venerdì 30 aprile 2021

Il castello di venerdì 30 aprile


SCURZOLENGO (AT) - Castello

L'origine dell' abitato risale probabilmente al periodo longobardo, ma le prime notizie documentarie datano al X secolo e citano il luogo come Scrizelengo o Scricelengo. Dal XII secolo la denominazione coincide con quella odierna, la cui origine va ricercata nel nome personale germanico con tema Schurz, da cui derivano Scurzel oppure Schurzel; in ogni caso il suffisso "-engo" ne attesta l' origine germanica. In epoca medioevale il paese appartenne ad Asti, che nel 1159 fece fortificare il villaggio situato sul confine col marchesato di Monferrato. È probabile che Scurzolengo non avesse propri signori, e comunque nel XIII secolo esso diventò comune regolato da statuti, seppure dipendente da Asti. Nel Trecento l'antico castrum fu sostituito dal Castello, i cui resti sono ancora visibili. Dalla metà del XVI secolo l'edificio appartenne alla famiglia Pergamo, che lo vendette successivamente agli ultimi feudatari del paese, i Cotti di Ceres, che ottennero il titolo comitale nel 1724. Sul piccolo colle dell'abitato, la parte originaria del castello è unita alla parrocchiale di San Lorenzo, al campanile e alla bella canonica edificata a metà Settecento. Il castello è di origini medievali (le prime notizie risalgono al 986 d.C.). I resti del fossato e del ponte levatoio erano ancora visibili agli inizi del Novecento. Nei secoli l'edificio ha subito manipolazioni e rifacimenti ma, nonostante l’età, è rimasto il simbolo emblematico del paese ed ha ancora elementi medievali. Attualmente il castello è diviso tra diversi proprietari privati. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=TWSdlXtiRPY (video di PiccolaGrandeItalia.tv)

Fonti: https://www.astigov.it/it/point-of-interest/castello-di-scurzolengo, http://www.astiturismo.it/it/content/scurzolengo, http://www.mepiemont.net/paesi/prov_at/scurzo.html

Foto: la prima è presa da http://www.mepiemont.net/paesi/prov_at/scurzol/scurzolengo.jpg, la seconda è di marcofederico su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/33815/view

giovedì 29 aprile 2021

Il castello di giovedì 29 aprile


 
CAMPOSAMPIERO (PD) - Castello Tiso

L'origine ed il significato del nome “Camposampiero” sono da ricercarsi nell'etimologia dei termini stessi che lo costituiscono, cioè campo e San Piero; e nonostante questa affermazione non sia supportata da documenti, ad oggi viene ritenuta la più credibile. È probabile che il primo, dal latino campus, fosse stato attribuito alla località durante la rinascita dell'anno Mille: l'abbattimento dei boschi che infestavano gran parte del Padovano permise infatti di ricavare nuovi spazi coltivabili, il termine campus applicata a questa località rifletterebbe quindi le condizione del suolo che da luogo incolto, boschivo e paludoso dopo il 1000 ritorna ad essere appunto campus cioè terreno produttivo. La denominazione Sancti Petri è assunta invece dal titolare della pieve, intitolata appunto a San Pietro, in modo da distinguere il paese da altri vicini come Campodarsego e Campo San Martino. Secondo la tradizione (molto discutibile) l'origine di questa pieve sarebbe da attribuirsi a San Prosdocimo fondatore di un sacello dedicato a San Pietro sulle rive del fiume Vandura. Dopo le distruzioni longobarde, la città venne fortificata con una importante cinta muraria e divenne signoria dei Camposampiero, imparentati, alleati e poi acerrimi nemici degli Ezzelini. Storie di stragi e terribili massacri. Tipico nome di famiglia è Tiso, ed il palazzo Municipale, già Rocca feudale e successivamente palazzo Pretorio, ne ricorda il nome. Di quell'epoca rimane anche la leggenda legata alle ultime ore di vita di Sant'Antonio qui dedito alla predicazione nel luogo ove ora sorge il Santuario del Noce, albero sotto il quale il grande santo s'intratteneva. Da qui partì, ormai morente, per l'ultimo viaggio verso il convento di Padova, ma morì lungo la strada a lui dedicata, proprio alle porte di Padova in località Arcella, dove ora si trova un altro santuario antoniano. Con l'epopea veneziana di terraferma e la "donazione" alla Serenissima del 1405 la cittadina fortificata perse l'importanza militare e divenne uno dei centri agricoli più importanti dell'alta padovana, sede del Podestà e con propri statuti. Del lungo periodo veneziano si ricordano lo spavento e le distruzioni subite (1513) durante la guerra contro la Lega di Cambrai quando il territorio venne devastato dalle truppe imperiali di Massimiliano e dai lanzichenecchi in marcia verso Padova. Dopo quest'episodio Camposampiero fu Podesteria di un vasto territorio agricolo di una trentina di Ville (paesi). Il declino delle strutture murarie e dei palazzi medioevali si svolse lento ed inesorabile. I palazzi feudali per buona parte demoliti già nel Settecento, il ponte d'accesso e la struttura della porta Padovana rovinati e riciclato il materiale da costruzione ad inizio ottocento e a metà Ottocento demolito quanto rimaneva della cerchia muraria. Il Castello Tiso a Camposampiero, oggi sede comunale, è il risultato di innumerevoli interventi su quello che fu il castello medioevale della stirpe feudale dei Camposampiero. Venne edificato intorno al 1085 da Tiso II e Gherardo I, appartenenti alla famiglia di feudatari il cui capostipite, Tiso I, era giunto in Italia all’inizio dell’undicesimo secolo al seguito dell’imperatore tedesco Enrico II, dal quale aveva ricevuto l’investitura. La storia di Camposampiero si identificò da allora, per alcuni secoli con quella dei suoi feudatari, che da essa avevano mutuato il nome. Erano costoro famiglia guelfa, ricordata dai cronisti dell’epoca come quarta per importanza nella Marca Trevigiana dopo i Da Camino, gli Estensi e i Da Romano. Le sanguinose lotte tra i Camposampiero e questi ultimi – in particolare il più famoso di essi Ezzelino – originate da futili motivi e rinfocolate da conflitti di potere e contrapposizioni Guelfi – Ghibellini, sparsero lutti per oltre un secolo in tutta la Marca. Quando nel 1405 il castello fu sottomesso a Venezia, la Serenissima ne mantenne le funzioni militari di difesa ed assegnò a Camposampiero un Vicario veneziano per sottolinearne l’importanza da un punto di vista strategico. Venne quindi creata una podesteria comprendente un territorio esteso a 33 ville. La relativa tranquillità di cui godette Camposampiero sotto lo sguardo vigile e fiero del leone di San Marco, venne turbata allorché, nel 1513, il castello fu assalito dalle truppe spagnole, nel quadro degli eventi bellici innescati dalla guerra di Cambrai. Sembra destituita di fondamento l’opinione secondo cui, a questa circostanza, si debba far risalire la rovina del castello. L’episodio fu certamente grave, ma la struttura muraria non dovette esserne intaccata in maniera determinante. Probabilmente in quell’occasione, com’era successo a Noale, bruciarono tutti i manufatti in legno, ma non furono distrutti i sistemi difensivi. E’ certo invece che da allora iniziò un certo declino del castello, le cui strutture vennero addirittura utilizzate come cava per materiali da costruzione, fino alla distruzione, pressoché completa nel Settecento. Analogo destino toccò alle mura, l’ultimo tratto delle quali venne demolito nel 1841. Il lento ma impietoso fluire del tempo e le mutevoli vicende storiche hanno apportato nel corso dei secoli modifiche sostanziali all’aspetto del Castello Tiso, fino a fargli assumere quello attuale: semplice e severo.Il castello doveva essere dotato di un potente sistema fortificato poiché rispondeva alla necessità di difesa in un territorio pianeggiante, privo di protezioni naturali. Era sicuramente attrezzato con porte munite di torri, circondato da una cintura di fossa ricavata dallo sdoppiamento del fiume Vendura e reso più sicuro da argini, ponti levatoi, catene di sbarramento e mura. Il recinto interno, avente forma di quadrato con gli angoli smussati, comprendeva, oltre alla rocca, il campo di marte, depositi, caserme e poche abitazioni. Tale disposizione richiamava quella di Noale, di poco posteriore, e si può quindi considerare che questa fosse la struttura di numerosi castelli del territorio, di cui ora rimangono tracce incerte. Per come lo vediamo oggi il castello è un massiccio parallelepipedo, dalla facciata suddivisa in due parti: la fascia inferiore imita un lievissimo bugnato, che sopra le finestre del piano rialzato crea un motivo decorativo a cuspide; la zona superiore, liscia, è scandita da dieci aperture. La costruzione è coronata da una merlatura di gusto neogotico, aggiunta all’inizio del XX sec. Attualmente il castello feudale della famiglia dei Camposampiero ospita la sede dell'amministrazione comunale. Non rimane che ammirare la torre dell'orologio che sorge a pochi metri dal castello. La torre ha pianta quadrata, di circa metri 6.50 di lato ed altezza intorno ai 24 metri. E’ interamente costruita in mattoni di cotto, senza utilizzo di pietra e sasso. Le murature hanno spessore di poco meno di un metro alla base, per degradare fino a 50 cm alla sommità. Lo spazio interno risulta suddiviso da solai di travi e tavolati di legno. Il piano interno si apre sulla via ed è attualmente utilizzato per una attività commerciale. Da questo vano, per mezzo di una scala in legno si accede ai pani superiori. L’intero perimetro, alla quota di 15 metri è interessato da una serie continua di aperture ad arco murate. Si può ipotizzare che la torre si concludesse in origine poco sopra questo ordine di aperture. Relativamente recente è certamente l’ulteriore elevazione con la parte terminale formata in ghisa di cella campanaria, aperta sui quattro lati, bifore arcate di uguale forma e dimensione, ora parzialmente tamponate. Il tetto ha la struttura di legno, con manto di coppi ed è composto di quattro falde di cui quella sud è dotata di abbaino. Databile intorno al 1450 è la campana bronzea. Al 1926, risale invece il bassorilievo rappresentante il leone di San Marco, opera dello scultore A. Pennello, che sostituisce quello antico, distrutto dai francesi nel 1797. Il fronte meridionale presenta una meridiana e, tra le quattro aperture della parte più alta, un dipinto che raffigura la Madonna col Bambino. Vale infine la pena di ricordare che, quasi a voler a voler gettare un ponte ideale tra il presente ed il proprio ricco passato, il Consiglio Comunale ha di recente approvato l’adesione di Camposampiero all’Associazione Città Murate del Veneto, patrocinata dalla Regione per la tutela e la salvaguardia dei resti delle fortificazioni medievali. Altri link suggeriti: https://www.comune.camposampiero.pd.it/c028019/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/7, https://www.youtube.com/watch?v=IWM8o4JcC3w (video di MrJiuann)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Camposampiero, https://www.magicoveneto.it/Padovano/Camposampiero/Camposampiero-1.htm,https://www.comune.camposampiero.pd.it/c028019/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/8,https://www.visitabanomontegrotto.com/territorio/castelli/castello-tiso-camposampiero/

