venerdì 14 novembre 2014

Il castello di sabato 15 novembre






VENTOTENE (LT) – Castello Borbonico

Dopo la caduta dell'impero romano, solo una timida presenza di monaci benedettini, poi sostituiti dai cistercensi, abitò un'isola considerata improduttiva dai suoi molti padroni che si sono succeduti nel tempo. Soltanto nel 1731, con la morte dell'ultimo dei Farnese, l'isola passò piano piano sotto il dominio dei Borboni, che gettarono i presupposti per una sua nuova urbanizzazione. Nel 1768, sotto Ferdinando IV, si diede il via ad un progetto organico di urbanizzazione dell'isola affidato a due illustri tecnici: Antonio Winspeare e Francesco Carpi. La città borbonica si sviluppò intorno ai due edifici simbolo del potere: il Castello e la Chiesa di Santa Candida. Per entrambi furono pensate due belle vie di accesso: al castello ci si sarebbe arrivati tramite una via carrabile che, sovrastando l'antico camminamento romano, avrebbe percorso in salita ed in modo concentrico il Pozzillo per poi sbucare nella Piazza del Castello. Alla chiesa ci si sarebbe arrivati invece tramite una scenografica serie di rampe che dal Porto Romano avrebbe raggiunto la Piazza Chiesa. Attualmente il castello è la sede del Municipio di Ventotene e, dal 1983, del suo Museo Archeologico, ma la sua fisionomia originaria è stata alterata dalla sopraelevazione di due piani effettuata in epoca fascista per adattarlo meglio alla sua funzione di allora, che era di carcere, mentre la sua funzione originaria era quella di una fortezza come è testimoniato dal suo orientamento, che presenta uno "spigolo" alla marina di Cala Nave, per meglio resistere alle cannonate. Il piano seminterrato era adibito a cisterna e fognatura, il primo ad alloggio per i militari e il secondo ad alloggio per gli ufficiali e i funzionari del governo. Il Museo Archeologico espone un ricco patrimonio storico, artistico e ambientale.


Foto: una cartolina postale e di eternit su http://rete.comuni-italiani.it

Il castello di venerdì 14 novembre




BAGNONE (MS) - Castello Malaspina di Castiglione del Terziere
Castiglione sorge sul sito di un antichissimo (VI/VII secolo) insediamento fortificato Bizantino posto a remota difesa di Luni. Gran parte dell'aspetto attuale del borgo, dominato dal castello, risale all'Alto Medioevo, quando Castiglione, dal X al XII secolo, fu feudo dei Corbellari, una famiglia alla quale Castiglione e Virgoletta erano stati sub-infeudati dagli Estensi, Signori che precedettero i Malaspina nel dominio della Lunigiana, iniziato dal 1202. Solo nel 1275 Castiglione assunse l’attributo “del Terziere” perché costituiva parte della “terza parte” (pars tertiaria) dei territori feudali di Alberto Malaspina di Filattiera, ramo dello spino fiorito. I Malaspina furono una delle più grandi e potenti famiglie feudali italiane. Divisa in due rami, questi si distinsero per avere nello stemma uno spino fiorito o uno spino secco. Con l'arrivo dei Malaspina il castello fu ampliato e rinforzato. Nel 1350 Castiglione del Terziere divenne uno Stato indipendente, e cioè un Feudo Imperiale autonomo. Primo marchese di questo nuovo Stato fu il marchese Franceschino Malaspina, “il Soldato”, personaggio di rilievo, che ricoprì la carica di Capitano di Guerra nell’Armata Fiorentina, Podestà di Milano, Visconte di Luni. Fu proprio lui alla metà del XIV secolo, a costruire l'ala residenziale inglobando il primitivo mastio e la grande torre circolare dotata di forte scarpatura e chiamata "Torrione di Franceschino il soldato", a difesa dell'ingresso principale posto al centro del fronte di nord-ovest. Il periodo di massima importanza e sviluppo di Castiglione coincise con la dominazione di Castruccio Castracani degli Alteminelli, condottiero e signore di Lucca, che stabilì qui una roccaforte nell'ambito del progetto di riunire la Lunigiana, Garfagnana, Lucchesia e Versilia in un unico grande stato. Fallito il progetto il castello tornò a rivestire una certa importanza dal 1451 quando divenne sede del Governo e della Magistratura del territorio Fiorentino in Lunigiana grazie alla posizione di controllo che esercitava su importanti vie di comunicazione montane. Castiglione fu il principale presidio strategico lungo due rami della via Francigena, quello di fondovalle proveniente da Lucca e quello che attraversava il Passo di Tea, che qui si incrociavano. Il territorio giurisdizionale, già molto vasto in origine, s’ingrandì ulteriormente nel prosieguo degli anni, estendendosi, in direzione Sud, fino ai castelli di Caprigliola, Albiano e Stadano, in direzione Est, fino alle Alpi Apuane, in direzione Nord, fino all’Appennino, e in direzione Ovest, con il controllo del feudo granducale di Groppoli. La decadenza di Castiglione del Terziere iniziò a metà del Settecento, quando la Rappresentanza del Governo Fiorentino (il Capitano di Giustizia e la sua Corte), venne trasferita a Bagnone. Il nucleo originale, altomedievale, del castello è identificabile nel mastio centrale, circondato da ciò che resta della cortina muraria. Un'alta quadrata torre di guardia lo fiancheggia sul fronte sud-est. Questa torre, risalente al XII secolo, difendeva il fianco più esposto del complesso ed è da considerarsi un manufatto dalle caratteristiche costruttive e qualitative fra le più avanzate dell'epoca. Tali strutture avevano la funzione principale di controllo del territorio ed erano collegate a vista con le altre torri della zona. Oggi il mastio non è facilmente identificabile dall'esterno in quanto parzialmente inglobato in costruzioni successive. Durante i tre secoli di controllo fiorentino il castello fu progressivamente adattato alla sua nuova funzione di residenza per i magistrati e funzionari della Signoria. In particolare merita di essere nominato il salone delle udienze, impreziosito da un grande camino rinascimentale. Alla prima dominazione fiorentina (metà del '400) risale la cortina muraria con la possente torre semicircolare sud. Sempre legati a quel periodo sono numerosi interventi di ampliamento e sistemazione, tra i quali si notano soprattutto le elegantissime bifore e trifore in marmo e i numerosi stemmi fiorentini sparsi per il castello. Dopo un lungo periodo di degrado, dal 1969 il castello appartiene a Loris Jacopo Bononi. Il castello, da quest'ultimo convenientemente restaurato, conserva, espone, ed illustra, a migliaia di visitatori ogni anno, tutto ciò che è stato possibile raccogliere e salvare, riguardante la storia e l’identità del Territorio della Lunigiana Storica. Nel castello sono attivi dal 1973 il Centro di Studi Umanistici “Nicolò V”, dotato di una straordinaria biblioteca, meta costante di studiosi e studenti italiani e stranieri, e la Libera Cattedra di Filologia e Polifonia Vocale. Sia il Centro di Studi Umanistici “Nicolò V”, sia la Libera Cattedra di Filologia e Polifonia Vocale, sono noti per il contributo in molte città d’Italia, d’Europa, e d’America (del nord e del sud). E' impossibile parlare del Castello senza nominare il borgo che lo avvolge. Il nucleo originario sorge nel punto più alto del colle lungo la direttrice di accesso al fortilizio. Gia sotto il dominio dei Corbellari una prima cerchia muraria racchiudeva le unità residenziali, ma è con i Malaspina che Castiglione diventa feudo autonomo e acquistò la sua definitiva fisionomia, sviluppandosi lungo le altre direttrici che risalendo il colle portano al castello. Alla metà del 1300 tutto l'insediamento era cinto da mura e dotato di due porte, quella detta "alla Colla" in basso verso nord-est e quella detta "in cima Piagna" lungo il crinale superiore. Sotto il dominio Fiorentino vennero portati avanti interventi di riassetto del borgo, la via principale di crinale venne impreziosita da bei palazzetti rinascimentali, come la casa dei Mercanti di grano detta "del Simonino", quella "dei Torriani o Turriani" di Milano e "dei Corbellari"' e altre, la sede della Cancelleria e una nuova porta "monumentale" dotata di corpo di guardia autonomo fu eretta nel punto d'incontro dei due assi urbani.

