lunedì 20 ottobre 2025

Il castello di lunedì 20 ottobre

 


PIETRAFERRAZZANA (CH) - Castello

Il primo documento che cita Pietraferrazzana fa parte dal "Catalogus Baronum" (1150-1168) che cita i feudatari ed i loro vassalli durante il regno normanno di Guglielmo il Malo, documento che imponeva loro di fornire milizie per la difesa del suo regno in difesa di qualsiasi minaccia, piccola o grande che essa fosse. Poi, controllando i feudi della Contea di Simone di Sangro, si scoprì che il signore assoggettato, un certo Filippo il Guasto pare, a Simone di Sangro era in possesso di Rosellum (l'attuale Rosello) e Petram Garanzanam (l'attuale Pietraferrazzana), ambedue facenti parte della zona detta "in Terra Burrellensis" (il feudo controllato da Di Sangro di Borrello). Tutti e due i paesi dovevano consegnare un miles cadauno, cioè un militare a cavallo seguito da dei servientes a piedi. In questo periodo, secondo l'Antinori, a Pietraferrazzana vi erano 24 famiglie che corrispondeva a 140-170 abitanti. Nel secolo XV Petraguaranzana apparteneva ai Riccio, nel Cinquecento fu dominio di un'altra famiglia napoletana, i Caracciolo: da essi il borgo passò ai de Tino, ai Niccolò, sino a pervenire nel Settecento al casato Ariani. Sullo sperone roccioso che sovrasta il paese ci sono i ruderi dell'antico castello del XVI secolo che durante il Risorgimento fu utilizzato come rifugio da alcuni patrioti. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=JaXFboRrx7I (video di Eraldo Manieri), https://www.facebook.com/reel/597091992852308 (video con riprese aeree)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pietraferrazzana, https://www.abruzzoturismo.it/it/magazine/pietraferrazzana-la-piu-piccola-perla-dellabruzzo, 

Foto: entrambe di Galvano Coppa - LooV.it, prese da https://sangroaventinoturismo.it/pietraferrazzana

martedì 14 ottobre 2025

Il castello di martedì 14 ottobre



PETRELLA SALTO (RI) - Castello in frazione Mareri

Le rovine di Mareri sorgono oggi su un panoramico sperone roccioso che domina la valle del Salto. Cingono a corona l’altura le vecchie case del borgo - alcune delle quali in restauro – che ha conservato l’antica denominazione. Nel Medioevo vi fu l’ascesa locale dei Mareri, che ampliarono sempre più i propri possedimenti col disegno di riunire l’intero Cicolano sotto un’unica Signoria. Un territorio di rilievo crescente, strategicamente posto tra le realtà urbane e culturali di Rieti, L’Aquila e San Salvatore Maggiore. Insediati a Petrella Salto, i Mareri ne favorirono la crescita urbanistica e l’arricchimento con edifici civili e chiese, e la cittadina divenne centro di traffici commerciali e di potere politico. A stroncare quell’ascesa ambiziosa fu un fatto di sangue avvenuto nel 1511, noto come “primo giallo della Petrella”. All’origine vi fu il rifiuto del conte Gianfrancesco Mareri a dare in dote a sua figlia il castello di Staffoli, tra i possedimenti della famiglia. Il marito di lei, un certo Giacomo Facchini, se ne vendicò riuscendo a penetrare nella Rocca della Petrella con trecento armati e a sterminare l’intera famiglia Mareri. A salvarsi miracolosamente fu solo la giovane Maria Costanza, che poi venderà l’intera contea a Carlo V il quale la assegnerà ai Colonna. E i Mareri scompaiono definitivamente dalla storia di queste terre. Di Castel Mareri resta una parte delle mura perimetrali. Qui nacque, verso la fine del XII secolo, Santa Filippa Mareri. La sua famiglia ostacolò la sua scelta di una vita monastica per cui Filippa fuggì da casa insieme ad alcune compagne e si rifugiò nei pressi di Mareri, sopra l'abitato di Piagge, in quella che viene chiamata "Grotta di Santa Filippa", e vi rimase per circa tre anni, fino al 1228, quando i due fratelli Tommaso e Giovanni le donarono il castello con l'annessa chiesa plebana di San Pietro di Molito.