Foto: la prima è di Threecharlie su https://it.wikipedia.org/wiki/Camposampiero#/media/File:Torre_della_Rocca_e_Palazzo_Tiso_(Camposampiero)_02.jpg, la seconda è presa da https://www.cittamurateveneto.it/i-comuni/camposampiero/

mercoledì 28 aprile 2021

Il castello di mercoledì 28 aprile



ROTONDA (PZ) - Castello Sanseverino

La data di nascita dell'attuale centro di Rotonda non è certa, ma si sa per certo che esisteva al tempo dei Longobardi di Salerno, e che fu conquistata insieme ai territori del Principato di Salerno da Roberto il Guiscardo, passando così sotto il dominio dei Normanni. Successivamente fu venduta dalla regina angioina Giovanna II di Napoli alla famiglia Scannasorece di Napoli, e a partire dal 1419, passò sotto il dominio dei Sanseverino. Nel XVI secolo i Sanseverino raggiunsero il loro apice, possedendo terreni che si estendevano tra Salerno e la Calabria e tra il Tirreno e lo Ionio. Rotonda naturalmente faceva parte di questi possedimenti, ed è grazie a ciò che documenti riguardanti l'Università di Rotonda (ovvero Comune di Rotonda), sono arrivati a noi. I "Capitoli" stipulati tra Bernardino Sanseverino, principe di Bisignano, e l'Università di Rotonda, sono custoditi nell'archivio di Stato di Napoli ("Capitoli" stipulati tra il 1495 e il 1507), dove i rappresentanti della cittadina chiedevano ai feudatari: «"conceder ad detta università ed a quella confirmar tutti loro capituli, privilegij et consuetudini"». Alla fine del XVI secolo, dopo che un ramo della famiglia Sanseverino ebbe degli scontri con il viceré Pedro di Toledo, parte dei territori che comprendevano la Basilicata e la parte settentrionale della Calabria, passarono in mano di Nicolò Bernardino Sanseverino (1554-1606), figlio di Pietro Antonio Sanseverino, questo periodo segnò la parabola discendente della famiglia Sanseverino. Nicolò, per via della sua inadeguatezza, non gestì in maniera ottimale l'eredità lasciatagli dal padre, e quindi fu interdetto e la Camera della Sommaria ordinò la compilazione di documenti contenenti il censimento di tutte le proprietà della famiglia. All'inizio del XVII secolo, dopo la morte di Nicolò avvenuta nel 1606, Rotonda fu acquistata (1622) da Ferrante Sanseverino conte di Saponara, appartenente sempre alla stessa famiglia. Il vecchio nucleo di Rotonda (il nome compare in una pergamena datata 1083, come attesta il Racioppi. Nella descrizione di “Tutta l’Italia et isole pertinenti ad essa”, si legge il perché di questo specifico lessema. La parola si riferisce alla disposizione di edifici, intorno ad un castello, arroccato su un’altura, ubicati in modo tale da sembrare un unico blocco rotondo) sorgeva su un cucuzzolo roccioso con in cima il castello; ora solo i ruderi testimoniano tale esistenza, mentre la parte nuova si estende verso est. Altre informazioni storiche disponibili qui: http://www.fedoa.unina.it/1123/1/rotonda_corretto_con_copertina.pdf, mentre altre foto del castello sono visibili su https://www.pollinovacanze.it/chi-siamo/33-rotonda.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rotonda_(Italia), http://www.comune.rotonda.pz.it/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idservizio/20034/idtesto/39,

Foto: la prima è di Ca.Ro. su http://www.lucania.one/paesi_taddeo/t_670/p_fpag/05/318405.htm, la seconda è presa da http://www.viaggiarenelpollino.it/rotonda/

martedì 27 aprile 2021

Il castello di martedì 27 aprile

 

 

ANZOLA DELL'EMILIA (BO) - Torre di Re Enzo

Nei primi secoli del II millennio il comune di Bologna in contrasto con la Chiesa annetté il comune di Anzola quando nel 1157 Rinaldino da Unciola (antico nome di Anzola che deriva da oncia) alleato con Cattaneo di Monteveglio tradì i vescovi e glielo offrì. Egli fu però scoperto e successivamente giustiziato. Federico II nel 1220 rimise a posto le cose ma nel 1231 Bologna si impadronì del castello scatenando l'ira di papa Gregorio IX. Anzola partecipò anche alla lotta della Lega Lombarda, insieme a Bologna, con a comando il conte Michele degli Orsi fino alla vittoria della battaglia di Fossalta vicino a Modena nel 1249. Il principe Enzo, re di Sardegna e figlio di Federico II, fu fatto prigioniero da tre bolognesi tra cui Michele degli Orsi e trascorse diversi giorni nel castello di Anzola prima di essere trasferito a Bologna. Tra il 1274 e il 1278 scoppiò una rivolta causata dal rifiuto degli anzolesi di pagare le tasse, risolta nel 1289 con una convenzione tra vescovo e anzolesi. Nel XIV secolo Anzola fu centro di scontri tra guelfi e ghibellini e delle guerre contro i Visconti successivamente. Nel 1600, reduce da tutte queste belligeranze, il castello di Anzola venne abbattuto e la chiesa parrocchiale fu ricostruita alcuni anni dopo. Nel 1643 Anzola subì anche il flagello della peste portata da Odoardo I Farnese duca di Parma in lotta col papa Urbano VII. Con l'arrivo di Napoleone agli inizi del XIX secolo venne istituito il comune di Anzola e la prima seduta si tenne il 23 aprile 1804. Dal periodo napoleonico in poi, il paese di Anzola visse interamente ed integralmente le vicissitudini politico-istituzionali della vicina città di Bologna e solo occasionalmente vi accaddero fatti legati alla particolarità del suo territorio e dei suoi abitanti. La Torre di Re Enzo è così chiamata perché nel 1249 quest'ultimo vi fu recluso, dopo essere stato fatto prigioniero dai bolognesi. Si narra che qui il re si legò in una stretta amicizia con Michele degli Orsi il quale tentò di farlo evadere, nascosto in una cesta, ma senza successo. La torre è ciò che rimane dell'antico castello di Anzola, in origine un insieme di recinti o terrapieni dentro i quali stavano le dimore del Signore, magazzini e depositi di prodotti agricoli, botteghe artigiane e rifugi per il contado nei momenti di pericolo. Il Castello di Anzola in realtà conteneva quattro torri ma fu gravemente danneggiato nel 1630 dopo uno dei più gravi degli innumerevoli attacchi per il suo possesso e il controllo militare. Alla base della torre di Re Enzo, si può ancora vedere la porta che permetteva l'accesso al castello, murata, che venne chiusa molto probabilmente verso la fine del XVI secolo. Il castello passò nel 946 sotto il dominio dei Vescovi di Bologna. Numerosi furono i tentativi da parte del Comune di Bologna che cercava di allargare la propria giurisdizione al territorio anzolese, di usurpare il dominio dei Vescovi ed altrettanto numerosi furono gli attacchi subiti dal castello, fino al 1630, quando non rimase che l'attuale torre e l'antico ospedale, costruito nel XII secolo da Martinetto Guastavillani. Per quanto riguarda il XVII ed il XVIII secolo, sono pochi i documenti che riportano eventi di particolare interesse, segno che ad Anzola la vita scorreva tranquillamente. La Rivoluzione francese venne a rompere questo stato di cose quando le truppe di Bonaparte passarono per Anzola dirette a Bologna, portando nella città le idee di "Liberte", "egalite", "fraternite" e le speranze di un mondo migliore.

 Altri link suggeriti: https://www.inforestauro.org/anzola-emilia-la-storia/2/, https://www.youtube.com/watch?v=GgkwjUfn0KQ (video di 7GoldEmiliaRomagna)

 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Anzola_dell%27Emilia, https://www.comune.anzoladellemilia.bo.it/vivere-la-citt%C3%A0/storia-locale/il-castello-anzola, https://turismoinpianura.cittametropolitana.bo.it//Engine/RAServePG.php/P/26181RTP0104/M/20011RTP0104, http://wikimapia.org/21276223/it/Torre-Re-Ezo



Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Paolo Bonassin su https://www.tourer.it/scheda?torre-superstite-del-castello-di-anzola-anzola-dellemilia

