lunedì 31 agosto 2020

Il castello di lunedì 31 agosto




COLOGNO AL SERIO (BG) - Rocca

Il vero fiore all’occhiello di Cologno (di cui ci eravamo già occupati per parlare di Castel Liteggio, https://castelliere.blogspot.com/2016/03/il-castello-di-giovedi-3-marzo.html) è la sua rara conformazione urbanistica di borgo murato, rimasta straordinariamente fedele all’originaria struttura medievale: un centro storico compatto racchiuso da un fossato circolare ancora adacquato, che dona a Cologno un aspetto assolutamente inconfondibile. Al suo interno si accede esclusivamente da quattro porte-torri, tutte ancora intatte, collocate lungo gli assi direzionali che portano rispettivamente a Bergamo (Porta Rocca, nord), Brescia (Porta Gnano), Milano (Porta Moringhello) e Crema (Porta Cassatica). Il fossato, in origine meno profondo e largo, assunse le attuali dimensioni sotto la dominazione veneziana. La Serenissima concesse, infatti, particolari privilegi economici (1433) a patto che gli abitanti allargassero il canale e rafforzassero mura e castello, all’epoca gravemente danneggiati dai continui scontri per il predominio dei territori. La porta nord, inglobata nella Rocca, era l’avamposto della fortificazione, la più importante e solida: la sua facciata, non a caso, era parzialmente decorata, come testimoniano i lacerti di affreschi e lo stemma della famiglia Moioli, che governò il borgo a cavallo fra Cinquecento e Seicento. Da qui gli uomini di guardia potevano avvistare i nemici e far alzare i ponti levatoi che difendevano tutti e quattro gli ingressi. Probabilmente di fondazione duecentesca, la porte-torre fu rinforzata e ampliata ripetutamente nel corso dei secoli (insieme al resto delle fortificazioni), come documentano i suoi diversi tessuti murari: ciottoli disposti a spina di pesce alternati a mattoni per le epoche più antiche, laterizio in cotto per i periodi successivi. Le archibugiere, invece, fori di forma quadrangolare, sono il risultato di ammodernamenti militari risalenti alla seconda metà del Cinquecento, necessari per far fronte all’avvento delle armi da fuoco. La Rocca, oggi sede del Municipio di Cologno al Serio, era il luogo più sicuro di tutto il sistema difensivo. Si presenta con una pianta semicircolare: il fronte esterno è compatto, con la porta nord al centro e due angolari (quella a oriente è poligonale); il fronte rivolto verso il borgo è a sua volta protetto da un secondo fossato, detto la Peschiera (in quanto luogo di pesca e, quindi, di sostenimento per la popolazione), e da un terrapieno scarpato, rinforzato da arcate dotate di feritoie e da ben tre torri (ne rimane integra solo una, la torre carceraria). La torre centrale, anch’essa passante e dotata di ponte levatoio, è stata distrutta nell’Ottocento. In questo modo il borgo era difeso sia dagli attacchi di nemici esterni sia da quelli interni, frequenti soprattutto nell’instabile periodo storico che vide scontrarsi assiduamente le diverse fazioni dei guelfi e dei ghibellini. Le origini medievali della Rocca, oltre che dalle caratteristiche murarie e architettoniche, sono confermate da un affresco duecentesco raffigurante un cavallo gualdrappato e il suo cavaliere, venuto alla luce casualmente nella Sala del Cavallo durante i restauri in vista dell’apertura degli uffici comunali: una volta rimossa la terra accumulata nei secoli, sono comparsi la sala voltata e un buio corridoio che doveva condurre alla torre poligonale. La struttura muraria delle cortine è costituita in prevalenza da ciottoli disposti a spina di pesce mentre il basamento, dalla scarpa molto pronunciata verso il fossato, è in mattoni. Dalla parte opposta il castello è stato rafforzato mediante un muro dalla conformazione planimetrica a semicerchio. Al primo piano del Municipio, il cui restauro ha portato al disvelamento di altri affreschi, troviamo la sala più interessante sotto il profilo storico-artistico. Nella parte superiore delle sue pareti è emersa una fascia decorativa: simboli della passione di Cristo e altri di non immediata comprensione si alternano a scene di paesaggio che paiono avere anch’esse un significato biblico, inserite in un sistema di finte cornici in stucco. Proprio la singolare iconografia religiosa ha fatto ipotizzare che questa fosse la cappella della famiglia Moioli, dato confermato dalla datazione stilistica del ciclo decorativo. La Giunta comunale ha scelto con oculatezza la stanza in cui riunirsi: collocata nel luogo più strategico della rocca, al secondo piano della porta nord, proprio da qui anticamente si osservava la pianura circostante e si difendeva il borgo, come dimostrano le feritoie verticali e gli alloggiamenti, ben visibili, che servivano per i bolzoni che sollevavano il ponte levatoio. Certo un luogo dall’alto valore simbolico. Nell’adiacente sala del Consiglio comunale, campeggia su una parete la Madonna con il bambino che decorava originariamente la facciata di Porta Rocca (ora sostituita da una copia): la tradizione vuole che sia opera di Giovan Paolo Cavagna, pittore assai a rinomato Bergamo a cavallo tra Cinquecento e Seicento (sue opere certe sono conservate nella parrocchiale). In un castello che si rispetti non poteva certo mancare la prigione. Dalla sala consiliare si accede direttamente ad un giardino sopraelevato dominato da un albero secolare. Sul lato orientale, addossata alle mura, si trova la torre carceraria, sviluppata su due piani: costruita sotto il domino veneziano, venne poi sopraelevata nel secondo Cinquecento. Al pian terreno venivano rinchiusi ladri, delinquenti e coloro che si opponevano al signore dominante, costretti in due metri quadrati di mura umide e buie. Altri link suggeriti: https://www.ettoremajorana.edu.it/progetti/castelli/cologn00.htm, http://www.italiadiscovery.it/storia/castello-di-cologno-al-serio.html,

Fonti: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00062/, https://primabergamo.it/viva-berghem/la-rocca-di-cologno-al-serio-un-bel-posto-dove-trascorrere-una-giornata-estiva/?refresh_ce

Foto: la prime due sono prese da https://www.comune.colognoalserio.bg.it/galleria/rocca-porte-fossato, mentre la terza è di Diego Berti su https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia

domenica 30 agosto 2020

Il castello di domenica 30 agosto



CASTEL SAN NICCOLO' (AR) - Castello di Borgo alla Collina

Borgo alla Collina fa parte del Comune di Castel San Niccolò dal 1776. Il paese conserva il tipico impianto medioevale con il castello e la sua torre quadrata. Posizionato in Casentino sulla Strada Regionale della Consuma, si fa ben ricordare per il fatto che questa importante strada passa proprio sotto il suo castello attraverso un arco. Fu signoria dei conti Guidi del ramo di Battifolle e di Poppi, cui apparteneva il conte Roberto, amico del Petrarca, che assegnò in dote il villaggio, con le sue giurisdizioni e distretto, alla figlia contessa Elisabetta, moglie di Giovanni di Cante Gabrielli da Gubbio. La contessa, riferisce un atto pubblico del 1392, pose sotto “l’accomandigia” della Repubblica Fiorentina se stessa e Borgo alla Collina, con obbligo di cederlo al Comune di Firenze alla sua morte. La morte avvenne nel 1441, ed il comune di Firenze donò il castello a Cristoforo Landino, umanista e segretario della Repubblica Fiorentina, come premio dei suoi servigi. Nato a Firenze da famiglia originaria di Pratovecchio, il Landino e' morto a Borgo alla Collina nel 1504: il suo corpo e' conservato all'interno della chiesa parrocchiale di San Donato. Cristoforo Landino fu anche l'autore del commento alla prima edizione della Divina Commedia, pubblicata a Firenze nel 1481. Nella chiesa di San Donato si conserva anche il prezioso Trittico di Santa Caterina, dipinto su tavola che proviene dall’antica cappella del castello. I passaggi di proprietà del castello nei periodi successivi sono abbastanza complessi. Sappiamo che all'inizio del 1700 apparteneva alla famiglia Bassi dalla quale nel 1736 passò, a seguito di un matrimonio, alla famiglia Gatteschi. E sempre a seguito di un matrimonio nel 1850 alla famiglia Nardi di Pratovecchio. Nelle divisioni patrimoniali, il palazzo toccò a Elisa Nardi, che andata in sposa il 19 giugno 1884 a Giuseppe Pauer, la fece divenire una delle importanti dimore della nuova famiglia. Tanto che nel 1895 i Pauer d’Ankerfeld vi ricevettero il Re d'Italia. Giuseppe Pauer fu segretario generale della prefettura dell'Arno con i francesi e nel 1844 assunse anche, per un certo periodo, la direzione della Segreteria di Stato con il granduca. A seguito della morte del figlio di Elisa, il castello, con gli altri beni, passò nuovamente alla famiglia Nardi. fino ad arrivare, attualmente, al demanio che lo ha concesso in affitto all’ Accademia Casentinese che ne ha fatto la sua sede. La casa del Landino, divenuta nel tempo proprietà demaniale e restaurata dopo le rovine provocate dalla seconda guerra mondiale, è stata eletta a sede dell'Accademia Casentinese di Lettere-Arti-Scienze ed Economia. In virtù, soprattutto, dell'opera che l'Accademia Casentinese ha finora svolto, assumendo iniziative di respiro internazionale e ospitando e premiando personalità di ogni paese, si può davvero affermare che il castello di Borgo alla Collina è uno dei luoghi più ricchi di storia e di cultura del Casentino. La Torre quadrata di avvistamento del Castello conserva intatto il suo fascino, mentre il corpo centrale, restaurato dopo la distruzione dell’ultimo conflitto mondiale, fa bella vista di sè. Altri link suggeriti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_San_Niccol%C3%B2#Borgo_alla_Collina, https://www.youtube.com/watch?v=2fBX9GVFME4 (video di Pablo Bisquera)

