martedì 30 giugno 2020

Il castello di martedì 30 giugno




BARENGO (NO) - Castello

Paese di origine longobarda (come suggerito dal suffisso -engo), Barengo dall'841 al 969 appartenne al Comitato di Pombia. Passò successivamente ad Ingone di Bercledo ed a Ribaldo di Suno. Confiscato da Enrico I ai loro discendenti simpatizzanti per Arduino, fu donato ai Vescovi di Novara, che nel 1201 ne infeudarono i Signori di Momo. Seguì poi le vicende di Novara fino al 1441 quando Filippo Maria Visconti lo donò a Galeotto Toscano. Passo quindi ai Tornielli che nel 1686 cedettero parte dei loro diritti ai Ferrero e nel 1730 la rimanente parte alla Comunità di Barengo. Per chi percorre la strada provinciale che da Proh conduce a Borgomanero o che da Momo collega a Fara, il castello di Barengo non può certo passare inosservato: dominando un abitato dal sapore antico disteso fra il pendio boschivo di una dolce collina e una pianura di pioppi e risaie, esso ne diviene il simbolo, l'immagine suggestiva che rimane impressa anche nella mente dell'osservatore più distratto o che stimola la fantasia e gli interrogativi di coloro che si soffermano a contemplarne la bellezza. Quali sono dunque gli eventi storici, i personaggi, gli aneddoti e i misteri che hanno accompagnato l'esistenza di questo manufatto architettonico? L'aspetto che oggi appare ai nostri occhi è quello che doveva avere un tempo oppure si è modificato attraverso i secoli? E se si, possiamo in qualche modo ricostruire come poteva apparire agli occhi dei nostri antenati? Una datazione precisa riferita alla fondazione del castello di Barengo non è sino ad ora comprovata da nessuna testimonianza certa; la prima indicazione documentaria attestante la presenza di un castrum1 risale solo al Trecento, epoca di grandi trasformazioni anche per il centro abitato: situato sino al XII secolo sulla sponda orientale dell'Agogna e insediatosi successivamente intorno alla chiesa cimiteriale di Santa Maria per ragioni non ancora del tutto chiare, assunse in questo periodo la sua attuale ubicazione cercando sicurezza a ridosso delle mura fortilizie, che resistettero all'incendio e al saccheggio del 1358 seguito agli scontri tra le milizie armate di Galeazzo II Visconti e le truppe del marchese Giovanni di Monferrato. Se alcuni storici attribuiscono la fondazione della fortezza originaria alla famiglia novarese Cavallazzi al principio del XV secolo, altri fanno risalire la sua edificazione al periodo in cui il paese era dominato da due famiglie di vassalli capitaneali del vescovo di Novara, i Cattaneo da Momo, per il ramo detto da Barengo, ed i Tornielli; a questi ultimi, ed in particolare ai discendenti di Zanardo, che ebbero fortuna esercitando la professione di milites negli eserciti ducali di Filippo Maria Visconti, viene appunto ricollegata la costruzione del castello documentata da manoscritti che attestano anche la presenza di un fossatum castri. L'antica fortezza, molto più vasta della attuale rocca, racchiudeva le residenze del feudatario e dei suoi consanguinei: qui nacque infatti, attorno al 1440 il beato Pagano Tornielli, figlio del cittadino di Novara, Agostino, anch'egli capitano di ventura visconteo. Attorno al 1480 morì Giovanni Tornielli, il feudatario del luogo, a cui si deve anche l'inizio della costruzione del castello di Briona; ereditò il suo vasto patrimonio il figlio Melchiorre, che ottenuta da Giovanni Galeazzo Maria Sforza la riconferma dei feudi secondo il contenuto dell'investitura del 1449, concluse l'edificazione delle fortezze, che in quel periodo dovevano costituire due stupendi esemplari di architettura militare del Quattrocento. Ai lavori di costruzione sovraintese Giovanni Bagnazio di Rasco, fedele servitore e uomo d'arme che il feudatario ricompensò per il servizio a lungo prestato assegnandogli una casa ubicata nel paese. Le leggende tramandate dai nostri nonni narrano che il fondatore dei due castelli fosse riuscito a collegarli attraverso cunicoli sotterranei da utilizzare in caso di pericolo come vie di fuga protetta e che tali gallerie potessero celare anche dei tesori; il castello di Barengo possiede certamente dei sotterranei ma nulla si è mai saputo riguardo la scoperta di collegamenti esterni o ritrovamenti di preziosi. Realizzata quasi interamente in laterizio, all'epoca la fortezza era fondata su un impianto a trapezio irregolare con corte centrale munito di due torri angolari - oggi perdute - lungo il lato verso ponente, di cui la maggiore ubicata a sud-ovest; l'ingresso principale era invece originariamente localizzato a nord-est, lungo la testata d'angolo che ha conservato una parte dell'antica torretta cilindrica posta in aggetto e un tratto di mura merlate; vi si accedeva attraverso un ponte levatoio con doppie caditoie chiuso da saracinesca lignea. Varcata questa soglia, si perveniva ad un ampio spazio, attualmente trasformato in giardino, che separava la rocca vera e propria dalle mura del fossato. Nel periodo di transizione fra Medioevo e Rinascimento, segnato da importanti invenzioni e scoperte accompagnate anche da una straordinaria ascesi sul piano artistico, culturale, economico, il territorio passò dall'egemonia viscontea a quella sforzesca per poi assistere alla guerra per la supremazia straniera della penisola che vide il predominio spagnolo sino al 1700. Nei secoli successivi la rocca venne in possesso dei Ferrari. Nel 1803 il castello, oramai in stato di grave degrado, tanto che la parte nord occidentale era ormai quasi completamente distrutta, fu acquistato dalla famiglia Botta. La proprietà passò poi nel 1849 ai Mazza, l’ultimo discendente dei quali fece eseguire nella rocca considerevoli lavori di ricostruzione che andarono però a manomettere la conformazione dell’impianto originario; negli anni successivi alla prima guerra mondiale gli edifici passarono al conte Gaudenzio Tornielli di Borgolavezzaro, che in pochi anni, su progetto dell’arch. Nigra, fece ricostruire il complesso secondo canoni stilistici neomedioevali. Nuovi lavori di restauro e ristrutturazione vennero fatti eseguire in fasi successive, quando il castello passò in proprietà della famiglia Boroli. La fortificazione, probabilmente è tra le meglio conservate e più scenografiche di tutto il novarese. Malgrado le alterazioni e i rifacimenti ottocenteschi, si possono ancora riconoscere alcune strutture originarie dell’edificio. Il sistema di difesa dell’accesso presenta caratteristiche singolari: prima di giungere all’ampia spianata del piazzale si devono attraversare tre sbarramenti di cui il più interno e antico è costituito da una porta ad arco acuto difesa da doppie caditoie e da una saracinesca in legno, unica in tutto il novarese. Sono rimasti originari, lungo la testata d’angolo a nord-est, una parte della torretta cilindrica posta in aggetto e un tratto di mura merlate. Altri link suggeriti: http://www.100castellinovara.it/castle?id=117, http://www.100castellinovara.it/docs/premio/la-rocca-di-barengo.pdf, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_NO_Barengo.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Barengo, https://www.comune.barengo.no.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-sec-xiv-848-1-e09a7f0a496265d79b083b22ee4cdd76, http://archeocarta.org/barengo-no-resti-della-chiesa-di-san-clemente-e-castello/

Foto: la prima è di maria maddalena su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/198864/view, la seconda è di Marco Ferrari su https://mapio.net/pic/p-25299979/

