mercoledì 14 gennaio 2015

Il castello di mercoledì 14 gennaio






CASTELPIZZUTO (IS) - Castello baronale

Non abbiamo notizie di Castelpizzuto anteriori alla dominazione angioina. Nel 1269 Carlo I d'Angiò lo assegnò in feudo a Tommaso d'Evoli. Al declinare del secolo, Castelpizzuto venne diviso in tre parti, e i tre utilisti furono Gualtiero da Ponte, Nicola Roccafoglia e, forse, Alferio d'Isernia. Morto Gualtiero senza prole nel 1312, la quota a lui intestata venne incamerata e venduta al predetto Alferio. Alferio d'Isernia nel 1316, avendo acquistato la quota del Roccafoglia divenne signore integrale di Castelpizzuto e nel 1333 gli successe il primogenito Nicola. Si ignora quanto tempo durò la signoria dei d'Isernia, quantunque si possa presumere che si sia protratta per tutto il secolo XIV. Castelpizzuto divenne in tale periodo feudo dei Gaetani, che ne erano in possesso certamente nel 1456, anno in cui ne figura titolare Giacomo Gaetani. In seguito fu feudo dei Pandone ai quali successero i Capece Galeota, il cui dominio fu brevissimo. Dai Galeota il fuedo passò alla famiglia d'Agostino; e Silvia d'Agostirio isernina (consorte di Cesare di Blasio, triventino) ebbe a successivi eredi nel feudo i figli Giulio Cesare e Donato. La d'Agostino nel 1575 vendette Castelpizzuto ai Terzi che a loro volta cedettero il feudo ad un membro della famiglia Monacello. Nel 1597 Silvia d'Agostino riscattò il feudo che più tardi, o per vendita o per eredità, passò in dominio dei Marchesano, che lo vendettero in favore della casa di Blasio. Ai di Blasio successe casa Sommaia, ed a questa la famiglia de Vincentiis anteriormente al 1640, e fino al 1713, quando morì Francesca de Vincentiis consorte di Carlo Terzi cavaliere di San Giacomo. In tal modo, Castelpizzuto tornò alla famiglia Terzi, che la detenne in feudo sino all'eversione della feudalità, col titolo di Conte. L'ultimo titolare dei Terzi per Castelpizzuto fu il Conte Pasquale Terzi, in vita nel 1806. Il castello conserva nella struttura le forme tipiche di un edificio medioevale adibito a scopi militari - sono infatti visibili segni delle antiche fortificazioni - e poi rimaneggiato secondo una prassi altrettanto tipica in epoca rinascimentale per assecondare esigenze non più difensive. Nell'edificio è inserita una torre angolare di forma cilindrica e mozza. Nello scorso secolo il palazzo è stato diviso tra i nuovi proprietari, subendo ulteriori modifiche e divisioni interne. L'edificio si affaccia davanti alla chiesa del paese, su una piccola piazza. La sua facciata originale è stata definitivamente compromessa, in parte è stata intonacata e sono state create nuove aperture. Nulla è rimasto della sua antica imponenza. Si distinguono due piani. Al primo piano, centralmente rispetto alla facciata, si apre il portone principale, in pietra con arco a tutto sesto. Alla sua destra vi è un altro portone, di dimensioni minori, anch'esso in pietra, che oggi probabilmente costituisce l'ingresso di un'altra abitazione. Ai due lati dei portoni vi sono oggi due garages. Nel piano superiore si aprono tre finestre di scarso valore artistico. Nello zona retrostante l'edificio si conserva la torre medievale circolare: questa si affaccia sul cortile, al quale si può accedere da un cancello posto a sinistra rispetto alla facciata. Il piano basso è quello che è riuscito a conservarsi meglio dai lavori di ristrutturazione e di adattamento che l'edificio ha subìto. Non è stato così per il secondo piano, radicalmente trasformato. Il palazzo oggi non è visitabile in quanto è un’abitazione privata.

Fonti: http://www.comune.castelpizzuto.is.it/pag_storia.html, http://www.mondimedievali.net/Castelli/Molise/isernia/provincia000.htm#castelpizz, http://www.molise.org/territorio/Isernia/Castelpizzuto/Arte/Monumenti/Palazzo_Baronale

