martedì 7 febbraio 2017

Il castello di martedì 7 febbraio






VALTOPINA (PG) - Rocca di Pasano

Da Foligno, percorrendo la vecchia Flaminia, un chilometro prima di Valtopina, sulla sinistra nei pressi del Fosso della Ghianda si imbocca la ripida strada che conduce in località Casa Bulgarelli (quota 480 m.), oltrepassata la quale dopo poche centinaia di metri, si raggiunge Casa Salari, caseggiato a forma di castello, la parte più antica del quale è la magnifica torre quadrangolare ristrutturata più volte, specialmente nella sua parte superiore. Attraverso un sentiero, che oltrepassata la maestà prospiciente Casa Salari si arrampica tra querce secolari e cespugli di ginestre e ginepro, si giunge in circa mezz’ora alla spianata dove le poche rovine rimaste, indicano il luogo ove sorgeva l’antica Rocca di Pasano. Tutt’intorno è ancora visibile il fossato a forma ellittica che ne aumentava sensibilmente l’efficienza difensiva. Rilevante testimonianza del passato, il castello è posto a circa 596 metri di altezza su di un colle dal quale si domina tutta la vallata sottostante. Poche sono le notizie giunte fino a noi, ma presumibilmente come la maggior parte degli insediamenti difensivi dell’epoca, anche questo fu costruito su di un preesistente castelliere e la sua edificazione risulta essere di gran lunga antecedente l’anno 1000. Per la sua stupenda posizione strategica, la Rocca di Pasano, fu a lungo motivo di disputa tra folignati e spellani fin dai primi anni della sua esistenza. Le prime notizie certe della rocca, si hanno a partire dal 1282 anno in cui certo Andrea, chierico di S. Pietro di Serra e Trevuzio di Gilio da Rotundolo, chiedono la sottomissione al Comune di Assisi dei castelli della Valtopina. In quell’anno il consiglio comunale nominò maestro Giacomo di maestro Nicola procuratore per la sottomissione di detti castelli al Comune di Assisi. Il castello di Pasano però, raggiunse la sua massima importanza ed il suo massimo splendore soltanto sotto la dominazione dei Trinci, anche se in questo periodo non vennero meno le dispute con Assisi e Spello. A tal proposito Padre Virgilio Sampalmieri nelle sue “Notizie sui castelli di Collepino, S. Giovanni e Armenzano”, parla di un fatto d’armi verificatosi nel 1407, allorché la rocca all’epoca sottoposta a Foligno, venne assediata ed espugnata dopo diversi giorni dagli spellani che vennero ricacciati quasi subito. È con Ugolino III comunque (1386-1415), che secondo il Dono, si provvide a rafforzare le difese esterne del “Vicariato”, riedificando molti castelli e tra questi la Rocca di Pasano e le torri di Roviglieto e S. Stefano di Gallano, mettendovi a guardia castellani stipendiati e manipoli di soldati, al fine di salvaguardarne i confini. Così facendo i Trinci accrebbero ancor di più la loro influenza e il loro prestigio, riuscendo ad accattivarsi le simpatie di papa Urbano VI e attirando nella loro orbita molti dei territori confinanti. In quel periodo si dettero a Foligno i castelli di Bettona, Montefalco, Colle del Marchese, Leonessa (patria del Dorio) e molti altri, così che il “Vicariato di Fuligno” raggiunse la sua massima superficie, circa 86.000 chilometri quadrati. Dopo la caduta dei Trinci, nel 1448 con l’aiuto finanziario della Santa Sede, che mise a disposizione all’epoca 350 fiorini, i folignati intrapresero i lavori di ristrutturazione della rocca, ma poiché gli aiuti risultarono insufficienti, gli stessi ebbero la balzana idea di tassare i pellegrini che transitavano in città per lucrare il giubileo de1 1450. A quel punto intervenne papa Nicolò V che con breve del 15 maggio dello stesso anno, impedì la prosecuzione dell’abuso. Nel 1452 il Comune di Foligno acquistò definitivamente la rocca di Pasano, ma negli anni successivi (1495), Perugia riuscì a prendere sotto la sua tutela i castelli di quella valle che Foligno non poteva sufficientemente proteggere, ed ogni sei mesi gli abitanti dovevano addirittura eleggere tre cittadini perugini, uno dei quali assumeva il titolo di visconte, cioè governatore della Valle. Negli scontri per il possesso della rocca, vennero uccisi dai perugini i capitani folignati Filippo di Viviano I Cirocchi e Francesco V Elmi detto "Schiavittu". Nei secoli a venire pochissime sono le testimonianze circa le sorti del castello, ma si presume che essendo passato sotto il dominio dello stato pontificio, lo stesso abbia perso la sua importanza strategica. Come si può dedurre dalle foto recenti, del castello non rimane che qualche sporadica traccia di alcune pietre squadrate rimaste in piedi, oramai sopraffatto com’è dalla boscaglia, lo stesso fossato di perimetrazione è pressochè indistinguibile tra la vegetazione.