domenica 28 giugno 2020

Il castello di lunedì 29 giugno



RUVIANO (CE) - Castello

Il suo nome antico era Rajano il cui significato è stato interpretato in ara Jani, ossia un centro di culto campestre dedicato al dio italico Giano. La storia di Ruviano è legata al suo antichissimo castello, possedimento dei Normanni, degli Svevi e dei D'Angiò, posizionato in cima ad una collinetta da cui domina e sovrasta tutta la comunità con la maestosa Torre dell'orologio. Nella metà del XIII secoloo era feudo, assieme ad Alvignanello, del barone Andrea di Presenzano. Nel 1243 il Castello e la Baronia di Raiano furono date dall'Imperatore al Giudice Pietro Ursone di Telese. Nel 1302 Carlo II d'Angiò ne fece dono a Diego della Ratta, venuto a Napoli come gentiluomo di Violante d'Aragona, moglie del figlio di Carlo II d'Angiò. Nel 1322 Baronia e Castello sono in possesso del Signor Giacomo Vulcano. Successivamente la baronia fu concessa al nobile capuano Paolo di Raimo. Agli inizi del XV secolo Raiano apparteneva alla famiglia dei conti di Celano, perché nel 1407 ne troviamo feudatario Nicola di Celano, conte di Celano e maestro di giustizia del Regno di Sicilia. Nel 1428 da Odoardo Colonna, promesso sposo di Jacovella da Celano, venne ceduta agli eredi di Antonio di Sangro conte di Agnone. Dal 1463 Raiano passò alla famiglia Monforte. Questa famiglia è ricordata per aver fatto edificare l'eremo di Santa Maria degli Angeli sulle colline di Alvignanello. Nel 1528, poiché Federico Monforte osò ribellarsi a Carlo V, il marchese di Pescara, Francesco D'Avalos, inviò contro di lui Maramaldo. Federico fu sconfitto e intorno all'anno 1533 gli furono confiscati i feudi per fellonia. Qualche anno più tardi don Antonio D'Iscara ricevette Raiano dall'Imperatore Carlo V in remunerazione dei suoi servizi. Nel 1578 la famiglia D'Iscara vendette Raiano a donna Alligra De Tassis. Quest'ultima risulta signora di Raiano nel 1584, anno in cui fece anche costruire un mulino vicino al Castello di Raiano e lo possedeva ancora nel 1590. Nel 1596 Matteo De Capua, principe di Conca e signore di Caiazzo, comprò Raiano da Donna Alligra. Dai documenti noti risulta che nel 1602 la famiglia De Capua era ancora in possesso di Raiano. In seguito la baronia passò ai Carafa, marchesi di Corato. Don Giovanni Vincenzo Carafa, vendette questo castello al Dottor Orazio Santantonio di Napoli, che il 29 ottobre 1613 ne prese possesso mediante il suo procuratore, Dottor Luisi Mazziotta. Il 25 ottobre 1616 Orazio nominò procuratore Cesare Mazziotta di Caiazzo per il giuramento di fedeltà in mano di Sigismondo Mirto di Caiazzo, Commissario generale per il detto castello di Raiano. Nel 1628 gli successe il figlio Francesco, alla morte del quale il castello di Raiano fu venduto ad estinto di Candella per diecimila ducati, al fiorentino Giovanni Battista Segni che ne prese possesso il 28 agosto 1634. Il 23 gennaio 1636 Giovan Battista Segni vendette il castello di Raiano a monsignor Filippo De Sio, vescovo di Caiazzo che asserì di comprarlo in nome di suo fratello Ferrante Giovanni per 11.200 ducati. Il 21 ottobre monsignor De Sio fu trasferito alla sede di Boiano. Il 24 gennaio 1636 Marc'Antonio De Sio, nipote del vescovo, prese possesso di Raiano in nome di suo cugino Onofrio De Sio, giacché Giovanni Ferrante in quanto vecchio, non volle accettarlo. Nello stesso anno Cesare Mazziotta di Caiazzo comprò Raiano dal detto Onofrio. Cesare, l'11 aprile 1640, vendette la baronia di Raiano, per 9000 ducati ai procuratori del marchese di Caiazzo Antonio Corsi. Il 25 agosto 1640 il signor Francesco Salvini prese possesso del castello in nome di detto Marchese. Il 2 marzo 1836 i discendenti del Marchese Corsi vendettero il feudo di Caiazzo al signor Giuseppe Andrea de Angelis. Il 14 dicembre 1862, con il Regio Decreto n.1078, il comune assunse il nome attuale, probabilmente per evitare confusione con l'omonimo comune in Abruzzo. Tra le costruzioni esistenti nel centro urbano sono da mettere in evidenza: il castello, la torre dell’orologio, il castellone e la torre a guardia del ponte. Dell’impianto originario resta ben poco, poiché i danni provocati dalle calamità naturali e dai lavori effettuati in seguito al terremoto del 1805, hanno trasformato la struttura originaria, facendo perdere le sembianze di un castello. Al tempo in cui governava il capitaneo, il maniero era composto da un palazzo con giardino sottostante in cui vi era una piccola chiesa, la cappella di San Nicola, il pozzo che serviva l’intero abitato e la murazione tufacea che comprendeva due torri a guardia dell’accesso all’abitato e al castello stesso. Il palazzo era composto da due piani, con un fienile sovrastante e un granaio nella piazza, la cui presenza fa pensare all’utilizzo di servizio della struttura. Il castello era difeso da un torrione cilindrico in tufo denominato Torre dell’Orologio, ancora oggi presente, che sosteneva il terrazzamento del giardino, con una torre a difesa del ponte che si elevava dalla base dello stesso fino alla sommità delle abitazioni, inglobate nella parte bassa del castello. Completava la difesa dell’abitato, il cosiddetto castellone che rappresentava un avanposto a difesa nella parte sud-est del centro che era quella meno fornita di difese naturali. Secondo alcuni dati ricavati da un documento, tale struttura risale al 1415. Dunque, tutta la struttura di quello che doveva servire da estremo riparo dalle incursioni oggi non è altro che un fabbricato per abitazioni. Resta però il sito che non ha subito trasformazioni, con l’erta salita di accesso dalla piazza del paese (dove sono state posizionate le colonne di origini romane che si trovavano davanti alla Chiesa di S.Leone Magno). Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ruviano, http://www.comune.ruviano.ce.it/c061073/zf/index.php/storia-comune, http://www.prolocoraiano.net/home/storia2

Foto: la prima è di GranTourItalia su https://twitter.com/hashtag/ruviano, la seconda è presa da http://www.comune.ruviano.ce.it/zf/index.php/storia-comune

Il castello di domenica 28 giugno



COCULLO (AQ) - Torre medioevale

Detta anche Torre San Nicola, è un edificio di proprietà comunale situato nel Centro storico di Cocullo ed è inquadrato catastalmente al Foglio 19 part. 547. L’edificio ha forma quadrata (ml. 5.70 x 5.70) ed è composto da 4 piani, alto mt. 19, e con struttura muraria di notevole spessore (mt. 1,40 al piano terra e mt. 1 all’ultimo piano) del tipo a sacco, con conci in pietra squadrati ai cantonali e nei primi due livelli di piano. I paramenti murari dei prospetti laterali degli ultimi due livelli sono del tipo a sacco con conci di pietra irregolari. Le strutture orizzontali, a volta di pietra ai primi due livelli e con solette in NP e c.a. ai livelli superiori, si presentano ben costruite anche se degradate da alcune infiltrazioni di acqua piovana. La struttura di coronamento ha merlature a sacco con conci di pietra irregolari e voltine a mattoni pieni poggianti su antichi mensoloni in pietra. In copertura è presente una facciata e sul fronte principale un orologio. Con molta probabilità la torre fu edificata intorno all’anno 1000, quando Cocullo fu conquistata dai Normanni. Alla fine del 1500, ad opera dei Piccolomini succedutisi nel feudo, risale la trasformazione della torre da uso difensivo a torre campanaria dell’adiacente chiesa di S. Nicola, esistendo già la cappella del palazzo baronale o castello, citata nella bolla di papa Lucio III (1181) e nella visita pastorale del vescovo dei Marsi nel 1356. La campana, installata nella torre, porta la data del 1753. Nel XIX secolo fu aggiunto l'orologio civico. La torre fu danneggiata con i terremoti del 1706 e del 13 gennaio 1915 con epicentro nei pressi di Avezzano, che troncò quasi tutta la muratura superiore a merlature e beccatelli, ornamento fatto realizzare nel XV secolo. Con il sisma del 2009 si è gravemente danneggiata la bifora all’ultimo piano, ripristinata con intervento di pronta urgenza realizzando, all’interno, una piattabanda in NP, rivestita in legno. Nelle prime fasi post-sisma sono stati rimossi poi alcuni conci in pietra del coronamento, in procinto di cadere, effettuando sullo stesso piccole opere di rincocciatura. Inoltre è stato impermeabilizzato il solaio di copertura, ormai soggetto ad infiltrazioni piovane che danneggiavano i locali sottostanti.Il fabbricato, come evidenziato nella relativa scheda AeDES, nel suo complesso non presenta condizioni gravi dal punto di vista strutturale, pertanto le scelte progettuali sono conseguenti ai danni riscontrabili. Dai rilievi tipologici della struttura portante e di quelli sullo stato fessurativo si evince che l’edificio ha notevole capacità di resistenza agli eventi sismici succedutisi nel territorio comunale. La torre si trova staccata dalla chiesa ricavata dalle rovine del palazzo baronale: il prospetto anteriore presenta una singola cella campanaria, al livello superiore due piccole monofore. La porzione maggiormente conservata è posteriore all'ingresso della chiesa, sono presenti ancora i beccatelli sporgenti, più in basso lungo la parete verticale si intravede l'orologio. Altri link suggeriti: https://abruzzoturismo.it/it/cocullo, https://www.youtube.com/watch?v=lxh7HTT7eEE (video di b4nrunvitrunvit)

Fonti: http://www.usrc.it/attivita/ricostruzione-pubblica/i-progetti-ed-i-cantieri-della-ricostruzione-pubblica/area-omogena-7/40-ricostruzione-pubblica/interventi-ao7/252-torre-medioevale-cocullo-aq

Foto: la prima è di maury3001 su https://it.wikipedia.org/wiki/Cocullo#/media/File:67030_Cocullo_AQ,_Italy_-_panoramio_(2).jpg, la seconda è presa da http://www.visit-cocullo.it/poi/662/torre-campanile-della-chiesa-di-san-nicola/3

sabato 27 giugno 2020

Il castello di sabato 27 giugno



RAIANO (AQ) - Torre dell'Orologio

Sulla collina del Castellone, sorse nel medioevo la Villa Ragiani o CASTRUM RADIANI, la cui prima notizia certa risale nell'anno 872 d.C. Questo primo nucleo abitato, che nel X secolo ospitò per breve tempo gli imperatori Ottone I ed Ottone III, seguì per tutto il Medioevo le vicende feudali del circostante territorio e del Regno Meridionale (soggetto alle successive monarchie Normanna, Sveva, Angioina, Aragonese), rivestendo però notevole importanza a causa della sua posizione strategica e di presidio nord occidentale della Valle Peligna lungo il tracciato del vecchio Tratturo Celano-Foggia e l'antica via Tiburtina Valeria. Il vecchio centro fu abbandonato nella seconda metà del XV secolo in seguito ad eventi tellurici (ad uno di questi forti terremoti è legata la formazione del lago detto "Quaglia"); i suoi abitanti tornarono ad insediarsi più a valle, su una modesta altura ai margini della via Consolare nel punto in cui da essa si separa il Tratturo: nacque così l'insediamento ancor oggi chiamato Raiano Vecchio ("Rajane Uiécchie", espressione attestata in documenti del 1731), coincidente con l'attuale quartiere S. Antonio, dal nome dell'antica chiesa ivi esistente dedicata a sant'Antonio abate, compatrono di Raiano. Sui vicinati stretti ed irregolari (a causa delle gradinate esterne di ingresso alle case, cosiddette Bajitte) si affacciano alcuni palazzi nobiliari ascrivibili, nella loro forma attuale, a dopo il terremoto del 1706. La popolazione di questo borgo si aggirava nel 1532, secondo ricerche di Benedetto Croce, intorno a 800 abitanti, con una punta massima di 1600 abitanti nel 1648. Benedetto Croce stesso era solito passare tempo a Raiano, ospite al palazzo Sagaria Rossi. Oltre a Croce, altri personaggi illustri visitavano la famiglia Sagaria Rossi: Cesare De Lollis, Antonio Anile e l'editore Giovanni Laterza. Quest'ultimo scrisse:"A Raiano ed al palazzo Rossi Sagaria è legata la storia degli “Scrittori italiani”". L'espansione del paese sulla pianura circostante si svolse dapprima in prossimità del vecchio nucleo abitato, attorno a costruzioni preesistenti come l'attuale Torre dell'Orologio e la quattrocentesca chiesa di S. Maria (poi divenuta l'attuale Chiesa Parrocchiale S. Maria Maggiore), per poi seguire le direttrici della via Tiburtina e dell'antico Tratturo, ai margini dei quali sorsero nel '600 i due conventi dell'Ordine dei Francescani, il primo dei Padri Osservanti Minori detti Zoccolanti (ex sede del municipio), il secondo dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. La Torre dell'Orologio, in fondo a P.zza Umberto Postiglione, è l'unico elemento superstite del vecchio castello del IX secolo. La torre ha pianta cilindrica con base a scarpa. Su ambedue i fuochi estremi ha i due cerchi dell'orologio che corona la cresta. Sulla cima ci sono due campane per l'orario. La torre doveva fungere da costruzione difensiva, all’estremo della cinta muraria, di cui sono visibili ancora poche tracce e una sola porta d’accesso. Altri link suggeriti: https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL3000046228/12/il-palazzo-comunale-raiano-torre-orologio.html?startRelatedPage=9&perPageRelated=9&startPage=$%7BstartPage%7D&query=&jsonVal=%7B%22jsonVal%22%3A%7B%22fieldDate%22%3A%22dataNormal%22%2C%22_perPage%22%3A20%7D%7D, https://www.youtube.com/watch?v=Yq7qyskz87U (video di Gianni Di Muzio)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Raiano, http://www.visit-raiano.it/poi/1065/il-borgo-vecchio/10#sthash.m559fk4J.dpbs