lunedì 26 aprile 2021

Il castello di lunedì 26 aprile


BORGOROSE (RI) - Castello di Collefegato

Collefegato deriva il suo nome non dal castello ma dal colle, da sempre così chiamato, per la sua configurazione a forma di fegato umano. La denominazione, castello di Collefegato, avvenuta in tempi remoti, è simile a quella verificatasi, di recente, il 4 settembre 1960, quando, con decreto del presidente della Repubblica, venne modificato il nome di Borgocollefegato in Borgorose, dal nome monte Rosa, monte che collega la maggior parte delle frazioni al capoluogo, Borgorose. Non solo Collefegato ma anche i paesi Borgocollefegato e Villecollefegato, da quando cominciarono ad essere abitati fino al 1960, presero il nome dal colle omonimo; dal 1960 venne cambiato non solo il nome di Borgocollefegato in Borgorose, ma anche quello di Villecollefegato in Villerose; il castello di Collefegato ridotto a ruderi per il terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915, con l'agglomerato costruito alle sue pendici, continuò a chiamarsi Collefegato, al fine di conservare la memoria storica. Dopo la prima evangelizzazione, nel territorio arrivarono, durante la dominazione longobarda, i Benedettini, che impiantarono stabilmente la Chiesa con i loro monasteri, realizzarono benefiche e vaste opere d'agricoltura e riattivarono acquedotti preesistenti. I Benedettini costruirono, in tempi successivi, numerose chiese. II castello era stato costruito in modo da avere comunicazione soprattutto con la chiesa di S. Giovanni in Leopardo, con Borgocollefegato e Villecollefegato. I resti, a noi giunti, di tale imponente costruzione, sono assai frammentari, ma sufficienti per avere un quadro chiaro del complesso. Il borgo doveva essere cinto di mura e di rocche sul colle, "a forma di fegato", con una estensione di circa 8.000 metri quadrati. Ad ovest, attiguo ad un robusto torrione, si rileva uno spazio di metri 15x15 ed al centro di esso un foro che immette ad un sotterraneo (prigione? cisterna?); ad est di questo un altro spazio, ugualmente delle dimensioni di metri 15x15; andando sempre verso est s'incontra un grande spazio di metri 32x32 con al centro un altro sotterraneo. Il corpo centrale è costituito da un ampio spazio di 120 metri per 60, attorniato da tre torrioni; intorno ad essi si sistemavano i soldati, i servi e gli artigiani. Tutto il restante lato est, in forma più stretta, più semplice, ricalca il lato ovest del corpo centrale. Ad occidente del castello è ubicata la chiesa medioevale, di metri 18x10, in cui è possibile ammirare il campanile, spostato leggermente a destra dietro l'abside, con in cima due archetti per le campane, sormontati da uno più piccolo, che creano un' armonia e un equilibrio riposanti. Accanto all' altare principale si ammira l'affresco raffigurante la Madonna del latte del 1471, restaurato nel 1947, ma oggi, purtroppo, completamente abbandonato alle intemperie (l'affresco, di recente, è stato asportato). L'affresco ha le dimensioni di 150x85 cm. La Madonna, con atteggiamento umanissimo, è seduta, in forma ieratica e il bambino, a sua volta, siede sul suo ginocchio destro, sorretto dalla mano sinistra della Mamma, mentre succhia il latte dalla mammella destra. Alle due figure fa da sfondo un drappo di color ocra, trapunto con disegni di rosso cupo. Con la mano destra la Madonna sorregge, in modo quasi nervoso, in contrapposizione alla delicatezza della mano sinistra, la spalla e il braccino destri del figlio. Le manine del Bambino appaiono rozzamente ritoccate, una poggia sul petto e l'altra sulla gambina sinistra. Le aureole e le sagome sono allo stato originale, le teste e i volti restaurati, gli occhi appaiono estatici ma non astratti sui problemi del mondo. Il castello di Collefegato è situato sulla sommità del colle omonimo, al quale dalla parte di Corvaro si ascende per una via assai scoscesa. Una tradizione, non documentabile, vuole, come si è accennato, che un signore del territorio aquilano, Fidanza, costretto dai nemici a fuggire dalla sua terra, riunì i suoi sudditi di Villa Leoparda, di Caseline, di Villa Tommasa e di Villa Valle, e, per sicurezza, iniziò a fabbricare il castello di Collefegato con mura, antemurali, e sette bastioni. L'insediamento fortificato concesso in feudo, inizialmente ad un ignoto personaggio da un ente religioso o laico, anch'esso rimasto sconosciuto passò sotto il controllo del conte Gentile Vetulo di Rieti, nella metà del XII secolo. Successivamente il castrum venne concesso da Carlo d'Angiò a Ugo Stacca, proveniente dalla Provenza Orientale. Dopo la morte di quest'ultimo, avvenuta tra il 1272 e il 1273, il feudo ritornato agli Angioni venne affidato all'aquilano Fidanza, legato alla potente famiglia dei Camponeschi. Nel 1338, rimasto coinvolto nelle sanguinose lotte tra Pretatti e Camponeschi, che si contendevano il controllo della città de L'Aquila venne assaltato e preso da Buonaggiunta da Poppleto, seguace dei Pretatti. Da Fidanza, catturato e sottratto alla furia omicida dei suoi avversari per volere di Buonaggiunta, il castello passò a Giuntarello da Poppleto. Agli inizi del XV secolo, con il matrimonio tra Paola da Poppleto e Francesco Mareri, il feudo venne inserito tra i possedimenti della famiglia Mareri. Il feudo successivamente venne bruciato da un figlio naturale del medesimo casato, perché il padre gli negava la legittima; dai Mareri passò ai Cesarini, quindi fu acquistato dal barone Ciambella de L'Aquila. Nel territorio del castello di Collefegato si trova la chiesa di S. Giovanni in Leopardo, di cui ora resta la bella cripta, di particolare interesse artistico e architettonico, ma in grave stato di degrado e di abbandono. Le abitazioni, che oggi formano il moderno paese, lungo le pendici del colle furono costruite dopo il disastroso terremoto del 13 gennaio 1915. Le rovine architettoniche e le strutture esistenti fanno di questo piccolo villaggio uno dei punti di riferimento nello studio delle tradizioni storiche dell'intero Comune.

Fonti: testo di Monsignor Giovanni Maceroni e Anna Maria Tassi su http://www.riservaduchessa.it/storia/collefegato.html, http://www.prolocoborgorose.eu/Tutto%20Paesi/Tutto%20Collefegato/home%20page%20collefegato.htm

Foto: la prima è di m. pesci su https://www.tesoridellazio.it/tesori/borgorose-ri-fraz-collefegato-castello-di-collefegato/, la seconda è di Sandro Boschetto su https://mapio.net/images-p/53030002.jpg

domenica 25 aprile 2021

Il castello di domenica 25 aprile



LAPPANO (CS) - Castello in frazione Altavilla

Dotata di un proprio blasone, dal quale deriva quello attuale del comune, Altavilla, insieme a Lappano, fu, almeno per un certo periodo, sede di una delle Baglive dei Casali del Manco di Cosenza. Nel 1222 Federico II di Svevia concesse a San Pietro in Guarano uno stemma con tre colli sormontati da tre torri: secondo alcuni lo stemma rappresentava i tre Casali che in quel periodo facevano parte della stessa Bagliva: San Pietro in Guarano, San Benedetto e Altavilla, centri abbastanza vicini e collegati molto bene a valle. Altre fonti fanno pensare che una delle tre torri rappresentasse anche Lappano. Come suggerito dal Iusi, che da trent’anni o più studia i documenti relativi alle nostre contrade, la via Camera del paese si chiama così proprio perché qui c’era la "Camera baiulare", cioè la sede in cui il balivo o baglivo esercitava la sua autorità amministrativa e giudiziaria; tale sede potrebbe essere l’edificio al numero 18 di detta via. Sempre secondo una tradizione orale, vi fu un tempo in cui il paese veniva chiamato anche “Napoli piccolo”, forse perché vi soggiornava un signore abbastanza importante. Nel 1276 esisteva un centro abitato che faceva parte del Giustizierato di Val di Crati. Il suo nome era Vicus Casalis (chiamato poi Vicasale), localizzabile nella zona a valle della collina altavillese, sul versante Ovest, dove c'era una chiesa parrocchiale in tufo, dedicata al Protomartire Santo Stefano, da cui deriva il nome attuale della contrada. Il vicus godeva di una posizione ottimale, sia per le colture che per le attività artigianali. Il torrente Corno era molto vicino ai campi e poteva essere facilmente incanalato. Sono visibili, a pochi metri dalla sponda, ruderi di antichi mulini ad acqua. A partire dal 1343, in diversi documenti comparve il nome Motta di Corno, col quale, come suggerisce Maggiorino Iusi, veniva indicata “una torre sovrastante un gruppo di case tutte intorno circondate da mura”: l'odierna Altavilla, situata in cima ad una collina vagamente a forma proprio di corno, da cui probabilmente ebbe anche origine il nome del torrente che segna il confine col territorio di San Pietro in Guarano. La motta rappresentava praticamente un sistema di difesa introdotto nell’Italia meridionale dagli Angioini e che venne realizzato in questo luogo verso il 1300, per proteggere tutto il territorio circostante. Ci furono altre vicende e non mancarono terremoti, pestilenze e carestie. E' possibile che il castello di Altavilla, appartenuto - tra gli altri - anche ai principi Sanseverino e ora diroccato, celasse una vera e propria villa, circondata da giardini e orti, a testimonianza dell’importanza anche strategica del posto, molto panoramico, che domina buona parte della valle del Crati e che potesse considerarsi come una roccaforte o un rifugio per i sovrani del tempo. Nessuno dei paesi limitrofi della Presila cosentina presenta esempi simili. Tutto intorno al castello ci dovevano essere delle vere e proprie mura di cinta, con all’interno magazzini, forni, cisterne e tutto quello che poteva essere necessario per sopravvivere per qualche tempo ad un assedio. Tutto ciò è testimoniato da varie murature, alcune con archi a sesto acuto in stile gotico. Relativamente alle riserve d’acqua va detto che un pozzo è ancora visibile all’interno di un edificio costruito nel 1900, mentre una vasca è stata demolita nei primi anni ’70 sotto via Camera; ci sono inoltre buoni indizi che il locale appartenente al complesso della Chiesa della Madonna Assunta, cui si accede dalla sacrestia, potrebbe essere stato una vasca di raccolta dell’antico castello. Diverse case, ancora, e la stessa chiesa madre sembrano essere state riedificate su strutture antecedenti molto più consistenti. Non sono una prova ma una traccia significativa anche alcuni nomi che si sono tramandati nel corso del tempo tra gli abitanti di Altavilla. Come nel caso di “curtina”, che fa pensare ad una "corte" intorno alla motta, dove abitavano i servi, i contadini, gli artigiani e i soldati del signore locale. Come nel caso, ad esempio, della “portedda”, cioè di una porta secondaria che consentiva un esodo veloce in caso di pericolo, nel qual caso, come riferito da qualcuno, segnali di fumo potevano essere fatti agli altri castelli sopra Cosenza per chiedere eventualmente aiuto. In effetti il Castello di Altavilla risultava visibile da tutti gli altri castelli della serra cosentina, mentre non sempre questi erano visibili tra di loro. Questo è tutto quello che attualmente si sa o che ci è dato sapere su questo misterioso castello, ma esistono diverse storie e leggende che parlano di un “trisòru” (tesoro), di una chioccia coi pulcini d'oro, di scale, di cunicoli sotterranei e di pozzi che conducevano a una grotta vicino al torrente Corno, nella quale qualcuno afferma ancora oggi di essersi infilato per un po’ di metri. Un’altra misteriosa grotta sbarrata, venuta alla luce in un lavoro di ripulitura di qualche anno fa, è sotto la chiesa ed è stata usata in tempi più recenti come bagno pubblico. Vincenzo Padula riportava la seguente leggenda: «Ogni paese ha i ruderi di qualche castello. In Altavilla ve n'è uno dirupato e interrito. Vi è un tesoro legato. Per scioglierlo, bisogna un venerdì di marzo scannare un bimbo, un agnello e un gatto nero. Si conta che un sampetrese, che abitava nella casa di mastro Carmine Caruso nel quartiere Largo, invocò il diavolo e n'ebbe 3 monete quadre. Mancò alla parola, e il diavolo si presentò all'uscio.». Si narra anche di sogni fatti da alcuni abitanti e di ritrovamenti di pignatte con monete d’oro. Si narra infine del fatto che qualcuno fosse in possesso del “libro di Altavilla” che descriveva nel dettaglio fatti e circostanze. Quello che è certo è che qualcosa c’era o c’è sotto cumuli di terra e di macerie, sotto muri crollati, spessi anche due metri.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Lappano, https://sites.google.com/site/documentinelcassetto/altavilla-di-lappano-storie-leggende-tradizioni-cultura/storie-ipotesi-e-leggende, http://www.italiapedia.it/comune-di-lappano_Storia-078-065