Fonti e foto: http://www.iluoghidelsilenzio.it/rocca-di-pasano-valtopina/

lunedì 6 febbraio 2017

Il castello di lunedì 6 febbraio




VALTOPINA (PG) - Castello di Serra

Del Castello di Serra, anche se la sua edificazione si presume sia antecedente al X secolo, si incominciano ad avere notizie certe solo nei primi anni del secolo XI, allorquando nelle alture circostanti l’attuale Valtopina, sorsero un gran numero di insediamenti, che all’inizio diedero vita alla federazione denominata "Universitas Vallis Tupini et Villa e Balciani". L’intero territorio godette di grande autonomia fino al 1229, anno in cui fu motivo di disputa tra i conti di Armenzano ed i signori di Assisi. Questi ultimi, avendo avuto la meglio, ne mantennero il possesso per lunghi anni. Si ha notizia che nell’agosto del 1282 i 106 capifamiglia di Rotundolo e Serra fecero atto di sottomissione al capitolo della cattedrale di Assisi, mentre nel 1300 papa Bonifacio VIII, si premurò di riunire i castelli della Valtopina sotto il completo dominio della Chiesa. Nel 1338 il castello di Serra passò definitivamente sotto la dominazione dei Trinci di Foligno, che nel 1383 divennero anche visconti della Valtopina, di Poggio e della Serra. Riconfermati nel 1392 da papa Bonifacio IX, ne mantennero il rettorato ininterrottamente fino al momento della loro caduta (1439). Nel 1387 secondo lo storico Durante Dono, Ugolino III Trinci fece ristrutturare il castello mettendovi a guardia castellani e soldati regolarmente stipendiati, allo scopo di mantenere il controllo del territorio circostante. Dopo il 1439 con la caduta della signoria, il castello si resse autonomamente fino alla fine del XV secolo, periodo in cui fu conquistato dai perugini. Dagli inizi del XVI secolo lo stesso passò di nuovo sotto il diretto dominio dello stato pontificio, con delega al comune di Foligno che lo amministrò per molti anni attraverso suoi podestà. Dopo la metà del 1600, persa la sua importanza strategica venne definitivamente abbandonato. Nel 1760 di tale imponente costruzione rimanevano soltanto rovine, tanto che il vescovo di Foligno dell’epoca, Mons. Mario Maffei fu costretto a sopprimere definitivamente la parrocchia e la chiesa di S. Pietro fondata dai feudatari dell’epoca, trasferendola per sempre a “La Cerqua” (Valtopina). Il Castello, come ebbe a dire Giulio Toni, ispirò moltissime leggende popolari, come quella della chioccia con i pulcini d’oro sorvegliata giorno e notte da un diavolo con le sembianze di uno spaventoso caprone, o quella dei fantasmi che dimorerebbero nelle grotte interne del castello per uscirne soltanto dopo il calar delle tenebre. Di forma vagamente rettangolare, lo stesso è posto in cima ad un colle ad una altezza di 767 metri. Di esso resta ben poco e quel poco è sopraffatto dalla vegetazione (i ruderi delle poderose e suggestive mura, nonché i resti di due delle quattro torri di cui era dotato, l’una esposta a sud e l’altra ad est), ma è comunque suggestivo aggirarsi tra le rovine e affacciarsi da vari punti per rendersi conto, osservando il paesaggio a nord verso Nocera, ad est verso il Poggio e il monte Faeto, ad ovest fino al Subasio, dell’importanza strategica di tale castello a protezione della Flaminia. Il lato sud del castello guarda invece una singolare collinetta, Sant’Angelo, nome longobardo, a cui sono legate varie leggende diffuse ancora oggi tra la popolazione del luogo. Da ricordare che sulla collinetta sorgeva un castelliere preromano. Il Castello di Serra fu uno dei castelli più importanti e imponenti dell’intera valle del Topino. Dominava un lungo tratto della Flaminia e contemporaneamente vigilava sui villaggi fortificati che erano sorti intorno. Questi villaggi, tra cui Casa Tommaso, Rotondolo e Vallemare, accoglievano pure molti emigrati “pugliesi”, giunti qui qualche decennio prima dell’Anno Mille al seguito del duca di Spoleto Pandolfo Capodiferro, il quale aveva sconfitto bizantini e saraceni proprio in terra di Puglia. Al castello si giunge percorrendo la vecchia Flaminia fino a Valtopina, immettendosi subito dopo a sinistra sulla strada che conduce alla frazione montana di Casa Tommaso. Da qui un sentiero pedonale segnato dal CAI dopo circa 20 minuti conduce a ciò che rimane dell’antico maniero.

