lunedì 15 febbraio 2016

Il castello di lunedì 15 febbraio






VENTIMIGLIA (IM) - Forte San Paolo

Assieme alla fortificazione di Castel d'Appio e alla Fortezza dell'Annunziata fa parte degli antichi edifici difensivi eretti a Ventimiglia durante la dominazione genovese e successivamente napoleonica. La fortezza fu costruita dalla Repubblica di Genova nel XIII secolo sui resti di un antico e preesistente castello detto Castelvecchio. Il forte fu teatro di importanti avvenimenti bellici durante la guerra di successione austriaca tra l'esercito austro-sardo e le truppe franco-spagnole a metà del XVIII secolo. Nel 1746, ad ottobre, il fortilizio fu occupato dai soldati francesi che si erano progressivamente ritirati verso Mentone, ma l'edificio fu strenuamente assediato con successo dalle truppe di Carlo Emanuele III re di Sardegna. Un nuovo assedio fu compiuto nel giugno del 1747 ad opera dell'esercito franco-spagnolo, ma la fortezza resistette all'attacco grazie alla difesa dei soldati sabaudi. All'inizio del XIX secolo, oltre ad un restauro conservativo, furono realizzati collegamenti coperti e cunicoli sotterranei con la sottostante fortezza dell'Annunziata - detta anche Ridotta dell'Annunziata - mantenendo in servizio l'uso difensivo della Piazza di Ventimiglia. Verso la fine dell'Ottocento il cessare degli eventi bellici portò il forte, oramai obsoleto, ad un abbandono; un Regio decreto dell'8 luglio 1883 stabilì la cessazione del ruolo di piazzaforte per Ventimiglia e, pertanto, nel febbraio del 1884 fu decisa la demolizione di alcune parti del Forte. Secondo alcune fonti il forte a metà del XVIII secolo risultava avere una struttura semplice, a pianta quadrangolare, e possedeva quattro bastioni denominati dell'Annunziata, di san Bartolomeo, di san Paolo e di san Bernardo. Lo smantellamento compiuto nel 1884 ha inciso profondamente sull'originaria struttura della fortezza e ad oggi rimangono visibili soltanto parti dell'antico perimetro esterno; oggi questa area - chiusa al pubblico - è divenuta sede di alcuni ripetitori televisivi e di depositi privati. Sono tuttavia ancora visibili le mura dei bastioni del ridotto centrale, sostenute da enormi speroni di roccia locale intonacata. Per approfondire: http://vallodiponente.altervista.org/ForteSanPaolo.htm, http://www.cumpagniadiventemigliusi.it/Voce_storia/Fortezza.htm. Ecco un interessante video (di GelateriaHeyRemember): https://www.youtube.com/watch?v=U9wO100Y5a8

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Forte_San_Paolo

Foto: la prima è presa da http://images.visititaly.com/App_Images/Data/a6c1e901-95be-4d11-a6c2-1100a6744470.jpg, la seconda è presa da http://vallodiponente.altervista.org/girodeigiri/ForteSanpa.1.JPG

domenica 14 febbraio 2016

Il castello di domenica 14 febbraio






GIUSVALLA (SV) – Castello Aleramico

La leggenda vuole che un re longobardo (forse Liutprando) nell'VIII secolo edificasse l'abbazia di San Salvatore di Visiovalla (Visiovallis), nella zona oggi definita "Valla". Moriondo in Monumenta Aquensia ricorda che detta abbazia fu distrutta dalla "perfida gente saracena" durante una scorreria verso la metà del X secolo; altre incursioni saracene si verificarono tra l'889 e il 920 e ancora nel 970. Di questa abbazia nulla si conserva se non un bassorilievo murato in una balaustra della chiesa parrocchiale (rappresenta un pellicano). I beni e i diritti della abbazia vennero compresi e destinati all'abbazia di San Quintino di Spigno Monferrato nell'alessandrino. Il borgo venne compreso nella Marca Aleramica dal X secolo e, divenuto possesso di Bonifacio del Vasto nel 1091, fu munito di un castello per la difesa del paese; nel 1142 divenne dominio feudale della famiglia dei Del Carretto. Nei secoli successivi il territorio cambiò più volte proprietario signorile: dei marchesi di Ponzone nel 1327, dei marchesi del Monferrato nel 1444, della famiglia genovese Spinola nel corso del XVI secolo, dell'altra famiglia genovese Imperiale ed infine dei San Martino di Agliè. Nel 1738 passò sotto il Regno di Sardegna seguendone le sorti fino all'Unità d'Italia. Con la prima campagna d’Italia di Napoleone Bonaparte, sull'onda della rivoluzione francese, il territorio di Giusvalla rientrò dal 2 dicembre 1797 nel Dipartimento di Letimbro, con capoluogo Savona, all'interno della Repubblica Ligure. Dal 28 aprile 1798 con i nuovi ordinamenti francesi, rientrò nel X Cantone, capoluogo Sassello, della Giurisdizione di Colombo e dal 1803 centro principale del I Cantone di Savona nella Giurisdizione di Colombo. Del castello, eretto dagli Aleramici, poi ricostruito in un periodo intorno al XIV secolo, oggi rimane soltanto qualche rudere delle mura presso un'altura. Per approfondire suggerisco questo link: http://digilander.libero.it/giusvallanet/albero/storia/storia.html,

