martedì 15 luglio 2014

Il castello di martedì 15 luglio






POJANA MAGGIORE (VI) - Castello

Intorno all'anno 1000 gli imperatori tedeschi del Sacro Romano Impero e i pontefici di Roma, si contendevano il territorio dell'Italia. Invasioni barbariche, guerre e distruzioni durarono diversi secoli e insanguinarono tutta l'Europa. In seguito a questa situazione di continuo pericolo i ricchi feudatari si procurarono difese adeguate per proteggere i loro beni. Nelle campagne i primi sistemi di difesa sorsero verso l'anno 900 e interessarono oltre che Pojana, anche tutti i centri abitati vicini. A Pojana il castello fu costruito intorno all'anno 1000 per conto dell'allora feudatario, il vescovo di Vicenza che lo fece presidiare dalle proprie milizie. La costruzione era di forma quadrata, con 4 torri agli angoli, del tutto simili a quelle ancora esistenti a Montagnana. Il mastio era posto sul lato est, dove esisteva l'unico ingresso al castello servito di ponte levatoio. In seguito anche attorno al borgo vennero innalzate le mura di protezione e scavato un fossato. Il feudo di Pojana, che comprendeva il castello ed il borgo abitato, passò di mano in mano diverse volte. Lo si trova di proprietà del conte Maltraversi di Padova, che nel 1187 provvide a fortificarlo; del Comune di Vicenza nel 1210; della Curia di Vicenza nel 1221 e quindi alla nobile famiglia Pelli. In quel tempo, dopo la cacciata di Federico Barbarossa, fu stabilito che ogni comune avesse la possibilità di mettere il proprio ordinamento e le proprie leggi, quindi tutte le nostre comunità godevano di grande libertà. Nel frattempo Federico II, imperatore del Sacro Romano Impero, tendeva ad assoggettare tutte le città dell'Italia del Nord. A suo fianco Federico II chiamò il Conte Ezzelino III da Romano, che con il suo esercito e la sua ferocia riuscì ad assoggettare tutte le città della marca trevigiana, compresi Trento, Mantova e Brescia. Ma non vi riuscì con Padova. Più tardi anche questa dovette soccombere alla prepotenza di Ezzelino che dopo averla conquistata diede il via ai massacri, insidiandosi poi nel palazzo più prestigioso della città. Tutti i castelli della zona in mano agli avversari di Ezzelino vennero assaliti e conquistati. Ciò avvenne anche a Pojana, con la distruzione del castello nel 1240. Ricostruito nei primi anni del '300 venne nuovamente abbattuto nel 1312 nel corso della guerra fra Padovani e Veronesi. Fino all'annessione del territorio al dominio della Serenissima, il Castello di Pojana occupava una posizione chiave nella vasta area del basso vicentino, riuscendo a controllare i territori padovani a sud est ed i territori veronesi ad ovest. Il castello era infatti naturalmente protetto da tre corsi d'acqua in direzione di Montagnana e da torri di vedetta verso Orgiano, Sossano e Noventa che difendevano anche il borgo sviluppatosi intorno. Sulle rovine del castello il conte Pagano Paltinieri costruì la sua casa dominicale "in laterizio e pietra". Nel 1400 Odorico Pojana abbellì il palazzo e rialzò la torre, parzialmente distrutta nel 1312, adattandola a residenza secondo i nuovi costumi del tempo stabiliti dalla Serenissima. Origini molto antiche ha anche la chiesetta di S. Zenone, ricostruita all'inizio del '400 per uso familiare e ristrutturata nel 1588 dalla Badessa Silvia Pojana. La Chiesa venne dotata di un nuovo altare in marmo, l'aula venne ornata con una volta dipinta, l'abitazione attigua, destinata a sagrestia, venne fatta affrescare e ancor oggi se ne possono scorgere alcune deboli tracce. è in occasione di quest'intervento che la torre venne ingentilita con la costruzione della loggetta ornata con metope, triglifi ed oculi in pietra tenera mentre al suo interno la scala e l'ambiente al piano primo vennero ornati con volte in muratura a botte e ad ombrello. Prima di quest'intervento gli ambienti erano probabilmente decorati da un fregio affrescato lungo tutto lo sviluppo delle pareti, così come testimoniano le tracce di pittura visibili in corrispondenza della canna fumaria crollata e le decorazioni pittoriche con motivi floreali sono presenti anche nell'ambiente al piano secondo, non più accessibile per il crollo della scala esterna. Notizie di nuovi lavori al complesso ritornano nel 1697 come si legge in un'epigrafe sotto il cornicione del rustico a destra della torre a conferma delle opere compiute per ampliare i resti dell'antica scuderia del castello, per abbellire l'interno del palazzo, e per adattare una parte di terra a giardino. I rustici ai lati della torre furono oggetto di ulteriori interventi sul finire del secolo scorso, probabilmente nel 1880 in occasione dell'interramento del fossato, dell'eliminazione delle tracce del ponte levatoio e della costruzione del portichetto neogotico che unisce il palazzo all'annesso della sacrestia. è assai probabile che in questa circostanza siano state aperte anche le attuali bifore neoromaniche. La chiesetta venne utilizzata costantemente nel corso dei secoli come cappella gentilizia, mentre il locale attiguo, costruito con funzioni di sacrestia in tempi recenti, fu ampliato con l'edificazione di un annesso rustico utilizzato come caseificio e poi come essiccatoio tabacchi. Il palazzo pur conservando l'originaria funzione abitativa, fu stato trasformato da dimora signorile a semplice edificio fattorile e attualmente assieme agli altri fabbricati testimonia l'abbandono in cui versa l'intero complesso. Castelli come quello di Pojana, in età medioevale piuttosto diffusi, cominciarono a scomparire per le violente battaglie fra fazioni rivali. La peculiarità di questo complesso, tuttavia, risiede nell'ambiente che si è venuto a creare con la fine del XVI secolo quando i conti Pojana commissionarono ad Andrea Palladio la loro nuova dimora prospiciente l'antico castello. Il complesso architettonico del castello è un caso architettonico in cui si vedono coesistere impianto e struttura difensiva di tipo medioevale, accanto ad adeguamenti alle tradizioni abitative quattrocentesche, ad adattamenti alle nuove mode del vivere e dell'abitare legate alla riscoperta della campagna, tipiche della civiltà di villa, a colti rinnovamenti architettonici ottocenteschi fino a giungere alla caduta di ogni interesse per l'eredità storica trasmessa dal complesso castellato, con conseguenti incompatibili modificazioni dell'utilizzo che hanno via condotto al completo abbandono e disinteresse per una significativa pagina di storia del Basso Vicentino.
Fonti: http://www.comune.poiana-maggiore.vi.it/storia.asp, http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Pojana_Maggiore (andate a leggere più notizie a questo link!), http://www.colliberici.it/?pg=pagina&id=113,
Foto: di Szeder Laszlo su http://it.wikipedia.org e da www.magicoveneto.it

