GEMONA DEL FRIULI (UD) – Castello
Che sulla rocca di Gemona, da ogni parte scoscesa - meno verso levante - sia
stato costruito in epoca preistorica, un «castelliere», non si può escludere
perché il sito vi si prestava ottimamente, né affermare perché non ne rimane
memoria né vestigio. Che nel periodo della dominazione romana vi sorgesse
almeno una vedetta o un piccolo castrum è più che verisimile, ma non ne
troviamo traccia. Quando i Longobardi in guerra contro gli Avari (611) fortificarono
il castrum Glemonae probabilmente non fecero altro che riattare e rinsaldare
quella primitiva opera di difesa, affidandola ai loro «arimanni» più volte
ricordati nei documenti posteriori. Nel sec. XI appare nel luogo una nobile
famiglia, col titolo di «domini de Clemona», forse discendente dagli antichi
«edelingi» longobardi, oppure immigrata con i primi conti del Friuli
(l’identità dei colori del suo stemma con quelli dei Signori di Villalta,
feudatari liberi del conte, fa pensare ad una possibile parentela). A costoro
sarà dovuta l'erezione d'un primo maniero; però nelle carte del Duecento c’è
memoria di due costruzioni contigue, di cui una doveva appartenere al Patriarca
(castrum domini Patriarchae). Certamente al costituirsi di Gemona in libera comunità,
cessò la giurisdizione feudale dei Signori, che acquistarono il castello e il
predicato di Pràmpero (un ramo della famiglia rimase o ritornò a Gemona e vi
appare fino al secolo scorso come appartenente alla nobiltà cittadina); e la
rocca di Gemona appartenne al Comune. Infatti, il più antico documento che si
conosca, relativo all'esistenza di libere Comunità in Friuli (1189) è una
cessione di parte del castello di Gemona ad Enrico conte del Tirolo (Commune in
Clemaun tertiam oppidi sui partem Henrico comiti Tyroli tradit). Sul principio
del Trecento edifici ed opere di fortificazione subirono radicali riforme e
ingrandimenti, onde assunsero l'aspetto che restò poi immutato per secoli. (
Marchetti
Giuseppe, Gemona ed il suo mandamento, Udine, 1958). Dai fianchi della
rocca partivano le mura di tutte e tre le cerchie, di cui abbiamo notizia o
traccia. La prima cerchia, costruita probabilmente prima del mille, si
appoggiava al dirupo sopra l’Altaneto, raggiungeva gli attuali terrapieni che
sostengono il duomo ed abbracciava solo l’antico nucleo abitato intorno a
Portuzza. La seconda, voluta e sovvenzionata dal patriarca Bertrando
abbracciava anche l’abitato retrostante alle case Elti ed al Municipio, fino
alla Piazza Nuova (l’attuale Piazza Garibaldi) e alla Porta del Giunamo
(probabilmente sorgeva alla fine della precedente piazza), scendendo poi lungo
l’attuale
via Liruti e riaccostandosi al Castello; la terza, di cui fino al terremoto si
vedevano ancora notevoli tratti, abbracciava la Zuccola, il borgo di Villa, il
convento di Santa Chiara, e poi ripiegava davanti al Santuario di Sant’Antonio
e ritornava al castello appena sopra l’attuale via Dante. Alla fine del
Seicento questa cerchia era ancora tutta visibile con le sue merlature, con le
porte, guardate da torri, coi ponti sui fossati. Le mura, che in più punti
minacciavano di crollare a causa del tempo e dei terremoti, sono state progressivamente
demolite dopo la metà del 1800 e così pure le porte di accesso alla città. Al
giorno d’oggi rimane solo Porta Udine. Fino ai terremoti del 1976, di tutto il
complesso medievale del Castello risalente ai secc. XIII-XIV rimanevano le
seguenti strutture: la torre centrale, detta campanaria o dell'orologio (a sud
di questa torre si dice che sorgesse in antico la cappella di S. Dorotea
vergine e martire aquileiese del I secolo), con la campana della Comunità
(1784) nella quale sono raffigurati i Protettori della Terra gemonese, S.
Tommaso Apostolo, S. Michele Arcangelo e S. Antonio di Padova, con sotto la
scritta: HIS DEFENSORIBUS GLEMONA TUTA (la sicurezza di Gemona si deve a questi
difensori); gli avanzi delle strutture murarie perimetrali dell'antico Castello
medioevale racchiudenti due cortili (nella parte muraria nord-est, dello
spessore di m. 2, è ricavato il portale d'ingresso ad arco acuto del Trecento,
nella parte nord-ovest si notano diverse monofore romaniche, mentre nella parte
sud-ovest sporgono due bertesche), la torre di levante abbassata e ridotta, nel
1826, a prigione distrettuale prima e manda mentale poi, in funzione fino al
1967; la torre di ponente, detta la «torate», con avanzi di tre muraglie
merlate alla guelfa e traforate da quattro bifore romaniche (caratteristici gli
avanzi strutturali di due bertesche o guardiole). Sul lato di levante, sempre
fino ai terremoti del 1976, si scorgeva pure un tratto della vecchia cinta che
racchiudeva, alla sommità del colle, l'intero sistema difensivo. Del suddetto
Castello si ha pure una visione in una incisione del 1771, nelle «Notizie di
Gemona» di G.G. Liruti, Si dice che, essendo una parte del Castello assai
pericolante, i Gemonesi, nel 1381, decidessero di demolirla. Infatti di diverse
pietre del Castello si servirono: il massaro del Comune, per restaurare le
mura, nel 1396, ed il cameraro del Duomo per rifare il muro del cimitero
(attuale sacrato). Caduto in abbandono, con l'avvento del dominio veneto (1420)
fu ripetutamente adoperato come cava di pietra: nel Quattrocento e nel 1522,
rispettivamente per la ricostruzione e la sopra elevazione di un piano
dell'antico ospitale di S. Michele; nel 1503, per la costruzione dell'attuale
palazzo Comunale; nel 1825, per il rifacimento della struttura muraria della
facciata principale del Duomo. Il Castello servì inizialmente come residenza
dei Signori di Gemona e poi come abituale dimora del capitano patriarcale con
annessi gli alloggi per le guardie, l'armeria per le milizie e i magazzini per
le vettovaglie in caso d'assedio, nonché il tribunale e le carceri. La parte
residenziale doveva trovarsi nella torre di ponente. (
Clonfero Guido,
Gemona del Friuli, guida storico artistica, Udine, 1994). Una delle tre
torri, quella di Levante, nel 1826, fu abbassata e ridotta a prigione
mandamentale. Nei primi venti anni del nostro secolo il numero dei carcerati fu
piuttosto elevato: ne troviamo ben 108 nel 1910 (102 maschi e 6 femmine).