Foto: premesso che non sono sicuro che l'edificio inquadrato sia proprio il castello.....da http://www.fotoeweb.it/molise/Castelpizzuto/Foto%20di%20Castelpizzuto.jpg e di Christian Del Pinto su www.mondimedievali.net

martedì 13 gennaio 2015

Il castello di martedì 13 gennaio






MONTAQUILA (IS) - Castello

Di sicuro si può affermare che il territorio di Montaquila, è nominato per la prima volta nell'VIII sec. d.C., in un atto notarile del luglio 962, menzionato nel Chronicon Volturnense. Il documento cita l'esistenza nel territorio montaquilano di una chiesa intitolata ai S.S. Medici Cosma e Damiano, la quale viene donata dal Duca longobardo Arechi II, tra il 758 e il 760 d.C., al Santo abate Tato, confondatore e II abate di San Vincenzo al Volturno. Montaquila, dunque, sorse nel periodo alto-medievale e fu alle dipendenze del monastero stesso forse fino a tutto il periodo normanno. Il territorio di Montaquila costituiva la parte centrale dei possedimenti di San Vincenzo al Volturno. Con il periodo militare, costituito dai Normanni, si ha quindi il mutamento del villaggio Olivella che venne denominato MONTIS AQUILIS o MONS AQUILUS che può significare tanto monte dell’aquilone, “luogo o monte dove spira il vento che soffia da settentrione  o più semplicemente “luogo cupo”, poiché “aquilus” in latino può significare anche “folto, denso, cupo” e quindi “Monte Cupo cioè avvolto da estese zone boschive”.Quest’ultimo potrebbe costituire il vero significato del toponimo. Dunque nulla ha a che vedere con “le Aquile” o con l’ipotesi tutta da dimostrare che sul territorio dell’attuale Comune sorgeva la celebre città sannitica di Aquilonia. I castelli di Montaquila e Roccaravindola che dominano la strada per la Campania non furono fondati dal Monastero di San Vincenzo, ma sono menzionati per la prima volta nel Catalogus Baronum del 1150, dopo che tutta la parte meridionale della terra era passata dalla parte dei normanni. Montaquila è sempre stata pertinenza di Terra di Lavoro, come si può facilmente riscontrare dalle cartografie storiche del Regno di Napoli e fu inserita nel contado del Molise solo dopo l’Unità d’Italia avvenuta nel 1860. L’abitato più antico di Montaquila si attesta, con un andamento quasi circolare, sulla parte più alta di una conformazione naturale che, a causa di interventi urbanistici sicuramente posteriori all’eversione della feudalità, ha perso il carattere scosceso originario. Le sovrapposizioni edificatorie del XIX secolo, successive alla demolizione delle porte e di una parte consistente delle mura di difesa, rendono difficile la lettura dell’impianto difensivo che genericamente possiamo definire angioino, anche se esistono ragionevoli motivi per ritenerlo più antico, almeno normanno. Comunque sia, è da ritenere che in questo periodo una preesistente cinta muraria sia stata dotata di un sistema di torri a scarpa che oggi, sia pure malamente, ancora si riconoscono. La prima è contigua al complesso murario che dobbiamo ritenere essere stato l’originario castello prima di essere trasformato, secondo il solito, in un edificio baronale con funzioni esclusivamente residenziali. Tale torre è stata privata della corona merlata, ma conserva i segni molto rovinati di una feritoia successivamente murata. Sul muro a scarpa che la collega alla seconda torre è stata impiantato un edificio che ha conservato l’antico paramento esterno. Sostanzialmente riparata nella parte basamentale con la sostituzione parziale della scarpa crollata, presenta caratteristiche che fanno ipotizzare che la parte inclinata sia una sorta di rinforzo applicato ad un preesistente impianto verticale. La parte apicale merlata è frutto di una ricostruzione recente, mentre si è persa ogni traccia delle feritoie che sicuramente esistevano per il tiro radente sul tratto di muro che in questo punto piega decisamente per raccordarsi alla terza torre. Il muro di difesa, sebbene molto danneggiato, in questa parte conserva i caratteri originali a scarpa fino al limite di ciò che rimane di un sistema che fa pensare alla preesistenza di una portella ormai quasi del tutto scomparsa. Infatti i ruderi di questa terza torre potrebbero essere quanto rimane dell’apparecchiatura di controllo di una piccola porta che permetteva l’accesso al nucleo urbano a conclusione di un modesto percorso esterno che seguiva l’andamento avvolgente della cinta muraria. Della torre gemella della piccola porta non rimane traccia, ma il disegno planimetrico generale, che in questo punto vede piegare il muro quasi ad angolo retto, impone di immaginarne la preesistenza. Di un’altra torre immediatamente vicina rimangono tracce nell’impianto degli edifici che dal XIX secolo in poi si sono attestati sulla linea muraria meridionale. Da questa piccola torre, totalmente inglobata nelle sovrapposizioni e trasformata recentemente in modesta cappella privata della famiglia Rossi, il muro proseguiva a scarpa completando il giro del nucleo urbano con andamento a linea spezzata con piccoli tratti rettilinei molto probabilmente raccordati da non meno di quattro torri ormai del tutto scomparse. Su questo tratto di murazione si sviluppava il piano di ronda che corrisponde all’attuale via Plebiscito fino a raggiungere la porta principale dell’abitato che era sistemata nell’area retrostante la chiesa dell’Assunta. Non è del tutto chiaro come funzionasse la difesa in questa parte della cinta muraria, ma è da ritenere che vi fosse un articolato sistema che si collegava al muro esterno del castello che, ovviamente, andava ad occupare la parte apicale di tutta l’area urbana e del quale attualmente si riconosce l’impianto nell’ex palazzo baronale Montaquila-Caracciolo. In questo edificio si alternarono i feudatari di casa Montaquila.
Fonti: testo a cura dell'Architetto Di Meo Domenico su http://www.comune.montaquila.is.it, http://www.francovalente.it/2007/10/05/montaquila-2 (testo a cura di Franco Valente)
Foto: entrambe di Franco Valente, prese da http://www.francovalente.it/2007/10/05/montaquila-2/