Fonti: https://www.parchilazio.it/schede-243-castello_di_mareri, http://www.saltocicolano.it/pagina.asp?Se=4&Sz=3,https://it.wikipedia.org/wiki/Filippa_Mareri

Foto: sono tutte di Lucia Cesarini, prese dal gruppo Facebook "L'altro Cicolano" (https://www.facebook.com/groups/132621650588255) 

lunedì 17 febbraio 2025

Il castello di lunedì 17 febbraio


PETRALIA SOPRANA (PA) - Castello normanno

Nel IX secolo, durante il regno degli Aghlabidi venne rinominata Batraliah (ossia "Petra alta" in lingua araba). Dopo la conquista da parte dei Normanni di Ruggero, conte di Altavilla, avvenuta nel 1062, la cittadina venne fortificata, ed assunse l'aspetto che conserva quasi inalterato ancora oggi, con il castello, le torri ed i bastioni, e "latinizzata", con l'edificazione di diverse chiese. Ruggero l'assegnò al nipote Serlone. In un documento del 1258 appaiono per la prima volta distinte Petra "inferior" (Petralia Sottana) e Petra "superior" (Petralia Soprana) divise in due distinte "Università", ciò nonostante questo si riferisce ad una suddivisione politica e non alla fondazione di Petralia Sottana che avenne assai prima. Ad oggi è difficile stabilire quale dei due paesi sia stato il primo ad essere fondato non avendo fonti certe in entrambi i casi ed essendo il territorio popolato fin dall'era preistorica.Nel 1258 le due Petralie entrarono a far parte del patrimonio dei conti Ventimiglia di Geraci Siculo, per passare poi alla contea di Collesano, del patrimonio dei Centelles, dei Cardona, dei Moncada e degli Alvarez di Toledo, fino all'abolizione della feudalità nel 1817. Lo stemma civico rappresenta due figure simbolo del comune. Da una parte è raffigurato un castello che ci ricorda l'esistenza di due castelli di cui uno è un rudere mentre l'altro si suppone che sia stato costruito nel sito dell’attuale chiesa di Loreto (1148 m). Nell'altra sezione dello stemma è raffigurato una pianta di cardo delle Madonie sradicato. Dalle notizie del Malaterra si evincerebbe come il castello sia stato elevato nel 1066. Dagli scarsi e inconsistenti ruderi, localmente indicati come “castello”, posti al vertice dell’attuale abitato non si deducono elementi informativi che ne giustifichino caratteristiche castrensi, né per quanto possa riguardare l’arroccamento, né il controllo visivo. Tali ruderi (ben poca cosa ormai) corrispondono ad un torrione, ma non esauriscono la struttura del fortilizio, che certamente si sviluppa ancora nel sottosuolo. Depongono per questa ipotesi la presenza di magazzini e volte, oggi sotterranei, e l'anomala forma dell'altura su cui emergono le rovine, che è stata oggetto di studio specifico.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Petralia_Soprana, https://www.icastelli.it/it/sicilia/palermo/petralia-soprana/castello-di-petralia-soprana, https://petraliastoriaviva.blogspot.com/2016/12/il-castello-del-conte-ruggero.html (da leggere per approfondire l'argomento)

Foto: la prima è presa da https://visitpetraliasoprana.it/ruderi-del-castello/, la seconda è presa da https://petraliastoriaviva.blogspot.com/2016/12/il-castello-del-conte-ruggero.html

 

venerdì 6 dicembre 2024

Il castello di venerdì 6 dicembre


 

PIAZZA AL SERCHIO (LU) - Castello di Sala (o Castelvecchio)

