martedì 6 ottobre 2020

Il castello di martedì 6 ottobre



POPPI (AR) - Castello dei Conti Guidi

Il Castello di Poppi è considerato il simbolo, non solo di Poppi, ma dell’intero Casentino. E’ infatti visibile da buona parte di questa valle della Toscana orientale nella provincia di Arezzo. Ci appare spesso diverso, a secondo dell’ora, delle condizione ambientali e delle stagioni, ma sempre suggestivo e affascinante. Fu edificato tra la fine del XII e gli inizi del XIV secolo dalla nobile famiglia dei Guidi ed è il castello più “giovane” tra tutti quelli costruiti da questa potente casata in Casentino, terra toscana rinomata appunto per i suoi castelli. Questa sua relativa giovinezza, la cura e la solidità con cui fu realizzato sono sicuramente i motivi principali per cui l'edificio, a parte la torre che a fine ‘800 fu oggetto di un rifacimento della sua parte alta, si presenta oggi in un aspetto molto vicino quello che poteva essere nel periodo medievale. La prima traccia nelle cronache del castello, costruito nel Medioevo, risale al 1191. L'edificio è stato ristrutturato a partire dal 1274 per volontà del conte Simone Guidi e di suo figlio Guido. Da viste panoramiche di Poppi il castello mostra già la sua imponenza, questa diventa sempre maggiore via via che ci avviciniamo. Osservato dagli antistanti giardini ci comunica la forza della sua possente struttura in pietra nonché l’eleganza della sua forma d’insieme e di alcuni suoi elementi architettonici quali la torre, i merli e le finestre bifore ornate di stemmi gentilizi. Data l’asimmetria stilistica con cui si presenta la sua facciata vengono citati due architetti, ma senza riscontri storici documentati, per il progetto del castello: Lapo di Cambio prima e Arnolfo di Cambio poi (fine XIII secolo). Quest’ultimo avrebbe utilizzato il Castello di Poppi, in particolare la torre, come prototipo per la realizzazione di Palazzo Vecchio a Firenze. Un busto di Dante Alighieri posto nella piazza antistante ricorda il legame del Sommo Poeta con questa storica costruzione, ove nel 1310 fu ospitato per un anno dal Conte Guido di Simone da Battifolle durante il suo esilio da Firenze. Dante sembra abbia composto in questo periodo il XXXIII canto dell’Inferno. Il complesso era dotato di due sole porte, una più grande rivolta a valle verso Ponte a Poppi con una ripida rampa di accesso, e una più piccola sul lato opposto verso la piazza d'armi. Dopo l'ultima grande ristrutturazione del castello nel 1470 fu quest'ultima, con il nome di Porta del Leone, a diventarne l'accesso principale. Il castello fu ampliato con la costruzione del blocco rettangolare posto sulla destra della torre (guardando dalla piazza d'armi). Questo era il primitivo cassero, adibito dai piani bassi basso verso l'alto rispettivamente a carcere, deposito ed abitazione. Sebbene oggi sia unito alla torre da una cortina muraria, originariamente le due costruzioni erano staccate, collegate solo da ponti levatoi ai piani alti, per essere ognuna indipendente e eventualmente a difesa dell'altra. Nel salone del piano superiore del cassero, oggi sede delle riunioni del consiglio comunale, fu redatta nel 1440 la resa dell'ultimo dei conti Guidi, Francesco, alla Repubblica Fiorentina. Quasi contemporaneamente fu iniziata anche la costruzione dell'altra ala del castello, dal lato opposto della torre. Questa era costruita solo fino al primo piano quando fu terminato il cassero, ma già così si era creato il cortile interno che ammiriamo ancora oggi, ricco di stemmi in pietra delle famiglie fiorentine che svolsero il vicariato al castello. Sul lato verso Ponte a Poppi il cortile è chiuso dalla Cappella. Gran parte di queste opere sono da attribuire al conte Simone Guidi, artefice della grande prima ristrutturazione, iniziata nel 1274, che innalzò al rango di residenza signorile il precedente fortilizio. Per aumentarne l'eleganza furono aperte le bifore sulla facciata del castello. Un'altro grande intervento fu portato avanti dal 1470. Questo interessò principalmente il cortile interno con la costruzione della splendida scala in pietra di accesso ai vari piani dell'edificio e il recinto esterno. Fu scavato il fosso di separazione tra il castello e la piazza d'armi e sulla cinta esterna fu eretta l'antiporta 'della Munizione', praticamente un rivellino, a difesa della porta del Leone. La "Munizione" fu anche dotata di ponte levatoio, oggi scomparso. Il castello era ormai uno splendido palazzo residenziale. L'ultimo restauro del secolo scorso, con il rifacimento di gran parte della merlature e il restauro delle bifore ed altre parti della muratura, ha dato lo splendido aspetto odierno al complesso. Per accedere al Castello dei Conti Guidi di Poppi si attraversa un piccolo ponte su un fossato a secco che ci introduce nella “munizione”, costruzione a base quadrata adibita a guardia armata del castello. Attraversato questo piccolo edificio ci troviamo nel cortile esterno che gira intorno al palazzo dei Guidi, in questo spazio si trova un elegante pozzo. Prima di entrare nel castello fermiamoci un momento davanti al portone d’ingresso e guardiamo verso l’alto. Ci sentiremo “intimoriti e dominati” da un bassorilievo raffigurante un grande leone e dai 50 metri di altezza della possente torre. Altezza ridotta