martedì 13 novembre 2012

Il castello di martedì 13 novembre




BOTRUGNO (LE) – Palazzo Castriota-Scanderberg

I Maramonte o Maramonti erano i padroni di Botrugno sin dal XIII secolo, e furono loro a far edificare nel 1400 un maestoso palazzo simbolo della storia e del prestigio della famiglia feudale. Il palazzo fu eretto nella zona più alta del paese, in una pianura circoscritta dalla Serra Salentina. L'illustre e nobile casato annoverava famosi e prodi condottieri, come Raffaele Maramonte, al quale fu dedicato un sepolcro nella Chiesa del Convento, ancora oggi visitabile e attaccata al palazzo marchesale. Un dato certo è che nel 1651 i Maramonte vendettero ai Castriota Granai - precisamente a Carlo Castriota, barone di Melpignano - la terra di Botrugno insieme "con suo castello seu fortellezza", e il riferimento non può essere che al palazzo in questione. Da allora in poi i Castriota risiedettero a Botrugno, almeno fino all'inizio del 1800. Durante la signoria dei Castriota-Scanderberg, il palazzo marchesale cessò di avere le funzioni di piccola fortezza di difesa, e venne trasformato in una residenza lussuosa e nobiliare sino ad assumere le fattezze odierne che lo rendono uno dei palazzi più imponenti e prestigiosi della provincia di Lecce. Le modifiche strutturali e architettoniche vennero eseguite durante i primi decenni del 1700, allorquando fu elevato il lungo balcone su mensoloni di chiara ispirazione barocca, mentre nella seconda parte del secolo pittori "ornamentisti" (come quel Ludovico Giordani il cui nome è leggibile ancora oggi nel salone centrale del palazzo) ne cambiarono l'aspetto decorativo, con interventi di ornamento e affreschi. Durante il regno dei Castriota-Scanderberg, Botrugno visse il momento di maggior splendore e lustro, grazie al prestigio della casata e alle ricchezze prodotte mediante scambi commerciali. Nel 1817 l'ultimo dei Castriota (e ultimo marchese di Botrugno), Francesco Maria, donò il feudo alla famiglia dei Guarini, nella persona di Oronzo. Allo stato attuale, l'immobile comprende al piano terra un vasto cortile e un totale di 77 vani, tra cui cantine e depositi; il primo piano si compone di 46 vani, tra cui due grandi saloni oltre alle ampie terrazze che cingono il palazzo. L'edificio presenta un’impostazione planimetrica a “elle” e si articola intorno ad un cortile a pianta rettangolare. L’accesso avviene attraverso due portoni che recano inquartato lo stemma dei Castriota e dei Maramonte da una parte e quello dei Castriota con i Guarini dall’altra; essi si aprono su un ampio fronte che si conclude con gli spigoli arrotondati del tutto simili e che sorregge una balaustra lunga l’intera facciata con mensoloni di chiara ispirazione barocca. Da uno di questi portoni si accede all’atrio che, tramite uno scalone monumentale, porta ad una prima sala dove il soffitto recava dipinti lo stemma dei Castriota, mentre sulle pareti era possibile ammirare a colori gli stemmi di altre diciotto famiglie leccesi, tutte imparentate con i Castriota. La pietra leccese è l'elemento dominante sia nella struttura portante dell' opera, che è in muratura massiccia, sia nella decorazione esterna: sagomati in pietra leccese sono i cornicioni di coronamento, i balconi, le balaustre e le cornici delle finestre. All'interno troviamo una varietà di coperture a volta, del tipo a botte a piano terra, a padiglione ed a spigolo al primo piano "tutte di discreto valore architettonico per la loro soluzione strutturale e per gli affreschi presenti al primo piano". Da lastre di pietra leccese sono anche ricoperti i pavimenti del piano terra, mentre al primo piano prevale il mosaico. Già da tempo alcune di queste soluzioni sono andate distrutte, come la copertura in legno di uno dei due saloni. Oggi una parte del palazzo è stata riaperta al pubblico per ospitare l' Aula consiliare, la biblioteca, una sala polifunzionale, il locale Ecomuseo urbano, con la Mappa di comunità, realizzata in collaborazione con l'Università degli studi del Salento.