All’ingresso di Piazza al Serchio, sopra uno scoglio roccioso, alla confluenza dei due rami del Serchio, quello di Soraggio e quello di S.Michele (a poca distanza dalla vecchia locomotiva a vapore, esposta come monumento), si trovano le rovine di uno dei più antichi castelli della Garfagnana, conosciuto oggi come Castelvecchio di Sala. Nel corso della sua storia ha cambiato spesso nome creando spesso confusione nelle ricerche degli storici. La sua storia iniziò in epoca romana, per controllare le importanti vie di comunicazione che si incrociavano in quel piccolo pezzo di terra incastrato fra montagne, i romani vi costruirono una prima fortificazione, “Castrum” che dopo la cacciata dei Goti dalla valle da parte dell’esercito di Narsete iniziamo a trovare citato nei documenti, Narsete vi lasciò a guardia uno dei quattro presidi Bizantini dislocati nella valle. Intorno alla fine del VI secolo, i Longobardi riuscirono a penetrare in Garfagnana conquistando anche Castelvecchio “Castellum Garfagnanae”, i nuovi Signori dopo aver occupato la valle non ne mutarono l’ordinamento amministrativo, lasciando in vita le “circoscrizioni” Bizantine chiamate “Fines” e Castelvecchio continuò a esser capoluogo del “Fines Carfaniense”, che in quel periodo comprendeva, le “Terre” dell’antica “Plebs de Castello” e delle Pievi di Oppiano e di S.Lorenzo di Vinacciara (Minucciano). Dopo il Mille, le continue guerre fra Lucca, Pisa e i Malaspina, sempre pronti ad impossessarsi dell’alta Gargagnana, misero in difficoltà il Vescovato di Lucca che, per mantenere i propri privilegi feudatari sulla Contea, fu costretto più di una volta a ricorrere all’intervento dell'Imperatore (Federico Barbarossa 1155, Enrico VI 1194, Ottone IV 1209 e infine Carlo IV 1355). Castelvecchio in epoca medievale si trovò spesso al centro di battaglie scatenate dalle principali potenze militari toscane presenti nella regione, nel XV secolo con l’arrivo degli Estensi in Garfagnana la situazione politica sembrò stabilizzarsi, ma quando questi ultimi entrarono in conflitto con la Curia Romana, le operazioni belliche nella zona ripresero. Alcuni uomini dei castelli della Vicaria di Camporgiano si rifiutarono di tornare sotto Lucca, chiedendo protezione al Marchese di Ferrara Leonello D’Este. Per ritorsione verso i Lucchesi e il loro Vescovo s’impadronirono di Sala assaltando e distruggendo Castelvecchio. Al Vescovato di Lucca ci vollero 30 anni di reclami e l’intervento del Pontefice per ripristinare la Contea, che tennero fino alla fine del XVIII secolo. Il castello fu abbandonato già in epoca rinascimentale, utilizzato in seguito come terreno agricolo e castagneto. Castelvecchio, i cui ruderi sommersi dalla vegetazione sono rimasti pressoché irriconoscibili per secoli, è stato oggetto di un importante intervento di recupero che ha reso l'area nuovamente fruibile ed utilizzabile come spazio pubblico per eventi e manifestazioni. Oggi è pienamente recuperata la cortina esterna, ormai ridotta (nei punti più alti raggiunge i due metri di altezza), di forma trapezoidale irregolare con il vertice rivolto al nord, l'unica porta di accesso aperta nella cortina sud, la più corta, è perduta salvo per le feritoie poste a sua difesa. Sono identificabili anche le fondazioni di alcuni edifici interni al perimetro che costituivano le strutture di servizio. Altri link suggeriti: http://www.ingarfagnana.org/piazza-al-serchio/roccacastelvecchio.php, http://www.rocchevalledelserchio.it/it/cultura-e-territorio/piazza-al-serchio/castelvecchio-castello-di-sala/, https://www.youtube.com/watch?v=1gGawhnEUwk (video di Camperisti in erba)

Fonti: http://www.contadolucchese.it/piazzaalserchio_home.htm, https://castellitoscani.com/piazza-al-serchio/