Fonti: http://www.castellodicastiglionedelterziere.it/, http://www.dimoredelterziere.com/, http://www.castellitoscani.com/italian/terziere.htm, http://www.terredilunigiana.com/castelli/castellocastiglione.php, http://www.lunigiana.com/castelli/castello-di-castiglione-del-terziere.aspx, http://www.turismoinlunigiana.it/fra/8/voce/133/castiglionedelterziere.htm

Foto: da http://www.castellodicastiglionedelterziere.it/ e da http://www.amalaspezia.eu

giovedì 13 novembre 2014

Il castello di giovedì 13 novembre






ACQUAPENDENTE (VT) - Castello Boncompagni-Ludovisi di Trevinano

Piccolo centro di probabile origine etrusca. Dopo il 396 a.C. Trevinano passò sotto Roma ma non si hanno notizie fino a tutto l'alto medioevo. È probabile che il centro abitato originariamente fosse in località Castelluzzo e che Trevinano, dove lo vediamo oggi, sia sorto in epoca carolingia. Il primo cenno storico, certo, in cui compare il nome di “TRIVINANO” è una pergamena datata gennaio 1073 conservata nell’Archivio di Stato di Siena, riportata nel codice Diplomatico Amiatino. Si tratta di un atto di donazione con il quale un certo Amanzio assegnò tutti i suoi beni al Monastero del SS. Salvatore sul Monte Amiata. Il documento fu redatto dal giudice Rallando nel Castello di Trevinano. Questo documento non fa capire per qual motivo esso sia stato scritto e compiuto proprio “in Castro de Trivinano”, rimane però, fuori dubbio che Trevinano era fiorente già nell’anno 1073 e che la sua origine risalga intorno all’anno 1000, se non prima, come baluardo a difesa della via Francigena, o per accogliere i pellegrini. Il castello dominava le vallate del fiume Paglia e del Monte Rufeno e costituiva un avamposto fortificato del territorio di Orvieto. Il piccolo centro subì per tutto medioevo la sorte dei vari feudatari a cui fu di volta in volta sottoposto. Nel 1187 a seguito di una delle varie guerre tra Orvieto ed Acquapendente nel trattato di pace fu deciso che “si rendesse Trivinano ai figli di Sinibaldo Visconte di Campiglia”. Così il castello di Trevinano ritornava ad appartenere ai Visconti di Campiglia che già ne dovevano essere padroni prima della guerra del XII secolo. Dai ruderi dislocati su alcuni rilievi collinari nei dintorni del paese e dai toponimi della zona che ricordano tale famiglia, si può arguire che i Visconti avessero costruito una serie di fortezze a difesa del territorio, mentre la residenza signorile, fortificata ed all’interno delle mura dell’abitato, corrispondeva alla parte più antica del castello che si erge a baluardo difensivo all’estremità nord orientale della cinta muraria, dominando la sottostante vallata e proteggendo la porta detta appunto del Castello o di S.Lorenzo, che dava accesso alle case del piccolo borgo di Trevinano. La famiglia dei Visconti di Campiglia, discendente degli Aldobrandeschi, apparteneva alla nobiltà orvietana, per cui riconosceva la sovranità del Comune di Orvieto sui suoi feudi. Questo comportava la presenza costante di una guarnigione di soldati Orvietani nel Castello di Trevinano, allo scopo di difendere questa fortificazione, ai confini del territorio controllato dal Comune, contro gli attacchi dei nemici di turno. Nel 1234 Siena tentò di espugnare il castello senza riuscirvi. Nel 1325 in seguito al trattato di pace tra Orvieto ed i Signori di Monte Vitozzo si apprende, dalla stipula del contratto, del risarcimento di danni arrecati a Trevinano durante gli scontri avvenuti negli anni precedenti. Quando nel 1327 Latina dei Visconti di Campiglia sposò Corrado Monaldeschi, figlio di Ermanno che dal 1334 fu Signore di Orvieto, il castello e metà del territorio trevinanese passarono, in dote, ai Monaldeschi, i quali, più tardi, con Luca acquistarono anche il restante territorio. Corrado Monaldeschi, figlio maggiore di Ermanno, per aiutare il padre nella conquista del potere a Orvieto, non aveva dimostrato tanti scrupoli: fu infatti, tra l’altro, esecutore materiale dell’uccisione di Napoleuccio Monaldeschi del Cane. Alla morte di Ermanno, Signore di Orvieto, nel 1337 la famiglia si divise in quattro rami ed i possedimenti di Trevinano andarono al ramo dei Monaldeschi della Cervara, come è possibile vedere tutt’oggi dai vari stemmi presenti nel maniero (sul portale principale ve ne è uno, in pietra, con la scritta MONALDO; un altro reca le iniziali di Pier Giacomo. In entrambi, l’arme è sormontata da un cimiero con cervo rampante; lo stesso animale appare unitamente ad una rosa sovrastante le corna in una scultura innalzata in cima ad una delle due torri, così come appare impresso nelle pianelle in cotto di un soffitto in una sala interna del maniero). La “Cervara” era il territorio boscoso del feudo, popolato di cervi, che si estendeva da Torre Alfina a Radicofani. Le lotte che insanguinarono le quattro fazioni o rami in cui si era divisa la famiglia dei Monaldeschi portarono all’abbattimento di molti edifici di loro proprietà. Anche il Castello di Trevinano dovette subire demolizioni ed infatti, il 20 dicembre 1347 il Comune Orvietano faceva registrare le spese per la distruzione di parte del castello, probabilmente in corrispondenza della zona più orientale. I Monaldeschi della Cervara restarono, anche se con vari contrasti, proprietari di Trevinano fino agli ultimi anni del sec. XVI, continuando ad eseguire lavori di