sabato 12 dicembre 2015

Il castello di sabato 12 dicembre






MONTESE (MO) – Rocca Montecuccoli

Sentinella dell’alta valle del Panaro, la rocca domina un panorama vastissimo, che si estende dall’Appennino alla pianura. La si raggiunge con una strada lastricata in sasso che gira attorno alle mura, su un colle ricoperto da una rigogliosa pineta. Citato dal XII secolo, il “castello” appartenne a Matilde di Canossa e dal 1212 ai Montecuccoli. Fu assaltato ed incendiato già nel 1254, quando gli abitanti si ribellarono al Podestà di Bologna Bartolomeo Fuga, uccidendo anche il castellano. A causa degli accaniti e continui scontri tra bolognesi e modenesi subì danni molto pesanti, tanto che nel 1390 fu necessario provvedere ad una ricostruzione, successivamente alla quale il castello passò al conte Cesare Montecuccoli. Probabilmente a questa fase risale l'assetto attuale della Rocca, mentre la torre fu completamente ricostruita nel 1393. Dopo un periodo di relativa calma, le furiose lotte tra le famiglie Tanari e Montecuccoli durante il XVI secolo danneggiarono la Rocca, che fu oggetto di significativi restauri a partire dalla metà del secolo successivo. Da alcune relazioni sullo stato della Rocca, redatte nel 1666, si ricava che nella cinta muraria - molto più articolata di oggi e comprendente anche la chiesa e la canonica - si aprivano quattro porte; oltre all'edificio che vediamo ancor oggi esistevano un altro vasto corpo di fabbrica che inglobava la base della torre, tre prigioni, orti e frutteti. Il tutto versava in un pessimo stato, e l'edificio sotto la torre era già parzialmente crollato. Nel 1697 ritornò agli Este, che nel 1756 lo cedettero ai conti Malaspina. Per tutto il '700 si susseguirono perizie sullo stato della Rocca, crolli parziali e frettolose ricostruzioni; restauri più accurati furono eseguiti dopo il 1840 - a questa fase risale il camminamento sopraelevato con le bombardiere lungo la cinta muraria interna, costruito con le macerie dell'antico edificio ormai demolito- e nel 1888 fu risanata anche la torre. E’ un complesso costituito da due recinti di mura accostati; il più antico è percorso da un camminamento di metà Ottocento e ingloba il Palazzo feudale. Fra i due recinti si erge la poderosa torre con basamento a scarpa e merlatura ghibellina su beccatelli. Dopo i pesantissimi danni subiti durante i bombardamenti del 1945, e la frettolosa ricostruzione del dopoguerra, la Rocca nel 1998 è stata accuratamente restaurata e definitivamente restituita all'uso pubblico dal Comune di Montese che vi ha allestito il Museo Storico di Montese (http://www.lineagoticamontese.eu/). Ecco un interessante video, di Roberta Ferrari, dedicato al castello: https://www.youtube.com/watch?v=cPxRNWAzI3w. Altri link consigliati: http://www.turismo.montana-est.mo.it/ecomusei/sc_c15.htm, http://raimondomontecuccoli.galmodenareggio.it/raimondo_montecuccoli/audioguide/comune_montese_montese_rocca_dominazione_montecuccoli.aspx
Fonti: http://www.castellidimodena.it/page.asp?IDCategoria=287&IDSezione=5846, testo pubblicato da Roberta Ferrari su https://www.youtube.com/watch?v=cPxRNWAzI3w
Foto: entrambe sono cartoline appartenenti alla mia collezione

venerdì 11 dicembre 2015

Il castello di venerdì 11 dicembre






STORO (TN) – Castello di Santa Barbara

Il castello o rocca di Lodrone, detto anche dal 1600 di Santa Barbara, fu la sede più antica dei Lodron. Originariamente feudo dei conti di Appiano, fu concesso nel 1185 a Calapino di Lodrone come descritto nel Codice Vanghiano. Alla morte di Calapino il principe vescovo di Trento ne investì tredici uomini illustri della comunità di Storo. Con l'aumento dell'influenza dei Lodron, il maniero tornò nelle loro mani e tra il XIII e il XIV secolo divenne la loro base per l'espansione nella zona delle Giudicarie e nel resto del Trentino. Nel XV secolo fu coinvolto nelle lotte tra Milano e Venezia, in quanto i Lodron servivano come mercenari al soldo della Serenissima. Nel 1439 fu cinto d'assedio dal capitano di Milano Niccolò Piccinino, che lo con conquistò dopo un pesante bombardamento da parte dell'artiglieria. Risale probabilmente alla successiva ricostruzione la decorazione con palle da cannone in pietra inserite nell'orditura muraria. Nel 1516 secolo furono invece i veneziani a cingere d'assedio il castello visto il passaggio dei Lodron al servizio dell'imperatore Massimiliano I d’Asburgo. A seguito di queste distruzioni il castello perse di importanza e cadde in rovina, anche a seguito dell'abbandono da parte dei Lodron che gli preferirono le più comode residenze fabbricate in riva al Caffaro e a Lodrone. Gli Atti visitali dal 1727 al 1768 ricordano la cappella di S. Barbara che stava nel castello. Dal 2012 è iniziato un progetto di restauro da parte della provincia autonoma di Trento. Assieme a castel Romano e castel S. Giovanni presenta una tipologia in cui le caratteristiche militari prevalgono su quelle residenziali. Il Santa Barbara in effetti era una vera roccaforte, concepita e costruita soprattutto come strumento bellico. La difesa esterna è compatta, in molti punti di oltre due metri di spessore, eretta con ciclopici massi di granito lavorati con accuratezza tale da ridurre al minimo le commessure, sviluppata in altezza circa sei metri e senza aperture. La cinta segue una linea spezzata ed è strettamente connessa alla torre in modo da raggiungere il risultato di un castello-torre dal perimetro poligonale con sperone che si estende verso la montagna. Una sola porta consentiva l'accesso alla corte ed un’altra introduceva alla torre. Le strutture interne sono quasi interamente cadute e solo la fantasia del visitatore che osserva le vuote occhiaie delle finestre a tutto sesto con le cornici lavorate a rozzo bugnato riesce a intuire un piano residenziale nel vasto e quadrato edificio a torre. Al lato nord di esso era appoggiata una torretta che aveva funzioni di estrema difesa. Verso sud ed est il complesso era completato da alcuni fabbricati, destinati probabilmente ai servizi, e da un torrioncino semicircolare. Altri link suggeriti: https://www.cultura.trentino.it/Approfondimenti/Castello-di-Lodrone, http://contilodron.net/aziendadigitale/lodron.nsf/NoFrames/F80A4C4655E8E35EC1257C5B00369A6D?OpenDocument

