venerdì 7 novembre 2014

Il castello di sabato 8 novembre






MONTESEGALE (PV) – Castello Gambarana

Noto fin dall'XI secolo, Monteségale era sotto la signoria del Vescovo di Tortona, e fu sottoposto al dominio pavese nel 1219 da Federico II (pur continuando, sotto Pavia, la signoria vescovile). Considerata la posizione strategica di collegamento tra Tortona e Piacenza, il Castello fu dotato di una rocca difensiva eretta tra il 1200 e il 1300, potendo ospitare a quel tempo, fino a 200 cavalieri e 400 fanti. Montesegale fu infeudato ai Conti Palatini di Lomello, del ramo di Gambarana, ricevendo l'investitura congiuntamente da Pavia e dal Vescovo di Tortona, che manteneva quindi un'alta signoria (analogamente a quanto avveniva nelle vicine località Gravanago e Montepicco - fraz. di Fortunago - e a Rocca Susella). La signoria dei Gambarana durò, salvo qualche breve interruzione, fino alla fine del feudalesimo (1797). Unito con il Bobbiese al Regno di Sardegna nel 1743, in base al Trattato di Worms, entrò a far parte poi della Provincia di Bobbio. La fine del marchesato ebbe luogo con l'abolizione del feudalesimo nel 1797. Dal poggio su cui è posto, nonostante le diverse trasformazioni avvenute nel corso degli anni, il castello di Montesegale mostra sempre la sua forma possente e quell'invulnerabilità che lo ha contraddistinto nei secoli. Furono i Gambarana a dare al castello l’impianto attuale. L’8 agosto 1164 Federico Barbarossa concedeva a Pavia molti luoghi e castelli della Valle Staffora tra cui Montesegale. Il feudo nel giro di pochi anni passò ai conti Palatini e tra essi poi toccò ai conti Gambarana nel 1311, che presero titolo di Signori di Montesegale. I conti Palatini furono istituiti da Carlo Magno ed ebbero molti privilegi ed onorificenze confermate più volte da diversi imperatori fino a Carlo V. Nel 1412 Facino Cane assediò Pavia e confermò ai Gambarana il feudo di Montesegale. La guerra tra Facino Cane e Filippo Maria Visconti s’inasprì e tre anni più tardi Francesco Bussone detto il Carmagnola riuscì a recuperare tutte le città che si erano ribellate sotto il governo di Giovanni Maria. Nel mese di settembre del 1415 il castello di Montesegale era stato in gran parte distrutto dal Carmagnola ed i militari che lo presidiavano, oltre ai Conti Gambarana, furono condotti prigionieri a Voghera e Pavia, perché i Signori di Montesegale non volevano essere sottoposti al Duca di Milano Filippo Maria Visconti. Nel 1416 il Duca ritolse il castello di Montesegale confiscandone i beni e donandoli o vendendoli a diverse persone. Oltre ai tristi episodi bellici, il castello fu anche teatro di vicende amorose: attorno al 1400 Beatrice di Tenda, vedova di Facino Cane, fuggì dal secondo marito (sempre il Duca Filippo Maria Visconti, che aveva provveduto alla ricostruzione del maniero) rifugiandosi a Montesegale. Tuttavia, venne raggiunta e decapitata. Nel corso del ’600 pesanti adattamenti strutturali lo trasformarono in una residenza signorile. Il 4 luglio 1432 Paolo Serratico ebbe i feudi di Montesegale e Pizzocorno. Il 22 aprile 1451 il conte Palatino Ottino Gambarana, figlio di Guido ed erede dei suoi congiunti, ottenne dal duca Sforza il ripristino degli antichi onori e il possesso dei beni di cui godevano gli altri Gambarana. Tra questi il feudo di Montesegale. Negli anni a seguire in più occasioni i vescovi di Tortona confermarono ai conti Gambarana il feudo di Montesegale che passò da Andrea a Ludovico e Angelo Marco Gambarana. Il 30 agosto 1646 fu investito del feudo il conte Gerolamo Gambarana. Oggi il castello è di proprietà della famiglia Jannuzzelli, che lo acquistò nel 1971, lo restaurò profondamente e ne fece un luogo di abitazione e di manifestazioni culturali. Dalla piazzetta dedicata ai caduti di Nassiriya, sede del Comune di Montesegale, sulla destra si stacca la strada che, costeggiando le antiche mura del castello, salgono sino a raggiungere l’ingresso principale del maniero. Nel recinto fortificato, di cui sono rimasti alcuni bastioni merlati restaurati di recente, si ergono diversi edifici semicadenti. A destra si trova il bell'Oratorio dedicato a Sant'Andrea, che, stando alla leggenda, sarebbe infestato dai fantasmi dei valligiani morti per i soprusi dei Conti. Al castello si accede tramite un portone con fronticino a mensolette intonacato. Entrati tra le mura si apre il cortile rustico, che mette ben in risalto gli edifici in mattone e pietra a vista dell’ala più antica, al cui interno si trova un arco acuto in pietra levigata di buona fattura. Tali edifici si trovano prospicienti ad un’altra salita che conduce alla spianata superiore, delimitata da un muro di cinta con merlatura che fu riedificata nel 1900 da Agostino Gambarotta. Sul lato destro si apre un portoncino che immette al cortile nobile o padronale, affiancato da un’epigrafe latina che reca scritto: “Fiat pax in virtute tua et habondantia in turribus tuis”. L’interno si presenta con un bel porticato a colonne poligonali e pavimento in cotto sistemato a spina di pesce, dal quale si accede al grande salone a volta dove spicca la grande caminata in pietra arenaria che fu fatta costruire nel 1906 da Giacomo Cavanna in sostituzione di un più antico camino di minor pregio. Oltre a questo si trovano anche un caratteristico pozzo (che presenta un curioso cappello-pinnacolo, che fa da cariatide all'architrave di una delle campate del porticato esistente, sostenuto da colonne a base ottagonale), locali più o meno antichi e scantinati con archivolti. Rifacendoci al libro Il Pavese montano scritto da Filippo Mancinelli nel 1922, si evince che “all’interno del castello vi si entrava attraverso una porta del XVIII secolo” e che “in un locale interno, su di un camino, era scolpito lo stemma con l’arma dei Gambarana”. All’esterno del castello si trova la ghiacciaia utilizzata per conservare gli alimenti: ancora oggi è in ottimo stato. In un secondo cortile si conserva un portale arcuato con ghiera di mattoni nudi alternati a scacchetti di intonaco. Il maniero fu eretto dai Gambarana in tempi diversi. La parte più antica è quella posta a mezzodì; fu ampliato dagli stessi feudatari nel XIV secolo. La fortezza è situata sulla sinistra orografica del torrente Ardivestra su di un cucuzzolo a piano inclinato da est a ovest, a 426 metri sul livello del mare. Il manufatto più antico fu restaurato dal conte senatore Andrea Gambarana di Langosco nel XVII secolo. Oggi, all'interno del castello, oltre all'abitazione privata, in tre splendide sale, nel 1975 è stato allestito il Museo di Arte Contemporanea. Il museo fu inaugurato con una mostra di Orfeo Tamburi che venne presentata da Giovanni Testori, Raffaele Degrada e Alberico Sala. L’attività del museo prevede l’organizzazione di diversi eventi durante tutto il periodo dell’anno ed in particolare in estate. Qui vengono inoltre organizzate mostre di artisti contemporanei. Nel corso degli anni sono state esposte opere di importanti artisti tra cui: Ernesto Treccani, Maria Luisa Simone, Roberto Crippa, Paola Grott, Luisa Pagano, Dino Grassi, e poi Francesco Del Drago, Giovanni Frangi, Boris Mardesic, Julian Schnabel e altri ancora. Il museo guarda anche al futuro dell’arte e grazie alla ristrutturazione di immobili sono stati costruiti sei alloggi per giovani promesse: artisti che avranno la possibilità di creare qui le proprie opere. Altri link: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00188/, http://www.miapavia.it/risorse/monumenti/scheda.cfm?IdMonumento=95.
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.comune.montesegale.pv.it/il-castello, http://www.borghiautenticiditalia.it/bai/comune-di-montesegale-pv/, http://www.oltrepopavese.com/arte/castelli.html,
Foto: di Terensky su http://www.panoramio.com e di Flavio Chiesa su http://www.flaviochiesa.it