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-serra-valtopina/, https://www.facebook.com/events/693829917371004/?active_tab=about

Foto: entrambe prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-serra-valtopina/

sabato 4 febbraio 2017

Il castello di domenica 5 febbraio






VALTOPINA (PG) – Castello di Poggio Stazzano

Posto nelle vicinanze del capoluogo, sulla sommità di un colle dal quale si domina un bellissimo tratto della Flaminia che da Foligno conduce a Nocera Umbra, è certamente uno dei più belli visitabili, sia per la sua stupenda posizione che per il magnifico stato di conservazione. E’ dall’anno 1000 che si inizia a sapere qualcosa circa il castello del Poggio, anche se notizie di una certa attendibilità risalgono soltanto alla seconda metà del XIII secolo, allorquando fu sottomesso a Perugia. Esso, sin dai primi secoli del secondo millennio, fu sede di viscontea, di contea, di Universitas e comprendeva un vasto territorio del quale facevano parte diversi castelli, chiese, monasteri, nonché tutti i piccolo centri abitati della zona. Il visconte, la cui carica era temporanea, risiedeva nel castello del Poggio, dove si riuniva anche il consiglio generale dei capifamiglia. Sul finire del XII secolo al castello del Poggio facevano capo due chiese: “l’ecclesia S. Silvestrii ” e ” l’ecclesia S. Laurentii ” de Stazzano. Al suo interno pulsava il cuore politico ed amministrativo della Vallata, il “palatium sive domus communis in qua curia residet”. L’imponente torre tuttora in buonissimo stato di conservazione, oltre ai locali dell’amministrazione comunale, ospitava anche il magazzino del Monte Frumentario nonché il “corpo di guardia” ed il carcere. Il sottostante abitato di Casa Coccia invece, ne costituiva il “Borgo”. La difesa e la custodia del castello era affidata agli uomini validi del posto, cioè ai soldati – contadini il cui compenso era di modestissima entità. L’amministrazione comunale era demandata al Sindaco eletto dall’Arengo (assemblea popolare composta da tutti i capifamiglia), per la durata di sei mesi, affiancato da 10 consiglieri i cosi detti “Massari “, in numero di due per ogni castello (terzieri). Nei primi anni del XIV secolo, con l’avvento dei Trinci, la rocca passò sotto la loro dominazione. Nel 1338 ne fu signore Corrado I, mentre nel 1383 si ha notizia che Corrado II confermò certo Ser Bartolomeo di Ser Angelo da Giano, vicario di Valtopina, Stazzano e Balciano. Nel 1392 ne divenne vicario Ugolino III, mentre nel 1395 papa Bonifacio De concesse il castello con il titolo di conte a Giacomo di Paolo Boscari da Foligno, che continuò a mantenerne il feudo fino al 1435 anche se nel frattempo, papa Eugenio IV riconfermò il vicariato a Corrado III Trinci per il simbolico tributo si dice, di un falcone, una rete e un cane da caccia. Fu proprio sotto Corrado Trinci e precisamente il 15 agosto 1434, che l’ Universitas Vallis Tupini et Villae Balciani, si diede gli Statuti. Dopo il 1439, con la caduta dei Trinci, Poggio iniziò ad eleggere propri amministratori. Questo comportamento dette origine a violente reazioni da parte dei folignati che ne rivendicavano il possesso, così che lo stesso consiglio fu costretto a chiedere la protezione delle comunità confinanti. In tale frangente intervennero anche i perugini, che approfittando della situazione, cercarono con ogni mezzo di prenderne il controllo, riuscendovi però soltanto nel 1495. In quell’anno si sa per certo che furono assoggettati a Perugia, oltre al Poggio anche i castelli di Gallano, Serra e Pasano. Nel 1560 su nomina del pontefice Pio IV, il castello fu affidato ai conti Cesare e Ottaviano Bentivoglio di Gubbio, che ne furono signori fino al 1616. Dopo tale data gli stessi furono sostituiti da un podestà. Negli anni a seguire, le notizie sul castello sono frammentarie, ma di sicuro si sa che lo stesso ebbe funzioni di residenza comunale fino al 1867 anno in cui, ragione non ultima l’apertura della stazione ferroviaria, l’amministrazione venne trasferita definitivamente a Valtopina. Da allora il castello rimase nell’incuria più totale fino a quando negli anni 80 fu iniziata una attenta opera di ricostruzione da parte del Comune. Ai nostri giorni la rocca è in buonissimo stato di conservazione e l’area circostante è attualmente oggetto di un’accurata e definitiva sistemazione.