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Santa_Barbara, http://www.comune.storo.tn.it/Territorio/Luoghi-e-punti-di-interesse/Cosa-puoi-visitare/Strutture-collegate-ai-Lodron/Castello-di-Lodrone-o-di-Santa-Barbara-Lodrone (Testi elaborati dall'associazione Il Chiese, materiale fotografico fornito da Lodron Fotoclub)

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da https://www.cultura.trentino.it/Approfondimenti/Castello-di-Lodrone

giovedì 10 dicembre 2015

Il castello di giovedì 10 dicembre







GALATINA (LE) - Castello Castriota Scanderbeg

La storia di Galatina è documentata fin dal 1188: in un manoscritto viene citata "Maria, filia Nicolai de Papadia casalis Sancti Petri in Galatina". Ma, senza dubbio, già prima di allora doveva essere un centro di lingua greca che, "se non perde la sua origine nell'oscura lontananza de' tempi, ha con molte altre città di questa provincia incerta ed antica la sua fondazione". [B. Papadia, "Memorie storiche della città di Galatina nella Japigia", Napoli, 1792]. Grazie agli studi condotti dal Prof. Andrè Jacob sappiamo per certo che, nel 1200, Galatina era un centro importante di cultura, lingua e rito greco. Al tempo stesso le funzioni religiose erano celebrate anche in rito latino, diffusosi in tutta la Terra d'Otranto ad opera dei Normanni, che avevano occupato il Salento a partire dai primi anni dell'XI secolo. Le chiavi pontificie presenti nello stemma di Galatina testimoniano la scelta di questa città, da parte dei Papi, quale centro propulsore di latinità nel Salento proprio nell'intento di contrastare la presenza di cultura greca e il rito religioso bizantino. Le chiavi furono concesse per insegna a questa città dal Pontefice Urbano VI che, tenuto prigioniero a Nocera, fu liberato dai Galatinesi guidati da Raimondello Orsini del Balzo – come ci ricorda lo storico Silvio Arcudi: "Clavium insigna oppido Divi Petri Galatinorum concessa sunt a Pontifice Urbano VI, ob Britannorum direptionem, quam intulit ibi" ("Le insegne delle chiavi furono concesse a San Pietro dei Galatini dal Pontefice Urbano VI, per la vittoria riportata sui Britanni"). Le chiavi furono poi sormontate da una corona per aver Galatina, meglio di altre città, resistito alle incursioni dei nemici di Alfonso II, nel 1484. Nella seconda metà del '500, quasi a voler sottolineare le origini greche della città, fu aggiunta, sotto le chiavi, una civetta coronata in maestà: era l'animale sacro ad Atena, dea della sapienza. Tutto lo scudo è sormontato da una corona ducale. La tradizione locale vuole che il Cristianesimo sia stato qui introdotto dall'Apostolo San Pietro in viaggio da Antiochia verso Roma. In ricordo di questo evento la città fu chiamata per secoli "San Pietro in Galatina". Con l'Unità d'Italia le fu ridato il suo nome originario. San Pietro in Galatina era uno dei feudi che costituivano la Contea di Soleto, per cui, fino ad un certo periodo, i feudatari Conti di Soleto furono anche utili Signori di San Pietro in Galatina fino a quando, poi, questo centro prese il sopravvento sugli altri. Caduta la dinastia normanna e poi quella sveva, la Contea di Soleto, e quindi anche San Pietro in Galatina, fu concessa da Carlo I d'Angiò ad Ugo del Balzo, venuto al suo seguito dalla Francia. Alla morte di Ugo, avvenuta nel 1308, gli succedette il primogenito Raimondo che ampliò molto la città, la cinse di mura e concesse vari privilegi ai cittadini: "Le mure prime che si fecero in Santo Pietro, furo fatte nel 1334 et nel medesimo anno si murò Galatòna, Solìto, et Sternatìa". [F. Giovannini Vacca, "Un'inedita cronaca galatinese del '500"]. Il nome dei del Balzo, e poi degli Orsini – del Balzo, si intrecciò e si avvicendò col nome di Galatina, cosicché la loro storia divenne la storia della città. Poiché alla sua morte Raimondo non lasciò figli, in quanto gli erano premorti tutti, destinò i suoi feudi al nipote, ex sorore Sveva, Raimondello Orsini (+ 1406) il quale aggiunse al proprio il cognome del Balzo e inquartò l'arma degli Orsini in quella dei del Balzo. Nel 1386 sposò Maria d'Enghien Brienne (+ 1446) dalla quale ebbe quattro figli. Il primogenito Giovanni Antonio gli succedette, poi, nel principato. Al principe Raimondello Orsini del Balzo si deve la costruzione, sul finire del trecento, della straordinaria chiesa dedicata a S. Caterina d'Alessandria, luogo di culto ed insieme centro irradiatore della cultura artistica in Puglia negli ultimi secoli del Medioevo. Accanto alla chiesa sorse un convento e un ospedale, attualmente sede del Municipio. Dopo la morte di Raimondello Orsini del Balzo la moglie Maria d'Enghien sposò il re Ladislao d'Angiò – Durazzo divenendo, così, regina di Napoli. Fu lei a commissionare gli affreschi che fanno della Basilica cateriniana un'immensa pinacoteca. Il Castello si trova al centro della città e affaccia su Piazza San Pietro, Piazza Alighieri e Via Cavoti. D'impianto quattrocentesco, fu dimora della principesca famiglia Castriota Scanderbeg, originaria d'Albania, resa illustre da Giorgio (1405-1468), principe d'Albania ed Epiro e valoroso condottiero. Soprannominato Scanderbeg cioè principe Alessandro, con evidente allusione al più grande eroe del mondo classico Alessandro il Macedone, Giorgio Castriota rappresentò per oltre un ventennio il più sicuro baluardo contro l'espansionismo ottomano nella Europa Cristiana. In cambio dei servigi resi ai Re Aragonesi, ottenne per sè ed i propri discendenti il ducato di S. Pietro in Galatina e la contea di soleto, in Terra d'Otranto, dove la famiglia si radicò rimanendovi ininterrottamente sino al 1561. Tale concessione avvenne, esattamente, dal Re Ferdinando I d’Aragona detto il Cattolico. Accanto ai Castriota sorse una corte, una vita elegante, un certame poetico di cui rende testimonianza, fortunosamente sopravvissuta, il "Canzoniere" del Vernaleone. Tra Seicento e Settecento fu residenza degli Arcivescovi di Otranto. E' il caso del Vescovo Gabriele Adarzo de Santader (1657-1674) con il quale il centro amministrativo della diocesi si trasferì effettivamente nel Castello di Galatina. Qui organizzò anche un modesto cenacolo intellettuale cui parteciparono giuristi e letterati. Il Castello, successivamente dimora dei Sanseverino, degli Spinola e dei Gallarati Scotti, fu oggetto nei sec. XVIII e XIX di importanti rifacimenti, con demolizione delle antiche torri e costruzione, in adiacenza all'originario corpo quattrocentesco, della splendida ed imponente terrazza che domina piazza S. Pietro. Pare che la facciata dell'edificio in Piazza Alighieri fosse impostata sulle antiche mura della città. Oggi il palazzo è una struttura ricettiva di un certo prestigio.