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Giusvalla

Foto: la prima è di 83felix su http://www.panoramio.com/photo/28737475, la seconda è di maria paola 0309 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/322888

sabato 13 febbraio 2016

Il castello di sabato 13 febbraio





CARBOGNANO (VT) – Castello Farnese

Notizie certe di Carbognano si hanno soltanto a partire dal X secolo quando il feudo risultava iscritto tra i possedimenti dell'Abbazia di Farfa. Nel secolo XIV appartenne alla potente famiglia dei Prefetti di Vico e successivamente passò tra i possedimenti della Camera Apostolica. Nel 1494 Papa Alessandro VI Borgia decise di concedere Carbognano ad Orsino Orsini, signore di Bassanello e a sua moglie Giulia Farnese che vi soggiornò fino al 1522. Dopo di lei sua figlia Laura lo lasciò in eredità a Giulio della Rovere, nato dal suo matrimonio con Nicolò della Rovere. Nel 1630, Papa Urbano VIII Barberini elevò Carbognano a Principato di proprietà della famiglia Colonna dai quali aveva acquistato il principato di Palestrina, che poi assunsero il cognome di Colonna Barberini di Sciarra, a cui rimase fino al 1870. Il castello di Carbognano è costituito da un fabbricato a pianta quadrilatera irregolare intorno a un piccolo cortile decentralizzato, di notevole possenza plastica e su cui fa perno l’intero tessuto urbano dell’abitato. La facciata principale di rappresentanza, che dà sulla piazza del comune, presenta due ordini di finestre disposte in maniera irregolare di cui le tre superiori recano nella cornice la scritta “IVLIA FARNESLA”. E’ coronata, come d’altronde tutti gli altri lati, da un filare di beccatelli reggenti una sorta di camminamento di ronda con merli a sagoma dritta e con feritoie a croce. Domina dal retro un possente mastio a base quadrata orientato non in asse con la facciata e coronato anch’esso dai medesimi beccatelli e merlatura. Altre due torri di diversa forma e altezza fanno parte dell’emergenza architettonica. Quella posta a nord è di pianta circolare scandita in due piani da un toro a modanatura semplice. Nella parte superiore ha due finestre a cornice quadrata mentre nella parte inferiore e percorsa. attraverso una foratura ad arco, da una strada che collega la piazza del comune con la parte inferiore del paese. L’altra torre è situata a est, ha base quadrilatera e sporge dal fabbricato creando con la precedente torre una sorta di ali che racchiudono come quinta teatrale la facciata situata a nord-est, presentante anch'essa un doppio ordine di finestre. Quella al centro dell’ordine superiore corrisponde al salone di rappresentanza e presenta una foratura di modulo raddoppiato rispetto alle compagne, ma col medesimo tipo di cornice. Il lato a sud-est si affaccia su una strada interna ai nucleo del paese e presenta anch’essa una serie di finestre di diverse epoche ma disposte in maniera del tutto irregolare su una cortina che termina in basso con un leggera inclinazione a mò di scarpatura. Solo due di esse, quelle più vicine alla sporgenza della torretta a est, presentano il medesimo tipo di cornice. Quella superiore ha nel fregio la scritta IVLIA FARNESIA e nella prossimità della cortina muraria è situato uno stemma in marino con lo scudo a sei gigli Farnese, circondato da una corona di frutti e foglie. L’ultimo lato, situato a sud-ovest, è la facciata interna di ingresso. Unici elementi che emergono sono: il portale d’ingresso ad arco con situato, in corrispondenza della chiave, lo scudo a sei gigli Farnese ed evidenziato da una cornice a bugnato, in peperino; e un ambiente sporgente su beccatelli. La cortina presenta anch’essa, come il lato precedente, un’inclinazione a scarpa e vi è ancora, come elemento separatore tra la muratura a piombo e quella inclinata, un toro che tuttavia non impegna che un terzo della intera facciata. L’edificio è raccordato al palazzo del comune mediante un corpo unito con un rapporto di continuità alla facciata principale, che tuttavia è interrotto al centro da un’arcata che permette di collegare mediante una rampa la piazza del comune con la soprastante piazzetta del castello. L’edificio del comune, anch’esso a pianta irregolare presenta alcuni elementi dei portali e delle finestre che sembrano stilisticamente affini ad elementi del castello. Infine, il portale d’accesso apre su un cortiletto delimitato a nord-ovest dal corpo del mastio, interrotto nella sua omogeneità da una finestra quadrata con la scritta IVLIA DE FARNESIO e a nord-est da un atrio di accesso alla doppia rampa di scale che disimpegna i piani superiori. Sul lato del portale presenta, addossato alla parete, un semipilastro ottagono con capitello a foglie lisce. Non è chiara la funzione di tale elemento, che si può stilisticamente raccordare ad una serie di bifore presenti sui muri laterali della chiesa di Santa Maria della Concezione, che hanno anch’esse delle colonnine a base ottagonale con capitello a foglie lisce. Tutte le pareti del cortiletto presentano tracce ancora visibili di intonaco a graffito a base scura, secondo la tradizione romana, che simula un finto bugnato rettangolare. L’edificio, sicuramente