martedì 7 ottobre 2014

Il castello di martedì 7 ottobre






BOZZOLO (MN) – Mura dei Gonzaga

Come tutte le terre che stanno alla destra dell'Oglio, nel Medioevo, Bozzolo, fu sotto il controllo politico del comune di Cremona e appartiene tuttora alla diocesi cremonese. Nel periodo che va dal XII al XIV secolo venne infeudato ad alcune grandi famiglie cremonesi: i Dovara, i Persico, i Cavalcabò. Nei suoi dintorni nacque l’abbazia benedettina di Santa Maria della Gironda, indipendente dal vescovo di Cremona, attestata in epoca matildica da una investitura del 1101, che scomparve nel XIV secolo. Bozzolo ebbe una sorte comune con altri paesi dell’Oltre Oglio: nel 1408 passò sotto i Gonzaga, Signori di Mantova e, nel 1478 entrò a far parte di un “condominio signorile”, che controllava Gazzuolo, San Martino, Rivarolo, Commessaggio, Sabbioneta, Pomponesco, Isola Dovarese e Ostiano, autonomo rispetto ai Gonzaga di Mantova, dipendente solo dall’impero, assegnato per testamento da Lodovico Marchese di Mantova al figlio Giovan Francesco e ai suoi eredi. Le diverse “terre”, per ogni generazione, furono ridistribuite a membri di questa famiglia marchionale, che le governano e le abbellirono. La ristrutturazione urbanistica di Bozzolo risale a Vespasiano Gonzaga, che incominciò a occuparsene dopo aver completato la costruzione di Sabbioneta, a partire dal 1577. Nel 1584 chiuse la Cittadella con portoni e nel 1587 rinnovò completamente la possente cinta fortificata del castello, dandole la forma di un trapezio difeso da sei baluardi muniti di fossati. I muraglioni furono sostituiti da terrapieni per consentire di resistere all’artiglieria. Nella prima metà del XVII secolo, Giulio Cesare e Scipione Gonzaga cinsero l’intero abitato di mura, munite di bastioni e lunette e interrotte da due porte, Porta Cremona e Porta Mantova. Le mura furono costruite alla moderna, provviste di un retrostante terrapieno, con mattoni provenienti dalle fornaci della zona e materiali ricavati dalla demolizione delle fortificazioni dei borghi del principato. Si tratta di mura solo apparentemente solide. Furono, infatti, costruite usando, come legante, la terra e ciò rese instabili soprattutto i tratti di cortina innalzati sui terreni umidi nella parte nord est. Ciò le ha rese da sempre fragili e soggette a forte degrado dovuto all’azione degli agenti atmosferici e della vegetazione spontanea. Fra il XVIII e la prima metà del XIX secolo si ha una ricca documentazione relativa ai costanti interventi di restauro, ripristino e rifacimento delle parti di cortina e baluardi degradati. Tuttavia, il castello, un baluardo maestoso simile a una cittadella fortificata pentagonale, venne venduto a privati e demolito già nella prima metà del XX secolo, in quanto considerato inutile, dannoso, fonte di spese per la comunità, ostacolo all’espansione economica del borgo: via via si procedette all’abbattimento di vari tratti verso sud e ovest fino al settimo decennio del secolo (solo trent’anni fa!), quando, paradossalmente, nel 1972 circa, l’Istituto Italiano dei Castelli ne restaurò un breve tratto presso porta San Martino o Porta Mantova. Le mura si estendono per 900 metri : 800 sul lato est della città e un altro centinaio sul lato ovest nei pressi dell' ex Porta Cremona. Il complesso murario è in fase di recupero. Altri link consigliati: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede-complete/MN360-00169/, http://www.youtube.com/watch?v=Qqss088SZxQ (video), http://www.youtube.com/watch?v=b2UUWVLAEFg (video)
Foto: da www.mondimedievali.net e da http://www.lombardiabeniculturali.it

