venerdì 21 novembre 2014

Il castello di sabato 22 novembre






TAVIANO (LE) – Palazzo Marchesale De Franchis

Fonti storiche certe si hanno a partire dal periodo normanno, quando nel 1190 Tancredi d’Altavilla infeudò Taviano al capitano Ottavio Foggetta, sotto il cui governo, e nel XII secolo, ospitò i Calogeri Basiliani che bonificarono vaste aree di terreno e fondarono nel secolo successivo la scomparsa Abbazia di Santa Maria del Civo. Nel 1301, il feudo di Taviano fu tolto ad Ottone Foggetta e concesso dagli Angioini a Ugone Del Balzo. Successivamente la Regina di Napoli Giovanna I d’Angiò, incorporò il feudo nel Principato di Taranto, il quale fu donato a Raimondello Orsini Del Balzo. Nel 1463, con la morte del figlio di Raimondello, Giovanni Antonio, Taviano cadde nel Regio Fisco e fu acquistato nuovamente dai Foggetta, che ne rimasero proprietari fino al 1599. Nel 1604 passò a Jacopo De Franchis, il quale ottenne il titolo di marchese nel 1612. Con il successore Giovan Battista, nel 1614, il casale di Melissano fu acquistato e aggregato a Taviano. Nel 1719, estintisi gli eredi della famiglia, i feudi di Taviano e Melissano passarono sotto il controllo dei Caracciolo che ne mantennero il possesso fino al 1806, data di soppressione della feudalità. Il Palazzo Marchesale De Franchis, considerato il fiore all’occhiello del centro storico tavianese, risale agli inizi del XVII secolo, periodo in cui il feudo di Taviano venne acquistato da Jacopo De Franchis. L’edificio sorge nella parte più antica del paese e prospetta sull’attuale piazza del Popolo e su via Nizza. Ai sensi della legge n. 1089 del 1939, è stato dichiarato bene di particolare interesse storico e, come tale, soggetto a tutte le disposizioni di tutela contenute nella stessa legge. In origine, al posto dell'attuale edificio doveva sorgere un altro palazzo, forse un castello. Il prospetto è scandito da finestre con balconi e sul portale d'accesso vi è lo stemma della famiglia De Franchis. L'interno si articola su due piani; il primo piano era chiaramente la residenza nobiliare mentre il piano terra ospitava le stalle e gli ambienti per le attività produttive. Ci sono inoltre dei piani ammezzati, utilizzati come granai e depositi alimentari. Negli anni '60 l'edificio è stato anche la sede della scuola elementare. Ma la proprietà privata dello stesso ne impediva il recupero e la sua rinascita. E' così che nel lontano 1993, sotto l'amministrazione di Lorenzo Ria, si incominciò a discutere in paese e nei piani alti della politica cittadina dell'idea di acquistare il palazzo da parte del comune, per metterlo a disposizione della città. Il 21 dicembre del 1993 il Consiglio comunale approvò il Piano triennale delle Opere Pubbliche 1994-1996 che prevedeva, fra le altre cose, l'acquisizione e il restauro del palazzo marchesale, da destinare successivamente a centro socio-culturale. Con delibera n. 55 del 31 gennaio 1996, l'amministrazione acquisiva un Progetto preliminare redatto dall'arch. Massimo Evangelista