lunedì 12 gennaio 2015

Il castello di lunedì 12 gennaio






MURISENGO (AL) - Castello

A celebrare la grandezza e l'imponenza di questo antico castello è rimasta la grande torre che è la parte più antica dell'edificio risalente ai primi del Duecento. Con la caduta dei Marchesi del Monferrato il castello subì molti danni e successive ricostruzioni che lo portarono a perdere la sua "forma" primitiva. Il maniero appartenne prima ai Radicati di Brozolo, poi agli Scozia dal 1420 fino al 1883, anno in cui passò al marito di Donna Tarsilla Scozia, Francesco Guasco Gallarati Marchese di Bisio e di Francavilla, oggi identificabili nel paese di Francavilla Bisio. Tra le mura in rovina di questo castello, nel 1813 Silvio Pellico scrisse la tragedia Francesca da Rimini. Nel 1814, scriveva il Canonico Giuseppe de Conti in merito a Murisengo: “Comune del Cantone di Montiglio. Villaggio e Castello anch’essi sulla ponta d’alto e fertile colle già infeudato in titolo di Contea nella famiglia Scozia suddetta di Casale, ha riputazione di grande antichità, poiché vuolsi che, San Candido della Legion Tebea, il di cui corpo qui si venera, abbia ivi, ne’ primi secoli della Chiesa riportato la corona del martirio”. Come antico maniero non esiste che la merlata torre, così, della sua storia, si hanno pochi ed incerti dati. L’origine dell’edificio è velata di mistero. Da un registro di memorie dell’archivio di casa Scozia, compilato verso il 1730, risulta che tutte le pergamene e le carte anteriori al Quattrocento andarono perdute negli incendi e saccheggi dai quali furono più volte funestati il castello e gli umili edifici del villaggio rurale. La distruzione del primo e ben munito edificio guerresco deve essere avvenuta in epoca molto posteriore al 1400. Le caratteristiche dell'edificio fanno pensare che esso sia stato ricostruito non oltre il 1600. In un atto notarile del 1775 si legge la seguente iscrizione che, era incisa su una pietra della torre ora introvabile: “Hostibus arx fortis – Sed amicis gratior aula mei – Bernardinus Scocia – Stare dedit XII calen. Maij MDX. (Per i nemici roccaforte, ma per gli amici miei, corte gradevole. – Diede inizio ai lavori il 20 aprile 1510). Dall’epigrafe si può dedurre che la costruzione della torre rimonta al 1510. Da quell’epoca essa subì alterazioni e modificazioni dovute al tempo e agli uomini, alle mode e alla necessità. Nei mesi estivi ed autunnali, sulla torre, sventolava la bella bandiera giallo-azzurra (a simboleggiare l’oro superbo e l’azzurro fedele) dei Guasco di Bisio. Nella seconda metà dell’Ottocento, la parte alta dell’antica torre a base quadrata, venne arricchita di una merlatura tutt’oggi visibile. Dell’antica Torre merlata si narra che, una certa Giulietta, ultima custode del Castello, all’età di ottantotto anni, cadde dall’alto della torre, volendo imitare il volo dei rondoni. L’entrata del castello è di recente costruzione. Falso antico. In stile medioevale, essa fu costruita nel 1891 su disegno del Conte Giuseppe Ferrari d’Orsara. Tra la porta e la merlatura è stata murata una terracotta raffigurante l’Assunzione della Vergine di Luca della Robbia. Ai lati sono affrescati gli stemmi degli Scozia e dei Guasco. Spada e croce. Esercito fedele. Gli amori più alti e più puri delle grandi famiglie piemontesi sono espressi e significati dalla sala d’armi e dalla chiesina. Dal vestibolo si passa nella cappella con esemplare cura d’arte e con mistica devozione. L’altare è ornato da un trittico rappresentante nel mezzo la Vergine del Rosario ed, ai lati, i fonfatori della cappella, Marchesi Francesco e Tarsilla Bisio, genuflessi e oranti, sorretti dai rispettivi Santi protettori. Le sale dell’appartamento d’onore sono ampie, severe e ariose. Dall’atrio si passa nella sala da biliardo, le cui pareti erano decorate da otto tele ad olio coi ritratti, estatici, dei principali personaggi di Casa Guasco, illustri nelle milizie, nelle magistrature e nelle cariche di Corte. La singolare bellezza del principesco ambiente è data dall’alto soffitto a sette volte: le due estreme portano dipinto, al centro, lo stemma degli Scozia, le altre formano lo stemma dei Guasco, inquartato con il gonfalone papale in petto. Sotto il cornicione, bellissima e policroma araldica istoria, sono dipinti gli stemmi delle famiglie paterne di tutte le spose entrate in casa Guasco. Dopo un lungo restauro, committente un privato, il castello dalla metà del 2012 è disponibile per visite guidate durante manifestazioni, eventi, mostre e cerimonie. Ho trovato sul web questo interessante video di danytorino (http://www.youreporter.it/video_il_castello_di_Murisengo). Il castello ha un sito internet ufficiale: http://www.castellodimurisengo.it
Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Murisengo#Castello_di_Murisengo,  http://www.murisengo.com/
Foto: di jimmylu su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/234514/view e di calviz su http://www.panoramio.com