di una decina di metri a fine ‘800 dopo che la struttura era stata seriamente danneggiata da un fulmine. In quell’occasione l’elegante corona di merli ghibellini fu sostituita con una cella campanaria. Tre-quattro metri della base sono attualmente interrati, sottraendoci alla vista la scarpatura di cui era dotata la torre, complemento alla difesa piombante dell'epoca. Le scarse aperture presenti nella muratura sembrano essere originali. Fu poi costruito il recinto murato fortificato attorno alla torre, dal quale si svilupparono gli altri edifici della fortificazione. Appena si entra nel castello ci si ritrova nella corte interna. Lo sguardo si volge istintivamente verso l’alto, attratto dallo sviluppo verticale dell’edificio, dai ballatoi in legno, dall’armoniosa scala realizzata a fine XV secolo su progetto dell’architetto Jacopo di Baldassarre Turriani, una straordinaria opera dal punto di vista tecnico. Cominciando la visita al castello dal piano terreno, a destra, appena entrati, una piccola porta immette nella stretta e angusta prigione. Continuando il giro della corte in senso antiorario troviamo le Scuderie dei Guidi, un’ampia sala con una caratteristica architettura medievale utilizzata oggi per mostre. In fondo alla corte si trova un tavolo in pietra che è chiamato “tavolo della giustizia” perché dalla metà del ‘400, periodo in cui Poppi comincia ad essere amministrato da un vicario inviato dalla Repubblica Fiorentina e vi venne istituito il tribunale, su questo tavolo si amministrava la giustizia e venivano emesse le sentenze. A qualche metro dal tavolo una porta conduce ad una sala posta sotto la corte che è stata dedicata a Tommaso Crudeli, poeta di Poppi della prima metà del Settecento. Le pareti interne dell’intero Castello di Poppi sono impreziosite da numerosissimi stemmi gentilizi, al piano terreno troviamo i più raffinati perché invece che scolpiti su pietra furono realizzati in terracotta invetriata dai Della Robbia, la nota famiglia di ceramisti fiorentini. Saliti al primo piano possiamo visitare il Salone delle Feste. Qui i Conti Guidi tenevano banchetti, feste, spettacoli. La sala è riccamente decorata, una particolare attenzione va rivolta al soffitto. Qui sono presenti varie opere d’arte tra cui una terracotta di Benedetto Buglioni raffigurante la Madonna della Cintola e Santi. Oggi questa prestigiosa sala è spesso utilizzata per convegni e conferenze. A questo piano si trova il gioiello culturale non solo del castello e di Poppi, ma dell’intero Casentino: la Biblioteca Rilliana. Un inestimabile patrimonio di 25000 volumi antichi. Fu realizzata alla morte del Conte Fabrizio Rilli Orsini (1828) che donò il suo enorme patrimonio librario alla comunità di Poppi. L’ultimo piano del Castello di Poppi è detto anche Piano Nobile perché qui si trovavano le stanze residenziali dei Conti Guidi. In cima all’ultima rampa di scale si incontra subito la cariatide del Conte Guido Simone da Battifolle. Questi visse a cavallo tra il XIII e XIV secolo e fu una delle figure di maggior rilievo della nobile e potente casata dei Guidi. Con lui il Castello di Poppi crebbe in dimensioni assumendo praticamente quelle odierne. Fu colui che nel 1310 ospitò l’esiliato Dante Alighieri. Le stanze dei Guidi sono tutte affrescate. Nella più grande è esposto l’interessante plastico della Battaglia di Campaldino che mostra la disposizione degli schieramenti delle truppe Guelfe e Ghibelline prima di affrontare questo sanguinoso scontro che si tenne l’11 giugno 1289 in una piana (di Campaldino) a poca distanza e in vista dal castello. Un’altra di queste sale è la Cappella dei Guidi, di grande interesse perché è da considerarsi uno dei gioielli artistici della regione. La parte alta delle sue pareti e la volta a crociera della navata unica ci mostrano affreschi di Taddeo Gaddi, allievo di Giotto, eseguiti nella prima metà del ‘300 e raffiguranti sei scene sacre: due dedicate a Giovanni Evangelista, due alla Vergine, due a Giovanni Battista. In una nicchia collocata al di sotto di una finestra vi è un polittico trompe-l'œil affrescato, mentre su ognuno dei quattro angoli della volta sono dipinti gli Evangelisti in trono. Un’altra stanza, posta tra le due sopra descritte e degna di attenzione, è la “Sala del Caminetto” interessante proprio per la presenza di questo elegante elemento. Dal ballatoio del Piano Nobile parte un’irta scalinata in legno che conduce alla cella campanaria posta in cima alla torre del Castello di Poppi, dopo aver salito 104 scalini. Tra gli interessanti particolari di questo suggestivo ambiente, è degno di nota l’antico meccanismo dell’orologio. Giunti in cima alla torre è possibile godere degli ampi panorami sul Casentino circostante. Altri link suggeriti: https://ecomuseodelcasentino.it/content/castello-dei-conti-guidi-di-poppi-mostre-permanenti, http://www.fortezze.it/castello_poppi_it.html?fbclid=IwAR0c8ZIKQPRksWlRzaEbG81xV_Es5ftPrV4MwCrvp6DjLVVOnlqUUHqM8Zc, https://www.settemuse.it/viaggi_italia_toscana/arezzo_poppi.htm (video), https://www.youtube.com/watch?v=Ru786E1i9Xg&feature=emb_logo (video con drone di civigrafarezzo), https://www.youtube.com/watch?v=tKkgaX9wa40 (video di Il rifugio del Funghetto), https://www.youtube.com/watch?v=r_qFrk--1ZQ (video di Italia Off Maps)