lunedì 12 novembre 2012

Il castello di lunedì 12 novembre




MAJANO (UD) – Castello di Susans

Probabile sede di un castrum romano, in seguito strategico fortilizio medievale, il castello di Susans viene citato per la prima volta nell'anno 1031 come "villa de Suzan", donata dal patriarca Poppone alle monache di Santa Maria di Aquileia. Già soggetto alla Chiesa d'Aquileia, il feudo venne assegnato nel 1275 a Tommaso di San Daniele. Nel 1304 il maniero fu ingrandito e rafforzato ad opera dei nuovi proprietari Federico ed Asquino di Varmo che si adoperarono per "alzare il castello in più ampia e bella forma". La presenza dei signori di Varmo a Susans è strettamente collegata al dominio esercitato dalla nobile famiglia su San Daniele e il suo territorio, su investitura dei Patriarchi di Aquileia. Nella guerra fra il Patriarca Ottobono dei Razzi e i Signori da Camino, alleati dei Conti di Gorizia, Federico di Pers, che si era schierato a fianco del Patriarca aquileiese, si vide attaccare e distruggere il Castello di Pers: lui stesso venne gravemente ferito e riparò in Susans che fu tenacemente difeso ma alla fine dovette capitolare. Federico di Pers riottenne Susans nel 1314 ma a patto di non compiere atti ostili contro i Conti di Gorizia: in pratica avrebbe dovuto rompere la fedeltà ai Patriarchi, cosa che Federico non poteva fare. L’anno seguente infatti partecipò ad una alleanza di varie forze filopatriarcali contro Enrico di Gorizia, ma questi, venuto a conoscenza dei movimenti ai suoi danni, passò all’azione: mosse all'attacco di Susans e il castello venne preso, saccheggiato e gravemente danneggiato e i tre figli di Federico vennero imprigionati. In seguito il maniero fu ripristinato e destinato a Federico di Savorgnano. Il castello però, a seguito del disinteresse dei successori di Federico di Pers, era stato parzialmente acquisito dai signori di Colloredo con una serie di atti che si protrasse fino al 1347. Finito ben presto nel vortice delle guerre feudali che insanguinavano il Friuli, nell'aprile 1350 fu preso e distrutto. E’ probabile che i nobili di Colloredo abbiano provveduto a ripristinare il luogo, poichè tra la fine dei 1300 e il 1415 Susans figura tra le voci dei Parlamento della Patria del Friuli con propria giurisdizione. Nuovi eventi bellici e fatti d'arme decretarono però la fine delle fortificazioni medioevali. Nel 1511, come la maggior parte dei castelli della zona, fu teatro delle sanguinose lotte tra fazioni filo-imperiali e filo-veneziane, che sfociarono nella famosa rivolta contadina del "giovedì grasso". Ma non fu completamente distrutto e danni ingenti non gli provocò neanche il successivo terremoto del 26 marzo, tanto è vero che due anni dopo, nel 1513, il vecchio maniero potè resistere strenuamente, al comando di Camillo di Colloredo (che nell'occasione si ebbe le lodi di Venezia) all'assedio e agli assalti delle truppe imperiali di Massimiliano d'Asburgo. Tuttavia le lunghe lotte sopportate e le diverse vicissitudini storiche che lo ebbero come protagonista, alla fine, lo resero inabitabile da parte dei nobili di Colloredo, i quali gli preferirono la propria residenza, per cui la giurisdizione non veniva più esercitata nella residenza fortificata del Colle di Susans ma in quella di Colloredo. Il castello assunse le fattezze attuali nella seconda metà del secolo XVII, per volere del conte Fabrizio di Colloredo Mels marchese di Santa Sofia, priore dell'ordine di Santo Stefano in Lunigiana e maggiordomo maggiore della corte di Toscana. Egli lo concepì come un'elegante dimora non avulsa dal contesto della tradizione architettonica propria della corte granducale medicea ove il Colloredo era cresciuto e operava. La struttura architettonica dell'edificio oggi ci appare con un corpo centrale quadrilatero rafforzato agli angoli da torri quadrate, una tipologia infatti non tipicamente friulana. Il terremoto del 1976 causò notevoli danni al complesso che comunque venne salvato da irreparabili crolli solo per la sua forma, efficacemente antisismica, e lo spessore della struttura muraria. Restaurato e riportato al suo antico splendore, ospita oggi al suo interno un ristorante che dispone di sale di varie dimensioni, arredate con mobili, quadri e stampe antiche, tali da renderlo adatto per incontri di particolare prestigio. Dal castello si può godere di una vista scenografica, da un lato sulla Valle del Tagliamento e sulle montagne della Carnia e dall'altro su tutta la pianura friulana. Consiglio la visita del seguente sito: www.castellodisusans.com