ammodernamento della loro residenza. Rinascimentale appare, infatti, l’attuale veste architettonica dell'edificio, sempre più trasformato in palazzo signorile, ma anche l’apparato difensivo con le due torri bastionate angolari di nord-est, idonee alla difesa radente, denunciano un adeguamento militare posteriore all’avvento delle armi da fuoco. Nel 1592 Gianfrancesco Monaldeschi della Cervara fu ritenuto colpevole di aver dato ospitalità a briganti e ribelli della Chiesa, per ritorsione, il Pontefice Clemente VIII gli confiscò la metà delle proprietà trevinanesi a favore della Camera Apostolica. Pochi anni dopo, il 26 giugno 1598, il Vescovo di Orvieto, Cardinal Giacomo Simoncelli, acquistava l’altra metà del territorio. Agli eredi Monaldeschi dovette, comunque restare un quarto delle originarie proprietà. Durante il XVII sec. si ha notizia di un nuovo attacco alle mura di Trevinano da parte delle truppe del Duca di Parma e Piacenza, Odoardo Farnese, deciso a riprendersi il Ducato di Castro che gli era stato occupato da Urbano VIII Barberini. Le cronache raccontano di una strenua difesa effettuata soprattutto dalle donne del paese, essendo gli uomini al lavoro nei campi. Fu un assedio che, grazie alla naturale posizione del borgo cinto da mura con torrioni circolari, oggi scomparsi, ebbe successo sulle truppe farnesiane, molto meglio armate, che oltretutto contarono varie perdite sotto gli spalti. Una pianta del 1643 disegnata da Pietro Paolo Drei, inviato al seguito dell’ingegnere militare pontificio Cardinale Maculano, con l’intento di apportare migliorie alla cinta muraria subito dopo l’attacco dei soldati del Farnese, mostra il castello già trasformato in palazzo e con i due torrioni angolari, baluardati, come li vediamo ancora oggi. La porta settentrionale, laterale del castello, era stata adibita ad unico ingresso del palazzo come all’intero paese, mentre quella vicina di S.Lorenzo era stata “terrapienata” e fortificata esternamente perché evidentemente ritenuta meno sicura. Cinque torrioni circolari sporgevano dalle mura settentrionali ed occidentali e proprio in questa zona, ritenuta più debole, era avvenuto l’attacco farnesiano. Si provvide, quindi a dotarla di un fossato con strada coperta e spalti anteposti alle vecchie muraglie. Nel 1687 la Camera Apostolica, dopo aver confiscato dal 1592 la metà del territorio trevinanese, ricostituì l’unità territoriale acquistando anche la metà passata ai Simoncelli. Il territorio riunificato fu dato in feudo ed in parte venduto al Marchese Gian Mattia Bourbon del Monte che avrebbe vantato, poi i diritti ereditari dei Monaldeschi, in quanto l’ultima del ramo della Cervara: Anna Maria, figlia di Monaldo, aveva sposato il 22 aprile 1699 Gian Mattia (14.11. 1657–1709). La vedova sopravvisse fino al 1765 e morì a Roma. Il matrimonio fu patrocinato dalla Regina Cristina di Svezia di cui Gian Mattia era “Gentiluomo”, mentre il padre Orazio, era “Gran Scudiero”, confidente, ed esecutore testamentario. La dominazione dei Bourbon del Monte (con il titolo di Baroni di Trevinano) arrivò intatta fino alla fine del XIX sec. Quando il Marchese Guidobaldo vendette al Marchese Caen il disastrato castello di Torre Alfina. Il caminetto del salone centrale con i tre gigli d’oro e brisura su fondo blu dei Bourbon del Monte fu trasportato da Torre Alfina e ricostruito, a ricordo di tale vendita, nel salone principale del castello. Il marchese Pompeo, (nato a Roma il 13.12.1683 e morto a Torre Alfina il 5.1.1747) figlio di Anna Maria e di Gian Mattia, sposò a sua volta Anna Rosa di Paolo Antonio Monaldeschi di Orvieto anche essa erede della sua famiglia, morta il 13.9.1742. Il primo Bourbon del Monte insediatosi a Trevinano, come già detto, fu il Marchese Gian Mattia, che aveva il diritto di “patronato” sulla Chiesa parrocchiale, già concesso da Papa Pio IV ai Monaldeschi, con il diritto di presentare al Vescovo il nuovo parroco e l’obbligo di provvedere, a proprie spese, al mantenimento della parrocchia. Aveva anche il diritto di presentare ogni anno al Vescovo, d’intesa con il Consiglio della Comunità, il predicatore della Quaresima al quale passava il compenso dovuto. Ecco, l’elenco dei titoli con i quali si fregiava il Marchese Paolo Antonio Bourbon del Monte nel 1790: “Marchese di Monte S. Maria, Lippiano, Marzana, Gioiello, Torri, Patena e suoi annessi, Conte di Mealla e Monte Fiore, Barone di Trevinano”. I Bourbon del Monte, avendo così tante possibilità di scelta non risiedevano abitualmente a Trevinano, e solo raramente si recavano per vedere l’operato del loro amministratore ( un “ministro” e un “giudice”, cioè fattore e guardiano) ed a riscuotere oltre ai proventi delle terre anche mezzo scudo per ogni famiglia, come segno di dominio. Gli estesi boschi di quercia e cerro che circondano Trevinano hanno costituito lungo i secoli una grande fonte, inesauribile, di guadagno per i proprietari e di continuo e sicuro, anche se faticoso, lavoro per i braccianti. In soli tre anni, dal 1824 al 1827, nella selva del marchese furono tagliati ben 17.000 alberi. Il Canonico di S. Pietro, marchese Arimberto Bourbon del Monte mostrò più di ogni altro l’interesse per Trevinano. Verso la metà del ‘700 provvide ad abbellire la Chiesa, con corredo di arredi e paramenti. Nel 1744 istituì il “Monte Frumentario” a vantaggio delle famiglie