lunedì 14 luglio 2014

Il castello di lunedì 14 luglio






VERCELLI - Castello in frazione Montonero

Il luogo di "Montonero vecchia" costituiva una corticella dipendente dalla Corte Regia di Vercelli, che nel 945 il vescovo Attone donò ai canonici vercellesi (Ordano 1966). "Montonero nuova" è documentata dal 1151 (Panero 1985, p. 18) ed il castello, nella sua forma primitiva, è datato alla metà del XII secolo (Ordano 1966). L'Ordano ritiene che la fortificazione, politicamente sempre sotto la giurisdizione di Vercelli, sia da inquadrare nella "cintura" di castelli che il Comune si era costituita per controllare tutte le strade di accesso alla città, anche se il castello di Montonero fu fatto costruire, con ogni probabilità, dai canonici di S. Eusebio (Ordano 1985, p. 177). Probabilmente l'edificio fu oggetto di contesa tra questi ultimi e i canonici di S.Maria. La pianta del perimetro primitivo doveva essere quadrilatera con ingresso sul lato settentrionale, protetto da una massiccia torre quadrata. Successive modifiche portarono alla creazione del fossato e allo spostamento dell'ingresso sul lato occidentale del perimetro. Al XV secolo sono fatte risalire le torri, una quadrata e l'altra circolare, fiancheggianti il nuovo ingresso, che costituisce un interessante particolare costruttivo (Ordano 1966; Conti 1977, pp. 85-86; Ordano 1985, pp. 177-178). In epoca posteriore sono stati rialzati i muri di cinta, inglobando i merli a coda di rondine. I resti di una torre circolare, adibiti a ghiacciaia, occupano l'angolo sud orientale del recinto e sono attribuibili ad una fase intermedia fra l'antico e il piú recente impianto rettangolare. All'interno del cortile è visibile una colonna del porticato con capitello originale. Nonostante i rifacimenti e la conversione dei fabbricati ad uso agricolo, il complesso ha un rilevante interesse architettonico e meriterebbe di essere meglio valorizzato. L'area conserva, inoltre, un notevole interesse archeologico.
Fonti: ttp://www.archeovercelli.it/fortifaf.html#anchor34754, http://web.tiscalinet.it/teses/places/vc/montonero.html, http://www.comune.torino.it/canaleturismo/it/curiosare/castelli2.htm

Foto: da www.mondimedievali.net e da http://web.tiscalinet.it/teses/places/vc/montonero.html

domenica 13 luglio 2014

Il castello di domenica 13 luglio






SILIUS (CA) – Castello di Sassai

Indicato anche con i nomi Argullos, Orguloso o Orgoglioso, è ubicato nella parte meridionale dell’altopiano del Gerrei, a Nord-Est dell’abitato di Silius. La natura del terreno è scistosa, di colore variabile dal bigio verdastro compatto al ruggine, che copre il granito di coloro rosso sbiadito e quasi rosa. La struttura lamellare dello scisto ha consentito di ottenere la pezzatura della pietra in blocchi quasi regolari per la muratura in elevazione della fortificazione. Il castello risale al XII secolo, quando fu eretto dai Giudici di Cagliari. Della sua storia è possibile tracciare solo un breve cenno a causa della scarsità di fonti scritte. Il castello, tipicamente di frontiera, costituiva con quello di Quirra, di cui è certamente coevo, la linea fortificata, al confine est del giudicato di Cagliari con quello di Arborea. Insieme ai castelli di Lotzorai, a quello d’Ogliastra, di Quirra, Pedreso e di Terranova, oltre a Cagliari, Villa di Chiesa, Acquafredda e Gioiosaguardia era in mano ai Pisani, durante la conquista aragonese. Nel 1353 fu attaccato dai partigiani di Mariano d’Arborea, durante la guerra contro gli Aragonesi, in una delle battaglie più cruente della storia isolana tra aragonesi e sardi. Il Fara afferma che i Sardi che assediarono e presero il Castello Orguglioso erano quasi tutti cagliaritani, partigiani del Giudice d’Arborea. Sempre secondo il Fara il castello disponeva di settecento cavalieri e di numerosa fanteria. Dato in feudo ai Carroz nel 1355, fu fatto demolire dal Giudice Mariano. Nel Repartimiento del Bofarull (Varios de Cancilleria, 43), sono riportati alcuni disegni che riguardano i castelli medioevali di Sardegna databili al XIV secolo. Fra questi anche il castello Argullos, come lo ricordano i documenti aragonesi, o di Sassai per i nostri storici (Repartimiento al foglio 48 verso). Nel disegno eseguito nel 1358 l’edificio appare ormai diroccato. Ridotto ad un cumulo di rovine e ricoperto dalla vegetazione fino a non molti anni fa, il monumento è oggi risorto grazie ai lavori di restauro condotti dal Comune di Silius in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Architettonici, il Paesaggio, il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico di Cagliari e Oristano. Gran parte delle strutture sono state riportate alla luce dagli scavi archeologici. Tra le murature sono stati rinvenuti una cisterna per l’acqua e un forno per il pane, unico esemplare conosciuto in Sardegna, ubicato in un vano anticamente adibito a cucina. Oltre alle mura perimetrali e divisorie (spesse un metro) e ad una torre a sezione quadra (alta circa sei metri), si distinguono due ambienti sotterranei voltati dotati di alcuni anelli di ferro alle pareti, forse utilizzati come prigioni. Nelle mura esterne che si affacciano sui dirupi sono ancora visibili le feritoie per gli arcieri. Una seconda torre a pianta circolare inserita nella cinta di sud-ovest richiama la struttura architettonica del torrione di S. Maria in Castello, a Tarquinia. Di particolare interesse la scoperta di un disegno di colore rosso, forse raffigurante un soldato con cotta di maglia ed arco. I ruderi della fortificazione sono situati in cima ad un colle che fa parte del sistema montuoso di cui il monte Ixi è la vetta più alta: 839 metri. Ad est del colle vi è la valle del rio Tolu e Marrada. I lati più lunghi esposti al Nord e al Sud si estendono per m. 25, 60; i lati più corti ad Est e ad Ovest sono lunghi m.17.83. Secondo una leggenda e i racconti del paese (Is contus in sardo), la proprietaria del castello di Sassai era una contessa che tesseva con il suo telaio d’oro. Si dice che quando il castello fu assaltato dai nemici la donna morì sotto il crollo delle mura e da allora, pare, che ogni notte tra i ruderi del castello si sentano ancora risuonare i suoi lamenti. Al di là delle storie popolari il castello medievale di Sassai è un tassello importante della storia sarda. Oggi grazie al restauro il maniero è visitabile e raggiungibile tramite una strada asfaltata sia da Silius sia da Ballao. Percorrendo poi una piccola salita a gradoni si arriva alla vecchia fortezza, da cui si vede un suggestivo alternarsi di colline e vallate. Altri link: http://www.regione.sardegna.it/messaggero/2000_novembre_24.pdf, http://www.sardegna.com/it/blog/castello-orguglioso-castelli-sardegna/, http://wikimapia.org/6476793/it/Castello-di-Sassai-o-Orguglioso, http://www.adwm.it/il-castello-di-orguglioso-%C2%B7-2010/,
Foto: da www.mondimedievali.net e di ale6c1a5o2 su http://rete.comuni-italiani.it/