Fonti: http://www.ursea.it/walking/1155/percorso.htm, https://casentinolive.it/castello-di-borgo-alla-collina.html, https://www.visittuscany.com/it/attrazioni/borgo-alla-collina/,

Foto: la prima è di Aldo Innocenti su http://www.ursea.it/walking/1155/borgo_collina_porta_castello_3.jpg, la seconda è una cartolina d'epoca su https://casentinolive.it/castello-di-borgo-alla-collina.html

Il castello di sabato 29 agosto



RIGNANO GARGANICO (FG) - Palazzo baronale

Già fortezza militare in età medievale, tappa marginale della via sacra langobardorum per i viaggiatori che attraversavano il Gargano diretti alla grotta di san Michele Arcangelo di Monte Sant’Angelo, Rignano Garganico è genericamente citata nel 1029 nell'atto di donazione di alcuni beni rustici, da parte del catepano bizantino Cristoforo, al monastero di San Giovanni "de Lama" (oggi monastero di San Matteo a San Marco in Lamis). Conquistata dai Normanni - primo signore conosciuto fu, poco prima del 1130, Tancredi figlio di Goffredo, venne dotata presumibilmente tra XI e XII secolo di una struttura castellare baronale. Nel 1158 Rignano venne annessa all'abbazia di Montasacro. Con l'istituzione della Dogana della Mena delle pecore ad opere di Alfonso I d'Aragona, alla metà del Quattrocento, Rignano fece parte della "Locazione di Arignano", che comprendeva 17 "poste" per il riposo delle greggi transumanti. Passata nella prima metà del secolo XVII nelle mani del barone Troiano Corigliano, la località rimase per circa due secoli feudo dei Corigliano. Nel borgo, da vedere è sicuramente il Palazzo Baronale, le cui origini sembrano risalire al periodo che va dal 1095 al 1129. Il palazzo fu edificato su una costruzione più antica e dalla struttura più rudimentale, mentre sembra che la torre adiacente, di forma cilindrica, sia più antica: risalirebbe infatti al X-XI secolo e, come il palazzo, pare sia stata innalzata su una struttura precedente, di matrice bizantina. Altre torri facevano parte del circuito murario della località. Altro link consigliato: http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=421 (visita virtuale)

Fonti: https://www.borghiautenticiditalia.it/borgo/rignano-garganico, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/144/localita/4178/it/Rignano-Garganico, testo scheda su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/foggia/rignano.htm

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è presa da http://www.rignanonews.com/index.php/spazio-cultura/348-il-cavallo-bianco-storia

venerdì 28 agosto 2020

Il castello di venerdì 28 agosto



ROMAGNANO AL MONTE (SA) - Castello

Il centro storico si presenta arroccato su un crinale a picco sulle gole del fiume Platano che in quel tratto segna il confine tra la Campania e la Basilicata. In epoca romana il suo territorio ricadeva sotto la giurisdizione dell'antica Volcei, cioè dell'attuale Buccino. Di tale periodo non restano che le affioranti tracce di un pavimento in opus signinum nei pressi di una villa in località San Pietro, e altri resti sparsi.In epoca longobarda, un nucleo più consistente di abitanti venne a insediarsi laddove oggi sorge il centro storico del vecchio insediamento, distrutto dal sisma del 23 novembre 1980. Sul volgere del primo millennio fu costruito in quel posto un castello e, poco distante, verso est, la prima chiesa parrocchiale intitolata alla Madonna del Parto e poi all'Assunta. I ruderi di questi due monumenti sono ancora visibili. Agli inizi della seconda metà del XVII sec., la parrocchia fu trasferita nella nuova chiesa dedicata alla Madonna del Rosario e ricostruita dalle fondamenta nella seconda metà del secolo successivo. Il castello sorse probabilmente sul luogo di una torre preesistente. Abbandonata in seguito al sisma del 23 novembre 1980, fu di nuovo riedificata ab imis fundamentis sotto lo stesso titolo nel nuovo insediamento in località Ariola.
Le prime notizie scritte compaiono in un registro databile al 1167. Nel 1297 la famiglia D'Alagni, detta anche de Lagni o d'Alaneo, ottenne il feudo di Romagnano in Principato Citra. «Il feudo di Romagnano rappresenta un raro caso di stabilità contro la mobilità di gran parte dei feudi meridionali. Esso infatti appartenne, salvo brevi interruzioni alla famiglia Ligni (o Lagni) dal Duecento fino al terzo decennio del Settecento e, successivamente, ai Torelli (o Torella) fino all'eversione della feudalità». «L'anno 1625 Isabella Lagni (Ligni), maritata in prime nozze con Raniero Lagni (Ligni), non sappiamo se zio o cugino, fece elevare il feudo da baronia a marchesato».
Nel primo decennio del XIX secolo scoppiò una sanguinosa lotta tra il feudatario e i briganti, che trucidarono i due figli del barone: Paolo e Ottavio Torella. L'autore dell'efferato crimine, il brigante Antonio Di Leo, il primo marzo del 1810 fu impiccato e dopo morto gli fu tagliata la testa, che restò per diverso tempo esposta nella piazza del paese. Nello scorso secolo, personaggio di un certo rilievo è stato l'arciprete Tommaso Alessio che divenne pro-vicario del cardinale Alessio Ascalesi di Napoli. 
Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=eCxd9fCV190 (vidoe del Gruppo Ricerca Paranormale Taranto),http://www.comune.romagnanoalmonte.sa.it/index.php?action=index&p=76, https://www.youtube.com/watch?v=nar3sEJXROE (video aereo di lux art), https://www.youtube.com/watch?time_continue=57&v=t4l7wELCWMA&feature=emb_logo (video di Alessandra Borriello)


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Romagnano_al_Monte, http://www.paesifantasma.it/Paesi/romagnano-al-monte.html


Foto: è presa da https://www.lacittadisalerno.it/cultura-e-spettacoli/mai-pi%C3%B9-paese-fantasma-1.1376943

giovedì 27 agosto 2020

Il castello di giovedì 27 agosto



MASIO (AL) - Castello di Redabue

Posto in una zona teatro per secoli di lotte per il possesso del Monferrato, il Castello di Redabue venne edificato nel XIII secolo. La strategica posizione del feudo, al controllo della media valle del Tanaro, si risolse nei secoli uno svantaggio, per le ripetute devastazioni e demolizioni cui andò incontro. Oggetto di scontri e saccheggi tra le famiglie dei Paleologhi e dei Visconti, la storia riporta già nel 1440 una distruzione del castello ad opera di Facino Cane assoldato da Teodoro II di Monferrato, in un momento di declino del potere visconteo. Da documenti di archivio si sa che il feudo allora detto redabò il 16 marzo 1445 venne venduto ai conti Scarampi che ne mantennero la proprietà fino alla fine del XVIII secolo, quando castello e proprietà passarono alla famiglia Della Rovere. Nuovamente nel ‘600 il Castello di Redabue costituì uno dei punti nevralgici durante ben due guerre di successione del Monferrato provocate dalle ambizioni dei Savoia sul territorio alessandrino. Il Castello più volte perduto e ripreso dagli spagnoli contro i franco savoiardi di Vittorio Amedeo II, subì grossi danneggiamenti fino al ‘700 allorché il Monferrato divenne di casa Savoia. Attualmente al suo interno rimangono, a testimonianza delle sue origini antiche, alcuni archi di tufo alternati a mattoni databili intorno al XIII secolo, i piombatoi difensivi sulle facciate, le torri merlate ed una torre quadrata scostata dal corpo principale. Dal 1830 il Castello e tutta la tenuta vennero acquistati dalla famiglia Doria Lamba che vi stabilì la sua residenza estiva. E' stato completamente restaurato all’inizio nel '700, con il ripristino della primitiva struttura del fabbricato. Attualmente il castello si presenta con un corpo basso, ad un piano, da cui sporgono una torre isolata quadrata e leggermente discosti un corpo di fabbrica a due piani con torre tonda. Posto su una collinetta in un bellissimo parco di circa dieci ettari, con lunghi viali e grandi prati, il castello non è aperto al pubblico, ma è disponibile per eventi privati con 7 camere e 3 appartamenti perchè gli ospiti possano riposare durante le feste o trascorrere la notte. La chiesetta con il suo interno barocco, progettata dall' architetto Filippo Juvarra, è la cornice ideale per nozze importanti. Il castello è stato inserito nel circuito dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=mJg_2jZbbWs (video di Franco live), https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_AL_Castello_Redabue.htm, https://www.youtube.com/watch?v=njBI3sI0-EA (video di Roby Allario), https://www.youtube.com/watch?v=-2hpanKlrqg (video si Max Wave)

Fonti: http://www.redabue.it/, https://www.settemuse.it/viaggi_italia_piemonte/al_masio_castello_redabue.htm, http://www.castellipiemontesi.it/pagine/ita/castelli/redabue.lasso, http://www.monferratontour.it/it/risorsa/castello-di-redabue/a042f4d15c98ec09e15eced4598522a9/24065aa18d05831e76cd35a12e276ecf/, https://it.wikipedia.org/wiki/Masio#Castello_di_Redabue