in difficoltà economiche. I Monti Frumentari erano, praticamente, una variante dei Monti di Pietà, che ebbero molta diffusione ed importanza a partire dal sec. XIV in poi. Presenti in tutta Europa, concedevano alle classi più povere prestiti in pegno a condizioni vantaggiose ed evitavano il disperato ricorso ad usurai, in tempi del tutto privi di assistenza sociale. Iniziò con una assegnazione iniziale di dieci rubbie di grano e la concessione di un locale ad uso magazzino, in compenso a spese del “Mons Frumentatius” venivano fatte celebrare ogni anno tre SS. Messe in suffragio del fondatore e dei suoi eredi. I prestiti venivano effettuati concedendo due staja di grano rasi, contro uno raso ed uno colmo alla restituzione. Il grano doveva essere “sconcio”, cioè vagliato. Il Monte era amministrato dalla Comunità, e per essa dai suoi Priori, i quali eleggevano un incaricato chiamato “Montista”, da scegliersi ogni anno, ad ottobre dal “bussolo”, cioè tirato a sorte. Il Montista doveva prendere in consegna il magazzino, fare le distribuzioni e ricevere le restituzioni, tenendone esatto conto. In compenso riceveva due staja di grano. Alla fine di ogni anno doveva presentare il resoconto ai Priori della Comunità i quali lo sottoponevano al Marchese per l’approvazione. I prestiti dovevano essere effettuati solo a vantaggio degli abitanti di Trevinano e del territorio, con appropriata sicurezza o pegno. In caso negativo il Montista ne avrebbe risposto in proprio. Se il deposito avesse superato le dieci rubbie di grano, la Comunità poteva vendere il restante, previo assenso del Marchese, impiegando il ricavato per estinzione di debiti o per altro interesse della Comunità.
Le chiavi del “deposito” erano due: una in mano del “Montista”, l’altra in quelle del “Ministro” del Marchese che doveva essere presente alla consegna dei prestiti effettuati, di solito, la Domenica di Passione di ogni anno. Per ogni controversia doveva essere informato il Marchese alle cui decisioni tutti dovevano sottostare. Nel 1792 furono trovati 27 rubbie e 5 staje di grano, parte in magazzino e parte date in prestito. Nel 1808 il deposito era di 100 staie di grano. Nel 1819 l’economo del marchese annota nei libri mastri che i debitori, in seguito ad annate assai critiche, non erano stati in grado di restituire quanto loro prestato, ma per l’avvenire…”si sarebbe ritornati al tradizionale interesse e regole di restituzione”. L’attività del Monte Frumentario continuò per quasi tutto il secolo XIX. Il castello è attualmente proprietà del Principe Paolo Francesco Boncompagni-Ludovisi. La residenza nobiliare ha visto adattare ai tempi la destinazione dei suoi ambienti. Attualmente si affittano appartamenti del castello nel periodo estivo o si effettuano visite al castello tramite il contatto diretto con l'amministrazione Boncompagni - Ludovisi. Gli appartamenti disponibili sono di seguito descritti:
Appartamento “BONCOMPAGNI” al III° piano, al quale si accede attraverso lo scalone d’onore.Composto da ampio ingresso, grande cucina, sala da pranzo con camino, salotto con camino, studiolo con tavolo da gioco nella torre a ponente, una stanza con letto matrimoniale, una seconda stanza con letto matrimoniale, salottino di disimpegno, stanza da bagno con vasca, doccia separata,e due lavandini. Tutte le sale sono con soffitti a volta, affrescati e decorati. L’appartamento si trova nell’ala medioevale del castello.
Appartamento “BOURBON del MONTE” al piano terra, con accesso diretto dalla terrazza a levante oppure dalla scala con ingresso da Via Bourbon del Monte.Composto da grande ingresso, salone, cucina, bagno con vasca, due stanze da letto, una con letto matrimoniale grande ed una più piccola con letto matrimoniale alla francese od a richiesta con letto matrimoniale più grande, riscaldamento e televisione. Alcune stanze hanno i soffitti con travi di legno.
Appartamento “LUDOVISI” al piano terra, nell'ala medievale del castello, al quale si accede attraverso il salone principale, dallo scalone d’onore. Si può accedere anche dalla terrazza a levante. Composto da salotto con camino e da stanza con letto matrimoniale grande e bagno con vasca. Il bagno è situato nella torre a ponente. I soffitti sono decorati ed a volta.
Stanza “MONALDESCA” anche essa nella parte medievale del castello, al piano terra, alla quale si accede attraverso il salone principale. Composto da grande stanza matrimoniale con doppio comò, corridoio di disimpegno e bagno con vasca. Il soffitto della stanza da letto ed il corridoio sono decorati ed a volta.
Stanza “DELLE ROSE E DEI CERVI” situata al terzo piano, nell’ala medievale, con soffitti a mattonelle di terracotta del ‘500 e travi in legno.Composto da stanza con letto matrimoniale, bagno con vasca di misura ridotta e corridoio di disimpegno.
Il Salone principale affrescato con gli stemmi delle famiglie che furono proprietarie del castello, una sala da pranzo ed una grande cucina con office sono di uso comune. Potrebbero essere, eventualmente affittati su richiesta, per eventi vari, od in via del tutto eccezionale e da concordare di volta in volta, agli ospiti dimoranti negli appartamenti “LUDOVISI”, “BOURBON del MONTE” la stanza”MONALDESCA”. Per approfondire, si può visitare il seguente link:
http://castelloboncompagniludovisi.it/storia_del_castello_di_trevinano.htm.