venerdì 11 luglio 2014

Il castello di sabato 12 luglio




di Mimmo Ciurlia



FUMONE (FR) - Castello Longhi-De Paolis   

E' uno dei luoghi più suggestivi, misteriosi e affascinanti del basso Lazio. Fu un vero e proprio punto di guardia nato come fortezza militare: dalla Rocca infatti si possono ammirare ben 45 comuni, dai Castelli Romani verso nord, alla pianura di Cassino e ai Monti Aurunci, verso sud. La storia del castello di Fumone ha origini oscure e antichissime. Sin dagli albori Fumone fu importante vedetta e luogo di comunicazione. L’altura di 800 mt ove è collocato si trova in una posizione di straordinaria importanza strategica, una posizione geografica a dominio sull’intera valle del Sacco e della strada maestra che collegava Roma e Napoli: la via Latina. Il nome è dovuto al fatto che il castello, posto sulla sommità del monte, fu usato per oltre 500 anni come punto di avvistamento. Le fumate che fuoriuscivano dalla torre avevano il compito di comunicare che i nemici si erano immessi sulla via Consilina e avvertivano quindi la popolazione dell'imminente pericolo. Eretta tra il IX e il X secolo e più volte rimaneggiata, la Rocca Longhi-De Paolis è famosa non soltanto per essere stata la prigione di Celestino V, nonché luogo della sua morte, ma anche per ospitare uno straordinario giardino pensile (il più alto d’Europa, con i suoi 800 metri s.l.m.) da sempre conosciuto come la “terrazza della Ciociaria”. L’Arx Fumonis fu sin dall’Alto Medioevo un’imprendibile fortezza e respinse, fra gli altri, anche gli assedi degli imperatori Federico Barbarossa ed Enrico VI e venne conteso tra le maggiori famiglie nobiliari laziali. A partire dal X secolo la storia di Fumone è strettamente legata a quella della Chiesa. Il primo documento ufficiale in cui compare il nome di Fumone è la “ Donazione Ottoniana” quando nell’anno 962 l'imperatore di Germania, Ottone I° di Sassonia, donò alla Santa Sede e al suo Pontefice Giovanni XII, le città di Teramo, Rieti, Norcia, Amiterno e l'Arx Fumonis. Questa importante donazione dimostra come il Castello di Fumone era allora degno di essere donato ad un Papa al pari di notevoli città, e che  nel X secolo la fortezza era già famosa e collaudata. Dalla documentazione storica esistente, risulta come primo feudatario della Rocca un tale Leo de Fumonis nel 1111. Molteplici furono le Castellanie, Signorie e Custodie che occuparono la rocca sotto i vari pontificati, mentre nel Medioevo era amaramente nota per le condizioni crudeli in cui vi erano tenuti i carcerati e per le torture che vi si eseguivano. Nel 1116, durante la controversia delle investiture e la lotta in Roma tra fazione dell’imperatore  Enrico V e quella papale di Pasquale II, vi fu rinchiuso il Prefetto di Roma Pietro Corsi ( per importanza la seconda carica dopo il Papa) che aveva stretto alleanza con l’Impero. Nel 1118 fu fatto rinchiudere in Fumone, come prigioniero di Stato, Maurice Bourdin, un monaco francese Vescovo di Coimbra e poi Arcivescovo di Braga in Portogallo, divenuto poi antipapa con il nome di Gregorio VIII, anteposto dall’Imperatore Enrico V ai papi Pasquale II e Gelasio II. Dopo sette anni, però, venne sconfitto a Sutri e condotto in catene da papa Callisto II a Fumone dove fu rinchiuso. Alla sua morte, il corpo dell’antipapa fu sepolto nel castello e non venne mai più ritrovato. Il castello nel 1155 venne assediato invano da Federico Barbarossa, e nel 1186 Fumone fu l’unica Rocca che riuscì a resistere all’opera devastatrice di Enrico VI, fondatore in Sicilia della dinastia degli Svevi. Il prestigio della Rocca fu motivo di mire autonomistiche e di possesso da parte dei baroni e dei conti ai quali veniva affidata, e questo richiese numerosi interventi da parte dei papi Innocenzo III, Onorio III e Gregorio IX per ristabilire la sottomissione del Castello di Fumone. Tuttavia l’episodio più importante avvenuto nel castello di Fumone, motivo per cui il nome della rocca si ritrova inserito in tutti i libri di storia, avvenne nel 1295 quando vi fu rinchiuso papa Celestino V, che vi morì dopo dieci mesi di dura prigionia. Celestino V (l’eremita Pietro da Morrone) fu eletto papa all’età di 86 anni dopo 30 mesi di conclavi andati a vuoto. Il suo nome fu scelto per via della santa vita, per la fama che godeva come dispensatore di miracoli, e soprattutto per ragioni politiche, vista la impossibilità per le famiglie cardinalizie dominanti, i Colonna e gli Orsini di trovare un accordo. Ma la scelta dei cardinali di puntare su di lui si rivelò un errore. Celestino V, apparentemente ingenuo e facilmente manipolabile, agì senza tenere in nessun conto gli interessi dei suoi elettori e compì una serie di azioni (spostò la sede del papato da Roma a Napoli, creò 10 nuovi cardinali, dimezzando così il potere di quelli già esistenti, tolse dall’abbazia di Montecassino i monaci Benedettini sostituendoli con i Celestini) che gli portarono l’avversione della Curia