Fonti: http://www.comune.galatina.le.it/territorio/cenni-storici, http://www.castellosalento.com/pagina.asp?id=70, http://www.comune.galatina.le.it/territorio/da-visitare/item/palazzo-ducale-o-castello-sec-xvi

Foto: le prime due dal sito www.castellosalento.com (http://www.castellosalento.com/public/gallery/48.jpg, http://www.castellosalento.com/public/gallery/13.jpg), la terza da http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/lecce/01/galatin01.jpg   

mercoledì 9 dicembre 2015

Il castello di mercoledì 9 dicembre






VIOLA (CN) - Castello

Il paese ha origini molto antiche, come testimonia il toponimo che significa "piccola via" e potrebbe alludere a una via secondaria romana che, attraverso il valico del Mindino e Prato Rotondo, metteva in comunicazione con la Liguria. Secondo un'altra ipotesi, invece, si trattava di una via dell'olio dalla Liguria al Piemonte, supportata anche dal fatto che figura in documenti antichi con il nome in latino Vehola. In documenti del 1142 viene menzionata come comunità attiva, facente parte del marchesato di Bonifacio del Vasto, discendente dal famoso Aleramo e fondatore del marchesato di Ceva. Sotto il dominio di quest'ultima casata, protrattosi fino al termine del secolo XVII, il feudo venne spartito fra gli ultimi discendenti del marchese e parte di esso passò ai Faussone, ai Vegnaben ed ai Promis. Nel 1531 il luogo passò sotto la giurisdizione dei Savoia. Nel 1794, Viola subì l'invasione napoleonica con tutte le nefaste conseguenze: sul colle di San Giacomo sono ancora ben evidenti i resti delle trincee di quelle memorabili battaglie. Il torrente Mongia, che sorge alle falde del Monte Mindino, divide Viola in due borghi: borgo Castello ove si vedono ancora i segni dell'antica fortezza. Sulla piazza del castello, in platea castri, come attesta un antico documento, si amministrava la giustizia e si punivano, alla presenza della popolazione, i colpevoli dei vari reati secondo le allora vigenti leggi locali. Sull'altra sponda è abarbicato il capoluogo, dove è presente la parrocchiale di San Giorgio, fondata all'incirca nel 1190. Del castello rimangono oggi pittoreschi ruderi. Torri mozze si stagliano contro il cielo a sfidarne gli umori; quella quadra è ancora imponente e fa buona guardia al gruppetto di case raccolto attorno a S. Lorenzo, la chiesetta degli antichi castellani, che conserva due acquasantiere del secolo XIV. Si narra di condotti sotterranei che univano l'edificio religioso all'antico maniero. Più su altro crocchio di case e la chiesa di S. Antonio fondata nel 1913. Ecco un ipotesi ricostruttiva del castello di Viola: http://www.fondostorico.it/Castello_di_Viola.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Viola_(Italia), http://www.comune.viola.cn.it/Home/Guidaalpaese/tabid/16205/Default.aspx?IDPagina=6877,

Foto: la prima è relativa ad una cartolina in vendita su http://www.ebay.it/itm/VIOLA-CASTELLO-I-RUDERI-CUNEO-1973-/301550152075, la seconda è invece relativa ad una cartolina in vendita su http://www.delcampe.net/page/item/language,I,id,0347981093,var,O303-Viola-Cuneo--Ruderi-del-Castello--Panorama-non-viaggiata.html