I castelli di venerdì 7 novembre







CASTROCARO TERME E TERRA DEL SOLE (FC) – Castello del Governatore e Castello del Capitano dell’Artiglieria

L'8 dicembre 1564, giorno dell'Immacolata Concezione, nel territorio “ultimo“ del Granducato di Toscana in Romagna, venne celebrato un importante rituale liturgico con lo scopo di accompagnare e benedire la fondazione della città fortezza di Terra del Sole: sarebbe sorta in un luogo che per natura pareva ostile ad un insediamento urbano (qui il fiume Montone creava frequenti alluvioni) e di difficile gestione amministrativa (qui vigeva la legge del banditismo). La prima pietra fu posata da Antonio Giannotti, vescovo di Forlì. Durante il rito si manifestò un avvenimento meteorologico particolare: dopo giorni di nebbia fittissima, mentre si celebrava la messa, il cielo si aprì ed il sole illuminò il luogo in cui si sarebbe costruita la città, per richiudersi a cerimonia conclusa. Questo episodio fu interpretato come segno di augurio e contribuì grandemente ad avvolgere la nascita di Terra del Sole in un'aura di leggenda ed a rafforzare l'identificazione tra la figura di Cosimo I de' Medici e la simbologia del sole, segno di quell'ordine e di quella razionalità che l'etimo del nome proprio del Duca intendeva celebrare. Terra del Sole fu voluta da Cosimo I, primo Granduca di Toscana (1519-1574), figlio del Capitano di ventura Giovanni dalle Bande Nere, nato da Caterina Sforza, Signora di Forlì, sposata in terze nozze con Giovanni de' Medici detto "Il Popolano". Fu lo stesso Granduca, recatosi in questi estremi confini del suo Stato, a "designare" il luogo della nuova città fortezza e ad assegnarle il nome. Già in data 1º febbraio 1564 si preoccupava di far misurare e stimare i terreni "interpresi nella nuova fabbrica della Terra del Sole". Il computo, in misure romagnole, fu di "tornature 44, pertiche 2, piedi 7". In una memoria olografa del Capitano di Castrocaro Corbizio II Corbizi si trova registrato un preciso atto di nascita della nuova città fortezza: "Ricordo come alli 8 di decembre 1564 si cominciò a fabbricare la nova Terra dl Sole con processione e messa solenne in detto loco sendo Comissario Geri Resaliti". La decisione di costruire ex novo una città fortificata nell'enclave romagnola rientrava in una precisa politica di difesa dei confini del Granducato di Toscana. Terra del Sole, secondo le intenzioni di Cosimo I sarebbe dovuta diventare la nuova sede prestigiosa degli “uffizi” medicei nella Romagna Toscana, una struttura urbana che doveva assolvere a funzioni amministrative, giudiziarie, militari, religiose e commerciali. Il Granduca nell'ideare la costruzione del nuovo insediamento romagnolo si avvalse della sua esperienza di soldato e di principe. Cosimo I conosceva la storia dell'ingegneria militare, sapeva del castrum romano ed apprezzava i modelli di fortezza bastionata, distingueva le strutture belliche studiate per le balestre e l'arma bianca da quelle dove la difesa e l'offesa si fondavano sull'artiglieria. Per questo, Baldassarre Lanci, Giovanni Camerini, Bernardo Buontalenti e Simone Genga, artisti e architetti di fiducia della Corte di Cosimo I, eseguirono gli ordini del Principe. "Terra del Sole può essere considerata con Palmanova come la più compiuta espressione della nuova modellistica urbana che si impone in Italia nel cinquecento, per diretta influenza delle teorizzazioni e delle concrete esperienze degli ingegneri militari". A Terra del Sole le fortificazioni furono adeguate ai tempi e alle nuove tecniche militari. Così come per le altre fortezze (San Piero a Sieve, Empoli, Cortona, Montecarlo ai confini della Repubblica di Lucca; Portoferraio nell'Isola d'Elba e Sasso di Simone nel Montefeltro) volute da Cosimo I de' Medici, invece di lunghe cortine e torri, negli angoli si costruirono quattro bastioni muniti di orecchioni per proteggere, con le bocche da fuoco poste nelle cannoniere, le scarpe delle cortine costruite in terra battuta armata con palificate e rivestite di laterizio. Le porte di Terra del Sole, quella «fiorentina» e quella «romana», furono fortificate in maniera analoga a quanto era stato realizzato nelle «terre nuove» del XIV secolo. Nel mese di giugno del 1579, benché restassero da compiere non pochi lavori di rifinitura, la città era quasi terminata nelle sue parti principali: nelle mura munite dei quattro baluardi, nei Castelli sopra le due porte, nel Palazzo del Provveditore e nel Palazzo dei Commissari con il suo imponente e differenziato insieme di carceri e segrete. Nel 1579 la nuova «terra» di Cosimo I fu eletta capitale della Provincia della Romagna Fiorentina e il primo Commissario di Terra del Sole, Antonio Dazzi, fece trasferire il Bargello, il Giudice e la Corte civile e criminale, il Cancelliere e il maestro di scuola dalla vicina Castrocaro. Terra del Sole divenne sede di mercato per esercitare una vera e propria forma di controllo sulla copiosa produzione agricola del territorio romagnolo. Oltre all'approvvigionamento di grano il mercato di Terra del Sole garantì anche quello del sale che proveniva dalla vicina Cervia. Il Granduca, sempre preoccupato per l'incombente spettro della carestia, per ovviare alle carenze di grano della Toscana, ne fece incetta nella fertile Romagna: l'alimento che in tempo di carestia poteva essere assimilato ad un vero e proprio bene prezioso, non trovò custodia più sicura che all'interno delle mura di un deposito fortificato quale la città di Terra del Sole, trasformata all'occorrenza in un enorme granaio dello Stato mediceo. Fra il 1772 e il 1783 Pietro Leopoldo di Toscana attuò una serie di riforme di riorganizzazione statale che si risolsero con operazioni di fusione di entità amministrative minori di origine medioevale e di raggruppamento alle comunità più grandi, che corrispondono ai comuni odierni. La