romana. Il pontificato di Celestino durò pochi mesi, il suo animo puro entrò presto in contrasto di coscienza con le decisioni politiche che spesso dovevano essere fatte nell’interesse della Chiesa, e dopo un tormentoso travaglio Celestino V rinunciò alla tiara abdicando. Al suo posto venne eletto papa Bonifacio VIII. Il nuovo pontefice resosi presto conto della illegittimità della sua elezione (Celestino V rimane l’unico papa ad aver abdicato) decise di recluderlo in una prigione pontificia di massima sicurezza. Fu così che il sant’uomo venne rinchiuso nel Castello di Fumone e vi morì il 19 maggio del 1296 compiendo nel luogo dove visse 10 mesi, il suo primo miracolo da morto. Le cronache del tempo raccontano che poche ore prima del suo decesso si verificò nel castello di Fumone uno straordinario prodigio, che fu interpretato come il presagio della morte del santo: apparve infatti una croce luminosa, che rimase sospesa in aria innanzi alla porta della cella ove egli era rinchiuso e scomparve non appena il corpo venne portato fuori per essere condotto alla sepoltura. Successivamente, nel corso del processo di canonizzazione di Celestino ordinato da Clemente V nel 1313, a testimoniare il prodigio sarebbero accorsi in molti, tra i quali i due cavalieri, originari di Ferentino, che lo tenevano in custodia. Era l’estremo tentativo di riparare ai torti subiti da questo grande papa, la cui vita, per molti versi, rimane avvolta nel mistero. Secondo la tradizione popolare poi, si crede che nella sala principale siano stati murati vivi monaci, per le loro clandestine relazioni amorose o per proteggere chissà quale arcano segreto custodito tra i tantissimi documenti delle librerie. Nel corso del XVI secolo il castello di Fumone perse la sua importanza militare e senza più lavori di manutenzione andò decadendo. Fu così che nel 1584 papa Sisto V decise che, essendovi morto Celestino V, il castello andava conservato come memoria storica, e lo affidò ad una famiglia aristocratica romana: i marchesi Longhi de Paolis. Le ragioni della scelta di Sisto V su questa famiglia furono legate al fatto che il loro antenato Guglielmo, nominato cardinale da Celestino V, iniziò a crearne il culto (prese sotto propria protezione tutte le chiese, cenobi, abbazie celestiniane, e soprattutto protesse e foraggiò l’ordine dei Celestini creato da Pietro del Morrone a metà del 1200). Appena entrati nel castello, sul lato sinistro di una ripida rampa di scale è ancora visibile il cosiddetto "Pozzo delle Vergini", un pozzo stretto e molto profondo sul cui fondo erano collocate delle lame affilate, dove venivano gettate le donne appena sposate che non giungevano vergini al letto del proprietario del castello. Secondo l'antica pratica del "jus primae noctis" infatti tutte le ragazze che prendevano marito dovevano trascorrere la prima notte dopo le nozze nel letto del signore del luogo e se costui non ne constatava la purezza le gettava nel pozzo dove le poverette trovavano una morte atroce accompagnata dalle urla strazianti che risuonavano per tutto il borgo. Questa “tradizione” è talmente barbara da sembrare assurda! Eppure, il ritrovamento di ossa umane femminili in fondo al pozzo, è stata una conferma che il fatto avvenisse realmente. Procedendo in un corridoio pitturato di rosa, si può osservare, inglobata nel muro di destra, una porzione di lapide funeraria con iscrizioni e decorazioni amorose risalenti all'epoca romana; sul muro di fronte è posta una lapide scritta in latino che ricorda l'antipapa francese Gregorio VIII. Da questo corridoio, tramite una porta, si accede alla prima delle sale lussuose che compongono il piano nobile del castello. La prima, chiamata "sala degli Antenati", è arricchita con arredi sfarzosi, statue romane, numerosi busti ed un grande camino; superando un'altra porta si accede alla "sala dei Cesari", caratterizzata da busti originali del I secolo dopo Cristo che raffigurano Imperatori Romani, pareti arricchite da pitture rinascimentali e una grande urna cineraria in marmo dal valore inestimabile che, data la sua grandezza, si presume abbia dovuto contenere le ceneri di qualche persona illustre dell'antichità; risulta tuttavia difficile riuscire a capirlo visto che nei secoli è andata persa la targhetta laterale con un nome posta al suo fianco. Successivamente si giunge ad una piccola cappella con reliquie, ove sono custodite numerose reliquie dei Santi, donate dalla Santa Sede attraverso pontefici e cardinali nei secoli e fatta erigere dai Marchesi Longhi nel Settecento nei pressi dell'angusta cella dove venne rinchiuso e morì, dopo mesi di torture e di stenti il Papa Celestino V. Dalla cappella si esce su di un cortiletto all'aperto; una volta oltrepassatolo si giunge nella saletta dell'archivio, dove si trovano antichi libri e documenti, un quadro della Marchesa Emilia Caetani Longhi, e sulla destra, una piccola credenza che al suo interno conserva la testimonianza di