Foto: la prima è presa da http://www.monferratontour.it/it/risorsa/castello-di-redabue/a042f4d15c98ec09e15eced4598522a9/24065aa18d05831e76cd35a12e276ecf/, la seconda è presa da http://www.redabue.it/

mercoledì 26 agosto 2020

Il castello di mercoledì 26 agosto




NARNI (TR) - Castello in frazione Itieli

A 600 metri d’altezza sul crinale di una collina, messo strapiombo su un lato, il minuscolo borgo un tempo carico di funzioni e prestigio, rimane oggi immerso in un ambiente naturale e paesaggistico davvero notevole: forse il migliore tra quelli che affacciano sulla conca ternana.
«Castrum Ithiulorum», castello degli Itieli(o Itiuli), come testimoniano i documenti del XIII e XIV sec. trae probabilmente il nome dalla famiglia che ne ebbe il dominio nell’alto medioevo oppure forse per la sua particolare posizione. Le varie ipotesi che sono state fatte a tale riguardo, riconducono comunque il toponimo ITIELI al significato di “terra di confine”. Posizionato sulla linea di demarcazione tra i territori di Narni e Terni, è stato più volte soggetto ad assalti. Fin dal XII secolo gravitò nella sfera d'influenza narnese, anche se poi passò alcune volte con lo Stato della Chiesa, a seconda della convenienza nel pagamento delle tasse. Anche se in gran parte degradato allo stato di rudere o manomesso da trasformazioni successive, si può ancora leggere l’originario impianto di difesa: cinta muraria, torri, fortificazioni, che si può datare ai sec. XIII, XIV. La torre principale (detta «dongione» per significare dominio, potenza) sorgeva ovviamente al vertice dell’abitato; intorno correvano le mura, intervallate da torri quadrate o semicircolari. Rimangono oggi alcuni tratti con merlature e piccole torri in parte diroccate. La porta d’ingresso si trova a valle, difesa da una torre circolare. Ancora, si vede una porta bastionata vicino ad una torre che costituisce ora l’abside della chiesa di S. Maria sul cui altare maggiore si trova un quadro importante per conoscere le fattezze di Itieli che vi è stato riprodotto ai primi del XVII sec. A nord-ovest si trova un’altra porta di accesso.
Il castello di Itieli, dalle antiche origini, rappresenta una delle perle del contado narnese; la sua felice posizione, proprio in una insenatura dei monti che dominano la valle Ternana, lo rendono una località amena e ridente, mèta di molte famiglie durante l’estate e un luogo piacevole dove vivere tutto l’anno. Così come piace chiamarla agli abitanti di Itieli, dal nome di una delle famiglie più antiche che accamparono diritti sul castello, la torre "degli Aimuccis" è situata a guardia dell’ingresso principale dell’antica cinta muraria del paese. È stata restaurata nell’estate 2012, come completamento dei lavori che, nel 2008, avevano portato al rimontaggio dello stesso arco d’ingresso con i suoi pezzi originali e che, per lunghi anni, era rimasto smontato. Probabilmente la torre in origine aveva una pianta quadrangolare che poi è stata modificata fino ad assumere la forma attuale; da notare anche le due diverse feritoie. L’opera va inquadrata nell’ambito del piano di riassetto militare del castello, dovuto forse, così come si legge negli Statuti Narnesi, al suo passaggio ufficiale a “castrum” che gli attribuisce quindi le funzioni prettamente militari. Al suo interno è ancora visibile il pavimento in pietra originale, sostituito poi in parte da quello in cotto, forse per un semplice motivo di una manutenzione più facile. La torre è stata poi utilizzata come ricovero per gli animali e poi come piccola discarica. Finalmente ritrovata la sua dignità sarà utilizzata come sede di un piccolo archivio storico, destinato a raccogliere notizie, articoli, foto e testimonianze relative al paese. Altri link suggeriti: https://vivereebenessere.altervista.org/itieli-borgo-umbro-rinato/, https://www.facebook.com/itielipaese/videos/319625281951966 (video di itielipaese con riprese aeree)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Itieli, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-itieli-narni-tr/

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-itieli-narni-tr/

martedì 25 agosto 2020

Il castello di martedì 25 agosto



PALOMBARA SABINA (RM) - Torre di Monte Morrone (o Torretta Cruciani)

La torre di avvistamento,risalente ad epoca medievale,si trova sulla cima del monte Morrone a quota 1053 m. Il punto di osservazione permette di controllare tutta la vallata sottostante,dove con chiarezza è visibile il borgo di Palombara Sabina. La torre è perfettamente conservata,si consiglia di prestare comunque molta attenzione nel visitarla. Al monte si arriva o direttamente da Palombara Sabina,salendo rapidamente lungo il sentiero della funivia abbandonata,oppure (consigliato) arrivarci dal monte Gennaro. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=4Aankpl8MHQ (video di Paolo26289), http://www.imontagnini.it/Monte_Gennaro_da_Palombara (altre foto), https://www.youtube.com/watch?v=9WNjW7dG3OQ (video di Luigi Manfredi), http://www.bicinatura.it/index.php/2013/06/16/12692/


Fonte: https://www.geocaching.com/geocache/GC4RRMP_la-torre-di-monte-morrone-della-croce?guid=b0e14109-ca66-4dcf-8dac-02186b1d45f0

Foto: la prima è presa da https://www.pinterest.it/pin/561894490992129229/, la seconda è presa da https://denveredintorni.wordpress.com/2014/03/25/il-morrone-della-croce-e-i-25-tornanti/

lunedì 24 agosto 2020

Il castello di lunedì 24 agosto



CARTOCETO (PU) - Castello in frazione Ripalta

Ripalta è un piccolo agglomerato di case a 215 mt di quota su un'alta ripa affacciata sul Rio Secco, al confine col Comune di Mombaroccio, comprendente anche i ruderi del Castello omonimo. Data la sua posizione privilegiata, al disopra di una boscaglia e di alte ripe, Ripalta fu uno dei vari fortilizi che sorgevano un po' ovunque nell'entroterra con funzione di avvistamento e di controllo. Scarsa è la documentazione che si può rintracciare su Ripalta. La prima notizia sul Castello risale al 1175 e si trova in una concessione enfiteutica della canonica della cattedrale di Fano concernente "totum mansum Roncalfi in curte castri Ripalte ... medietatem de orticello ante portam castri Ripalte, a latere cuius primo est via que vadit iuxta castrum". Nel 1283 faceva parte dei "castelli al di qua del Metauro" soggetti alla città di Fano. Più tardi Ripalta, pur “meschinissima villa della diocesi di Fano", arrivò a possedere tre chiese; attorno al 1800 ne rimarrà una sola, quella parrocchiale, che prenderà il nome dei santi Biagio e Cesario. Rappresentò il rifugio di briganti fin dalla seconda metà del XVI secolo. Del Castello è rimasto visibile solo un brandello di muro della torre, originariamente alta quindici metri, da cui si può dedurre che esso era costruito su strati verticali a strapiombo sul Rio Secco. Per approfondimenti: http://www.lavalledelmetauro.it/contenuti/opere-specialistiche/scheda/5488.html, http://www.culturaitalia.it/viewItem.jsp?language=it&case=&id=oai%3Asirpac.cultura.marche.it%3A77030

Fonti: http://www.lavalledelmetauro.it/contenuti/comuni-del-bacino/scheda/8069.html, http://www2.comune.cartoceto.pu.it/visitare_cartoceto.htm

Foto: entrambe del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini

venerdì 14 agosto 2020

Riposo estivo



Cari amici del blog,

mi fermo per un po' di giorni, ho bisogno di staccare un po' la spina da un punto d vista di ricerche e pubblicazioni. Non è detto, invece, che in queste settimane di agosto non abbia modo e tempo di andare a visitare qualche castello laziale, vedremo. Per tutti voi l'augurio di Buon Ferragosto e di trascorrere divertenti giornate a casa o in villeggiatura. Ci rivediamo il 24 agosto !!