finalizzato allo stesso scopo. Nel settembre 1999 il castello marchesale veniva acquisito dal Comune di Taviano, mentre nell'aprile del 2001 veniva approvato il Progetto Generale definitivo per il relativo restauro e recupero funzionale. Da allora, tutte le Amministrazioni comunali di questa città si sono interessate al recupero del Palazzo, e a tale scopo sono stati intercettati e richiesti finanziamenti specifici. Con l'amministrazione Longo arrivò il primo miliardo di lire, e con quella Tanisi un milione di euro. D'Argento ha dato il via ai lavori ed ha inserito il completo recupero del Palazzo marchesale sia nel piano triennale delle opere pubbliche 2006-2008, sia in quello 2008-2010. Finora, dunque, il castello marchesale "De Franchis" è stato interessato da due distinti lotti di restauro e recupero funzionale. Il primo (finanziato dalla legge 222/1985) ha consentito la realizzazione di opere di consolidamento statico ed altri lavori edili di carattere generale che hanno consentito di arrestare il degrado strutturale dell'edificio. Con lo stesso intervento sono stati demoliti tutti gli intonaci, interni ed esterni, ad eccezione di quelli relativi alle facciate esterne poste su piazza del Popolo e su via Nizza; inoltre sono state realizzate le pavimentazioni di tutte le terrazze di copertura. Con il secondo progetto, dell'importo complessivo di 1.000.000,00 di euro (finanziato con fondi POR Puglia 2000-2006), è stato possibile rendere completamente fruibile il piano terra dell'immobile ed utilizzabile per attività culturali (sale polifunzionali per congressi, conferenze e dibattiti) e per la sistemazione di idonei ambienti per mostre ed esposizioni. Con la cerimonia del 19 giugno 2008, alla presenza di un gran numero di cittadini e di autorità civili, militari e religiose, il Palazzo De Franchis è stato ufficialmente e concretamente destinato alla fruizione pubblica. L'edificio ospiterà la Pinacoteca comunale, grazie alla preziosa donazione di numerosi dipinti pervenuti dalla collezione privata di un illustre cittadino di Taviano: Antonio Piccinno. Sarà inoltre sede della "Biennale del Mediterraneo – Taviano città dei fiori", manifestazione che mira alla promozione e valorizzazione del patrimonio artistico salentino. In data 23 giugno 2009 l'amministrazione ha ottenuto un ulteriore finanziamento di 400.000 euro (Fondi POR 2000-2006) per il rifacimento delle facciate; ha altresì avanzato richiesta di finanziamento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per il completamento della ristrutturazione del primo piano. Il completo recupero e la successiva valorizzazione del Palazzo Marchesale De Franchis è stato inserito nel Piano strategico di sviluppo della città denominato "Taviano 2000", per il quale si attende il finanziamento nell'ambito di Area Vasta.
Taviano è da sempre città attiva nel settore culturale (stagioni teatrali, associazioni culturali, pittori, scultori, scrittori e quant'altro). Attualmente alcuni dei locali del Palazzo ospitano un ristorante.