una toccante vicenda accaduta proprio tra le mura del castello nel corso del XIX secolo. All'interno di una teca di vetro, la salma del marchesino Francesco Longhi, imbalsamata e perfettamente conservata nella cera. Francesco era l’unico erede maschio della famiglia Longhi e avrebbe quindi acquisito l’intera eredità, secondo la regola della primogenitura maschile. La madre aveva dato alla luce ben sette figlie femmine che, crescendo, non si rassegnarono ai privilegi di Francesco e misero in atto un tremendo piano di vendetta. Giorno dopo giorno misero dei pezzetti di vetro nel cibo del bambino che ben presto cominciò ad accusare tremendi dolori che lo portarono alla morte, dopo una lenta agonia, all'età di soli 5 anni. Le spoglie furono imbalsamate con la cera, per ordine della madre disperata, che non lo volle seppellire nel tentativo di tenerlo per sempre accanto a sé. Il corpo del piccolo è esposto in una teca conservata nel castello ed è visibile al pubblico. La tecnica che fu utilizzata per conservare il corpo del bimbo non è ben chiara, ed il medico che la eseguì morì subito dopo in circostanze misteriose. La madre non seppe mai la verità, e morì nella convinzione che il suo figlio prediletto fosse morto di polmonite. Ad appesantire l’atmosfera del castello fu una decisione presa dalla donna stessa, di far ridipingere tutti i ritratti presenti, allo scopo di eliminare ogni scena di felicità e serenità. Un ritratto nel quale la donna portava un vestito bianco, per esempio, venne modificato. L’abito fu dipinto di nero e fu coperta la collana. Fra le mani comparve una piccola culla con dentro l’effige del suo amato bambino. Soltanto dopo la morte di quest’ultima, una delle figlie confessò il misfatto. Ma vi è anche un’altra storia legata alla morte del piccolo Francesco Longhi. Si narra, infatti, che il fantasma di sua madre si aggiri ancora, senza pace, nella sale e nelle camere del castello di Fumone. Ogni notte la donna si recherebbe nella stanza dov’è conservata la teca con il corpo di suo figlio per abbracciarlo. E, ogni notte, riecheggiano nel castello i passi del fantasma, si odono le nenie e singhiozzi provenire dalla stanza dove è custodito il corpo. Inoltre lo stesso marchesino, ogni notte, si diletterebbe a spostare oggetti e fare scherzi. Altra leggenda vuole che il fantasma dell'antipapa Gregorio XIII, murato vivo in una delle mura della fortezza (non si sa quale, il corpo non è mai stato rinvenuto), talvolta si diverta nel battere colpi contro le pareti dell'edificio. Stando all'attuale proprietario, il 26° marchese, ci sarebbero ben 18 spiriti nel castello. La visita nel maniero procede poi nelle antiche cisterne che raccoglievano l'acqua, dove sono conservate appese due tinozze ed un gigantesco calderone di rame il quale veniva anticamente riempito di liquidi bollenti (acqua, olio o pece) che venivano riversati sui nemici come difesa piombante dall'alto delle mura del fortilizio. Successivamente si accede, salendo un'angusta scaletta, sullo spettacolare giardino pensile (3500 mq), ricavato dalla ristrutturazione del cammino di ronda e dall’abbattimento di alcune torri in età moderna. Da quassù si possono ammirare più di quaranta dei novantuno paesi di cui è composta la provincia di Frosinone; si notano molto bene Alatri, Collepardo, Vico Nel Lazio, Frosinone, Veroli e Torrice. Questo tipico esempio di giardino pensile all'italiana, è suddiviso in due livelli. Nel primo livello si trova un giardino ricco di arbusti, piante e slanciati cipressi secolari, tra i quali spicca "l'albero degli amanti": questo cipresso, "dall'alto" dei suoi 400 anni è il più antico di tutti ed è inoltre il frutto di un'unione di due alberi anticamente distinti, dei quali la leggenda narra che rappresentino la trasformazione di due amanti. Altro punto saliente del primo livello del giardino è la pietra sommitale degli 800 metri, che si trova al centro del giardino stesso posta in uno dei vialetti; vuole la leggenda che sfregare questa pietra porti fortuna. Il secondo livello del giardino pensile si trova poco più in basso e non è visitabile. Dopo aver visitato il bellissimo giardino, si ritorna all'interno del fortilizio ed una volta scesa la scala adiacente il "pozzo delle vergini", si va a visitare l'ultima delle stanze del piano nobile, la "sala degli stemmi". Anticamente adoperata dai nobili del castello come sala da ricevimento degli ospiti a tavola, conserva un antico forno a legna dominato dalla gigantesca cappa di un camino sormontata da un grande stemma, le bianche pareti della sala sono ornate dagli stemmi delle famiglie che hanno dominato la rocca durante i secoli, mentre il pavimento, in cotto, dona eleganza ed austerità alla sala. Nel 1990, Stefano e Fabio de Paolis, gli attuali proprietari del castello, lo hanno aperto al pubblico: si effettuano visite guidate nella prigione di papa Celestino V, nel giardino pensile e nel piano nobile del Castello.