Valentino

mercoledì 12 agosto 2020

Il castello di giovedì 13 agosto




CAVRIGLIA (AR) - Castello di Montedomenichi

Da documenti del '200 e del '300 veniamo a sapere che nel territorio del comune di Cavriglia le più antiche famiglie feudatarie erano quelle dei conti Guidi e dei Ricasoli con i loro "consorti" Firidolfi; poi, così come in altre zone del Valdarno, salirono alla ribalta le potenti famiglie degli Ubertini e dei Pazzi e infine i Franzesi. Fino alla seconda metà del '200 il Castello di Montaio fu possedimento dei Guidi e roccaforte ghibellina contro la Repubblica Fiorentina, che infine lo conquistò. Stessa sorte toccò al Castello di Montegonzi, località già menzionata nei "Decimari" del XIII e XIV secolo, col nome di San Pietro di Formica, che fu prima possesso dei Guidi, poi dei Ricasoli e poi, dopo il 1314, della Repubblica Fiorentina, che ne acquistò la Rocca. Anche Castelnuovo d'Avane (oggi dei Sabbioni), dopo la battaglia di Montaperti, dovette subire la furia dei ghibellini. Nel territorio del Comune di Cavriglia si trovavano anche altri fortilizi medievali quali il Castello di Montedomenichi, già dei Ricasoli che fu comprato nel 1314 dalla Repubblica Fiorentina per farne un caposaldo difensivo, come testimoniano gli imponenti ruderi; e il Castello di Pianfranzese, che fu luogo d'origine della nobile famiglia dei Franzesi, piccoli nobili, forse vassalli degli Ubertini. Nel medioevo il centro del potere civile della zona aveva sede nel castello di Montaio che fino alla metà del XIII secolo costituì uno dei principali possedimenti dei Conti Guidi. A partire dal Duecento Firenze riorganizzò i territori che ricadevano sotto la propria influenza raggruppando i piccoli borghi del contado in confederazioni denominate “Leghe”. Nel territorio cavrigliese fu fondata la Lega d'Avane che rimase in vita fino al 1774. In quest'anno, a seguito delle riforme leopoldine, il territorio della Lega d'Avane fu annesso a San Giovanni per esserne successivamente distaccato agli inizi dell'Ottocento, per formare il Comune di Cavriglia. Il Castello di Montedomenichi, sorto su un preesistente insediamento di epoca romana, sembra avere preso il nome dalla famiglia Domenichi, fondatrice del fortilizio e ricordata nelle pergamene di Badia a Coltibuono. All’inizio del 1300 entrò in possesso dei “Della Foresta”, la famiglia figlinese che riuscì ad ottenere un discreto potere in questo angolo del Valdarno. I Della Foresta, sia nel ramo che rimase in Toscana , sia in quello che fece fortuna in Francia, investirono molti capitali nei castelli di questa zona. Costruirono, nel momento di massimo splendore, un sistema che si imperniava nel Castello della famiglia di Figline ma che vedeva collegati anche Pian Franzese, Tartigliese, Monte Domenichi e la Badia di Montemuro. Fu proprio nei Castelli di Montedominici e Pianfranzese che questi feudatari ospitarono, nel 1308, i ghibellini fuoriusciti da Firenze. Il castello fu in varie epoche al centro di combattimenti tra Firenze e Siena, essendo al limite del contato fiorentino e in posizione di contrappunto con la rocca di Volpaia dall’altra parte del crinale e, dopo che Firenze lo acquisì nel XIV secolo dai Della Foresta, nel 1483 fu costretta a demolirlo perché, pur possente, era difficilmente difendibile essendo troppo esposto in territorio nemico e per evitare che cadesse nelle mani dei Senesi. Pur ridotto nello stato di rudere, il fortilizio ci rivela una certa imponenza: il nucleo centrale è di forma rettangolare, in adiacenza a questo doveva trovarsi il corpo di guardia. Una delle due torri, probabilmente di epoca più tarda rispetto al resto dell’edificio, è di forma circolare, soluzione piuttosto insolita nell’architettura militare di questa parte della Toscana. Tale torre doveva essere molto alta per permettere una vista agevole in lontananza. Annessa al Castello sorgeva una piccola chiesa dove, secondo la tradizione popolare, nella prima metà dell’Ottocento, ogni anno, il giorno dell’Ascensione, si concentravano grandi sciami di piccole farfalline, volgarmente chiamate “paoline”, che morivano al loro arrivo sul posto. Negli anni scorsi il Comune di Cavriglia ha proceduto ad un primo restauro ma ancora si possono notare un gran muraglione e le torri abbattute e il luogo, pur suggestivo, può essere anche pericoloso e quindi si invita alla cautela nella visita. Altri link per approfondire: https://www.lamiabellatoscana.it/2020/07/escursione-al-castello-di-montedomenichi.html, https://www.youtube.com/watch?v=nF6vKKB-xnc (video di etruscanwarrior), https://www.youtube.com/watch?v=PwLh8YU7Cuw (video di Francesco Ruscelli)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cavriglia, http://www.comune.cavriglia.ar.it/itinerario-2-borghi-e-castelli, http://caivaldarnosuperiore.it/il-castello-di-montedomenichi/

Foto: tutte del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini che le ha scattate sul posto lo scorso 6 agosto.

Il castello di mercoledì 12 agosto



CESIOMAGGIORE (BL) - Castello Cossalter

Con buona probabilità, Cossalter è insediata su preesistenze risalenti alla tarda epoca del bronzo (circa 1.500 a. C., ovvero 3.500 anni fa). Difficile, al momento attuale, sapere quali siano state le vicende successive; per certo si è accertato, in fase di restauro, che il nucleo era un presidio difensivo altomedioevale costituito da vari corpi aggiunti e trasformati nel corso del tempo. La parte della torre del complesso di Cossalter, per ciò che gli storici dell'arte hanno dedotto dal tipo di muratura, dovrebbe risalire al 1100-1200. Vi sono poi altri corpi abitativi con un'ultima aggiunta del 1300, chiamata Palàz dagli abitanti del luogo. Si puo' ben intuire che si tratta di un coacervo di strutture che si addizionano e si sovrappongono senza cancellare completamente l’assetto d’origine. Il nucleo fortificato, dotato di mastio, quello tuttora visibile e ripristinato, è conformato a sperone di nave. Strategicamente era difeso da una cinta muraria esterna molto ampia, della quale affiorano alcuni resti lungo il sentiero di accesso che si collega con il paese di Fianema. Non si sa nulla dei primi proprietari o della famiglia che ne era stata infeudata dai Principi Vescovi di Feltre e Belluno. In un documento del 1300 è menzionata una famiglia da Cossalter che aveva delle proprietà nel luogo, ma non è chiarito il possesso del castello, benché da questi documenti e da altri si dichiara molto spesso che case e terreni sono sive castronum (dentro le mura del castello). Per avere ragguagli più attendibili bisogna risalire alla prima metà del XVI secolo, periodo nel quale la famiglia Facino era proprietaria di torri e case in fortezza (attestazione convalidata dal nobile Giovanni Battista Facino che dichiarava: "Alla venuta di Attila i Facini si tirarono né monti della Villa di Arsomo dove hanno sempre posseduto molti beni, torri e case in fortezza"; notizia confermata anche da Giovanni De Bellati Le fondazioni di una di queste case in fortezza sono state ritrovate nell’area dove sorge attualmente la villa Lusa di Arson. Gli stessi Facino s’impegnarono nella ristrutturazione dell’edificio medioevale di Cossalter adeguandolo al gusto del primo rinascimento e facendo affrescare, sulle facciate, le loro imprese araldiche raffiguranti un orso che si nutre con i grappoli pendenti da una vite abbarbicata a un albero. I Facino si resero invisi alla Repubblica Veneta, nel periodo della guerra di Cambrai, per le loro dichiarate simpatie filoimperiali che costarono ad alcuni componenti della famiglia un lungo periodo di esilio. Da questa epoca in poi compaiono notizie nell’archivio notarile di Belluno (segnalazione di Andrea Bona) che attestano un cambio di proprietà e la comparsa della famiglia Esperti, originaria della Puglia. In successione compare il notaio Cadore e, nel 1600 la famiglia Barcelloni. Verso il 1680/90 (notizia fornita da Monica Frapporti), un violento sisma che colpisce varie parti del bellunese, danneggia l’edificio che, da quel periodo in poi viene sommariamente rabberciato e dato in uso a famiglie di mezzadri, salvo riprendere una certa funzionalità di residenza di campagna tra il 1700 e il 1800 con la comparsa della famiglia Turro dalla quale dovrebbe discendere l’omonimo pittore. La decadenza dell’edificio, con conseguenti, gravi manomissioni strutturali, avviene nel primo ottocento, concludendosi poi con lo sfascio totale della fine del 1900 e con la demolizione, invano contrastata dai proprietari e da Italia Nostra negli anni ’70, che comportò la sparizione di un’intera ala e la costruzione dell’orrenda stalla che tuttora sussiste. Il tutto avvenne nella piena indifferenza della Soprintendenza ai Monumenti, dell’Ente Ville Venete, e del Comune di Cesiomaggiore, preventivamente informati di ciò che stava accadendo. Altro link consigliato: https://www.youtube.com/watch?v=ymx40I_j7b4 (video di Castello di Lusa - Accademia del Melograno).

Fonti: https://ricerca.gelocal.it/corrierealpi/archivio/corrierealpi/2019/08/28/belluno-castelletto-di-cossalter-restauro-da-due-milioni-23.html, testo di Cuore Feltrino su https://www.facebook.com/pg/cuorefeltrino/photos/?tab=album&album_id=993726047337962

Foto: entrambe di Cuore Feltrino su https://www.facebook.com/pg/cuorefeltrino/photos/?tab=album&album_id=993726047337962