fortezza fu disarmata nel 1772 e, nel 1848, con l'istituzione del circondario di Rocca San Casciano, convalidato anche dopo l’unificazione, i "vecchi" poteri amministrativi persero di efficacia giuridica e Terra del Sole venne privata delle sue funzioni originarie di città fortificata e di capoluogo territoriale. Terra del Sole, assieme agli altri Comuni della "Romagna-toscana, rimase sotto l'amministrazione provinciale di Firenze fino al 1924 quando, con Regio Decreto del 4 marzo 1923 venne aggregata alla provincia di Forlì. Nel quadro delle fortificazioni cosimiane Terra del Sole ha tratti fortemente specifici. Fu pensata non solo come fortezza ma anche come minuscola “città”: simbolo, fin a partire dal nome, così evidentemente legato al mito solare ricorrente nell'ideologia del Principato e luogo concreto della sovranità ducale, eretto la dove questa aveva termine, nella pianura pontificia dominata da un centro cittadino ben più antico e più reale, quello di Forlì, e sintesi del granducato di Toscana in terra romagnola. Terra del Sole è stata dichiarata centro storico di “notevole interesse pubblico” da un Decreto Ministeriale del 1965, tutelandone la conservazione con un vincolo ambientale. Adesso, purtroppo, Terra del Sole è rovinata da numerose case sorte nel dopoguerra e dalla strada che taglia in due parti distinte la struttura fortificata. Le mura, alte circa 13 metri, cingono la cittadella sviluppandosi su pianta rettangolare per 2 chilometri e 87 metri: ai quattro angoli i bastioni di Sant’Andrea, S. Martino, Santa Reparata, Santa Maria, formano un rettangolo con quattro bastioni ai vertici muniti di fianchi ritirati per il tiro radente incrociato di difesa delle cortine. Sui due lati brevi si aprono le porte della città: una verso Forlì e l'altra in direzione di Castrocaro, solo da quest'ultima era consentito l'accesso alla fortezza attraverso un complesso sistema che superava un ampio fossato con un ponte ad arcatelle, al quinto arco vi era un ponte levatoio di legno dotato di un meccanismo di sollevamento ed un cancello di ferro permetteva la chiusura notturna della Porta. Attorno alle mura fu lasciato un fossato, a spianata, di circa quaranta metri di profondità con un accenno di controscarpa, tuttora leggibile tra le coltivazioni che hanno gradualmente occupato l'invaso, ma le opere esterne di completamento al sistema difensivo del fronte bastionato, non furono mai eseguite nella forma e nella successione che la elaboratissima tecnica del tempo suggeriva. I Bastioni a monte denominati di Santa Maria, in direzione di Faenza, e di Santa Reparata, in direzione dell'antica Pieve omonima a sud-ovest, costituiscono i blocchi di difesa più complessi dell'intera fortezza con un doppio sistema di casematte per fianco di cui la superiore è parzialmente scoperta per lo smaltimento dei fumi delle artiglierie. Gallerie e rampe voltate a botte, mettono in comunicazione le casematte e le piazze basse, a due, a due tra loro e queste con l'esterno. Nel Bastione di Santa Reparata si conservano le due casematte inferiori mentre le piazze basse superiori, dopo la smilitarizzazione della fortezza avvenuta nel 1772, private del terrapieno a causa delle continue arature, sarebbero crollate per collasso strutturale. I Bastioni di San Martino, a nord-est, e di Sant'Andrea, a sud-est, differiscono dai precedenti per la forma degli orecchioni di lato al corso del fiume Montone, che non sono come gli omologhi, rettilinei e con protezione lineare del fianco, bensì stondati per consentire di battere la faccia esterna del Bastione opposto fino al suo saliente. In questi due Bastioni il sistema di difesa per fianchi ritirati è al livello superiore, di tipo "semplificato", abbiamo, infatti, delle troniere a cui si accede liberamente dal terrapieno, mentre al livello inferiore, sono visibili esternamente delle feritoie, in parte interrate, che presuppongono la presenza di casematte di cui è scomparso l'accesso. Sui vertici esterni degli orecchioni, sui quattro salienti dei Bastioni, a metà delle cortine sul loro lato lungo e sul cavaliere di Porta Fiorentina sono distribuite delle garitte utilizzate come posti protetti di guardia e di osservazione. Quelle di vertice, più grandi e poligonali, poggiano su beccatelli di pietra mentre quelle laterali sviluppano su belle mensole in muratura a scalare. Entro il perimetro delle mura (2 km e 87 m) si sviluppa l'insediamento simmetrico comprendente quattro isolati. Due Borghi, Romano e Fiorentino, l'attraversano da Porta a Porta, secondo il decumano, affiancati da quattro Borghi minori. Due similari angolati Castelli, detti "del Capitano delle Artiglierie" e "del Governatore" fanno da pittoresco sfondo. Il tutto è raccordato dalla vasta Piazza d'Armi, dove si affacciano edifici monumentali: la chiesa di Santa Reparata, il palazzo dei Commissari o Pretorio, quello dei Provveditori, quello della Provincia (Cancelleria) ed altri palazzi padronali. I castelli del Capitano delle Artiglierie e del Governatore, simili nelle linee architettoniche, sovrastano la Porta Fiorentina e la Porta Romana, un tempo unici accessi alla città fortificata, con impianto angolato e stellare. Entrambi, sopra la tettoia o loggia del Quartiere, avevano un campanile a vela in cotto, con arco e volute, per il “campanon dell’Armi” (una grossa campana che veniva suonata alla chiusura ed apertura delle due Porte e in caso di emergenza) e sono coronati da un ballatoio ad archetti pensili per la ronda della sentinella. Nel caso che un eventuale nemico avesse forzato le due Porte, ulteriori difese erano approntate dalle feritoie collocate con varie angolature negli spigoli dei due "forti stellati" e delle case a schiera prospicienti i due accessi, situati appositamente non in asse ai due Borghi, ma di fianco e con un percorso in salita tortuoso e sterzato.