Fonti:
http://www.ilpatrimonioartistico.it/il-castello-di-fumone/
http://oubliettemagazine.com/2013/09/12/castello-di-fumone-in-lazio-tra-antiche-leggende-e-storie-di-fantasmi/
http://www.ciociariaturismo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=409:il-castello-di-fumone&Itemid=1613&lang=it
http://www.icastelli.it/castle-1237743870-castello_longhi_de_paolis_di_fumone-it.php
http://www.goticomania.it/mete-gotiche/il-castello-di-fumone-e-i-suoi-misteri.html
http://illaziodeimisteri.wordpress.com/2013/02/08/il-castello-di-fumone-e-la-tragica-storia-del-marchesino/
http://darkgothiclolita.forumcommunity.net/?t=53663333
http://www.sulletraccedelmistero.it/107-il-castello-di-fumone.php
http://www.visitlazio.com/borghi-e-citta?title=fumone-l%E2%80%99antica-fortezza&articleId=60421
http://www.castellodifumone.it/storia.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Longhi
http://www.comunedifumone.it/turismo/il-castello-longhi.html

Foto: una cartolina della mia collezione e un'immagine da www.tripadvisor.it

Il castello di venerdì 11 luglio






SANTA VITTORIA IN MATENANO (FM) - Torre dell'abate Odorisio

Santa Vittoria fu fondata nell'890 dai monaci dall'Abbazia di Farfa. Questa abbazia, protetta dell’Imperatore Carlo Magno, nel periodo di suo massimo splendore controllava gran parte dell'Italia Centrale, ma, a seguito della decadenza dell'Impero Carolingio, venne assediata dai Saraceni. Dopo sette anni di assedio, l’abbazia venne alla fine abbandonata dai monaci che, divisi in tre gruppi e sotto la guida dell’abate Pietro I, si diressero verso il monastero di S. Ippolito e S. Giovanni in Silva a Santa Vittoria, verso Rieti, dove vennero trucidati dai Saraceni, e verso Roma, da dove l'abate Ratfredo ricondusse i monaci a Farfa al termine del saccheggio, culminato con l’incendio dell’abbazia. Per migliorare la sicurezza di Santa Vittoria, l'abate Pietro fece costruire un castello sul Monte Matenano; il 20 giugno 934 l'abate Ratfredo fece trasportare il corpo di Santa Vittoria, martire cristiana del III secolo appartenente ad una nobile famiglia romana, nella basilica-santuario del monastero realizzato su questo monte. Nella seconda metà del XIII secolo Santa Vittoria divenne sede del Presidiato Farfense, avendo giurisdizione su gran parte delle attuali province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata. Tra il 1235 ed il 1238 fu costruita la torre dell’abate Odorisio e nei suoi pressi fu costruito anche il Palazzo Comunale, successivamente demolito nel 1771 insieme al castello e al monastero farfense per i danni provocati dalle intemperie e dai terremoti. Il comune ha sempre mantenuto, nel suo centro storico, l'antico tracciato medioevale, con numerose case del Risorgimento e altri interessanti monumenti. La torre dell'abate Odorisio risale al XIII secolo ed è un po’ il simbolo di S.Vittoria, innalzata assieme alle mura di cinta per volere di Odorisio (1235-1238) Abate e Podestà, lo stesso che acquistò l’antica sede comunale. La merlatura di  tipo ghibellino è in contraddizione con la storia di questa cittadina, che da sempre fu legata alla chiesa, infatti è un rifacimento piuttosto fazioso del nostro secolo, poiché fino alla fine del 1800 i merli erano di tipo guelfo. Su di essa è stato in tempi più recenti apposto un orologio che non ne altera però la maestosità, anche perché la torre è situata all'entrata del centro storico, per cui essa si presenta al visitatore in tutta la sua imponenza. Rappresenta un pregevole esempio di Porta - torre merlata, ma anche Torre civica.

Fonti: http://cst.comune.fermo.it, http://www.marcafermana.it/it/S._Vittoria_in_Matenano/, http://it.wikipedia.org, http://www.iis-amandola.it/santavittoria.htm,

Foto: di Giovanni Vagnarelli su http://lnx.montaltomarche.it/montalto2/Presida/Svittoria/odorisio.php e su www.flickr.com


giovedì 10 luglio 2014

Il castello di giovedì 10 luglio






GERACI SICULO (PA) - Castello Ventimiglia

La colonizzazione greca interessò il territorio geracese solo poco dopo il 550 a.C. Fu proprio questo popolo che assegnò all'insediamento il nome Jerax, avvoltoio, poiché la Rocca era abitata da questi predatori. Nel 241 a.C. Geraci era un importante insediamento romano. Le Madonie entrarono infatti a far parte della sfera culturale del mondo greco-romano e poi bizantina. La zona di Geraci continuò a essere popolata anche durante l’età alto medievale, come testimonia il ritrovamento di alcuni frammenti risalenti al periodo della colonizzazione agricola della campagna madonita. Notizie certe riguardanti specificatamente Geraci si hanno dall’840 d.C., data della conquista saracena. Durante la dominazione il castello, che vi si trovava già da prima, fu ampliato e fortificato. Dopo la divisione della Sicilia, da parte dei Musulmani, in tre province (Val Demone, Val di Noto e Val di Mazzara), le Madonie, quindi anche Geraci, fecero parte della prima e, a differenze delle altre valli, riuscirono a mantenere la propria fede, convivendo pacificamente con l’elemento islamico. Dopo la dominazione saracena Geraci divenne la località interna più importante, data la sua posizione strategica. Con la conquista Normanna (1062-1064), il borgo, in seguito alla battaglia di Cerami, fu concesso in feudo da Ruggero I al nipote Riccardo Serlo II d'Altavilla. In epoca sveva, la contea entrò nell'orbita della famiglia Ventimiglia: nel 1258, Enrico II Ventimiglia, sposando la contessa Isabella, di origine normanna e membro della Casa reale di Federico II, fu creato Conte di Geraci. Durante il regno di Corrado II, la contea allargò i propri confini, includendo