Foto: entrambe prese da https://castellitoscani.com/piazza-al-serchio/

mercoledì 4 dicembre 2024

Il castello di mercoledì 4 dicembre



LICATA (AG) - Torre di Gaffe

E' un edificio ubicato a sei chilometri da Licata a undici metri sul livello del mare ed è una delle tante torri di avvistamento costruite da Camillo Camilliani, scultore, architetto e ingegnere italiano, noto per essere stato l'artefice della Fontana Pretoria a Palermo e di cui sono famose altre torri e altre opere architettoniche in Sicilia, fra le quali la Torre di Carlo V a Porto Empedocle, la Torre di Monterosso a Realmonte, la Torre di Fuori, posta sull'isolotto di fronte Isola delle Femmine. La torre, edificata nella prima metà del XVI secolo a guardia della vasta spiaggia Ciotta e del ricco entroterra agricolo, costituiva la difesa del feudo del Duca delle Gaffe, nobile famiglia catalana, arrivata in Sicilia sotto Federico III, famiglia che in quel luogo aveva realizzato la propria dimora, una chiesa e un agglomerato rurale che oggi conta circa un centinaio di abitanti. La costruzione in origine aveva la funzione di salvaguardare un opificio, di cui si possono ancora vedere i resti, destinato alla lavorazione della canna da zucchero che, fino all’unificazione d’Italia, era abbondantemente coltivata nella pianura retrostante. La torre a forma cilindrica, con un diametro di 9,80 metri con muri di conci è in buone condizioni statiche e presenta ancora porzioni dell'intonaco di calce e residui di beccatelli del coronamento dell'astraco. Il primo piano ha un unico ambiente con copertura a cupola ribassata. Nelle vicinanze della torre varie costruzioni, fra le quali una casermetta della Guardia di Finanza e adiacente all'edificio la Chiesetta di San Giusippuzzu di Gafi. La torre è sottoposta a vincolo monumentale. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=TlBLOfI_Vyk (video di Vincenzo Di Bartolo – World Computer Licata)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Gaffe, https://fondoambiente.it/luoghi/torre-di-gaffe, https://www.lasiciliainrete.it/directory-tangibili/listing/torre-di-gaffe/

Foto: la prima è presa da https://www.paesionline.it/italia/monumenti-ed-edifici-storici-licata/torri-di-gaffe-e-di-san-nicola, la seconda è presa da http://www.francescopira.it/news.php?c=1630

lunedì 2 dicembre 2024

Il castello di lunedì 2 dicembre


RIETI - Castello in frazione Moggio Reatino

Si può dar credito a chi asserisce che fin dai giorni di San Francesco (morto nel 1226) esistesse un castello posto sul pizzo di monte sovrastante la borgatella di povera gente dedita alla pastorizia. Sembra abbastanza vicino alla verità che anche il castello di Moggio fosse intorno al 1100 possesso del Comune di Narni. Il rapporto tra il castello di Moggio e la Chiesa Narnese appare invece chiaro sin dal 1227. Nell'archivio Capitolare c'è una bolla di papa Gregorio IX diretta al Prevosto Berardo e ai canonici di S. Giovenale di Narni, con la quale si confermano e si elencano i beni presenti e quelli che sarebbero venuti in possesso, in cui si riporta il "Reddittum centum piscium, quen habetis in Castro Modii". La bolla è riportata nel volume " Cathedralis Narniensis Ecclesiae, eiusque capituli et canonicorum antiquitas mobilitas ecc.". Il castello di Moggio era anticamente proprietà dei Nobili Vitelleschi di Labro. La storia feudale di Labro inizia nel 953 quando Ottone I, imperatore di Germania, investì Aldobrandino de' Nobili signore di Labro di altri 12 castelli fra il ducato di Spoleto e il contado di Rieti. Alla meta del XII secolo, al