Il Castello del Governatore o del Capitano della Piazza - La rocchetta di Porta Romana comprendeva il quartiere del Capitano (dopo il disarmo del 1772 divenne il Quartiere del Doganiere e Dogana, qui trasferita dai " Confini "), la galleria di attraversamento per le artiglierie, il Corpo di Guardia “di giorno e di notte”, il Corpo di Guardia di Sosta e il Magazzino del Salnitro, delle palle da cannone e dei cavalletti da spingarde. L’ingresso alla Porta avveniva mediante un ponte levatoio che, alzato mediante due occhioni passacatena, ostruiva la porta, dalla saracinesca e dalle caditoie o piombatoi. E’ di proprietà pubblica e ospita nell’ammezzato l’Archivio Storico Comunale, ricco di oltre 2.000 filze di importanti documenti relativi alla Provincia della Romagna Toscana e al piano nobile la sede dell’Ente Palio e dei gruppi Storici, (Contrada di Borgo Romano, Gruppo Sbandieratori Musici e Uomini d’Arme, Compagnia Balestrieri ) della Scuola di Musica G. Rossini, il corpo Bandistico Comunale, il Gruppo del Fuoco e il Gruppo Corale.

Il Castello del Capitano delle Artiglierie - La Porta Fiorentina (volta verso Firenze), sovrastata dal “forte stellato”, era difesa da un ponte levatoio posto a metà del ponticello ad arcate in cotto, da una robusta porta ferrata, dalla saracinesca e dalle caditoie. Il castello comprendeva il quartiere del Capitano con soffitti lignei dipinti( 1587), l’armeria( deposito, con officina, di armi leggere: archibugi, picche, alabarde, spade, corsaletti), la galleria di attraversamento sovrastante la Porta (che consentiva alla guarnigione di spostarsi da un bastione all’altro senza attraversare il Castello), il Corpo di Guardia di giorno (sotto la porta) e quello di notte (nel vaso sopra la porta), il Corpo di Guardia di Sosta ovvero l’androne con volta a padiglione alto 14.60 mt con a lato le prigioni militari. E’ di proprietà privata. Nato come struttura militare si offre oggi ai visitatori con i suoi saloni dai soffitti lignei a cassettoni o arricchiti da affreschi di Felice Giani, e con le cantine Medicee e l’osteria dove tra gli alambicchi in rame di fine settecento si possono gustare le specialità eno-gastronomiche tosco-romagnole. Le gallerie dove vi erano i posti di guardia i depositi del sale e la vecchia peschiera, oggi vengono utilizzate per eventi, conferenze e convegni, mentre dal grande terrazzo che domina un parco pensile di un ettaro, ieri spazio di manovra e oggi rifugio dei frutti dimenticati, i fortunati ospiti dell’unica suite possono godere la luna piena che illumina le colline verso Firenze. Vi sono tre diversi ambienti che erano destinati al corpo di guardia: il primo,sotto la porta, per il corpo di guardia di giorno; il secondo in un ambiente al di sopra della porta per il corpo di guardia di notte e, infine, il terzo nell’androne per il corpo di guardia di sosta. Qui i soldati sostavano per dare il cambio a quelli di guardia alla porta. A lato di questo padiglione (alto 14,90 mt) vi sono le prigioni militari ancora oggi si possono vedere i segni fatti dai prigionieri. Il castello, di 4000 mq, è circondato da un parco pensile, di 10000 mq, dove si può ammirare anche un giardino di "frutti antichi".
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.stradavinisaporifc.it/soci/111/pro_loco_terra_del_sole, http://www.castellocapitano.com/w/about-us/, http://www.residenzedepoca.it, http://www.visitcastrocaro.it, http://www.terradelsole.org/pianta_citta.aspx, http://www.turismoforlivese.it
Foto: due cartoline della mia collezione (dall'alto verso il basso il Castello del Capitano delle Artiglierie e quello del Governatore), mentre la terza è una vista dall'alto della città fortificata (da http://it.wikipedia.org/wiki/Terra_del_Sole)