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-poggio-stazzano-valtopina-pg/, http://www.comune.valtopina.pg.it/storia.aspx

Foto: la prima è di LigaDue su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:ValtopinaCastelloDiPoggio.JPG, la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-poggio-stazzano-valtopina-pg/ (visitate questa pagina per vederne molte altre interessanti…)

Il castello di sabato 4 febbraio






RAPAGNANO (FM) – Castello

Si fa risalire l'etimologia del nome Rapagnano al fatto che sulla sommità del colle del paese sarebbe sorto un tempio dedicato al dio Giano. Rapagnano è citata in alcuni scritti dello storico Plinio il Vecchio. Nel 1880 nel paese vennero trovati reperti romani e preromani. Si pensa che il nucleo originario di Rapagnano si sia costituito agli inizi dell’anno 1000. Nel 1100, come tanti altri centri, anche a Rapagnano avvenne il fenomeno dell’incastellamento, cioè la costruzione delle mura e delle torri che racchiudono l’intero abitato, rendendolo un castello fortificato. Si entrava nel paese attraverso due sole porte: porta Marina e porta Sole. Il nome è in relazione con il loro punto visivo. Queste porte venivano chiuse al suono dell’Ave Maria e chi era rimasto fuori poteva pernottare nella casa del viandante, presso la chiesa di S.Giovanni. In quel periodo, come quasi tutti i castelli vicini, Rapagnano era sotto il dominio del Vescovo di Fermo; dichiaratamente filopapale come dimostrano i merli guelfi dei suoi torrioni, si trovò spesso in contrasto con Montegiorgio, di cui nel 1229 divenne possedimento, ma poi fu riconquistato da Fermo, con il quale condivise le suc­cessive vicende storiche. Intorno al 600-700 un terremoto ha costretto il paese ad una ricostruzione con l'ampliamento della piazza e la ricostruzione di alcune chiese e del palazzo comunale. Partendo da Viale Europa, il bel viale alberato di circa 300 m., che il Podestà Angelo Coccia ha reso più bello nel 1925, con doppie file, in entrambi i lati, di platani e ippocastani, si arriva al paese. Sulla sinistra si vede il primo torrione, ben conservato; Più avanti altri due torrioni, il primo ben conservato, ma mancante di beccatelli e merlatura, il secondo attualmente trascurato, verrà presto restaurato in seguito all’acquisto del Palazzo Picchi. Proseguendo si arriva ad un crocevia: alla destra si vede la Porta da Bora o Porta Marina, ricostruita, nella forma attuale, nel 1707,che un tempo costituiva l’unico accesso al castello, mentre alla sinistra la strada porta all’antica Fonte della Ripa, dell’epoca Romana. Il centro storico, ad eccezione dei tre torrioni nella parte ovest, ha perso la severità difensiva del castello e sul giro di mura, con il tempo, si sono integrate case e palazzi. In questo video (di Marca Fermana) possiamo vedere il centro storico e gli elementi residui del castello: https://www.youtube.com/watch?v=xyDKG3aN340