molto rimaneggiato nel corso dei secoli con l’aggiunta di nuove finestre e porte e di intonacature presenta tuttavia, come rivelano alcuni indizi (gli stemmi e le finestre “firmate” su ogni lato), almeno 1’impianto perimetrale originale. Nelle sue massime forme attuali l’edificio ricorda l’impianto castellano, sia nel rapporto urbanistico del palazzo col nucleo abitato (si avverte la sua prevalenza dimensionale sul resto dell’insediamento) sia chiaramente nel suo tipico vocabolario di torri, beccatelli, merlature, feritoie, tipici dei castelli rinascimentali. Che tuttavia questi elementi abbiano perso la loro funzione difensiva o di attacco e segnino il passaggio dal tipo del castello baronale medievale al nuovo modello del palazzo fortificato è evidenziato dalla mancanza di un fattore fondamentale caratteristico del vero castello: la struttura prevalentemente chiusa e compatta. La grande quantità di forature e l’impianto stesso, che ricorda più un palazzo che una rocca, della facciata principale, sono forse il segnale più vistoso che contraddice a tale principio. L’intero palazzo si caratterizza inoltre per la qualificazione nobile data dall’uso frequente di portali e finestre in peperino, dalle cornici variamente modanate, ma che presentano un unico modello stilistico: Roma. La presenza della torre, l’intonaco a graffito. l’allungamento orizzontale della facciata principale. Il decentramento del portone d’ingresso, le finestre a sagoma quadrata o rettangolare con cornice derivata dalla modulazione dell’architrave classico, che presenta in alcuni casi sui montanti in basso i tipici risvolti quattrocenteschi, sono tutti elementi tipici delle residenze private romane sul finire del XV secolo: palazzo Venezia ne è il capostipite. Così come è tipicamente romano, dell’epoca di Sisto IV e Innocenzo VIII (1471-92), l’uso dei pilastri ottagoni. La datazione del castello in base ai suoi dati stilistici, non calcolando gli evidenti interventi successivi, è da porre tra la fine del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento. La presenza dell’enigmatico semipilastro ottagono denota forse, come nella chiesa di Santa Maria, una preesistenza tardo-quattrocentesca, senza dimenticare il nucleo medievale nominato nel 1256, su cui intervenne Giulia Farnese a partire dal 1506. E, se è vero che il castello doveva essere stato terminato, almeno nella sua parte architettonica, nel 1515, dovette comunque essere stato costruito, a giudicare dalle tendenze architettoniche presenti a Roma in quegli anni, da maestranze cosiddette “di resistenza”, che rispetto alle novità stilistiche dei grandi maestri coevi, riproponevano i modi tardo quattrocenteschi parcamente aggiornati. E’ in fondo la linea in cui si porrà Antonio da Sangallo il Giovane, almeno in un primo momento il quale diverrà di lì a poco (Capodimonte 1513; Gradoli 1517) l’architetto dei Farnese. L’intervento di Giulia Farnese, che introduce in un contesto provinciale elementi tipici della cultura romana e di un richiamo all’antico come segno di citazione piuttosto che come legge compositiva, è quanto mai interessante, e si rivela come uno dei primi esempi, che diverrà poi tipico della famiglia Farnese, di quella tendenza a conferire un aspetto urbano a dei villaggi prevalentemente agricoli, tendenza che culminerà con l’esempio di Caprarola. La scelta di un gusto stilistico in parte retrò non è da attribuire esclusivamente al gusto della committente che, come vedremo, saprà mostrarsi anche all’avanguardia, ma è da situare nella precisa logistica di Carbognano. Il castello si impone certo come un elemento nuovo, ma con sobrietà (prendere il palazzo della Cancelleria come modello sarebbe stato fuori luogo). Una doppia rampa porta a un anticamera al secondo piano, su cui si aprono due porte, una delle quali presenta una cornice riccamente modanata con fregio e stemma Farnese al centro e ai lati la scritta IVLIA FARNESIA tramite l‘altra porta si entra in un piccolissimo ambiente di disimpegno con volta a botte. Nella lunetta della parete a nord-ovest si intravede un busto dipinto, secondo l’iconografia degli imperatori romani, ma totalmente illeggibile a causa dell’annerimento della volta. Da qui si entra nel salone principale. La dislocazione delle stanze, che per struttura e altri elementi quali stemmi o affreschi si possono dire tutte originarie del periodo di Giulia Farnese, ripete il classico schema della grande sala al centro con camere ai lati. Nella pianta reperita al catasto di Viterbo, si nota anche una stanza circolare, in corrispondenza del torrione a nord, che qui viene definita come cappella, ma da altri come il bagno privato di Giulia. Le stanze affrescate sono cinque: l’ambiente di disimpegno, il salone, la cucina (dei cacciatori), la camera da letto a destra del salone (camera di Giulia), la cappella. Tutte le stanze presentano una volta a schifo lunettata  su capitelli  pensili in peperino;  in alcune, al centro del soffitto, vi è lo stemma Farnese scolpito in peperino. Il soffitto del salone, presenta una sorta di pergolato rosso molto stilizzato con al centro tre stemmi