lunedì 7 dicembre 2015

Il castello di martedì 8 dicembre







TOLFA (RM) – Castello in frazione Rota

Rota è un piccolo paese quasi del tutto abbandonato, interessante esempio di borgo agricolo pianificato. Il castello di Rota sorge su un pianoro tufaceo alla confluenza tra il fiume Mignone e il fosso Verginese, lungo la S.P. Braccianese-Claudia, all’altezza del km 43. La prima notizia certa dell’esistenza del castello risale al 1300 quando l’insediamento fu sottomesso a Corneto. Le vicende successive, poco documentate, lo vedono entrare nelle proprietà di Ludovico e Pietro Frangipane, signori di Tolfa Vecchia, nel 1448. Se ne impadronì con la forza Everso d’Anguillara e in seguito, vista la sua importanza strategica per il controllo del bacino minerario, fu acquistato da Paolo II insieme a Monterano. Il castello doveva già essere in rovina come apprendiamo dall’atto di vendita agli Orsini dove è nominato come tenimenti castri diruti sive casalis Rotae (tenuta del castello diruto o casale di Rota). Subì poi una serie di passaggi di proprietà (e la ristrutturazione nel sec. XVI voluta dai Santacroce, affidata forse a Martino Longhi il Vecchio) fino a pervenire, nel 1789, in possesso del marchese Giuseppe Ambrogio Lepri. Attualmente nel borgo, ancor oggi proprietà della famiglia Lepri, è visibile una torre a pianta quadrata, presso la quale si apre un fossato, realizzata con muratura in blocchi di tufo, che rappresenta chiaramente l’elemento più antico visibile del complesso. Il resto dell’insediamento è costituito da un cinquecentesco palazzo signorile che ingloba la torre, dalla seicentesca chiesa di S. Gerolamo e da fabbricati funzionali all’abitazione e alle attività agricole. All’interno del palazzo si possono ammirare alcuni affreschi (secc.XVI-XVII) con scene bibliche che sembra possano essere attribuite ad uno degli Zuccari. Le mura ancora esistenti sembrano prive, almeno nell’aspetto in cui ci sono pervenute, di una spiccata valenza difensiva. L’attuale aspetto del sito rappresenta bene le vicende di alcuni castelli medievali nell’area laziale che alla fine del periodo medievale, al contrario di altri insediamenti che furono abbandonati o che proseguirono il loro sviluppo, si trasformarono in centri di grandi tenute agricole caratterizzate da una parte residenziale (la villa) e da strutture funzionali all’attività agricolo-pastorale. Il borgo di Rota è spesso utilizzato come location nel cinema italiano, da “Meo Patacca” con Gigi Proietti a “Non ci resta che piangere” con Massimo Troisi e Roberto Benigni. (al riguardo ecco un link per vedere tutti i film girati qui: http://www.davinotti.com/index.php?option=com_content&task=view&id=322&Itemid=79). Per approfondire sul castello e la sua storia potete visitare questi link: http://www.latolfa.com/tolfa2000-7/pagine/scrittorilocali/zamagni/zamagni.html, http://www.artestoriatarquinia.it/1992_Bollettino/Giannuzzi%20G.C.%20%20IL%20CASTELLO%20DI%20ROTA.pdf


    

Il castello di lunedì 7 dicembre






CERAMI (EN) - Castello normanno (di Giuseppe Tropea su http://www.medioevosicilia.eu/markIII/castello-cerami/)

Sono ben noti i trascorsi normanni per l’abitato di Cerami. Nel 1063 d.C., poco dopo l’omonima battaglia che registrò una pesante sconfitta a carico dei saraceni, Cerami venne affidata per volontà del Conte Ruggero a Serlone [Malaterra, pp. 42-43], che poco dopo cadde in una trappola mortale preparata dai musulmani. Cerami si ricorda come luogo fortificato nel 1071 d.C. [Malaterra, pag. 53] e nel 1082 Ceramum ricadde all’interno della diocesi di Troina [Pirri 1733, vol. I, pag. 495]. Alla metà del XII secolo si data l’importante descrizione dell’abitato da parte di Edrisi, che ricorda Cerami come “casale cui sovrasta un’alta rocca, è paese prospero, popolato” [M. Amari, 1880-81, vol. I, pag. 113]. Nel 1151, un documento della cattedrale di Messina ricorda l’abitato col toponimo di “civitate Cerami” [Starrabba 1888, vol. I, p.2, doc. I]. Nel 1157 il castrum giunge in feudo ad Enrico Aleramico [I. Peri 1953-56, pp. 249-250]. Finalmente un diploma del 1170 lascia intuire la presenza di un castello, poichè si ricorda un tale Bernardus “castellanus de Cirama” [Garufi 1899, p. 119, doc. LI]. Gli anni della dominazione sveva rappresentano un’incolmabile cesura, nella quale nulla è dato sapere dei destini del castello e relativo abitato. Un diploma databile al 1296 ricorda Cerami solo per due terzi sottoposta alla signoria di Pietro D’Antiochia, “D. Petrus de Antiochia … duabus partibus Cirami” [Gregorio 1791-92, II, p. 467]. L’abitato è successivamente classificato come castrum in documenti aragonesi databili dal 1308 al 1310 [Sella 1944, pag. 59]. I secoli del basso medioevo in genere confermano l’esistenza di una fortezza. Nel 1366 si menziona il Castrum Chirami [Sella 1944, pag. 124], nel 1396 Guglielmo Rosso ottenne la signoria di castello e