Foto: la prima è presa da https://sites.google.com/site/documentinelcassetto/altavilla-di-lappano-storie-leggende-tradizioni-cultura/storie-ipotesi-e-leggende, la seconda è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Calabria/cosenza/lappan01.jpg

sabato 24 aprile 2021

Il castello di sabato 24 aprile

 



ABBADIA LARIANA (CO) - Torraccia

Conosciuta anche come "La Torrazza" è una torre utilizzata per il controllo del territorio confinante con il comune di Lecco. Faceva parte di un complesso fortilizio di cui oggi rimangono solo ruderi. Negli "Annali Sacri della Diocesi di Como" era citata la presenza di un castello sul ramo orientale del lago, ma l'identificazione con la Torraccia viene difficile alla maggior parte degli storici. Invece la più probabile data di costruzione è il XII secolo. Alippi cerca di dare una datazione più precisa ponendo la costruzione successiva al 1162, anno in cui a Como si edificò Castel Baradello, molto simile a quella della Torraccia. Nel 1420 viene citata da Paolo Giovio come parte di fortificazioni poste a controllo del passo di Calodrio. Con la costruzione della strada statale SS36 nel 1928 i già pochi ruderi presenti a lago vennero distrutti, la torre invece non venne toccata. Nel 1968 la costruzione è stata al centro di pesanti restauri che hanno portato alla ricostruzione del lato verso Lecco in laterizio al fine di aumentare la stabilità della struttura. La planimetria della torre ha forma rettangolare con lati di 8.2 per 7.6 metri e 14 metri circa in altezza, presenta mura a bugnato spesse alla base circa 1 metro. Della struttura originaria rimangono intatti solo 3 muri, invece il quarto è stato opera di pesanti restauri negli anni Sessanta che ne hanno ricreato la struttura originaria in laterizio. La struttura presentava 5 o 6 piani coronati da una copertura con due falde a spiovente orientate verso nord e sud, sulla parete a nord sono presenti due monofore, la parete a monte ne ha solo una in corrispondenza della zona centrale. I varchi principali sono rivolti verso Abbadia e verso monte, possiamo poi ipotizzarne altri due verso ovest e nord che potessero consentire un disimpegno o una risalita verso la montagna. I numerosi fori presenti su tutte le pareti originali dovevano fungere da supporto peer le travi durante la costruzione, ma anche per consentire l'uso della balestra. Il materiale utilizzato è pietra calcarea non di provenienza locale. I massi sono ben squadrati tranne alcuni angolari. La struttura aveva prevalentemente funzione difensiva e di avvistamento, anche se non in una posizione ideale, questo fa propendere alcuni storici per una funzione anche di dogana. Probabilmente la fortificazione doveva proseguire fino al lago e sbarrare il passaggio per ottenere dazi. Altri link per approfondimento: https://prolocolario.it/index.php/2012/02/1498/, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/RL560-00135/, https://www.leccoonline.com/articolo.php?idd=56047&origine=1&t=Lecco+perduta%2F240%3A+la+Torraccia%2C+mistero+d%26rsquo%3Baltri+tempi

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torraccia_(Abbadia_Lariana), https://www.montagnelagodicomo.it/listings/la-torraccia-abbadia-lariana/

Foto: la prima è di Ermes Corti su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/188923/view, seconda è presa da http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/RL560-00135/

venerdì 23 aprile 2021

Il castello di venerdì 23 aprile


AGAZZANO (PC) - Castello di Sarturano

Della località si parla per la prima volta in un'investitura datata 967 e concessa da Giovanni, abate del monastero milanese di San Simpliciano, ad un sacerdote piacentino di nome Giovanni, lasciandogli i beni che possedeva a Sarturano. Situato nella zona pedemontana della val Luretta a 132 m s.l.m., il castello presenta una struttura a forma di trapezio caratterizzato dalla presenza di torri quadrate agli angoli e, in origine, era circondato da un fossato. La parte bassa della costruzione è in ciottoli, mentre quella alta in mattoni. L'edificio è stato pesantemente rimaneggiato nel Settecento con la sua trasformazione in una villa signorile. L'unico elemento decorativo, riconducibile al periodo trecentesco, è un motivo a denti di sega presente sui fronti nord-est e sud-ovest. Oggi, solo il prospetto principale, a nord-ovest, conserva le caratteristiche del castello per la presenza di un duplice ingresso, pedonale e carrabile, munito di passerella e ponte levatoio. Gli altri fronti sono riconducibili piuttosto alle linee del palazzo residenziale fortificato. All'interno, sul lato nord-est, è interessante il portico a nove fornici con rispettive campate coperte con volte a crociera. Il castello, edificato in data imprecisata, intorno al XIV secolo, nel 1385 era di proprietà di un certo Eustachio Fulgosio. Nel 1412 Bartolomeo e Filippo Arcelli ottennero dal duca di Milano Filippo Maria Visconti il feudo sul castello di Sarturano, oltreché su altri manieri vicini. Nonostante ciò, la famiglia Fulgosio riuscì a mantenere il castello tra i suoi beni. Alla morte di Taddea, ultima erede della famiglia Fulgosio, il fortilizio passò alla famiglia Cigala che ne mantenne la proprietà fino al Settecento. Attualmente il complesso, di proprietà privata, è adibito ad abitazione.

Fonti: http://www.turismoapiacenza.it/resti_del_castello_di_sarturano.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Sarturano, http://www.emiliaromagna.beniculturali.it/index.php?it/108/ricerca-itinerari/11/294

Foto: la prima è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Emilia/piacenza/sarturan02.jpg, la seconda è presa da https://www.studiooddi.it/progetti/restauro-e-risanamento-conservativo-del-castello-di-sarturano-pc-ie/

giovedì 22 aprile 2021

Il castello di giovedì 22 aprile


APRICENA (FG) - Palazzo Baronale

Il nome Apricena deriva dal latino Apri coena e significa cena di cinghiale. La storia vuole che l'imperatore Federico II in quel luogo fece intavolare un ricco banchetto a base di carne di un enorme cinghiale da lui cacciato nei boschi circostanti. Alcuni studiosi sostengono che questa città sia stata originata da Uriate nel VII-VIII secolo a.C., a seguito dell'invasione del Gargano degli Illiri Dauni. Altri studiosi sostengono invece che sia stata originata da un insediamento romano denominato Collatia. I primi documenti storici della città di Apricena risalgono all'XI secolo d.C. con la donazione del Casale di Apricena al Monastero Benedettino di San Giovanni In Piano. Il Monastero, distante circa 5 Km. ad ovest dell'attuale centro abitato, ha ospitato, dice la leggenda, anche San Francesco d'Assisi, nel suo pellegrinaggio verso Monte Sant'Angelo e verso la Terra Santa. Si rifugiò tra le sue mura, nella sua fuga dal papato, anche Celestino V, futuro San Pietro da Morrone. Dalla fine del XIII secolo, questo monastero passò ai frati Celestini che lo abitarono sino al XV secolo, ma in seguito al loro trasferimento a San Severo, la struttura fu abbandonata. Il suo momento di maggior splendore Apricena lo visse con gli Svevi, infatti l'Imperatore Federico II di Svevia la rese parte del proprio demanio, svincolandola da ogni tipo di servitù. Dimorò per lunghi periodi in questa città, qui venne preparata l'alleanza tra Federico II e i ghibellini della famiglia degli Ezzelini da Vicenza e, con ogni probabilità, ad Apricena si cominciò a discutere delle nozze tra Selvaggia di Svevia (figlia di Federico II) e Romano degli Ezzelini. E' attestata la venuta di Federico II in questa città per ben 13 volte e tutte le volte i soggiorni sono stati talmente lunghi da giustificare la ristrutturazione e, per quanto possibile, l'ampliamento del preesistente castello, quello che oggi è chiamato Palazzo Baronale o Torrione, modificandolo all'esigenze di ospitalità. Federico II era talmente legato a questa terra che nel 1222 riconobbe ai suoi cittadini l'esercizio degli Usi Civici nei territori di Sannicandro, Castelpagano e Civitate (che sorgeva vicino all'attuale San Paolo di Civitate). Con lo stesso atto venne riconosciuto alla città il diritto di tenere mercato il mercoledì di ogni settimana con il relativo sgravio di ogni tassazione. Con la morte di Federico II e con la caduta di Manfredi, suo figlio, questa terra, come tutto il mezzogiorno d'Italia, passò sotto la dominazione dei francesi angioini e successivamente degli Aragonesi. Il 30 di luglio 1627 un terribile terremoto rase quasi completamente al suolo la città di Procina; si contarono circa 900 morti, ma nel giro di due o tre anni venne interamente ricostruita. Con "Palazzo Baronale" (e in vernacolo Turriòle) viene definito il monumentale castello visibile in Apricena, caratterizzato in particolare da un torrione cilindrico che delimita un ampio cortile interno, ed edificato nel 1658 da un signore feudale, il marchese Scipione Brancia, sui resti dell’edificio castellare (la domus) di età federiciana, semidiroccato anche a causa del terremoto del 1627. Tra le domus solaciorum, quella di Apricena era considerata dall’imperatore Federico II una delle sue predilette, sia per la vicinanza a Foggia e alla Lucera Saracenorum, che per la ricchezza faunistica dei luoghi. Considerata l’esigenza di viaggiare con il personale politico-amministrativo-militare al seguito, la domus contava sicuramente molti locali di soggiorno tra cui biblioteca, stalle, magazzini ed una masseria. Oggi, della Domus Federiciana, restano purtroppo poche tracce: oltre ad una bifora posta sul torrione cilindrico, vi è un’antica muraglia che collega un torrione cilindrico e uno quadrato. La famiglia dei Brancia – subentrata nei secoli a quelle degli Attendolis, Gonzaga, Del Sangro, Carafa, e altre – era entrata in possesso di Apricena con il marchese Filippo (più tardi insignito del titolo di principe di Casalmaggiore), dietro versamento di 38.000 ducati. Anche se risalente al XVII secolo il Palazzo ha subito vari rimaneggiamenti dovuti al frazionamento della proprietà. Lo stato di conservazione è buono e al momento esistono vari progetti di recupero della struttura per valorizzare il suo passato storico. Data la pianta quadrilatera delle mura a scarpata con torrioni, si intuisce che Don Scipione volle edificare un castello con funzioni sia residenziali sia difensive. All’interno si apre un cortile con cisterna. Altri link per approdfondimento: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/foggia/apricena.htm, https://www.stupormundi.it/it/apricena, https://www.youtube.com/watch?v=XIU45hvcBYA (video con drone di Mazinga G - drone experience)

Fonti: https://www.garganoedaunia.com/it/cd/apricena, https://www.comune.apricena.fg.it/palazzo-baronale/, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/1755/it/Il-Palazzo-Baronale-(ex-Domus-Federiciana)-169-(FG)