campeggianti su fondo chiaro: uno piccolo al centro, forse di legno colorato, mostra lo scudo a sei gigli blu in campo giallo. E’ circondato da una corona ovale. Gli altri due stemmi, disposti simmetricamente rispetto a questo, sono simili fra loro, anche se non identici, e presentano uno scudo inquartato Farnese (sei gigli blu in campo giallo) e Caetani (inquartato: nel I e nel IV di giallo con due bande ondate blu scuro, nel II e nel III d’azzurro con aquila spiegata gialla). Sono coronati in alto da nastri a fiocco svolazzanti e sono entrambi circondati da due interessanti corone costituite da spighe, alloro, pomi, melagrani, uva bianca e pere. Le corone e il suddetto stemma a rilievo sono a loro volta circondati da nastri svolazzanti rossi puntinati di bianco che fingono di proiettare un’ombra sul soffitto, con chiaro effetto illusionistico di trompe l’oeil. Le vele, le lunette, gli spicchi, sono tutti decorati a grottesche e sono conclusi in basso da un piccolo fregio con elementi floreali interrotti di tanto in tanto da tondi con vedute molto approssimative a monocromo. Tale fregio probabilmente è stato completamente rifatto forse nel XVIII o XIX secolo. Altri due stemmi sono presenti nella stanza: la lunetta centrale della parete sud-ovest presenta uno scudo con gigli blu su fondo giallo, sormontato da una croce latina vescovile e da un cappello rosso da cardinale guarnito da due lunghi cordoni intrecciati terminanti con i caratteristici fiocchi. E’ chiaramente lo stemma del cardinale Alessandro Farnese. Nella lunetta centrale della parete opposta, sopra la grande finestra, c’è uno stemma inquartato Della Rovere quercia gialla sradicata in campo blu scuro, i rami passanti in doppia croce di S. Andrea e Orsini tre zone: la inferiore è bandata di rosso e bianco, la mediana ha un’anguilla nera in lascia bianca. la superiore una rosa rossa a cinque petali in campo bianco). Lo stemma è coronato anch’ esso da nastri svolazzanti e affiancato da due uccelli rapaci, da racemi, da due uccelli trampolieri e da graziosi draghetti. E’ chiaramente lo stemma che segna il matrimonio tra Niccolò Della Rovere e Laura Orsini, figlia di Giulia, il cui doppio stemma, invece, ostentatamente personale, è quello che campeggia al centro del soffitto: Giulia Farnese era figlia di una Castani. Tutti questi stemmi, dislocati tra l’altro in maniera strategica, celebrano quindi, anche in una proiezione verso il futuro, le fondamentali alleanze instaurate dalla famiglia Farnese. Alleanze che faranno, o che si spera facciano, la fortuna della casata: con la Chiesa, rappresentata dallo scudo del cardinale Alessandro, situato in una posizione discreta ma presente; con la famiglia Caetani, primo passo verso 1’alta aristocrazia romana: con i Della Rovere e gli Orsini, segno dell’entrata definitiva in Roma. Gli elementi naturalistici, sia animali che vegetali, sono presenti in quantità maggiore rispetto a quelli “mostruosi”, con una frequenza direi insistente e per questo, ritengo, segnica. Compaiono uccelli trampolieri, spesso nell’atto di tenere nel becco dei vivaci serpentelli, civette, granchi, draghetti alati (molto simpatici), cavallini fìtomorfi, mascheroni, cariatidi con cesti di frutta, motivi a candelabra. Tali motivi si presentano secondo una composizione diradata e semplificata, dovuta probabilmente alla presenza di un pittore non eccezionale, che sovente ha tuttavia delle punte di vivacità e freschezza espressiva. La cucina presenta, in dimensioni più ridotte, lo stesso schema decorativo del salone e uno stemma cardinalizio di Alessandro Farnese nello strombo della finestra. Il fregio alla base delle lunette ospita delle vivaci scene di caccia, a monocromo su fondo rosso, inframmezzate di tanto in tanto da tondi con le aquile spiegate dei Caetani. Purtroppo una spessa patina di nerofumo ricopre l’intera volta, rendendola illeggibile. Si nota comunque la mano di un artista sicuramente più esperto di quello del salone, e molto vicino, tra l’ altro, a quello che dipinse, forse proprio negli stessi anni, alcuni soffitti lignei che si trovano nel palazzo Farnese di Gradoli. Per una datazione su basi stilistiche si deve tenere conto di un fattore fondamentale: queste grottesche non sono concepibili se non dopo la “riforma” di Giovanni da Udine, attuata nelle Logge del Vaticano nel 1518-19. Riforma che consiste essenzialmente: nell’introduzione di elementi naturalistici nel repertorio fantastico tardo quattrocentesco, direttamente copiati dalla natura, spesso con puntigliosità catalogatoria; nello stagliarsi delle grottesche su fondo bianco; nell’uso di ghirlande con fiori e frutta realisticamente riconoscibili. Tutti elementi che ritroviamo a Carbognano e che erano diffusi in quelle incisioni di Agostino Veneziano, attorno al 1518-20, che in parte hanno costituito una fonte iconografica per le nostre grottesche. Ma altri indizi fanno pensare alla presenza di un ulteriore mediatore: Baldassarre Peruzzi. Egli stesso, a partire dal 1518-20, influenzato dalle innovazioni di Giovanni da Udine, svilupperà un sistema decorativo assolutamente originale e con ben determinate