martedì 19 agosto 2014

Il castello di martedì 19 agosto






AULLA (MS) - Castello in frazione Bigliolo

di Mimmo Ciurlia 

Il castello di Bigliolo è situato in cima ad una colle, protetto da una muraglia di 260 metri che lo circonda, e si estende per circa 2500 m². La sua costruzione  risale a prima del XII secolo e fu una delle fortificazioni che presidiarono la gran corte Vescovile della media Lunigiana. Per quanto non si abbiano particolari notizie di avvenimenti che lo riguardano, è certo che esso non rimase estraneo, nel sec. XIII, alle lotte combattute fra il Vescovo e i Malaspina in Val di Aulella (Ugo Formentini). Bigliolo, dopo queste contese, finì nel potere dei Marchesi di Filattiera e precisamente a Bernabò Malaspina, feroce persecutore della Diocesi Lunense. Questi lo lasciò al figlio Francesco. Dall'atto di divisione del 1275 risulta che a quest'ultimo, iniziatore della linea di Olivola, fu assegnato fra l'altro, anche tutto ciò che la famiglia possedeva in castro Bilioli (Ugo Formentini). Il castello di Olivola fu scelto a capoluogo del vasto feudo perché era ritenuto il più sicuro e anche perchè posto quasi al centro del dominio feudale comprendente Aulla - Terrarossa - Virgoletta - Pieve de Monti Licciana - Varano - Groppo San Pietro - Bastia - Agnino - Bigliolo - Pallerone' ( C. Caselli). Nel 1412, dopo l'eccidio di Apella, in cui il Capitano Rossi di Varano uccise i due Marchesi di Olivola, si estinse detta dinastia e Bigliolo con Magliano, Collecchia e Pallerone, sentita la popolazione, scelse la dipendenza dai Marchesi Leonardo e Galeotto del Castello dell'Aquila a Gragnola. Nel 1418 Bigliolo passò, insieme ai castelli del suddetto Feudo, sotto il dominio di Firenze, quale pena inflitta ai feudatari del Castello dell'Aquila per la strage dei Marchesi della Verrucola di Fivizzano. Successivi accordi con Firenze, nel 1428, riportarono Bigliolo nel dominio dei Marchesi di Gragnola fino al 1466, anno in cui morì il Marchese Galeotto e, per mancanza di figli maschi, si estinse il ramo dei Marchesi dell'Aquila. Nel 1467 Bigliolo passò al marchese Malaspina Gabriele di Fosdinovo fino al 1510, quando alla sua morte il figlio Lazzaro I, dalla divisione del feudo, secondo la ben nota legge di successione dei Malaspina, diede inizio alla seconda Dinastia dei Marchesi di Olivola. Un momento tragico per il Castello di Bigliolo si verificò nel 1523, quando Giovanni de' Medici, detto dalle Bande Nere, acquistato il feudo di Aulla, che non gli fu confermato dall'Imperatore, tentò di costruirsi un feudo in Lunigiana, assalendo vari castelli. Bigliolo fu tra quelli, come Bastia, che resistette, e dove le Bande Nere commisero stragi e atrocità inaudite. La sanguinosa presa di Bigliolo fu certamente successiva allo scontro di Bibola dove i circa 700 soldati di Giovanni dalle Bande Nere ebbero la meglio sui 2000 soldati dei Malaspina, fra i quali vi erano anche uomini di Bigliolo. Giovanni dalle Bande Nere, poi, su consiglio del Vescovo di Pistoia, mandato dal Papa Clemente VII (Papa dello scisma anglicano), figlio di Giuliano dei Medici, fece pace con i Malaspina e ricevuti 2500 scudi d'oro abbandonò la zona. Da quel momento si accentuò la decadenza del castello di Bigliolo come centro abitato, di fronte all'emergere delle ville del piano, anche se conservò una posizione di prestigio perché vi si continuò ad amministrare la giustizia e a convocare le assemblee. Il 14.11.1568, con un contratto rogato dal notaio Giovanni Michele dei Cerri di Bigliolo, i figli di Lazzaro I divisero il marchesato in due parti, una comprendente Pallerone con Canova assegnata a Spinetta e a Carlo e l'altra comprendente Olivola con Bigliolo assegnata a Camillo e a Troilo. Si diede inizio ad una direzione collegiale, in cui i due Marchesi padroni si sarebbero alternati per un anno, l'uno dopo l'altro nel governo della quota assegnata. Il desiderio di conservare la sostanziale unità del feudo indusse però il 10 marzo 1572 Camillo, Carlo e Troilo, scapoli, a regolare con atto notarile la successione, in modo che Spinetta, l'unico ad essersi ammogliato, potesse garantire con i suoi figli, la continuità della dinastia inaugurata da Lazzaro I. Nel periodo Napoleonico le terre di Lunigiana passarono, con l'editto datato 2/7/1797, alla Repubblica Cisalpina. Oggi restano i ruderi, rivestiti dall'edera e invasi dalla vegetazione, di tutto il tratto nord della fortificazione con una torre cilindrica e la torre est.