momento della massima espansione dei Normanni verso settentrione, per trovare protezioni potenti, i Nobili di Labro donarono a S. Giovanni in Laterano la quarta parte di Labro, di Moggio, di Morro di Apoleggia e di altri insediamenti fortificati oggi scomparsi, donazione che dette poi vita ad una lunga controversia tra Berardo di Labro ed il capitolo della Basilica Romana, che vide infine i Nobili tornare nel pieno possesso dei castelli oggetto della contestazione. Nel 1300 infine, Moggio fu inglobato nel contado reatino, grazie all’acquisto delle quote di cosignoria castrenze da parte del comune cittadino. Un monitorio del 1512 riporta che Giordano de Nobili signore di Moggio fu ascritto alla nobiltà romana in data 8 aprile e fu signore del castello di Moggio. La strutturadel castello a pianta rettangolare racchiude una superficie di circa 2000 mq. Rimangono parti delle murature su tre lati: i due lati corti e il lato lungo, che guarda verso la "Montagnola". Ben poco rimane delle mura perimetrali che un tempo dominavano il centro abitato. Da qui sono invece visibili le ampie fondazioni, che si appoggiano sulle prominenze rocciose della montagna. Non è difficile pensare che un tempo questa fortezza costituisse un baluardo inespugnabile, sicuro rifugio per tutta la popolazione del piccolo borgo. Le mura in alcuni punti raggiungono il ragguardevole spessore di un metro. La calce prodotta da fornaci locali e idrata a mano, secondo tecniche antichissime, appare bianca, compatta. La coesione con le pietre e' talmente perfetta che anche i Vigili del Fuoco nel corso di un sopralluogo espressero la loro meraviglia. Oggi è facilmente raggiungibile percorrendo un ampio sentiero, delimitato da alberi, che creano un gioco di luci e di ombre, particolarmente suggestivo. Il fascino dell'atmosfera antica è presente ovunque, ogni pietra sembra avere la sua storia. Basta percorrere appena cento metri, ed ecco apparire la possente torre cilindrica che sembra voglia sfidare il tempo e il disinteresse degli uomini. Sulla sommità, e ai lati, alcune feritoie lunghe e strette, con stipiti in pietra, un tempo, utilizzate per scrutare in condizioni di sicurezza, il territorio circostante. All'interno del castello si possono ammirare molte piante di montagna genere latifoglie: orniello, quercia, farnia, acero, come pure sempreverdi: leccio, alloro. Una pineta pregevole, anche se incolta, frutto di un intervento di rimboschimento del Corpo Forestale dello Stato, occupa gran parte della superficie interna.. Per molti anni questa struttura venne utilizzata come camposanto. Dopo le disposizioni napoleoniche (1805) le salme venivano deposte in cameroni comuni all'interno del castello diroccato. Tre grandi stanze (due per gli adulti ed una per i bambini) completamente interrate, accoglievano i morti. Successivamente le salme vennero trasportate nell'ossario della chiesetta dell'attuale camposanto costruito dal Comune di Rieti nel 1905. Le immense tombe, sono evidenti ancora oggi (malgrado l'opera maldestra di riempimento). Nel settembre del '98 la sorte dei ruderi del castello sembrava segnata. Gli effetti prorompenti del terremoto erano sin troppo evidenti. La stabilita' della struttura era compromessa, si temeva il crollo sul centro abitato. Finalmente nel settembre del 2005 il Comune di Rieti con un finanziamento di 103.000 euro (sostenuto al 50% dalla Regione Lazio) ha appaltato il primo intervento di consolidamento e recupero della torre del castello. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=x5TCQTPFzIs (video di Claudio Orsini)