caratteristiche. Innanzitutto le sue grottesche rivestono le volte con stile decorativo vegetale piuttosto che derivato archeologicamente dalle partizioni architettoniche della Domus Aurea, come era invece nel collaboratore dl Raffaello, partizioni con ghirlandette e collanine, che compaiono a Carbognano, sono frequenti nelle sue opere tra il 1518 e il 1520: il corridoio del piano nobile della Farnesina, la loggia del cortile di casa dei Piceni, la loggia Stati sul Palatino, la sala capitolare in San Lorenzo in Damaso. Così come altri elementi a noi noti, quali la predilezione per gli uccelli, soprattutto trampolieri (un trampoliere che mangia un serpentello appare su un’arcata della Volta Dorata della Cancelleria, del 1519), draghetti. Tutto insomma fa pensare a una datazione sul finire del secondo decennio del secolo XVI. Se ricordiamo che Giulia morì nel 1524; che la chiesa che fece costruire è del 1522; che il secondo marito Giovanni Bozzuto (che araldicamente non è mai nominato) morì nel 1517; che, infine, il matrimonio di Laura avvenne nel 1505, la datazione di base (1506-1524) dovrebbe forse restringersi, per gli affreschi, tra il 1518 e il 1522. Per quanto riguarda le maestranze che possono avervi lavorato, l’attribuzione è molto difficile, considerato anche lo stato di conservazione degli affreschi. Con ogni probabilità tali artisti provenivano dall’ambito della bottega peruzzesca degli anni 1518-20 e ripresero elementi da taccuini, stampe, affreschi, senza una precisa fonte iconografica ma ricomponendoli diversamente nel nuovo contesto. Sebbene il genere delle grottesche sia considerato spesso esclusivamente ornamentale, nel caso specifico di Carbognano esse divengono portatrici di un preciso messaggio da legarsi alla figura della committente e alla funzione del luogo in cui si trovano, che è il salone di rappresentanza: non quindi una dimensione privata, come per le altre stanze, ma semipubblica. Analizziamo prima di tutto l’impresa dell’unicorno, certo la chiave di lettura di tutto il ciclo. L’unicorno, nei bestiari medioevali e nel “Fisiologo”, era associato a due leggende: una più popolarmente conosciuta, narrava che l’animale non poteva essere catturato che da una vergine. Tale immagine, che tra l’altro compare nelle stanze private di Giulia con chiara autoallusione, era interpretata come figura dell’incarnazione di Cristo e, in ambito laico, come emblema della purezza e castità. L’altra leggenda riconosce all’unicorno la proprietà di purificare le acque avvelenate da serpenti o altri animali nocivi, e quindi è utilizzato ancora una volta come emblema di purificazione. Per questo suo significato l’unicorno veniva spesso impiegato in araldica specialmente nel mondo cortese e cavalleresco, oltre che su arazzi e cassoni del XV e XVI secolo. Proprio legato a questa moda cavalleresca era apparso, per la prima volta nell’iconografia farnesiana, nel sepolcro dì Ranuccio il Vecchio, del 1449. Si ritiene che Carbognano sia cronologicamente il primo esempio, finora noto, in cui tale soggetto compare sotto forma di impresa associata alla famiglia Farnese, che lo adottò, da Paolo III in poi, come animale totemico famigliare. Negli affreschi di Castel S. Angelo compare infatti, tra le altre imprese, quella del liocorno che immerge il corno in un rivo, accompagnata dal motto “VIRTUS SECURITATEM PARIT, o talora IN VIRTUTE TUA SERVATI SUMUS”: la virtù genera la sicurezza, appunto. Sebbene nel nostro caso il motto sia, purtroppo, di traduzione del tutto incerta, l’associazione tra liocorno e fonte (tra l’altro connotata con lo stemma Farnese e quindi simbolo della famiglia Farnese stessa) non può che significare il concetto di purificazione dai “veleni” che hanno insidiato la famiglia Farnese e, oserei dire, Giulia stessa. E’ purificazione che avviene grazie alla virtù e alla unità dei membri della famiglia chiamati in causa dagli stemmi più sopra decodificati. Virtù intesa sia come castità spirituale (di cui l’unicorno e 1’acqua sono emblemi), sia come un impegno concreto. Da quello che s’intuisce dalle illustrazioni del volume Viterbo delle delizie, più volte citato, gli stessi concetti sono espressi, nelle stanze private del castello, dalla vergine con il liocorno e dai vari cartigli con motto. Tutti richiamano ad una resurrezione, rinascita, purificazione attraverso le opere e la scelta di una vita virtuosa: CITO PERFICIET (presto avrà compimento), DATUR... (è possibile), OPERIBUS.. (con i fatti). Molti altri elementi delle grottesche della sala e le corone stesse che circondano gli stemmi, sono funzionalizzati anch’essi al programma celebrativo della committente. Gli uccelli che mangiano serpenti, ad esempio: la maggior parte sono trampolieri (aironi, cicogne, gru, ibis): ossia i distruttori di serpenti per eccellenza e quindi figure della Virtù-Cristo che combatte contro il Male- Satana. Altri link suggeriti: http://www.canino.info/inserti/monografie/i_farnese/carbognano/il_nido_segreto/nido_segreto.htm, http://www.tesoridellazio.it/pagina.php?area=I+tesori+del+Lazio&cat=Castelli+e+fortezze&pag=Carbognano+%28VT%29+Castello+Farnese+o+Sciarra,