Foto: da www.dodecapoli.com e da http://terredilunigiana.blogspot.it/2014/03/13-gennaio-2014-ritorno-al-castello-di.html

sabato 26 luglio 2014

Buone vacanze a tutti, il blog si va a riposare...



ci rivediamo verso il 19 agosto, con nuovi castelli di cui parlare....ciaooooooooooooo !!

Il castello di domenica 27 luglio






CASTELNUOVO CILENTO (SA) – Castello

Il borgo, denominato Castelnuovo nel medioevo, apparteneva al feudo di Agnello di Senerchia, a cui fu tolto per fellonia. Nel periodo della dominazione longobarda il castello, insieme a quelli di Castellammare della Bruca, e di Novi Velia, costituì un grande sbarramento alle vie di comunicazione che, a quell'epoca attraversavano la regione. Posto su una collina, in posizione baricentrica rispetto all'intero territorio comunale, dalla quale si domina con lo sguardo la valle dell'Alento fino alla costa, questo borgo sorge intorno a un castello, tra anguste stradine in pietra. Secondo la tradizione, dopo la caduta del castello della Bruca (i cui ruderi e la torre sono ancora visibili sull'acropoli dell'antica Velia), gli ultimi abitanti l'abbandonarono e, risalendo la piana verso l'interno in cerca di un rifugio più sicuro, posero la loro dimora nei pressi di una vecchia fortificazione normanna che da allora, accresciuta dal nuovo flusso, prese il nome di Castelnuovo. La collina sulla quale sorge il paese fu nel passato ricoperta da piccole celle ed eremitaggi di benedettini, di cui di tanto in tanto si trovano dei ruderi. Tale peculiare sistema difensivo, all'interno del quale in virtù della posizione strategica assunta dalle singole fortificazioni era possibile stabilire segnalazioni visive, garantì una validissima protezione delle zone limitrofe. Secondo l'Antonini, il costruttore del castello fu il grande giustiziere del regno di Federico II, Gisulfo di Mannia e risale all'anno mille. La struttura del castello, con l'arco abbassato e le pietre disposte a taglio e a filari, è tipicamente normanna. Con la rivolta dei Baroni di Capaccio, alla quale partecipò anche Gisulfo di Mannia, conclusasi con una sanguinosa repressione, i beni dei Mannia vennero confiscati e Castelnuovo fu assegnato a Guido d'Alemagna, un cavaliere francese della corte di Carlo d'Angiò, morto nel 1297, che fece ricostruire il castello, che era stato saccheggiato e danneggiato, nella versione a noi oggi pervenuta. Fece poi costruire fortilizi simili a quelli di Castelnuovo a Lucera e a Manfredonia in provincia di Foggia. Ci troviamo di fronte ad un'architettura militare di difesa e se osserviamo la torre, possiamo comprendere che doveva servire come ultimo baluardo difensivo quando le altre parti del castello fossero cadute in mano dei nemici ed è molto indicativo che l'ingresso della torre non è al pian terreno, ma è elevato. Il feudo di Castelnuovo col suo castello, scomparsa la casa d'Alemagna nel 1496, venne confiscato per volere di Ferrante II D'Aragona che lo assegnò ai Carafa. Nel 1724 il feudo pervenne alla famiglia dei marchesi Talamo-Atenolfi che tuttora ne sono i proprietari. La rivoluzione del 1799, le guerre napoleoniche non consentirono ai Talamo-Atenolfi una buona manutenzione del castello. Durante i tre terremoti che si ebbero tra il 1850 e il 1857 ci furono diversi crolli ed anche la torre venne gravemente danneggiata. Allora i Talamo-Atenolfi si trasferirono giù nella contrada Pantana, dove avevano un enorme caseggiato, che nel 1848, durante i moti cilentani, fu luogo d'incontro delle numerose colonne d'insorti e nel 1860 la torre di Castelnuovo fu definitivamente abbandonata e con le lesioni provocate dai precedenti terremoti divenne un rudere. Nel 1966 il marchese ed ambasciatore Giuseppe Talamo Atenolfi decise di intervenire sulla struttura per sottrarla alla definitiva rovina e, con la collaborazione del Ministero, nel 1966 vennero eseguiti i lavori di restauro che restituirono al complesso la sua antica fisionomia. Secondo una leggenda, il maniero di Castelnuovo era collegato con il castello di Velia e con altri castelli della zona attraverso dei cunicoli sotterranei. Il castello ha due torri principali di cui una rotonda (identica a quella di Velia ad Ascea Marina) ed una a pianta quadrata. La torre cilindrica, punto di forza dell'intera opera difensiva, ha una base tronco-conica e presenta alcuni particolari costruttivi caratteristici dell'architettura militare angioina, riscontrabili anche nelle vicine e coeve torri di Velia e di Castelcivita: le volte delle coperture intermedie, la stretta scala che si svolge nello spessore murario del corpo cilindrico, le caditoie (beccatelli) realizzate con mensole di pietra sagomata e la comune logica costruttiva in base alla quale queste fabbriche venivano strutturate per la lotta corpo a corpo. Oggi, in giorni prestabiliti, è possibile visitare il castello e godere dell'ampio panorama che ammirabile dalla torre. A fine luglio 2014 ho avuto il grande piacere di visitare questo castello molto affascinante....