Foto: la prima è presa da http://www.visitdauniarurale.it/localita/apricena/, la seconda è presa da https://www.italiaemagazine.it/2017/05/10/apricena-foggia/

mercoledì 21 aprile 2021

Il castello di mercoledì 21 aprile



BAGNO DI ROMAGNA (FC) - Castello di Ridracoli

Il Castello di Ridracoli sorge poco più a monte in posizione dominante sull’omonimo nucleo abitato. Sembra che il nome dell'antico borgo di Ridracoli abbia origine da una corruzione del toponimo Rio degli Oracoli, dal latino "Rivus Oraculorum", che potrebbe indicare che lungo il corso d'acqua nei pressi del borgo fosse presente in tempi antichi un tempio pagano. In periodo medievale, attestato nei documenti dal 1216, era presente un castello. Il Castrum Ridiracoli, di proprietà dei conti Guidi passò poi ai Signori di Valbona. L’8 maggio del 1363 il castello veniva lasciato in eredità da parte di Lasia figlia del conte Tancredi da Porciano e vedova del fu Franceschino da Valbona al figlio Azzo. Nel 1371 Azzo di Franceschino risulta signore del castello secondo la relazione di Romagna del cardinale Anglico. Azzo, probabilmente senza figli, lasciò in eredità il castello al monastero di Camaldoli (testamento rogato il 24 settembre 1410). Su parte delle rovine vennero in seguito costruite delle case rurali. Nel 1442 le foreste di queste zone furono assegnate dalla Repubblica di Firenze all’Opera del Duomo per fini economici. Altri riferimenti storici:1777: proprietà di Domenico del fu Lazzaro Salvadorini.
1798: proprietà di Lorenzo Gazzani.
1815: proprietà di Jacopo Gazzani che lo lavora.
1872: vi abitano 5 famiglie.
1895: proprietà di Luigi Mainetti, Agostino Nanni, Antonio Nanni, Pietro e Lorenzo Mainetti.
1910: vi abitano ben sette nuclei famigliari per un totale di 33 persone.
1921: proprietà di Giuseppe Nanni, Lorenzo Mainetti, Vincenzo Mainetti.
Anni ’50: vi abitano le famiglie Bravi e Mainetti.
1968-1969: definitivamente abbandonate da Adolfo Mainetti.
Le case sono attualmente adibite a ricezione turistica.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ridracoli, http://www.popolidelparco.it/castello/

Foto: sono prese entrambe da http://www.popolidelparco.it/castello/. La prima è di Calisesi mentre la seconda è di F. Locatelli

martedì 20 aprile 2021

Il castello di martedì 20 aprile


FIVIZZANO (MS) - Castello dell'Aquila in frazione Gragnola

Il Castello dell’Aquila domina dall’alto di un colle il borgo medievale di Gragnola, abitato posto alla confluenza tra i torrenti Aulella e Lucido. Le origini dell’insediamento fortificato sul colle sono incerte, probabilmente da correlare al controllo sui transiti medievali che dal centro Europa raggiungevano Roma, incrociandosi in corrispondenza del nodo viario del borgo sottostante. Non esistono documenti che ci consentono di delineare con certezza le fasi costruttive del fortilizio. Secondo alcuni storici Gragnola sarebbe Forum Clodi, località riportata nel più antico “atlante stradale europeo” che la storia ricordi, noto come Tabula Peutingeriana e risalente ai primi secoli dell’alto medioevo. La prima struttura fortificata fu forse edificata da antichi nobili locali tra il IX e il X secolo, i Bianchi d’Erberia. Il castello e i suoi feudi passarono a Spinetta II il Grande nel periodo che coincise con la sua espansione in gran parte nella Lunigiana orientale, ovvero tra il 1327 e il 1352, data della sua morte. Due sono le dinastie di marchesi che prendono il nome da Castel dell’Aquila, entrambe provenienti dal ramo malaspiniano di Fosdinovo: la prima ebbe origine da Galeotto di Fosdinovo nel XIV secolo, la seconda iniziò con Lazzaro, figlio di Antonio Alberico marchese di Fosdinovo, la cui discendenza si estinse nella prima metà del XVII secolo. Tra le ultime modifiche rilevanti vi è la costruzione della cinta muraria esterna, tra i secoli XV e XVI, ad opera dei nuovi marchesi di Castel dell’Aquila per adeguare le ormai obsolete difese medievali inadeguate alle armi da fuoco. Fu totalmente cambiato l'accesso al fortilizio: il percorso dalla prima porta corre esterno lungo le mura ed è difeso da una torretta rotonda, aggettante su beccatelli in pietra, la costruzione di un barbacane rotondeggiante - più un torrione in verità - con corpo di guardia dotato di feritoie ad occhiello e troniere rivolte alla vallata, nel quale si apre una seconda porta con arco a tutto sesto, accesso al cortile esterno/lizza, completava il sistema di difesa. Tutto il percorso fino al portale di ingresso al cortile interno è "murato" e dotato di ulteriori feritoie. In pratica l'accesso al castello fu trasformato un corridoio dal quale era quasi impossibile deviare. Anche la scarpatura della quale sono dotate gran parte delle mura e il mastio, sembrerebbe risalire a questo periodo, non esistono infatti tracce nè testimonianze dell'esistenza di un apparato difensivo a sporgere precedente e sembra assai improbabile il loro utilizzo contro una guerra di mina a queste altitudini e su un terreno così roccioso. Il declino politico ed economico dei Malaspina portò all’abbandono del Castello. Fu il Novecento però il secolo buio del Castel dell’Aquila, danneggiato dal terremoto del 1920 e da anni di incuria, abbandonato dopo che gli ultimi proprietari ne minarono la torre, allora pericolante, con la dinamite. Sono serviti due anni per liberarlo dalla sterpaglia, dieci per riportarlo alla sua originale imponenza, grazie ad un importante lavoro di restauro fatto eseguire con passione dall’attuale proprietà. Durante i lavori sono stati compiuti studi che hanno permesso di comprendere le varie fasi di sviluppo dell'insediamento e le successive modifiche apportate nei secoli. Oggi il Castello dell'Aquila appare come una possente struttura costituita da un unico corpo di fabbrica che ingloba il mastio di forma quadrilatera, con quattro piani (tre interni e il quarto a copertura - originariamente i soffitti erano in pietra con volta a botte, oggi ricostruiti in legno), per dimensioni uno dei più grandi della Lunigiana insieme a quello della vicina Verrucola dei Bosi, e altre tre torri angolari, quella di nord-ovest attraversata da una porta, principale accesso al cortile interno dopo le modifiche rinascimentali. Bello l'accesso al cortile interno, rialzato rispetto al piano della lizza e difeso da un primitivo antemurale-rivellino quadrato, con doppio portale rifinito in pietra serena, ai cui lati si aprono due feritoie. Nell'atrio, subito sulla destra, troviamo la cappella, restaurata e riconsacrata nel 2005. Il cortile interno è dominato dalla mole del mastio, sulle mura a nord sono ancora visibili parti di merlatura guelfa (chiaramente inserimento postumo quello due merli a coda di rondine), su di esso affacciano tutti gli edifici abitativi e militari. Fra questi merita di essere menzionato il grande salone, sul lato opposto dell'ingresso, con copertura a botte. Il mastio, o almeno una sua versione embrionale, sembra risalire al XIII secolo, ma le fasi costruttive più importanti del castello possono essere datate essenzialmente secolo XIV, quando divenne sede marchionale e una linea malaspiniana prese il titolo di Castel dell’Aquila. In questo periodo sono da associare al maniero figure importanti, come Spinetta Malaspina e Leonardo I, ai quali potrebbero essere attribuite le radicali trasformazioni architettoniche mirate ad innalzare modeste strutture al rango e al prestigio di importante residenza. Molte le dame e nobildonne che hanno vissuto al Castello dell’Aquila. Dalla Marchesa Cleria Malaspina a Madonna Aurante Orsini, cognata di Lorenzo il Magnifico, dalla Marchesa Fiammetta Soderini a molte altre, ricordate nei nomi delle stanze della torre ove si può soggiornare in ambienti raffinati carichi di fascino d’altri tempi. Ma tra tante dame al Castello ci fu per certo un Cavaliere… misterioso. Durante le fasi di restauro del Castello dell’Aquila, sotto il pavimento di quella che doveva essere stata una vecchia porcilaia, gli operai dell’impresa edile impegnata nei lavori di scavo rinvennero casualmente, nel tardo pomeriggio del 19 febbraio 2004, dei frammenti ossei. La mattina successiva, il 20 febbraio, l’antropologo Stefano Ricci (Università di Siena) riconosceva quei frammenti come appartenenti ad un uomo adulto di circa 35 anni: si trattava, infatti, di reperti di una sepoltura umana in tomba terragna. Informati studiosi e autorità locali, ebbero inizio i lavori di recupero dei resti umani ritrovati nel castello. Fin dalle prime operazioni di scavo, giunti al teschio, l’antropologo e l’archeologa rilevarono una strana frattura di alcuni denti superiori, netta ma avvenuta poco prima della morte dell’individuo. Alle ore 17:30 del 26 febbraio 2004, sotto la base del cranio, la terra restituiva alla luce un oggetto di ferro concrezionato ancora conficcato nella seconda vertebra cervicale… si trattava di una punta di freccia (questa la prima stima) tirata in bocca al malcapitato, che gli aveva provocato la frattura dei denti e, conficcandosi proprio nella seconda vertebra cervicale, la morte istantanea. Le radiografie dell’oggetto in ferro hanno poi permesso di accertare che si tratta di un dardo di balestra (verrettone) molto diffuso nel XIV secolo, dato storico confermato dalla datazione scientifica effettuata poche settimane dopo, con le analisi al Carbonio 14 (C-14) a cui erano stati sottoposti alcuni campioni dei resti ossei. Il referto del C-14 ha diagnosticato la morte intorno all’anno 1340. Le ossa sono state trasportate al laboratorio di Antropologia dell’Università di Siena, dove il reperto è stato ricomposto, analizzato ed è tuttora oggetto di studio; sono stati interpellati i massimi esperti del settore; presso l' Università di Foggia è stata realizzata una vera e propria autopsia virtuale. Incredibilmente sul verrettone si sono scoperte, ben conservate, esuvie di ditteri cadaverici (mosche), riconosciute dagli entomologi come mosche carnaie che si nutrono dei residui della decomposizione della carne. Ciò accrediterebbe l’ipotesi che l’uomo del Milletrecento sia stato ucciso e immediatamente sepolto, affinché il delitto non venisse scoperto. Gli studi antropologici hanno evidenziato che trattasi quasi sicuramente di un cavaliere, date la conformazione propria delle ossa degli arti (la consunzione del femore dovuta all’atto di cavalcare a lungo), la prova del carbonio 14 nonché tracce di stivali e di una fibbia bronzea. Numerosi sono stati i convegni che si sono svolti in Italia e all’estero avendo a soggetto il Cavaliere di Gragnola, a partire dal primo in ordine di tempo, svoltosi proprio presso Castel dell’Aquila il 30 maggio 2004, con l’intervento di diversi studiosi e ricercatori. Tutti i convegni che si sono svolti e gli studi che proseguono tuttora hanno dato risposte scientifiche molto attendibili sulla dinamica del delitto, sullo stato di salute del cavaliere, sulla sua attività in vita, ma altrettanti interrogativi sono rimasti aperti: chi era quell’uomo? Perché è stato ucciso? Perché è stato sepolto all’interno di Castel dell’Aquila, proprio alla base dell’imponente torrione? Sul mistero stanno indagando ora gli storici. Secondo un’ipotesi, sarebbe giunto al castello da lontano, in qualità di messaggero. Una ricostruzione che non fa che infittire il mistero attorno al delitto medievale. Perché colpire un messaggero? Il sepolcro di quello che ormai viene definito (anche nei siti web di numerose organizzazioni scientifiche e storiche) il cavaliere di Gragnola è visitabile, previa prenotazione e-mail o contatto telefonico con il management del Castello dell’Aquila. Altri link suggeriti: https://it.wikipedia.org/wiki/Gragnola_(Fivizzano), https://www.youtube.com/watch?v=vvGWHnwBcik e https://www.youtube.com/watch?v=A91yjZvtS7o (entrambi i video dell' E.P.A.S.), https://www.youtube.com/watch?v=2lQnVnWcYMs (video con drone di Carlo Lorenzani), https://youtu.be/AE4PNwlDD18 (video di Dragon Aged)