Foto: entrambe mie, realizzate in occasione di una vacanza in Salento nel 2006, ben prima dei lavori di restauro del palazzo, il cui aspetto attuale è differente (visitando il sito www.cicciopanza.it potrete rendervene conto)

Il castello di venerdì 21 novembre






PIOMBINO (LI) – Torre Mozza degli Appiani

Si trova nella parte meridionale del comune di Piombino, nella parte centrale del Golfo di Follonica. La fortificazione costiera venne fatta costruire dai signori di Piombino, gli Appiani, intorno al 1500, come torre difensiva per sorvegliare l'arrivo dei minerali dall'Isola d’Elba. Successivamente venne realizzato anche un attracco per lo sbarco della lignite. La struttura si presenta come un imponente complesso in prossimità della riva del mare, costituito da 3 corpi di fabbrica addossati tra loro. Esistono tre parti costruite in epoche e fasi diverse. Il corpo di fabbrica che guarda verso il mare, che costituiva l'antica torre di avvistamento con funzioni difensive, si presenta a pianta quadrata; questa conformazione è riferibile alla prima metà del XVI secolo, sia nei profili esterno ed interno che nei possenti spessori murari, rispettando le caratteristiche più diffuse nelle torri costiere dell'epoca. La rimanente parte della struttura architettonica è stata aggiunta in aderenza al lato opposto che guarda verso terra; successivamente questa stessa parte è stata interessata da un'ulteriore aggiunta formante una palazzina. La scala esterna si articola nella parte intermedia della struttura e conduce tuttora anche ai vari livelli che caratterizzano l'antica torre. Il mare nelle vicinanze è molto particolare in quanto si trovano due profondità delle acque causate da una strada romana (che segnava l’antichissimo percorso della Via Aurelia) che affiora dalla superficie dell’acqua ad una decina di metri dalla costa. Questo provoca un effetto di "piscina naturale", un ambiente sicuro da onde e correnti anomale, che vengono fermate o comunque rallentate dalla strada, dove tra l'altro è possibile osservare qualche esemplare di piccola taglia della tipica fauna ittica di questo tratto di mare. Per anni struttura ricettiva di tipo ristorativo, la torre è attualmente in fase di restauro con l'obiettivo di trasformarla in un albergo. (ecco qui i dettagli http://www.clc-coop.com/realizzazioni.php?id_menu=665&lingua=it ). Come in tantissimi castelli italiani, anche a Torre Mozza pare sia stato avvistato un fantasma. L’esperto e storico del territorio, Roberto Magazzini, che da più di 20 anni studia la torre, in un’intervista riportata sul quotidiano La Nazione afferma: “La fabbrica della torre che sicuramente poggia sulle fondamenta di una torre pisana del XII sec. si divide in tre epoche diverse. Quella verso mare fu ricostruita intorno ai primi del 1500 per contrastare le incursioni dei pirati turchi e munita di feritoie per le batterie dei cannoni e i primi archibugi. Verso la fine dello stesso secolo la struttura viene ampliata dai principi di Piombino che costruirono l’attuale parte centrale, aumentandone anche la guarnigione. Poi verso la fine del Settecento viene aggiunta la parte finale verso terra. Il maniero fu protagonista di epiche battaglie e assedi ad opera delle varie incursioni dei pirati turchi che tra la fine del ’300 fino ai primi dell’Ottocento portarono il terrore in Val di Cornia, al comando dei grandi ammiragli dell’impero ottomano come il Barbarossa, Dragout, Occiali, e molti altri rinnegati cristiani che fecero fortuna provocando il guasto sulle nostre coste. Da alcuni anni la struttura è stata acquistata dalla famiglia Micaelli-Bussotti, che ha avviato un interessante lavoro di restauro per farne una struttura ricettiva. Durante le mie ultime visite alla torre ho raccolto testimonianze della presenza del fantasma di una donna dai capelli mori in costumi antichi che ogni tanto farebbe capolino dalle finestre e feritoie del castello.  Alcuni pescatori di Follonica sostengono che al calar del sole, la bella castellana si affacci dal versante est della torre in diversi punti e che cambi di continuo la sua posizione alle finestre». La signora Mirella Mirolli che ha gestito la torre per più di 30 anni nella precedente proprietà ha affermato che in tanti anni ha sentito il fantasma diverse volte. Il figlio Mauro addirittura una volta, mentre si trovava solo nella torre, sentì porte che si aprivano e si chiudevano. «La nipote Rosy, dipendente dell’attività mi ha raccontato – ricorda Magazzini - che verso fine stagione di qualche anno fa, nella struttura era presente una sola famiglia di turisti, e che una mattina all’apertura del bar della torre gli ospiti le dissero che non avevano dormito molto perché qualcuno fino alle prime luci dell’alba si era divertito a spostare mobili, ma del personale di servizio quella notte non c’era nessuno”.  
Fonti: http://www.lanazione.it/livorno/un-fantasma-abita-nel-castello-di-torre-mozza-1.412395, http://it.wikipedia.org
Foto: una cartolina della mia collezione edi Digitalsignal su http://it.wikipedia.org