Foto: di gianniB su http://rete.comuni-italiani.it e da www.allwebitaly.it .
Le due sottostanti le ho scattate io durante la mia visita nel luglio 2014



venerdì 25 luglio 2014

Il castello di sabato 26 luglio






PISCIOTTA (SA) – Palazzo Marchesale Pappacoda

E' l'anno 915 a segnare la nascita di Pisciotta. Gli abitanti di Bussento, dopo che i Saraceni di Agropoli assalirono, saccheggiarono e diedero alle fiamme il loro villaggio, cercarono scampo sui monti e sulle alture circonvicine. Molti si trasferirono al di là dei promontorio di Palinuro, dove formarono un piccolo villaggio, che chiamarono, in ricordo della perduta patria, Pixoctum, cioè piccolo Pixous. Da Pixoctum si ebbero poi Pixocta, Pissocta e Pisciotta. In realtà la prima notizia certa di un riferimento al toponimo “Pisciotta” si trova in un Diploma di Re Ruggiero, anno 1131, il quale nel definire i confini del Feudo del Monte Centaurino, riferendosi ad una località che serve a definire i confini scrive ”…de pissottanis…” . Il dato curioso che il Diploma scritto in greco, tale era la lingua dotta dell’epoca, riporta il “de pissottanis” in latino. Successivamente , sempre in epoca normanna nel 1144, Pisciotta venne indicata come Feudo che re Guglielmo detto il Malo conferì a tal Niel di Pisciotta. Dopo questa data il nome venne riportato nel Catalogun Baronum. Nel 1464, ancora da Molpa, saccheggiata dai Saraceni, arrivarono profughi che divennero definitivamente pisciottani; questa migrazione costituì il maggior apporto abitativo per il paese. Intanto il regime feudale  che si era instaurato, come abbiamo visto, in età normanna, proseguì indisturbato e fiorente e Pisciotta passò dai Caracciolo ai Sanseverino, poi ai Pappacoda, poi ad un generale spagnolo Sancho Martinez de Leyna, ai Pignatelli, poi ancora ai Pappacoda fino a  giungere ai principi Doria d’Angri con i quali si estinse il feudalesimo perché arrivò Gioacchino Murat che decretò la fine del regime feudale ed impose i Decurionati, creando così i moderni Comuni o Municipi. I fabbricati di fattura medievale di Pisciotta sono sovrastati dalla severa mole dei Palazzo Marchesale, costruito tra il 1600 e il 1700 dai Pappacoda, che si trova sui resti di un antico castello del XII secolo, visibili in una parte dell’antica fortezza oggi adibita ad abitazione civile (lato ovest). Il Palazzo Marchesale ha subito nei secoli diversi rimaneggiamenti, gli ultimi dei quali furono apportati dai Doria d’Angri che ne rifecero la facciata sud alla stregua di quella che ancora oggi è la facciata di Palazzo Doria d’Angri a Napoli in piazzetta VII settembre, all’inizio di via Toledo, lato nord. Un documento rinvenuto insieme ad altri di analogo contenuto presso l'Archivio di Stato di Napoli, consente di collocare in maniera temporalmente esatta e far luce su alcuni particolari riguardanti la ristrutturazione dell’imponente edificio. Il responsabile dei lavori fu mastro Vincenzo Desiderio, di Angri (luogo d'origine del principe Giovan Carlo Doria, marito della principessa Giovanna Pappacoda); lo stesso venne anche incaricato di eseguire i lavori di ampliamento della Chiesa Parrocchiale. I lavori al Palazzo, come si apprende da un altro contratto, si sarebbero dovuti concludere entro la primavera del 1792. A novembre del 1791 però il principe Doria morì, e per questa ragione - probabilmene - non furono completati, in particolare, la costruzione dello scalone e gli intonaci esterni. Di notevole interesse architettonico sono il portale e l’imponente scalone in pietra arenaria, oltre agli archi a tutto sesto e alla facciata. Il palazzo, che ospita la Biblioteca comunale, si affaccia direttamente sulla distesa di ulivi secolari che, come una valanga, degradano a mare fino al piccolo Porto Turistico di Marina di Pisciotta.


Foto: di Massimino Iannone su www.massiminoiannone.it e di Antonio de Angelis su prolocopisciotta.com