giovedì 6 novembre 2014

Il castello di giovedì 6 novembre






MILITELLO VAL DI CATANIA (CT) - Castello Barresi-Branciforte

L'origine del castrum va collegata alla difesa dell'abitato trogloditico, probabilmente di eta arabo-normanna, denominato "Terra vecchia" ed occupante le pendici di uno sperone (m 400 s.l.m.) delimitato da due ripide "cave" tra loro confluenti: quella di Santa Maria la Vecchia, a nord, e quella di Santa Barbara, ad est e sud. Pur non essendovi prove sull'esistenza di un castrum già in periodo altomcdievale, si può ipotizzare l'esistenza almeno di un fossato di sbarramento, a protezione del lato occidentale dello sperone, privo di difese naturali (Messina 1994, p. 111). L'abitato di Militello, tuttavia, è ignorato da Idrisi e non è menzionato prima degli inizi del XII secolo. Gli abitanti, quando abbandonarono le grotte e vollero costruire in muratura le loro abitazioni, dovettero farlo, per la conformazione del terreno, sul declivio sovrastante il castello da ovest, così da restare vanificata la sua funzione difensiva. Comunque, per quel che si conosce, si deve ritenere che a partire dal XVI secolo il castello non fu altro che una residenza baronale, con conseguente adattamento dell'edificio a questo ruolo. Quel che rimane dell'edificio si trova compreso tra via del Castello, ad ovest ed a nord, e via Pernice, a sud. Probabilmente eretta nei primi decenni del XIV secolo da Abbone de Barresio sul modello dei castelli svevi, la fortezza aveva pianta quadrata (circa 33 metri per lato) e possedeva un cortile interno; da ognuno dei quattro angoli esterni sporgeva una torre cilindrica, mentre un torrione quadrangolare, adibito ad abitazione, s'innalzava al centro di uno dei suoi lati (al riguardo le fonti riferiscono, forse erroneamente, che era dalla parte di ponente). Sebbene di dimensioni più piccole, il maniero ricordava nell'impianto i castelli Maniace di Siracusa e Ursino di Catania. Subì diversi rifacimenti, specie a seguito del terremoto del 1542. Gli ultimi significativi interventi si devono al principe Francesco Branciforte (primo ventennio del '600), che smantellò il mastio per costruire una nuova ala a Sud, con funzione abitativa e rappresentativa, in linea con l'edilizia aristocratica del tempo. Gravemente danneggiato dal terremoto del 1693 e ulteriormente compromesso dall'azione del tempo e dall'aggressione degli uomini, di esso rimangono soltanto pochi elementi, che testimoniano le diverse fasi costruttive.
Fase dei secc. XIV-XV - Del lato occidentale si conserva: - la metà occidentale della torre angolare di sud-ovest (D), visibile da via porta della Terra. La costruzione (diam. m 5,20 alla base), non intonacata, è costruita con blocchetti di lava (pochi quelli di calcare bianco), cementati con malta contenente cocci e ciottoli; nove strati di malta e grossi frammenti di tegole, equidistanti m 0,80 l'uno dall'altro, dividevano la superficie in fasce. La torre era dotata di una scarpa (alt. m 1,45) appena accennata, evidenziata alla sommita mediante una cornice liscia, non aggettante, di blocchetti bianchi. Un'ampia finestra rettangolare nel terzo superiore e la parte ad essa sovrastante non appartengono alla fase originaria. Del lato settentrionale restano: - buona parte (un terzo, in larghezza ed in altezza) della torre angolare di nord-est, squarciata alla base da una apertura (A);
- metà del muro esterno (a partire dalla suddetta torre), il quale, in corrispondenza del centro, si eleva in un alto e stretto rudere di muraglione (alt. complessiva m 20 ca.), evidentemente parte di un torrione non aggettante (B). Lungo il muro (in cui si intravede un finestrone ad arco a tutto sesto), sporgevano, a m 15 ca. dal suolo e regolarmente intervallati, dei mensoloni, certamente non facenti parte dell'edificio originario; ne sono visibili cinque, di cui tre alla base del muraglione del presunto torrione centrale. Su quest'ultimo ci si deve basare sulla descrizione di Baccelli "... e nella parte di Ponente [?] si vedea una gran torre, dove era l'abitazione; di dentro nella torre vi era al primo ordine una cisterna, come oggi si vede, e poi si veniva al secondo ordine per una scala a lumaca tra il muro, il quale era di grossezza piu di sedici palmi, e tal grossezza si scorge, e considera dal fraccamento del muro di detta torre verso Levante. Per la scala a lumaca si veniva in una sala, e appartamenti di camere, e cosi nel terzo e quarto ordine vi erano stanze , dove si abitava, e per ultimo con la stessa scala a lumaca si veniva ad uno scoverto, per quanto era tutta la torre, poiche tutte le stanze erano a volta indammusate. Questa torre cascò tutta, restando solo il muro della faccia di levante, che dava tra il baglio, dentro della quale era detta scala a lumaca; cascò, dico, per causa del gran terremoto dell'anno 1542",
Fase del sec. XVII: - dentro l'area in cui doveva essere il primo cortile (non più esistente), probabilmente in corrispondenza dell'angolo nord-orientale, pesante costruzione a parete inclinata (C), che può essere interpretata o come scarpa di torrione o come contrafforte a sostegno di muri pericolanti.
- Immediatamente a sud della torre di sud-ovest, vi è l'ingresso principale, la cosiddetta "Porta della Terra" (E). E' fiancheggiato da due lesene a bugnato e coperto da volta a botte, il tutto in blocchi bianchi (largh. m 3,05 all'esterno e m 3,85 all'interno; lungh. m 14). Al di sopra della volta non vi sono costruzioni, ma si arguisce che la larghezza della fabbrica racchiudente il nuovo cortile doveva essere pari alla lunghezza della porta. Nella via Pernice, in corrispondenza dell'angolo sud occidentale dell'ampliamento del 1607, vi è un contrafforte d'angolo che per la struttura richiama la costruzione di cui sopra. Detto contrafforte, con parete a piombo nel lato occidentale, in quello meridionale presenta un basamento rettangolare, (lungh. m 8,50; alt. m 1,80) su cui s'imposta la parete inclinata, alta m 8 ca., al termine della quale vi è una fila di mensoloni, non si capisce se originari. I cantonali sono di pietra bianca, mentre il resto è in pietrame cementato con malta grigiastra. La fronte è divisa in fasce da tre cornici bianche, piatte, non sporgenti e regolarmente intervallate a partire dal basamento. Una finestra con arco a tutto sesto, anch'essa incorniciata in bianco, si apre nella fascia superiore.
- Il ninfeo di Zizza (F) al centro del lato orientale del cortile recente celebra il mito di Zizza e Lembasi, pastorelli trasformati una in fonte, l'altra in torrente, trattato da Pietro Carrera nelle sue Chorographia Militelliana (1600) e Zizza (1623) (cfr. Branciforti 1995, pp. 106 e 118). Detta fontana, d'intonazione rinascimentale, ma già con accenni barocchi, è costituita da un fondale in muratura (lungh. m 8,25; alt. m 5), delimitato da due lesene, colorato in rosso e bordato da una bianca cornice piatta, decorata con duplice meandro ad onda inciso. La parete s'innalza a gradoni (due), sormontati da pinnacoli, e culmina con due volute, affrontate a guisa di piccolo timpano ed affiancate da due mazzi di foglie fuoriuscenti da un vaso, il tutto in pietra. Al centro del fondale spicca l'edicola formata da un bassorilievo marmoreo (m 0,80 x 0,80), tra due colonne ioniche sostenenti un architrave con fregio e sorrette a loro volta da una mensola rivestita di foglie.
II bassorilievo, il cui originale è conservato dal 1995 presso il locale museo San Nicolò, rappresenta, entro una nicchia sormontata da architrave dentellato, Zizza, a mezzo busto, acconciata alla greca, che con la destra accenna al cartiglio in alto dove è scritto "NON SINE TEMPERANCIA", mentre quello di sotto è d'incerta lettura ("QUI SITIS PARCE MENTIRI" [ ?]). Caratterizzano la naiade due docce, al posto dei capezzoli, che versano in un catino baccellato 1'acqua, che viene da qui convogliata in una doccia posta nella mensola di sostegno del catino stesso. Ai lati sono due nicchie con volta a conchiglia ospitanti ognuna una protome leonina, dalle cui fauci sgorga 1'acqua, raccolta da due piccole sottostanti vasche semi-circolari in pietra lavica. L'acqua dell'edicola finiva invece in una grande vasca ottagonale ben lavorata (largh. max. m 3,10; alt. m 1,20) di pietra bianca.
Altri link consigliati per un approfondimento:
http://www.militello.info/Palazzi/Castello/MI_Castello.htm, http://www.prolocomilitello.it/Storia%20&%20Cultura/Castello/Castello.htm, oltre a questo video assai interessante: http://www.youtube.com/watch?v=dp9JStxaDKU
Fonti: testo del Dott. Andrea Orlando su http://www.icastelli.it, http://it.wikipedia.org