sabato 10 novembre 2012

Il castello di domenica 11 novembre





PIZZOLI (AQ) – Castello Dragonetti De Torres

Nel 1185 “Castrum Piczolum", "San Vittorino" e "Rocca di Corno" risultano appartenere a Vetulo Gentile. Nel Medio Evo, Castrum Piczoli (Pizzoli), uno dei castelli del Contado dell'Aquila, partecipò alla fondazione della città dell’Aquila, ed alla costruzione della Chiesa di San Lorenzo nel quartiere di San Pietro. Quando all’inizio del XVI secolo la città dell'Aquila si ribellò a Carlo V, Pizzoli, su ordine del Re, venne messa sotto il controllo di Francesco Aldana (1533) e più tardi di Giovanni De Felicis, successivamente di Pietro Gonzales, di Alfonso Basurto, e di Dianora di Nocera che, nel 1575, lo vendette a Ferrante de Torres, i cui discendenti lo tennero finché il feudalesimo fu abolito nel 1809. Nel 1703 il patrimonio edilizio di Pizzoli fu quasi completamente raso al suolo e vi furono molte vittime tra la popolazione, a causa del terribile terremoto che distrusse anche la vicina città dell'Aquila. Il centro abitato è dominato dalla imponente mole del castello (o Palazzo Dragonetti-De Torres), costruito nel 1562 dal cardinale Cosimo Dragonetti De Torres, su progetto dell’architetto e scultore Pietro Larbitro. E’ un edificio a pianta quadrata e torrette angolari, addossato ad una preesistente torre pentagonale del XII secolo. I De Torres fecero demolire parte delle mura che circondavano la torre medioevale per realizzare l'opera. Sempre loro apportarono al castello numerose modifiche nel corso del XVIII secolo, tanto da cancellarne completamente l'originario carattere di fortilizio. Degne di nota sono le sue torrette di avvistamento (o casematte di tiro rifatte nell'Ottocento), dotate di una serie di feritoie archibugiere, che hanno conferito al manufatto una certa severità e che restano l’unico elemento di carattere militare del complesso; l'altro elemento architettonico notevole è la scala di entrata col portale principale legato con elementi decorativi alla finestra balconata del piano nobile, elementi tipici delle ville cinquecentesche romane. Le facciate sono spartite da tre cornici marcapiano e su una di esse è affrescata una meridiana. In anni più recenti, il castello fu adibito a clinica sanatoriale e subì, da parte degli affittuari, dei lavori di modifica alla facciata per il suo adattamento; queste modifiche portarono ad una interrogazione parlamentare nella seduta del 20 maggio 1950 (Atti Parlamentari - 18470 - Camera dei Deputati) con la quale il ministro, considerato, lo scopo innegabilmente sociale ed umanitario dell’iniziativa sanatoriale, per la cui realizzazione furono commesse le infrazioni, ritenne, senza pregiudizio per la tutela dell’immobile, di poter consentire che il ripristino della facciata - modificata solamente nella maggiore apertura delle finestre del secondo piano – fosse soltanto rinviato fino alla cessazione del funzionamento dell’Istituto sanatoriale che avrebbe avuto luogo con la cessazione contrattuale della locazione.