Fonti: http://www.castellodellaquila.it, https://www.visittuscany.com/it/attrazioni/il-castello-dellaquila/, https://castellitoscani.com/gragnola/, https://www.istitutovalorizzazionecastelli.it/il-castello-dellaquila-e-il-mistero-del-cavaliere/

Foto: la prima è di Luca Spinelli su http://www.magnificaitalia.altervista.org/index_file/GRAGNOLA.htm, la seconda è di biloba74 su https://mapio.net/pic/p-6163287/

lunedì 19 aprile 2021

Il castello di lunedì 19 aprile



SPOLETO (PG) - Castello di Morgnano

E' situato nella frazione di Morgnano-Santa Croce, a otto chilometri dal centro storico della città di Spoleto in provincia di Perugia. Si erge sulla sommità del colle di Morgnano a circa 600 metri di altitudine e si presenta come un’importante preesistenza storica con la sua cinta muraria alta 12 metri e le tre torri rispettivamente di forma quadrata, circolare ed esagonale. È stato totalmente restaurato tra gli anni 70’ e 80’ del secolo scorso. All'interno delle mura urbiche l’antico abitato era totalmente crollato, fu pertanto ricostruito l’intero borgo ricalcando il sedime e i volumi originali, utilizzando tuttavia i metodi più moderni di costruzione in uso in quegli anni. Attualmente sono in corso le opere di ristrutturazione dell’immobile mirate, mediante l’utilizzo di materiali di pregio e di interventi architettonici dell’edilizia tradizionale di ridare identità al luogo rigenerando la sua funzione di nucleo a servizio della comunità e di generare uno spazio in grado di richiamare le persone sul territorio. La presenza di un insediamento sul colle di Morgnano risale a tempi antichi. Di età romana è una lastra tombale rinvenuta nei pressi del castello, trasferita poi nella moderna chiesa di S. Giovanni ai piedi del colle. Tuttavia i documenti che finora sono stati analizzati dagli archivi storici evidenziano la presenza di un insediamento stabile sul colle dal XIII secolo. Dai documenti estratti sappiamo che nel 1279 la “villa” di Morgnano, allora “villa aperta” (senza mura) contava 27 fuochi (famiglie) con una ricchezza pari a 3011 libbre. Nel 1359 nonostante la peste del 1348 il numero di fuochi salì a 34, (circa 200 persone). Fu sul finire del XIV secolo (intorno al 1378) a seguito delle frequenti scorrerie sul territorio da parte di bande armate, che in tutto il contado spoletino e nelle zone limitrofe sorsero i primi castelli cinti da mura e fortificazioni, tra cui il castello di Morgnano. “Alcuni de’ quali lo erano già stati in altri tempi, e poi o per ribellione o per sospetto ridotti dalla città o dagli eserciti a ville aperte.” In base ai dati relativi alla compravendita di terreni nella zona risalenti alla seconda metà del Duecento si può ipotizzare che a Morgnano esistesse già una torre o fortificazione ad uso militare nel secolo precedente, e che in questa occasione fu inglobata in un vero e proprio fortilizio di grandi dimensioni in grado di accogliere la numerosa popolazione che abitava la Villa quando si fosse reso necessario. L’ipotesi sembra avere un suo fondamento se si considera che la villa di Morgnano, nonostante fosse parte del contado di Spoleto si sviluppava al confine con i territori esterni che arrivavano fino a Todi, su un colle da cui era possibile godere di una vista a 360 gradi sulla vallata circostante. Ancora oggi la vista su Spoleto, Spello, Trevi, Assisi e Montefalco è una prerogativa affascinante del sito. A seguito di una vasta ribellione dei castelli contro Spoleto, cui partecipò anche Morgnano, il Cardinale Legato Vitelleschi, con una legge del 18 Febbraio 1440, disponeva che gli abitanti dei castelli del piano, fabbricati da sessant’anni in poi, fossero tenuti ad abbattere le mura, entro il termine di tre mesi dalla data del decreto, tornando ad essere ville aperte. Lo stesso stabiliva una multa di venticinque mila ducati, da corrispondere per metà al comune e per metà alla camera apostolica, per ogni castello che non avesse eseguito l’ordine e una multa di cinquantamila fiorini per chi vi avesse ricostruito fortificazioni. Probabilmente all’ordine non fu però data esecuzione, perché il comune di Spoleto deliberò poi per la conservazione dei castelli, ma fu devastato ed arso dalle milizie del Piccinino e da Vitaliano del Friuli, sicché, nel 1442 gli abitanti dovettero chiedere sussidi a Spoleto per riaversi da quella rovina. Fu nuovamente dotato di mura dopo il 1475. È stato abitato fino agli anni 60 del Novecento, poi fu progressivamente abbandonato. La storia recente di Morgnano è indissolubilmente legata alle miniere, nel 1881 era stata aperta la miniera di Morgnano Santa Croce, e negli ultimi anni del 1800 il professor Arpago Ricci condusse le ricerche per capire come si potessero ampliare. La lignite estratta era inviata alla società Altiforni e Acciaierie Terni. Il lavoro era molto duro, ovviamente, ed anche pericoloso per gli incidenti dovuti a crolli ed al gas grisou. I minatori si portavano a Morgnano da abitazioni distanti anche molti chilometri, e lo facevano quasi tutti a piedi, inverno ed estate. Così come il ritorno alla sera, dopo ore ed ore di massacrante lavoro sotto terra. Le miniere arrivarono ad occupare circa millecinquecento persone. Il 22 marzo 1955, la tragedia: uno scoppio di grisou causò la morte di 23 minatori. Nel 1961 le miniere, dopo averla ridotta di molto, cessarono definitivamente l’attività, a causa dell’esaurirsi dei filoni e della minore redditività di tutto il settore.

Fonti: https://www.castellodimorgnano.it/, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-morgnano-spoleto-pg/

Foto: la prima è presa da http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/03_folignate-spoletino/00073/index.htm, la seconda è di Alberto Gagliardi su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/3133/view

domenica 18 aprile 2021

Il castello di domenica 18 aprile



AUGUSTA (SR) - Torre Avalos

Dopo l'estate del 1551, a seguito di un attacco effettuato da 150 galere turche, il governo spagnolo con il viceré Garcia de Toledo ideò un sistema di difesa del porto: nel 1567 fece costruire i forti Garcia e Vittoria (http://castelliere.blogspot.com/2011/06/i-castelli-di-lunedi-27-giugno.html) e nel 1570 don Francisco Fernandez Avalos de Aquino, successore di Garcia, Torre Avalos, ubicato sopra una secca. Un'inusuale conformazione a settore circolare di 280 m, a due livelli e con all'estremo sud dell'asse di simmetria del forte una torre elicoidale per favorire l'avvistamento ed ospitare in sommità una lanterna. Altra funzione della torre era quella di contenere al suo interno 40 cannoni utilizzabili nel caso di un attacco navale. La breve permanenza ad Augusta dei francesi, iniziata nell'estate del 1675, si concluse il 18 marzo 1678, con il cessare della "Guerra d'Olanda". Tra le distruzioni cui dettero mano nell'abbandonarla, vi fu anche quella dell'originale lanterna del forte. I grandi lavori di rafforzamento della piazzaforte, effettuati entro il 1685 dagli spagnoli, come testimonia ancora oggi la lapide affissa sulla Porta Spagnola d'ingresso ad Augusta, interessarono anche Torre Avalos nel 1681. Il terremoto del 1693 danneggiò il forte e fece crollare la nuova lanterna, che poi venne riedificata nell'attuale posizione. Nel 1823, lo scoppio accidentale della polveriera mutilò il forte lungo il semiarco di ponente, mai più ricostruito. Si provvide però a restaurare la torre, portandola all'altezza di 26 metri, per aumentare la portata della lanterna fino a 14 miglia. La costruzione delle fortificazioni doveva necessariamente continuare, ma non si riuscì a farlo, prima della seconda metà del XVII secolo. Dopo la parentesi francese, nel 1680 de Grunembergh si recò ad Augusta per redigere piante a preventivo. Elaborò un progetto per rendere la zona del Castello una cittadella, aumentandone le fortificazioni sia dal lato del mare che dal lato della città: un sistema di fossati, rivellino, spalti e soprattutto bastioni costruiti da tecnici olandesi esperti in costruzioni sul mare, che, per essere realizzati, dal lato della città, fu necessario l'abbattimento dei prime due isolate settentrionali. La Porta spagnola fu costruita nel 1681 da Carlo II a oggi è il simbolo di Augusta. Le fortificazioni subirono forte danni dal terremoto del gennaio 1693 e una parte del Castello fu completamente distrutta dallo scoppio della polveriera. I resti delle mura attualmente sono spariti all'interno di case, abbattuti per il passaggio di tubazioni e, dove esistono, sono coperti da cartelli pubblicitari a aiuole. I resti di bastioni e batterie esistenti sono in totale abbandono a causa del degrado ambientale, dell'incuria e del vandalismo, o sono inglobati in strutture moderne. Solo una parte degli interventi necessari, sono stati effettuati sui bastioni a mare, per contenere il processo di collasso che li sta interessando. Torre Avalos si trova in uno stato avanzato di degrado. La Marina Militare effettua opera di vigilanza, ma non sono di sua competenza le opere di manutenzione. Ai danneggiamenti accumulati nei secoli, si aggiunge il degrado dovuto agli agenti ambientali. Mancano infissi, processi di ossidazione, muffe a radici di piante infestanti minano l'intera struttura. Un intervento della Soprintendenza su un aggrottamento del paramento a ponente, programmato già da qualche anno, non si è ancora materializzato. A queste opere nessuno sembra prestare adeguata attenzione e, totalmente abbandonate al degrado, rischiano di non essere più recuperabili. La Torre Avalos dovrebbe essere inserita, come è stato fatto per gli altri due forte spagnoli, in un'azione programmata di fruibilità tutelata. Altri link per approfondire: http://www.augusta-framacamo.net/monumenti-avalos.asp, https://www.youtube.com/watch?v=fAcL_YDrmeQ (video di Sulidarte), https://www.youtube.com/watch?v=oLW9ta-4Gb8 (video di Sicily Tourist), https://www.youtube.com/watch?v=_k-_zNVBHfk (video di harboursnews), https://www.lagazzettaaugustana.it/degrado-di-torre-avalos-segnalato-da-italia-nostra-il-ministero-batte-un-colpo/