Il castello di venerdì 25 luglio







CENTOLA (SA) - Castello in frazione San Severino

Il vecchio abitato di San Severino è un borgo medievale abbandonato sovrastante la valle del fiume Mingardo, che qui scava una stretta forra chiamata Gola del Diavolo. Risale al X-XI secolo e serba tracce delle varie epoche storiche fino al Novecento, conservando le rovine di un castello e di una chiesa. Secondo l'umanista Pietro Summonte, il villaggio prese il nome dalla famiglia Sanseverino, la più potente e ricca nel Principato di Salerno, con i Normanni prima e nel Regno di Napoli poi con gli Angioini e Aragaonesi. Di parere opposto è Giuseppe Antonini, il quale, all'inverso, sostiene che sarebbe stata la famiglia patrizia a prendere il nome dal borgo; la stessa tesi sostengono il Bozza e Domenicantonio Stanziola, prete e storico di Centola del XIX secolo, secondo il quale la potente famiglia dei Sanseverino "si nomò così dal castello e Borgo di Sanseverino". Le fonti storiche esistenti indicano nel VII secolo la probabile origine dell'insediamento urbano nella gola della "Tragara" che sovrasta il fiume Mingardo ad opera di mercenari bulgari emigrati con il loro principe Aztek nel principato longobardo di Salerno, come riferito da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum. Questi soldati furono adibiti al controllo della gola del Mingardo e della principale arteria di collegamento per il Golfo di Policastro che appunto si dipanava per questa gola, garantendo il collegamento con il porto di Palinuro. A quest'epoca risale il primo insediamento con la costruzione di una torre di avvistamento, i cui resti sono visibili dall'alto, e le prime abitazioni per gli armigeri. L'importanza strategica che rivestiva per i Longobardi il possesso del borgo fortificato è testimoniata dall'aspra contesa che vi fu nel 1075 tra il conte Guido di Policastro e Guimondo dei Mulsi. In origine, nel 1054, il castello, con il feudo di Policastro, era stato attribuito a Guido dal Principe di Salerno, Gisulfo II, figlio di Guaimaro V, per ricompensarlo del suo aiuto per ottenere il dominio del Principato; successivamente, però Guimondo, feudatario confinante, avanzò delle pretese sul borgo, sostenendo che doveva essere assegnato a lui. Per risolvere la controversia, i due nobili accettarono di sottoporsi all’arbitrato del principe di Capua, ma Guido non arrivò mai nella città, perché fu ucciso in un’imboscata proprio nella gola del Mingardo dagli sgherri di Guimondo dei Mulsi. La morte di Guido privò il regno Longobardo di uno dei suoi migliori ingegni, “così morì la luce di tutti i Longobardi” scrisse Amato di Montecassino nella sua Storia dei Normanni; dopo questo fatto di sangue, Guimondo occupò il Borgo, ma per ordine regio fu costretto a consegnarlo al fratello di Guido, Landolfo, che ne conservò il dominio fine alla fine del regno Longobardo avvenuta nel 1077, con l’avvento dei Normanni, quando Landolfo conservò i propri domini, ma dovette consegnare i castelli più importanti tra cui San Severino. Con i Normanni (1077–1189) e successivamente con gli Svevi (1189-1266) furono realizzate altre opere di fortificazione, soprattutto da Federico II, il quale dispose la realizzazione della cinta muraria; fu realizzata altresì la chiesa