lunedì 6 ottobre 2014

Il castello di lunedì 6 ottobre






SOLOPACA (BN) – Palazzo Ducale Ceva Grimaldi

Le prime citazioni documentate risalgono però al XII-XIII secolo dove il centro abitato è citato con diverse denominazioni. Nel 1198, nel registro dei defunti di una confraternita di Benevento, era annotata la morte di un certo "Petrus marandu de Casali Sancti Johannis de Surrepaca". Un altro defunto di Surrepaca venne annotato nello stesso registro nel 1208. È opinione diffusa tra gli storici che Solopaca nacque come casale (centro minore o frazione) di Telesia probabilmente dopo la distruzione portata alla città telesina dalle incursioni saracene e dal successivo terremoto degli anni 846-848 d.C. A sostegno di tale tesi ci sono alcuni articoli degli Statuti di Telese, scritti tra il 1197 e il 1250 dal notaio Antonello di Cerreto Sannita. In questi Statuti si fa menzione ai casali dipendenti amministrativamente da Telese: "Sancti Salvatoris” e Cavarum, Sorropache ei Sancti Johannis, Pullianj et Sale, Veneris, Ragete". Nel 1268 Solopaca, insieme con Telese, fu data da Carlo I d’Angiò a Guglielmo Belmonte, grande ammiraglio del regno. A seguito del terremoto del 1349 e delle conseguenti nascite di mofete ed esalazioni di vapori sulfurei, Telese a poco a poco si spopolò incrementando la popolazione dei comuni vicini come Solopaca. In quel periodo la cittadina si divideva in più rioni: Capriglia, Precusi e Telesini. Il primo è ritenuto tradizionalmente il più antico anche se il Pescitelli, storico locale, confuta tale tesi dato che in diversi documento è citato come "Terra nova" ad indicare che fu l'ultimo in ordine di tempo ad essere costruito. Il secondo deriva il nome da un cinta di mura con i quali i cittadini si dotarono. Il terzo prende il nome dai profughi di Telese scampati alle devastazioni di quella città. Nel XIV secolo fu feudo dei Monsorio che la ebbero sino alla fine del XV secolo salvo una breve parentesi la vide feudo dei Normanni Sanframondo. Dal 1487 fu un possedimento dei Lagonessa per poi passare ai Ceva Grimaldi che acquistarono Telese e Solopaca nel 1574. I Ceva Grimaldi governarono la cittadina per due secoli con il terrore, eseguendo perquisizioni e carcerazioni arbitrarie, corrompendo i magistrati comunali ed eseguendo torture e pene corporali. Nel 1662 il duca Antonio Ceva Grimaldi allarmò la cittadina per aver perso il suo anello di smeraldo. Un certo Pompeo Petrucci, mercante proveniente da un paese vicino, trovò l'anello e lo consegnò al duca ma questi invece di ringraziarlo ordinò che gli si dessero "mille mazzate a carne ignuda". Un altro grave episodio avvenne nel 1727 quando una donna, dopo torture disumane perpetrate dalle guardie del duca, fu costretta a dichiararsi colpevole di un reato col quale non aveva nulla a che fare. Il terremoto del 5 giugno 1688 provocò ingenti danni alla cittadina. Ultimi feudatari furono i di Sangro che ressero Solopaca sino all'eversione della feudalità nel 1806. II Palazzo Ducale è situato nella parte alta del paese, tra il Casale di San Martino e Gasai Capraria. Fu costruito tra il 1672 e il 1673, ma completato solo nel 1682, anno in cui vi si trasferirono i Ceva Grimaldi, duchi di Telese e baroni di Solopaca. In esso fu ordita la famosa "Congiura di Macchia" del 1707, contro il viceré spagnolo di Napoli ed a favore delle armi austriache. II palazzo fu adibito nel corso degli anni successivi a dimora signorile, palazzo di giustizia e carcere. Nel 1986 è stato acquistato dal Comune di Solopaca e attualmente, in alcuni locali nell’angolo ovest, ospita la sede della Pro-Loco. Situato sul Corso Umberto I, ha una caratteristica facciata decorata a "rinzaffo". In questo video si parla anche del Palazzo Ducale: http://www.youtube.com/watch?v=UH4zi10wEuo
Foto: da www.mondimedievali.net e di intoinside su http://it.wikipedia.org

sabato 4 ottobre 2014

Il castello di domenica 5 ottobre






SOAVE (VR) – Castello Scaligero (di Mimmo Ciurlia)