Fonti: https://www.antoniorandazzo.it/sicilia/torre-avalos.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Isola_di_Torre_Avalos, https://www.visititaly.it/info/952807-torre-avalos-augusta.aspx, https://eccellenzemeridionali.it/2021/03/01/torre-avalos-augusta-storia/

Foto: la prima è presa da https://eccellenzemeridionali.it/2021/03/01/torre-avalos-augusta-storia/, la seconda è presa da https://www.vivasicilia.com/torre-avalos-augusta/

sabato 17 aprile 2021

Il castello di sabato 17 aprile



CAIRO MONTENOTTE (SV) - Castello in frazione Carretto

Storicamente il territorio di Carretto seguì le vicissitudini dell'odierno capoluogo Cairo Montenotte. Fu feudo dei marchesi Del Carretto nel XIII secolo, del marchese di Saluzzo e della famiglia Scarampi di Asti nella prima metà del XIV secolo e in seguito inglobati - dal XV secolo - tra i possedimenti del Marchesato del Monferrato seguendone le sorti. Tra il 1735 e il 1736 fu alle dipendenze del Regno di Sardegna. Con la dominazione francese il territorio di Carretto si costituì in municipalità rientrando dal 2 dicembre 1797 nel Dipartimento del Letimbro, con capoluogo Savona, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, rientrò nel I cantone, capoluogo Savona, della Giurisdizione di Colombo e dal 1803 centro principale del I cantone di Savona nella Giurisdizione di Colombo. Annesso al Primo Impero francese, dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento di Montenotte. Risalente alla seconda metà del XIII secolo e parzialmente rovinato, il suo castello era un importante punto di avvistamento e segnalazione lungo la "via marenca". Dalla postazione difensiva è possibile vedere gli altri manieri dei Del Carretto quali il castello di Cairo Montenotte (https://castelliere.blogspot.com/2011/03/il-castello-di-venerdi-18-marzo.html), di Rocchetta Cairo (https://castelliere.blogspot.com/2020/11/il-castello-di-giovedi-26-novembre.html) e di Dego (https://castelliere.blogspot.com/2013/05/il-castello-di-giovedi-30-maggio.html). Tra le rovine della costruzione carrettesca spiccano i resti dell'alta torre quadrata e la volta a tholos, unica nell’edilizia fortificata della zona. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=HlqC8RZVGzs (Angelo Gatto), https://www.youtube.com/watch?v=lPodtrddAFI (video di TVM Travel Video Movies)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Carretto_(Cairo_Montenotte), http://www.storiapatriasavona.it/progetto-toponomastica-storica/fascicoli-pubblicati-2/23-toponimi-del-comune-di-cairo-montenotte/

Foto: la prima è di Daniele Gallo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/162388/view, la seconda è di Edmond Kaceli su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/390028/view

venerdì 16 aprile 2021

Il castello di venerdì 16 aprile


CIVITELLA DI ROMAGNA (FC) - Rocca Malatesta di Giaggiolo

Vi faceva capo un'antica contea dell'Appennino romagnolo, un feudo situato a cavallo tra il territorio attuale di Romagna e Toscana. Del castello, un tempo assai noto, rimangono pochi resti, di cui è particolarmente notevole il potente bastione ottagonale, a guardia di un paio di case, di una piccola chiesa e di una ripida strada che si perde in piccole vallette interne. Anche Guido da Montefeltro, che aveva sposato Manentessa di Ghiaggiolo, nel 1263 ricevette il titolo di conte di Ghiaggiolo, dopo la morte del cognato Uberto. La posizione, infatti, nell'Appennino settentrionale, avrebbe consentito a lui e ai forlivesi, entrambi del partito ghibellino, di spalleggiarsi a vicenda. "Inoltre, il titolo di conte di Ghiaggiolo aveva aperto la strada a Guido per ottenere di diritto la cittadinanza di Forlì, cui teneva molto". La storia del castello è documentata fin dal 1021 quando, quando apparteneva agli arcivescovi di Ravenna e venne affidato a cinque fratelli nobili ravennati, figli di tal Rodolfo da Sigio, che fondarono la vasta contea di Giaggiolo. Estintosi il ramo maschile della famiglia la contea fu investita ai Malatesta di Verucchio cui si contrappose immediatamente Guido da Montefeltro (cognato di Umberto ultimo conte di Giaggiolo). La disputa terminò nel 1266 quando Paolo Malatesta detto il Bello decise di prendere in sposa Beatrice Orabile (1255-1303 circa), l'unica figlia dei conti Severi di Giaggiolo. La tragica storia di Paolo, capostipite del ramo dei Malatesta di Giaggiolo, invaghitosi della cognata Francesca, figlia di Guido da Polenta e moglie del fratello Giangiotto, fu immortalata da Dante nel V canto dell'inferno. La rocca rimase a lungo possedimento dei Malatesta assumendo notevole potenza ed inglobando anche i territori di Cusercoli. Il figlio di Paolo, Uberto Malatesta, conte di Giaggiolo, fu ucciso a tradimento nel 1324 per aver aderito al partito ghibellino. Una copia dello statuto del castello di Giaggiolo del 1376 è conservata nell'Archivio Vescovile di Sansepolcro. Nel 1371 ai tempi della relazione del cardinale Anglico così viene descritta: "E' in un altissimo monte, ha una rocca, un palazzo fortissimo e bello, ed è atto alla guerra. Confina con Valdinoce a Aquilano". Nel 1471 i possedimenti vennero affidati ai conti Guidi di Bagno, che tennero il castello fino al XVI secolo, anno in cui ebbe inizio la sua decadenza. Così lo descrive il Mambrini nel 1932: "Del castello rimane, in gran parte, intatta nel suo perimetro, la cinta alta e ferrigna, che però non è quella antica, perchè appare ricostruita con pietre regolari lavorate a scalpello che portano tracce di antichi incendi". Altri link proposti: https://www.facebook.com/romagnadascoprire/posts/-castello-di-giaggiolo-civitella-fc-lunico-poco-conservato-bastione-che-rimane-a/652804585129331/, http://www.nazionefutura.it/politica/il-castello-di-giaggiolo-feudo-di-paolo-il-bello-a-breve-distanza-da-forli/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Giaggiolo, https://www.fondoambiente.it/luoghi/rocca-di-giaggiolo, https://www.appenninoromagnolo.it/castelli/giaggiolo.asp

Foto: la prima è di ilicemonti50 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/92970/view, la seconda è presa da https://www.forlitoday.it/cronaca/dante-Rocca-Giaggiolo-civitella.html

giovedì 15 aprile 2021

Il castello di giovedì 15 aprile

 

                                                

CARIGNANO (TO) - Casaforte in frazione Gorra

Tra l’XI e il XII secolo il nome di Gorra identificava una vasta area rurale ricca di corsi d’acqua e stagni, tra il Po, il torrente Banna e il rio Stellone (da cui il nome di Villastellone). La zona era posseduta dai Templari (i Cavalieri del Tempio), che avevano sede in S. Martino di Gorra, un toponimo oggi perduto. Fin lì si spinse l’influenza del comune di Chieri dal 1203, con l’acquisto di parte del territorio e con la fondazione della “villanova” di S. Martino dello Stellone (1228-1236), oggi Villastellone, cinta da mura e fossati, che fu poi totalmente distrutta da un incendio nel 1325. L’attuale casaforte di La Gorra fu edificata nel 1300 dai Provana di Carignano, una delle casate feudali più antiche del Piemonte, a quel tempo vassalli di Filippo d’Acaja e consignori di Carignano insieme ai marchesi di Romagnano. Dal XIV secolo uno dei numerosi rami della famiglia Provana assunse il titolo di signori (o castellani) della Gorra. La massiccia struttura è costituita da quattro piani fuori terra con muratura in laterizio, la parte superiore presenta una merlatura bifida; la struttura del tetto poggia su archetti che collegano i merli. La casaforte oggi versa in triste stato di abbandono e presenta ancora finestre gotiche, oltre a rimaneggiamenti forse risalenti al '600 e all'800 (proprio alcune finestre sono state modificate). E' di proprietà privata ed è stata usata per attività agricole e come ritrovo di una Società di riserva di caccia (non sappiamo se questi usi permangono tuttora). Altro link suggerito: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Piemonte/torino/gorr02.jpg (foto).