Collesano, Petralia Superiore e Inferiore, poi Gratteri e Isnello; il conte Enrico, inoltre, ottenne importanti beni e palazzi nella città vescovile di Cefalù. Nel 1270, gli Angioini, divisero e concessero agli invasori provenzali i territori della contea. Durante la guerra del Vespro, però, Enrico II e suo figlio Aldoino, guidarono il partito svevo-aragonese nella ribellione contro Carlo I d'Angiò, riacquisendo il controllo della contea. Gradualmente, la contea di Geraci divenne un vero e proprio "stato nello stato", giungendo ad amministrare la giustizia e a coniare proprie monete. Nel 1419, la capitale dello "stato delle Madonie" fu trasferita da Geraci a Castelbuono, per volere del conte Giovanni I Ventimiglia. Costui, valoroso comandante militare, fu anche Governatore generale e Reggente del Regno di Napoli e, tra il 1430 e il 1432, Viceré di Sicilia; nel 1444, divenne anche Viceré del Ducato di Atene. Nel 1430, inoltre, Alfonso V d'Aragona concesse alla contea il diritto ereditario di piena giurisdizione penale. Nel febbraio-marzo 1436, la Contea di Geraci divenne Marchesato, ponendo il signore di Geraci al primo posto - per rango - del Parlamento siciliano. Sopra una massiccia roccia arenaria si trovano gli antichi resti del maniero dei Ventimiglia. La costruzione fu la prima difesa occidentale della vasta Contea in quanto la sua posizione la rendeva inaccessibile. Dai lati Nord-Est e Sud il “maniero” era difeso dalla natura, e nei punti in cui la roccia presentava qualche debolezza strategica, si venne a rimediare con alcune opere murarie, al fine di rendere inespugnabile la “Rocca”. Dal lato Ovest “il sentiero si apriva pel declive” fino a giungere “sulla spianata dinanzi al ponte levatoio” che una volta tirato lasciava aperto il baratro del fossato. Dal punto di vista tecnico-militare la fortezza di Geraci si imponeva per la poderosa struttura e resistenza che la rendeva inattaccabile, preparata per resistere anche a lunghi assalti. All’interno gli ambienti avevano una distribuzione ed una collocazione militaresca, priva di lusso. Nel sottosuolo vi erano le cisterne per l’acqua, gli spazi per le provviste e le prigioni; al pianterreno c’erano le scuderie, le cucine, le sale d’armi i forni, i locali per i Vassalli e armigeri e le feritoie sui muri per i tiratori; il piano superiore, invece, era adibito a residenza della famiglia del conte, sede dei servizi amministrativi, dei Consigli di coordinamento e dei piani logistici. La merlatura coronava l’edificio. L’unico punto vulnerabile era costituito dal lato del fossato. Nella corte c’era una porticina dalla quale si giungeva per un corridoio segreto sul fossato, risalito il quale si arrivava sulla spianata del Castello; un altro sotterraneo conduceva alla Chiesa di S.Bartolomeo fuori le mura, seguendo i capricci della roccia. In fondo si trovava una cisterna d’acqua. Si presume che il castello sia stato costruito in età bizantina. I Normanni lo trasformarono per le loro esigenze militari e al tempo degli Aragonesi e dei Ventimiglia divenne una vera e propria fortezza militare; risale a questo periodo infatti la chiusura del perimetro urbano con le grandi porte di cui ancora oggi si possono intravedere i segni. Nell’840 la Rocca di Geraci capitolò al feroce Emiro “Ibni Timna” il quale ampliò e modificò la fortezza (l'edificio conserva una tipica finestra moresca). Nel 1062 il Normanno Ruggero I espugnò la città di Geraci e la diede in vassallaggio al nipote “Serlone”. Nel 1169 il Conte Ruggero da Creone, accrebbe i mezzi di difesa della Rocca. Nel 1269 la “Rocca” di Geraci riappare negli annali bellici. Ridottasi in frantumi la dinastia sveva, in seguito alle sconfitte subite da Manfredi sul Garigliano (1266) e da Corradino a Tagliacozzo (1268), i partigiani siciliani tentarono di ostacolare gli Angioini, ma non valse a nulla. Carlo d’Angiò preso il sopravvento spazzò via i partigiani e tra questi Arrigo Ventimiglia, il quale venne spodestato nel 1269, dopo un tenace assedio degli Angioini alla fortezza di Geraci. Nel 1337, Francesco I Ventimiglia venne accusato di tradimento per essersi rifiutato di prendere parte ai Parlamenti indetti dal re. Questi aizzato dai Chiaramonte e dai Palizzi, acerrimi nemici dei Ventimiglia, assediò la “Rocca” di Geraci che capitolò, grazie ai Geracesi che non volendo partecipare alla battaglia, aprirono le porte della città alle truppe assedianti. ( la porta , da dove entrarono gli assedianti fu detta “Porta Baciamano”, proprio perchè i Geracesi si inginocchiarono davanti al re baciandogli la mano in segno di sottomissione). Il Conte cercando di mettersi in salvo perse la vita. L’episodio della morte non è molto chiaro. Alcuni dicono che si sia gettato dalla rupe (oggi vicolo Mandolilla) con il cavallo bendato; altri dicono che sia stato derubato e ucciso da due giovani; altri ancora, e sembra più probabile, che durante l’assedio sia stato trovato ferito dal Conte Valguarnera e dato in mano ai soldati che fecero scempio del suo corpo. Era il 3 febbraio 1338. Il popolo ricordò la pagina dolorosa con i versi : “CASTEDDU DI JRAGI MALIDITTU - ROCCA VISTUTA DI SANGU E DI LUTTU. Oggi sopravvivono i ruderi di una fortificazione le cui linee architettoniche sono difficili a stabilirsi. Si notano gli angoli mozzati delle torri, gli squarci delle feritoie, la finestra moresca, gli archi pesanti dei passaggi sotterranei, entro le cisterne vuote o colme di detriti. Solo la chiesetta di S.Anna impera sulle rovine. In essa era conservato il simulacro di S.Anna (il teschio), successivamente, nel 1454, trasferito a Castelbuono.