domenica 11 gennaio 2015

Il castello di domenica 11 gennaio







GEMONA DEL FRIULI (UD) – Castello

Che sulla rocca di Gemona, da ogni parte scoscesa - meno verso levante - sia stato costruito in epoca preistorica, un «castelliere», non si può escludere perché il sito vi si prestava ottimamente, né affermare perché non ne rimane memoria né vestigio. Che nel periodo della dominazione romana vi sorgesse almeno una vedetta o un piccolo castrum è più che verisimile, ma non ne troviamo traccia. Quando i Longobardi in guerra contro gli Avari (611) fortificarono il castrum Glemonae probabilmente non fecero altro che riattare e rinsaldare quella primitiva opera di difesa, affidandola ai loro «arimanni» più volte ricordati nei documenti posteriori. Nel sec. XI appare nel luogo una nobile famiglia, col titolo di «domini de Clemona», forse discendente dagli antichi «edelingi» longobardi, oppure immigrata con i primi conti del Friuli (l’identità dei colori del suo stemma con quelli dei Signori di Villalta, feudatari liberi del conte, fa pensare ad una possibile parentela). A costoro sarà dovuta l'erezione d'un primo maniero; però nelle carte del Duecento c’è memoria di due costruzioni contigue, di cui una doveva appartenere al Patriarca (castrum domini Patriarchae). Certamente al costituirsi di Gemona in libera comunità, cessò la giurisdizione feudale dei Signori, che acquistarono il castello e il predicato di Pràmpero (un ramo della famiglia rimase o ritornò a Gemona e vi appare fino al secolo scorso come appartenente alla nobiltà cittadina); e la rocca di Gemona appartenne al Comune. Infatti, il più antico documento che si conosca, relativo all'esistenza di libere Comunità in Friuli (1189) è una cessione di parte del castello di Gemona ad Enrico conte del Tirolo (Commune in Clemaun tertiam oppidi sui partem Henrico comiti Tyroli tradit). Sul principio del Trecento edifici ed opere di fortificazione subirono radicali riforme e ingrandimenti, onde assunsero l'aspetto che restò poi immutato per secoli. (Marchetti Giuseppe, Gemona ed il suo mandamento, Udine, 1958). Dai fianchi della rocca partivano le mura di tutte e tre le cerchie, di cui abbiamo notizia o traccia. La prima cerchia, costruita probabilmente prima del mille, si appoggiava al dirupo sopra l’Altaneto, raggiungeva gli attuali terrapieni che sostengono il duomo ed abbracciava solo l’antico nucleo abitato intorno a Portuzza. La seconda, voluta e sovvenzionata dal patriarca Bertrando abbracciava anche l’abitato retrostante alle case Elti ed al Municipio, fino alla Piazza Nuova (l’attuale Piazza Garibaldi) e alla Porta del Giunamo (probabilmente sorgeva alla fine della precedente piazza), scendendo poi lungo l’attuale
via Liruti e riaccostandosi al Castello; la terza, di cui fino al terremoto si vedevano ancora notevoli tratti, abbracciava la Zuccola, il borgo di Villa, il convento di Santa Chiara, e poi ripiegava davanti al Santuario di Sant’Antonio e ritornava al castello appena sopra l’attuale via Dante. Alla fine del Seicento questa cerchia era ancora tutta visibile con le sue merlature, con le porte, guardate da torri, coi ponti sui fossati. Le mura, che in più punti minacciavano di crollare a causa del tempo e dei terremoti, sono state progressivamente demolite dopo la metà del 1800 e così pure le porte di accesso alla città. Al giorno d’oggi rimane solo Porta Udine. Fino ai terremoti del 1976, di tutto il complesso medievale del Castello risalente ai secc. XIII-XIV rimanevano le seguenti strutture: la torre centrale, detta campanaria o dell'orologio (a sud di questa torre si dice che sorgesse in antico la cappella di S. Dorotea vergine e martire aquileiese del I secolo), con la campana della Comunità (1784) nella quale sono raffigurati i Protettori della Terra gemonese, S. Tommaso Apostolo, S. Michele Arcangelo e S. Antonio di Padova, con sotto la scritta: HIS DEFENSORIBUS GLEMONA TUTA (la sicurezza di Gemona si deve a questi difensori); gli avanzi delle strutture murarie perimetrali dell'antico Castello medioevale racchiudenti due cortili (nella parte muraria nord-est, dello spessore di m. 2, è ricavato il portale d'ingresso ad arco acuto del Trecento, nella parte nord-ovest si notano diverse monofore romaniche, mentre nella parte sud-ovest sporgono due bertesche), la torre di levante abbassata e ridotta, nel 1826, a prigione distrettuale prima e manda mentale poi, in funzione fino al 1967; la torre di ponente, detta la «torate», con avanzi di tre muraglie merlate alla guelfa e traforate da quattro bifore romaniche (caratteristici gli avanzi strutturali di due bertesche o guardiole). Sul lato di levante, sempre fino ai terremoti del 1976, si scorgeva pure un tratto della vecchia cinta che racchiudeva, alla sommità del colle, l'intero