Fonti: http://www.boncompagniludovisi.com/storia.html, it.wikipedia.org, http://www.intuscia.it/index.php/acquapendente/435-trevinano/18-trevinano-il-castello-monaldeschi-boncompagni

Foto: una cartolina della mia collezione e da http://castelloboncompagniludovisi.it/storia_del_castello_di_trevinano.htm

mercoledì 12 novembre 2014

Il castello di mercoledì 12 novembre






MONTE SANTA MARIA TIBERINA (PG) - Castello di Lippiano

Fin dal 1195 il castello di Lippiano è ricordato in alcuni documenti della Curia Vescovile di Città di Castello. Nel 1250 il castello apparteneva alla famiglia Lambardi, sotto il dominio di Federico I. I marchesi di Monte Santa Maria Tiberina occuparono il castello nel 1336, togliendolo alla famiglia Tarlati, che a sua volta lo aveva tolto ai Lambardi. Questo possesso fu riconosciuto e, per così dire, legalizzato con Diploma Imperiale dell’imperatore Carlo V di Lussemburgo, con il quale fu eretto il feudo di Monte Santa Maria Tiberina. Con una convenzione del 15 febbraio 1532, i membri della famiglia dei Marchesi di Monte Santa Maria Tiberina stabilirono che la reggenza del feudo spettasse al più anziano della famiglia e che lo stesso reggente del feudo risiedesse nel castello di Lippiano. Nel 1564, i membri della stessa famiglia, stabilirono di nominare un Vicario al Monte Santa Maria Tiberina e uno a Lippiano per amministrare la giustizia. Nel 1815 il feudo di Monte Santa Maria Tiberina fu soppresso insieme a tanti altri feudi europei. Il Congresso di Vienna, con l’articolo 100 della sua risoluzione del 9 Giugno 1815, trasferì l’ex feudo al Gran Duca di Toscana, il quale ne prese possesso il 29 Agosto 1815. La famiglia dei Marchesi di Monte Santa Maria Tiberina fu spogliata di ogni diritto di governare il territorio, ma mantenne il possesso del castello e dei beni che ne costituivano la dote. Nel 1917 il Principe di San Faustino trasferì la proprietà del Castello di Lippiano alla Famiglia Mignini, attuale proprietaria. Il castello di Lippiano fu eretto sui ruderi di un'antica fortezza alle estreme propaggini dell'Umbria sul confine toscano. Risalente al XII secolo presenta numerosi rimaneggiamenti ed ampliamenti effettuati nel secolo XIII, XV e XVIII. L'edificio si sviluppa su tre piani da terra oltre un piano soffitta e piano seminterrato, per una superficie complessiva di circa 3.900 mq. La facciata è percorsa da tre ordini di finestre rettangolari e al centro della stessa si alza l'antica torre di avvistamento risalente al 1080 e inglobata nel corso del tempo nel complesso generale dell'intero edificio. A destra della torre una serie di arcatelle cieche e sesto acuto mentre a sinistra si trova l'imponente portale cinquecentesco in pietra concia. All'interno, al piano seminterrato vi è la cantina con ampie volte in laterizio e muri in pietra squadrata. Al piano terra è lo scalone di rappresentanza cinquecentesco, che conduce ai piani superiori ed alla torre, al cui interno è ancora conservata intatta un'antica prigione. Da segnalare gli affreschi che arredano l'intero soffitto della sala di rappresentanza situata al piano primo, anche essa cinquecentesca. Il castello sorge arretrato rispetto alla piazza del paese ed è in parte nascosto da una lunga costruzione semicircolare su cui spicca un torrione rotondo e, sulla sinistra, una loggia costruita all'inizio del novecento Attualmente il maniero è adibito a residenza privata, ma viene concesso in locazione sia per cerimonie che per congressi.
Fonti: http://www.medioevoinumbria.it/edifici-storici/castelli-e-fortezze/castello-di-lippiano/, http://www.umbria.ws/content/castello-di-lippiano-monte-santa-maria-tiberina

Foto: di nickle98 su http://www.panoramio.com e da http://www.mondimedievali.net/CASTELLI/Umbria/perugia/lippian02.jpg