giovedì 20 novembre 2014

Il castello di giovedì 20 novembre






PAOLA (CS) - Castello Aragonese

La città di Paola deve ai Normanni la costruzione del "Castello di Paola" intorno all’anno 1110 d.C. Questa roccaforte fu eretta usando malta e tufo, in una posizione strategica che sovrastava l'abitato e aveva lo scopo di difendere monaci e popolazione dai soldati che passavano attraverso il territorio paolano. Durante il regno di Federico II di Svevia la Calabria raggiunse uno dei suoi momenti di maggiore prosperità. Il sovrano aveva la sua residenza a Melfi, in Basilicata. Egli fece costruire il castello e il Duomo di Cosenza e la fortezza di Rocca Imperiale sullo Ionio. I calabresi rimasero sempre fedeli agli Svevi, anche dopo la morte di Corradino di Svevia ucciso per ordine di Carlo I d'Angiò, che prese il potere a Napoli. Anche Paola beneficiò di questo periodo prosperoso. La cittadina iniziò progressivamente ad ingrandirsi fino a che, quando la Calabria passò dal dominio Svevo a quello Angioino divenne feudo, e fu affidato alla famiglia Ruffo. Nel 1418 Polissena Ruffo sposò il duca di Milano Francesco Sforza, portando anche in dote il territorio Paolano. Polissena morì avvelenata da uno degli zii nel 1420 senza dare eredi al duca di Milano. Paola e gli altri paesi che aveva portato in dote tornarono quindi alla sua famiglia. Il feudo di Paola fu portato nuovamente in dote da Covella, sorella di Polissena, quando sposò Giovanni Antonio Marzano. Dalla loro unione nacque Marino Marzano, che fu spogliato del feudo per aver congiurato contro il Re di Napoli Ferdinando I d'Aragona, detto Ferrante. Con l’arrivo degli Aragonesi Paola raggiunse lo status di Città, fu proclamata tale da Ferdinando II d'Aragona. Durante lo sbarco, avvenuto nel 1283, gli abitanti della contrada Fosse, per evitare di essere coinvolti negli scontri, si trincerarono nelle zone limitrofe al Castello di Paola, scombussolando gli equilibri che ruotavano intorno all'antica abbazia della loro contrada. Il monastero andò incontro quindi ad un inevitabile declino, nonostante il prodigarsi degli ultimi abitanti e dei monaci. Il 2 luglio 1555 la città fu assediata dai Turchi, comandati da Dragut Rais, il quale, dopo averla saccheggiata e incendiata, assalì il Convento dei Frati minimi fondato da San Francesco e lo depredò. Ripresasi, la città continuò a vivere come gli altri paesi della Calabria, ma andava sempre più ingrandendosi, crescendo anche in importanza. Il 18 ottobre del 1806, Paola subì l'occupazione da parte dei Francesi. Essi incendiarono e saccheggiarono il Santuario di S.Francesco, che restò deserto. In seguito ad una legge emanata da Gioacchino Murat nel 1809, iniziò la soppressione di tutti gli ordini religiosi del regno di Napoli, compreso il protocenobio dei Minimi di Paola, nonostante la sua importanza, i conventi furono tutti convertiti ad altro uso, spesso militare, le chiese passarono al clero diocesano e tutti i beni clericali confiscati. La Torre del Castello sorge su di una struttura rocciosa in declivio sovrastante la fascia costiera tirrenica, in una delle zone paesisticamente e storicamente fra le più interessanti della Calabria. Di forma cilindrica su bastione quadrilatero, costituiva l'elemento principale di un sistema collaborante di fortificazioni, di cui le torri costiere rappresentavano gli estremi puntuali di controllo esterno, garantiti dal presidio posto a monte e a difesa dell'abitato, destinato anche ad accogliere il feudatario al quale offriva pertanto residenza ufficiale. Oscure sono le origini dell'impianto che, da vaghe e limitate fonti desunte dalla storiografia locale verrebbero attribuite