martedì 11 agosto 2020

Il castello di martedì 11 agosto




PIOBBICO (PU) - Castello dei Pecorari

Il Castello dei Pecorari si trova sulle pendici di Sud-Ovest del M. della Croce (gruppo del Montiego), a 551 m di quota, circa 2,5 km a N.O. di Piobbico. A dare il nome al castello è stata un’antica famiglia del posto, i Pecorari. Nel 1200 apparteneva ai Brancaleoni della Rocca; successivamente (1481) passò agli Ubaldini. Verso il 1930 venne in parte smantellato per fabbricare una casa colonica. Lo storico Costanzo Felici così lo descrive: "Bellissimo luoco posto in un colle o monticello vicino al fiume Candigliano, poco più d’un miglio lontano dal Piobico verso Casteldurante". Il Castello attorno all’anno mille apparteneva agli Abati del monastero di S. Vincenzo del Furlo. in seguito Gentile Brancaleoni lo aggiunse ai suoi possedimenti (XIII secolo). Nel 1446 il conte Antonio Brancaleoni, signore del Castello dei Pecorari, ebbe la malaugurata idea di prendere parte alla cosiddetta Congiura dei Nobili, congiura ispirata da Sigismondo Pandolfo Malatesta con l’intento di togliere di mezzo il giovane Federico da Montefeltro e annettere così la contea di Urbino a Rimini. A capo della congiura, che avrebbe dovuto trovare compimento durante la festa del carnevale, erano i fratelli Nicolò e Francesco dei Prefetti di Vico, conti di Casteldelci, i quali, per mantenere i contatti con gli altri cospiratori, si erano avvalsi di una popolana di nome Delia. Delia, però, la sera stabilita per la congiura non riuscì a trovare le parole adatte a dissuadere la sua benefattrice Francesca Stati dall’andare a corte per la festa e così dovette lasciarsi scappare fin troppe confidenze. Francesca informò Federico delle losche trame che si sarebbero dovute consumare di lì a poco, salvandolo. I congiurati vennero decapitati nella Piazza di Urbino – Delia compresa – il 26 marzo 1446 e i loro beni furono confiscati. Solo ad Antonio, per via della parentela in essere con i Montefeltro, venne risparmiata la vita, ma la bella Rocca dei Pecorari fu per egli persa, passando sotto il diretto dominio di Federico da Montefeltro. Costui donò il castello Nel 1481 il duca donò la Rocca dei Pecorari e alcuni altri territori limitrofi a Francesco Ubaldini della Carda, fratello di Ottaviano degli Ubaldini e, probabilmente, dello stesso Federico. Francesco si era sposato due volte, e tutte e due le volte con una Brancaleoni, ma nonostante ciò, tra gli Ubaldini e i Brancaleoni, si accese un’aspra rivalità: questi ultimi speravano infatti di poter prima o poi riscattare dietro pagamento il vecchio Castello dei Pecorari, ma la donazione ducale aveva tolto loro ogni possibilità. Le due famiglie che signoreggiavano su Piobbico presero a odiarsi visceralmente e reciprocamente; erano, per così dire, galli da combattimento rinchiusi in un recinto decisamente troppo piccolo. Il forte risentimento esplose drasticamente la notte dell’8 gennaio 1521, quando gli Ubaldini assaltarono il castello dei Brancaleoni (https://castelliere.blogspot.com/2014/03/il-castello-di-lunedi-24-marzo.html) mietendo vittime illustri. La discordia tra le due casate nobiliari si acuì sempre più con il passare degli anni, alimentata anche da futili motivi di vicinato: chi doveva scegliere il parroco? Chi poteva raccogliere legna nel dato bosco e chi no? E chi poteva coltivare quel terreno e passare per quella strada? La vita per i piobbichesi, sudditi dell’una e dall’altra casata, era divenuta un vero inferno, tanto che, nel 1560, le genti legate al Castello dei Pecorari, esasperate, supplicarono il Duca di poter passare sotto la giurisdizione di Casteldurante e prevenire così le possibili discordie inerenti il pascolo del bestiame. Se all’interno della famiglia Ubaldini c’erano spesso screzi, le cose per i Brancaleoni andavano anche peggio: era il 1552 quando Monaldo di Roberto, in duello, uccise Tomasso per via di una divergenza di vedute sulla concessione di una sosta a degli zingari. La vedova prese allora segretamente accordi con gli Ubaldini… Monaldo, per strada, venne pugnalato a morte da tre individui mascherati qualche tempo dopo. Ma la storia di sangue non finisce qui, perché Monaldo venne vendicato da suo figlio Antonio, il quale, la notte del 7 marzo 1566 assaltò con i suoi fedeli la Rocca dei Pecorari, chiudendo per sempre gli occhi a diversi membri della famiglia Ubaldini. La Rocca dei Pecorari rimase di fatto proprietà degli Ubaldini fino all’abolizione del feudalesimo, vale a dire fino al 1816, anno in cui venne venduta, assieme alle terre, dagli ultimi discendenti alla nobile famiglia piobbichese dei Bartolucci, che a loro volta lo cedettero ad un Basili di Urbania. In realtà gli Ubaldini non abitavano più presso la rocca dal 1781, ovvero dal terribile terremoto che danneggiò pesantemente la struttura e che spense molte vite tra la popolazione. Nel 1930 il fortilizio venne in parte smantellato dal nuovo proprietario per ricavarne materiale da impiegare nella costruzione di una casa colonica a poca distanza. Altri link consigliati: http://www.castellodeipecorari.com/, https://www.youtube.com/watch?v=OpFKxu3w_ZY&feature=emb_logo (video di Federico Channel), https://www.pegasusimmobili.it/gli-immobili/ville-e-castelli/541-415-castello-dei-pecorari

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-dei-pecorari-piobbico-pu/, http://www.lavalledelmetauro.it/contenuti/beni-storici-artistici/scheda/11122.html, https://www.ilfederico.com/la-rocca-dei-pecorari/

Foto: le prime due sono prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-dei-pecorari-piobbico-pu/, mentre la terza è di Paolo Mini su https://www.facebook.com/Castellobrancaleoni/photos/a.770499433001970/2291795030872395/?type=3&theater

lunedì 10 agosto 2020

Il castello di lunedì 10 agosto




MELEGNANO (MI) - Castello Visconti-Medici

Il primo receptum su cui poi sorse il castello attuale, venne edificato a partire dal 1243 per volontà di Cattellano Carbone, podestà di Milano, incaricato dalla città della difesa anche delle campagne circostanti il capoluogo. Il castello esistente in quest'epoca era del tipo antico a motta castrale, con fossato e torrette, come riportato da Galvano Fiamma nella sua cronaca della città di Milano, ma venne edificato a sua volta su una precedente fortificazione presente nel medesimo luogo e distrutta nel 1239. La necessità di edificare una fortezza a Melegnano era stata necessaria per Milano per contrastare le continue scorribande dell'imperatore Federico II, nipote di Federico Barbarossa. Nel 1279, i guelfi e i ghibellini di Milano vi sottoscrissero un trattato di pace. La struttura venne poi fortemente ampliata per iniziativa di Matteo I Visconti prima e di Bernabò Viscontii poi, assumendo la classica struttura a quadrilatero con torri quadrate angolari. Il 3 settembre 1402 al castello di Melegnano morì il primo duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, e nel 1468 vi morì la duchessa Bianca Maria Visconti, moglie del primo duca sforzesco Francesco I. Nel 1512 il castello venne passato ai marchesi Brivio che nel 1532 lo vendettero con l'intero feudo di Melegnano e con approvazione dell'imperatore Carlo V, nuovo duca di Milano, alla famiglia dei Medici di Nosigia (nello specifico a Gian Giacomo Medici) che assunsero il cognome di Medici di Marignano (antico nome di Melegnano). La famiglia dei Medici rimase proprietaria della struttura sino al 1981 quando gli ultimi eredi della famiglia decisero di vendere il castello alla provincia di Milano che due anni più tardi, tramite una permuta, decise di lasciare alcune sale in uso all'amministrazione comunale di Melegnano. Nel 1998 venne avviato il restauro completo degli esterni del castello, passando poi alle sale interne che riportano affreschi della metà del XVI secolo. Nel 2001 quando il complesso è stato riaperto ai visitatori, è stata inaugurata anche la "Civica raccolta don Cesare Amelli", parroco e storico locale. Il castello di Melegnano si presenta attualmente con una atipica pianta a forma di "U" dal momento che una parte (quella sul retro, è andata perduta, distrutta per volere del duca Francesco Sforza nella settimana dal 25 aprile al 1º maggio 1449 quando, attaccando Melegnano, con le proprie macchine da guerra atterrò le torri e le mura che si trovavano su questo lato. È realizzato completamente in laterizi col fronte principale verso l'attuale piazza della Vittoria che è l'unica parte conservatasi come in origine con l'eccezione dei finestroni di forma rettangolare che sono stati alterati rispetto agli originali archiacuti di cui ancora si può intravedere la forma: tale modifica apparirebbe essere la testimonianza più evidente del passaggio del complesso da fortezza militare a residenza signorile, avvenuta nel Cinquecento. L’intera costruzione è sviluppata su due piani. Al termine delle mura, appena sotto l'attuale tetto, sono ancora visibili le merlature di stile guelfo. Agli angoli della struttura, ancora oggi si possono vedere due delle quattro torri originarie che hanno di lati di circa 10 metri di ampiezza. I lati del castello sono invece lunghi 75 metri. Di originale del castello visconteo si può ancora oggi vedere (seppur parzialmente) il fossato, un tempo particolarmente profondo e in comunicazione col fiume Lambro. Oggi la fossa è parzialmente scomparsa per la terra che vi è stata buttata dentro ricavandola dagli scavi per le fondamenta delle case melegnanesi. Nelle diverse mappe la fossa è ricordata come fossa Medici, ed è rimasta la denominazione ad un’osteria collocata nella parte sinistra della facciata, chiamata osteria della fossa. Sul fronte sono visibili inoltre le tracce dell'antico rivellino difensivo, di cui oggi però sono rimaste le due pareti laterali con alcune feritoie e buche per ospitare dei cannoni. Il ponte levatoio originariamente presente all'ingresso, è stato sostituito nel tempo con un ponte stabile. Varcato il portone centrale in cotto, si accede allo scalone d'onore che conduce ai piani superiori: esso è composto da scaglioni di mattoni disposti a spina di pesce, separati tra loro con cordoni di sasso, di modo da permettere la salita anche tramite i cavalli, per questo si chiama anche scala cavallara. Vi è poi una seconda scala più piccola che si apre da sotto il lungo porticato ed ha le pareti tutte affrescate. Il cortile interno è diviso in tre parti ed è circondato su due lati da un porticato sostenuto da archi a tutto sesto e ricoperto da un bugnato. Il portico interno della facciata centrale conserva, sotto le arcate, i segni di abitazioni o di locali di servizio. Il portico dell’ala est, con tredici arcate e l’inizio di un’altra, era usato per le stalle ed i depositi del fieno per le cavalcature. Il terzo lato interno, oggi nascosto da un muro divisorio, presenta archi ciechi anch’essi decorati con bugnato. Guardando attentamente le attuali finestre si notano le tracce dei finestroni originari ribassati e aperti in corrispondenza simmetrica nella parte superiore a ogni arcata, per dare luce all’interno delle sale e dei saloni. Dopo essere stata sede della biblioteca, oggi il castello è uno spazio aperto per eventi culturali e visite guidate. Nel 2012 due gruppi di studiosi, uno di attività paranormali (IdP) ed uno di speleologi (TE.S.E.S.) hanno indagato la presenza di anomalie elettromagnetiche e di cavità artificiali. In particolare sembra che la stanza delle stagioni sia la più “infestata” da presenze spettrali mentre alcune piccole canalette sotterranee proverebbero l’utilizzo di impianti idrici domestici. Altri link suggeriti: https://www.comune.melegnano.mi.it/it/page/castello-mediceo, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Melegnano.htm, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MI100-04397/, https://www.youtube.com/watch?v=_2lcSB5EzBE (video di Luigi Bavagnoli),http://www.lamaddalena.ch/fr/news-fr/il-castello-mediceo-parte-1/ (video di La Maddalena SA)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Melegnano (da andare a consultare per trovare informazioni dettagliate sui cicli pittorici presenti nell'edificio e la descrizione di molte sue sale interne), http://www.parcoagricolosudmilano.it/da-vedere/monumenti/20-monumenti-del-parco-agricolo-sud-milano/149-melegnano-il-castello-mediceo.html, https://www.milanofree.it/milano/leggende/misteri-al-castello-di-melegnano.html, https://www.valledeimonaci.org/castello-mediceo-melegnano-mi/