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Carbognano, testo tratto da “ Il Castello di Carbognano, 1508 - 1524: Una Committenza Femminile Sconosciuta” su http://www.carbognanonline.it/html/il_castello_farnese.html,

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Andrea Di Palermo su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/253887/view

venerdì 12 febbraio 2016

Il castello di venerdì 12 febbraio






PIOBESI (TO) - Castello

Nel contesto del territorio extraurbano torinese, oltre i confini di Stupinigi e di Vinovo, il castello di Piobesi costituisce una emergenza di singolare rilievo: luogo evocativo della storia locale, spazialmente connesso con il centro storico della città, è polo centrale del paesaggio circostante, segnato dalla presenza della torre medioevale che domina il giardino e il parco. Fondato dal vescovo Landolfo tra il 1010 e il 1037, nel 1347 fu distrutto dall’esercito dei Visconti e dell’antico maniero si conserva oggi soltanto una delle quattro torri. Nell’Ottocento fu trasformato in abitazione civile e per alcuni anni fu residenza del conte Brassier di Saint-Simon, ambasciatore di Prussia presso il Regno di Sardegna. Nel 1863 vi soggiornò George Perkins Marsh primo ambasciatore USA presso la Corte Sabauda e la consorte Caroline Crane che lasciarono tracce profonde ancora oggi evidenti. Nel recinto del castello, è stato costruito un giardino all’italiana con i tipici labirinti di siepi che tanto piacevano ai nobili del 500. Alla torre quadrata (con muratura in laterizio fortemente scarpata, dotata di poche aperture, la corona di merli è un'aggiunta recente) si accosta la mole articolata del castello, risultato dell'accorpamento di diversi fabbricati realizzati e modificati in epoche successive. L'impianto attuale è costituito da tre blocchi distinguibili, tra di loro connessi dalla riplasmazione ottocentesca. Di questi il più rilevante è il corpo centrale, edificio a pianta rettangolare a cinque piani fuori terra, realizzato con forme squadrate e muri di grande spessore che suggeriscono una parziale ascendenza medioevale. Al corpo centrale sono accostati, ad ovest, una manica a due piani e, verso sud, un avancorpo sempre a due piani, sormontato però da una piccola torre dotata di loggia. Questa manica ospita al piano terreno la cappella, dedicata a S. Anna, e una lunga galleria, anticamente aperta a porticato, che ora distribuisce gli ambienti della biblioteca comunale. Il castello era dotato di portineria, piccolo edificio costruito all'inizio del Novecento a ridosso degli accessi da ovest alla proprietà e dispone di una serra, costruita nell'Ottocento in forme neogotiche nella zona più elevata del parco. Il castello, segnato da superfetazioni e dal degrado conseguente alla mancanza di manutenzione, è stato acquisito dal comune di Piobesi nel 1998 per essere restaurato ed adeguato alle esigenze della collettività e costituire, contestualmente al nucleo storico, uno dei simboli della identità urbana della città. In questa prospettiva il primo obiettivo del progetto è stato quello della conservazione, preservandole dall'abbandono, delle fabbriche e del parco, intervento che è stato perseguito con intenti finalizzati a fissarne l'immagine conferita dallo stato di fatto attuale: gli elementi ancora leggibili dell'impianto antico, le trasformazioni realizzate nel tempo, la radicale ristrutturazione ottocentesca dei corpi di fabbrica principali che ha portato alla perdita della configurazione medioevale del castello. Oggi è sede della scuola "Italian food style education" (pagina Facebook: https://www.facebook.com/pages/Castello-Di-Piobesi/499828336693884).

Fonti: http://www.turismotorino.org/cultura/IT/ID25677/castello__di_piobesi, testo del Prof. Maurizio Momo su http://www.astilibri.com/cultura/castello_piobesi.htm, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è presa da http://www.prolocopiobesi.it/foto_piobesi_to_11.html, la seconda da http://www.building.it/building_spa/assets/img/ifse/ifse_gif.gif

giovedì 11 febbraio 2016

Il castello di giovedì 11 febbraio






ARONA (NO) - Rocca Borromeo

La Rocca Borromea di Arona era, prima del suo smantellamento, una costruzione a scopo difensivo affacciata sul Lago Maggiore. Assieme alla gemella - ancora intatta e imponente - Rocca Borromea di Angera era uno dei principali punti di controllo strategici del Lago Maggiore in epoca antica. La fortezza, costruita in territorio Piemontese, nel comune di Arona, venne fondata in un periodo di poco precedente all'anno Mille sotto il controllo dei Longobardi. Già nell’XI secolo la Rocca è una fortezza, arx, con scopi militari, e divenne anche il rifugio dei vescovi di Milano in fuga dalla città. Le prime notizie della Rocca si trovano in un documento dell’anno 999, che regolava uno scambio di terre tra l’abate del monastero di Arona e l’arcivescovo di Milano: tra i testimoni compare il nome di un tal Gisemondo, abitante sulla Rocca. Alla fine del XII secolo la fortezza entrò nella sfera di influenza dei potenti milanesi e venne rinforzata per contrastare gli attacchi delle città alleate a Federico Barbarossa. La fortezza passò sotto il controllo dei signori di Milano, i Torriani, seguiti poi dai Visconti. Durante gli scontri tra le due famiglie per il potere su Milano, Ottone Visconti occupò la Rocca, che venne successivamente distrutta da un esercito dei Torriani. Dopo la vittoria dei Visconti nella battaglia di Desio del 1277, la Rocca venne ricostruita. Due secoli dopo, precisamente nel 1439, la costruzione cambiò di nuovo proprietario insieme all'intero Comune e il Castello di Arona, quando Filippo Maria Visconti la cedette come feudo a Vitaliano I Borromeo. Dopo pochi anni quest'ultimo diventò conte di Arona. Per ben quattro secoli (fino al 1797, quando vengono aboliti i diritti feudali sotto il dominio dei Savoia) la Rocca rimase in mano alla Famiglia Borromeo, dando addirittura i natali al futuro cardinale San Carlo Borromeo il 2 ottobre 1538, nella cosiddetta “Camera dei tre laghi” del castello, così chiamata per la vista di cui era possibile godere. I resti della camera (posti tra il Salone delle Armi e la Porta del Soccorso) sono ancora visibili mentre gli arredi sono stati collocati in una cappella dietro all’altare della Chiesa di San Carlo Borromeo sull’omonimo colle. Il santo nel 1573 ebbe dei contrasti con il governatore spagnolo di Milano: quest’ultimo ordinò allora ai suoi soldati l’occupazione della Rocca, che ritornò in mano ai Borromeo solo dopo alcuni anni. Con i Borromeo iniziò il consolidamento delle strutture difensive della città, a cominciare dalla Rocca. La fortezza venne dotata della terza cinta muraria e di una strada segreta, che la collegava al nuovo porto militare, costruito negli stessi anni. La maggior parte dei ruderi visibili oggi sulla Rocca appartiene a questo periodo. All’inizio del XVI secolo anche Arona venne coinvolta nel conflitto tra Francesi e Spagnoli per il predominio sull’Italia. Negli anni di governo spagnolo su Milano la Rocca subì frequenti presidi militari spagnoli, inviati dal governatore per contrastare gli attacchi nemici. La fortezza venne colpita da ben sette fulmini che causarono altrettante esplosioni alla polveriera. Arona accolse favorevolmente le truppe napoleoniche nel 1798, al momento del loro arrivo in Italia, ma dopo pochi mesi la Rocca venne nuovamente occupata dalle truppe austriache, che furono costrette ad arrendersi definitivamente ai francesi nel giugno del 1800, dopo un assedio di una ventina di giorni. Poche settimane dopo Napoleone Bonaparte decise la distruzione totale della Rocca in quanto poteva costituire, in caso di occupazione da parte dei nemici, un ostacolo per il transito delle sue truppe. L’opera di demolizione mediante l’utilizzo di cariche esplosive durò per quasi un anno e avvenne a spese della città e della provincia dell’Alto Novarese. Il materiale ricavato fu utilizzato per la massicciata della nuova strada del Sempione destina a unire Milano e Parigi. Da quel momento della Rocca di Arona rimangono solo alcuni resti. Dopo decenni d'abbandono, nel gennaio 2011 l'amministrazione Comunale guidata dal sindaco Alberto Gusmeroli e il principe Giberto Borromeo hanno siglato un accordo di comodato gratuito a favore della città per 16 anni. Dal settembre 2011 grazie ad un enorme lavoro sinergico tra amministrazione comunale, Volontari del Registro Comunale, imprese locali, fondazioni bancarie il parco è stato reso nuovamente fruibile. L'apertura definitiva risale al marzo 2012 con l'inaugurazione del punto di ristoro gestito dalla famiglia Liberati, il parco giochi e l'arrivo di alcuni animali. Nel maggio 2013 è stato inaugurato il percorso botanico e a luglio 2013 si è tenuto il concerto di Giovanni Allevi alla presenza di duemila persone. Nel novembre 2013 l'amministrazione comunale ha ottenuto l'estensione del Comodato gratuito a favore della città per un totale di 26 anni. Il parco oltre ad essere uno dei posti più incantevoli del lago Maggiore, accoglie numerosi animali, all'interno è possibile visitare una mostra che ripercorre la storia della Rocca dalla preistoria ai giorni nostri, un plastico della fortificazione originaria, filmati storici e panoramici del sito aronese. Altri siti consigliati: http://www.parcoroccaarona.com/, http://www.lagomaggiore.net/itinerari/itinerari-naturali/la-rocca-borromea-di-arona.htm, https://www.youtube.com/watch?v=8IyUzzuc3H0 (video di dislag1).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_di_Arona, http://www.comune.arona.no.it/index.php/la-rocca-di-arona.html