Tipica costruzione militare del Medioevo, sorge sul Monte Tenda in una posizione strategica (e di grande effetto visivo) che gli permette di dominare la vasta pianura sottostante. Dal castello inoltre si può ammirare uno dei più bei panorami dei Monti Lessini e della Pianura Padana. Le origini di questa monumentale opera fortificata risalgono probabilmente agli inizi del X secolo, all’epoca delle invasioni degli Ungheri, come risulta da un diploma di Federico Barbarossa, i primi feudatari furono i Sanbonifacio che tennero il castello fino agli inizi del Duecento. Nel 1226 il fortilizio transitò nelle mani di Ezzelino da Romano, per diventare, nel 1237, proprietà della famiglia feudale dei Greppi, la quale nel 1270, trasferitasi in Lombardia, lo cedette al Comune di Verona che vi installò un suo capitano. La contemporanea ascesa dei Della Scala portò ad una nuova fase della vita del paese (che divenne sede di capitanato con 22 paesi sottoposti a tale giurisdizione) e del suo simbolo più importante. Nel 1271 si ebbe la conquista da parte di Mastino I della Scala. Il 19 aprile 1338 Rolando de’Rossi da Parma, generale delle truppe fiorentine alleate dei Veneziani, riuscì nell’impresa di impossessarsi per  breve tempo della Rocca. Dopo una durissima lotta, nella quale perirono oltre quattrocento soldati scaligeri, il castello fu ripreso da Mastino II della Scala. Il castello venne quindi restaurato e rinnovato e nel 1379 Cansignorio dotò il paese della cinta di mura ancor oggi visibile. Con la caduta della Signoria Scaligera nel 1387, il Castello di Soave passò in possesso di Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano, il quale vi pose, quale suo rappresentante, Balzarino da Pusterla. Nel 1404 ai Visconti successero nel dominio del castello i da Carrara signori di Padova, fino a quando, il 23 giugno 1405, furono sconfitti dalla Repubblica di Venezia che ebbe a dichiarare: “Rocha Suapis utilissima nostro dominio”. Nel 1439 il maniero fu ripreso per brevissimo tempo dai Visconti di Milano capitanati da Niccolò Piccinino. Correva l’anno 1509 quando l’esercito della Lega di Cambrai, al comando dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, vinse la resistenza della fortezza e se ne impadronì. Il castello e il paese di Soave vennero incendiati e 366 soavesi passati a fil di spada. Anche in questa occasione però la Repubblica della città lagunare riuscì ad avere la meglio. Nel 1517 una nuova sommossa, ispirata e condotta dal conte Guido da Rangone permise di riprendere possesso del castello di Soave a nome della Repubblica di Venezia. Come premio e ricordo della fedeltà dei soavesi alla Serenissima, venne donato al paese l'"Antenna", un pennone su cui sventolava il gonfalone di San Marco. Da questo momento in poi Soave, come per altro tutto il territorio della Repubblica Veneta, godette di un lungo periodo di pace fino all'arrivo di Napoleone nel 1796. Nel 1556 la famiglia Gritti divenne proprietaria del castello (il rogito formale dell'acquisto fu fatto però solamente nel 1696), il quale perse in seguito d'importanza e fu trasformato in fattoria. Si può dire che da questa data inizi il dominio privato del Castello di Soave. Per linea di donne il maniero passò agli eredi della famiglia Gritti, dai quali nel 1830 lo acquistò l'Avv.to Antonio Cristani, nonno materno di Giulio Camuzzoni sindaco di Verona dal 1867 al 1883 e bisnonno dell'attuale proprietaria. Fu proprio Camuzzoni che dal 1889 si dedicò ad un minuzioso restauro cui profuse ingenti energie e capitali. Tuttora l'attuale proprietaria continua con inesauribile passione l'opera dei suoi avi, prendendosi amorevole cura del castello onde preservarne la superba ed inalterata bellezza. Il fortilizio è un tipico manufatto militare del Medioevo e rappresenta uno dei migliori esempi di struttura castellana del Veneto. Si eleva maestoso con un’alta torre centrale (“mastio”), attorno alla quale si sviluppano gradualmente i giri delle mura che separano tre cortili ed un piccolo cortile pensile. Le mura, quindi, scendono ad abbracciare tutto il borgo medioevale. L’ingresso principale, munito di ponte levatoio, si trova