di notevoli dimensioni a picco sullo strapiombo della gola della Tragara. La sua posizione strategica fece sì che durante la guerra del Vespro San Severino diventasse teatro di guerra, in particolare innumerevoli sofferenze soffrì la popolazione per le scorrerie degli Almogaveri, tanto che nel 1291 per disposizione di Carlo II d'Angiò, il paese, assieme ad altri centri del Cilento, venne esentato dal pagamento delle tasse. La tradizione orale parla con riferimento a questo triste periodo di un grande battaglia nella valle del Mingardo, con grande numero di morti e feriti, scontro che portò alla caduta di San Severino e alla sua presa da parte degli Aragonesi. Con l’avvento di questi ultimi (1444), il borgo fortificato, già da anni della potente famiglia dei Sanseverino, essendo venuta meno la sua importanza strategica, anche per lo sviluppo delle armi da fuoco, cadde in decadenza e il castello venne abbandonato; notevole sviluppo ebbe l'insediamento civile, anche grazie all'attività estrattiva di gesso, scoperto nella zona. Nel 1552 i Sanseverino, signori del borgo, per contrasti con il re spagnolo Carlo V, furono esiliati dal Regno di Napoli, riparando in Spagna, mentre il loro feudo del Cilento fu smembrato in tanti suffeudi, venduti dalla Corona al migliore offerente: San Severino fu comprato all'asta dalla famiglia Tancredi, poi nel 1628 passò alla famiglia Albertini di Nola, discendente dalla famiglia Alberti di Prato, poi nel 1794 fu acquistato dalla famiglia Quaranta di Cava che lo tenne fino all'abolizione della feudalità avvenuta nel 1806 ad opera dei Francesi di Napoleone, conquistatori del Regno di Napoli. Nel 1624, gran parte della popolazione morì di peste: è di questo periodo la consacrazione della chiesa alla Madonna degli Angeli, appunto protettrice contro il morbo. Nel corso della prima metà del 1700, venne abbandonata la chiesa cattedrale in quanto la popolazione, a causa delle generali condizioni di povertà e miseria, non poté realizzare i lavori di manutenzione necessari, sollecitati dal vescovo di Vallo della Lucania del 1746. Attualmente, il vecchio Borgo presenta l'accesso principale ostruito da transenne che possono però essere facilmente by-passate. All'interno vi sono tracce di lavori di messa in sicurezza non ancora terminati e la vegetazione spontanea sta prendendo il sopravvento. Del castello ormai resta solo una parte di una torre quadrata e pochi ruderi illeggibili, situati all'estremità occidentale. Da qui è possibile ammirare tutto il panorama circostante. Il palazzo baronale, giunto a noi solo in parte, si distingue per la sua notevole dimensione; occupa la parte più elevata dell'abitato, prossima alla piazzetta di Santa Maria degli Angeli. Risultato dell'aggregazione di due diversi edifici, si articola su tre livelli ed è stato abitato fino agli anni'50. Per approfondire, consiglio i seguenti link: http://www.cilentocultura.it/cultura/severin/severin1.htm, https://www.youtube.com/watch?v=jEIDHbdDaOw&noredirect=1 (video),

http://www.nobili-napoletani.it/Quaranta-San-Severino.htm


Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.paesifantasma.com/website/san-severino-di-centola/, http://www.parcodellacivitella.it/drupal/sites/default/files/San%20Severino%20di%20Centola.pdf