Foto: la prima è presa da http://www.visit-raiano.it/poi/1065/il-borgo-vecchio/10#sthash.m559fk4J.dpbs, la seconda è di Danilo M su https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g2527710-d10758253-Reviews-Torre_Dell_orologio-Raiano_Province_of_L_Aquila_Abruzzo.html#photos;aggregationId=&albumid=&filter=7&ff=261122161

venerdì 26 giugno 2020

Il castello di venerdì 26 giugno



ORSARA DI PUGLIA (FG) - Cinta Muraria

Il paese, che molto probabilmente risale ad epoca assai remota, fu fondato su un pianoro circondato da tre torrenti che ne costituivano la difesa naturale contro gli assalti dei nemici. Ad est scorre il Canale Catella, proprio a poca distanza dalla cinta muraria, che ancora si erge con le sue maestose torri, ad ovest scorre il Canale Botte e a Nord il torrente Canale della Grotta, nel quale i primi due confluiscono chiudendo la magnifica difesa naturale con un notevole dirupo. A sud le mura di cinta e il terreno scosceso chiudevano l'abitato come una sorta di castello. I resti delle mura, così come li possiamo ammirare, sono indubbiamente dell'alto medioevo. Di esse, però, abbiamo notizie antecedenti in vari scritti. Secondo una leggenda, comune a quasi tutti i centri della Daunia, Orsara sarebbe stata fondata da Diomede durante le sue guerre contro gli elementi indigeni. Egli vi costruì il castello fortificato per tenervi i suoi depositi e farvi soggiornare i compagni che avevano bisogno di curare le ferite riportate in guerra. Secondo l'Avv. Cotugno durante la guerra punica, e precisamente nel periodo in cui Annibale si accampò su monte Calvello, i consoli romani T. Marrone e L.P. Emilio posero un presidio avanzato in Orsara e per rafforzarne le difese costruirono le torri e la cinta muraria. Probabilmente su vecchie fortificazioni fecero erigere delle difese per avere a disposizione luoghi fortificati entro cui rifugiarsi in caso di pericolo. Lo stesso T. Livio d'altronde afferma che"... Fabius per loca alta agmen ducebat modico ab hoste intervallo, ut neque omitteret eum neque congrederetur. Castris nisi quantum usus necessarii cogerent, tenebatur miles..." prima che"...ex hirpinis in Samnium Transisse (transit) ...". Pare logico quindi supporre che la catena di fortificazioni servisse ad isolare il nemico ma anche per avere un rifugio sicuro contro eventuali attacchi. Entro le mura si sviluppò una piccola comunità che accolse anche parte delle popolazioni dei vicini Casali. D. Domenico Rosati, Vicario Capitolare di Troia, nello scrivere gli" STATUTI o CAPITOLARI DEL CLERO DI ORSARA" scrisse nella prefazione la storia del paese. Egli ritiene antichissima la chiesa di Orsara, edificata al tempo delle guerre civili (VII sec. d.C.): "...Orsara fu costruita a forma di castello, ristretta e murata, con bellissime torri, cinta e ciò perché fu rifugio e scampo di soldati, un sicuro asilo di piazza d'armi e fu costruito un grande ospedale dove si portavano i soldati invalidi...".
Una riprova che il paese fosse stato cinto da mura già da tempi remoti si ha anche dalla denominazione di "Castrum Ursariae". Il Prof. Michele Cappiello nel suo libro "Appunti per una Cronistoria di Orsara" curato e pubblicato postumo dalla Preside Prof.ssa Ileana Cappiello, afferma che gli Orsaresi presero per loro protettore S. Michele e gli dedicarono lo Speco, esistente extra moenia : chiama il paese Castello. Lo stesso Lorenzo Giustiniani fa risalire la chiesa di Orsara ai primi tempi del Cristianesimo. Le torri sarebbero poi state fortificate dai Longobardi per farne un baluardo contro i Bizantini.Quando l'imperatore d'oriente Costante II distrusse Troia nel 663 una parte dei suoi abitanti si rifugiò fra le mura di Orsara. La cinta muraria aveva bellissime torri a base rettangolare e intorno vi erano degli affossamenti che rendevano inaccessibile il paese. Il Del Giudice, nel parlare dello scontro tra Greci e Normanni, avvenuto nel 1016 afferma che "...le mosse dei Longobardi (alleati dei Normanni), fortificati in Orsara, furono per la così detta via denominata Guardiola...".
HIC REQUIE/SCIT ABB(A)S SYC(H)ILP(E)TRI
SECUBDUS
REQUIESCAT IN PACE AM(EN)
EPIGRAFE ESISTENTE ALLA BASE DELL'ABAZIA, ADIACENTE AL PALAZZO BARONALE
Un altro riferimento alla cinta fortificata lo si ritrova nel 1100, quando fu edificata la Chiesa della Madonna della Neve extra moenia vicino al canale Catella che lambiva quasi le torri. Anche nel 1320, quando i casali di Ripalonga e Crepacore furono abbattuti e incendiati, c'è un sicuro accenno alla fortificazione allorché ai suoi abitanti fu ordinato di radunarsi fra le mura di Orsara (14 bis Jannacchino). E' nel 1462, però, che questo possente baluardo assolve ad un impegno decisivo per l'Università di Orsara. Il 16 agosto dello stesso anno "... le milizie aragonesi si erano dirette verso Orsara, spostando tutto l'apparato bellico (comprensibile solo con una valida fortificazione), nella speranza d'indurre il duca G. D'Angiò e il Piccinino a battaglia campale con l'assedio della nostra città, loro amica, e insieme per non lasciarsi nemici alle spalle, gli Orsaresi vennero a patti a queste condizioni:...si sarebbero arresi, e quindi avrebbero aperto le porte, se nel giro di quattro giorni non fossero giunti i soccorsi da parte angioina". Il 5.10.1712 all'esterno di una delle porte cittadine avvenne un terribile fatto di sangue:"Il prete Dionigio Spadaio fu ucciso fuori porta S. Pietro con un colpo di pistola". Ma da quante porte si poteva accedere nel paese ? Le fonti storiche e quelle fotografiche ci dicono che erano quattro: Porta S. Pietro, Porta S. Giovanni (poi S. Domenico), Porta di Greci (o porta Aecana?) e Porta Nuova. La prima si apriva là dove comincia Corso della Vittoria, la seconda (scomparsa all'inizio del secolo scorso) all'inizio di via S.Rocco attaccata alla chiesa di S.Giovanni Battista, la terza , tuttora esistente, alla confluenza di Via Serg. G. Volpe con via Trento e la quarta ubicata in via Napoli, (l'attuale strada di collegamento tra via C. Alberto e via Indipendenza, proprio laddove nel XVII secolo vi era l'abitazione della famiglia Scalzi). A queste probabilmente bisogna aggiungerne un'altra e che la tradizione ci ha conservato come "Portella delle Monache", che quasi certamente si apriva di fronte alla chiesa della Madonna della Neve. Nel 1788 l'Amministrazione Comunale paga le spese per "...la sterratura della Porta di S. Pietro e relativo mondezzaio". E' il segno evidente di un notevole abbandono e degrado della cinta muraria in alcuni punti. Poco più tardi, nel 1793 (1723?), una lapide, posta sull'architrave di un'abitazione di Via Mentana ricorda ai cittadini "...In esecuzione dei reali Ordini non permesso sia a persona alcuna di buttare l'immondizie vicino alle case dell'abitato di Orsara se non in distanza di passi 5001(?) trenta ducati per cont. Ed altre A.D. 1793(1723?)". Era un evidente segno dell'abbandono in cui versava il paese tutto ed in particolare il prezioso patrimonio delle mura troppe volte sottoposto a scempi e ridotto a ricettacolo d'immondizie. Nonostante tutto, però, nel 1830, il 10 settembre, il Sindaco di Orsara afferma che dell'antico nucleo militare del paese esistevano le mura e parte delle torri con fossati che rendevano in passato il luogo inaccessibile alle invasioni esterne. Il problema delle mura dovette trovare dei validi difensori se nel 1862 l'Amministrazione Comunale decise d'intervenire per restaurarle. L'incarico venne affidato al Perito Calabrese e i lavori all'appaltatore Silvestro Marino per la somma di Lire 397,17. Ormai il paese aveva cominciato ad estendersi al di là del perimetro difensivo e lo sviluppo caotico e dissennato finì col produrre danni irreparabili: alcune torri furono inglobate nelle abitazioni. Siamo, si può dire, all'epilogo. Il paese stava estendendosi e delle mura non si ha preoccupazione alcuna di preservarle. Da questo momento il paese non avrà che un solo lato con le mura ancora visibili. In una foto degli inizi del 1900 da S. Rocco si vedono ancora cinque torrioni e la cinta muraria in buono stato di conservazione. Ultimamente, ed esattamente nel 1992, il PIANO DI RECUPERO DEL CENTRO STORICO dell'Ing. Mario Narducci ha evidenziato, tra l'altro, anche il problema della cinta muraria. E' pregio del lavoro aver ricostruito, tramite il Catasto Onciario del 1753, fatto oggetto di un accurato studio da parte del prof. A. Anzivino, la toponomastica antica e il perimetro delle mura cittadine e delle circa venti torri che si ergevano a regolare distanza fra loro. Il prezioso lavoro ha evidenziato che alcuni torrioni sono stati inglobati nelle abitazioni e sono ancora visibili tracce di mura antiche in Largo della Libertà, in via Buttazzi, in via Madonna della Neve, in via Daniele Mafia e in via Manin. Cosa resta di tutto questo patrimonio? Ben poco. Oltre alle torri e ad una piccola parte delle mura visibili in via Castello, ci sono PORTA GRECI, nota anche col nome di porta Ecana ( forse perché immetteva su un ramo della via Herculea, che attraverso il nostro paese, proseguiva per Aecae) e PORTA NUOVA, che molto probabilmente fu l'ultima ad essere aperta, tra il XV e il XVI secolo, con la costruzione del palazzo della famiglia Scalzi o forse verso la fine del XIV secolo quando, costruita la nuova chiesa si rese necessario aprire un varco nella cinta muraria per avere un accesso più prossimo al complesso abbaziale, che era l'edificio religioso più prestigioso e dove ancora celebravano messa i commendatari e che era al centro di aspre lotte per il suo possesso.
Prese il nome di Porta Nuova così come, nel 1544, prese il nome di Fontana Nuova l'attuale fontana istoriata in contrapposizione alla Fontana Vecchia. Porta Greci ha un notevole basamento e conserva intatto il suo impianto altomedievale: sono ancora visibili i fori degli alloggiamenti dei cardini delle massicce porte. Porta Nuova lascia intuire un momento costruttivo successivo e il rafforzamento dei lati mediante muri di contrafforte a mo di sperone. Sono le uniche, se si eccettua Porta San Giovanni, della quale rimane il ricordo in un documento fotografico degli inizi del ‘900, che veramente hanno superato il tempo anche a dispetto del ripristino effettuato alle "PORTE" del paese dall'Amministrazione Comunale nel 1862. Altri link suggeriti: http://www.italiavirtualtour.it/dettaglio.php?id=1619https://www.bandierearancioni.it/approfondimento/che-cosa-vedere-orsara-di-puglia