a settentrione ed è protetto da una torre possente detta di San Giorgio per la presenza di una statua del Santo entro una nicchia sopra la porta medesima. Oltrepassando il ponte levatoio, si entra nel primo cortile la cui cinta muraria fu edificata dalla Repubblica di Venezia agli inizi del XV secolo. Si scorgono qui i resti di una chiesetta, a tre absidi, la cui origine è attribuibile al secolo X, al tempo delle incursioni degli Ungari. Attraversando la porta a saracinesca si accede al secondo cortile, detto della Madonna per la presenza di un affresco del 1321 che la rappresenta in atto di accogliere sotto il manto alcuni devoti inginocchiati ai suoi piedi. Nel terzo cortile s’innalza, ardito, il torrione mastio, piantato su di una base granitica a forma piramidale; esso rappresentava l’ultimo e più strenuo baluardo di difesa e fu probabilmente luogo di prigione e di tortura. Entrandovi da un foro praticato nel 1770, ci si trova in un locale quadro, altissimo, senza porta, senza finestre (quelle ora esistenti vi furono aperte in seguito); una botola su in alto conferma l’impressione di un luogo di crudele tormento. Dice infatti la tradizione che, praticato il foro, si trovassero ammonticchiate sul fondo ossa umane per l’altezza di due metri. Accanto al portale d’ingresso del terzo cortile vi è un affresco, opera probabilmente del pittore Cicogna, del 1322. Più in là si vedono impresse sul muro di cinta tracce di una casa a due piani, che, oltre a servire come corredo di stanze d’alloggio del castello, era usata anche quale officina per la fabbricazione delle armi; di ciò sono prova evidente i numerosi piccoli fornelli sul muro di cinta a pianterreno. Qui vi doveva essere anche una cucina, come si deduce dal segno della canna fumaria di un camino per la cottura del pane. Al lato destro del cortile, verso il centro si ammira un bel pozzo la cui vera di pietra mostra, palesi, le scanalature prodotte dall’attrito delle funi nell’attingimento dell’acqua. Addossata alla cinta meridionale sorge, munita della bella scala esterna, la “Casa del Capitano”: abitazione medioevale che ospitava la guarnigione di presidio. A pianterreno la sala detta del “corpo di guardia” con due navate e soffitto a crociera sostenuto da archi poggianti su pilastri in pietra. Dal soffitto pendono alcune lampade in ferro battuto e gli anelli probabilmente usati per legarvi i prigionieri. Alle pareti armi di offesa e difesa dei soldati scaligeri, armature intere, una mazza ferrata e due rozzi giacigli per i soldati. Usciti, si sale la scala esterna per entrare nella sala detta della “Caminata” per la presenza del grande camino. La sala è decorata con fine gusto trecentesco e stemmi di famiglie nobili. Il soffitto è in legno a cassettoni. In un angolo l’albero genealogico della dinastia scaligera e appese al muro chiavi gotiche. Dalla stanza della Caminata si accede al belvedere, il piccolo cortile pensile racchiuso da una cortina merlata a semicerchio dotata di piombatoi e feritoie per le armi. Alla sinistra del camino si accede alla camera da letto del capitano. La mobilia riccamente intagliata e le armi lavorate ben si addicevano al signore del castello. Al lato destro del letto a baldacchino, sopra un inginocchiatoio in noce del Quattrocento, un prezioso affresco duecentesco che rappresenta il Crocifisso tra la Madonna e San Giovanni. Vicino alla finestra un treppiede in ferro battuto, riccamente ornato regge una catinella di rame lavorato a sbalzo. Ed ora entriamo nella sala da pranzo con la bellissima credenza; dal soffitto pende un pregevole candelabro in ferro battuto; appesi al muro due ritratti: Lucia della Scala e il conte Serego. Si lascia la sala da pranzo per spostarci nell’attiguo studiolo adornato da cinque dipinti raffiguranti, da sinistra, Cangrande della Scala, Mastino I, Dante Alighieri (che fu ospite di Cangrande a Verona e a Soave), Taddea da Carrara moglie di Mastino II e Cansignorio. Di qui, salendo una scaletta in pietra e proseguendo sui camminamenti di ronda, si raggiunge il Mastio col famoso trabocchetto e si ammira uno dei più bei panorami dei Monti Lessini e della Pianura Padana.

Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Scaligero_(Soave)
http://www.castellodisoave.portaliweb.com/wms/default.asp?iId=KKJGGH
http://www.tourism.verona.it/it/cosa-fare/arte-e-cultura/forti-rocche-e-castelli/castello-di-soave
http://www.veronissima.com/sito_italiano/html/tour_verona_soave-castello.html
http://www.icastelli.it/castle-1238683760-castello_di_soave-it.php
http://www.prolocosoave.it/?page_id=1873
http://smp.provincia.vr.it/castelli/Castello-di-Soave/

Il castello di sabato 4 ottobre







JENNE (RM) – Castello (o Rocca)

L’anno della fondazione di Jenne è “sepolto tra le caligine dei secoli” e l’origine del nome è di incerta derivazione etimologica: Genna, (forse per significare paese freddo), o dal latino Janua, (porta, ingresso nella valle di Nerone) o addirittura Gheenna (inferno). La storia di Jenne si intreccia con quella dell’Abbazia di Subiaco, il nome dell’abitato compare infatti per la prima volta il 31 ottobre 1051 nel “Regesto Sublacense”, con il quale Papa Leone IX confermò l’esistenza di alcune proprietà tra cui anche il “fondo” di Jenne. Nel 1052 venne fortificata con delle mura ed un castello, ne fa fede una lapide marmorea con cui l’Abate Umberto fece scolpire i nomi dei castelli del Monastero di S.Scolastica, tra essi Jenne (Genna) che non è detta più “fondo” ma “Castello”. Intorno all’anno 1079 il “Castello di Jenne”, posto a dominio di tutta la valle dell’Alto Aniene, fu oggetto di contesa fra esponenti della famiglia di Ildemondo dei Conti di Tuscolo ed il Monastero di Santa Scolastica. Ciò indusse l’allora abate del paese, tale padre Giovanni, a provvedere alla costruzione di una torre, di nuove fortificazioni e all’edificazione sul monte Porcario di un altro castello con funzioni esclusive di guardia e di difesa di Jenne. Successivamente, ma siamo nel XII secolo, il castello fu reso sempre più sicuro e confortevole al punto da ospitare la famiglia di Filippo II di Marano. Nel 1113 l' abate Giovanni concesse in feudo Jenne al suo congiunto Crescenzo, vescovo di Alatri, in seguito, un familiare di questi, lo diede agli " Nomines di Trevi". Nel 1116 una sentenza condannò i seniores trebenses a restituire Jenne all' Abbazia.Il feudo fu dato nuovamente all' abate Simone, nel 1176 a Filippo di Marano, primo signore di Jenne, proavo di Rinaldo II, futuro Papa Alessandro IV ( 1254-1261). Il grande Pontefice, nipote per via materna di Gregorio IX, aveva già diritti feudali sul castello di Jenne, e nella qualità di padre e figlio di Jenne, concesse nel settembre del 1260 grandi indulgenze a quanti visitavano la cappella di Santa Maria in Arce, dentro la Rocca. Papa Alessandro IV morì, i beni della famiglia furono divisi fra Rinaldo III e Giovanni Gavignano: Jenne toccò a Rinaldo III. Nel 1300 i figli di Rinaldo cedettero Jenne al Cardinale Francesco Caetani, questo segnò la decadenza della famiglia dei Conti di Segni e l'inizio della Signoria di Pietro Conte di Caserta, nipote di Papa Caetani. In seguito la popolazione di Jenne passò un lungo periodo di terrore allorchè un abate di nome Alemaro, detto “il crudele”, si impadronì del paese ponendo la sua residenza nella rocca dalla quale spadroneggiava da vero tiranno. Si racconta che arrivò a far impiccare dieci monaci di S.Scolastica a lui sospetti, ma dopo questa ennesima angheria nel 1338 fu obbligato a dimettersi. Nel 1639 Papa Umberto VIII Barberini concesse "in perpetuo" la proprietà del paese all' Abbazia di Santa Scolastica. Sotto il pontificato di Benedetto IX Lambertini il governo del luogo fu assunto direttamente dalla Sacra Congregazione del Buon Governo con sede a Roma. Allungato su di uno sperone roccioso dei monti Simbruini il castello di Jenne non conserva più nulla delle forme medievali; ha una pianta quadrangolare con tre torrioni posti agli angoli di forma e struttura rinascimentale, può essere considerato un palazzo residenziale con funzioni difensive e alquanto dimesse.