martedì 11 novembre 2014

Il castello di martedì 11 novembre






PIEVE DEL CAIRO (PV) - Castello


Insediamento gallo-romano, Cairo, fu sede di un'importante basilica cristiana, donde il nome di Plebe Cairi. Possedimento dei Conti Palatini di Lomello, fu distrutto dal Barbarossa, che nel 1164 assegnò il territorio a Pavia. Nel 1250 appare citato, nell'elenco delle terre pavesi, come Cayre Vegium, mentre Cayre Iuvene era il vicino Cairo. Nel XIV secolo divenne feudo dei Beccaria, un ramo dei quali prese dal luogo il nome di Beccaria della Pieve. Il castello di Pieve fu nuovamente assediato e distrutto, da Facino Cane, nel 1404. I Beccaria di Pieve si estinsero nel 1590 con il conte Aureliano, e nel 1597 il feudo fu acquistato da Lorenzo Isimbardi, signore di Cairo, che fu nominato Marchese di Pieve del Cairo. La famiglia Isimbardi rimase feudataria del luogo fino all'abolizione del feudalesimo (1797). Peraltro, se il feudo di Pieve era passato agli Isimbardi (che continuarono a risiedere a Cairo), i beni e il castello furono ereditati dai padri Barnabiti di Milano. Nel 1512, gli abitanti di Pieve del Cairo, liberarono il cardinale Giovanni de' Medici, legato pontificio di Papa Giulio II presso l'esercito della Lega Santa, catturato dai francesi nella battaglia di Ravenna e detenuto nel castello locale. Per ringraziare la comunità, una volta salito al soglio pontificio con il nome di Leone X, Giovanni de' Medici concesse due giubilei annui (la prima domenica di giugno e l'8 settembre). Nel 1818 fu unito a Pieve del Cairo il soppresso comune di Gallia, e nel 1890 anche il comune di Cairo Lomellino. Il castello, situato nel centro del paese, è un monumento imponente ma molto rimaneggiato, in cui si fondono apporti di molte epoche diverse. La sua pianta sembra voler realizzare una sorta di compromesso tra i progetti più antichi di castello con torre alta, unica, centrale, e quelli più tardi con torri angolari. Vanta un impianto quadrangolare con torri agli angoli e vasta corte centrale. Era difeso da un fossato esterno. L'ingresso si apre in un corpo avanzato in forma di rivellino (che conserva, ben visibili, le tracce del ponte levatoio e della passerella pedonale), sovrastato da due altane sovrapposte, ciascuna delle quali a tre fornici. Questa caratteristica, unica nella tipologia dei castelli della Lomellina, probabilmente aggiunta nel corso dei restauri eseguiti nel secolo XVIII, è ripetuta nelle due torri angolari sul lato meridionale (quello principale). Il lato settentrionale, con le sue due torri, è quello che ha maggiormente conservato i caratteri grevi e austeri del fortilizio medievale. Di grande eleganza la corte nobile, con alti archi a tutto sesto, di gusto vagamente barocco. Da rilevare al pianterreno un magnifico salone di stile neoclassico. Al centro del cortile vi è una bella fontana barocca che raffigura il dio Nettuno. Curioso lo "sdoppiamento" di immagine tra la parte esterna, che conserva in buona parte l'apparato murario medievale, e quella interna, che ha i caratteri dell'architettura civile tardobarocca. La costruzione originaria (di cui sopravvive tuttora una parte) risalirebbe al XII secolo; l'edificio attualmente visibile fu però ricostruito e ampliato - probabilmente ad opera dei Visconti - nel Trecento. Fu quindi nuovamente ripreso dai Beccaria e dagli Isimbardi, nei secoli XVII e XVIII, operandovi molteplici modifiche e apportandovi numerose aggiunte. Ne è uscito un monumento tra i più grandi della provincia di Pavia, e anche tra i più noti. Il complesso del castello ha una forma quadrilatera con fossato esterno e cortile interno. E' costituito da muratura portante in mattoni, le strutture orizzontali sono in parte in mattoni a volta e più frequentemente in legno. La copertura, a falde o a padiglione, ha struttura lignea con manto di copertura in coppi di laterizio. Attualmente l'edificio è di proprietà privata. Sul web c'è un video assai interessante, dedicato a questo castello: https://www.youtube.com/watch?v=HeJhNnAm_U8
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A130-00013/ (dove approfondire, trovando notizie sulle varie parti che compongono il castello), http://www.infolomellina.net/html/pievecairo.htm

Foto: entrambe di Solaxart su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Pieve_del_Cairo.htm

lunedì 10 novembre 2014

Il castello di lunedì 10 novembre






OROSEI (NU) - Torre Pisana

Capoluogo storico della Baronia meridionale, Orosei si trova quasi in pianura, alle pendici di un colle vulcanico sulla valle del fiume Cedrino. Già in epoca romana le fonti riportano che nel golfo di Orosei vi fosse una stazione romana, "Fanum Orisi", poi divenuta "Urisè" e successivamente Orosei. Un Portolano, datato tra il 1250 ed il 1265, rappresenta un termine ''post quem'' per la creazione dello scalo marittimo, prima compreso nei domini del sovrano d'Arborea, poi passato nelle mani degli aragonesi. Nel periodo pisano pare che Orosei abbia vissuto le pagine più significative della sua storia grazie alla presenza di un porto abbastanza efficiente gestito da una colonia di mercanti pisani, diretti da un console mercatore, che avevano una loro chiesa (Santa Maria del Mare) e numerosi beni. In questo periodo divenne la sede principale della curia del Giudicato di Gallura e fu dotato di un castello. Risalgono a quest’epoca la torre di Sant’Antonio, Sa Prejone Vezza, la Parrocchiale di San Giacomo e di San Gavino. Nel 1449 la zona fu acquistata da Salvatore Guiso che si trasferì, dal castello di Pontes situato a Galtellì, definitivamente a Orosei dando inizio alla costruzione dei famosi palazzi signorili ancora oggi presenti a ben conservati nel centro storico. Il territorio venne sottoposto a frequenti incursioni nemiche che lo saccheggiarono e lo distrussero. L’ultima di queste sembra risalire al 1806 quando un esercito di circa mille uomini cercò di assalire il paese di Orosei sorprendendo i suoi abitanti nel sonno. Grazie alla pronta reazione di un cittadino forte e coraggioso, Tomaso Mojolu, che diede l’allarme gridando “A morte i saraceni’’, gli abitanti uscirono dalle loro case armati e combatterono coraggiosamente fino a quando i nemici non furono costretti a ritirarsi. Tomaso Mojolu diventò un eroe popolare: il suo eroismo e quello della popolazione fu riconosciuto dal re Vittorio Emanuele che ne decantò il coraggio e l’audacia. Nell'abitato si trova il cuore medievale della cittadina, dominato da ciò che resta del castello giudicale: la torre restaurata e parte della cinta muraria medioevale. Attorno al mastio si trova il quartiere di Palatzos Betzos, costituito dalle vecchie abitazioni e da una serie di palazzi del XVI-XVII secolo. La torre, a pianta quadrata, nel corso dei secoli ha subito pesanti rimaneggiamenti.
Fonti: http://www.sardegnacultura.it/j/v/253?s=17798&v=2&c=2488&c1=2124&t=1, http://www.comune.orosei.nu.it/cultura/cultura.asp?id=9&ln=IT,
Foto: di Aldo Ardetti su http://it.wikipedia.org e da http://www.mondimedievali.net