giovedì 25 giugno 2020

Il castello di giovedì 25 giugno



MORNICO LOSANA (PV) - Castello

La fortificazione è posta a 350 metri s.l.m. sull'altura che sovrasta il borgo, si trova nell'Oltrepò Pavese, su un crinale che fa da spartiacque tra la val Sorda e la valle del Verzate, con ottima visibilità della pianura Padana. Mornico è citato tra i luoghi che nel 1164 l'imperatore Federico I concesse alla città di Pavia, tutti luoghi fortificati e dotati di autonoma amministrazione. Fu incluso dai Pavesi nella podesteria o squadra di Montalto, infeudata ai Belcredi, che ne costruirono o più probabilmente ricostruirono il castello, con funzioni di avamposto verso la pianura rispetto al castello principale di Montalto (https://castelliere.blogspot.com/2015/02/il-castello-di-martedi-3-febbraio.html), da qui ben visibile. Subì nei secoli vari assalti e venne assegnato dagli Sforza a varie famiglie piacentine. Seguì le sorti di di Montalto nei successivi passaggi: agli Strozzi, ai Taverna e al definitivo ritorno ai Belcredi, con la dominazione spagnola, che nel XVIII secolo presero anche il titolo di marchesi di Mornico, ne mantennero il possesso fino alla prima metà del XIX secolo trasformando il borgo fortificato in un maniero. All'inizio del XIX secolo il castello divenne proprietà del marchese Doria, in seguito dei Brignole. Nel 1880, il castello passò nelle mani dei De Filippi, che successivamente lo alienarono, al professor Lorini. Oggi è una struttura alberghiera destinata a location per l'organizzazione di ricevimenti di nozze e convegni. Anticamente vi era solo una torre in pietra con la funzione di avvistamento, grazie alla sua posizione privilegiata con vista sulla pianura Padana. Attualmente si presenta come un palazzo di abitazione, venne ristrutturato come casa-forte all’inizio del 1700, e fu trasformato in un maniero con una torre merlata, che risale alla fine del XIX secolo, e una struttura muraria con loggette e rientranze. D’epoca medievale sono rimasti solo i basamenti perimetrali dei sotterranei. Pregevoli le opere d’arte contenute nel suo interno, tra cui molti quadri del XVIII secolo e uno scalone marmoreo che domina l’atrio. Degna di nota anche la cappella eretta nelle immediate vicinanze che conserva una preziosa pala d’altare e quadri del XVIII secolo, nonché antichi libri liturgici. Il Castello di Mornico risulta regolarmente iscritto al Registro Italiano delle Dimore Storiche di Eccellenza. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=FWZiqMWsP74 (video di mabedotv), https://www.castellodimornico.it/, https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Mornico_Losana_Lorini.htm, https://www.facebook.com/watch/?v=1531788063546796 (video)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Mornico_Losana, https://www.residenzedepoca.it/matrimoni/s/location/castello_di_mornico/, http://www.borghiecastelli.eu/mornico-losana/

Foto: la prima è di Solaxart 2019 su https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Mornico_Losana_Lorini.htm, la seconda è presa da http://www.borghiecastelli.eu/mornico-losana/

mercoledì 24 giugno 2020

Il castello di mercoledì 24 giugno



SALERNO - Castel Vernieri

In località Fuorni, su un colle a circa 100 m sul livello del mare, sorge il Castel Vernieri, situato, in pratica, alla porta sud di Salerno. Ancora oggi, percorrendo il tratto di autostrada da Salerno a Pontecagnano, si intravede a destra sulla sua collina. Su Castel Vernieri non esiste alcuna notizia storica certa. Probabilmente è di origini normanne. Il Carucci, indirettamente, ne fa un accenno quando parla di “fortilizi” o “avamposti” che vigilavano sulla piana del Sele e sui borghi dell’entroterra. Struttura e dimensioni degli ambienti fanno pensare ad una residenza signorile più che ad un vero e proprio fortilizio, famoso per essere stato nel ‘200 la residenza del celebre Giovanni Da Procida. Mille anni di storia non sono bastati a far sì che il Castello faccia parte del patrimonio architettonico della Città di Salerno; infatti, Castel Vernieri è tuttora di proprietà privata. Un monumento che un tempo ha avuto indubbiamente una grande importanza, mentre oggi riversa in uno stato di totale abbandono pur conservando interessanti evidenze architettoniche tra cui le strutture ogivali. Pare che Salerno, essendo la più ricca e potente durante i secoli dell’alto Medioevo, conobbe, forse per prima, l’ogiva di cui ne esistono diversi esemplari, nel tentativo di soddisfare i desideri di "que’ nostri industriosi trafficanti, che cercavano di imitare e di emulare i più bei monumenti che vedevano nei luoghi di Oriente". Il castello, posto in posizione dominante sulla vallone di Ostaglio, era parte integrante e attiva del complesso sistema difensivo del principato salernitano, ricoprendo un ruolo di primo piano nelle vicende locali, all’interno di una dimensione strettamente legata ad eventi storici cruciali quali la dominazione angioina o la Guerra del Vespro. La struttura - protetta dal vincolo, assicurano in Soprintendenza - insiste all'interno di una proprietà privata: restano in piedi soltanto le mura perimetrali, sommerse da rifiuti ed erbacce, soffocate, assediate dall'edilizia moderna. Pietre secolari che invocano a gran voce un intervento non più rinviabile. Prima che sia troppo tardi. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=VwQv72t69DA (video con drone di Alexfly), https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2014/09/18/ritratto-di-un-politico-giovanni-da-procida/, https://www.youtube.com/watch?v=gHeDRI4dCaQ (video di Communication Program.Tv), https://www.facebook.com/watch/?v=412949636072078 (video)

Fonti: https://amalfinotizie.it/salerno-castel-vernieri-storia/, https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/10-marzo-2011/vernieri-vetrano-rovina-castelli-rifiuti-degrado-190192961281.shtml

Foto: la prima è presa da https://digitalhistoriansunisa.wordpress.com/2016/05/03/la-valle-dei-picentini/, la seconda è presa da https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/fotogallery/campania/2011/03/naddeo/salerno-castelli-rovina-190193073526.shtml