Fonti: https://www.ilbelcasentino.it/castello_poppi.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_dei_Conti_Guidi_(Poppi), https://www.castellitoscani.com/poppi/

Foto: la prima è presa da https://www.comune.poppi.ar.it/mostre-e-musei/castello-dei-conti-guidi-sec-xiii/, la seconda è del mio amico Claudio Vagaggini su https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/a.412819680344/372302310344

lunedì 5 ottobre 2020

Il castello di lunedì 5 ottobre


PROCIDA (NA) - Castello D'Avalos

Edificio dominante della Terra Murata è il Palazzo d’Avalos, costruito nel ‘500 insieme alle mura dalla famiglia D’Avalos, governatori dell’isola fino al ‘700. Nel 1830 l’edificio fu trasformato in carcere e fu chiuso definitivamente solo nel 1988. L’ex Carcere è costituito dall’intervento urbano cinquecentesco realizzato nel finire del sec. XVI per volere del Cardinale Innico d’Avalos dagli architetti Cavagna e Tortelli. D’Avalos con la costruzione del suo Palazzo fece realizzare l’attuale accesso a Terra Murata il cui borgo era accessibile solo dalla spiaggia dell’Asino dopo punta Lingua e grazie a questo collegamento si ebbe lo sviluppo urbano dell’isola con la nascita dell’insediamento del borgo della Corricella, la realizzazione del Convento di Santa Margherita Nuova e l’attuale architettura dell’abbazia di San Michele. Il Palazzo Signorile fu dal 1734 confiscato dai regnanti borbonici, che istituirono a Procida il primo sito Reale di caccia, divenendo sia per Carlo III ma in particolare per Ferdinando IV residenza reale per la caccia, prima della realizzazione di Capodimonte e la Reggia di Caserta. Il complesso monumentale, dopo essere stato Palazzo Reale dei Borbone, tra i 22 beni allodiali della Corona, nel 1815 venne trasformato in scuola militare e poi nel 1830 in carcere del Regno con successivi ampliamenti che vennero realizzati dal 1840 per la nuova funzione di bagno penale, all’Unità d’Italia carcere di massima sicurezza dello Stato italiano. Nel Carcere di Procida sono stati detenuti Cesare Rosaroll e Luigi Settembrini, e dopo la caduta della repubblica di Salò, dal ’45 al ’50, vale a dire fino all’indulto Togliatti, furono rinchiusi tutti i principali capi della “nomenclatura fascista”, da Graziani, a Teruzzi, a Cassinelli, nonchè Julio Valerio Borghese. Il complesso Monumentale è costituito dal Palazzo D’Avalos, il cortile, la Caserma delle guardie, l’Edificio delle Celle singole, il Padiglione delle Guardie, l’Edificio dei veterani, la Medicheria, la Casa del Direttore, il tenimento agricolo detto la Spianata di circa 18.000 mq. “Un sistema unitario ed inscindibile dalla emergenza monumentale rappresentata dal Palazzo d’Avalos che, travalicando l’interesse artistico e storico particolarmente importante per i suoi caratteri peculiari, che ne sanciscono l’appartenenza alla storia dell’architettura rinascimentale, esso assume anche il valore di testimonianza della storia politica, militare e urbanistica dell’isola”. Il fatto che il Palazzo sia stato voluto dal colto Signore del Rinascimento, improntandolo a canoni di bellezza, e abitato da Carlo III di Borbone, re illuminato, fa contrasto con il luogo di pena che poi divenne: oggi una semplice visita lo rivela come un posto unico, un luogo dell’anima, in cui si avverte una forte tensione emotiva. Infatti nell’ex carcere tutto è ancora lì, tra le celle e gli androni rinascimentali, consunto e fermato dal tempo: le vecchie divise, le scarpe sul pavimento polveroso e poi le brande arrugginite, le balle di cotone un tempo lavorate nell’opificio, e finanche il lettino per gli interventi ambulatoriali. Suggestive sono le doppie grate in ferro alle finestre che, per tre volte durante la notte, a mezzanotte, alle tre e alle sei, le guardie battevano con un bastone per controllare il rumore, sordo nell’eventualità le inferriate fossero state segate. Questo rumore è diventato negli anni uno scandire del tempo anche per i cittadini. Tutto giace uguale a se stesso, ma in fondo no, sotto la bellezza mai davvero decaduta di ampie volte e capitelli. Nel 1978 venne chiuso il carcere vecchio (Palazzo d’Avalos) e nel 1988 definitivamente abbandonato anche il carcere nuovo. Attualmente l'edificio è visitabile previo prenotazione attraverso il sito web del Comune di Procida. Altri link consigliati: https://www.fanpage.it/napoli/palazzo-davalos-a-procida-storia-delleden-delle-pene-a-picco-sul-mare/, https://ecampania.it/event/terra-murata-quel-carcere-che-procida-guardava-mare/, https://www.youtube.com/watch?v=FDZ7mkjWRsI (video di InCampania), https://www.youtube.com/watch?v=_V1IJiOgN0g (video di Telemax), https://www.ischialarassegna.com/rassegna/Rassegna2016/rass06-16/procida.pdf

Fonti: https://www.visitprocida.com/it/luoghi-di-interesse/palazzo-davalos-ex-carcere.html, http://incampania.com/location/palazzo-davalos-procida/, https://www.napoli-turistica.com/palazzo-davalos-ex-carcere-di-procida-terra-murata/

Foto: la prima è presa da https://www.hotelaprocida.com/isola-di-procida/terra-murata-procida, la seconda è presa da https://www.procidareview.com/palazzo-davalos.html

domenica 4 ottobre 2020

Il castello di domenica 4 ottobre



TEULADA (SU) - Torre di Capo Malfatano e Torre di Piscinnì (o Pixinnì)