Il castello di sabato 10 novembre





SANTA MARINELLA (RM) – Castello Odescalchi

Sorge sui resti dell’antica Punicum e della Villa di Ulpiano e oggi, attorniato da palme e pini marittimi, domina il porticciolo turistico di Santa Marinella. Un camminamento di ronda scoperto che collega i torrioni circolari si sviluppa sulla cinta muraria quadrata decorata con una merlatura. Oltrepassate le mura attraverso un elegante portale ad arco, si accede nel cortile interno irregolare dove si può ancora ammirare l'antica torre cilindrica saracena, il suo elemento più antico, costruita probabilmente a protezione del piccolo centro abitato che ivi sorgeva intorno all’XI secolo. La trasformazione del torrione in castello si ebbe tra il XV e il XVI secolo, quando fu innalzato intorno ad esso un massiccio recinto a pianta quadrata con quattro torri circolari, unite da un ballatoio per la ronda, e si chiuse la porta sopraelevata della torre riducendola a finestra e aprendo sulla stessa una nuova porta con un ponte levatoio. L’origine del castello di Santa Marinella è da collegarsi con i potenti Signori di Vico, feudatari di un’ampia area del litorale laziale, costruttori nel Medioevo di numerose torri e fortezze lungo la costa. Ai di Vico seguirono numerosi altri proprietari quali i Galeria, gli Anguillara, gli Orsini e la Camera Apostolica. Un’ ulteriore trasformazione del castello si ebbe ad opera dei Barberini (tra i cui membri ricordiamo la principessa Cornelia Costanza), nel XVII secolo, i quali inglobarono l’antica torre con un’ala di fabbricati, mutando l’aspetto del castello in palazzo signorile ed erigendo per la cappella di Santa Marina, sita nel cortile, un alto campanile a vela. L’edificio passò così all’Arcispedale Sanctus Spiritus in Saxia (Ospedale Santo Spirito) che lo gestì fino al 1887, quando passò agli Odescalchi, attualmente ancora suoi proprietari. Il principe Odescalchi rafforzò il carattere di residenza gentilizia realizzando alcuni restauri e l’attuale parco. Il castello è oggi una rinomata location per ricevimenti e cerimonie. Si racconta che nel periodo di maggiore splendore politico e strategico, Santa Marinella sia stata al centro anche di una storia d’amore e di morte che per molti anni ha suggestionato la fantasia degli abitanti e dei viaggiatori. Nella primavera del 1534 il nobile romano Mario Savelli s’invaghì di una fanciulla promessa sposa di Cristoforo Renzi. Nemmeno dopo le nozze fra i due il Savelli desistette dalle sue richieste e un biglietto spedito dal castello di Palo, dimora estiva dei Savelli, caduto nelle mani del Renzi, fece scattare la molla della gelosia folle di questi. Obbligò infatti la moglie non solo a rispondere alle parole dello spasimante, ma anche a fissargli per la notte seguente un appuntamento. Ad aspettarlo il nobile Savelli, non trovò la bella giovane ma suo marito che lo uccise sparandogli prima un colpo di pistola e poi finendolo a coltellate. Catturata e condotta a Castel Sant’Angelo la bella Giovanna Renzi giurò, anche dopo le torture, di non essere complice del marito fuggito di notte con una barca; solo l’intervento di Margherita d’Austria che, impietosita la volle come propria damigella, la salvò dal capestro. Per trovare altre notizie sul castello si può visitare il seguente link: http://www.castellosantamarinella.it/ilcastello.html