sabato 8 novembre 2014

Il castello di domenica 9 novembre






MINERVINO MURGE (BT) – Torre Del Balzo e Castello normanno-Pignatelli

Secondo la leggenda, Minervino Murge, venne fondata nel 216 a.C. quando alcuni legionari romani, scampati alla battaglia di Canne, trovarono riparo sulle Murge. Qui s'innamorarono delle pastorelle del luogo e decisero di rimanerci, celebrando i riti nuziali in una grotta che loro stessi dedicarono alla dea Minerva (l'attuale grotta di San Michele). Più volte devastata da incursioni saracene, se ne ha la prima precisa menzione in documenti dell'XI secolo. Appartenne ai principi di Taranto nel XV secolo e nel 1508 fu concesso da Ferdinando il Cattolico al conte Forti Onorati d’Aragona. A titolo di principato fu poi dei Pignatelli nel XVI secolo, poi appartenne ai Carafa ed ai Tuttavilla. Fra i monumenti più significativi di Minervino certamente la torre occupa un posto importante. Nel 1454, alla morte di Gabriele Orsini, duca di Venosa, che era anche barone di Minervino, la città fu ereditata dalla figlia di costui, Maria Donata, che era sposata a Pirro Del Balzo, figlio di Francesco, duca di Andria. Fu proprio il Del Balzo che fra il 1454 e il 1462 costruì la torre su una delle ultime colline nord-occidentali della Murgia. Essa nacque come osservatorio: infatti, sul muro esposto a ponente esisteva una lapide senza data, la cui iscrizione ne precisava la destinazione. La trascrizione della lapide è "CONSTRUIVIT IN SPECULA DUX HUIUS TERRAE DEL BAUCIA PIRHUS". Al di sopra di essa era stato anche posto uno stemma in marmo dei Del Balzo, una stella a diciassette punte, che evidentemente dovette essere asportato, in data imprecisabile, nel corso di uno dei numerosi scempi che la torre ha subito nei secoli. Si tratta di una costruzione massiccia a pianta circolare con un muro spesso circa tre metri, a diversi piani che comunicano tra loro non con scalinate costruite ma con scale mobili di legno, per ovvi motivi di difesa. All'esterno era circondata da un bastione a pianta quadrata, che costituiva la sua prima difesa. Fra la torre e questo muraglione esterno lo spazio era in gran parte sgombro, con piccole costruzioni addossate al muro del bastione; in esse si riparavano uomini e cavalli e venivano depositati carriaggi ed altro materiale. Passata l'epoca eroica della torre, tale spazio fu utilizzato dai pastori del luogo come rifugio per i propri armenti. Il bastione esisteva ancora nel XVII secolo e non si sa quando e perché sia stato demolito. L'attuale proprietario della torre è don Luigi Gravina. Originariamente la costruzione era isolata, fuori dell'abitato, e così rimase per molto tempo, sino a quando verso la fine del XVII secolo il paese non cominciò ad estendersi verso Sud, occupando la collina dove essa è posta. Attualmente, soffocata tutt'intorno da altre costruzioni addossate ad essa e sfregiata in molte sue parti, è appena visibile il suo corpo superiore. Sulla sua sommità un chiosco, costruito in epoca recente, costituisce una prova evidente di cattivo gusto e scarsa considerazione per l’antico monumento cittadino. La Torre è legata a vari episodi della Storia del Meridione. Il più importante avvenne nel 1462. Nel 1458, con la morte di Alfonso d'Aragona, il Reame era andato a suo figlio Ferdinando. Costui, considerato molto diverso dal padre, era inviso a molti dei Baroni, fra cui primeggiava Giannantonio Orsini, figlio di Ramondello, Principe di Taranto. Orsini, per il prestigio goduto nel regno, non riscuoteva molte simpatie da parte del nuovo re, che aveva anche tentato di sminuirne la potenza sottraendogli alcuni baronaggi. Capeggiati appunto dall'Orsini, nel 1459, una parte dei feudatari che avrebbero volentieri visto al posto di Ferdinando un d'Angiò, ebbero contatti con Giovanni, figlio dell'ultimo Re di Napoli di quella casata, Renato, spingendolo a tentare di rientrare in possesso del Reame. Cominciò allora quella guerra, descritta cosi minuziosamente dal Pontano, alla quale non furono estranei anche il Pontefice e lo Sforza. Ed è particolarmente dal Pontano che apprendiamo le vicende di questa guerra, che riguardano Minervino. Nel 1462 Giannantonio Orsini corse ad assediare Andria, il cui barone, Francesco Del Balzo, cognato del Re, gli resistette per ben 49 giorni, aiutato anche dal figlio Pirro, duca di Minervino. Stremata dalla resistenza prolungata, infine la città si arrese. La notte precedente però Pirro era riuscito a fuggire per evitare di trovarsi il giorno dopo in presenza dell'Orsini, che aborriva particolarmente. Questo gesto irritò maggiormente il principe di Taranto. In Minervino intanto un tumulto era scoppiato e la città era passata alla fazione dell'Orsini, che mandò dei messi per prenderla in consegna. La duchessa, Maria Donata, trovò scampo con i figli e una parte dei suoi fedeli nella torre costruita da poco, dove si rinchiuse in attesa dei rinforzi già promessi dal Re mentre il palazzo baronale fu invaso e saccheggiato. Dopo la presa di Andria il Principe Giannantonio si diresse quindi alla volta di Minervino, ostinato a voler punire Pirro, che gli era già sfuggito la prima volta. Ma Pirro non era qui. Maria Donata non volle cedere alle intimidazioni dello zio (Giannantonio Orsini era fratello di suo padre Gabriele, duca di Venosa) e rifiutò di arrendersi e di consegnare la Torre nelle sue mani. La Duchessa, pur essendo incinta e prossima al parto, dimostrò in questa vicenda una forza d'animo eccezionale che ricorda quella di Caterina Sforza, assediata nella rocca di Forlì. Furono vane le intimazioni, le minacce, le preghiere. Orsini allora approntò tutto il necessario per espugnare la Torre. La costruzione, massiccia e non facilmente espugnabile, resisteva e contro di essa, secondo il Gollenuccio, furono tirate 109 cannonate che la danneggiarono sensibilmente. Alla costanza e all'ostinazione degli attaccanti si rispose con eguale coraggio e tenacia da parte dei difensori, animati dalla fierezza di questa donna eccezionale. Il Principe, maggiormente irritato da questa resistenza inattesa che ritardava l'esecuzione dei suoi piani, raddoppiò gli sforzi. Continue minacce dì rappresaglie feroci, di stragi, di supplizi, che sarebbero seguiti in mancanza di una resa immediata, venivano gridate di notte ai difensori. Una mattina, svegliandosi, la