Fonti: http://archeocarta.org/carignano-to-casaforte-gorra/, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999), https://www.facebook.com/carignanoturismo/posts/2758320191072427/

Foto: la prima è presa da http://archeocarta.org/wp-content/uploads/2014/11/carignano_lagorra1.jpg, la seconda è presa da https://www.facebook.com/carignanoturismo/photos/pcb.2758320191072427/2758319967739116

mercoledì 14 aprile 2021

Il castello di mercoledì 14 aprile


CONCA DEI MARINI (SA) - Torre del Capo di Conca

Dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, Conca divenne una base di supporto per la vicina Repubblica marinara di Amalfi, intrattenendo pertanto rapporti commerciali con gli altri popoli del Mediterraneo e accrescendo ulteriormente la propria bravura nel campo marinaro, poiché iniziò a poter disporre di ben 27 grandi galeoni come attestano le cronache del tempo. In seguito alla capitolazione della repubblica amalfitana nell'XI secolo, il paese ebbe un momentaneo periodo di crisi, che poi superò sotto la dominazione degli Svevi e degli Angioini, durante la quale riprese con maggior vigore i traffici marittimi. Nel 1275 era infeudata, come anche altre terre e città in Costiera amalfitana in quel periodo, subito dopo l'avvento degli Angioini, ma non si conosce il nome dei suoi signori e, in ogni caso, tale situazione non durò molto. In età moderna, sotto la dominazione degli Aragonesi, degli Asburgo e dei Borbone, gli scambi commerciali si estesero, consentendo così a diversi condottieri conchesi di arricchirsi e potersi elevare socialmente. I porti principali dove approdavano erano quelli di Venezia, Trieste, Costantinopoli e Smirne e più tardi anche Odessa. Proprio in quegli anni, però, cominciarono le attività piratesche dei Turchi, che non solo minacciavano le navi mercantili, ma attaccavano e saccheggiavano i paesi rivieraschi. Nel giugno 1543 5 galeotte turche sbarcarono presso il capo di Conca e misero al sacco tutto il paese, profanando e spogliando di tutti i suoi arredi la chiesa di San Pancrazio martire, che rimase per più anni chiusa e interdetta. Un altro duro colpo per i conchesi fu il flagello della peste che la colpì principalmente negli anni 1528 e 1556. Malgrado l'inarrestabile decadenza, il suo porto fu frequentato da mercantili ancora fino alla metà del XIX secolo e la tonnara, unica in tutta la Costiera, creata intorno al 1700, sopravvisse fino al 1956. Nel 1861, dopo la cacciata dei Borbone di Napoli, Conca dei Marini passò al Regno d'Italia. La Torre del Capo di Conca, detta anche Torre Saracena o Torre Bianca, è un'antica torre di guardia cinquecentesca che sorge sul promontorio chiamato Capo di Conca, proteso verso il mare ed immerso in una fitta vegetazione di macchia mediterranea. Fu fatta costruire dal viceré di Napoli Pedro de Toledo, a difesa del territorio contro le invasioni dei Turchi e faceva parte dell'apparato difensivo di torri costiere dell'intera Costa d'Amalfi. Si scelse di erigerla su pianta quadrata anziché su pianta circolare, dal momento che, a partire da Carlo V in poi, la resistenza delle torri circolari, largamente impiegate in passato, fu messa in dubbio. La torre, che si confonde con la roccia ed è senza armamento, è composta da un'unica grande sala, al di sopra della quale sono situate due stanzette riservate alle guardie. Dopo la sconfitta dei Turchi a Lepanto la torre, come molte altre, perse di importanza e fu abbandonata al suo destino e usata a scopo cimiteriale a causa della bassa mortalità. Ciò non cambiò il suo fascino: infatti si racconta che due signore americane, rimaste affascinate dal luogo, si inginocchiarono e pregarono Dio affinché fossero sepolte lì. La torre fu destinata a questo uso fino al 1949 (ci fu addirittura chi la paragonò alle "torri del silenzio" indiane), finché fu restaurata dall'amministrazione comunale che ne è proprietaria e destinata a museo. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=WwfvmKPmDNs (video di Torre Capo di Conca), https://youtu.be/ehLfCkTMZRc (video di Borghi d'Italia)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Conca_dei_Marini, http://www.capodiconca.it/conca-dei-marini/, http://www.unescoamalficoast.it/en/il-territorio-e-la-sua-gente/name-figure-image/item/298-torre-del-capo-di-conca

Foto: la prima è presa da http://www.personaltourist.it/dt_gallery/torre-capo-di-conca-dei-marini/, la seconda è presa da https://www.fotoeweb.it/sorrentina/Foto/Conca%20dei%20Marini/Conca%20dei%20Marini%20-%20Torre%20saracena.jpg

martedì 13 aprile 2021

Il castello di martedì 13 aprile




SAN PIO DELLE CAMERE (AQ) - Borgo fortificato di Castelnuovo

Castelnuovo nacque nel Basso Medioevo per spinta degli abitanti di due piccoli centri della zona, Riga e Stefanescu; il nuovo borgo è attestato per la prima volta nel 1173 come "Castelnuovo in Valva", feudo del territorio della diocesi valvense ceduto da Oddone, signore di Pettorano, a un certo Gualtiero di Attenolfo e nel cui territorio ricadevano anche i due centri fondatori e Torre di Peltuinum. Il borgo fortificato, nella parte superiore del colle dove si sviluppa il paese, risale al XII secolo, mentre il centro abitato sottostante è stato costruito a partire dal secolo successivo; l'edificazione del paese avvenne anche attraverso la spoliazione della vicina città romana di Peltuinum, a cavallo tra i comuni di San Pio delle Camere e Prata d'Ansidonia, i cui materiali furono utilizzati anche in altri centri medievali limitrofi. Nel 1239 il castello fortificato fu fatto riparare dall'imperatore Federico II di Svevia, insieme ad altri castelli del territorio, con lo scopo di controllare le ribellioni dei feudatari locali. Castelnuovo non compare tra i castelli che nel 1254 parteciparono alla fondazione della città dell'Aquila e nel 1423 si arrese all'esercito di Braccio da Montone, che durante la guerra dell'Aquila stava conquistando tutti i centri della zona. Nel Quattrocento ricadevano nei territori di Castelnuovo diversi edifici ecclesiastici, elencati attraverso una nota catastale del periodo: San Silvestro a Riga, Santo Stefano a Stefanescu, Santa Maria della Carità a Castelnuovo, Santa Lucia e San Giovanni a Peltuinum. Nel corso secolo successivo, il borgo fu concesso come feudo baronale a Miguel de Betrian, comandante spagnolo dell'esercito di Carlo V d'Asburgo, insieme ad altri paesi della zona; il feudo passò quindi a Geronimo Xarque, alla famiglia Carafa e, infine, ai Caracciolo di Marano. Dal XV secolo iniziò la lunga serie di eventi sismici che causarono notevoli danni all'abitato: il terremoto dell'Italia centro-meridionale del 1456, il terremoto dell'Aquila del 1461 (a seguito del quale morirono 28 persone) e quello del 1703, il terremoto della valle dell'Aterno del 1762, il terremoto della Marsica del 1915, il terremoto del Gran Sasso del 1950-1952 e infine quello dell'Aquila del 2009 (nel quale sono morte 5 persone); è stato ricostruito come in quattro di questi eventi (1461, 1703, 1762 e 2009) il borgo abbia subito danni pari o maggiori al IX grado della scala Mercalli, cioè la quasi completa distruzione dell'abitato. Nonostante ciò, però, non è mai avvenuto un fenomeno di dislocamento del centro, che anzi è stato sempre ricostruito; dopo il terremoto del 1703, in particolare, venne riempito il fossato del castello e furono aperte nuove vie nei bastioni medievali, ma il riutilizzo dei materiali di crollo nella ricostruzione ha causato un deterioramento della resistenza sismica degli edifici. Nel contesto delle leggi eversive della feudalità e della riorganizzazione amministrativa del regno di Napoli sotto il dominio napoleonico, nel 1806 Castelnuovo ricadde come comune autonomo nel circondario di Barisciano, a sua volta facente parte del distretto di Aquila. Il borgo fortificato di Castelnuovo è la parte più antica ed elevata del paese: presenta una caratteristica forma a castello con un'urbanistica in stile romano (strade ortogonali sviluppate intorno a due arterie principali centrali). Questo tipo di impiantistica è unico nell'ambito geografico dell'Abruzzo aquilano e solamente la città dell'Aquila stessa (costruita nel XIII secolo) presenta un'organizzazione planimetrica simile; inoltre, per la costruzione del borgo, furono riutilizzati materiali proveniente dalla vicina città romana di Peltuinum. La pianta del borgo è rettangolare, con lati di lunghezza di 70 metri (lati sud-ovest e a nord-est) e 56 metri (lati sud-est e nord-ovest); è suddiviso in quattro isolati principali, dei quali quello a sud-est ha subito maggiori modificazioni rispetto all'impianto originale. La via principale attraversa il borgo da sud-ovest (ingresso che fino al 1940 presentava un arco a tutto sesto, poi abbattuto) a nord-est e ha una larghezza media di 3,50 metri; il decumano massimo, invece, presenta nell'ingresso a sud-ovest un arco a tutto sesto, una volta coperto da volta a botte ormai diruta. Gli edifici interni presentano ancora elementi medievali, tra cui archi gotici e portali trecenteschi, oltre a dei tipici gradini di accesso alle abitazioni di forma perfettamente semicircolare, con tre gradini concentrici di diametro decrescente in altezza. Nei sotterranei degli edifici sono tuttora presenti le antiche carceri del castello, costituite da celle unite a grandi sale con panche in pietra; infine, nel lato nord-ovest si sono conservate le piccole aperture di forma rettangolare nelle mura esterne, che consentivano l'affaccio dal camminamento della fortificazione. Altri link suggeriti: https://www.giosacchetti.com/reportage/stories/laquila-terremoto/index.html (foto varie della frazione devastata dai terremoti), https://www.archilovers.com/projects/146484/gallery?1208569, http://www.comune.prato.it/gallerie/protezionecivile/?action=dettaglio&id_album=8&id_galleria=205&lang=it&nomefile=bra_04.jpg

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Castelnuovo_(San_Pio_delle_Camere)

Foto: la prima è presa da http://www.comune.prato.it/gallerie/protezionecivile/?action=dettaglio&id_album=8&id_galleria=205&lang=it&nomefile=_arch_01.jpg, la seconda è di Fra00 su https://it.wikipedia.org/wiki/Castelnuovo_(San_Pio_delle_Camere)#/media/File:Castelnuovo_(San_Pio_delle_Camere)_-_borgo_e_chiesa.png

lunedì 12 aprile 2021

Il castello di lunedì 12 aprile


 

CASOLE D'ELSA (SI) - Castello in frazione Gallena

Situata fuori dai confini comunali, nel territorio di Casole d’Elsa, Gallena conserva due torri in pietra dell’antico castello. La prima testimonianza di questo risale al 29 aprile 994, quando Tegrimo del fu Ildebrando donò alla propria moglie Sinderada, figlia di Guido visconte, la quarta parte della curtis di Piscina Nera, detta Gallena, con la torre, il castello e la chiesa intitolata a S. Pietro. Nel Duecento il villaggio di Gallena costituiva un comunello del contado senese. Menzionato già nell’XI secolo, dal 1285 fu sotto Siena che lo fortificò. Nel Medioevo era conosciuto con il nome di Piscina Nigra: costituiva un feudo appartenente ai signori Lombardi di Staggia, i quali erano proprietari di molti altri castelli della Montagnola. Sembra sia entrato in decadenza già dal XV secolo. Dopo lunghi anni di abbandono diversi edifici del paese sono stati restaurati con oculatezza, come una bella casa torre e la chiesa di San Pietro.

Fonti: http://www.prolocosovicille.it/it/territorio/gallena, https://www.poderemonti.net/image/maps_paths_in_casole_delsa-_trekking_walks.pdf, testo di Aldo Innocenti su http://www.ursea.it/gite/gallena/gallena.htm

Foto: la prima è di Aldo Innocenti su http://www.ursea.it/gite/gallena/gallena_casa_torre_1.jpg, la seconda è di Francesco Viti su https://mapio.net/pic/p-44651911/