terra di Cerami e nel 1399 vi successe il figlio Aloisio [De Spucches, vol. II, pag. 494]. L’abitato rimase in mano della famiglia Rosso fino all’abolizione della feudalità [Gregorio 1791-92, II, p. 498]. Ultima testimonianza di rilievo sull’abitato medievale proviene da Fazello che nel 1558 descrive Cerami come “…sobborgo di Capizzi e ora centro fortificato” [T. Fazello, vol. I, pag. 445]. Si tratta di un castello rupestre di cui sopravvivono alcuni ambienti scavati in roccia chiaramente identificabili. L’intero complesso sorge sulla sommità di una rupe calcarea (1050 m s.l.m.) e risulta accessibile attraverso due sentieri, da sud-est e sud-ovest. E’ ragionevole pensare che la zona ove insistono gli affioramenti di roccia più consistenti sia quella ove un tempo sorgeva il nucleo più antico del castello, successivamente estesosi occupando il limitrofo pianoro. Sulla consistenza della fortezza, a metà del XVI sec., si pronuncia Fazello, che ricorda la presenza di un “palazzo baronale fornito di magnifiche sale e camere da consiglio e dalla chiesa di S. Giorgio” [T. Fazello, vol. I, pag. 445 e seg.]. A questa descrizione si aggiungono le importanti testimonianze fotografiche del G. Paternò-Castello [G. Paternò Castello 1907, pp. 85-87], attraverso le quali è possibile ricostruire in linea di massima la consistenza dell’antico complesso. L’ingresso principale doveva trovarsi a sud-est. Qui un arco a tutto sesto, semi diruto agli inizi del XX secolo e oggi scomparso, conduceva alla rupe principale a quel tempo affiancata da almeno due edifici. Il primo, a piante quadrangolare, era l’imponente palazzo ricordato dal Fazello, fondato dalla famiglia Rosso intorno alla metà del XVII secolo su un’area rettangolare opportunamente spianata e rinforzata da sostruzioni lungo il versante meridionale e occidentale. Le costruzioni avevano l’ulteriore compito di isolare l’edificio dal territorio circostante attraverso una leggera scarpatura che contribuiva alla verticalità dell’insieme. All’angolo occidentale insisteva probabilmente una torre, di cui oggi rimane la base fondata sulla roccia. La struttura quadrangolare era rinforzata da una scarpa caratterizzata da un marcapiano che sottolineava la separazione con il pian terreno posto al livello del piano di posa del palazzo settecentesco. La tecnica edilizia si caratterizza per i cantonali rinforzati da conci ben squadrati e da una muratura in pietrame sbozzato disposto su assise in linea di massima regolari. A nord/ovest della predetta torre si osservano resti murari presumibilmente afferenti a un muro di cinta. Il palazzo baronale, che occupava la parte centrale del pianoro, constava di due elevazioni e copertura a spiovente. Agli inizi del XX sec. si osservavano, lungo il prospetto principale, due finestre balconate al primo piano e al pian terreno tre aperture. Presso l’angolo nord-est del grande edificio si addossava, sopraelevata, una seconda struttura con copertura a doppio spiovente. Si presume che i vani rupestri fossero ancora utilizzati tra XIX e XX secolo. Quello ricavato lungo la parete meridionale era tampognato e vi si accedeva per mezzo di una piccola porta rettangolare. Pressoché nulla di medievale si evince dalle foto del Paternò Castello, non una volta ad ogiva, non una decorazione policroma che possa risalire ai secoli normanno/svevi. L’unica immagine scattata all’interno del complesso mostrava già una diffusa rovina e due archi a sesto ribassato costruiti con bei conci di calcarenite locale. Oggi la desolazione è assoluta, lo spazio attorno alla rupe è, in sostanza, un piccolo pianoro da cui affiorano solo creste murarie o tagli nella roccia. A est e a sud della grande rupe si conservano, infatti, tagli e pochi resti murari, che testimoniano la presenza di vani ed edifici di servizio, certamente legati al complesso baronale. Il motivo della totale scomparsa del complesso castrale probabilmente deve ricercarsi nel progressivo smantellamento da parte della popolazione locale a seguito di terremoto e, non ultimo, bombardamenti alleati relativi alla Seconda Guerra Mondiale, durante la quale la vicina Troina fu al centro di operazioni militari. Un discorso a parte merita la chiesa di S. Giorgio, da interpretarsi come cappella palatina, di cui oggi rimarrebbero pochi ruderi all’interno dell’area del castello. Ai piedi del complesso fortificato, in direzione est insisterebbero i ruderi copiosi di un secondo complesso religioso afferente al culto di S. Michele, successivamente annesso ad un monastero di Francescani. La chiesa è diruta, priva di copertura, orientata est-ovest, con pesanti rifacimenti che lasciano trasparire poco o nulla sulle possibili origini normanno-sveve. Altri link consigliati: http://www.castelli-sicilia.com/links.asp?CatId=252, http://www.comune.cerami.en.it/pages/storia.htm, video di Epifanio Chiovetta (https://vimeo.com/124837992)