Fonti: http://www.jenneproloco.it/1/storia_e_tradizioni_108821.html, http://www.escursioniciociaria.com/ita/jenne, testo “Rocche e castelli del Lazio” a cura di Anna Claudia Cenciarini e Maurizio Giaccaglia,  

Foto: una cartolina della mia collezione e poi da http://www.escursioniciociaria.com/ita/jenne e da www.jenneparrocchia.it

venerdì 3 ottobre 2014

Il castello di venerdì 3 ottobre






CLETO (CS) - Castello in frazione Savuto

Costruito nel sec. XIII dalla famiglia Pietramala, sotto il dominio Angioino, di questo castello feudale si conosce ben poco,si conosce ben poco sia riguardo ai castellani che si susseguirono al potere, sia riguardo ai rimaneggiamenti che certamente subì nel corso dei secoli. Circa i castellani, si pensa siano stati gli stessi che ebbero il comando del castello di Cleto visto che Savuto apparteneva al medesimo feudo. Il maniero ha garantito un efficace controllo del territorio ed ha contribuito alla difesa del Regno, soggetto al pericolo di invasioni esterne. Edificato sulla sponda settentrionale del fiume, è posto a guardia delle vie di comunicazione che dal mare salgono verso l’interno, quelle stesse vie percorse sotto le bandiere verdi dell’Islam dai guerrieri che puntavano su Martirano, “tappa importantissima e ponte di passaggio delle grandi invasioni saracinesche nella Calabria interna, durante il secolo X”, come testimonia Oreste Dito. Del castello, oggi esistono solo i ruderi dei muri perimetrali e il portale di età rinascimentale. Il feudo di Savuto ha accolto genti provenienti da paesi diversi e grazie a quel flusso di popolazione, attorno al castello, si è sviluppato un abitato che nel passato è arrivato a contare circa mille abitanti. Oggi il centro storico, diventato frazione del Comune di Cleto, è popolato da poche famiglie. A testimonianza di questa predisposizione all’accoglienza, resta una lastra di marmo fatta collocare sulle mura del castello dalla nobildonna Eliodora Sambiase, moglie di Ascanio Arnone, Regio Tesoriere di Calabria Citra dal 1555 al 1559, con un’iscrizione in latino che lo studioso Rocco Liberti ha così tradotto: “Eliodora Sambiase, già giovane sposa unita al marito Arnone, offre templi a Dio, limpide acque e orti verdeggianti alle ninfe e il castello di Savuto come albergo a chiunque ne abbia bisogno”. I caratteri di questa iscrizione dedicatoria risultano poco chiari perchè sbiaditi nel tempo. Adiacenti al castello vi sono i ruderi dell'oratorio medioevale.
Fonti: http://it.wikipedia.org, testo "I castelli della provincia di Cosenza: itinerari tra i paesaggi castellani" di Vincenzo Condino, http://www.mediaforme.net/?p=4469, http://www.agriturismomanfredi.com/i-dintorni/
Foto: da http://lameziavacanze.altervista.org/hub/6941 e da http://www.mondimedievali.net/