venerdì 3 febbraio 2017

Il castello di venerdì 3 febbraio






BARZANO' (LC) - Castello

Del castello di Barzanò, di quando sia stato costruito e di quali avvenimenti sia stato teatro, non si hanno che congetture poiché mancano dati e testimonianze sicure. Si ha solo notizia che nel 1222 l'esercito popolare milanese agli ordini del podestà Ardigozzo Marcellino, fra gli altri castelli, avrebbe distrutto anche quello di Barzanò, del quale è giunto a noi solo il vecchio, imponente avanzo di torrione, rimasto nella villa già dei nobili Nava, passato successivamente in proprietà dei Moizzi. Nel 1860 si rinvennero i resti delle antiche mura dallo spessore di due braccia e mezzo che avevano una doppia porta, l'esterna era a ponte levatoio. Si dice che il castello fosse fiancheggiato da 15 robuste torri e da formidabili spalti, e sicuramente occupava tutto lo spazio della collina, inglobando anche l'antica chiesa di S. Salvatore. Comunque, si può ritenere che Barzanò medievale consistesse nel castello signorile con poche casupole attorno ad altre sparse nel territorio della corte. Nessun documento è giunto a noi per dirci quando e da chi fosse stato costruito il castello. Si crede eretto da un certo Rothfurt scudiero di Astolfo penultimo re dei Longobardi, da questi creato conte perché nella battaglia della Chiusa delle Alpi contro Re Pipino, ferito, fu da lui sottratto alla mischia ed a morte certa. L'unica notizia sicura, è che alla fine del X secolo il conte Sigifredo, ricchissimo e potentissimo signore, di discendenza franco-borgognona, sceso in Italia dopo la caduta del regno longobardo, oltre a molti beni nel varesotto e fuori del milanese, possedeva anche la corte di Barzanò, ma in quale anno egli fosse venuto in possesso della corte e perché è del tutto ignoto. Si ritiene probabile che la sua morte sia avvenuta alla fine del X secolo, lasciando la successione ai figli Ugo, conte, e Berengario prete fautori di Re Arduino. Questi furono spodestati e cacciati in esilio dall'imperatore tedesco Enrico II nominatosi re d'Italia nel 965. Alberico Vescovo di Como, elettore di Enrico II, pensò bene di appropriarsi del feudo dei profughi, perciò recatosi a Maresburg, ottenne dall'imperatore l'investitura con diritto di vendere, alienare ecc. la corte di Barzanò, con diploma del 4 novembre 1015: cosa che Alberico non tardò a fare, dato che negli archivi non c'è traccia di alcuno suo atto di autorità. Possiamo dire che con questa carta Barzanò entra nella storia della Brianza ufficialmente, con tutto il suo vasto e fertile territorio, composto di terre colte e incolte, vigne, campi, pascoli, selve, mansi, masserizi, acque, mulini, case, servi e aldi, tutti elencati nel diploma. Ciò che si sa è che tutto l'insieme patrimoniale di Barzanò costituiva, allora, un unico complesso, la "longobarda corte" la cui economia era costituita dai possedimenti terrieri e dal lavoro servile vincolato. In quell'epoca feudale "la corte", scrive il Beretta, "volgeva la sua vita in un regime chiuso. Ogni corte era come un piccolo mondo che bastava a se stesso, producendo quel tanto che era necessario al consumo interno. In tal regime economico, non poteva esserci posto per una vera industria ed un commercio; i pochi scambi occorrenti si svolgevano per lo più col baratto dei prodotti in natura e manufatti casalinghi e raramente in moneta. Di grande importanza, perciò, erano allora le grandi proprietà terriere laiche, ecclesiastiche e monastiche". Con l'avvento dei liberi Comuni Lombardi, che daranno vita ad un'economia più aperta ed espansiva, scrive ancora il Beretta "verranno di riflesso spezzandosi a poco a poco anche nelle campagne le barriere curtensi (da corte o cortile, spazio cintato intorno alla casa padronale); ad un'economia naturale a mercato chiuso, subentrerà ben più largamente di prima, quella monetaria". Anche per Barzanò, il vasto podere con la casa padronale e le annesse proprietà, avrebbe assunto il significato di "villaggio". Dopo la distruzione del castello avvenuta nel 1222, l'area occupata dallo stesso venne forse acquistata da un nobile milanese della famiglia dei Pirovano, già proprietaria di fondi in Barzanò. Delle antiche famiglie della Barzanò medievale sono da ricordare, principalmente, quelle dei Nava e degli Origo di Torricella. I Nava provenivano dal villaggio di Nava, situato sul colle di Brianza, e diedero luogo a due casate: quella di Barzanò e l'altra di Monticello. Quella di Barzanò durò più a lungo, tanto da essere presente ancora nello scorcio del secolo XV, per estinguersi poi nei conti Lurani alla prima metà del XIX secolo. Sin dalla prima metà del Cinquecento era presente in Barzanò la famiglia Origo di Torricella, proveniente da Paderno Robbiate, che verso la metà del secolo XVIII sarebbe risultata la maggiore proprietaria terriera del comune di Barzanò. Compresa nel contado della Martesana, agli inizi del Quattrocento, Barzanò divenne sede del Capitanato. Concessa in feudo ai Pozzo, nel 1650 riscattò la prima libertà dalla infeudazione, ma nel 1732 ne vennero ancora investiti i Nava. Come detto, del castello permane la torre. Fronti in pietra in parte lavorata e aperture con arco a tutto sesto. Altro link utile: http://www.circulturaledonberetta.it/opera_omnia/05_opera/01_libri/08_barza/barza.html