Foto: entrambe sono prese da http://www.lagomaggiore.net/itinerari/itinerari-naturali/la-rocca-borromea-di-arona.htm

mercoledì 10 febbraio 2016

Il castello di mercoledì 10 febbraio






RODENGO (BZ) – Castello

L'insediamento umano viene documentato storicamente per la prima volta come Rotungun nel 1030-1050, quale luogo di donazioni al Vescovo. Si presenta poi lungo i secoli in varie trasformazioni o mutamenti della denominazione primitiva od originaria della località, ed il toponimo di "Rodenchen" è noto come tale per la prima volta nel 1242, e si è definitivamente consolidato sino ad oggi. Il registri ufficiali del tribunale di Rodengo, per il periodo che va dal 1528 al 1850, si trovano odiernamente nell'archivio provinciale altoatesino. Dall'inizio del XIX secolo, Rodengo, che dal 1822 gestiva un soprintendente della comunità, viene elevato al rango di comune autonomo. Nei pressi del paese si trova l’antico castello, chiamato anche Schloss Rodenegg. La fortezza fu eretta da Friedrich von Rodank nel 1140 sopra uno sperone roccioso che domina la valle sottostante. I Signori von Rodank rimasero in possesso di questo maniero fino alla loro estinzione ca. fino al 1300. Dal 1491 i conti di Wolkenstein-Rodenegg prendono possesso di Castel Rodenegg e nel XVI secolo il castello fu restaurato ed ampliato dalla famiglia del noto menestrello Oswald von Wolkenstein. Ed ancora oggi i discendenti di questo famoso personaggio medioevale sono proprietari della fortezza, una cui parte è ancora abitata. Il castello è rimasto nel corso della storia imprendibile, ed è oggigiorno ben tenuto e anche per questo ammirato. Attualmente sono rimasti la torre, un modesto palazzo e una cappella. Al giorno d'oggi all'interno delle antiche mura si trova un museo, visitabile dal 15 marzo fino al 15 ottobre (escluso il lunedì) nel quale gran parte dei mobili esposti sono oggetti originari dell’età del tardo rinascimento; inoltre spesso viene utilizzato per cerimonie come matrimoni. Il castello e il paese sono situati in una particolare posizione che gode di un panorama mozzafiato e una strada panoramica costantemente soleggiata; infatti da Rodengo, si apre in tutta la sua bellezza l'alpe di Rodengo, un altipiano che sorge a ben 1800 m di quota. Il castello è famoso soprattutto per i suoi affreschi, rinvenuti solo nel 1972, che rappresentano 11 scene del Ciclo di Ywain (dell'inizio del XIII secolo) composto da Hartmann von Aue, in cui l'eroe è basato sulla figura storico-leggendaria di Owain mab Urien, un cavaliere che si avventurò nel mondo per corrompere una donna. Tali affreschi sono i più antichi d'Europa nel loro genere. Da non perdere il serraglio e la cappella dedicata a San Michele. Alla base del castello si trova un bunker, precisamente l'Opera 28 dello Sbarramento Rienza-Rio Valles-Sciaves del Vallo Alpino in Alto Adige che furono costruiti tra il 1939 ed il 1943. Ecco un interessante video dedicato al castello (di Eisacktal1): https://www.youtube.com/watch?v=iAqCAm3BNaI