giovedì 2 ottobre 2014

Il castello di giovedì 2 ottobre





SAVIGLIANO (CN) - Castello in frazione Rigrasso

L'impianto, citato in documenti del XV secoloe appartenente ai Cambiani, si presenta come un massiccio parallelepipedo caratterizzato da una torricella pensile di spigolo; ultimamente ristrutturato, si presenta come palazzo signorile. Di proprietà privata, è adibito ad abitazione.

Fonti: testo dalla pubblicazione "Castelli in Piemonte" a cura di Rosella Seren Rosso

Foto: di PiGi'Franco su http://www.panoramio.com

mercoledì 1 ottobre 2014

Il castello di mercoledì 1 ottobre




CORSANO (LE) - Castello Baronale Capece

Abitato sin da tempi antichi, come testimoniato dalla presenza di alcune specchie, il centro di Corsano fu fondato sotto l'occupazione romana nel V secolo a.C. a opera del centurione romano Curzio. Molto più probabilmente il primo vero nucleo abitativo risalirebbe al X secolo sotto la dominazione bizantina, testimoniata dal rinvenimento di alcune monete e di tombe nella zona denominata "Pasco". Corsano fece parte della Contea di Alessano e del Principato di Taranto ( 1088– 1463). Il Castello Baronale Capece, situato in Piazza Umberto I, fu eretto intorno al XVII secolo sul posto di un'antica fortezza voluta da Fabiano Securo (a cui era stato donato il feudo dal re normanno Tancredi nel 1190) agli inizi del XIII secolo. Modificato nel corso dei secoli, per ultimo esso fu adibito a deposito per la lavorazione del tabacco. Il castello appare notevolmente rimaneggiato per le tante aggiunte e manomissioni operate nel tempo. Il carattere costruttivo manifesta delle murature in elevato in pietra da taglio a faccia a vista di natura calcareo-tufacea. Di particolare interesse è il caratteristico giardino pensile, il cui corpo antico è in precarie condizioni. Le coperture interne sono con volta a stella e con volta a botte. Delle antiche decorazioni rimangono alcuni resti di affreschi nei vani del piano nobile e alcuni bassorilievi di modesta fattura artistica situati nella sala del trono. Al corpo principale un tempo era annessa la cappella di S. Vito. Come in ogni vecchio maniero, anche per il castello di Corsano esiste una vecchia leggenda: si dice che i Capece vi fecero costruire un passaggio segreto, u travùcculu (il trabocchetto), cioè un percorso sotterraneo della cui esistenza doveva esserne a conoscenza solo il barone che, in caso di pericolo, avrebbe raggiunto rapidamente l'aperta campagna. Per garantire il segreto di questo passaggio, il barone fece uccidere il progettista e il costruttore dell'opera. Il castello di Corsano oggi è in stato di abbandono e in attesa di un recupero.


Fonti: http://www.parcootrantoleuca.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10&Itemid=19, http://wikimapia.org/10500279/it/Castello-Baronale-Capece, http://www.comune.corsano.le.it/territorio/cenni-storici,


Foto: scattata dal sottoscritto durante una vacanza in Salento nel 2006