Fonti: http://www.comune.geracisiculo.pa.it/2010042359/Monumenti/Il-Castello.html, it.wikipedia.org, http://www.palermoweb.com/Geracisiculo/

Foto: da http://www.icastelli.it/castle-1234886219-castello_di_geraci-it.php e di Alessandro Saieva su http://rete.comuni-italiani.it

mercoledì 9 luglio 2014

Il castello di mercoledì 9 luglio




di Mimmo Ciurlia

SPORMAGGIORE (TN) - Castel Belfort

E' collocato sulla strada che collega Spormaggiore a Cavedago e, anche se in parte diroccato, è ancora imponente e chiaramente visibile. Le sue rovine trasudano storia e fascino da ogni pietra nonostante la quasi totale assenza di interesse degli studiosi sull’argomento. Nelle investiture tedesche questo castello viene sempre citato con il nome di Altspaur fino al XVIII, mentre dalla casata dei Reifer (Reiver) viene invece chiamato Castel Riberi (o Castel Raiver ed anche C.Raivera). Il primo ducumento riguardante il Castel Belfort risale al 1311, quando Enrico conte di Boemia concedette la licenza a Tissone di Altspaur di costruire una torre di guardia con eventuali edifici adiacenti "sul dosso o colle di Malgolo, giacente nelle pertinenze di Spormaggiore sotto la strada nuova", che doveva collegare Andalo con la valle dello Sporeggio e la Valle del Sarca con Trento. Il complesso era composto dall'attuale torre merlata, circondata dalle vaste mura perimetrali di forma rettangolare. Sul lato est delle mura in prossimità della torre si apre il portone di ingresso, oltrepassato il quale uno stretto passaggio permette di aggirare l'edificio interno seguendone il perimetro nel corridoio che passa tra lo stesso e le mura esterne. I soffitti e i piani alti sono purtroppo ormai crollati da tempo. Il ritrovamento di un documento, risalente al 1645, attesta la presenza di una cappella, ubicata al piano superiore e consacrata a San Fabiano e San Sebastiano, e di stalle fuori dalle mura. Una caratteristica che contraddistingue Castel Belfort e che ne ha influenzato la storia, è il fatto che esso sorga vicino a Spormaggiore,nella giurisdizione del preesistente castello di Sporo-Rovina, come rocca per il distretto di Andalo e Molveno. Questo spiega perchè nel corso dei secoli abbia subìto tanti cambi di proprietà, dovuti ad accordi e scambi politici. L'edificio non ha caratteristiche medievali ma assomiglia più ad una fortezza moderna: un’anomalia dovuta alla ricostruzione effettuata dai Conti Saracini dopo l'incendio che nel 1670 devastò l'edificio originale. L’occupazione napoleonica e i successivi passaggi di proprietà contribuirono al suo declino. La storia di Castel Belfort è piuttosto lunga ed articolata visti i numerosi cambi di mano nella gestione del maniero e della sua giurisdizione. Riassunte in breve le varie dinastie succedutesi nella proprietà di Belfort sono: Tissoni 1311-1350 / Reifer 1350-1427 / Thunn 1429-1450 / Neudeck 1470-1500 / Concini 1500-1543 / Nogarola 1543-1574 / Pezzen 1607-1627 / Terlago 1627-1642 / Sporo Rovina 1642-1650 / Del Monte 1650-1693 / Saracini 1693.
La storia della giurisdizione di Castel Belforte ha inizio con Tissone figlio di Geremia I e primo edificatore di Castel Belfort, come già scritto, che ricoprendo la carica di vicario vescovile fu coinvolto nelle lotte nobiliari del 1334 in Val di Non che lo videro schierato a fianco del Principe Vescovo di Trento. Egli morì prematuramente nel 1339, ma le conseguenze della sua scelta ricaddero sui suoi discendenti qualche anno più tardi. I Thun, conti del Tirolo, bandirono dal principato i suoi eredi che dovettero cedere il castello nel 1350. Castel Belfort passò così nelle mani di Nicolò Reifer, già capitano della giurisdizione di Castel Rovina. I Reifer occuparono Castel Belfort fino al 1415 quando a seguito di tresche clandestine Pietro Sporo (detto Pietro il terribile) per mezzo del figlio Giorgio lo assediò ed infine lo occupò, confidando nella promessa di esserne infeudato da parte del Duca Ernesto. Il dinasta Gasparo Reifer venne così incarcerato ed il castello passò di mano, ma pochi anni più tardi alla morte di Pietro Sporo (1345-1424) e scaduta l'investitura per conquista, Belfort fu restituito dagli Sporo al Duca Federico. Il castello, che a questo punto per diritto sarebbe dovuto ritornare ai Reifer, venne invece concesso per ripicca dal Duca prima a Giovanni Uber (1427) e poi al giudice Andrea Vogt (1428-29). Nel 1429 Belfort ritornò finalmente ai Thun, che a partire dal 1450 lo concessero nuovamente ai Reifer come Feudo mascolino, concessione che terminò infine nel 1470 per mancanza di eredi maschi. I loro successori furono i Neudeck, famiglia di ministeriali proveniente da Andrech, il cui patriarca fu Martino Neudeck, assegnatario dall'arciduca Sigismondo delle mansioni di amministratore e scalco. La famiglia venuta nel Tirolo, in un crescendo di popolarità, acquistò prima il castello feudale di Anger come dimora, ed a seguire Castel Belforte, Malosco, Wellenberg e Fragenstein. Martino di Neudeck passò l'amministrazione di Belfort prima a Sigismondo Neudeck e poi a Vittorio Neudeck in qualità di capitani. Nel 1500, alla morte di Vittorio Neudeck, l'amministrazione della giurisdizione venne concessa a Bartolomeo Concini. Costui, per meriti in battaglia acquisiti nella guerra ai Veneziani del 1478, venne premiato con l'assegnazione di castello e giurisdizione, concessi come feudo pignoratizio. Il maniero passò ancora di mano qualche anno più tardi quando nel 1543 uno degli eredi, Tobia Concini, per motivi che non sembrano essere riportati dalle cronache, cedette il feudo in favore di Leonardo Nogarola di Verona, il quale secondo le cronache versò 4.900R. non meglio specificati come saldo delle spese. Castel Belfort nel frattempo risultava essere piuttosto povero e malconcio, e la famiglia dei Nogarola vi rimase solo per un ventennio. Ad essi subentrò la famiglia di Antonio Pezzen Notaio in Valle di Non, originario di Brescia che ottenne Belfort come feudo pignoratizio nel 1607. La proprietà passò in seguito ai suoi eredi, dei quali l'ultima in dinastia fu Elisabetta, che sposandosi con Francesco Conte di Terlago segnò un ulteriore cambio di dinastia nella travagliata storia di Belfort. Nel 1642 Domenico Vigilio Spaur comperò il Feudo di Belforte per la somma di 24.900R. ma l'affare non si rivelò proficuo, ed a distanza di soli 8 anni lo stesso fu rivenduto per la stessa cifra ad Antonio Del Monte il quale , sposato ma senza prole con Antonia Saracini, lo lasciò in eredità ai nipoti Antonio e Leonardo, figli di Sigismondo fratello di Antonia. Nel 1670 un pauroso incendio devastò il castello, ma i Saracini ebbero la cura di ricostruirlo, facendone tra l'altro un palazzo più moderno rispetto alla struttura medioevale precedente, e decisamente più adatto ad essere abitato. La struttura a questo punto rimase di proprietà di questa famiglia, ma i tempi stavano cambiando, e nel 1785 il castello perse il suo peso politico, le giurisdizioni di Flavon (Castel Flavon, in Valle di Non), Sporo-Rovina e Belfort vennero infatti unificate, e la sede vicariale venne definita nella vecchia casa comunale di Spormaggiore. Agli inizi del 1900 le suddette giurisdizioni cessarono di fatto. La proprietà delle rovine di Castel Belfort è rimasta alla famiglia dei conti Saracini fino ai primi anni 90, quando il comune di Spormaggiore ha acquistato il castello. L'appartenenza, nel corso dei secoli, a diverse casate nobiliari ispirò alcune leggende che alimentarono l’alone di mistero permeante tra questi ruderi: si narra che ai piedi del muro di cinta sia sepolto un tesoro e che tra le pareti diroccate si aggiri il fantasma di un castellano geloso. La storia è quella di Cristoforo Reifer che regnò queste terre verso la metà del Quattrocento: pare che il Conte soffrisse di attacchi di pazzia e di manie di persecuzione che lo portarono a sospettare in maniera talmente maniacale della fedeltà della sua terza consorte Orsola, da arrivare quasi ad ucciderla. Sarebbe dunque lo spirito tormentato e ancora assettato di vendetta del cavalier Cristoforo, l’angosciante presenza che aleggia sulle rovine del castello, alla ricerca delle prove del tradimento della giovane donna.

Foto: da http://trentinomotoadventure.com e di angelo63 su http://rete.comuni-italiani.it