Foto: la prima è di Arbalete su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Melegnano#/media/File:Melegnano_castello_Visconteo.JPG, la seconda è presa da http://www2.milanoneicantieridellarte.it/castello-mediceo-di-melegnano/, la terza è una cartolina della mia collezione

domenica 9 agosto 2020

Il castello di domenica 9 agosto


CESIOMAGGIORE (BL) - Casa-torre "Da Corte" in frazione Marsiai

In età medievale Cesio fu sede della pieve di Santa Maria, chiesa dipendente dalla diocesi di Feltre e dal suo "vescovo - conte". Il territorio, frazionato in numerosi possedimenti feudali, fu governato da castellani locali soggetti al vescovo. Tra essi vi furono i Muffoni, detti anche "da Cesio", i Rambaldoni da Fianema, al cui lignaggio appartenne Vittorino da Feltre e i Corte da Marsiai. Membri di queste famiglie ricoprivano spesso anche la carica di "marighi" o "capovilla" cioè capi dei villaggi e delle regole. Resti delle loro residenze fortificate ancora oggi sono visibili sia nel capoluogo comunale di Cesio sia nelle frazioni di Marsiai e Fianema. Nel 1404 Cesio entrò con Feltre a far parte della Repubblica di Venezia: la cerimonia della consegna delle chiavi della città all'ambasciatore veneziano, Bartolomeo Nani, il 15 giugno di quell'anno, fu eseguita da Vittore Muffoni, di Cesio, ed è ancor oggi rievocata nel Palio di Feltre. Durante il periodo della dominazione veneziana (XV-XVIII secolo), le residenze fortificate si trasformano in ville padronali, come villa Tauro alle Centenere, villa Corrà e villa Muffoni nel capoluogo comunale. La Repubblica di Venezia cessò di esistere con l'arrivo degli invasori francesi di Napoleone. Per la popolazione del Feltrino fu un periodo di grandi illusioni, di spoliazioni e di miseria. Il territorio fu assegnato dapprima alla Repubblica Cisalpina e poi, con il Trattato di Campoformio, fu ceduto all'Impero d'Austria che lo integrò nel regno Lombardo-Veneto. Durante il periodo dell'occupazione francese, il Feltrino fu smembrato in diversi cantoni ovvero in distretto amministrativi dai quali ebbero origine gli attuali territori comunali. Fu l'inizio dell'autonomia comunale di Cesio. La villa, situata ai margini dell'abitato su di un piccolo poggio, in frazione Marsiai, emerge dal tessuto costruito con la sua posizione dominante sulla vallata del Piave. La residenza fu costruita come presidio difensivo in epoca medievale dall'antica famiglia Da Corte. Parzialmente demolita dopo l'editto della Repubblica di Venezia del 1420, ha conservato però gran parte del mastio centrale, attorno al quale si sviluppò l'attuale complesso. Esempio chiaro di casa-torre medievale, questo complesso, ancora meglio di altri presenti nel Bellunese, esemplifica il passaggio che si è avuto nel Quattrocento dal mondo feudale a quello moderno. Esso è costituito da una cortina edilizia orientata nord-sud. Verso mezzogiorno, in cima al colle, vi è il nucleo originario principale costituito da un mastio risalente al XI-XII secolo, con murature spesse circa due metri che si restringono verso l'alto.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cesiomaggiore, https://www.comune.cesiomaggiore.bl.it/Territorio/Arte-e-Cultura/Le-Ville/Torre-di-Marsiai,

Foto: è presa da https://www.comune.cesiomaggiore.bl.it/Territorio/Arte-e-Cultura/Le-Ville/Torre-di-Marsiai

sabato 8 agosto 2020

Il castello di sabato 8 agosto



OGLIANICO (TO) - Torre-porta e Ricetto

Le prime notizie certe risalgono al secolo XII e precisamente al 1110, quando l'imperatore Enrico IV, nel confermare numerosi feudi ai suoi fratelli, Guido e Ottone, conti del Canavese, nominò anche Oglianico. Per tutto il Medioevo, le sorti di Oglianico furono legate a quelle del vicino borgo di Rivarolo, sede di castellania sabauda dalla quale dipendeva; mentre Favria, confinante, soggiaceva all'influenza dei Marchesi di Monferrato. Le contese fra i signori canavesani, i Conti di Valperga e di San Martino, per il possesso del territorio, rispecchiavano le antiche lotte tra guelfi e ghibellini. Il borgo di Oglianico si trovava in strategica posizione di transito e di confine, causa di continue guerre. La necessità di difendere la popolazione, raccolti e bestiame, indusse gli abitanti di Oglianico a costruire uno dei più importanti ricetti del Canavese protetto da una imponente torre-porta, tipico esempio di torre medioevale a tre lati, con il quarto lato aperto verso l'interno. È una torre tanto ben conservata e significativa dal punto di vista architettonico da essere fedelmente riprodotta da Alfredo D'Andrade nel Borgo Medioevale del Valentino a Torino, in occasione dell'Esposizione Generale Italiana del 1884. Il legame e la fedeltà dimostrata da Oglianico nei confronti della signoria sabauda trovarono riconoscimento nel diritto a legiferare in forma autonoma. Risalgono al 1352 i primi statuti - Statuta Comunitatis et Hominum Loci Oglianici- poi confermati da Ibleto di Challant, Capitano generale del Piemonte, nel 1372. Da allora, la storia di Oglianico seguì le sorti della dinastia sabauda e dei suoi feudatari fino alla conquista della piena autonomia comunale. Costruito dopo la prima metà del 1300, comunque dopo il 1329, per ricoverare gli abitanti e i loro beni in caso di scorrerie e saccheggi, il ricetto in tempo di pace fungeva da deposito di derrate alimentari.Edificato con ciottoli di fiume e alcuni laterizi di recupero d’epoca romana, su una superficie “intra muros” di 4900 mq, esso è di forma quasi quadrata di circa m 70 di lato. Tuttora composto da 62 cellule edilizie raggruppate in otto isole, circondato da un muro di cinta in cui si apre l’imponente torre-porta. L’impianto viario è formato da una via principale in asse con la torre-porta e un anello interno; al centro due isole rettangolari a doppia fila di cellule e sei isole esterne a unica fila di cellule. La dimensione delle strade doveva essere tale da permettere la possibilità del passaggio agevole di due carri in senso opposto. Nell’organizzazione del ricetto non è presente la piazza, ma esistevano solamente slarghi per la ricezione e lo smistamento del traffico interno e in caso di bisogno di raccolta degli animali. Il ricetto era circondata da un fossato alimentato dal rio Levesa che scorre esternamente alla cinta lungo il lato opposto a quello di ingresso. Dai documenti si sa che ancora nel XVII secolo la struttura aveva funzione difensiva. Il ricetto è molto ben conservato, ad eccezione della cortina difensiva, della quale permangono ruderi sui fronti sud ed est, composti di muratura in ciottoli, di fattura grezza databile alla metà del XIV secolo. E' pressochè integro nel suo impianto urbanistico mentre è stato sensibilmente rimaneggiato e alterato nella tipologia edilizia delle cellule quasi tutte trasformate per usi abitativi. La Torre-porta ha struttura in pietrame di piccole dimensioni e parte in ciottoli con integrazioni posteriori in laterizio nel portale e nel campaniletto triangolare posto nell’angolo sud-ovest. Di forma parallelepipeda, misura m 6,65 x 5,30, è aperta verso l’interno e suddivisa da impalcature di legno in quattro piani alti ciascuno circa m 4, cui si accede mediante scale mobili. La torre-porta aveva un passo carraio ed una postierla di cui vi sono rimaste solo tracce. Era dotata di ponte levatoio manovrabile dai bolzoni, di cui sono visibili all’interno le mensole. Dell’antico assetto edilizio interno permangono l’impianto viario interno, con strade che avevano una larghezza tale da permettere il passaggio di due carri, e quattro edifici sul lato nord: cellule a due piani con una larga e bassa apertura ad arco a piano terra; l’accesso al piano superiore avveniva per mezzo di scale esterne, in molti casi erano presenti lobbie o balconi in legno. Oggi le isole esterne sono state ingrandite ed hanno inglobato le cortine e l’antica via di lizza (che circondava la cinta muraria). La torre-porta del ricetto, di proprietà comunale, cessata la sua funzione difensiva, assunse il ruolo di torre civica e di richiamo per la popolazione, ebbe funzione di torre campanaria e di orologio sino alla costruzione del nuovo campanile dove nel 1928 furono trasferite le campane. L’orologio pubblico rimase nella torre sino al 1942 quando fu smantellato nel corso di un intervento di restauro e di consolidamento.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Oglianico, http://archeocarta.org/oglianico-to-ricetto-torre-porta/, https://www.comune.oglianico.to.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/complesso-del-ricetto-torre-e-cappella-6399-1-22ecf167374c560584dfe5466430c74d