La denominazione originaria della Torre di Capo Malfatano è riferibile ad uno scalo utilizzato dai commercianti di Amalfi; essa veniva anche denominata “fortalessa de Marfattà” nel 1593 o “fortalessa de San Francisco de Marfattà” nel 1595, mentre attualmente trae il proprio nome dall’omonima località. La costruzione della torre risale agli anni immediatamente successivi al 1578, quando fu proposta dal De Moncada che quindici anni più tardi, nel gennaio 1593, fu nominato il primo alcade. Le principali funzioni erano di avvistamento e di controllo con il presidio militare fornito di cannoni, di spingarda e di fucili. Nel 1764 la torre venne attaccata da circa 400 barbareschi ma l’allora alcade Giovanni Battista Pinna guidò la difesa che ebbe un esito positivo a favore della propria torre e durante la quale rimasero feriti circa 100 assalitori. Nel luglio del 1812, in seguito all’attacco barbaresco a Sant’Antioco, la guarnigione venne potenziata e portata a cinque soldati e un caporale. Il presidio di questa struttura continuò anche successivamente allo scioglimento dell’Amministrazione delle Torri. Nel 1847 vi venne trasferito Giovanni Santo Zedda, sergente del Real Corpo dell’Artiglieria, già alcade della torre di Coltellazzo a Pula. Negli anni 1605, 1784, 1817 e infine nel 1823 sono stati realizzati diversi interventi di restauro, resi necessari sia a causa delle incursioni subite che degli effetti del tempo sulle strutture. L’ultimo intervento di restauro è stato svolto recentemente dalla Soprintendenza B.A.A.A.S. di Cagliari.
La torre di Capo Malfatano è in contatto visivo con le altre Torri di Piscinnì, del Budello e di Porto Scudo. Attualmente è inaccessibile a causa della mancanza di una struttura di collegamento alla piccola apertura in quota. La torre si trova in prossimità del bordo del promontorio in forte pendenza e con terreno franoso. Lo stesso promontorio è spesso esposto a forte vento. Costruita a circa 65 metri sul livello del mare, di forma tronco-conica, la torre presenta un diametro esterno di 14 m. ed un’altezza di 16 m. Una botola, aperta a circa 6 m. da terra, immetteva nella camera interna, con volta a fungo con pilastro, dotata di due troniere e un caminetto; attraverso una scala scavata nello spessore murario si raggiungeva la piazza d'armi. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=OcahKQFiiOs (video di turbo774)

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La Torre di Pixinnì, di origine spagnola e risalente, nelle forme attuali, al XVII secolo, faceva parte, con quelle di Budello, Malfatano e Chia, del sistema difensivo contro incursioni barbaresche. Costruita nel 1595, si distingue sia per le dimensioni costruttive che per l’importanza strategica, poiché doveva sorvegliare sia l'approdo verso la valle retrostante e lo stagno omonimo, sfruttato da Pietro Porta come riserva ittica. In epoca spagnola la torre fu rinforzata e protetta da un presidio armato. La sistemazione della Torre di Pixinnì, dal punto di vista strategico-logistico, risulta importante, in quanto costituisce il ponte naturale tra la località di Chia e l’isola amministrativa di Pixinnì. E’, inoltre, un sito utile per il monitoraggio e lo studio del Sito di Interesse Comunitario e delle aree facenti parte dell’Area Marina Protetta. Altri link suggeriti: https://www.360cities.net/image/torre-di-pixinni-domus-de-maria-cagliari-sardinia (visita virtuale torre), https://www.youtube.com/watch?v=Vu34oBAoSQ8&feature=share&app=desktop (video di AllWays Sardinia)

Fonti: http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=1824&s=189755&v=2&c=9448&idsito=23, http://torricostiere.squarespace.com/torre-di-malfatano, ftp://ftp.minambiente.it/PNM/Natura2000/Materiale%20Designazione%20ZSC/Sardegna/04_Misure%20di%20Conservazione/Elaborati%20di%20Piano/ITB042218/01_Elaborati%20Testuali/Appendice%2011_1/Vs_2.pdf., https://www.mondimedievali.net/Castelli/Sardegna/cagliari/provincia000.htm#teulada

Foto: la prima (Torre di Malfatano) è di Camping Portu Tramatzu su http://www.wikitinera.it/index.php/it/la-panoramica-tra-porto-teulada-e-chia/686-satc-005-torre-di-capo-malfatano, la seconda (Torre di Piscinnì) è di Archivio RAS su https://www.sardegnaturismo.it/it/esplora/piscinni-0