Foto: di G. Zicarelli su http://digilander.libero.it/sc.tecnico/San%20Severino%20di%20Centola.htm e da www.mingardoemiti.it

giovedì 24 luglio 2014

Il castello di giovedì 24 luglio






MARINA DI CAMEROTA - Palazzo Marchesale

Nel 1600 risulta la presenza di una taverna al Capo Infreschi, costituita da sette membri inferiori e sette membri superiori di proprietà di Orazio Marchese nonchè un frantoio con magazzino per riporvi botti d'olio. Nel 1606 in località Il Pozzo, Orazio Marchese fece costruire una chiesa dedicata a San Nicola. Da allora sorsero i primi nuclei abitativi formati da gente rimasta sul posto per motivi di lavoro. L'insediamento e l'incremento vero e proprio cominciò nel 1776 con la costruzione di un palazzo ad uso della cittadinanza. Si narra che il primo a costruir casa a Marina di Camerota sia un tal Gaetano Talamo: un pescatore oriundo di Positano soprannominato vavo scormo (nonno rubicondo). Nella sua abitazione pare sia sato ospitato Gioacchino Murat maresciallo di Francia, re di Napoli. Gaetano Talamo ha donato al paese il cimitero e l'annessa cappella gentilizia nel 1937; i suoi figli Luigi e Salvatore, nel 1874 hanno donato al paese il terreno per la costruzione della Piazza San Domenico e dell'attuale Chiesa di Sant'Alfonso. Il palazzo marchesale (o castello) fu costruito da Orazio Marchese verso la fine del 600 ed è stato tenuto in ottime condizioni dalla famiglia Orsini, che vi costruì l'annessa Chiesa. Fu anche residenza estiva del marchese Sanseverino. Il maestoso edificio è diventato, purtroppo, il simbolo dell'indifferenza e dell'abbandono. Sacralità e tradizioni si sono consumate nel tempo insieme allo storico baluardo invecchiato e avvilito. Un tempo fra quelle mura la famosa festa della Bambinella e la presa della Bastiglia, due ricorrenze che si tenevano all'interno del palazzo, due feste che aggregavano e accompagnavano turisti e cittadini indietro nel tempo. Ora il palazzo è in stato di completo abbandono e necessiterebbe di restauri. «C'erano diverse cose dentro al palazzo - afferma Rino Scarano, un conoscitore della storia di Camerota - dai quadri datati, alle vecchie armature tenute lì esposte. Poi ricordo lunghi tappeti e mobili antichi. Ma come si usa fare spesso dalle nostre parti, appena è stato lasciato tutto incustodito, i ladri hanno portato via la merce. Sono pezzi di storia scomparsi per sempre». C'è stato interesse da parte della cittadinanza nel vedere il palazzo marchesale ristrutturato ed utilizzato: l'idea era quella di creare all'interno spazi ricreativi come ad esempio un oratorio, la biblioteca comunale e diverse sale congresso. Ipotesi rimaste sempre tali anche perchè attualmente il palazzo è privato. E' stato venduto dal Comune a una famiglia che non è del posto. Una raccolta fondi per acquistare e ristrutturare il palazzo marchesale di Marina di Camerota. E' l'idea dell'associazione socio-culturale 'Tuttinsieme'. L'iniziativa è partita ad ottobre 2013. Per due week-end consecutivi 'Tuttinsieme' ha raccolto ben 850 consensi inviati al palazzo dei Beni culturali di Napoli per sensibilizzare l'ente e coinvolgerlo nel progetto. I consensi sono stati imbucati sotto forma di cartoline firmate dai cittadini nelle quattro frazioni e inviate nel capoluogo di regione dall'associazione. E' intenzione dell'associazione di chiedere il ripristino dello stato dei luoghi con l'aiuto di volontari e la sistemazione del giardino che circonda il castello con l'aiuto di botanici professionisti.