all'età normanna e successivamente al periodo svevo. Di forma cilindrica con coronamento superiore, è tipologicamente assimilabile ad altre strutture consimili come la Torre Drogone di San Marco Argentano, di costruzione normanna, ed alla torre all'interno del Castello di Isola Capo Rizzuto, ascritta al periodo angioino. La caratteristica assolutamente diversa ed unica, è rappresentata dall'evidente ristrutturazione interna con il ridisegno totale della sala al primo piano a pianta ottagonale, sulla quale si imposta una volta a "spicchi" dall'inedita impennata con accenno di flesso di ispirazione islamica. Il "segno" architettonico denuncia una espressione culturale tipica dell'età sveva. Se eventuali documenti storici dovessero confermare la già citata origine normanna, il successivo apporto federiciano sarebbe confermato nell'attuale composizione spaziale dell'interno, che in ogni caso registra, pur in assenza di verifiche ed ascrizioni storiche certe, una espressione stilistica tra le più significative e valide dell'intero meridione d'Italia. Nel XV e XVI secolo iniziarono le poderose aggiunte e innovazioni che determinarono l'attuale condizione dell'impianto fortificato. Motivi di natura militare legati al controllo delle vie di collegamento e necessità difensive ne stimolarono lo sviluppo e l'accrescimento, per rendere meglio adatto il manufatto alle mutate esigenze delle diverse "gestioni" succedutesi nei secoli. ...». "L'anno 1288 passandovi il Re Gaime di Sicilia, se gli rese volontaria, onde non sentì danno alcuno, non così l'anno 1554 in cui le convenne soffrire l'assedio, e poi il saccheggiamento da Dragutto gran Corsaro di Turchi..." "E' celebre questa Città per la nascita di molti signori Spinelli, che da lungo tempo la possiedono; una sopra tutti di San Francesco di Paola, Fondatore de' Minimi, per li meriti del quale ottenne il nome di Città da Re' Alfonso II, nel mille quattrocento novantaquattro, e da Ferdinando pur II, nel mille quattrocento novantasei, confirmato un secolo appresso dal Re' Filippo II coll'aggiunta della prerogativa per lavorarvisi seta. Quelli, quali vanno dominato furono D. Carlo Ruffo Terzo, Conte di Mont'alto, Covella Sua Figliuola, e Marino Marzano, passò a D. Giovan Battista Spinelli Conte di Cariati, e Duca di Catróvillare. Serve d'ordinaria residenza a Signori di Fuscaldo, colla presenza de' quali potè moltiplicarsi in novecento trentasei Fuochi (3750 abitanti circa). Dunque non gl'è vero, quello che scrive Isidoro Toscano e cioè che non sia stata sotto d'altri Baroni, che di Spinelli essendo stata prima di questi, sotto il dominio de' Ruffi, e dé Marzani" (P. G. Fiore da Cropani: Della Calabria illustrata volume I). La Torre venne a costituire nel corso dei secoli il centro fisico di una modellazione artificiale che trasformò l'aggregato roccioso in una complessa articolazione di vani, cortili, terrazzi, camminamenti e poderosi bastioni, che all'antica struttura isolata sostituirono l'identità di una vera e propria "rocca", circondata da vari caseggiati, servì ad essi da sostegno strutturale lasciando ancora oggi di tale passata configurazione significative tracce a livello fondale dei muri di appoggio e nello spessore delle murature di elevato. Un sistema ben riconoscibile di scale e di varchi di accesso consentiva i collegamenti con i nuovi ambienti, ora scomparsi, a partire dal primo livello della Torre. Il processo avvenne lento ma costante nel tempo e soprattutto nel XVI secolo si ebbe la completa definizione del sistema di cinta perimetrale, già iniziato in età aragonese, con la costruzione dei muri di fortificazione e degli speroni d'angolo, caratterizzati