Foto: la prima da http://www.lasiciliainrete.it/castelli/ENNA/cerami.jpg, la seconda è di Isabella1 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/21840/view

domenica 6 dicembre 2015

Il castello di domenica 6 dicembre








SANTA SEVERINA (KR) – Castello normanno (Testi del Dr Francesco De Luca su http://www.comune.santaseverina.kr.it/index.php?action=index&p=234)

"Santa Severina è ora superba di un vecchio castello, coperto di edera verdeggiante e di vergognosa parietaria… Sotto quelle mura, narra la storia, rintuzzò e infranse l'orgoglio di invitte schiere, che, gloriose erano passate attraverso l'Italia. Roberto il Guiscardo l'assediò invano… fu vinta solo dal tradimento di un Ruggiero, ma il castello ebbe fama di inespugnabile. Ora l'ala distruttrice del tempo è passata irriverente anche sul forte maniero: per gli antri oscuri, per gli umidi e neri sotterranei, gelida…si aggira la solitudine; e sulle rocche, sulle torri, sui baluardi, sui merli, che ancora sfidano la furia della tempesta, fin giù sui barbacani, che, curvi sostengono la immane mole, crescono i licheni e s'intrecciano i rovi, su' quali, a frotte, si posano le cornacchie, che nidificano tra i crepacci e nei buchi di quelle mura vetuste, donde, a primavera, parte e si sente da lontano, mesto, il lamento del passero solitario. Dalla costa dirupata anche ora il castello medioevale lancia le sue torri in alto, e domina la cittadina ed i colli circostanti; e, quando in questo secolo per ben due volte il terremoto distrusse paesi e città e Santa Severina fu grandemente danneggiata, il vasto edificio e le sue antiche fortificazioni non ebbero a soffrire che una lieve fessura che ancora si vede.". Questa pittoresca pagina del De Giacomo, che scriveva alla fine del XIX secolo, ci offre una descrizione del degrado in cui versava il castello in quel periodo prima dell'acquisto, nel 1905, da parte del Comune. Sulle vicende del monumento dopo l'abbandono dei Grutther, conseguente alla legge napoleonica che decretava la fine del regime feudale, c'è un buco nero di un secolo che solo la conoscenza e lo studio dei documenti dell'archivio comunale, purtroppo ancora da riordinare e catalogare, potranno chiarire. Abbiamo accennato al fatto che dagli inizi degli anni '30 il castello ospitò il Ginnasio-Convitto e che fu grande il merito di quei dirigenti che salvarono il monumento da ulteriore degrado in modo da consegnarlo ai restauratori in buono stato di conservazione. I lavori iniziati nel 1991, sono culminati nella cerimonia di riconsegna tenutasi il 23 maggio 1998. Sette anni che hanno visto all'opera numerosi e qualificati tecnici delle due Soprintendenze (quella Archeologica e quella per i Beni Culturali) che, confrontandosi e qualche volta scontrandosi, hanno condotto a termine il restauro nel migliore dei modi. Era auspicabile che, al termine delle complesse operazioni che hanno riportato il castello all'antico splendore, si producesse uno studio che, ripercorrendo le varie fasi del restauro, ci disvelasse finalmente i punti oscuri che avevano impedito una lettura completa e scientificamente valida dell'intera struttura. La stampa dell'opera in due volumi, uno a cura della sezione archeologica e l'altro della sezione dei beni culturali, segna un punto fisso e qualificato per chi voglia approfondire lo studio del castello. Riteniamo, di conseguenza, che l'addentrarci in una complessa descrizione dei piedritti, delle bertesche, delle troniere, dei beccatelli,dei rivellini, ecc. o riportare le complesse fasi e procedure del restauro, potrebbe interessare un ristrettissimo numero di lettori che, per i loro approfondimenti, dispongomo di strumenti ben più validi, costituiti dalle opere già citate. A noi interessa spremere da quegli studi il succo: i tratti essenziali delle diverse fasi architettoniche che hanno riguardato il castello, per verificare la coincidenza di esse con il divenire storico ed artistico della nostra città. I numerosi studiosi che nel passato si erano interessati a questo monumento avevano ipotizzata, pur senza averne alcuna prova documentale, la preesistenza, come primo insediamento, di un castello bizantino. Noi scrivevamo nel 1986: "Se ne attribuisce la fondazione a Roberto il Guiscardo ma tutti concordano sulla preesistenza di un'antica arce bizantina prima, durante e dopo l'occupazione araba." Alla luce di quanto è emerso dagli scavi, possiamo oggi concordare con Lopetrone che, prima ancora che diventasse l'arce bizantina, "doveva esservi sul sito l'acropoli della città, circondata da muraglie di sbarramento, riservata agli eletti e, all'accorrenza, usata anche da altre genti che popolavano tutto l'acrocoro, dimorando in case di murature (ceto agiato) ed in ampli grottoni artificiali, capanni ed altri tuguri, scavati e/o parzialmente murati (plebe)". Nel II volume dell'opera sul Castello dianzi citata, a cura della sezione di Archeologia, si legge: "Gli scavi hanno accertato sporadiche presenze riferibili all'età greca e brettia (IV-III sec. a. C.)" e, più oltre: "La prima importante scoperta effettuata nel corso degli scavi è stata quella di rintracciare dalla parte dell'area esterna dell'ex Cinema (area D) tracce della presenza degli Arabi.". Possiamo quindi ipotizzare con ragionevole approssimazione che l'acrocoro su cui sorse poi il castello, ospitò nell'epoca di Siberene-Severiana i primi nuclei di quelle antiche popolazioni che scelsero quella rocca come loro primo insediamento, dal quale dominavano le vallate circostanti. E' scontato che gli Arabi durante la loro dominazione (840-885/86) fecero di questa arce la base del loro comando militare ed amministrativo. Con la riconquista di Santa Severina da parte di Niceforo Foca il sito riprende vita e diventa un Kastron, con strutture militari ed un complesso di edifici religiosi. Gli scavi hanno evidenziato, e sono visibili nella parete esterna del Museo sulla sinistra di chi entra nel castello, la base affrescata di un primo edificio ecclesiale.Sulla destra di chi entra nell'atrio a botte del mastio sono affiorati, come rileva il Cuteri, altri muri affrescati di un ambiente la cui pianta di metri 5 x 10 si colloca di fronte alla necropoli, quasi certamente coeva, scoperta anch'essa dagli scavi e visibile nell'mbiente di sinistra per chi entra nel detto atrio. Lo studio del Cuteri lascia irrisolto il problema della datazione di quel sito per cui rimane senza una risposta definitiva la domanda: il Kastron, del quale emergono elementi significativi, è sorto prima o dopo l'occupazione araba? Non si riesce a far luce analizzando la croce reliquario proveniente dall'area della necropoli perché essa viene assegnata dal Cuteri all'VIII-IX secolo e quindi, teoricamente, il reperto può anche essere datato al periodo immediatamente successivo alla scacciata degli arabi. Cuteri colloca le costruzioni di questi edifici bizantini alla