Duchessa inorridì nel vedere davanti alla feritoia della sua stanza un corpo tagliato a pezzi appeso ad una pertica issata dagli assedianti durante la notte. Intanto la gravidanza di Maria Donata stava per concludersi. Avendo avuto notizia di ciò, Orsini divenne più mite nei riguardi della nipote, non sappiamo se per affetto o per calcolo, e prese ad inviarle giornalmente del vitto adatto al suo particolare stato di salute. La resistenza si rivelava di giorno in giorno più insostenibile. La Torre aveva sofferto gravi danni dalle artiglierie, che avevano sventrato il bastione esterno, le riserve di viveri erano ormai esaurite, mentre sempre più inconsistenti si prospettavano le speranze di ricevere rinforzi. A tale situazione disperata si aggiungeva lo stato della duchessa già afflitta dalle doglie del parto. Sperando nella clemenza dello zio per sé e verso quelli che le erano stati fedeli e l'avevano seguita nella Torre, Maria Donata infine si arrese. Spogliata di quasi tutto quello che aveva con sé fu mandata con i suoi figli a Spinazzola, mentre con quelli che le erano stati fedeli, dice il Tarantino, il Principe Orsini fu spietato, perché ''dicea che essi dovevano rendersi subito e non ubbidire a una Donna in cosa che non potea avere buon fine per loro": li fece impiccare tutti ai merli della Torre. Conclusa questa impresa il Principe si affrettò a recarsi ad assediare Canosa, sperando che una volta presa questa città avrebbe potuto facilmente conquistare Barletta e impossessarsi di tutti i territori al di qua dell'Ofanto. Dopo pochi mesi, nel dicembre dello stesso anno 1462, Giannantonio Orsini fu strangolato nel Castello di Altamura, pare per ordine di Re Ferdinando che, dimentico di quanto Maria Donata aveva fatto, si comportò ferocemente contro il marito di lei, Pirro. Infatti, nel 1485, dopo la famosa Congiura dei Baroni contro di lui nella quale Pirro aveva avuto una parte in primo piano, il Re finse di perdonare i congiurati e li invitò a convito proprio per sanzionare la fine del dissidio. Durante il banchetto però li fece prendere e sgozzare. I loro corpi, chiusi in sacchi, furono buttati in mare. Altri episodi riguardanti, sia pure marginalmente la Torre, avvennero in seguito. Nel 1502, durante la guerra fra Francesi e Spagnoli per il possesso del Regno di Napoli, i primi occuparono Minervino. Nell'aprile dello stesso anno, appresa la notizia della conquista di Bisceglie da parte di Consalvo di Cordova, i Minervinesi decisero di parteggiare per gli Spagnoli. Allora il Gran Capitano mandò subito delle truppe per eliminare il presidio francese che si trovava nella Città. Costoro all'arrivo degli Spagnoli si chiusero nel Castello e nella Torre, ma furono immediatamente isolati. Erano sul punto di arrendersi, quando improvvisamente giunse Luigi d'Ars, capitano francese, con trecento cavalieri e quattrocento fanti con l'intento di liberarli. Ne seguì un violento combattimento con perdite gravi da ambo le parti. Alla fine i Francesi riuscirono a rilevare i presidi assediati nel castello e nella Torre, ma non potendo fronteggiare gli Spagnoli, che erano sensibilmente superiori di numero, si ritirarono verso Venosa. Poco tempo dopo però i Francesi, che si trovavano in Melfi, Lavello, e Venosa, in una delle loro puntate offensive, ripresero Minervino, provocando vari e gravi danni al suo territorio e a quelli vicini di Spinazzola e Montemilone. Intanto i pastori transumanti d'Abruzzo non volevano condurre i loro armenti a svernare in Puglia per timore dei danni che avrebbero potuto ricevere dagli Spagnoli che erano in Barletta e in Andria. Allora il comandante Generale dei Francesi, Duca di Nemours, si offrì di proteggerli e di risarcire gli eventuali guasti subiti. A questo scopo rinforzò i presidi francesi in Cerignola, Canosa, Minervino e Spinazzola. Per essere più pronto ad intervenire pose il suo quartiere generale in Minervino. Qui infatti si trova il Duca quando avvenne la famosa Disfida, detta di Barletta. Successivamente la Torre servì in talune circostanze come luogo di presidio di soldati, che la utilizzarono anche come osservatorio ma non consta sia stata teatro di altre vicende storiche.
Il Castello di Minervino Murge sorge sul margine del paese, sulla sommità della collina più a nord, in chiara posizione difensiva. La piazza antistante è ora denominata “A. Moro” (già Trento e Trieste), ma la gente, da sempre la intende anche coma piazza “Castello”. La costruzione dell'ala più antica del castello risale all’epoca normanna, presumibilmente nel 1042 e fu terminata agli inizi del 1300, come attestato da uno stemma del feudatario Giovanni Pipino posto all'ingresso di una torre negli ambienti che oggi ospitano il Museo Civico Archeologico. Dopo essere stato utilizzato per secoli come fortezza (in particolare ricordiamo gli assedi e le battaglie del 1341 e del 1350 tra la famiglia dei Pipino e quella dei Del Balzo) il Castello conobbe nella prima metà del 1600 una serie di profonde modifiche ad opera dei Principi Pignatelli, feudatari tra il 1619 e il 1657, che lo trasformarono in una lussuosa dimora, aggiungendo tutto il corpo anteriore e la facciata, che un ampio cortile separa dalla parte normanna. In questo periodo fu costruito un corridoio interno che collegava il castello alla chiesa di San Francesco (oggi chiesa di Sant’Antonio o del Purgatorio), al fine di far assistere alle funzioni religiose i componenti della nobile famiglia all'interno della struttura protetta. L'utilizzo continuato sino ai nostri giorni del castello, ha portato a modificare sostanzialmente la struttura, si pensi che sino all’inizio degli anni ’70 il castello era sede del Municipio, della Pretura, del Commissariato di P.S., della Stazione Carabinieri e del carcere mandamentale. Oggi è sede del Municipio, del Museo archeologico, dell’Ufficio del Il Giudice di Pace ed ha, ancora intatti ( sono stati dismessi da sette-otto anni), gli ambienti del carcere mandamentale. L'utilizzo continuato sino ai nostri giorni del castello, ha portato a modificare sostanzialmente la struttura al punto che oggi, al suo interno, non conserva alcuna di quelle decorazioni che dovevano certamente abbellirlo.
Foto: quella della torre da http://www.sipuglia.com, quella del castello è di Mimmo Pazienza su http://www.panoramio.com