Foto: una cartolina della mia collezione e da www.meravigliaitaliana.it

mercoledì 5 novembre 2014

Il castello di mercoledì 5 novembre





CALVENZANO (BG) - Castello

L'esistenza di un abitato in età romana è stata provata dal ritrovamento, nel 1878, della lapide funeraria di Gneo Publicio, un tibicen, cioè un suonatore di tibia. Il primo documento in cui si ritrova citato il nome Calvenzano è un atto notarile rogato ad Arzago nel 984 d.C. Un documento di poco posteriore, nel maggio del 990 d.C., attesta che Calvenzano si trovava nella contea di Bergamo. In seguito Calvenzano passò al feudo del Vescovo di Cremona e nel 1186 il castello del borgo fu assegnato da Federico Barbarossa alla alla communitas mediolanensis. Da allora la storia di Calvenzano rientra in quella più generale della Gera d'Adda. Il paese si ribellò contro le autorità milanesi, sfruttando l'occupazione della Geradadda del 1237 da parte di Federico II, nipote del Barbarossa, in guerra contro Milano. Quando Federico II fu sconfitto a Gorgonzola nel 1247, i milanesi tornarono e la zona fu sottoposta (1251) ad una spedizione punitiva. Con questi eventi ebbe inizio una lunga stagione di guerre ed occupazioni fra Milanesi e Veneziani che interessò l'intera regione sino al Risorgimento. Inoltre anche Calvenzano fu interessato dalle lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, come testimoniato dall’esistenza il suo castello. La signoria del paese passò alla famiglia dei Visconti che tuttavia non godevano di particolare autorità nella Geradadda: il Papa mosse contro di loro una crociata, e la zona subì un'occupazione da parte dell'esercito papale (1320). Qualche anno più tardi la famiglia, guidata da Azzone Visconti, si riprese i territori sconfiggendo l’esercito papale in una battaglia presso Vaprio d'Adda. Seguirono numerose battaglie tra i milanesi e la Repubblica di Venezia, con parecchi ribaltamenti di fronte che videro i primi avere la meglio. La supremazia del Ducato di Milano durò fino al 1707 quando subentrarono gli Austriaci. Nel 1796 la Gera d'Adda, e con essa Calvenzano, fu occupata dalle truppe di Napoleone Bonaparte, che proclamò la Repubblica Cisalpina; il paese fu assegnato inizialmente al dipartimento dell'Adda, e quindi a quello del Serio, entrando definitivamente nell'orbita bergamasca. Dopo la caduta di Napoleone, ad ogni modo, l'Austria rioccupò la Lombardia, instaurando il Regno Lombardo-Veneto che durò fino al 1859, anno in cui avvenne l'annessione al Regno d'Italia. Uno dei luoghi maggiormente ricchi di storia a Calvenzano è il castello. Costruito nel corso dell'XI secolo, ha mantenuto poche delle caratteristiche che lo contraddistinguevano e di esso non resta molto, essendo ora inglobato in un opificio. Resta comunque la torre, in buono stato di conservazione.

Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.comune.calvenzano.bg.it/storia_e_cultura.aspx

Foto: una cartolina rintracciata sul web

martedì 4 novembre 2014

Il castello di martedì 4 novembre






SARENTINO (BZ) – Castello Regino (o Reinegg)

Edificato su un pendìo nel lato sinistro del Talvera nel XIII secolo, veglia sopra Sarentino. Il mastio e la cappella risalgono al XIII secolo - la prima menzione è del 1263 (castrum Sarentine) - ma non sono da escludere costruzioni antecedenti. Caratteristica di questo maniero è il fatto che, nella sua conformazione originaria, il palazzo aveva un'unica grande sala, ornata da colonne gotiche. In questa sala si ha notizia di una grande festa per le nozze della figlia del castellano - signore di Velturno - con Alberto di Matsch, nel 1265. Ancora del Duecento è la cappella dedicata a S. Giorgio (St. Georgskapelle) che vanta un affresco del 1250 ca., il più antico della valle. La torre di ingresso merlata riporta gli stemmi della casa d'Austria e dei conti di Tirolo. Dopo i Velturno, il castello cambiò più volte proprietà, così nel 1363 andò quale feudo asburgico al nobile Petermann von Schenna. Nel 1635 fu acquistato da David Wagner di Bolzano, capostipite di una famiglia di commercianti, che dal 1681 si fecero chiamare conti di Sarentino (Grafen von Sarnthein) e risiedevano per di più nel castel Kellerburg a Sarentino stessa. Il castello rimase di proprietà dei conti di Sarentino fino al 1963, quando fu acquistato dalla famiglia Vergerio. Una leggenda è legata alla nascita del castello. Intorno al 370 un esercito barbaro stava saccheggiando e depredando i borghi della zona, e puntava su Sarentino. Gli anziani decisero di stipare la torre di viveri e far rinchiudere la popolazione nel castello. I barbari, misero sotto assedio il castello, ma - nonostante ripetuti tentativi - non riuscirono ad espugnarlo. L'assedio si protrasse: i barbari speravano di prendere il castello per fame. Due anni dopo l'assedio però durava ancora, e gli assedianti (ormai a corto di viveri) sentivano giungere dall'interno del castello rumori di banchetti. L'assedio fu tolto quando gli assediati scaraventarono giù dalle mura un bue arrostito. I barbari deposero le armi e si misero a coltivare i campi dei dintorni, abbandonati da tempo e nel frattempo cominciarono le trattative fra le due parti. La situazione precipitò però quando uno dei barbari scoprì, scavando, la galleria attraverso la quale il castello era stato rifornito durante quei mesi. L'assedio fu immediatamente ripreso e la galleria ostruita. Poche settimane dopo, il castello capitolò, e pochi furono i sopravvissuti. Un fondo di verità alla leggenda è dato dall'esistenza della galleria, che collega il castello ad un maso distante 600 metri, e dal ritrovamento di frecce con la punta in pietra in un fossato ai piedi della torre. Il castello fu per lungo tempo sede del tribunale e della prigione. Nel 1540 vi ebbe luogo un grande processo contro la famosa strega sarentinese "Pachlerzottl" che fu condannata al rogo. Attualmente non è accessibile al pubblico.
Fonti: http://it.wikipedia.org, https://www.flickr.com/photos/giovanni_novara1/4499133639/, http://www.sentres.com/it/sarentino, http://www.suedtirol-it.com/sarentino