martedì 23 giugno 2020

Il castello di martedì 23 giugno



RAPALLO (GE) - Castello

Situato all'estremità orientale del Lungomare Vittorio Veneto, circondato dal mare e collegato alla terraferma da un pontile, la sua sagoma inconfondibile è uno dei simboli della città di Rapallo ed è riprodotta in incisioni, cartoline, francobolli e souvenirs. Questa postazione difensiva è detta anche "castello medievale" con una definizione errata poiché la sua costruzione risale solo alla seconda metà del XVI secolo. All'interno è presente anche una piccola cappella dedicata a San Gaetano costruita nel 1688 con la caratteristica cupoletta con campana, ben visibile all'esterno del castello. L'edificazione del castello di Rapallo è legata ai fatti storici che interessarono l'allora borgo marinaro il 4 luglio del 1549. Quel giorno Rapallo subì l'assalto e il saccheggio da parte del pirata turco Dragut che, oltre ai danni provocati dallo sbarco in tre punti diversi della costa, culminò con il rapimento di ventidue fanciulle del luogo, in seguito fatte schiave dai pirati saraceni ad Algeri. In questo contesto si colloca l'eroico episodio del giovane Bartolomeo Maggiocco che, sprezzante del pericolo, scese nel borgo, precipitandosi presso la Porta Saline per affrontare i pirati e salvare la fidanzata Giulia Giudice. Il Maggiocco, effigiato in un dipinto che decora l'aula consiliare, venne sempre ricordato per questo gesto e meritò anche l'intitolazione di una strada. La Rapallo della seconda metà del XVI secolo non disponeva di un'adeguata difesa di mura e le uniche postazioni difensive erano costituite dalle torri di avvistamento poste sulle alture e dalle alte case nella zona della marina. Lo sbarco, che avvenne nell'oscurità notturna, fu pertanto rapido e facile per la flotta dell'ammiraglio turco. Assoggettato al dominio della Repubblica di Genova (alleata e protettrice di Rapallo dopo l'atto di dedizione della comunità rapallese nel 1229), le truppe genovesi e quelle locali (queste ultime di numero esiguo) nulla poterono contro i pirati arrivati dal mare. Genova tuttavia incaricò il capitano Gregorio Roisecco, comandante delle truppe arrivate da Genova, di valutare la situazione difensiva del borgo rapallese. Questi suggerì alla comunità (e alla repubblica) l'edificazione di un castello o di una postazione difensiva per il controllo di questa parte occidentale del golfo del Tigullio. Il 16 febbraio del 1550 il doge di Genova Luca Spinola riferì con un apposito documento al podestà di Rapallo che il costo dell'opera da costruire non poteva essere affrontato dalla repubblica genovese e che pertanto doveva essere a carico della sola comunità rapallese. Questo comunicato suscitò il malcontento degli abitanti dell'entroterra rapallese, detti "delle Ville" e che appartenevano al ceto nobile e borghese, che minacciarono addirittura di abbandonare il paese. Gli altri abitanti alla marina, detti "del Borgo" e di estrazione popolare, erano più direttamente interessati alla realizzazione dell'opera, ma con scarsi finanziamenti, e cercarono quindi una mediazione con i compaesani con esiti però negativi. Genova, stanca delle discussioni locali, tentò una nuova trattativa con il "mediatore" capitan Roisecco, ideatore del castello, che con promesse ad entrambe le parti riuscì a rimettere pace tra gli abitanti della città. Altro scontro fu la scelta del luogo effettivo di costruzione della postazione difensiva: le Ville proposero la zona collinare per una maggiore visuale area, mentre il Borgo puntò su una collocazione nella zona della marina più vicina al nucleo storico. Altro punto dolente fu la ripartizione del costo: entrambi gli schieramenti accollarono l'un l'altro la spesa. La nuova discussione tra ceti popolari costrinse il podestà a richiedere al Senato della Repubblica di Genova un prestito di 10 lire per finanziare l'opera e ad imporre agli abitanti l'introduzione di una tassa obbligatoria di residenza. Con la locale gabella si riuscì a raggiungere la somma complessiva di 1.770 lire genovesi potendo così gettare le basi per l'edificazione del castello. L'opera (la cui prima struttura, su disegno di Antonio de Càrabo, fu molto più semplice nelle forme rispetto all'attuale impianto) cominciò ben presto a prendere corpo nel corso del 1550, ma il podestà fu costretto numerose volte a chiedere denaro al governo della Repubblica a causa delle spese aggiuntive e agli alti costi del materiale necessario per poter resistere alle forti mareggiate. I lavori durarono quasi un anno, interrotti talvolta da scioperi spontanei dei lavoratori per il mancato pagamento dello stipendio. Dopo un alto costo di finanziamento e costruzione il neo podestà di Rapallo, Benedetto Fieschi Raggio, il 10 maggio 1551 poté inaugurare l'opera chiedendo al Senato genovese la dotazione di artiglieria necessaria alla difesa del castello. Con la costruzione del castello di Rapallo l'intero comprensorio occidentale del Tigullio andò quindi a completarsi con un sistema difensivo e di avvistamento legato ai castelli di Portofino, di Paraggi, di Santa Margherita Ligure e di Punta Pagana presso San Michele. Negli anni successivi il castello sul mare fu più volte modificato con adattamenti ed ampliamenti della struttura. Nella sua storia il castello è stato sede di importanti organi statali, praticamente fino agli anni cinquanta del Novecento quando venne dichiarato monumento nazionale italiano dal Ministero dei Beni Culturali e acquistato dal Comune di Rapallo. Nel 1608 divenne sede del capitaneato di Rapallo (istituito in tale anno distaccandosi dal precedente controllo del capitaneato di Chiavari); qui prese alloggio il capitano con relativo ufficio, mentre nella parte basse venne creata una prigione temporanea in attesa di giudizio dal tribunale di Genova. La sede venne poi spostata nel 1645 nel nuovo palazzo di Giustizia (non più esistente) presso il centro storico rapallese. Nel 1865 diventò proprietà del Regno d'Italia che scelse l'ex postazione difensiva quale sede della Guardia di Finanza e di un piccolo carcere mandamentale. Nel 1958 per la somma di 6.700.000 lire venne riscattato dall'ente comunale rapallese che sottopose il castello ad un primo restauro conservativo nel corso del 1963; è in questa fase che furono aggiunti gli scogli intorno alla struttura a mo' di maggiore protezione dalle ondate marine. L'ultimo grande restauro è stato attuato tra il 1997 e il 1999, sotto la direzione scientifica del prof. Benito Paolo Torsello, grazie agli aggiuntivi fondi dall'Unione Europea e dal Ministero dei Beni Culturali, con interventi conservativi che hanno riguardato i paramenti esterni fortemente degradati dal salino, i pavimenti, gli infissi e l'impianto elettrico. Dopo ulteriori lavori di adeguamento alle norme sulla sicurezza (nel corso del 2005), il castello è ora sede di mostre artistiche ed eventi culturali. Una locale tradizione, inserita tra gli eventi più celebri durante le festività patronali in onore di Nostra Signora di Montallegro nei primi tre giorni di luglio, vede il castello cinquecentesco protagonista di un curioso spettacolo pirotecnico. La sera del 3 luglio, serata conclusiva delle celebrazioni religiose, il castello viene dato simbolicamente "alle fiamme" con un collaudato programma pirotecnico e di fumogeni, al passaggio dell'arca argentea della Madonna di Montallegro nei pressi del maniero sul lungomare rapallese. Precedentemente l'evento del simbolico incendio vengono inoltre innescati i celebri mortaretti o mascoli liguri che detonano lungo il breve percorso che separa il castello dalla terra ferma. Terminato il "fragoroso" scoppiettare dei mascoli il castello si colora, con l'ausilio di lacrimogeni, di un rosso intenso fino alla conclusiva "cascata bianca" dalla torretta e lungo il perimetro della fortezza. Il castello presenta una struttura compatta a parallelepipedo dagli angoli smussati, dominata da una massiccia torre quadrata che si eleva dal lato terra. L'accesso alla fortezza è garantito da una scala in pietra. Un piccolo campaniletto a vela è collocato in posizione sopraelevata, a destra dell'ingresso, mentre sul lato diametralmente opposto una piccola garitta si sporge sul mare. Altro link suggerito: https://video.ilsecoloxix.it/levante/rapallo-l-incendio-del-castello/38403/38404? (video)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Rapallo, https://www.comune.rapallo.ge.it/pagina501_lantico-castello-sul-mare.html, https://www.icastelli.it/it/liguria/genova/rapallo/castello-di-rapallo

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è presa da https://www.loveliguria.it/itinerari-in-liguria/castello-di-rapallo/

lunedì 22 giugno 2020

Il castello di lunedì 22 giugno




EMPOLI (FI) - Castello del Cotone (o Villa del Cotone)

I primi cenni storici che riguardano la villa del Cotone risalgono addirittura al 1385, quando Scolaio Spini, appartenente al patriziato fiorentino, la acquistò dalla famiglia – anch'essa patrizia – Mannelli. La prima attestazione documentaria è del 1427: l'immobile allora di proprietà della stessa famiglia Spini viene descritto nei minimi particolari. Da tale documento emerge la funzione militare della costruzione originale, testimoniata dalla posizione dominante il territorio circostante e dalle caratteristiche di struttura fortificata con “mura, torrione e torre minore merlate e coi beccatelli” e circondata da un ampio fossato. Sempre nel corso del '400 venne trasformata da fortezza a villa di delizia, modificando profondamente gli interni per renderli più abitabili. L'antico uso è ancora evidente nel blocco centrale merlato, scalfito da grandi e ordinati finestroni e nelle annesse scuderie. Alla fine del XV secolo, a seguito del tracollo finanziario della banca Spini, la proprietà passò nelle mani di Bernardo di Dante da Castiglione e pochi anni dopo ad un altro nobile fiorentino, Giovanni Niccoli. A cavallo tra la prima e la seconda metà del '500 un altro nome importante comparve nella storia del Cotone, quello del nobile Alessandro Antinori. Ma fu nel 1563 che avvenne il passaggio più prestigioso alla famiglia Strozzi, una delle più importanti dinastie fiorentine. Furono loro a costruire l'oratorio dedicato a Maria Assunta. Dopo il 1634, epoca in cui fu redatto un inventario di mobili e suppellettili che ci dà alcuni ragguagli sulla sistemazione interna, la proprietà della villa passò agli Scarlatti, anch’essi esponenti di una famiglia nobile di Firenze, sebbene di minore antichità e rango degli Strozzi, cui rimase fino alla seconda metà dell’800. Di questo periodo rimangono alcuni libri di amministrazione dei poderi oggi conservati all’Archivio di Stato di Firenze. Fu sotto gli Scarlatti che la villa subì i restauri che le hanno dato l'aspetto attuale. All'interno, in alcune sale sono ancora visibili degli affreschi settecenteschi. Nel corso dell'800 la proprietà venne divisa in due. Una parte venne venduta alla famiglia Arrighi, poi passata ai Carovani. L'altra venne ereditata dai Bottai. La proprietà risulta ancora suddivisa e l'ultima compravendita risale al 2008. Oltre che per la sua naturale destinazione di pregio e per l'importanza delle famiglie che l'hanno posseduta, la villa del Cotone racchiude in sé un valore ulteriore dato da produzioni vinicole divenute mitiche e leggende esoteriche. Per quanto riguarda le prime, il riferimento più importante è al cosiddetto “Pisciancio”, un tipo di vino non particolarmente pregiato ma diventato famoso grazie ad una celebre citazione. Il vino prodotto nelle cantine della villa, infatti, venne recensito nel 1685 da Francesco Redi nel suo “Bacco in Toscana”, un elogio dei vini toscani divenuto celebre in tutta Europa. Il "Pisciarello", che a Firenze veniva chiamato appunto in maniera dispregiativa "Pisciancio", era un vino un po' gentile e dolce che Redi diceva essere adatto alle persone “che non san fare i loro fatti”. Ma il Cotone è anche il teatro di una leggenda legata ad una bambina arsa viva di fronte alla cappella nel '600 e il cui fantasma ha animato gli incubi di generazioni di giovani empolesi. Emma, questo è il nome della bambina che sarebbe stata bruciata viva (le storie sui motivi e sulle responsabilità divergono) e successivamente tumulata all'interno della cappella cinquecentesca attualmente sconsacrata. Più di una persona potrebbe giurerebbe di averla vista insieme al fantasma della madre, quest'ultima disperata e suicida per ciò che avevano fatto a sua figlia. Le due presenze si mostrano all'ingresso della chiesetta sconsacrata o nella penombra dell'aula interna. Per decenni questo luogo ha rappresentato meta di veri e propri pellegrinaggi da parte di adolescenti della zona, che testavano il loro coraggio tentando di incontrare il fantasma di Emma. Nel 2008 intervenne addirittura la polizia, che smascherò la bravata di due ragazzi. I due, per spaventare alcuni loro coetanei, avevano messo in scena l'apparizione del fantasma con tanto di lenzuoli, candele e riti esoterici. L'edificio, profondamente rinnovato dagli attuali proprietari (la famiglia Carovani-Del Bravo) ha la facciata inquadrata da lesene e da una cornice in cui si aprono una finestra centinata ed il portale timpanato. Sul retro è stata aggiunta la cappella dall'aspetto neoclassico. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=B7WuTrEozkw e https://www.youtube.com/watch?v=2YPnlyHA5d8 (entrambi i video di Luigi Livi), https://www.youtube.com/watch?v=KMJUS0gcjxM (video di Roberto Ribechini)