sistema difensivo. Del suddetto Castello si ha pure una visione in una incisione del 1771, nelle «Notizie di Gemona» di G.G. Liruti, Si dice che, essendo una parte del Castello assai pericolante, i Gemonesi, nel 1381, decidessero di demolirla. Infatti di diverse pietre del Castello si servirono: il massaro del Comune, per restaurare le mura, nel 1396, ed il cameraro del Duomo per rifare il muro del cimitero (attuale sacrato). Caduto in abbandono, con l'avvento del dominio veneto (1420) fu ripetutamente adoperato come cava di pietra: nel Quattrocento e nel 1522, rispettivamente per la ricostruzione e la sopra elevazione di un piano dell'antico ospitale di S. Michele; nel 1503, per la costruzione dell'attuale palazzo Comunale; nel 1825, per il rifacimento della struttura muraria della facciata principale del Duomo. Il Castello servì inizialmente come residenza dei Signori di Gemona e poi come abituale dimora del capitano patriarcale con annessi gli alloggi per le guardie, l'armeria per le milizie e i magazzini per le vettovaglie in caso d'assedio, nonché il tribunale e le carceri. La parte residenziale doveva trovarsi nella torre di ponente. (Clonfero Guido, Gemona del Friuli, guida storico artistica, Udine, 1994). Una delle tre torri, quella di Levante, nel 1826, fu abbassata e ridotta a prigione mandamentale. Nei primi venti anni del nostro secolo il numero dei carcerati fu piuttosto elevato: ne troviamo ben 108 nel 1910 (102 maschi e 6 femmine). Allora non c'erano molte garanzie. Anche le guardie comunali riuscivano a mettere al fresco persone trovate sul "fatto", che poteva essere il semplice furto di una mela fatto da un minorenne. Durante la Prima Guerra Mondiale le carceri del castello ospitarono soprattutto militari, accusati di diserzione o di spionaggio. II cibo era scarsissimo e ci furono delle giornate nelle quali i prigionieri furono costretti a un digiuno forzato per mancanza di viveri. A partire dal 1920 il numero dei carcerati cominciò a diminuire e la conduzione diventò sempre più familiare ... E nel 1967 le carceri vennero chiuse; qualche anno dopo vennero utilizzate per una mostra; si parlò a lungo di una loro utilizzazione a museo ma poi non se ne fece nulla. Negli anni precedenti alla chiusura, il loro guardiano, il buon Gori, diede una mano alla Pro Glemona per la pulizia dei giardini, utilizzando anche i reclusi, ben felici di godere di un po' di aria libera, di vedere qualche cristiano e di essere ricompensati con un pacchetto di sigarette ... Sempre in quegli anni l'infaticabile Cilio Boezio costruì con cemento e sabbia un castelletto al centro della fontana, divertendosi poi a raccontare ai meravigliati turisti che quell'opera era stata intagliata nella roccia. La fontana era stata costruita dal Centro di Addestramento Lavoratori (IAL) diretto da Eligio Bellina. (Cancian Tito, Gemona Gemona Gemona, Udine, 1999). Il castello di Gemona ha seguito, nella disastrosa rovina, il destino della città che gli era cresciuta intorno. Lasciato in abbandono dai tempi della dominazione veneta, era rimasto, connaturato col paesaggio, un simbolo rassicurante: il vuoto che ha lasciato sul colle turba non solo i Gemonesi, ma anche, nel loro ampio ventaglio, paesi circostanti. (Casolo Ercole Emidio, Perché Gemona, Udine, 1977). Dal dicembre 2008 sono stati riaperti i giardini pubblici del castello, e dal 2010 si svolgono durante i mesi estivi eventi musicali, culturali e teatrali nell’ambito della manifestazione “Castel Animato”, organizzata dalla Pro Glemona. Sul castello si tramanda una misteriosa leggenda. Molto tempo fa, un ambulante giunse a Gemona in una notte d’estate. Non avendo soldi si fermò a dormire sotto il Palazzo del Comune. A mezzanotte, però, venne svegliato da strani rumori. Una voce gli sussurrò: “Se hai coraggio domani sera a quest’ora fatti trovare nuovamente qua”. La notte seguente l’anima tornò alla stessa ora e disse all’ambulante: “Vieni con me alla torre del castello, lì dovrai gettare un sasso e poco dopo vedrai una tremenda bestia a cavallo di una cassa con una chiave in bocca; non dovrai spaventarti, il tuo compito sarà quello di strappare la chiave al mostro prima che scocchi l’una di notte. L’ambulante fece quanto richiesto ma proprio quando sembrava avercela fatta scoccò l’una; la bestia e la cassa scomparvero tra le fiamme. La povera anima disse così all’ambulante: “Avevo la speranza di essere liberata da te; purtroppo ora dovrà nascere un nuovo albero da cui ricavare la culla per un altro uomo che possa aver maggior fortuna”. Altri link per approfondire: http://www.glemone.it/archivio/monumenti_storici/castello.htm (con foto precedenti e succcessive al terremoto del 1976), http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/gemona