Foto: di RUDY33 su http://rete.comuni-italiani.it e da http://www.fotost.eu/sud-dell-alto-adige/val-sarentino/castel-regino.asp

lunedì 3 novembre 2014

Il castello di lunedì 3 novembre






PESCOLANCIANO (IS) - Castello d'Alessandro

È opinione ormai consolidata che il castello sia sorto su un originario sito fortificato sannitico, seppur documenti certi d’archivio evidenziano una presenza fortilizia solo dall’epoca di Alboino, intorno al 573 d.C. Alcuni storici ritengono invece che la costruzione sia posteriore alla suddetta datazione, e cioè risalente all’epoca di Carlo Magno (810 c.a.) o a quella di Corrado il Salico (1024). Alcune testimonianze riferiscono che con la discesa di Federico II il territorio di Pescolanciano era governato da un feudatario, Ruggero di Peschio-Langiano, che ricevette ordine dallo Svevo di rimuovere i Caldora di Carpinone, smantellando il loro castello e di assediare Isernia e quei feudi ostili a re Federico. Tale spedizione fu di sicuro organizzata nel fortilizio allora esistente e da esso prese le mosse nel 1224. Il feudo, confinante col vicino borgo di S.Maria dei Vignali, abbandonato dopo il terremoto del 1456, era attraversato da un importante nodo di comunicazione, che collegava le alte località dell’Appennino centrale abruzzese con quelle costiere del “Tavoliere di Puglia”. Il castello di Pescolanciano, arroccato su uno sperone di roccia ai piedi del monte Totila, sotto il quale si sviluppò il borgo medioevale con le sue mura perimetrali con accessi all’abitato tuttora visibili, assolse a questi compiti di difesa e ospitalità sia sotto i feudatari Carafa che sotto gli Eboli sin dal XIII secolo. I Carafa lo tennero per diverso tempo, dal 1270 fino alla metà del 1500. A loro si deve la costruzione dei piani seminterrati da adibire a cantina e magazzini, del primo piano da destinare ai signori, e del terzo invece per la servitù. Lungo questo piano, inoltre, furono aggiunti i camminamenti per le ronde. Le suddette secolari funzioni del borgo e del suo maniero ricevettero “nuovo impulso” con l’avvento di nuovi feudatari. Il feudo di Vignali e Pescolanciano fu tra il 1576 e il 1579 alienato da Andrea d’Eboli o sua nipote Aurelia a Rita Baldassarre, moglie di Giovanni Francesco d’Alessandro, dell’illustre Casato napoletano del Sedil di Porto che conta tra i suoi ascendenti un Templare Guidone, crociato in Palestina nel 1187, valenti ambasciatori del Regno Angioino e Aragonese, nonché l’illustre giurisperito-umanista del XV secolo, Alessandro d’Alessandro, discepolo del Fidelfo ed autore dei “Dies Geniales”. La baronia di “Pescolangiano” con i suoi feudi rustici limitrofi divenne ducato nel 1654 sotto il sesto barone Fabio Jr.(1628-1676) di Agapito (1595-1655). A questo personaggio si fanno risalire i primi lavori di abbellimento, ampliamento e di consolidamento della struttura fortilizia, che fino ad allora doveva essere stata composta da una torre mastio ed una cilindrica, nonché da un corpo a “bastione” merlato a “scarpa”. Al citato personaggio e suo padre si attribuiscono una serie di interventi di modifica dell’originaria configurazione del castello. L’ingresso, in principio presso la torre mastio lato nord-est, al quale si accedeva probabilmente utilizzando scala retrattile, venne chiuso e riaperto con ponte levatoio, finito nel 1691. Il cortile esterno, precedentemente a gradoni rocciosi, fu fatto spianare in questo periodo e sempre a tale periodo risalgono le costruzioni dette “pertinenze”, tra cui la “guardiola” con il suo balcone seicentesco arabescato. Fu anche costruita una chiesetta gentilizia al centro del fortilizio, i cui lavori di arricchimento con marmi intarsiati, decorazioni a stucco e dipinti vennero ultimati nel 1628. Il luogo sacro, per volere del duca Fabio Jr., ospitò dal 1673 alcune reliquie del corpo del martire cristiano S. Alessandro di Bergamo, pervenute da Roma con bolla papale e celebrate con antico rituale. Il feudo di Pescolanciano acquisì sotto i d’Alessandro un’importanza maggiore sia per l’accresciuta economia agricolo-pastorale sia, per il suo ruolo di sede centrale delle varie circostanti terre acquisite ed amministrate dal Casato, quali Castiglione, Carovilli, Civitanova del Sannio, Sprondasino, Civitavetere. In detto territorio, intorno al 1645, fu avviata ad opera del barone Giovanni (1574-1654), zio di Fabio, un’attività di allevamento di cavalli “saltatori”, razza selezionata per soddisfare particolari richieste di illustri cavalieri del Regno di Napoli, segnando l’inizio di una tradizione ippica-cavalleresca proseguita fino al XIX secolo. Questa attività gestita dalla famiglia divenne poi anche materia di trattati poetici-letterari sotto il terzo duca Gio.Giuseppe d’Alessandro(1656-1715). Il castello divenne, quindi, riferimento culturale di vari personaggi accademici amici del d’Alessandro e continuò ad esserlo con il figlio Ettore (1694-1741), che fece ristampare nel 1723 l’opera del padre “Pietra di Paragone”, ampliata con ulteriori scritti e tavole illustrative, tra le quali varie figure di fisionomie tratte dal libro di Giambattista della Porta. La dimora fortilizia dei d’Alessandro riscosse ulteriore fama e riconoscimenti all’epoca dell’intraprendente iniziativa di produzione di raffinati manufatti in ceramica ad opera del sesto duca Pasquale Maria d’Alessandro (1756-1816). Tra il 1780 ed il 1795 la piccola fabbrica di ceramiche, collocata nelle pertinenze del castello, sfornò prodotti di varie tipologie e materiali (piatti, vasellame, teiere, zuppiere, nonché busti e soggetti neoclassici in biscuit), tanto da poter competere con la regia fabbrica di Capodimonte in Napoli. Maestranze napoletane e venete vi prestarono servizio con proprie rispettive esperienze e professionalità. Una tale audace attività imprenditoriale, rivoluzionaria per la provincia molisana e per la secolare economia feudale del Casato, necessitò di sostegni governativi che, però venendo a mancare, ne segnarono la fine. Dopo un periodo di crisi economica e di impegni finanziari assolti dalla famiglia per restaurare il palazzo gentilizio di via Nardones in Napoli, gravemente danneggiato da un incendio nel 1798, ed il diruto castello, sconquassato dal terremoto del 1805, con gravi danni e perdite di documenti ed oggetti dell’epoca, il sito culturale di Pescolanciano tornò a “nuova luce” sotto la guida dell’ottavo duca Giovanni Maria d’Alessandro (1824-1910), il quale fu determinante per l’opera di completamento dei lavori di restauro del castello in Pescolanciano. Tali interventi si conclusero nel 1849 con sostanziali modifiche di alcune facciate ed ambienti interni, tanto da trasformare l’antica struttura fortificata nell’attuale residenza gentilizia. Il palazzo-castello, di forma pentagonale, sorge sullo sperone di roccia che domina la valle del paese di Pescolanciano (IS). La struttura originaria cinquecentesca si presentava, all’arrivo della baronia dei d’Alessandro, formata da vari corpi fortilizi disgiunti, con una chiesetta ed una torre cilindrica, nonché un fortilizio merlato, cinti da mura. I lavori di ampliamento ed accorpamento del XVII e XVIII secolo, eseguiti dai d’Alessandro, diedero al fortilizio una conformazione più definitiva di maniero posto a difesa del territorio e difficilmente espugnabile, viste le sue finestre a bocca di fuoco (ancora oggi visibili sul lato scarpata e camminamento) e il ponte levatoio o la pietraia a difesa dell’entrata principale. La seicentesca guardiola con le rispettive pertinenze dei magazzini e scuderia furono realizzate insieme allo spianamento e formazione del cortile principale. L’originaria chiesetta rimase in piedi ed attiva fino all’epoca del terremoto, allorquando con i marmi settecenteschi fu ricomposta poi nella piccola cappella esistente nella struttura fortilizia, già dalla data del 1628 (come da portale d’ingresso in marmo), per accogliere alcune reliquie del Santo Martire Alessandro (patrono di Brescia) venerate con antico culto religioso di tradizione templare. Il citato sisma ottocentesco fece crollare anche la parte antistante il ponte levatoio, la quale fu ricostruita nel 1849, trasformando così il castello in dimora gentilizia. Nel castello, che divenne col tempo praticamente una dimora di lusso, fu ospitato anche lo storico tedesco Theodor Mommsen, durante il periodo delle sue ricerche sul popolo sannita e soprattutto sul sito archeologico di Pietrabbondante. Le recenti acquisizioni di taluni appartamenti di proprietà della famiglia d’Alessandro da parte della Provincia d’Isernia e Regione Molise hanno dato corso ad un piano di lavori finalizzati ad un auspicabile recupero strutturale dell’intero immobile, nel rispetto dei principi del restauro conservativo e delle originarie funzionalità degli ambienti interessati, onde garantire al sito monumentale un degno flusso di visitatori. Nel 1996 è stato fondato il Centro Studi d’Alessandro, con il fine di valorizzare il maniero di Pescolanciano nonché le aree monumentali regionali, così come la storia locale e quelle tradizioni socio-religiose molisane ormai in via di estinzione. Ecco altri link consigliati per un approfondimento: http://www.discovermolise.com/castelli/Castello-di-Alessandro-di-Pescolanciano.html, http://www.eleaml.org/sud/borbone/castello.html, http://www.riservamabaltomolise.it/i-nostri-comuni/pescolanciano.html
Fonti: http://www.castit.it/pagine/00home/castellodelmese/pescolanciano.html, http://www.moliseturismo.eu/web/turismo/turismo.nsf/0/985F41319CB9B814C1257540003A8078?OpenDocument
Foto: da http://www.francovalente.it e si Stefano26 su http://rete.comuni-italiani.it