fine del IX secolo, quando, con la nascita della metropolia, "La notevole diffusione dei culti si riflette anche nella costruzione di numerosi e più modesti edifici, siano essi chiese o monasteri". Trovano comunque pieno conforto tutte le precedenti ipotesi sull'esistenza di un'arce bizantina che precedette l'occupazione normanna. Abbiamo visto, nella parte storica di questo lavoro, che dal Malaterra al Chandelon, al Pontieri ed a tutti quelli che hanno scritto dell'occupazione di Santa Severina da parte di Abelardo prima e di Roberto e Ruggero d'Altavilla dopo, è ben documentata la presenza normanna nella nostra città e quindi il loro insediamento nel punto strategico di essa costituito dal castello. "Le evidenze relative a tutto il periodo normanno sono venute alla luce in due settori di scavo: il primo sottostante l'area dell'attuale mastio, il secondo situato all'esterno del fossato sud, nel settore della fortezza cinquecentesca contenente la scuderia e la cappella.". Aggiunge, al riguardo, Marilisa Morrone: "I maggiori dati stratigrafici provengono proprio dagli strati di distruzione del precedente abitato e del complesso chiesa-necropoli situati al centro di essi.". E' in quest'area che i Normanni costruirono il torrione centrale del sistema difensivo con una base muraria dello spessore di circa tre metri che in parte è stata messa in luce. Altri importanti brandelli murari sono emersi nel sottosuolo dell'ex scuderia e nell'area antistante ad essa dove è stata evidenziata la struttura di un ambiente, forse rimasto incompiuto, che dovette servire da officina per la fusione di una campana. In questa zona è stato rinvenuto un tarì aureo di Roberto il Guiscardo esposto nel Museo del castello. I passaggi successivi, nell'evoluzione architettonica del complesso castellense, per come risultano dall'indagine scientifica sulle strutture, hanno evidenziato la presenza di costruzioni sveve così descritte da Pasquale Lopetrone: "Le reliquie della torre tonda antica, quella della torre tagliata, quella della torre dell'antica chiocciola e quelle relative alle merlature quadrangolari, afferenti alla terza fase, con molta probabilità risalgono all'ultimo periodo della dominazione sveva.". Dall'analisi successiva di Lopetrone risulta che "Non vi è alcun dubbio che i nuovi torrioni cilindrici posti agli angoli salienti del mastio risalgono al periodo angioino ai cui regnanti va riconosciuto il potenziamento…". Questi risultati devono essere considerati assolutamente rivoluzionari, se raffrontati a tutte le precedenti ipotesi che si sono succedute nel corso di quasi mezzo millennio. Le nostre perplessità, in merito all’esistenza a Santa Severina di un "Maschio Angioino", ipotesi emergente dallo studio di Lopetrone e degli altri esperti che mostrano di averne condivisa la diagnosi, non mirano, né possono, per l'assoluta nostra incapacità di misurarci con una materia estranea alla nostra preparazione specifica, ad infirmare minimamente i risultati di quelle indagini. Noi diciamo solo che la storiografia di tanti secoli aveva inequivocabilmente assegnata l'intera ristrutturazione del castello ad Andrea Carafa. E' evidente che, alla luce dei risultati dei restauri bisognerà o azzerare tutte le precedenti letture della struttura del castello di Santa Severina o tentare di trovare una ricostruzione che concilii le nuove tesi con le precedenti ipotesi, insinuando, perlomeno, dei dubbi che andranno approfonditi con ulteriori studi. E i dubbi esistono per chi, come noi, cerca di trovare una rispondenza fra i risultati emersi e tutto ciò che scrissero e documentarono fino al 1998 studiosi impegnati e qualificati sul monumento che stiamo analizzando. Bernardo, dopo aver accennato ai grandi mezzi ed agli ottimi ingegneri di cui disponeva il Carafa, assegna a costui tutte le costruzioni difensive. Cita il documento del 1521 che descrive molte opere apportate al castro: muri, fossati, bastioni per bombarde ed altre armi di difesa :"In primis dicta civitas Sanctae Severinae cum eius castro et fortellinis, muro, fossatis, et vallatis cum bombardis et aliis munitionibus, variis atiglieriis et armis ad defensionem castri predicti necessariis". Il documento del 1623 è ancora più esplicito perché afferma che "quel castello fu fatto dall'Ill.mo Conte Carafa in tempi che fu luogotenente del Regno di Napoli". Muovendo da questi dati Bernardo svolge un lungo ragionamento ipotizzando che il mastio sia stato edificato dopo la costruzione di tutte quelle opere difensive, collocandone l'inizio della edificazione probabilmente "negli ultimi anni del pacifico governo di Andrea Carafa" ed attribuendone la conclusione al nipote Galeoto. La tesi del Bernardo viene perfettamente condivisa da Francesca Martorano, ricercatrice in Conservazione di beni architettonici e capo tecnico della Soprintendenza archeologica di Reggio Calabria. Ella scrive: "…Ciò ha fatto supporre che la sua costruzione (del mastio) sia più tarda, legata ad un periodo di pace e di benessere economico. I presupposti per l'edificazione del mastio ricorrono nel periodo di dominio di Galeotto Carafa, nipote di Andrea, che, come attesta un'iscrizione, fece costruire nel 1535 un belvedere fra i due bastioni del lato orientale. Il mastio aveva quindi una funzione residenziale che mantenne anche nei secoli successivi". Risparmiamo al lettore il lungo elenco di storici e studiosi che hanno attribuito al Carafa la costruzione del castello: i loro pareri possono essere facilmente disattesi per la mancanza di scientificità e le loro troppo generiche e ripetitive affermazioni. Ma non possiamo non citare, per l'autorevolezza degli autori, quanto si legge nel volume di AA.VV. (Tutti docenti di Architettura nell'Università Di Reggio Calabria) "Per un Atlante della Calabria": "Il nucleo centrale è probabilmente normanno, eretto, forse sui resti di un castello bizantino. Il mastio quadrato con quattro torri cilindriche angolari è caratterizzato da cinture murali e baluardi a scaglioni, torrette speronate ed altre opere difensive realizzate durante l'ampliamento e la sistemazione militare di Andrea Carafa Conte di Santa Severina dal 1496. Né possiamo sottacere il giudizio di Mirella Mafrici, autrice di diecine di studi sui castelli e sulle fortificazioni del Meridione, che, al riguardo, scrive: "Al tempo del Carafa, luogotenente generale del regno durante l'assenza del vicerè don Carlo Lannoy, è databile la ricostruzione (su quello antico già edificato dai Normanni) del castello di S. Severina.". I nostri dubbi si infittiscono se si considerano alcuni elementi che possono interessare chi ha in animo di approfondire il problema. Ci sembra, intanto, che non si possa prescindere dal fatto che il mastio venne edificato su precedenti e rozze costruzioni che gli svevo-angioini avevano impiantato al centro dell'intera struttura e le cui tracce sono inequivocabilmente