venerdì 9 novembre 2012

Il castello di venerdì 9 novembre





NARO (AG) – Castello Chiaramonte

Sorge sulla sommità di un colle situato a 600 m.s.l.m. denominato anticamente “Monte Agragante”. Fu costruito in tufo, con molte probabilità, durante il XII sec. sulle rovine di un preesistente fortilizio arabo risalente alla dominazione dei Berberi. Le prime notizie certe relative al castello risalgono però alla guerra dei Vespri quando i francesi che vi risiedevano, compreso il governatore Turpiano, furono uccisi dai Naritani, i quali per sfregio li appesero per il collo, con delle corde, fuori le mura della roccaforte. Il castello fu ristrutturato nel 1330 per volontà di Federico III d’Aragona, il quale modificò la sua struttura originaria aggiungendo un Mastio, ossia una torre quadrata nella quale visse durante il suo soggiorno narese. Proprio da questa residenza egli emanò i "21 capitoli del regno, riguardanti il buon governo delle terre e città del Regno di Trinacria", datati da Naro ed inviati ai sudditi (gli studiosi sono incerti sull'anno di promulgazione di tale documento che viene individuato da alcuni nel 1309 e da altri nel 1324). Il lato occidentale della torre reca lo stemma della famiglia Aragona, mentre quello orientale è caratterizzato da due bifore tipicamente gotiche che illuminano la grande “Sala del Principe” situata al primo piano della torre, a cui si può accedere tramite una scala rampante. Nel 1336, Naro passò sotto la signoria di Matteo Chiaramonte, il quale apportò ulteriori modifiche al castello. Nel 1398 ospitò il re Martino il Giovane e la regina Maria, quando vennero edificati a Naro il convento e la chiesa del S.S. Salvatore. Mura alte e possenti caratterizzano l’intera struttura, due torri circolari e due quadrangolari sono poste a difesa della fortezza. Dall’ingresso, con portale a sesto acuto del '400, si accede al cortile principale, con al centro un pozzo, dove troviamo la cappella, le scuderie e gli alloggi per i soldati. Il cortile inoltre, in caso di pericolo rappresentava un rifugio sicuro per i contadini della zona. Tra gli ambienti interni coperti da volte a botte si segnala il bel salone a cui si accede da una porta trecentesca e un'ampia cisterna aperta che veniva usata talvolta come prigione. All'interno della "Sala del Principe" si conservano ancora dei frammenti di un affresco di Cecco da Naro, pittore al quale la famiglia Chiaramonte affidò anche la pittura della residenza palermitana, lo Steri. È possibile recarsi anche al di sopra della torre quadrata, dalla quale si domina con la vista un ampio territorio. Sulla torre rotonda è posta una statua della Madonna a protezione della città. Il castello, che presenta una pianta quasi rettangolare, occupa una superficie di 1460 mq ed ha un perimetro di 166 m. La fortezza, di proprietà comunale, ha subìto diversi restauri mirati sia a conservare l'edificio, sia ad inserirlo nella realtà locale con la destinazione a museo di due livelli dell'ala sud-est e della Torre Aragonese, nonché con la creazione di un laboratorio di restauro nell'area sud-ovest. Dal 1912 il castello è stato dichiarato monumento nazionale. Viene anche utilizzato per celebrare i matrimoni con rito civile. Una leggenda, risalente al tempo dei normanni, riguarda la storia di donna Giselda, la bella castellana che si era innamorata di Bertran, uno dei saggi di corte, e che per questo ebbe un triste epilogo. L’idillio durava già da un po’ quando in una notte di luna piena, mentre lui cantava con il suo liuto il suo amore alla bella donna dai capelli neri e gli occhi azzurri, furono sorpresi dal marito Pietro Calvello. Il giovane amante fu ucciso e gettato dall’alto della sua torre, mentre Giselda, rinchiusa nelle prigioni del castello, si lasciò morire di dolore. Un altro fatto di sangue interessò il castello quando, estinta la dinastia dei Chiaramonte, al tempo della Regina Bianca di Navarra e delle sue disavventure con Bernardo Cabrera, questi, odiato dalla città di Naro che, come quasi tutta la Sicilia parteggiava per la Regina, non potendo espugnare il maniero, molto ben difeso, vi penetrò a tradimento. Nella lotta che ne seguì il castellano del tempo, Lop di Leone, morì gridando il nome della sovrana ed il Cabrera, dopo averne fatto tagliare a pezzi il cadavere, fece anche murare viva nel castello la madre badessa, colpevole solo di essere parente del castellano.