dal classico andamento a "scarpa", della cordolatura maracapiano e dal taglio delle feritoie e delle caditoie, eseguiti questi ultimi in materiale lapideo del luogo. L'ingresso principale fu realizzato lungo il lato a monte, ove si nota ancora murato il sontuoso portale dall'ampio varco, significativo delle notevoli dimensioni complessive dell'intero sistema architettonico. Non mancarono in tale periodo problemi di natura militare per la forte presenza Ottomana lungo le coste calabresi, le cui audaci azioni determinarono sicuramente dei gravi danneggiamenti al Castello poiché, come già ricordato, nel 1555 la flotta Turca comandata dall'Ammiraglio Dragut distrusse la città e costrinse addirittura Isabella di Toledo, figlia del Viceré Pietro e signora di Paola, a rifugiarsi seminuda a Montalto, come ci ricorda Gabriele Barrio. Nel XVII secolo il Castello era ancora perfettamente funzionante e svolgeva un duplice ruolo: residenza del feudatario e presidio di guarnigione. Riferisce a tal proposito l'Abate Pacichelli nel suo viaggio in Calabria avvenuto nel 1693:
- "…forte in rocca intagliata con Piazza D'Armi, e Presidio, Cannoni, e Armeria, prezzato dal Re' Ferdinando D'Aragona, che somministra l'abitazione sontuosa al Marchese (Spinelli), ed opportuna a suoi stipendiati, e honorati...".
La descrizione seguente è una delle poche che riguardi l'apparato interno del Castello e pur sintetica offre una visione interessante della ricca dotazione in arredi e dello svolgimento di funzioni inerenti la fortezza-abitazione:
- "…la sera poi salimmo al Castello, consueta stanza del Signor Marchese, colma di acqua perenne, partito in pia quarti di stupenda veduta, e assai comodo. Il Cavallerizzo, e qualche Gentilhuomo ci condusser per tutto, a veder le suppellettili, de' Tappeti, e de' Quadri, Scrittori, e altro: una bella Tela dipinta da un Forastierro nel volto di un camerone, la Cappella divota con un Choretto in piano, e l'ingresso alle scale, ove si pensava a festeggiar co' Sermoni per quindeci giorni l'Assunzion della Vergine, ancorchè validamente ciò contradicesse l'Arcivescovo di Cosenza. Vidi il cavalcatore assai largo, e goduto dalle fenestre, la scuderia per cinquanta cavalli, e più muli: qualche cannon di ferro, un de' quali si era crepato all'arrivo del P. Generale suddetto. Molto poi mi fu grata la canattaria, o stanza lunga per settanta Bracchi, partita in legna con gli anelli per legarli, e anche i luoghi per curare gl'infermi: in testa dipinta, con più cani l'immagine di S. Vito. Si alimentar col latte in montagna la state, ne più si costuma portargli per le case de' Vassalli, ti qué chiostri; mentre vedeansi smagrite, massimarte fra Padri Giesuiti. Fu detto che la spesa di questi cani sorpassi due mila ducati annui. Osservai ancor con singolar piacere, e segni meco di affetto, il solito cangiamento della Guardia di trenta soldati, precedendo il Tamburo alle ventidue kore, per antica prerogativa di questa Casa: variandosi poi più tardi nella state la Guardia del Mare" (Gustavo Valente: Viaggio in Calabria dell'Abate Pacichelli - 1693).
Condizione che mantenne quasi inalterata fino all'avvento dei Borboni per poi essere gradualmente limitata e sostanzialmente modificata con le leggi eversive della feudalità. Il Castello divenne poi sede di un reparto di militari, con postazioni di artiglieria, fino alla seconda metà dell'Ottocento. Le vicende successive consistettero, come fatto fondamentale, nella cessione operata dal Demanio dello Stato a privati, essendo venute a mancare operativamente le funzioni originarie di carattere militare rivestite dall'impianto fortificato fin dall'origine.

Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.vacanzeitinerari.it/schede/castello_normannoaragonese_sc_2437.htm ( testo a cura di Fulvio Terzi da www. comune.paola.cs.it )
Foto: una cartolina della mia collezione e di Giuseppe Pagnotta su http://www.pinterest.com/pin/315744623846655519/

mercoledì 19 novembre 2014

Il castello di mercoledì 19 novembre




BUONCONVENTO (SI) - Castello di Bibbiano (di Silvia Polvani)

Bibbiano si trova a 4 chilometri di distanza da Buonconvento, centro fortificato della Val d'Arbia, sulla SS2 Cassia. Si raggiunge facilmente seguendo le chiare indicazioni. (Provincia di Siena). Il castello di Bibbiano domina l'alta valle dell'Ombrone su un poggio a poca distanza da Buonconvento. L'insediamento fortificato è presente in loco almeno dall'850, proprietà del conte longobardo Guinigi di Reghinari, legato imperiale al tempo di Ludovico II. Il nome Bibbiano deriva da 'Bibbio' (in latino bibianum), uccello acquatico simile all'anatra del quale erano ricche queste terre chiamato anche Fischione. Proprietà dei Guiglieschi, nel 1051 l'imperatore Arrigo III lo consegnò alla protezione dell'Abbazia di Sant'Antimo. Poi Bibbiano passò ai conti Cacciaconti che nel 1197 lo donarono alla Repubblica Senese che provvedette al rinforzamento delle strutture. Ulteriori aggiunte e restauri furono portati avanti nel 1338 e nel 1400. In questo periodo fu ospite del castello Pietro Lorenzetti dipingendo qui la sua ultima opera, l'Annunciazione. Più volte danneggiato, all'inizio del XVI° secolo il complesso fu acquistato dal cardinale Raffaello Petrucci che lo fece restaurare da Baldassarre Peruzzi il quale dipinse una splendida Madonna proprio nella cappella del castello. Altri importanti passaggi portarono Bibbiano prima nelle mani dei Borghese, dei Chigi e dei Malavolti di Siena. Nell'ultimo secolo il castello fu dichiarato monumento nazionale (1922). Anche oggi il castello è proprietà privata, parte di una vasta azienda agario-vinicola di proprietà del commendatore Silvio Nardi. Nonostante sia stato usato più come residenza che come fortilizo, Bibbiano si presenta ancora oggi nel suo fiero aspetto di castello medievale, un massiccio quadrilatero cinto da fossato, la porta principale dotata di ponte levatoio, due cinte murarie con feritoie, camminamento di ronda e gran parte della merlatura guelfa intatta, due torrette d'angolo con apparato difensivo a sporgere su beccatelli in pietra (entrambe sul fronte occidentale, una integra e una scomparsa), mastio centrale (la cui sommità è stata ricostruita dopo il terremoto del 1909 e dotata di tetto appoggiato sulla pre esistente meraltura). Il tutto è liberamente visitabile dall'esterno, l'interno solo su appuntamento.

Ecco una serie di link per chi volesse saperne di più: http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Bibbiano, http://www.castellitoscani.com/italian/bibbiano.htm, http://www.lamiaterradisiena.it/Castelli/Bibbiano/castello%20bibbiano.htm

Foto: di Alfredo Danielli su http://it.wikipedia.org e da http://www.tuscany-charming.it/it/itinerari/castello-di-bibbiano.asp

martedì 18 novembre 2014

Il castello di martedì 18 novembre







VARZI (PV) - Castello Malaspina in frazione Pietragavina

Collocato ad una altitudine di m 860 slm, Pietragavina è un villaggio di impianto medioevale, castello citato nel diploma imperiale del 1164. Infatti, sotto la sovranità dello Stato di Milano ebbe come feudatari prima i Malaspina di Varzi, poi quelli di una linea detta di Pietragravina, estinta nel XV secolo. Passò allora ai Dal Verme (1449), signori di Bobbio. Nel 1723 fu venduto ai Tamburelli di Bagnaria. Del dominio malaspiniano conserva l'attuale castello, recentemente restaurato e ormai di proprietà privata, dal quale si gode una bellissima vista sull'Appennino e si domina l’intera vallata Stafora. Il castello si sviluppa attorno alla torre principale, dotata di scala interna che consente il collegamento tra il piano terra e il piano primo con terrazza e la cima della torre anch’essa molto panoramica. La torre presenta ancora oggi merlature e feritorie sulle mura. Il piano terra ha un atrio d’ingresso, soggiorno con camino e affaccio al giardino, studio con affaccio al giardino, sala da pranzo, cucina e bagno. L'edificio conserva gli antichi bastioni, nonchè i resti delle fortificazioni dalle quali era circondato. Vi è, infine, un giardino di 1000 mq circa, in cui è situato il pozzo storico. Nel corso dei secoli il castello ha subito vari interventi di ritrutturazione, l' ultimo in ordine di tempo nel 1965 ad opera degli attuali proprietari i quali hanno trasformato l’interno in abitazione privata mantenendo però invariato l’aspetto originario e l’alto valore storico architettonico.
Fonti: http://www.varziviva.net/f_piegavina.htm, http://www.villeedintorni.com/ita/immobili_dettaglio.php?id=293