emerse dai lavori di restauro. Se questo può e deve essere univocamente accettato, bisogna trovare un aggancio storico che giustifichi la costruzione-ristrutturazione dell'intero mastio ad opera degli Angioini. Ma a questo punto insorgono alcune considerazioni: non esiste un solo documento che avvalori questa tesi. Bisogna tener conto dell'importanza dell'opera che presuppone un largo impiego di mezzi, una notevole durata per realizzarla e, conseguentemente, un forte e diretto interesse a dotare la struttura castellense di un impianto che doveva servire al committente ed ai suoi successori. Scrive Lopetrone: "Dall'ammodernamento-revisione globale, operato dagli Angioini, ne scaturì, dal vecchio castello di Santa Severina, una roccaforte di rara bellezza e sontuosità, con toni architettonici elevati alla pari delle più importanti roccaforti europee costruite in tale periodo". Lo stesso autore deve però ammettere che "In assenza di fonti documentarie certe, appare assai difficile stabilire il nome del committente o quello dell'architetto che insieme progettarono e fecero realizzare il magnifico edificio militare". Le notizie storicamente certe di cui disponiamo ci informano che, con diploma del 1266, Carlo I d'Angiò dispose che la città, con i suoi casali, venisse incorporata nelle terre del demanio, arrivando a precluderne ogni futura possibilità di infeudazione. Le successive assegnazioni in feudo a Pessino di Villary e la cessione di costui a Pietro Ruffo ci dicono che costoro, in effetti, non esercitarono mai l'effettivo possesso. E, d'altra parte, anche Carlo II aveva emesso un diploma che sottraeva al Ruffo ed al Villary il possesso del feudo, riconfermando Santa Severina città demaniale. In un editto del 1346 di Giovanna I la città figura ancora nell'elenco delle terre demaniali. Lopetrone, nella ricerca di un possibile committente, indica, nel suo secondo studio dopo il completamento dei restauri, in Nicolò Ruffo il solo che, per disponibilità di mezzi, avrebbe potuto realizzare un'opera tanto importante. Chi vuole rendersi conto dell'inattendibilità di tale attribuzione, legga il testo di Giuseppe Caridi che può definirsi la saga dei Ruffo, ripercorrendo l'autore le vicende dell'intera Casata ma, soprattutto lo studio di Vincenzo Ruffo sugli antenati Pietro e Nicolò. La loro vita e le loro opere sono narrate in centinaia di pagine e vengono utilizzate tutte le fonti storiche esistenti, compresi i ricchi archivi dei Ruffo. In tale trattazione non esiste un solo accenno che possa suffragare la tesi della edificazione di un'opera così complessa ed importante. I rinvenimenti numismatici, riferibili al periodo angioino nell'area della intera struttura castellense, ci dicono che "è assente completamente la monetazione angioina di Napoli". Anche nell'elenco da noi reso della collezione donata al Museo diocesano non v'è traccia, nell'intero comprensorio della nostra città, di monete angioine mentre abbondano quelle normanne e quelle sveve (come succede anche per i ritrovamenti nel castello). Questo è un fatto di grande importanza perché non si può pensare che di un'opera tanto significativa non ci sia pervenuto un solo reperto! Tutte le date graffite sui muri sia delle strutture esterne che nell'interno del mastio sono posteriori al 1500. Riteniamo l'argomento meritevole di riscontro e di approfondimento che, vagliando i vari elementi da noi resi e, ovviamente, gli studi che li precedono, giunga ad una conferma o alla confutazione di quanto è sostenuto dai restauratori del castello. E' opinione generale che furono i Grutther a trasformare il mastio, venute meno le necessità di difesa dalle incursioni dei pirati , in dimora signorile. Fino al '600 i feudatari non abitavano i castelli ma, quasi tutti dimoravano a Napoli presso la cui corte sperperavano le loro sostanze. Giorgio Leone, nel suo pregevole studio, ci invita a considerare che l'ammodernamento del mastio ebbe inizio con la Famiglia Sculco, basandosi su due ragioni che appaiono assolutamente plausibili: gli Sculco furono i primi feudatari a stabilire con la città un rapporto nuovo e più intenso come dimostra l'acquisizione di una cappella nella chiesa di S.Antonio che ospita la lapide tombale di Carlo Sculco: "La lettura dell'Apprezzo del 1687 è utilissima per cogliere gli aspetti più salienti di questa nuova definizione architettonica-abitativa che venne data al castello". Bisogna difatti tener presente che, all'epoca dell'Apprezzo, i Grutther non avevano ancora acquisito il feudo, che si aggiudicarono all'asta nel 1691. A loro, comunque, bisogna attribuire la sistemazione definitiva del piano nobile che oggi ammiriamo e che probabilmente fu utilizzato, almeno periodicamente, come residenza. Essi modificarono i vani, ricavandone sale e saloni che coprirono con volte a schifo che fecero decorare con raffigurazioni pittoriche riportate dai recenti restauri all'antico splendore, e con mobili di gran pregio dei quali purtroppo nulla è rimasto. Riteniamo, senza far torto ai lettori, di poterci risparmiare una descrizione particolareggiata dei diversi ambienti, sia perché essi sono stati egregiamente illustrati nei due volumi cui abbiamo fatto riferimento, editi dalla Rubbettino, sia perché in ogni stanza è posto un pannello descrittivo dell'ambiente. Questo vale anche per la sale museali che espongono reperti provenienti dal circondario (in massima parte da noi donati) e dagli scavi del castello. A destra di chi entra dall'ingresso principale si accede alle sale che ospitano il Centro Documentazioni Castelli e Fortificazioni della Calabria con numerosi pannelli esplicativi. L'intera struttura si sviluppa su di un'area di circa diecimila mq., ma la zona della "difesa merlata della ronda bassa", visibile per chi sale in paese sopra la strada a picco della scarpata, è rimasta purtroppo da ripulire e restaurare e del progetto che ne prevedeva la sistemazione più non si parla. Per avere un'idea del fascino che suscita il castello, basta riflettere sul dato, fornitoci dai giovani della Cooperativa Aristippo che ne curano la gestione, delle 50.000 presenze di turisti che annualmente lo visitano. Scrivevamo in un nostro precedente lavoro: "Necropoli, affreschi di complessi ecclesiali, fornaci, camini, silos, cisterne, e monete ed utensili e terraglie e palle di bombarde e tutto quanto consentiva la vita nel Castello, la sua storia che è poi quella dell'intero paese nell'arco di tanti secoli, sono venuti alla luce per consentire, finalmente, una lettura aggiornata,anche se forse non definitiva, del Monumento restaurato in tutto il suo splendore". Altri link consigliati: https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Severina#Il_castello, http://www.icastelli.it/castle-1235854425-castello_fortezza_di_santa_severina-it.php, il video di Pino Barone su youtube (https://www.youtube.com/watch?v=n45xqYSGV8c),