domenica 2 novembre 2014

Il castello di domenica 2 novembre





SESSA AURUNCA (CE) – Castello Ducale

Il sito ove sorge il castello di Sessa probabilmente fin dall'antichità preromana fu adibito a funzioni pubbliche, grazie alla sua preminenza topografica sull'intero territorio e l'insediamento ai suoi piedi. Come pure resta dubbia l'ubicazione, nello stesso sito, del tempio di Ercole in età romana (dal II sec. a. C.). Come per le testimonianze più antiche, anche di queste non restano tracce visibili. Sicuramente un castrum longobardo esisteva nel 963, perché proprio in quella data e nel castello fu rogato, alla presenza del giudice Maraldo, il placito sessano (uno dei più antichi documenti in volgare italiano). Ma, in mancanza di studi specialistici, anche del castello longobardo non è possibile riconoscere né l'impianto né le strutture (uniche testimonianze ancora conservate sono gli archi in laterizio visibili sul lato di via A. Moro). Quello che oggi si vede è sostanzialmente il risultato dell'intervento normanno-svevo. All'edificio si accede dalla piazza Castello, interna al primo recinto difensivo guardato da due porte, l'una direttamente accessibile dal borgo, l'altra, la maggiore, aperta sulla ripida rampa che sale da piazza XX settembre. La cortina compatta del castello è in più punti rafforzata da torri quadrangolari della stessa altezza. La trasformazione in una elegante residenza feudale, probabilmente già avviata sotto Federico II di Svevia e durante il dominio di Filippo d'Angiò - principe di Taranto (straordinaria la loggia del giardino pensile, con tre arcate gotiche su colonne e capitelli antichi) - trovò la sua piena realizzazione grazie a Giovanni Antonio e Marino Marzano, potentissimi ammiragli del Regno e familiari di Alfonso d'Aragona (di cui Marino sposò la figlia naturale, Eleonora). Per la parentela con i regnanti e la qualità delle strutture superstiti, gli interventi al castello (come quelli in Carinola) sono stati ricondotti ai grandi architetti impegnati in Castel Nuovo a Napoli. A questa fase, conclusasi sicuramente prima del 1464 (anno della confisca del feudo in conseguenza della vittoria contro Giovanni d'Angiò, di cui i Marzano furono i fautori), si possono far risalire diversi elementi di gusto durazzesco-catalano: eleganti bifore all'interno e all'esterno al posto delle saettiere, l'attuale portale, costoloni a sezione rettangolare su colonne, un porticato ad archi depressi del cortiletto interno realizzato anche con l'utilizzo di elementi di spoglio, affreschi negli ambienti. Inoltre, si provvedette alla sistemazione dell'atrio e della scalea, come pure del portale (murato) e della contigua meravigliosa corte (con loggiato a due livelli, il primo dei quali su colonne e capitelli antichi). Prodotto di tali vicissitudini, il castello presenta un impianto piuttosto composito e riconducibile ad una pianta quadrangolare irregolare con corte interna, torri quadrate e robusto mastio. La drammatica fine dei Marzano chiuse l'epoca d'oro del castello. Dal 1552 al 1664 i possessi dei Carafa di Stigliano (da cui ereditarono i Guzman di Medina della Torres) e dei Paternò (Giovanni, investito del marchesato nel 1756 trasmise il titolo ai successori fino all'eversione del 1806) lasciarono poche tracce. Ai primi del '600 risale il portale d'ingresso dell'appartamento nobile al primo piano; lo stemma nella stessa sala dovrebbe essere quello dei Guzman, mentre l'affresco del 1693 (sulla lunetta sullo scalone principale) fu commissionato dal governatore regio Andrea Guerrero de Torres, per ricordare i restauri effettuati a seguito del grande terremoto di Cerreto (1688), che danneggiò seriamente il complesso. Di proprietà pubblica dagli inizi dell’800, il castello fu sede del Carcere mandamentale fino al secolo scorso. Caduto in rovina fu restaurato e destinato ad accogliere alcune scuole dopodiché gli furono attribuite altre funzioni pubbliche. Oggi, oltre ad ospitare una biblioteca e sale per eventi, ospita il Museo Civico archeologico, che espone reperti provenienti dal territorio sessano.  
Foto: di Vincenzo Lerro su www.flickr.com e di Augusto Giammatteo su http://rete.comuni-italiani.it