sabato 3 ottobre 2020

Il castello di sabato 3 ottobre



MONTE VIDON CORRADO (FM) - Mura castellane

Il nome di Monte Vidon Corrado deriva da Corrado, figlio di Fallerone I, Signore di Falerone, che è da ricordare insieme al fratello Guidone, perché passarono alla storia per aver dato i loro nomi a due castelli del Fermano, e legarono il proprio titolo alla storia di Monte Vidon Corrado e Monte Vidon Combatte (https://castelliere.blogspot.com/2017/04/il-castello-di-domenica-23-aprile.html), che oggi sono comuni, ambedue in provincia di Fermo. Monte Vidon Corrado è sorto in epoca medievale, sull’asse di comunicazione tra la valle del fiume Tenna e del Chienti, in uno sperone panoramico che domina il territorio dai Sibillini al mare. Fu uno dei castelli del Fermano costruiti dai Piceni con spesse mura per difendersi dalle incursioni delle tribù limitrofe, per poi divenire terra degli Abati di Farfa. Viene citato per la prima volta in un documento del 1300. Fu in quel periodo che gli abitanti di Monte Vidon Corrado,rappresentati da Guglielmo Scambi, si sottomisero a Fermo ed al suo Podestà: Egidio Albornoz, Legato Papale durante la permanenza della Sede Pontificia ad Avignone (1309-1377). Devastato nel 1398 dal Conte di Carrara, Monte Vidon Corrado fu occupato in seguito da Carlo Malatesta (1413-16) e da Francesco Sforza (1433-1446), seguendo sempre le vicende della vicina Fermo. Più recentemente la sua storia si confonde con quella di Montegiorgio, "di cui seguì l'avversa e prospera fortuna" come si legge nell'Annuario della Provincia di Ascoli Piceno nel 1865. Alla fine del XIX secolo, Monte Vidon Corrado contava 1300 abitanti di cui solo 150 vivevano nel centro principale. La matrice medievale del borgo è fortemente leggibile nella struttura urbana, improntata sull’antico incasato del castello feudale le cui mura poligonali, attualmente inglobate in costruzioni più tarde, risalgono al XIV-XV secolo. Nella parte alta del paese infatti sono ancora visibili due torrioni rompitratta che appartenevano alla cinta muraria del castello. Gli edifici religiosi, come la Chiesa di San Vito, che custodisce alcune tele del '700 attribuite a Ricci e Foschi, sono addossati alle mura verso nord, mentro quelli civili lo sono verso sud. Diversi e gradevoli sono i palazzetti gentilizi, con decorazioni in cotto, tra cui una casa del 1400.

Fonti: https://www.turismo.marche.it/Cosa-vedere/Localita/Monte-Vidon-Corrado/5767, http://www.tecuting2.it/c044051/zf/index.php/storia-comune, https://www.e-borghi.com/it/borgo/Fermo/490/monte-vidon-corrado, https://www.fermomia.it/monte-vidon-corrado.html

Foto: la prima è presa da https://www.e-borghi.com/it/borgo/Fermo/490/monte-vidon-corrado, la seconda è di Turista Consueto su https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/a.10157991475590345/10152980786640345




venerdì 2 ottobre 2020

Il castello di venerdì 2 ottobre



CAVRIANA (MN) - Castello Gonzaga

Le prime testimonianze scritte dell'esistenza del borgo risalgono agli inizi del X secolo, in particolare nel 905 Cavriana è citata nell'inventario dei beni del monastero di Santa Giulia di Brescia. Il paese è poi citato nel 1045 in un diploma imperiale di Enrico II che conferma il possesso della corte di Cavriana al vescovo di Mantova. La prima fase di fortificazione sembra risalire all'XI secolo, durante la dominazione dei Canossa. In epoca comunale Cavriana fu concessa dal comune di Mantova alla famiglia Riva, bandita da Mantova, e le furono attribuite funzioni difensive per contrastare la minaccia rappresentata dalla crescente potenza di Verona. Intorno al 1270 il dominio sul paese fu assunto dai Bonacolsi, fino a che non furono sconfitti a loro volta dai Gonzaga. Definitivamente assegnata ai Gonzaga, Cavriana fu compresa nel sistema difensivo organizzato da Mantova contro la pressante minaccia viscontea, costituito da un sistema di torri d'avvistamento poste in comunicazione tra loro che permetteva di far giungere alla città in breve tempo messaggi di eventuali pericoli incombenti. Si provvide pertanto alla costruzione di un alto giro di mura difensive attorno al castello, al cui interno si trovava il borgo e in posizione sopraelevata la rocca, che dai documenti dell'epoca risultava dotata di quattro torri angolari d'avvistamento. Il castello fu una delle fortificazioni più importanti del mantovano (probabilmente la più ampia), con muraglioni merlati e ponte levatoio e si ergeva sul colle dominante l'abitato. Per lungo tempo teatro di scontri tra i Gonzaga e i Visconti, nel 1441 qui fu siglata la pace con Filippo Maria Visconti da parte della lega tra veneti, fiorentini, genovesi e ambasciatori del Papa. Il periodo più glorioso della storia del castello di Cavriana fu però quello legato ai lavori di ristrutturazione e trasformazione in una vera e propria reggia, prima sotto il dominio del capitano Francesco I Gonzaga, che vi aveva anche soggiornato nell'agosto 1383, per sfuggire la peste scoppiata in città (e qui morì nel 1407), poi durante il marchesato di Ludovico II Gonzaga. Nei primi decenni della seconda metà del XV secolo, in particolare, la rocca di Cavriana assieme a quella di Goito, fu oggetto di una serie d'interventi di riqualificazione architettonica, pittorica e decorativa di grande rilievo, che comportò un rinnovo e un radicale riassetto della struttura, finalizzato a soddisfare esigenze più specificatamente residenziali, funzionali alla rappresentanza e al soggiorno della corte gonzaghesca. I massicci interventi per il rinnovo della rocca, iniziati nel 1458 e svoltisi in buona parte dal 1460 al 1462, furono interamente diretti dall'ingegnere Giovanni da Padova, figura eminentissima, legata per tutta la metà del XV secolo a numerosi interventi sul territorio. Un altro protagonista fu Luca Fancelli le cui prestazioni furono però abbastanza sporadiche, discontinue e per lo più limitate ai singoli elementi architettonici. Quest'ultimo, vista la mitezza del clima, acquistò in zona alcuni terreni. Per gli interventi pittorico - decorativi partecipò anche Andrea Mantegna, contribuendo a fornire i disegni per il pittore Samuele da Tradate. Seguì un periodo di grande splendore e agli inizi del XVII secolo il castello di Cavriana risultava il più importante dello Stato. Anche Isabella d'Este soggiornò nel castello per molto tempo, durante le assenze da Mantova del marito, il marchese Francesco II Gonzaga. Altri due esponenti della famiglia Gonzaga occuparono il castello e vi trovarono morte: Eleonora de' Medici, moglie di Vincenzo I Gonzaga, il 9 settembre 1611 e Carlo Gonzaga, secondogenito dell'VIII duca di Mantova Carlo I, che qui morì il 14 agosto 1631. Il periodo di splendore vissuto dal castello fu però di breve durata; durante la prima metà del XVII secolo, infatti, fu preso d'assedio, occupato e in parte demolito, il paese fu colpito dalla peste e la popolazione decimata. Nel 1650 il castello era ormai considerato caduto e all'inizio del XVIII secolo con l'annessione del Mantovano all'impero asburgico, ormai in rovina, fu escluso dai progetti di ricostruzione dei sistemi difensivi stabiliti dopo il trattato di Utrecht del 1713. Al 1749 risale una parziale ristrutturazione della loggia e al 1775 l'ordine, da parte del governo austriaco, dell'abbattimento della rocca in seguito ad un fallito tentativo di vendita della stessa. Il materiale derivante dalla demolizione venne utilizzato per l'edificazione di Villa Mirra. A oggi del castello, parzialmente restaurato e consolidato nel 2004, rimangono parte della cinta muraria, una delle porte di accesso e la torre di avvistamento e difesa, trasformata in campanaria nel XVII secolo. All'interno del fortilizio vi era un oratorio del XII secolo a servizio della corte e denominato S. Biagio in Castello. Altri link consigliati: https://www.gardatourism.it/rocca-castello-di-cavriana/, http://web.tiscali.it/conchiglie.sabbia/C_Cavriana.pdf, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/MN360-00445/, https://www.youtube.com/watch?v=CJ5RV4eNF8o (video di Museo Archeologico Alto Mantovano Cavriana), https://video.gazzettadimantova.gelocal.it/locale/con-explora-alla-scoperta-dei-misteri-di-cavriana/89237/89645