giovedì 8 novembre 2012

Il castello di giovedì 8 novembre




CASOLE D’ELSA (SI) - Rocca senese

Originario insediamento etrusco, Casole viene citata per la prima volta in un atto notarile dell'896 con il quale il marchese di Toscana Adalberto concedeva il borgo in feudo al Vescovado di Volterra. Documenti del secolo XI citano ancora Casole come castello della diocesi di Volterra. Dal 1201 divenne libero comune, per poi cadere nel 1240 sotto l'influenza di Siena che lo conquistò dopo un lungo assedio, rafforzandone le fortificazioni. Nel 1259 le truppe fiorentine invasero il territorio, ma dopo la sconfitta subita l'anno successivo nella Battaglia di Montaperti il borgo di Casole d'Elsa venne annesso definitivamente ai domini di Siena. Il borgo, posto in posizione strategia e per questo fortemente conteso tra senesi, volterrani e fiorentini, fu ampliato con nuove fortificazioni ricevendo la struttura toponomastrica che ancora oggi lo contraddistingue. Gli stessi abitanti di Siena si occuparono della fortificazione delle mura e del rafforzamento della rocca. La cinta muraria ha una forma che ricorda quella di una pera, con una estensione dell'asse maggiore di circa 420 metri ed una larghezza di circa 130. Si entrava e si usciva attraverso due porte, oggi non più esistenti. In alcune vecchie fotografie è possibile vedere quella a sud, Porta Rivellino, prima che venisse minata, durante la seconda guerra mondiale, dalle truppe naziste nel tentativo di ostacolare l'avanzata dei carri armati alleati, mentre quella a nord prendeva il nome di Porta ai Frati. Il lato della cinta muraria (ancora in gran parte intatta sebbene inglobata nelle abitazioni) che guarda la Val d'Elsa è caratterizzato da due torrioni a pianta semicircolare risalenti al 1481 (uno ormai un rudere). Furono progettati dal grande architetto senese Francesco di Giorgio Martini allo scopo di potenziare le strutture difensive originarie, di cui la rocca rappresenta la massima espressione. La sua imponente struttura quadrangolare, che si erge sul lato sud della cinta muraria, fu eretta nel 1352 e in seguito rafforzata da due torri diseguali, di forma quadrata e coronate da merlatura guelfa. Molto bello il portale gotico ad arco ribassato sormontato dallo stemma bianco e nero Senese con delle arciere ben conservate ai suoi lati. Nel tratto di mura ancora intatto, caratterizzato dall'inserto di decorazioni orizzontali in pietra nella struttura interamente realizzata in mattoni, si riconoscono i resti dell'apparato difensivo a sporgere poggiante su beccatelli in mattone a forma di piramide rovesciata. Tutto il fronte esterno meridionale (che inglobava le mura cittadine) della Rocca è scomparso. L'alternanza di pietra e mattoni lungo tutto il perimetro della costruzione evidenzia le molte manomissioni da essa subite dal corso dei secoli. Nel 1554 il borgo fu teatro degli scontri tra la Repubblica Fiorentina e quella Senese che si conclusero con la vittoria di Firenze e l'annessione di Casole d'Elsa ai possedimenti Medicei. Il paese da allora segui le vicende del Granducato venendo infine annesso al regno d'Italia nel 1861. All'interno della rocca, attualmente sede del Comune di Casole, sono stati adibiti i locali della Pinacoteca d’Arte Viva, spazi dedicati all’arte dei ragazzi e loro punto di ritrovo. Nell’atrio comunale, inoltre, ogni 15 giorni, vengono organizzate mostre di pittura contemporanea di artisti senesi denominate “Mostre a Palazzo” che hanno grande risonanza in tutto il territorio. L’atrio della Rocca è aperto gratuitamente al pubblico tutti i giorni.