Fonti: http://www.ilcastellodigemona.it/il-progetto/cenni-storici, http://www.prolocogemona.it/index.php?castello-gemona-del-friuli, http://www.friulani.net/web/db/nel-castello-di-gemona/  

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione (in cui è ripreso il castello prima del terremoto del 1976), la seconda è di fabiosete su http://www.panoramio.com/photo/18005327, infine la terza è presa da http://www.mariolinapatat.it/wp-content/uploads/2012/06/DSC00015_rid.jpg

sabato 10 gennaio 2015

Il castello di sabato 10 gennaio






ARQUATA DEL TRONTO (AP) – Rocca della Regina Giovanna D’Angiò

E’ una vera e propria fortezza che venne costruita per scopi bellici. Si tratta di un esempio di architettura militare dell’Appennino Marchigiano risalente al 1200 circa. La fortezza è stata di fatto costruita al confine tra le regioni di Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo. Si trova a sud del Monte Vettore ed è ovviamente in una posizione di dominio sopra il paese di Arquata del Tronto, sovrastando la Strada Consolare Salaria che connette il Mar Tirreno all’Adriatico, per uno snodo stradale che anche in epoca romana aveva funzioni essenziali per l’Impero Romano. La storia della fortezza è ovviamente legata a quella di Arquata, da sempre zona di confine contesa tra varie città. La costruzione della rocca iniziò tra l’anno 1000 ed il 1100 e proprio intorno a questa costruzione proseguì lo sviluppo del borgo. Dopo la morte di Federico II, la città di Ascoli decise di aumentare e migliorare i controlli difensivi sul territorio minacciato da Manfredi di Sicilia, figlio del Re svevo. Per questo si dovette realizzare un Forte che proteggesse il territorio ascolano da attacchi esterni. Nel corso del XIII secolo furono costruite le mura di cinta e la roccaforte posta a guardia e a difesa della zona montana della Valle del Tronto. Alla realizzazione dell'opera contribuirono concretamente anche Amatrice e Castel Trione. Norcia, confederata con Arquata dal 1251, il 7 agosto 1255, la cedette ad Ascoli insieme ai possedimenti di Accumoli, Sommati, Tufo, Capodacqua, Roccasalli e Terre Summantine. Dal XIII al XVI secolo, la Rocca ed Arquata vissero alterne vicissitudini fatte di guerre e conflitti con gli altri castelli vicini, specialmente con Norcia, mentre il dominio sulla fortezza fu rivendicato e conteso da Ascoli. Dopo la morte di Papa Giovanni XXII, Ascoli si proclamò repubblica indipendente e Arquata, fedele al papato, cercò di sottrarsi al dominio ascolani. Negli anni 1798 e 1789, nel periodo della dominazione francese, Arquata fu assorbita nel territorio del Dipartimento del Clitunno che aveva per capoluogo la città di Spoleto. In questa fase storica, la fortezza venne ristrutturata con casematte e piazzole d’artiglieria; nel 1860, appena dopo l’unità d’Italia, la rocca venne abbandonata e si trasformò in un rudere, ma fortunatamente all’inizio del 1900 vennero avviati dei lavori di restauro che consentirono la ricostruzione della torre più alta e del torrione esagonale. Altri lavori hanno permesso di creare una sala polifunzionale all’interno. Tutto l’edificio è stato definito come una realizzazione elegante ed equilibrata. Ovviamente la fortezza è il risultato di numerosi interventi. La struttura della Rocca è stata creata con dei blocchi di pietra arenaria locale, mentre sulla parte superiore delle torri si trova un'opera di “aggetto realizzata