Fonti: http://www.comune.barzano.lc.it/index.php/territorio/la-storia?start=1, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00273/

Foto: la prima è presa da http://www.circulturaledonberetta.it/opera_omnia/05_opera/01_libri/08_barza/barza.html, la seconda è presa da http://www.lakecomo.it/sites/default/files/comuni/immagini/Castello.JPG

giovedì 2 febbraio 2017

Il castello di giovedì 2 febbraio






MONDAVIO (PU) - Rocca dei Della Rovere

Rappresenta una delle più importanti ed interessanti testimonianze dell'attività progettuale in campo militare di Francesco di Giorgio Martini nelle Marche. Venne costruita per commissione di Giovanni della Rovere (signore di Senigallia, del Vicariato di Mondavio e genero di Federico di Montefeltro), insieme ad altre rocche del ducato (Cagli, Cantiano, Fossombrone, Frontone, Sassocorvaro, Pergola, Mondolfo), e risale con ogni probabilità alla fase più tarda dell'attività dell'architetto senese, probabilmente al decennio 1482-1492. Attorno al cassero malatestiano del '300 il Martini ideò, ampliandola notevolmente, la nuova fortificazione, composta da un "mastio" di 5 piani e da un "torrione" semicircolare. Il primo era accessibile solo dopo aver superato una serie di difese passive: il fossato, le alte mura, i ponti levatoi a monte e a valle, poggianti su rivellini, la porta sotto il torrione, il torrioncino-avamposto sulla rampa e il ponte levatoio all'entrata del mastio. Tre piani sono attrezzati con postazioni di artiglieria e feritoie: al piano terra per il tiro radente, al terzo per il tiro a mezza altezza e al quinto, merlato, per il tiro lungo e controllo a vista del territorio. La costruzione rimase incompiuta per il ritorno dell'architetto Francesco di Giorgio Martini nella natia Siena e per la successiva concomitante morte sia del committente Giovanni della Rovere sia dell'architetto (1501). Nel 1631, alla morte dell'ultimo duca di Urbino (Francesco Maria II della Rovere), il ducato ritornò a far parte dello Stato della Chiesa e la rocca di Mondavio non avendo più scopi difensivi venne trasformata in carcere pontificio. Tale utilizzo continuò anche dopo l'unità d'Italia fino agli anni quaranta del XX secolo. A differenza di molte altre rocche del Martini, la rocca di Mondavio è giunta fino ai nostri giorni in ottimo stato di conservazione (sebbene più volte ristrutturata), non avendo mai subito attacchi o assedi. La maestosa fortezza si presenta come una vera e propria macchina da guerra, in cui ogni forma e struttura è stata studiata per resistere agli attacchi sferrati con le armi dell'epoca: sia con le armi a getto (catapulte, trabucchi) sia con le armi da fuoco, che cominciavano a diffondersi in quegli anni. La presenza del mastio domina l'intera struttura sia per le sue dimensioni che per la particolare forma. La sua forma è ottagonale a larga base con pareti esterne trapezoidali inclinate che si elevano elicoidalmente per sfuggire all'impatto dei proiettili; nella parte alta sporgono a strapiombo, sorrette da beccatelli, per terminare nei merli del quinto piano. Al mastio si allaccia un camminamento, protetto da un torrioncino, che porta ad una massiccia torre semi-circolare, unita con un ponte a due rivellini d'ingresso (uno di questi è ancora visibile). Il camminamento e la torre semi-circolare formano se visti dall'alto la figura di una balestra. Tale stravaganza architettonica può