Il castello di mercoledì 7 novembre




ZUNGOLI (AV) – Castello


L'edificio, con la sua imponenza, monopolizza l’attenzione del turista. Il castello presenta diverse fasi costruttive, la più antica delle quali sembrerebbe, allo stato attuale delle ricerche, risalire all'età normanna. Fu costruito verso la seconda metà dell'XI secolo, in cima ad un colle, con lo scopo di proteggere il territorio circostante dagli attacchi delle truppe bizantine. Tra l'XI e il XII secolo fu edificata una grande torre circolare, donjion, posta a ovest del complesso, articolata su quattro livelli e la cui funzione originaria doveva essere sia militare sia residenziale. In età angioina, tra il XIII e il XIV secolo, furono costruite altre tre torri cilindriche, collegate da cortine murarie. Dal 1240 il castello è appartenuto a numerosi signori tra cui Ugone de Luca, il capitano spagnolo Consalvo Fernandes de Cordova e il re di Spagna Carlo III. Soltanto nel 1500, sotto la Signoria dei Loffredo, il castello subì la trasformazione da presidio militare in residenza gentilizia. Delle quattro torri cilindriche angolari, ne restano solo tre, la quarta fu demolita per i danni provocati dal sisma del 1456 e mai più ricostruita. Nel 1825 venne acquistato dai marchesi Susanna - ai quali sono attribuite alcune modifiche della struttura - che tuttora ne sono i proprietari insieme ai De Miranda di Ariano Irpino. A seguito del terremoto del 1930 furono effettuati alcuni interventi sulla parte superiore delle due torri angioine, di cui tuttavia fu conservata l'originaria parte inferiore. Lo stato generale di conservazione del castello sembra abbastanza buono, tanto che i proprietari vi soggiornano ancora, sia pure saltuariamente. Le mura di cinta o di allacciamento del castello, disposte parallelamente tra loro e spesse più di un metro, chiudono una superficie di figura rettangolare avente 20 m di larghezza e 26 m di lunghezza. In media l'intero edificio è alto 20 m. al suo interno vi è un cavèdio, la cui superficie è di circa 80 m². La struttura presenta attualmente un ingresso costituito da una scalea racchiusa tra due ali semicircolari, che delimitano un grande cancello in ferro battuto, sorretto a sua volta da pilastri in blocchi di pietra. L'ingresso è sopraelevato rispetto al piano della piazza e questo particolare fa supporre che anticamente ci fosse un ponte levatoio. La facciata principale presenta cinque balconi al primo piano, quattro finestre rettangolari al pianterreno e tre quadrate sotto il tetto. Il portale immette in un androne, sulla cui volta a botte è dipinto lo stemma dei marchesi Susanna: uno scudo racchiude una quercia, su cui riposa una colomba con un ramoscello di ulivo nel becco, tre stelle e la corona marchesale. Sul lato sinistro in alto della volta si nota una nicchia con l'affresco dell'Annunciazione. Il cortile interno è pavimentato in pietra, con motivo centrale a spina di pesce, e da qui si apre una balconata, che corre lungo i quattro lati; nell'angolo nord è posta una piccola cappella con altare in marmo, una statua lignea raffigurante Sant'Antonio e un messale del XVIII secolo. Dall'angolo ovest del cortile, tramite uno scalone, è possibile accedere agli ambienti residenziali dell'attuale secondo piano, tra i quali spicca il salone con camino monumentale.