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Cavriana, http://www.comune.cavriana.mn.it/index.php?option=com_content&view=article&id=447:monumenti&catid=102&Itemid=460, http://www.parcodelmincio.it/pun_dettaglio.php?id_pun=1493

Foto: la prima è presa da http://cortetonolli.it/cavriana-2/, la seconda è del mio amico Claudio Vagaggini su https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/a.10157965195910345/10153354875020345

giovedì 1 ottobre 2020

Il castello di giovedì 1 ottobre



TEULADA (SU) - Torre del Budello e Torre di Sant'Isidoro

Nel Medioevo Teulada, rifondata nei pressi della chiesa di Sant'Isidoro, nella piana di Tuerra, in una zona più interna, entrò a far parte del giudicato di Cagliari, nella curatoria del Sulcis, rimanendo nella sua sfera di influenza politica e culturale fino alla metà del XIII secolo, quanto il territorio fu assegnato ai della Gherardesca e in particolare al conte Ugolino e agli eredi. Finì poi per essere occupato dal comune di Pisa. Dal 1355 la villa fu inglobata nel regno di Sardegna aragonese e concessa in feudo a Bartolomeo Ces-Pujades. Quando gli aragonesi convocarono a Cagliari il primo parlamento, nel 1355, anche Teulada vi inviò i propri rappresentanti. A causa delle incursioni barbaresche dal mare e delle epidemie, il paese si spopolò ma venne rifondato ancora una volta nel Seicento in una zona ancora più interna, dove esistevano alcune case nate intorno alla chiesa campestre di San Francesco, e dove attualmente si trova il paese. Proprio a causa delle scorrerie dei pirati vennero costruite lungo tutta la costa del golfo di Teulada, così come in tutta la Sardegna, delle torri costiere di avvistamento, ancora oggi esistenti ma non visitabili (tranne in piccola parte quella del Budello). Sono le torri di Malfatano, Piscinnì, Porto Budello, Porto Scudo e Cala Piombo. Nel 1568 il paese formò una baronia, concessa in feudo ad Antonio Catalan; successivamente, per vie matrimoniali, la signoria passò ai Sanjust, ai quali venne riscattata nel 1839 con l'abolizione del sistema feudale, per cui divenne un comune amministrato da un sindaco e da un consiglio comunale. L'ultimo feudatario fu don Carlo Sanjust Amat. Tra le architetture più imponenti vi è la torre del Budello, fatta costruire dal mercante Pietro Porta nel 1601 sul promontorio che domina la stretta insenatura di Porto Budello, per controllarne l'ingresso e difendere la peschiera di Teulada, situata nel bacino interno. Grazie alla sua localizzazione, è da considerarsi strategica in quanto in contatto visivo con le altre torri circostanti di Sant’Isidoro (all’interno), di Pixinnì e di Malfatano (a sud-est), e di Porto Scudo (a sud-ovest). Data la sua posizione, pur essendo posta a soli 12 m sul livello del mare, consentiva di sorvegliare l’intera baia di Teulada ed in particolare l’insenatura del porticciolo e la foce del fiume. Nei documenti storici viene citata nel 1603 come “torre del Budel”, negli anni 1763 e 1773 “torre di Teulada”, nei secoli XVII e XVIII era dedicata a San Giovanni del Budello “Sant Joan del Budell”. A pochi anni dalla sua costruzione, tra il 1617 e il 1619, subì interventi di restauro non meglio definiti. Nel 1720 era in buono stato, mentre nell’agosto del 1763 e nel 1784 vennero eseguiti altri interventi di restauro. La piazza d’armi venne chiusa dal classico parapetto con cannoniere e merlature. Può essere classificata come “torre senzillas”, ovvero di dimensioni medie; trattandosi di una “torre de armas” era dotata di due cannoni e di una spingarda pur avendo una guarnigione simile ad una “torre gagliarda”, ovvero composta da un alcade, un artigliere e quattro soldati, successivamente nel 1801 ridotti a tre e poi, nel luglio del 1812, riportati a quattro. L'imponente edificio, alto circa 12 metri e con una circonferenza alla base di ben 33 metri, presenta una camera interna sormontata da una cupola, sostenuta da una larga colonna centrale, ed è munita di camino, lucernario e due feritoie. Una porta interna immette alla scala che porta sul terrazzo. Di importante rilievo è la torre di Sant'Isidoro prospiciente l'omonima chiesa di Sant'Isidoro in località Tuerra. Questa torre a pianta quadrata è una costruzione di origine bizantina, a differenza delle strutture difensive sparse nel territorio e risalenti all'età della dominazione spagnola. Faceva da avamposto per segnalare le incursioni saracene nell'isola ed è la testimone diretta dello scontro di popoli, per di più di religione diversa, che ha invaso il Mediterraneo e le coste che vi si affacciano: da una parte la chiesa cristiana e dall'altra i pirati saraceni, gli "infedeli", come venivano definiti i musulmani dai cristiani. La torre è costituita da due piani più il sotterraneo e aveva funzioni di allarme sulla via di Teulada: dall'alto della sua struttura, con fumate e luci, avvertiva gli abitanti dell’avvicinarsi di un pericolo. Altrimenti, la vedetta avvertiva la città col suono di un corno o con il tuonare di una colubrina. Altri link consigliati: http://www.informati-sardegna.it/?m=news&id=1388, http://torricostiere.squarespace.com/torre-del-budello, https://www.youtube.com/watch?v=jJNRCWPXdJw (video di Sardegna Drone),https://www.youtube.com/watch?v=l3HomTkk46k&feature=emb_logo (video di Michele Filannino)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Teulada, http://www.sardegnaambiente.it/index.php?xsl=1824&s=189756&v=2&c=9448&idsito=23, https://www.teuladasardegna.it/it/articles/23/la-chiesa-campestre-di-sant-isidoro-e-la-torre-omonima.html