Fonti: articolo di Marco Pagli su https://iltirreno.gelocal.it/empoli/cronaca/2016/02/26/news/un-pezzo-di-storia-di-empoli-finisce-all-asta-per-1-8-milioni-1.13020842, testo di Vanna Arrighi su http://www.empoliestoria.it/?p=285, http://www.empolese-valdelsa.turismo.toscana.it/i/3B6D267F.htmhttps://www.arcgis.com/apps/Cascade/index.html?appid=909d256214114609b91b12e799362f64

Foto: tutte del mio amico, e "inviato speciale" del blog, Claudio Vagaggini

sabato 20 giugno 2020

Il castello di sabato 20 giugno



CALASCIO (AQ) - Rocca Calascio

La fondazione della rocca si fa risalire a Ruggero II d'Altavilla che ne promosse l'edificazione probabilmente dopo la conquista normanna del 1140; tuttavia il primo documento storico che ne cita il nome è datato al 1239, mentre il primo che ne attesta la presenza al 1380. Alcune fonti ritengono che la struttura possa essere stata costruita sui resti di una preesistente fortificazione d'origine romana. Rocca Calascio fu inserita in un complesso sistema di fortificazioni, a scopo difensivo, che controllavano le vallate abruzzesi; per la sua vicinanza al vasto bacino pastorale di Campo Imperatore, la rocca ebbe un ruolo importante relativamente ai percorsi della transumanza. Fece parte – con Calascio, Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio e Santo Stefano di Sessanio – della celebre baronia di Carapelle, di cui seguì le vicende storiche fino al 1806, anno dell'abolizione della feudalità. Nei secoli si susseguirono nel dominio le famiglie Pagliara, Plessis, Colonna, Celano, Caldora, Accrocciamuro, Piccolomini Todeschini, Del Pezzo, Cattaneo, Medici e Borbone; in particolare, nel 1463, su concessione di Ferdinando I di Napoli, la rocca passò ad Antonio Todeschini della famiglia Piccolomini che dotò la struttura della cinta muraria in ciottolame e quattro torri di forma cilindrica con merlatura ghibellina. Nel 1579 Costanza Piccolomini, l'ultima della famiglia, vendette la Baronia, il Marchesato di Capestrano e le terre di Ofena e Castel del Monte a Francesco Maria Dè Medici, Granduca di Toscana per 106.000 ducati. Nel 1703 si verificò un violento terremoto che danneggiò il castello e distrusse quasi interamente il borgo sottostante; fu ricostruita solo la parte bassa del borgo medievale mentre il resto della popolazione, trovò rifugio più a valle, nell'attuale abitato di Calascio. Nei decenni seguenti, terminata la sua funzione strategica, la rocca andò in declino e fu progressivamente abbandonata fino a risultare completamente disabitata nel 1957. A partire dagli anni '80 del XX secolo, sull'onda del successo di alcune ambientazioni cinematografiche – su tutti, "Ladyhawke" del 1985 e "Il nome della rosa" del 1986 – il castello è stato sottoposto a lavori di restauro e consolidamento e alcune abitazioni del borgo medievale sono state recuperate e convertite a strutture ricettive. Rocca Calascio è diventata una delle principali mete turistiche dell'Abruzzo aquilano e, nel 2019, il suo castello è stato inserito dal National Geographic nella lista dei 15 più belli al mondo. Rocca Calascio è posta su di un crinale della sottodorsale meridionale del massiccio del Gran Sasso d'Italia, ad un'altitudine di 1460 metri sul livello del mare (è la fortificazione più alta d'Italia). La posizione particolarmente favorevole, baricentrica tra l'altopiano di Campo Imperatore a nord, l'altopiano di Navelli sud-ovest e la valle del Tirino a sud-est, la rendeva una delle principali fortificazioni dell'Abruzzo. e permetteva il controllo del territorio sia dal punto di vista difensivo, sia per quanto riguarda i percorsi legati alla transumanza. Con la dominazione aragonese fu istituita la "Dogana della mena delle pecore in Puglia" e la pastorizia transumante divenne la principale fonte di reddito del Regno. Fu quindi un momento di notevole sviluppo per i paesi della Baronia che nel 1470 possedevano oltre 90.000 pecore e fornivano ingenti quantitativi di pregiata "lana carapellese" a città come L'Aquila e Firenze. La rocca è costituita da un castello e dal borgo medievale adiacente; quest'ultimo, che si sviluppa verso sud-ovest, è costituito da una parte alta, più antica, di cui rimangono solamente alcuni resti archeologici e una parte bassa, più recente e parzialmente recuperata. Sul versante opposto di nord-est, verso Campo Imperatore, è invece la chiesa di Santa Maria della Pietà. Il complesso si trova appena sopra l'abitato di Calascio, da cui dista circa 3 km per un dislivello di 200 metri. La chiesa venne costruita dai pastori intorno al 1400 come ringraziamento alla Madonna quando i soldati dei Piccolomini respinsero, in una sanguinosa battaglia, un gruppo di briganti provenienti dal confinante Stato Pontificio. È raggiungibile in auto, fino all'ingresso del borgo, o a piedi (circa 40 minuti di cammino); nei fine settimana estivi, data la limitata ampiezza della sede stradale e l'esiguità di parcheggi, la strada d'accesso viene interdetta alle auto ed è disponibile un servizio di navetta a pagamento. Il castello è il monumento più significativo dell'intera rocca. È posto sul punto più alto del crinale, in posizione dominante su tutte le vallate circostanti, ed era utilizzato come punto d'osservazione militare in comunicazione con altre torri e castelli vicini, sino al mare Adriatico. La struttura, interamente di pietra bianca locale a conci squadrati, si compone di un mastio centrale di antica origine, parzialmente scapitozzato, circondato da di una cerchia muraria e quattro torri d'angolo a base circolare fortemente scarpate, realizzati successivamente, a partire dal XIII secolo. L'accesso avveniva attraverso un'apertura sul lato orientale posta a circa cinque metri da terra, cui si accedeva attraverso una rampa in legno, originariamente retrattile, poggiata su mensole in pietra. Tra il 1986 e il 1989 il castello è stato soggetto a una serie di restauri conservativi, volti a risanare la struttura e a consentirne il recupero architettonico-funzionale, ed è oggi fruibile gratuitamente ai visitatori. Da esso si gode di un'ampia veduta, tra le più suggestive d'Abruzzo, con vista dei principali gruppi montuosi dell'Appennino abruzzese: è visibile a nord l'intera catena del Gran Sasso d'Italia (Corno Grande, Pizzo Cefalone, Monte Prena, Monte Camicia, Monte Bolza, Monte Ruzza), a sud-est la Maiella, a sud-ovest il Sirente-Velino; sono inoltre riconoscibili le valli sottostanti di Navelli e del Tirino e, in lontananza, la conca aquilana e la conca peligna. Sul lato di sud-ovest della rocca, lungo il sentiero che sale dall'abitato di Calascio, è il borgo medievale che costituisce con il castello un unico organismo fortificato. Il suo sviluppo è legato alle modeste dimensioni del castello e all'esiguità di uomini che riusciva a ospitare, oltre che alla necessità di salvaguardare la popolazione dagli assalti di invasori. Il collegamento con il castello avveniva attraverso un ponte levatoio in legno, oggi sostituito da una semplice rampa. Può essere distinto in due parti, una originaria adiacente al castello e una più recente e posta più a valle. La parte alta, di cui rimangono solo alcuni ruderi, cadde in disuso già in seguito alle distruzioni causate dai terremoti del 1348-49 e dal terremoto dell'Aquila del 1461, venendo completamente abbandonata con il sisma del 1703; la parte bassa fu abitata fino al secondo dopoguerra per essere poi sottoposta ad alcuni interventi di recupero sul finire del XX secolo. I volontari dell’Associazione Nuova Acropoli dell’Aquila si occupano, nel periodo estivo, della manutenzione ordinaria del castello e si impegnano a tenerlo aperto per quanti vogliono visitare l’interno, salire sulla terrazza e spaziare con lo sguardo su tutto il territorio circostante, dal Gran Sasso fino a Sulmona ed oltre. Un ultima curiosità: Rocca Calascio fa parte della serie filatelica "Castelli d'Italia", famoso è il francobollo da 50 lire su sfondo blu che raffigura il castello abruzzese.
Altri link suggeriti: http://www.roccacalascio.info/, http://www.istitutoitalianocastelli.it/risorse/il-castello-del-mese/rocca-calascio.html, https://www.facebook.com/pg/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/?tab=album&album_id=10157631686730345 (raccolta di foto stupende), https://www.youtube.com/watch?v=2MBywEq5VYg (video con riprese aeree di Giulio Mentuccia), https://www.youtube.com/watch?v=1FnAdtmbEUI (video di EURASIA NEWS TV), https://video.repubblica.it/viaggi/le-citta-fantasma-rocca-calascio-il-borgo-dimenticato-d-abruzzo-con-il-castello-piu-alto-d-italia/341817/342407? (altro video, ma sul web chi è interessato a questo castello ne può trovare tantissimi altri.....buona ricerca !)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Calascio, https://abruzzoturismo.it/it/castello-di-rocca-calascio-calascio-aq, http://www.gransassolagapark.it/paesi_dettaglio.php?id=66014