in laterizio e travertino, rifinita da una merlatura a coda di rondine”. L'impianto essenziale della rocca si caratterizza per una cinta muraria, gli edifici delle 2 torri e alcuni resti di un terzo torrione. L’intera area è stata circondata da un parco che racchiude gli spazi della fortezza e la rampa di accesso della rocca. Gli edifici sono collegati tra di loro tramite una recinzione in muratura con un cammino di ronda. Nel tessuto murario del recinto si trovano blocchi di pietra di grandi dimensioni. Il primissimo elemento edificato sul colle fu il torrione di pianta esagonale, alto circa 12 metri e situato allo spigolo sud-est. Collegata al torrione esagonale si trovava la cinta muraria, lunga 70 metri. L’unico lato scoperto del colle era caratterizzato da un percorso che univa il torrione al paese. La torre nord – 24 metri di altezza e a base quadrata di 7x7 m - venne realizzata alla fine del 1300 ed era collegata con la zona sud tramite una doppia cinta muraria - dotata di apparato aggettante, con piombatoi, e il cammino di ronda sostenuto da archetti - che delimitava un grande spazio interno di forma rettangolare delle dimensioni di m. 21x24. All'interno di questo piazzale vi dovevano essere diverse costruzioni che consentivano a decine di persone di poter abitare per mesi la rocca. Come in tutti i territori di questa zona, anche la rocca cela un mistero di leggenda tra le sue mura. Secondo la tradizione popolare, essa fu residenza della regina Giovanna d'Angiò (detta Giovanna la pazza) tra il 1420 ed il 1435. La sovrana, probabilmente, avrebbe ricostruito la rocca che, all’epoca, rappresentava l'ultimo avamposto di difesa del Regno di Napoli. Il racconto vuole che la sovrana era abituata ad invitare nella sua stanza, posta sulla torre più alta, i giovani pastori per intrattenersi con loro durante la notte. Il destino e la sorte degli ospiti erano però legati al giudizio della donna che, se non contenta, non esitava a far appendere i malcapitati ai torrioni del maniero. Da questa storia deriva definizione "Castello della Regina Giovanna", altro nome con cui localmente è conosciuta la Rocca. Si narra che durante le notti d’estate, nei pressi della fortezza, si possano ancora udire i lamenti del fantasma della sovrana che si aggira nel castello, dimostrando ancora oggi di possedere quella indomabile irrequietezza che contraddistinse la sua esistenza. Il 19 Agosto di ogni anno si svolge la tradizionale manifestazione la “Discesa della Regina Giovanna”, in cui si ricorda la presenza della Sovrana. Si tratta di una rievocazione storica in costume medievale dove i figuranti discendono dalla fortezza e, percorrendo le strette vie del borgo, giungono fino al centro del paese. Il corteo è aperto dai musicisti che con i loro tamburi annunciano l’arrivo della sovrana, seguita dai paggetti che le sostengono lo strascico dell’abito e dalle dame di corte. A questi si aggiungono damigelle, notabili, soldati, arcieri, sbandieratori, giullari e pastori. In piazza viene allestito per l’occasione un grande banchetto a base di pietanze medievali allietato da danzatori, musicisti ed artisti che propongono giochi di strada. Per approfondire, consiglio la visita del seguente sito: 
Cliccando sul seguente link potrete vedere diverse foto della rocca trattata: http://www.arquatadeltronto.com/it/multimedia/galleria-fotografica/category/4-la-rocca-di-arquata-del-tronto.html


Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, mentre la seconda è presa da https://castlesintheworld.wordpress.com/2014/11/10/rocca-di-arquata-del-tronto-2/

venerdì 9 gennaio 2015

Il castello di venerdì 9 gennaio






POGGIARDO  (LE) - Castello Guarini

Ubicato al centro del paese ed esattamente in Piazza Umberto I, l'edificio fu eretto, almeno la sua parte più antica, non oltre la metà del XIV secolo. In origine comprendeva una torre circolare angioina e si presentava come una struttura difensiva e massiccia, avente scopo di vedetta. L'edificio divenne proprietà della famiglia Guarini nella seconda metà del Quattrocento e venne ampliato e restaurato in modo da perdere la sua originaria funzione di difesa. Di proprietà di Marco Antonio Guarini di Lecce era descritto in questo modo : " E' terra con mura e fossato, con castello all'entrata, con cento fuochi (.); ha due miglia di territorio ed è terra fertile di vino. Olio e frumento; sta in una bella pianura. Possiede due appezzamenti: uno seminativo si chiama Soraniello, l'altro posseduto in parte si chiama Ortelle, ambedue congiunti e contigui al Poggiardo". Nel castello vi era un oratorio o cappella privata, in cui per privilegio concesso dalla Santa Sede si celebrava la messa nei giorni festivi e in altri feriali per tutti quelli che ci abitavano. L'ultimo Guarini ad abitare nel palazzo fu il Duca Carlo che, dopo il matrimonio con Donna Teresa Frisari dei Duchi di Scorrano (1894),affidò il palazzo di Poggiardo allo zio Ignazio Guarini, per andare a vivere nel palazzo di Scorrano. Negli Anni Cinquanta del Novecento, l'edificio divenne di proprietà di Donna Eleonora Guarini figlia del Duca Giovan Battista. Rimasto disabitato, per qualche periodo mobili, tele, quadri e suppellettili rimasero al loro posto per la gioia dei visitatori. In seguito, a causa di deprecabili furti, tutto fu trasferito a Lecce nella Villa delle Tre Colline di proprietà dei Guarini. Il fossato corrispondente fu recintato e convertito in "giardinetto d'agrumi" e attorno all'antica fortezza sorsero altri corpi di fabbrica. Le trasformazioni più vistose si ebbero lungo il secolo scorso. Il "giardinetto d'agrumi" prospiciente sulla Piazza Umberto I cedette il posto alla costruzione di vari ambienti a piano terra, supportanti l'ampio ed arioso terrazzo, quasi sempre dati in locazione. Oggi il castello è in fase di ristrutturazione.

Fonti: http://www.icastelli.it/castle-1237974839-castello_guarini_di_poggiardo-it.php, http://www.ipalazzi.it/palazzo/p_1837.html, http://it.wikipedia.org/wiki/Poggiardo#Architetture_militari, http://www.borghiautenticiditalia.it/bai/comune-di-poggiardo-le/

Foto: di Polalz su http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Palazzo_Guarini_Poggiardo.JPG e di lemonelle su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/71071/view

giovedì 8 gennaio 2015

Il castello di giovedì 8 gennaio






PAPASIDERO (CS) - Castello Normanno-Svevo

Il centro storico del paese si presenta con un impianto urbanistico tipicamente mediavale, che si è costituito all'incirca tra i secoli XI e XIII prendendo avvio da una rocca longobarda diventata castello in epoca Normanno-Sveva (1190-1250), ampliato nal periodo Angioino (1300) ed Aragonese (dal 1400 al 1500). Il nome Papasidero deriva dal nome di un'Abate (Papas-Isidoros, padre o prete Isidoro) capo di un convento nella regione mercuriense, patria del monachesimo Basiliano. Papasidero dal 1500 subì un'aumento della popolazione e fu elevato ad Università Feudale (Comune). Il paese appartenne agli Alitto di discendenza normanna, ai Sanseverino e agli Spinelli di Scalea ai quali rimase fino al 1806. Il grande castello sorge in posizione dominante rispetto al centro urbano, su uno spuntone roccioso detto "L’Armi" e domina le valli del fiume Lao e Ombrece. Il suo impianto medievale irregolare che segue il ciglio della rupe fa pensare ad una origine normanna; i successivi adeguamenti sono leggibili nei baluardi eretti in difesa dell’ingresso e nelle torri quadrate. Tra i ruderi, all’interno, una corte piccola e una più grande di disimpegno ai numerosi locali della residenza. Il castello si presenta inoltre come struttura realizzata con pietre appena sbozzate messe in opera con molta malta, spigoli ed ornie di pietre di tufo squadrate, riprese con laterizi. Dopo il primo periodo, presumibilmente normanno, il castello, adeguato più volte ad opera delle famiglie succedutesi come i Marsico, gli Alitto e gli Spinelli, nel Settecento fu trasformato da questi ultimi in palazzo. L'edificio presenta una pianta grosso modo rettangolare, con una sola torre semicircolare; anticamente, doveva essere il punto di raccordo della cinta muraria.

Fonti: http://atlante.beniculturalicalabria.it/schede.php?id=93, http://www.calabriaportal.com/castelli-fortezze/215-castello-di-papasidero.html, http://papasidero.altervista.org/ita/

Foto: da http://www.papasidero.info/cenni-storici/ e da http://www.comuni-italiani.it/078/092/foto/