Foto: la prima (Torre del Budello) è presa da https://www.mondimedievali.net/Castelli/Sardegna/cagliari/teuladbudel01.jpg, la seconda (Torre di Sant'Isidoro) è di Frederick Bradley su http://www.wikitinera.it/index.php/it/la-costa-verso-chia/1212-satc-001-chiesa-e-torre-di-sant-isidoro

Il castello di mercoledì 30 settembre


PRASCO (AL) - Castello Gallesio-Piuma

Dal 1240 in poi ebbe inizio l'epoca dei feudatari e dei Conti di Prasco e, dallo stesso anno, le notizie relative alla storia di questo feudo e del suo castello assumono invece carattere di organicità sufficientemente attendibile e documentata ricavabile da documenti originali in gran parte inediti che sono conservati nell'archivio Gallesio-Piuma. Le prime menzioni di Prasco e del suo castello risalgono al periodo aleramico. Il processo di frazionamento dell'antico dominio imperiale aveva assegnato la proprietà della villa e del castello di Prasco ai Marchesi di Occimiano. Verso la fine del XII secolo (il 4 luglio 1198) i Marchesi di Occimiano effettuarono la concessione di ogni loro pertinenza ai Marchesi Del Bosco della linea aleramica discendente da Anselmo del ramo savonese: si trattava di tutti quei beni "allodiali", che cioè formavano oggetto di proprietà privata franca da ogni genere e da ogni servitù feudale, di cui avevano legittimo e totale potere di disporre e che comprendevano appunto la villa e il castello di Prasco. Nel 1240 Federico Malaspina, del ramo dei marchesi di Villafranca, divenne il primo feudatario di Prasco in seguito all'avvenuto suo matrimonio con Agnese, unica figlia del marchese Guglielmo Del Bosco, la quale aveva ereditato dal padre il feudo di Cremolino e la metà di altri 12 feudi tra i quali quello di Prasco. Federico deve pertanto essere considerato il capostipite del ramo dei Malaspina di Cremolino, che furono feudatari di Prasco per un periodo durato 214 anni. Nel 1454 il feudo passò ai De Regibus, nobile famiglia originaria di Vercelli aggregata all'albergo Doria di Genova. Questa casata pervenne al dominio feudale per ragioni dotali, in quanto Sofrone De Regibus contrasse matrimonio con Battistina Malaspina alla quale era stato assegnato il feudo di Prasco in pagamento di dote. I De Regibus mantennero l'investitura e furono feudatari di Prasco per un periodo durato 185 anni. Nel 1639 il feudo di Prasco divenne proprietà degli Spinola: la potente famiglia genovese ottenne in quell'anno la titolarità dei beni patrimoniali di pertinenza feudale in estinzione e risarcimento di un ingente debito non onorato, contratto nei suoi confronti dai feudatari di Prasco. Ancora una volta la penetrazione territoriale dei facoltosi patrizi genovesi avveniva cioè attraverso operazioni di carattere finanziario. Il 17 marzo 1639 Giacinto, I° feudatario di Prasco della famiglia Spinola, ricevette l'investitura ufficiale "ad formam et tenorem investiturarum precedentium" gli Spinola si dedicarono molto attivamente all'esercizio di una immediata e diretta giurisdizione delle terre controllate esplicando a pieno titolo i loro poteri di feudatari e realizzarono una rilevante espansione territoriale dei loro possedimenti nel circondario di Prasco. L'ultimo feudatario Spinola di Prasco fu Roberto Giovanni Battista, il quale, dopo aver ottenuto dal Re Vittorio Amedeo di Savoia la facoltà di alienare il feudo opto per la scelta religiosa e divenne novizio nella Congregazione dei padri Somaschi. Il feudo di Prasco fu quindi acquistato dal medico Ferdinando Piuma, già Signore di Roccaverano, e, il 10 maggio 1775, il nuovo proprietario ricevette, da parte del Re Vittorio Amedeo, la regolare infeudazione con titolo e dignità comitale in infinito per lui e per i suoi discendenti maschi. Nel 1828 la contessina Pellina, unica figlia del conte Ferdinando Piuma di Prasco, sposò Giovanni Battista, unico figlio del conte Giorgio Gallesio di Finalborgo. Questo illustre personaggio, che in seguito alle nozze del figlio iniziò a frequentare il castello di Prasco, acquisì - e ne gode tuttora - grande notorietà in campo botanico in seguito alla pubblicazione di trattati, di importanza scientifica rilevante, sulla biologia e sulla genetica vegetale: fu autore, tra l'altro, della nota "Pomona italiana", monumentale opera pomologica corredata da splendide iconografie, il cui grande valore scientifico e artistico viene tutt'ora universalmente