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.agriturismolafattoriadimariadonata.com/2018/01/10/itinerario-nel-parco-nazionale-del-gran-sasso-fino-a-rocca-calascio/

venerdì 19 giugno 2020

Il castello di venerdì 19 giugno



CASTELNOVO DI SOTTO (RE) - Rocca

Il primo documento che attesta l'esistenza di un nucleo abitato nell'area in cui sorge l'attuale paese risale al 980; in esso si dà conto di una compravendita avvenuta in "Castronovum". Il toponimo esprime l'originaria vocazione militare del borgo che, appunto, sorse attorno a un "castrum" cioè ad un forte che, nel corso del tempo, acquisì sempre maggiore rilevanza strategica fino a diventare, intorno al 1200, una rocca di una certa importanza. Signori del luogo furono così casati di antico blasone come i Canossa, i Visconti, i Terzi. Il dominio sul paese fu però a lungo conteso soprattutto tra i Da Correggio e gli Este. Nel 1366 Bernabò Visconti assegnò il feudo di Meletole e Castelnovo di Sotto a Luchino Dal Verme. Nel 1386 Antonio da Correggio vendette parte della Rocca a Jacopo Dal Verme, figlio di Luchino dal Verme ed erede. Alla morte di Jacopo il feudo passò al figlio Luigi Dal Verme, conte di Bobbio, Voghera e signore di Castel San Giovanni della val Tidone. Nei primi decenni del Quattrocento si alternarono nel suo dominio i Duchi di Milano (Visconti e Sforza) e gli Estensi. Nel 1447 lo riebbe il Marchese Leonello d'Este. Tornato ai Duchi di Milano nel 1457 rientrò in possesso nel 1479 del Duca di Ferrara Ercole I d'Este insieme con Brescello e da lui uniti al Ducato di Modena e Reggio. Dopo il periodo di occupazione pontificia (1513-1527) rimase sempre agli Estensi. Nel 1652 il duca Francesco d'Este vendette il feudo al ramo veronese dei Gherardini di Montagliari che lo tennero fino alla napoleonica Campagna d'Italia, a seguito della quale, nel 1796, Castelnovo fu proclamato "Libero Comune" ed entrò così a far parte dapprima della Repubblica Reggiana e poi della Repubblica Cisalpina. Con la Restaurazione il paese tornò ad essere un possedimento estense, fino all'avvento dell'Unità d'Italia. L'edificio originale, intorno al quale sorse il borgo, fu edificato, stando alle cronache, intorno all'anno 1000 da Sigifredo di Lucca, capostipite della casata dei Canossa. Non era certo la Rocca che vediamo ora e d'altra parte è impossibile immaginare com'era. Il dominio di Castelnovo, alla morte di Sigifredo, venne ereditato da Atto Canossa. L’illustre casata attivò qui un vero cantiere per rendere più munita ed inespugnabile la fortezza. La signoria canusina durò fino a quando l’imperatore Arrigo IV spogliò la Contessa Matilde di questo dominio e concesse l’investitura dei terreni e della rocca ai fratelli Pietro e Giberto da Correggio, che già possedevano diversi domini limitrofi. Questi feudatari intervennero sulla fortezza, ampliandola ed ingentilendola, e sullo sviluppo del borgo, iniziando un’opera di bonifica del territorio adiacente. Gli anni seguenti furono costellati di eventi nefasti per Castelnovo: cinto d’assedio nel 1305 ed espugnato dalle milizie di Azzo I d’Este, signore di Ferrara, venne sottoposto ad un più violento attacco dalle truppe di Giberto Da Correggio. Costretta a capitolare dopo 24 giorni di combattimenti, la rocca viene abbattuta e spianata al suolo. Dopo averla rioccupata, Giberto, nel 1318, ordinò l’edificazione di un nuovo castello innalzandolo sulle attuali fondamenta. Testimonia quest’epoca cruenta una lapide raffigurante uno scudo con le iniziali “S. I.” avvolto in ghironi, i panni che anticamente coprivano gli scudi. Questa targa, voluta dai Da Correggio per commemorare gli aiuti ricevuti dal vescovo di Parma, Obizzone I San Vitale, e dal fratello Pietro nella lotta contro i Lombardi, è attualmente collocata all’ingresso della rocca. Da una mappa antica è chiaramente osservabile la “fossa del castello” o “Fossa della Rocca”: un fossato che, con il suo andamento circolare, limitava e proteggeva il fortilizio di Castelnovo, eretto nel 1318 da Giberto Correggio, che ora racchiude il nucleo urbano. Un secondo fossato aveva invece lo scopo di separare il borgo dal castello e costituiva un ulteriore strumento di difesa. Il castello, nel corso del Trecento, fu sottoposto ad un alternarsi di distruzioni e riedificazioni, causate dagli insistenti assedi ed attacchi mossi dalle milizie dei Gonzaga. Nel 1345 un terremoto danneggiò ulteriormente la fortificazione. La signoria dei Da Correggio subì nel secolo seguente diverse interruzioni di potere, attribuibili alla loro incerta politica durante le lotte tra le signorie dell’epoca. Nel 1479 il territorio di Castelnovo venne acquistato dal Duca Ercole I che avviò un’operazione di rafforzamento della rocca, potenziata nei suoi apparati difensivi e dotata di ponti levatoi nei due ingressi principali. Il Duca provvide anche al restauro e all’abbellimento delle stanze signorili. Gli Estensi mantennero il possesso di Castelnovo fino al 1652, quando il Duca Francesco I lo cedette in feudo alla famiglia Gherardini di Verona, che abitò stabilmente nella rocca. Il loro dominio su Castelnovo, prolungatosi fino al 1796, fu interrotto negli anni 1707-1709 dai franco-spagnoli, nemici degli Este, che occuparono il castello e costrinsero i feudatari a trasferirsi a San Polo. Nel corso dei secoli l'edificio ha dunque subito numerose modifiche, pur conservando tutt'oggi i tratti originari di fortezza militare a scopi difensivi, come appare evidente dalla pianta quadrangolare compatta su tre livelli più sottotetto; sulla copertura poi si erge una torretta e la facciata è preceduta da un avancorpo porticato. La ristrutturazione più incisiva si ebbe nel Settecento quando la rocca fu convertita dal marchese Gherardini in residenza civile, circondata da un parco creato su disegno di Geminiano Macagni. Nel 1869 la proprietà dell'edificio passò alla famiglia Chioffi. Nel 1903 la sede municipale, che prima si trovava al civico 131 di via Gramsci, è stata collocata nell'attuale Rocca. Nel 1910, su proposta del sindaco Salvarani, il Consiglio Comunale, per rendere più decorosa la sala, decise di affidare al pittore Radames Dossi, da poco stabilitosi a Castelnovo Sotto, la decorazione della sala stessa mediante pareti istoriate con soggetti rappresentanti episodi del Risorgimento italiano, soffitto con medaglioni raffiguranti le allegorie della Storia, della Giustizia, della Scienza, della Giurisprudenza, del Progresso, dell'Agricoltura con motti e stemmi delle Provincie Emiliane. (Bertolotti, A., Castelnovo di Sotto dalla fine del '700 agli inizi del '900. Notizie storico urbanistiche, Comune di Castelnovo di Sotto, 1981). Nel 1995 hanno preso il via, con il sostegno della Provincia di Reggio Emilia, i lavori di restauro conservativo della Rocca sottoposta, per il suo elevato valore, sottoposti ai vincoli della Sovrintendenza ai Beni Culturali e Ambientali della Regione Emilia Romagna. Il restauro del Palazzo Rocca fa parte di un complessivo progetto di riordino urbanistico del centro Storico sia dal punto di vista architettonico che culturale e turistico nell'ottica di una sempre maggiore vivibilità e a fronte dell'accrescersi della partecipazione alle manifestazioni del Carnevale di un pubblico sempre maggiore anche da fuori Regione. Sul retro del palazzo municipale, sul lato destro dando le spalle al parco, è posta la Lapide a ricordo dei 5 partigiani uccisi il 24 aprile 1945. Altri link suggeriti: http://rete.comuni-italiani.it/wiki/File:Castelnovo_di_Sotto_-_La_rocca_-_lato_posteriore.jpg, http://rete.comuni-italiani.it/wiki/File:Castelnovo_di_Sotto_-_Municipio.jpg

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castelnovo_di_Sotto, https://comune.castelnovo-di-sotto.re.it/contenuti/136878/storia-monumenti, https://turismo.comune.re.it/it/castelnovo-di-sotto/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/castelli-torri-campanili/rocca-di-castelnovo-sotto

Foto: la prima è presa da https://turismo.comune.re.it/it/castelnovo-di-sotto/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/castelli-torri-campanili/rocca-di-castelnovo-sotto, la seconda è presa da https://bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it/pater/loadcard.do?id_card=197025

giovedì 18 giugno 2020

Il castello di giovedì 18 giugno



ROCCHETTA A VOLTURNO (IS) - Castello Battiloro

Nel IX secolo i saraceni distrussero l’insediamento denominato “Bactària” (località chiamata oggi “Vaccareccia”)e fortunatamente la chiesa rupestre di Santa Maria delle Grotte venne preservata. Nell'XI secolo il feudo faceva parte dei possedimenti dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno, insieme a Castel San Vincenzo e Cerro. Fino al XII secolo il centro urbano non fu ricostruito, finché nel 1142 alcune famiglie coloniche di Atina popolarono e ricostruirono il paese e l’abate di San Vincenzo fece costruire un castello alle pendici del colle, dove sorse il nuovo centro abitato. Rocchetta costituiva una zona di avvistamento per il monastero, trovandosi in posizione elevata. Nel XIII secolo, in pieno feudalesimo, il territorio era parte della Contea di Molise. Risale a quel periodo l'ampliamento della rocca col castello. L'Abbazia di San Vincenzo al Volturno rimase proprietaria del feudo fino alla fine del XIV secolo, periodo in cui la famiglia Caldora si appropriò di molte terre abbaziali. Antonio Caldora perse la titolarità su Rocchetta in seguito alle lotte angioino - aragonesi del 1442: fu punito da Alfonso I d'Aragona, re di Napoli, per aver tradito la monarchia abbracciando la causa angioina. Ad Antonio Caldora successe Francesco Pandone, già conte di Venafro, la cui stirpe rimase titolare di Rocchetta sino al 1525. Fino al XV secolo Rocchetta fu parte integrante del Giustizierato d'Abruzzo e dell'Abruzzo Citeriore. Nel 1479 fu annessa alla Terra di Lavoro. Nel Seicento il paese fece parte dei possedimenti dell'Abbazia di Montecassino. Numerose famiglie si susseguirono nella titolarità di Rocchetta, ultima delle quali la famiglia Battiloro con Candido che divenne proprietario del maniero di Rocchetta nel 1725. E proprio a questa famiglia dobbiamo il nome del castello. Nel 1820 Rocchetta ottenne l'autonomia di Comune e nel 1861 venne alienata dalla Terra di Lavoro. Il centro storico di Rocchetta al Volturno, detto anche Rocchetta Alta, o Rocchetta Vecchia, fu in gran parte abbandonato a causa di una serie di frane che lo minacciarono già dalla fine dell'Ottocento, oltre chedei bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale. Gli abitanti decisero di spostarsi a valle dando vita a Rocchetta Nuova. Oggi Rocchetta Alta è un “borgo fantasma” e in alcune parti anche pericolante, ma l’atmosfera è molto suggestiva poiché il borgo ha mantenuto il suo aspetto originario. Passeggiare per i vicoli di Rocchetta vecchia è un vero e proprio viaggio nel passato. Si entra nel paese tramite un portale d’ingresso che reca ancora iscrizioni fasciste; tra le vie la vegetazione cresce rigogliosa, creando un’atmosfera magica. Appena entrati si è colpiti dalla semplicità del’antica chiesa di Santa Maria Assunta, costruita con le spoglie di monumenti più antichi, come la vicina abbazia di San Vincenzo. Superando il vecchio municipio e salendo su di una rampa si accede al castello. Le case del borgo erano costruite lungo il pendio della roccia per motivi di difesa. Il castello si restringe nella zona retrostante, per seguire anch’esso il pendio della roccia e termina con una torre circolare. L’ingresso vero e proprio è a sud in prossimità dello strapiombo roccioso inaccessibile al nemico. La porta di ingresso al giardino si trova invece sul lato orientale della fortezza e reca ancora lo stemma nobiliare dei Battiloro. Il castello Battiloro si eleva su due piani ed è caratterizzato da stanze molto piccole che testimoniano come l’edificio abbia avuto sempre una funzione difensiva. Altri link suggeriti: http://www.paesifantasma.it/Paesi/rocchetta-alta.html, https://www.francovalente.it/2007/09/14/rocchetta-a-volturno/, http://www.laterra.org/index.php?option=com_content&view=article&id=525:rocchetta-a-volturno&catid=89&Itemid=332, http://www.iserniaturismo.it/modules/smartsection/item.php?itemid=83