Fonti: http://www.prolococamerota.org/marina-di-camerota.html, articolo del 19/04/2013 su
http://www.giornaledelcilento.it/ http://www.giornaledelcilento.it/it/22-10-2013-marina_di_camerota_azionariato_popolare_per_salvare_il_castello-20436.html#.U9DR9LGupho

Foto: da http://www.bellavistacountry.com e di Antonio Caiazzo presa dal gruppo Facebook https://www.facebook.com/pages/Il-Castello-che-SARA/1420497658173121?fref=ts (che vi invito a visitare)

mercoledì 23 luglio 2014

Il castello di mercoledì 23 luglio






CENTOLA (SA) – Castello di San Sergio

La tenuta feudale San Sergio, secondo il sacerdote Don Giuseppe Stanziola, parroco di Centola, prese il nome dalla cappella di San Sergio ivi dislocata. I feudatari di Centola furono i Rosso i quali ebbero la prima signoria, poi Giacomo della Morra, i Di Sangro, con Carlo e Alfonso, visti nel 1456, quando sempre secondo lo Stanziola, vi costruirono la cappella denominata San Sergio. Poi vennero i Caracciolo, di nuovo i Di Sangro con Sigismondo e Ippolita che tra il 1532 e il 1535 vi costruirono un piccolo maniero. Ritornarono alla fine del 1500 ancora i Rosso che, nel 1602, con Ascanio Rosso e poi la figlia Maria, cedettero il Feudo a Mario Rosso e da questi passò a Fulvia Scondito che, nel 1622, per 12000 ducati, vendette il feudo a Domenico Pappacoda, Marchese di Pisciotta e feudatario già di Molpa e Palinuro. Vuolsi che la trattativa avvenne proprio nel maniero di San Sergio, con da una parte il sacerdote Don Luca De Angelis e dall'altra un'amica della Scondito, Sofia Scannuzzi. La situazione economica della Scondito si era appesantita da molti debiti, dovuti alla sua fragorosa vita di bella donna. Sulla cappella di certo vi era la rendita della badia di Centola, ed era retta da un sacerdote. Sappiamo che nel 1587 ne era il sacerdote Don Oreste Cerulli, rimasto fino al 1598, data delle sue dimissioni. Nel 1613 troviamo rettore Don Gianpaolo De Damiano (dimissionario) che lasciò per paura del cattivo stato in cui versavano le mura della cappella. Dall'anno 1622 fino al 1626 la cappella scomparve lasciando in piedi solo qualche rudere; morto il feudatario Giuseppe Pappacoda nel 1773, Principe di Centola e Marchese di Pisciotta, ereditò titoli e beni l'unica figlia Giovanna Pappacoda morta nel 1809. Giovanna Papacoda sposò il Principe Giovancarlo Doria D'Angri; di fatto donna Maria Antonia Doria, erede della Pappacoda vendette il fondo di San Sergio e altre piccole proprietà all'agente del feudo Giovanni Angelo Rinaldi nel 1820. Giovanni Angelo Rinaldi morì nel 1852, celibe, lasciando San Sergio a suo nipote Achille Rinaldi (1823-1876) uomo molto fattivo e positivo; praticamente, sempre al dire di Stanziola, fu lui a trasformare quel piccolo maniero in un palazzo con strutture simili ad un castello. Morto il suddetto Achille, San Sergio passò al figlio Giovanni che a sua volta lo cedette al figlio Achille nato nel 1880 e morto celibe nel 1933. Eredi delle sue proprietà restarono le sorelle; una di queste ebbe San Sergio, ed il suo figlio Michele De Agostinis ne è l'attuale proprietario. Attualmente la struttura è adibita a Bed&Breakfast ed è rinomata. All’interno delle mura del castello affascina il cortile lastricato in pietra, ingentilito da una terrazza panoramica e dalla suggestiva architettura che lo contorna. Nel castello, recentemente ristrutturato, c’è un vero e proprio museo con mobili originali dell’epoca, quadri, imponenti travi in legno che sorreggono i soffitti, letti e decorazioni in ferro battuto.