riconosciuto. In seguito al matrimonio di Giovanni Battista e Pellina i consuoceri Giorgio Gallesio e Ferdinando Piuma chiesero ed ottennero, con regia patente promulgata il 30 novembre 1847 dal Re Carlo Alberto, l'autorizzazione a sanzionare l'unione araldica dei due nobili casati: i loro nipoti poterono cioè aggiungere al cognome di famiglia quello del proprio avo materno. I discendenti, fino agli eredi attuali proprietari del castello di Prasco, hanno conseguentemente assunto il cognome "Gallesio-Piuma". Il castello dei conti Gallesio-Piuma è un manufatto architettonico risalente al XII secolo, costituito da un corpo a pianta quadrangolare con addossati tre torrioni semicircolari e cimati. La costruzione medievale presenta la tipica muratura strombata in pietra a vista, quella seicentesca è ancora in parte intonacata, la copertura è lignea, con manto in coppi. Ne furono signori, tra gli altri, i Malaspina, i De Regibus, gli Spinola e infine i Piuma. Nella prima metà dell’Ottocento il conte Ferdinando Piuma avviò il restauro ed il rifacimento della parte dell’edificio destinata ad uso abitativo padronale, conservando le strutture sobrie e le linee architettoniche originarie dell’edificio, alternando agli spazi abitativi quelli più rustici. Il castello si erge su un terrapieno che ingloba tre originali giardini interni alle mura, circondate da un ampio parco. La ricca articolazione dei volumi della struttura complessiva, in cui si inseriscono la foresteria e le sue pertinenze che ne completano l'immagine, rappresenta un esempio di architettura castellana del Monferrato particolarmente interessante. La struttura architettonica e gli interni danno conto degli spazi un tempo riservati ad abitazione del feudatario e di quelli, come la sala d’armi, la sala delle udienze, la loggia della guardia e la prigione, destinati alla funzione pubblica di difesa, di governo e di esercizio della giurisdizione. Questi ambienti sono dotati di autonomi accessi costituiti da un portone esterno con affaccio sulla piazza della Chiesa e da una autonoma scala. Nella sala d'armi del Castello è allestito un piccolo, ma interessante museo di cultura materiale che raccoglie antichi oggetti d'uso in parte recepiti ed in parte messi a disposizione da amici intelligenti. Scopo del museo è quello di documentare antiche metodologie, soprattutto concernenti la produzione vinicola e l'apicoltura. Nel parco che circonda il castello esiste anche una splendida neviera di epoca seicentesca che costituisce oggetto di ammirazione sia dal punto di vista architettonico sia per l'ottimo stato di conservazione. Questo frigorifero naturale o “ghiacciaia”, secondo la terminologia attuale, è situato in un ripido pendio che fiancheggia la strada per Prasco-stazione ed è protetta dalla fitta vegetazione del parco che lo mantiene costantemente ombreggiato. Il castello di Prasco ha aderito al progetto “Castelli Aperti” del Basso Piemonte ed è visitabile la prima e la terza domenica di ogni mese nel periodo estivo. Il maniero, oltre che dimora dei proprietari è sede del centro per la promozione degli studi su Giorgio Gallesio, associazione culturale senza fini lucrativi che ha ormai ampiamente collaudato la sua capacità di promuovere incontri, forum, dibattiti e rapporti producenti con la comunità scientifica più accreditata. Il Centro studi gallesiani si propone di mantenere vivo il ruolo del castello quale punto di riferimento per la promozione culturale nel territorio ed è nato con l'intento di incentivare gli studi sulle opere di Giorgio Gallesio e di mettere in chiara evidenza il significato scientifico, tutt'ora attuale, dei suoi studi sulla genetica ed in particolare sulla Scienza dei frutti. Un'idea sul castello ce la possiamo fare anche grazie a questo video: https://www.skylinetv.it/castello-di-prasco/.

Fonti: http://www.castellipiemontesi.it/pagine/ita/castelli/prasco.lasso, https://it.wikipedia.org/wiki/Prasco, http://www.comune.prasco.al.it/it-it/vivere-il-comune/storia, http://www.comune.prasco.al.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-prasco-17675-1-bc094d3f9f4f66c3d6caede21dd6c25b, https://www.piemonteitalia.eu/it/cultura/castelli/castello-di-prasco, https://castlesintheworld.wordpress.com/2015/03/11/castello-di-prasco/

Foto: sono entrambe prese da https://castlesintheworld.wordpress.com/2015/03/11/castello-di-prasco/