Foto: una cartolina della mia collezione e di Giuseppe Milasi su http://www.panoramio.com

lunedì 17 novembre 2014

Il castello di lunedì 17 novembre






VALLEBONA (IM) - Castello dei Gabbiani

Con una breve gita a piedi (un quarto d’ora circa) si può raggiungere il castello "Gabbiani", che sorge su un terrapieno quadrangolare con angoli arrotondati, sostenuto da una muratura con evidente scarpa e un rozzo pregio a gocce. Della fortificazione restano i muri perimetrali del castello e quattro vani interni posti su due piani. Un’apertura ad arco ogivale doveva essere il principale accesso. L’esterno è in pietra con una bellissima sfumatura giallo – dorata, l’interno è intonacato. Eretto come normale residenza, il castello di proprietà privata, risale ai primi anni dell’Ottocento. Altre foto su http://www.arimperia.net/html/IM080-IQ1IM.htm


Fonti: testo di Luciano Gabrielli su http://www.panoramio.com/photo/91772089, http://www.cmintemelia.it/testi/vallebona.htm

Foto: una cartolina della mia collezione e di Luciano Gabrielli su http://www.panoramio.com

sabato 15 novembre 2014

Il castello di domenica 16 novembre






SANTENA (TO) – Castello Cavour (di Annamaria Morando)

La dimora dei Cavour a Santena è uno dei castelli più importanti del Piemonte soprattutto perché costituisce un unicum straordinario, ricco di memorie storiche, arredi, biblioteca e archivi. Fu costruito per volontà di Carlo Ottavio Benso di Santena tra il 1712 e il 1720 su progetto dell'architetto Francesco Gallo. Estinta la linea maschile dei Benso di Santena, con la morte di Gianfrancesco Filiberto nel 1746, nel 1760 il castello passò ai Benso di Cavour che ne fecero la loro dimora. Fu in tali anni oggetto di restauri. Un secolo più tardi per volontà del marchese Ainardo il castello fu ampliato e completamente ristrutturato. Fu l'architetto Melchiorre Pulciano a dirigere i lavori. Alla morte di Ainardo figlio del marchese Gustavo di Cavour e della marchesa Lascaris di Ventimiglia, il castello passò in eredità al cugino conte Roussy di Sales. La sorella, marchesa Giuseppina Alfieri ultima discendente della famiglia Benso di Cavour, nel 1876 riacquistò il castello e tante memorie cavouriane. Successivamente fu ereditato dalla figlia Luisa Alfieri, sposa del marchese Emilio Visconti Venosta. Nel 1947 il marchese Giovanni Visconti Venosta lasciò in eredità il complesso alla città di Torino. Nel castello sono custoditi numerosi ricordi delle famiglie che vi abitarono, tra questi una coppa in porcellana di Sèvres, donata da Napoleone III al conte Camillo Benso di Cavour, dopo il Congresso di Parigi del 1856. La Sala del Consiglio è congiunta al castello da un terrazzo, misura m. 20 x 9 ed è adorna di bassorilievi e stucchi: qui il conte Camillo radunava i colleghi del Ministero per conferenze politiche. Vicino alla sala del consiglio sorge il Castellazzo, un torrione merlato, unico avanzo del primitivo castello. Al primo piano si trova la Sala delle Corone con le corone che cento città italiane portarono in omaggio a Cavour nel venticinquesimo anniversario della sua morte. Al terzo piano si trova la camera di Cavour, trasportata qui da Torino, con i ricordi del nipote Augusto (compreso il proiettile fatale che lo uccise), morto nella battaglia di Goito nel 1848. Sul lato sinistro della chiesa sorge la cappella del castello, costruita nel 1715 dal conte Carlo Ottavio Benso: qui riposano le spoglie del conte Camillo Benso di Cavour. La facciata della cappella è di ordine dorico; le pareti interne sono rivestite in marmo; l'altare in fondo alla cappella è in bronzo. Accanto al castello si estende un grande parco di 23 ettari voluto all'inizio del secolo XIX dal marchese Michele Benso di Cavour e progettato dall'Abate d'Arvillars. Si tratta di un tipico giardino all'inglese, con collinette e sentieri curvi, utili per fornire ad ogni passo una diversa visione prospettica del parco. Il parco, delimitato a sud dall'argine del torrente Banna, è ricco di piante secolari autoctone, tra cui faggi, olmi, roveri, abeti e platani di altezza importante (fino a 35 m).

Foto: entrambe da http://www.rossosantena.it