Fonti: https://fondoambiente.it/luoghi/castello-di-moggio-reatino?ldc, http://www.lechiusedireopasto.it/moggio.html, http://www.montagnola.org/castello.php

Foto: la prima è presa da http://www.montagnola.org/castello.php, la seconda è di Patrizia Palenga su https://www.facebook.com/118159207542161/photos/pb.100081060917771.-2207520000/153268160697932/?type=3

martedì 30 luglio 2024

Il castello di martedì 30 luglio



FRANCOFONTE (SR) - Castello di Chadra

A nord-est di Francofonte sorgono, immersi tra agrumeti e vigneti, i ruderi del castello di Chadra, le cui origini affondano in quel periodo della Sicilia tanto turbolento, quanto incerto, risultato della lotta tra angioini e aragonesi prima e dopo la guerra del Vespro. Nel 1270 si documenta l’esistenza solo di un casale “Càdera” o “Chadra”. Nel 1296 il casale era feudo diviso tra le due famiglie dei Mortillaro e dei De Lamia; nel 1307 il miles Giovanni De Lamia decise di edificare una fortezza in quella parte del feudo che apparteneva alla sua famiglia, la quale ottenne l’intero possesso del territorio appena due anni dopo. I De Lamia detennero Chadra con il relativo castello fino al 1392, anno in cui Nicolò De Lamia, considerato ribelle giacché leale alla famiglia dei Chiaramonte, subì la confisca dei beni dalla regia camera. Nel 1394 ottenne l’investitura del feudo di Chadra Berengario Cruyllas, la cui famiglia non molto tempo dopo ricevette anche castello e abitato di Calatabiano. Due terremoti causarono il progressivo abbandono del casale e della fortezza: al 1552 è datato un primo evento sismico, durante il quale la fortezza subì seri danni, tuttavia riparati; infine il violento terremoto del 1693 devastò l’intera struttura, pregiudicando ogni tentativo di ricostruzione. Chadra è un “baglio”, il quale si presenta nella forma di una grande torre mastra, attorno alla quale si svolge il perimetro di un cortile fortificato. Il cortile possiede una forma rettangolare irregolare (m. 75 X 45), orientato est-ovest. L’intero complesso, che sorge su di un’ansa del torrente Canale, si presenta protetto a meridione e a oriente dal medesimo corso d’acqua, mentre a settentrione offrono una prima difesa dai possibili assedianti due fossati paralleli, dei quali quello più esterno pare sia rimasto incompiuto. Il fossato interno era largo oltre 4 metri e, almeno nella prossimità dell'angolo sud.ovest, profondo altrettanto. L’intera cortina muraria sembra essere il risultato di aggiunte successive: il muro orientale, ai giorni nostri per buona parte crollato, parrebbe opera del XIV o XV secolo; certamente più tardo è il tratto di muro meridionale, realizzato per buona parte nel XVIII secolo, ma inglobante tratti della cortina trecentesca. Lungo tutto il perimetro murario si svolgono anche i camminamenti di ronda merlati, scomparsi per la maggior parte, tranne per alcuni brevi tratti. Essi si dispongono a circa 4 m. d’altezza e si internano nella medesima cortina con una profondità di circa cm. 70. L’ingresso principale al cortile fortificato si trova nell’angolo di nord-est e ha la forma di un avancorpo, aggettante verso settentrione di circa m. 12. La soglia di tale ingresso immette in un piccolo cortile, forse salvaguardato dalla presenza di una torretta, un tempo anch’essa aggettante dalla cortina muraria principale, ma adesso crollata. Dal piccolo cortile al grande cortile si accede tramite una rampa di scale intagliata nella roccia. Il baglio è oggi occupato da un agrumeto che occulta buona parte delle strutture superstiti. Fino a qualche decennio fa dovevano esservi molti cisterne e silos scavati nella roccia, oggi del tutto interrati e poco o per nulla visibili. La torre mastra sorge lungo il lato occidentale del cortile principale. Dell’edificio oggi rimangono solo dei grossi monconi, dai quali è possibile ricostruire solo con parziale esattezza l’aspetto originario di questa fortificazione: essa possedeva una pianta cilindrica e apriva sul baglio il suo unico ingresso, caratterizzato da un arco a tutto sesto composto da blocchetti di pietra calcarea. Si può ancora misurare lo spessore murario dell’intero edificio, quantificato in circa m. 1,50, uniforme in tutta l’altezza. Solo in seguito, probabilmente durante alcuni rifacimenti della torre, si aggiunge una scarpatura non ammorsata lungo l’intera circonferenza, alta dal piano di campagna m. 7,60 e spessa alla base m. 2,20. Dai pochi dati adesso disponibili, si evince che un tempo la struttura avesse una pianta interna a forma ottagonale del diametro di m. 8. Ciascun angolo dei lati interni dell’ottagono probabilmente si allungava non oltre un terzo dell’intera altezza della torre, al fine di formare costolonature necessarie a reggere una volta di copertura. In ogni lato dell’ottagono si aprivano saettiere fortemente strombate, delle quali oggi rimangono solo pochi esempi. Come è anche possibile apprendere da alcuni documenti storici, la torre doveva possedere in tutto tre piani, oltre il terrazzo merlato, così da raggiungere un’altezza complessiva di 15/18 metri. Il pian terreno, “turri d’abbasciu”, si componeva di un’unica stanza; infine, gli altri due piani accessibili attraverso scale lignee, si ricavavano per mezzo di altrettanti solai, uno detto “di immenzu”, l’altro “di susu”. Altri link suggeriti: https://sicilyenjoy.com/listing/castello-di-chadra-a-francofonte/, https://www.siciliafotografica.it/gallery/index.php?/category/1241 (foto varie)

Fonti: https://www.comune.francofonte.sr.it/2021/04/17/castello-chadra/, articolo di Giuseppe Tropea su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Sicilia/siracusa/chadra.htm, https://www.icastelli.it/it/sicilia/siracusa/francofonte/castello-di-chadra

Foto: la prima è presa da https://www.visititaly.it/info/955855-castello-chadra-ruderi-francofonte.aspx, la seconda è presa da https://www.comune.francofonte.sr.it/2021/04/17/castello-chadra/