Allora non c'erano molte garanzie. Anche le guardie comunali riuscivano a mettere
al fresco persone trovate sul "fatto", che poteva essere il semplice
furto di una mela fatto da un minorenne. Durante la Prima Guerra Mondiale le
carceri del castello ospitarono soprattutto militari, accusati di diserzione o
di spionaggio. II cibo era scarsissimo e ci furono delle giornate nelle quali i
prigionieri furono costretti a un digiuno forzato per mancanza di viveri. A partire
dal 1920 il numero dei carcerati cominciò a diminuire e la conduzione diventò
sempre più familiare ... E nel 1967 le carceri vennero chiuse; qualche anno
dopo vennero utilizzate per una mostra; si parlò a lungo di una loro
utilizzazione a museo ma poi non se ne fece nulla. Negli anni precedenti alla
chiusura, il loro guardiano, il buon Gori, diede una mano alla Pro Glemona per
la pulizia dei giardini, utilizzando anche i reclusi, ben felici di godere di
un po' di aria libera, di vedere qualche cristiano e di essere ricompensati con
un pacchetto di sigarette ... Sempre in quegli anni l'infaticabile Cilio Boezio
costruì con cemento e sabbia un castelletto al centro della fontana,
divertendosi poi a raccontare ai meravigliati turisti che quell'opera era stata
intagliata nella roccia. La fontana era stata costruita dal Centro di
Addestramento Lavoratori (IAL) diretto da Eligio Bellina. (
Cancian Tito,
Gemona Gemona Gemona, Udine, 1999). Il castello di Gemona ha seguito,
nella disastrosa rovina, il destino della città che gli era cresciuta intorno.
Lasciato in abbandono dai tempi della dominazione veneta, era rimasto,
connaturato col paesaggio, un simbolo rassicurante: il vuoto che ha lasciato
sul colle turba non solo i Gemonesi, ma anche, nel loro ampio ventaglio, paesi
circostanti. (
Casolo Ercole Emidio, Perché Gemona, Udine, 1977). Dal
dicembre 2008 sono stati riaperti i giardini pubblici del castello, e dal 2010
si svolgono durante i mesi estivi eventi musicali, culturali e teatrali nell’ambito
della manifestazione “
Castel Animato”, organizzata dalla Pro Glemona. Sul
castello si tramanda una misteriosa leggenda. Molto tempo fa, un ambulante
giunse a Gemona in una notte d’estate. Non avendo soldi si fermò a dormire
sotto il Palazzo del Comune. A mezzanotte, però, venne svegliato da strani
rumori. Una voce gli sussurrò: “Se hai coraggio domani sera a quest’ora fatti
trovare nuovamente qua”. La notte seguente l’anima tornò alla stessa ora e
disse all’ambulante: “Vieni con me alla torre del castello, lì dovrai gettare
un sasso e poco dopo vedrai una tremenda bestia a cavallo di una cassa con una
chiave in bocca; non dovrai spaventarti, il tuo compito sarà quello di
strappare la chiave al mostro prima che scocchi l’una di notte. L’ambulante
fece quanto richiesto ma proprio quando sembrava avercela fatta scoccò l’una; la
bestia e la cassa scomparvero tra le fiamme. La povera anima disse così all’ambulante:
“Avevo la speranza di essere liberata da te; purtroppo ora dovrà nascere un
nuovo albero da cui ricavare la culla per un altro uomo che possa aver maggior
fortuna”. Altri link per approfondire:
http://www.glemone.it/archivio/monumenti_storici/castello.htm
(con foto precedenti e succcessive al terremoto del 1976), http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/gemona
Fonti:
http://www.ilcastellodigemona.it/il-progetto/cenni-storici,
http://www.prolocogemona.it/index.php?castello-gemona-del-friuli,
http://www.friulani.net/web/db/nel-castello-di-gemona/
Foto: la prima è una cartolina della mia collezione (in cui
è ripreso il castello prima del terremoto del 1976), la seconda è di fabiosete
su
http://www.panoramio.com/photo/18005327,
infine la terza è presa da http://www.mariolinapatat.it/wp-content/uploads/2012/06/DSC00015_rid.jpg