martedì 9 febbraio 2016

Il castello di martedì 9 febbraio






LICODIA EUBEA (CT) - Castello Santapau

Il castello (detto anche di Licodia) fu costruito sull'omonimo colle (Colle Castello) a poca distanza dal centro abitato di Licodia Eubea. La posizione permetteva il controllo di una vasta area territoriale, consentendo l'avvistamento dei nemici e il pronto intervento offensivo. Il castello era però soprattutto una roccaforte difensiva, difficilmente attaccabile dal basso, provvisto di poderose mura di cinta e torrioni d'avvistamento. Il nome del castello compare per la prima volta nei documenti ufficiali dello Statuto Angioino nel 1274, ma è probabile che il colle venne fortificato già in epoca bizantina, come testimoniato dalle mura di cinta e dalla galleria scavata sotto l'edificio, costruite con mezzi e tecniche tipiche del tardo impero romano. Il castello assunse il suo aspetto definitivo nel periodo svevo, durante il regno di Federico I. Il primo complesso, di epoca bizantina, venne probabilmente distrutto dagli arabi, e successivamente ricostruito dagli angioini, all'epoca di Carlo I d'Angiò, sotto la cui dominazione il luogo assunse il nome di Castrum Licodiæ. Il castello fu di proprietà di diversi nobili, che si alternarono nei secoli dando lustro e prestigio al castello e al feudo. Tra le famiglie più importanti i Santapau, che diedero il nome al castello, e i Ruffo di Calabria, imparentati ai primi. Ai Ruffo appartenne il castello fino al 1812, quando fu abolito il feudalesimo. L'edificio venne quasi del tutto raso al suolo dal terribile terremoto del 1693, che lasciò in piedi solo alcune torri, qualche muro interno e delle gallerie sotterranee. Ciò che rimane del Castello Santapau, dopo il terremoto del 1693, è davvero molto poco rispetto a quello che doveva essere il complesso originario, ma i ruderi lasciano comunque presumere al visitatore quanto maestosa dovesse essere questa fortificazione. Oltre alla torre, infatti, rimangono della fortezza alcune possenti mura perimetrali e inesplorati sotterranei, prima saloni e camere varie. E' possibile fare delle deduzioni circa la struttura esterna del maniero: tutt'intorno dovevano innalzarsi le mura perimetrali, di grande spessore, saldate a cinque torrioni cilindrici che davano all'impianto una forma pentagonale. Lungo la base interna correva un muretto, o gradino, salendo sul quale si poteva guardare al di là delle mura. Sul pianoro si vedono i ruderi di quello che dovette essere il nucleo centrale delle stanze, o parte di esso. A est, nel muro che unisce le due torri tra loro più vicine e meglio conservate, c'era una porta d'ingresso che, benché murata da qualche anno, risulta ancora ben visibile. L'ingresso principale doveva essere dalla parte sud, dalla quale si sale tuttora, versante poco ripido che consentiva facilmente l'ingresso ai pedoni, ai cavalieri ed ai cortei. Da questo lato le mura, di cui rimane traccia, dovevano essere molto alte per compensare il dislivello del terreno, sino a raggiungere lo stesso livello delle altre. Il castello è di proprietà comunale, e lo si può raggiungere percorrendo la superstrada Catania-Gela e uscendo a Licodia Eubea. È pubblicamente fruibile. Tra i Signori che abitarono il castello si ricordano: Bertrando Artus, nel 1270 circa, sotto la dominazione angioina; Patrimonio regio dal 1282 al 1299; Ugolino Callari (o di Callaro), investito conte di Licodia da re Federico III d'Aragona nel 1299. Re Carlo II d'Angiò gli confermò il possesso di Licodia, con diploma del 28.12.1299; Filangeri; Ughetto Santapau, nel 1393; Vincenzo Ruffo di Calabria, marchese, nel 1610. Testimone muta e al tempo stesso protagonista di tutti gli avvenimenti che nel corso dei secoli si sono succeduti tra le mura possenti e nelle contrade circostanti, questa fortezza ha respinto assedi (secondo un'antica tradizione orale, durante uno di questi assedi, il signore del castello, invitato a pranzo il comandante dell'esercito assediante, fece servire del pesce fresco così da convincere il nemico che mai si sarebbe arreso per fame), ha ospitato i rappresentanti della migliore nobiltà siciliana, ha vissuto momenti di gloria, di gioia e di dolore divenendo il centro di numerose leggende. È qui che, in una torrida giornata di agosto, al barone don Raimondo Santapau giunse la notizia che la diletta figlia Aldonza era stata strangolata per una colpa non commessa dal marito Antonio Barresi ed è nelle stanze di questo castello che donna Antonia, informata della morte violenta del marito, si suicidò, la notte di Natale, sopraffatta dal dolore. Altri link suggeriti: http://www.castelli-sicilia.com/links.asp?CatId=267, http://www.icastelli.it/castle-1234811416-castello_santapau_di_licodia-it.php. Ecco un interessante video sul castello (di Fabrizio Ruggieri): https://www.youtube.com/watch?v=uguSdX8HFrI

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Santapau, http://www.comune.licodiaeubea.ct.it/la_citt%C3%A0/storia/castello.aspx

Foto: la prima è di kiitos su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/299381, la seconda è presa da http://www.archeolicodia.it/2011/09/castello-santapau.html