Foto: la prima è di gianca su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/42012/view, la seconda è presa da https://www.comune.oglianico.to.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/complesso-del-ricetto-torre-e-cappella-6399-1-22ecf167374c560584dfe5466430c74d

venerdì 7 agosto 2020

Il castello di venerdì 7 agosto



MONTOPOLI IN VAL D'ARNO (PI) - Torre Giulia in frazione San Romano

La Torre Giulia fu edificata nel 1391 da Giovanni Acuto su di un sistema difensivo preesistente, attestato almeno a partire dal 1313, quando si ha notizia della devastazione di una torre a San Romano per opera dei ghibellini. Fu poi ristrutturata nel 1431-32 da Neri Capponi a difesa delle incursioni di Niccolò Piccinino. Rovinata ancora dalle armate di Carlo V, fu di nuovo ricostruita nel 1536. Perduta ogni funzione bellica, successivamente la torre divenne proprietà dei Molinelli che la inglobarono in una villa, e da questi passò ai Capponi che, nel 1777, arricchirono e ampliarono l'intero complesso. Dal Capponi la Villa passò successivamente ai Guazzesi, ai Mori Ubaldini e, nel 1860 ai Ridolfi, che promossero vari lavori di abbellimento, culminati nel rialzamento della torre e nell'allestimento di una parte della proprietà della villa a parco. A giudicare da una foto d'epoca la villa aveva un severo assetto parallepipedo su base a scarpa, aperto per. sul lato verso il parco da un portico a cinque arcate, mentre la torre, addossata ad un lato della villa ma svettante sui tetti, era conclusa da una fila di merli. Nel corso dell'ultimo conflitto bellico il complesso fu minato dai tedeschi l'11 luglio 1944, sì che ne sopravvive solo qualche rudere e la parte basamentale della torre.

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/San_Romano_(Pisa)#Torre_Giulia,

Foto: entrambe del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini, realizzate sul posto domenica 2 agosto

Il castello di giovedì 6 agosto



MONTOJOVET (AO) - Castello di Chenal in frazione Berriaz

Sorge all'interno del sito archeologico di Chenal, che conserva numerose incisioni rupestri, pietre coppellate preistoriche e croci di probabile epoca medievale. Il castello, costruito non prima del XIII secolo, apparteneva ai signori di Montjovet. Solo più tardi, in seguito al matrimonio di Ebalo il Grande con Alexia - unica figlia dell'ultimo signore di Chenal - divenne possedimento degli Challant: in questo modo i due casati potevano così controllare i passaggi sulla strada tra Chenal ed il castello di Montjovet. Eretto strategicamente a picco sul sistema di faglie a rigetto verticale dell'"Ospizio Sottile", su di una roccia montonata "serpentinitica" e in contatto visivo col vicino castello di Saint-Germain (https://castelliere.blogspot.com/2013/11/il-castello-di-venerdi-29-novembre.html) a cui era ancillare, fu essenzialmente un posto di blocco militare durante tutto il periodo medioevale. Nel 1438 il conte Francesco di Challant vendette il castello ad Amedeo VII di Savoia. Oggi l'edificio, che si trova lungo il percorso della Via Francigena e del Cammino Balteo, è allo stato di rudere dopo secoli di abbandono. Il castello è costruito in pietra: in parte con rocce di serpentinite, pietra reperibile localmente ma poco adatta alla messa in opera per la scarsa resistenza e la facilità di sfaldatura e di rottura sotto carico, in parte con granito del Monte Bianco, ottimo materiale da costruzione che venne ricavato dai massi erratici trasportati dal ghiacciaio balteo, particolarmente usato per le strutture portanti come gli angoli o gli archi d'ingresso in forma naturale o appena sbozzata. Ciò che resta dell'edificio ha una pianta essenzialmente quadrangolare con delle mura esterne danneggiate. La parte più importante del complesso è costituita dai resti di una torre quadrata di sei metri per lato che aveva le funzioni di torre d'avvistamento sulla depressione sottostante il castello che ospitava la principale via di collegamento della zona. Entro le mura si conservano anche i resti di alcuni fabbricati di servizio. Altri link suggeriti: https://www.icastelli.it/it/valle-daosta/aosta/montjovet/castello-di-chenal, https://www.inalto.org/it/relazioni/escursionismo/castello_di_chenal, https://www.youtube.com/watch?time_continue=6&v=DTDfIAspAf4&feature=emb_logo (video di FortediBard), https://www.youtube.com/watch?v=9Emk_5CUILc (video di Simona Cochi)

Fonti: https://www.lovevda.it/it/banca-dati/8/castelli-e-torri/montjovet/castello-di-chenal/998,https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Chenal

Foto: la prima è di Patafisik ed Elena Tartaglione su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Castello_di_Chenal_DSCN7145.JPG, la seconda è di Massimo Martini su https://www.inalto.org/it/schede/beni_culturali/castello_di_chenal

mercoledì 5 agosto 2020

Il castello di mercoledì 5 agosto




PROCENO (VT) - Castello

Nella Tuscia, sulla via Francigena, sorge il Castello o Rocca di Proceno, un articolato sistema di fortificazioni creato nel XII secolo a scopo di difesa. E' una fortezza a base pentagonale che comprende una torre principale e due torrette secondarie interconnesse da cammini di ronda e da un ponte levatoio, uno dei 19 ancora funzionanti in Italia. Il complesso comprende un fortino che è unito al Castello da un tratto di cinta muraria del borgo. Il complesso include poi una piazzetta medioevale interna. La torre principale, a pianta quadrata, si erge sulla parte sommitale dell’antico borgo di Proceno, dominando l’intera vallata e il territorio circostante. Le sue possenti mura sorgono su uno sperone di roccia vulcanica, visibile in alcuni tratti, che scende a scarpata per diversi metri. Dalla merlatura sommitale, il visitatore gode di una vista a 360 gradi. Tipico esempio di fortezza dell’Alto Medioevo – difficilmente visibile altrove – pur non avendo un aspetto di grandiosa imponenza, il Castello di Proceno ha dimostrato più volte la sua efficienza difensiva. L’inizio della sua costruzione é datato al 997 e nel 1147 vi si fermò Adriano IV. Nell'alto Medioevo Proceno fece parte del Marchesato di Toscana (secolo X) e fu ereditato dalla Chiesa dopo la morte di Matilde di Canossa nel 1115. Assoggettato al Comune di Siena alla fine del secolo XIV, appartenne poi agli Sforza e ai Cecchini, cui appartiene tuttora il monumentale Castello. Che la Rocca fosse difficilmente espugnabile fu provato ad esempio dalla strenua resistenza con cui si oppose alle truppe pontificie di Papa Eugenio IV (1431-1447) che, formidabili di numero e di armamenti, riuscirono ad aver ragione di Proceno solo dopo un lunghissimo assedio e, forse, unicamente per il tradimento del capitano mercenario Bernardo d’Utri, passato al soldo dello Stato della Chiesa. Il complesso è formato da diversi organismi architettonici, dominati dalla Rocca vera e propria, a cui fanno capo il giardino pensile e altri edifici, incluso quello principale che oggi ospita la casa padronale, collegati tra loro quasi a formare un unico borgo antico. Oggi al Castello di Proceno è attivo un servizio di albergo diffuso in dimore d’epoca (https://www.castellodiproceno.it/), sono offerti servizi di ristorazione, degustazione di prodotti tipici della Tuscia e vengono ospitati eventi musicali e culturali. Altri link suggeriti: https://www.tusciaup.com/visita-al-castello-di-proceno-ad-accoglierci-donna-pucci/113166, https://www.youtube.com/watch?v=W7xYt726V1o (video di culturalazio), https://www.youtube.com/watch?v=g4CXgasQ6pI (video de ilMovimentoLento), https://www.youtube.com/watch?v=6ApMUq0eSec (video di Eats&Travels), https://www.comune.proceno.vt.it/index.php?T1=5

Fonti: http://www.tusciawelcome.it/it/news/proceno-castello-di-proceno_69.htm, http://www.retedimorestorichelazio.it/dimora/vt/proceno/castello-di-proceno/, https://it.wikipedia.org/wiki/Proceno