essere considerata la firma stessa di Francesco di Giorgio Martini. Dal rilievo che raffigura la Rocca Roveresca in sezione, risulta che i resti d'una torre medioevale sono stati inglobati dalla nuova costruzione. Il Martini intervenne modificando il percorso primitivo del camminamento (come testimoniano i tre archi visibili all'ingresso), facendolo deviare verso il ricetto esterno adattandolo per la difesa della fortificazione; egli attua un nuovo camminamento tra il torrione e il mastio, tutt'oggi esistente. Il Martini ha ideato un sistema difensivo, a guardia del centro storico, integrando la fortificazione preesistente, ampliandola e adattandola, affinchè risultasse adeguata al suo progetto. La rocca, nel suo complesso, era in grado di attuare una difesa progressiva e l'eventuale offesa a discapito di una torre o di una postazione trovava risposta in una immediata capacità difensiva, attuata dall'insieme delle controffese. Per soddisfare le esigenze difensive, ogni elemento era collocato al posto più conveniente, in modo che la difesa risultasse efficace dal particolare al generale. La complessità dell'intera fortificazione si sarebbe ulteriormente accresciuta se fosse stato edificato, come riportato nei Trattati dell'architetto, un'ulteriore torrione rotondeggiante, previsto sul versante occidentale e mai realizzato. Tale torrione avrebbe compreso le stanze da utilizzare come abitazione, non presenti all'interno della rocca. Gli ambienti interni corrispondono in gran parte alle strutture originarie. Attualmente tali spazi sono destinati a spazi espositivi e museali, tra cui un'importante armeria (collezione di armature, artiglierie e strumenti di uso militare). Il museo di rievocazione storica, ricostruzione di scene vita rinascimentale (dalla festosa scena del banchetto agli orrori del carcere e della tortura), si articola su quattro dei cinque piani del Mastio. Nel rivellino è esposta una vasta gamma di bocche da fuoco, tra cui il mascolo, parte terminale di una bombarda grossa, del peso di oltre sei quintali. Sono presenti anche artiglierie leggere: moschettoni, falconetti, spingarde e bombardelle. Si possono ammirare inoltre alabarde, spiedi, ronconi ed altre armi bianche, spesso artisticamente decorate. L'armeria propone al visitatore oltre alle artglierie, una interessante raccolta di armi rinascimentali. La visita consente un diretto coinvolgimento in aspetti della cultura e della civiltà che hanno segnato uno dei momenti più alti delle comunità metaurensi. Dal 2000, nel fossato della fortificazione è stato allestito un Parco di "Macchine da guerra" di Francesco di Giorgio Martini. Unica nel suo genere il parco comprende fedeli ricostruzioni in dimensione reale di catapulte, trabucchi, bombarde e altre macchine da assedio, tutte tratte ed elaborate dai disegni originali dell'architetto senese. Altri link suggeriti: scheda di Fabio Mariano su http://www.mondimedievali.net/Castelli/Marche/pesaro-urbino/mondavio.htm, https://www.youtube.com/watch?v=Clhe3kiZWjo (video di Federico Channel), https://www.youtube.com/watch?v=mvRbZYjtwE4 (video di Marco Ianassi).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Roveresca_(Mondavio), http://www.mondavioturismo.it/la-rocca-roveresca/, http://www.comune.mondavio.pu.it/rocca-roveresca/, scheda di Enrico De Santi su http://www.lavalledelmetauro.it/contenuti/beni-storici-artistici/scheda/5455.html