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocchetta_a_Volturno, https://it.wikivoyage.org/wiki/Rocchetta_a_Volturno, https://www.historiaproject.com/rocchetta-al-volturno/, https://www.moliseexplorer.com/molise/comuni/rocchetta/castello/frame/dx/storia.html, http://www.molise.org/territorio/Isernia/Rocchetta_a_Volturno/Arte/Castelli/Castello_Battiloro

Foto: la prima è presa da https://laterrainmezzo.altervista.org/rocchetta-alta-paese-fantasma/, la seconda è presa da https://www.historiaproject.com/rocchetta-al-volturno/

mercoledì 17 giugno 2020

Il castello di mercoledì 17 giugno



VETRALLA (VT) - Castello di Norchia

Norchia è un sito archeologico preistorico, etrusco, romano e medievale nei pressi di Vetralla, anche se sia le necropoli che i resti della città ricadono nel territorio del comune di Viterbo. Era situata lungo la via Clodia e gravitava nell'orbita della vicina e più potente Tarquinia. In epoca medievale, la città tornò ad essere frequentata in epoca longobarda, quando la zona faceva da confine con il Ducato romano, e venne poi fortificata nel XII secolo da papa Adriano IV. Tra il XII e il XIII secolo vennero eretti le chiese di S. Pietro e S. Giovanni e il castello, passato nel XIII alla famiglia dei Prefetti di Vico, fino al definitivo abbandono nel 1435, dovuto allo smantellamento voluto da papa Eugenio IV in seguito alla guerra che sancì la fine dei Di Vico. Della fase medievale sulla parte settentrionale del pianoro della città rimangono, in condizioni di conservazione critiche, i resti del castello con i suoi sistemi di difesa, della pieve di S. Pietro e della cinta muraria: del castello rimangono cospicui avanzi delle murature, in blocchi di tufo rosso con corsi regolari, mentre della chiesa di S. Pietro si conserva ancora per buona parte l'abside e il lato settentrionale, di forme proto-romaniche con la sottostante cripta; anche la chiesa presenta murature simili e coeve al castello (anche se alcuni elementi fanno pensare a una ricostruzione su una precedente struttura del IX secolo), ed è arricchita all'esterno da semicolonne su due ordini. Della cinta muraria si può ancora ammirare la porta settentrionale, da cui usciva la via Clodia (che costeggia le mura in direzione Ovest, scendendo verso il Biedano e la Cava buia). Altri link suggeriti: https://www.tesoridellazio.it/tesori/vetralla-vt-norchiaorcla-ruderi-del-castello-dei-di-vico/, https://www.youtube.com/watch?time_continue=62&v=H3EObf7PJo4&feature=emb_logo (video con riprese aeree di Giacomo Mazzuoli)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Norchia, https://www.canino.info/index.php/canino-info/archivio-articoli/archivio-2009/2061-escursione-a-norchia, http://www.lineadiretta24.it/viaggi/norchia-la-citta-perduta-nascosta-dal-bosco.html, https://www.passaggilenti.com/norchia-necropoli-etrusche/

Foto: entrambe del mio amico e "inviato speciale" del blog Claudio Vagaggini

martedì 16 giugno 2020

Il castello di martedì 16 giugno



PONDERANO (BI) - Castello

La più antica menzione di Ponderano risale all'anno 882, il 16 marzo, data di un documento con il quale l'imperatore Carlo il Grosso donava alla chiesa di Sant'Eusebio, nella persona di Littuardo, vescovo di Vercelli la "gran corte" di Biella, alla quale apparteneva Ponderano con tutte le sue pertinenze. Nel primo periodo feudale il paese fece parte del comitato di Vercelli. Compare in un diploma imperiale del 988, con il quale l'imperatore Ottone III confermava il possesso della zona a Manfredo di Cavaglià, figlio di Ajmone, conte di Vercelli, il quale aveva già ottenuto da Ottone I le corti di Ponderano e dei territori circostanti Biella per cambio fatto con la diocesi di Vercelli. Nel 998, l'uccisione del vescovo Pietro di Vercelli da parte del marchese Arduino d'Ivrea, con la complicità di Manfredo, provocò la reazione dell'imperatore Ottone, che con diplomi del 7 maggio 999 e del 1º novembre del 1000 restituì alla diocesi di Vercelli i beni e i possessi del marchese e dei suoi parenti e amici, confermando il dominio di tutto ciò che l'imperatore Carlo aveva concesso al vescovo Littuardo nell'882. Dal vescovo lo accettarono poi i discendenti di Manfredo, signori di Montiglio e Camairano, ai quali venne però successivamente confiscato da Enrico II per essere ridato, nel 1014, al vescovo di Vercelli, Leone. Dopo alterne vicende, nel 1243, il legato pontificio Gregorio di Montelungo lo vendette al comune di Vercelli, dal quale passò nelle mani degli Avogadro di Cerrione per rimanervi fino al 1404 quando questi si sottoposero ai conti di Savoia. Amedeo VIII, ricevuto l'atto di dedizione, li reinvestì di tutti i feudi posseduti e, tra gli altri, del luogo, castello e giurisdizione di Ponderano. Gli Avogadro si impegnavano allora a difendere e proteggere la comunità e i singoli e ad assolvere per essi a tutte le imposizioni esterne chiedendo in cambio alla comunità il pagamento di ventotto fiorini all'anno. Tramite i bandi e gli ordini veniva poi regolamentata tutta la vita della comunità, non solo dal lato giuridico, ma anche da quello sociale e economico, con particolare riguardo all'attività agricola. Nel 1409 il castello fu distrutto da un incendio che coinvolse anche gran parte del borgo e che danneggiò in modo grave l'antica chiesa. Nel 1551, previa autorizzazione del duca di Savoia, gli Avogadro cedettero il feudo, con tutta la giurisdizione, alla famiglia Dal Pozzo che già in precedenza vi vantava interessi patrimoniali e che lo mantenne di proprietà fino alla soppressione dei feudi. Il 14 dicembre 1798 Ponderano passò sotto il dominio dei francesi e vi fu istituita una "milizia patriottica". Nel 1815, con la caduta di Napoleone, ritornò sotto la giurisdizione di casa Savoia. Verso la fine del XVIII secolo si registra una mancata insurrezione tentata da alcuni ribelli armati, sostenuti da un Avogadro di Formigliana, che minacciarono il saccheggio del paese. La popolazione unita disperse però gli armigeri dell'Avogadro e impedì che tale disegno venisse portato a termine, molti ribelli, arrestati, vennero fucilati e l'Avogadro stesso poté salvarsi solo grazie all'intervento del principe di Carignano. Un documento del 1405 cita un “castrum sive receptum”, ma non è chiaro se vi fosse solo un ricetto o un castello con ricetto. Questo sorgeva in un sito – oggi sostituito dalla chiesa – rialzato rispetto all’abitato di circa due metri, aveva forma quadrata ed era circondato da fossato. Di queste fortificazioni si è conservata una torre-porta e una torre che fu poi trasformata nel campanile della seicentesca parrocchiale di San Lorenzo. La torre-porta, con resti delle mura inglobati nei fabbricati adiacenti, documenta la fase quattrocentesca delle strutture difensive del luogo. La torre si presenta come un massiccio parallelepipedo di circa m 6 per m 8, con due accessi, carraio e pedonale; ben visibili i tagli dei bolzoni dei due ponti levatoi, segno della presenza di un fossato. La torre è costruita esternamente in mattoni e poche pietre e presenta caditoie su beccatelli in pietra molto eleganti. Il lato ovest presenta un arco a tutto sesto ed i muri sono formati da un misto di mattoni e ciottoli, posti a spina di pesce, caratteristica delle costruzioni del 1400. L’interno è di pietra per un’altezza di circa mt 9, altezza della torre primitiva; attualmente l’edificio è alto m 14,60. Probabilmente la sostituzione del paramento esterno in mattoni è del XV secolo. Nell’interno sul lato est in alto vi è un arco ribassato con archivolto in mattoni e sotto di esso un motivo decorativo in mattoni. Il torrione venne ribattezzato “Ciucarun” dagli abitanti del luogo perché, per moltissimo tempo, in esso fu collocata la campana più grande, rimossa dal campanile danneggiato nel XV secolo da un incendio.. A nord della torre un edificio, molto trasformato, conserva un bel portale in pietra a blocchi sagomati.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ponderano, http://archeocarta.org/ponderano-bi-torre-porta/, http://web.tiscali.it/comunediponderano/storia.htm

Foto: la prima è di mpvicenza su https://www.flickr.com/photos/36102477@N04/5603293339/, la seconda è di F. Ceragioli su https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Ponderano_antico_ingresso_castello.jpg