Foto: tutte del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini

martedì 4 agosto 2020

Il castello di martedì 4 agosto




PONTEDERA (PI) - Villa Torrigiani Malaspina in frazione Montecastello

Montecastello sorge su una delle colline circostanti Pontedera a 132 m s.l.m. Il piccolo borgo di 500 abitanti ha una posizione strategica perché dominava la cittadina pontederese, da cui dista circa 5 km. Il suo castello, di pianta circolare, fu venduto nel 1119 al vescovo di Lucca dall'abate del monastero di Serena. Nel corso dei secoli fu più volte distrutto e ricostruito, diventando tra il 1500 e il 1600 un comune rurale autonomo in cui molte nobili famiglie fiorentine e pisane avevano possedimenti. L'antico edificio che oggi è chiamato Villa Torrigiani Malaspina, inizialmente era di proprietà della famiglia Galletti, di origine pisana, edificata inglobando parte delle antiche strutture difensive ormai dismesse dopo la caduta di Pisa. Nel XVII secolo, venne acquisita da Franceschi, marito di Antonia Galletti; nel XIX secolo, dopo il matrimonio tra Vittoria di Lelio Franceschi con il Marchese Torquato Malaspina, divenne una proprietà della famiglia Torrigiani-Malaspina assumendo la denominazione definitiva. In precedenza la villa-castello era stata residenza delle famiglie fiorentine dei Tornaquinci, discendenti dei Medici, e dei Franceschi. Parte integrante della struttura difensiva del borgo medievale di Montecastello, ha subito innumerevoli modifiche nel corso dei secoli diventando residenza nobiliare e centro di un'ampia tenuta. Le stanze sono caratterizzate da un pavimento settecentesco lavorato a terrazzo veneziano. L'edificio comprende una cappella privata, affrescata a trompe-l’œil, e un'elegante chiostra munita di pozzo, frequentemente utilizzata per banchetti e feste. La Villa Torrigiani Malaspina è sede dal 1993 del prestigioso Festival internazionale "Sete Sòis Sete Luas", presieduto dal Premio Nobel José Saramago: vi si sono esibiti famosi artisti quali Teresa Salgueiro, Avion Travel, Antonella Ruggiero, Eugenio Finardi, Rodrigo Leão, Cristina Branco, Ottavia Piccolo, Pamela Villoresi, Laura Morante.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Montecastello_(Pontedera), https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_Torrigiani_Malaspina, http://www.comune.pontedera.pi.it:8080/comune.pontedera.pi.it/cultura/chiese-e-palazzi-storici/villa-torrigiani-malaspina/, http://smartarc.blogspot.com/2012/07/montecastello-pi.html

Foto: la prima è presa da https://www.montepisano.travel/poi/villa-torrigiani-malaspina/, le altre due sono del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini, realizzate sul posto domenica scorsa 2 agosto

Il castello di lunedì 3 agosto



BOVA (RC) - Castello normanno

Dal IX secolo Bova era continuamente assediata dai Saraceni: i pirati, provenienti dalla Sicilia, erano giunti intorno all'anno 829 dall'Africa e dalla Spagna, approdavano a Capo Spartivento e spesso, per avversità atmosferiche, erano costretti a fermarsi; non trovando alcuna resistenza saccheggiavano e devastavano il territorio di Bova. Uno dei più disastrosi assalti saraceni fu quello 953, anno in cui Bova subì per ordine diretto dell'Emiro di Sicilia Hassan Ibu-Alì l'attacco di sorpresa e la strage di molti abitanti, mentre i più furono mandati schiavi in Africa. E ancora nel 1075 gli Arabi, sbarcando alla marina di Bruzzano, occuparono parte della Calabria ed anche Bova fu sottoposta a stretto assedio. In città si accedeva attraverso due porte turrite, porta Ajo Marini e l'altra ubicata nei pressi della cattedrale. L'acropoli della città di Bova era costituita dall'antica cattedrale, il Palazzo Vescovile e le case delle famiglie più ricche e nobili, fuori le mura esistevano i due borghi: Borgo di Rao e Borgo Sant'Antonio, con tre torri difensive poste una di seguito all'altra, di una sola delle quali, oggi restano i ruderi. Con la dominazione normanna Bova entrò nel periodo feudale. All'età laico-normanna seguì il feudalesimo ecclesiastico-svevo e Bova fu infeudata all'Arcivescovo di Reggio, che la tenne con il titolo di Conte fino al 1806, anno dell'eversione della feudalità. Bova fu antichissima sede vescovile: il primo vescovo sarebbe stato ordinato nel I secolo da Santo Stefano di Nicea, vescovo di Reggio, e seguì il rito greco introdotto in Calabria dai monaci basiliani fino al 1572, anno in cui l'arcivescovo Cipriota Stauriano impose il rito latino. Nel 1577 una tremenda pestilenza colpì il paese: era approdato alla marina un naviglio carico di merci e una donna acquistò dei drappi preziosi, che espose alla finestra per la festa del Corpus Domini, ma che purtroppo erano tessuti infetti da peste. A causa del caldo, il morbo si diffuse e colpì molti cittadini, la notizia dell'epidemia si sparse subito nei paesi vicini e Bova fu isolata, il commercio di ogni genere fermo; tale isolamento originò anche una forte carestia e la morte di moltissimi abitanti. Nel corso del XVI secolo si ebbe un risveglio dell'attività predatrice dei turchi contro l'Italia meridionale e ne derivò la necessità di apprestarsi alla difesa; fu infatti realizzata una linea di torri di guardia lungo tutto il litorale calabrese; nel territorio costiero di Bova esisteva già a quel tempo la Torre di "San Giovanni d'Avalos" posta sul Capo Crisafi, furono quindi costruite Torre Vivo, completamente smantellata nel 1700, e Torre Varata. Si ha notizia di molte incursioni turchesche nel territorio di Bova, nel 1572 alla marina di Bova si erano rifugiate due tartane cristiane per sfuggire all'inseguimento di un naviglio turco, l'equipaggio chiese aiuto ai bovesi e il governatore della città, alla guida di un numeroso stuolo di cittadini, scese alla marina. La battaglia durò molte ore e i turchi rimasero uccisi sulla spiaggia ed il piccolo esercito bovese riuscì a mettere in fuga le loro navi. Il terremoto del 1783 provocò a Bova notevoli danni valutati per cinquantamila ducati. Nel gennaio 1799 nacque la Repubblica napoletana, ma non tutto lo stato napoletano ne fece parte, infatti l'estrema provincia di Reggio, Bova compresa, rimase sotto il governo dei Borboni. Nel febbraio 1799 il cardinale Ruffo sbarcò in Calabria alla riconquista del regno e fu agevole in tale zona l'organizzazione delle bande che accorrevano ai suoi ordini. Uno dei primi paesi che rispose al suo appello fu Bova, dove si costituì una grossa banda di Sanfedisti che mosse verso Reggio incorporandosi alle truppe del cardinale. Oltre alle catastrofi naturali, Bova subì nel 1943, durante l'ultimo conflitto mondiale un grave bombardamento da parte degli angloamericani, che danneggiò notevolmente le strutture abitative; nella strage morirono ventisei cittadini bovesi. Il castello dell’antico borgo, in parte scavato nella roccia, risale al secolo XI e sorge sulla cima del Monte Rotondo, in posizione ege­mone sulla sottostante vallata. Le poche tracce che rimangono della struttura originaria non sono sufficienti per ricostruire lo sviluppo planimetrico della pianta e nemmeno per datare e riconoscere le successive fasi costruttive di tutto l’impianto. Le fonti descrivono un imponente castello fondato in epoca nor­manna e potenziato nel 1494 dagli Aragonesi, ma è probabile che le strutture esistenti siano di età Angioina. Gli ambienti ancora leggibili sono siti a quote diverse, ma è difficile comprendere la loro funzione anche per il fatto che si è avuta un’alterazione dell’orografia originale del terreno. Al piano inferiore “un salone” al quale si accedeva attraverso un “corridoio”; al piano superiore le due stanze e ancora più in alto una piccola cappella con pianta rettangolare e coperta con volta a botte e affrescata, di cui restano ancora le tracce. I muri interni hanno lo spessore di oltre 60 cm mentre quelli esterni ricavati dallo scavo della roccia, misurano 1.50 m. Tali muri, presentano delle caditoie. Al castello si addossavano le mura di cinta della città di cui faceva parte la Torre Parcopia ancora oggi esistente. La Torre, costruita nel X secolo, è posta ad ovest rispetto all’abitato e al castello e presenta una forma unicircolare con anello basamentale più ampio di diametro, in pietra e mattoni. la parte superiore invece è stata costruita con una muratura mista fatta di pietre e cotto. Nei secoli XV- XVI-XVII in seguito alle incursioni turche, il castello rappresentò un ottimo e sicuro rifugio per la popolazione. Dal castello dell’Amendolea è possibile raggiungere il castello di Bova percorrendo l’antica strada, oggi in battuto di cemento, che collegava i due centri. In alternativa, rientrati sulla SS 106, raggiungere in direzione Sud l’abitato di Bova Mirbia ed imboccare verso monte la strada che conduce a Bova Superiore. Al castello sono legate diverse leggende. Sulla cima, scavata in un macigno, è ancora visibile l’orma di un piede di donna. L’orma sarebbe appartenuta alla Contessa Matilde di Canossa, che aveva ricevuto il castello dal Pontefice Gregorio VII. Se l’orma quindi corrispondeva al piede di una fanciulla, questa avrebbe scoperto di discendere dalla Contessa di Canossa. Un’ altra leggenda parla dell’orma della “Regina”. Una Regina greca pare avesse fatto costruire il castello e se l’orma fosse coincisa con quella del piede di una giovane fanciulla, la fortunata avrebbe trovato il tesoro della regina. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=tMnrdxdUuvg (video di Memoria Immateriale), https://www.youtube.com/watch?v=THHCBnqK6bk&feature=emb_logo (video di Esplorando dietro casa), https://www.facebook.com/watch/?v=279002189982874 (video di Nino Spirlì).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Bova_(Italia), https://www.ntacalabria.it/calabria/localita/bova-castello-normanno.html, http://atlante.beniculturalicalabria.it/schede.php?id=123, https://www.e-borghi.com/it/sc/reggio%20calabria-bova/2-castelli-chiese-monumenti-musei/602/castello-normanno.html, https://italiagustus.it/attrattore/1137/castello-normanno-di-bova, https://calabriagreca.it/blog/risorse/castello-normanno/

Foto: la prima è presa da https://www.deliapress.it/bova-castello/, la seconda è presa da https://calabriagreca.it/blog/car-rentals/castello-normanno/