prezzo pattuito non venne pagato. I beni furono quindi venduti al conte Matteo di Cocconato, figura ombra per il duca Emanuele Filiberto. Il 29 gennaio 1573 lo stesso duca dichiarò che l’acquisto era a suo nome e fece dono di beni, giurisdizioni e diritti all’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro da lui appena fondato. Nel Settecento con la costruzione della Palazzina di Caccia il paesaggio di Stupinigi cambiò radicalmente: alcune case e la chiesa del borgo furono abbattute e il castello, decisamente ridimensionato, assunse il suffisso di “vecchio”. Di fatto per tutto l’Ottocento divenne un popolato condominio che ospitava decine di affittuari, personale, militari e guardiacaccia di servizio a Stupinigi. Mantenne però gli elementi del castello quattrocentesco: le torri quadrate, i cortili interni, gli spettacolari soffitti a botte e le tracce dell’impianto medievale. Dal 2005 il castello è in stato di completo abbandono; rientra tra le proprietà inalienabili della Fondazione Ordine Mauriziano (presieduta dall’ex segretario generale della CRT Angelo Miglietta), a cui secondo statuto spetta la salvaguardia del “patrimonio storico, culturale, religioso e paesaggistico di pertinenza sabauda nei secoli raccolto dall’ordine”, e che annovera tra le proprietà gioielli come la Palazzina di Caccia di Stupinigi, Sant’Antonio di Ranverso, l’Abbazia di Staffarda, la Basilica Mauriziana, le Chiese di Cagliari e Asti e terreni vari quasi impossibili da vendere per il vincolo d’uso che si portano addosso. 
Altri link suggeriti: http://www.parchireali.it/parco.stupinigi/punti-interesse-dettaglio.php?id_pun=1466, https://www.youtube.com/watch?v=9CP8S_rPaxI (video di A.G ARTIVISION), https://www.youtube.com/watch?v=s1NdV4SbELc (video di Albyphoto-Urbex Italia), https://www.nichelino.com/news/index.php/come-eravamo/22-c-era-una-volta/2531-castelvecchio-degrado-irreversibile, https://www.youtube.com/watch?v=fA6yxryIak4 (video di Max Wave)

Fonti: http://archeocarta.org/nichelino-to-castelvecchio-di-stupinigi/, https://comune.nichelino.to.it/stupinigi/la-zona-di-stupinigi/, https://www.univoca.org/nichelino-to-loc-stupinigi-castelvecchio/

Foto: la prima è di PR Stupinigi su http://www.parchireali.it/parco.stupinigi/punti-interesse-dettaglio.php?id_pun=1466, la seconda è presa da https://www.univoca.org/nichelino-to-loc-stupinigi-castelvecchio/