Foto: le prime due sono cartoline della mia collezione, mentre la terza è presa da http://musei.cultura.marche.it/web/RicercaMusei/DettagliMuseo.aspx?id=213

mercoledì 1 febbraio 2017

Il castello di mercoledì 1 febbraio






ROCCAGORGA (LT) - Palazzo Baronale Doria Pamphilj

Roccagorga è situata sullo sperone del Monte Nero, una collina dei Lepini meridionali, ha un'altitudine di 289 m sul livello del mare. Le origini risalgono al 796 d.C. a seguito della distruzione di Privernum, ma il suo sviluppo sullo sperone del secondo monte di Gorga data dalla fine del medioevo, intorno al primitivo Castello. Il nome deriva dalla matrona Gorga che nell'VIII secolo la tradizione si insediò insieme ai fuggiaschi Privernati sul monte Nero, creando il primo nucleo abitato. È del XIII sec. il toponimo “Roccam Dompneburge et Aspranam” legato al feudo dei Conti di Ceccano, che aveva altri feudi nella zona. Nel punto più alto, di una rocca in posizione comunque strategica, fu costruita una robusta torre quadrangolare, che poteva comunicare mediante segnalazioni con le torri di Maenza, di Asprano e di monte Acuto. Il palazzo Baronale rappresenta il fulcro generatore dello sviluppo urbano; la famiglia più intraprendente erigeva la prima torre e, tutt’intorno nasceva il nucleo fortificato. Dalla torre con recinto si passò al castello di forma rettangolare e con accesso verso sud-est fino agli sviluppi successivi che portarono questa costruzione ad aprirsi verso nord orientando lo sviluppo della città verso la nuova Chiesa di S. Leonardo. Nel XVI sec. il Palazzo Baronale si trasformò da luogo militare a Palazzo Signorile; fino alle ultime trasformazioni dei Doria Pamphilj che, nel 1811, posero il loro stemma araldico in pietra a tuttotondo sul portale dell’ingresso. Prima del XVI secolo non si hanno molte notizie sulla genesi architettonica di questo monumento mentre successivamente la sua storia è ricca di notizie. In un inventario del 1747 si legge che era composto da 54 stanze e, nello stesso anno, fu anche costruito un porticato d’ingresso con il quale il cortile interno venne suddiviso in due utilizzati distintamente come rustico e di rappresentanza. Nel 1753 la Chiesa di S. Maria fu annessa al palazzo e trasformata in parte in cappella privata su progetto dell’ architetto Paolo Posi e sopraelevata di due piani, per gli appartamenti di Maria Teresa Orsini. La Rocca fu posseduta cronologicamente dalle famiglie: Da Ceccano, Caetani di Fondi, Aldobrandini, Ginnetti di Velletri, Orsini di Gravina e dai Doria Pamphilj. Intorno al 1930 il Palazzo Baronale, frazionato, fu acquistato dal comune di Roccagorga. Il complesso oggi è composto da due corpi di fabbrica separati e da una sorta di maschio campanile, sormontato da un orologio. Ospita le sedi dell’Etnomuseo dei Monti Lepini, della Biblioteca comunale, dell’Ostello e abitazioni private. Tutta la facciata del Palazzo baronale fu restaurata intorno al 2000, soprattutto il campanile a cui fu ridato il suo colore originale rovinato dagli anni. Analizzando proprio nel particolare il campanile, notiamo che l’orologio è ancora quello del 1950, caratterizzato dagli antichi numeri romani, con l’unica differenza che dopo il restauro venne riaccentuata in modo particolare la cornice a facce a rilievo tondeggiante che lo circonda, per richiamare appunto la muratura sempre a facce a rilevo che costituisce il campanile. All’estremità superiore del campanile è posta una struttura piramidale in ferro al cui interno troviamo una piccola campana sempre in ferro che a fine anni 90 suonava ogni 15 minuti, ora invece suona allo scattare di ogni singola ora; inoltre all’apice di questa struttura troviamo una banderuola. Tra gli elementi degni di nota del palazzo ricordiamo:
le bellissime scalinate del Palazzo baronale, poste all’esterno dell’entrata principale della struttura e composte interamente da pietra calcarea;
l'entrata principale dove si nota un maestoso portone in castagno, e lateralmente sono affisse le tabelle dell’etnomuseo e dell’ostello;
lo stemma araldico in pietra a tuttotondo posto sul portale dell’ingresso, nel 1811, dai Doria Pamphilj. Da osservare con particolare attenzione i suggestivi dettagli dello stemma.
Oltrepassato il corridoio dove si trova la biblioteca, si giunge al cortile interno nel quale si entra attraverso tre aperture ad arco. Qui si trovano alberi, piante, e soprattutto l’entrata del palazzo che ha al suo interno l’Etnomuseo, l’Ostello ed anche alcune abitazioni private. Appena varcata l’entrata principale, troviamo sulla destra un portone in castagno, inserito in uno stipite di pietra calcarea, che è l’ingresso della Biblioteca comunale. Lateralmente al portone c’è la targa in marmo che dedica la Biblioteca ad Alcide De Gasperi. Entrando nel portone che da sul cortile, troviamo subito alla nostra sinistra l’insegna dell’Etnomuseo con tanto di piantina che ci indica come muoverci all’interno del museo. Subito più avanti sulla destra troviamo il portone d’entrata del museo, fatto anch’esso di castagno, al cui interno lascia intravedere delle sculture fatte sulla parete tratte dall’opera “Il Quarto Stato”, di Pellizza Da Volpedo, che simboleggiano per i rocchiggiani l’eccidio del 6 gennaio 1913, dove, a seguito di uno sciopero da parte dei cittadini, 7 di questi furono uccisi. All’estremità superiore della scalinata, troviamo subito sulla destra il portone d’ingresso dell’ostello, anch’esso fatto di castagno.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Roccagorga, testo di di Giada Rendicini, Rina Nardacci e Elide Foglietta su http://comuneroccagorga.it/index.php/monumemti/palazzo-doria-pamphili

Foto: la prima è presa da http://www.exploracity.it/component/chronoforms/?chronoform=view&rec=53&Itemid=167, la seconda è una foto del sottoscritto