domenica 7 febbraio 2016

Il castello di domenica 7 febbraio






RUDA (UD) – Castello in frazione Saciletto

Il toponimo “Saciletto” ha a che vedere con le rogge di risorgiva che ne solcano il territorio. L’ipotesi più recente è che il nome derivi da Sac, ovvero ansa di fiume. Infatti, se osserviamo il luogo dove sorgeva l’antico abitato di Saciletto, è possibile vedere come il percorso di numerose rogge di risorgiva lo circondava come in una conca. La storia di Saciletto si confonde con la storia del suo celebre castello: alcuni storici suppongono sia già esistito in epoca longobarda con funzioni di vedetta, facente parte della linea  difensiva della Bassa friulana. Un longobardo, Andreas de Zazil, citato nel 1139, avrebbe posto la prima pietra del “Castrum Zazilet”. Sin dal 1263 è documentata la presenza di una struttura fortilizia, il Castrum Zazilet. A partire dal XIII secolo, il castrum Zazilét fungeva da postazione di controllo dell'antica strada che collegava Aquileia a Cividale del Friuli. Proprio a causa della sua strategicità logistica, il castello fu più volte oggetto di contesa fra i conti di Gorizia ed il patriarca d'Aquileia. Acquistato nel 1303 dal Patriarca di Aquileia Ottobuono di Razzi per contestare le mire sulla Bassa friulana dei Conti di Gorizia, fu da questi ultimi attaccato e distrutto nel 1309. E così rimase a lungo in rovina, tanto che da tutti la località veniva ricordata come "Sacilettum Castrum Desolatum", sino al XV secolo. Il 16 maggio 1491 venne venduto dalla Repubblica di Venezia a Bernardino Floriano Antonini che lo ristrutturò e destinò ad usi residenziali. Gli Antonini rimasero proprietari sino alla fine del XIX secolo, quando poi passò al Conte Roma. Nei primi giorni di guerra del 1915 l’Italia conquistò rapidamente le terre a destra dell’Isonzo, tra cui Ruda. Questa venne a trovarsi presso il fronte e il castello divenne sede del Tribunale militare. Dopo il conflitto, il castello di Saciletto venne acquistato nel 1923 da Enrico Paolo Salem, futuro podestà di Trieste, che lo ristrutturò con linee romantiche, tra cui spicca la torre. Venne requisito dai Tedeschi nella II Guerra Mondiale e molte suppellettili andarono perse. Venne quindi acquistato dai marchesi D' Angeri-Pilo di Boyl sino alla fine del Novecento, quando venne acquistato dal sig. Volpato, che ha proceduto a ristrutturarlo. Oggi è un'abitazione privata. Il complesso architettonico, racchiuso in una cinta muraria di stile neogotico, è costituito dalla villa, dalla cappella gentilizia dedicata a Sant’Antonio da Padova e dagli annessi rustici. La pianta ha un andamento poligonale irregolare. Un ampio giardino paesaggistico con piante di alto fusto e arbustive di varie e raffinate essenze si sviluppa all'interno della recinzione neogotica che racchiude anche l'edificio principale. Il corpo gentilizio, fortemente condizionato dall'assetto del fortilizio preesistente, si presenta come un palazzetto: un elemento a torre caratterizza la parte centrale e su una delle facciate interne è collocata una meridiana.La cappella gentilizia è una costruzione che viene fatta risalire ad anni compresi tra il tardo XVII secolo e i primi del secolo successivo. Altro link consigliato: http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/saciletto


Foto: la prima è di Spifferi su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/70921, la seconda è di Mauro Cargnello su http://www.panoramio.com/photo/10902150

venerdì 5 febbraio 2016

Il castello di sabato 6 febbraio






MARANO DI NAPOLI (NA) – Castello svevo Belvedere in frazione Monteleone

Dopo i Romani a Marano si avvicendarono Bizantini, Normanni, Svevi e Angioini. In questi secoli sorsero i nuclei originari della città: un villaggio denominato Balisano (o Vallesana), un altro che era il vero è proprio casale di Marano (e quindi identificabile nel centro storico) e il casale di Turris Marano (o Marano delle Torri) nei pressi di Monteleone. Proprio nella zona di Monteleone l'imperatore Federico II fece edificare un castello adibito a residenza di caccia che, tuttavia, alla sua morte fu incendiato a causa di una sollevazione popolare; fu fatto ricostruire dal re Carlo I D’Angiò nel 1275, il quale costrinse sessanta famiglie a risiedere nelle vicinanze dello stesso, fondando di fatto la frazione denominata San Rocco. Con la venuta a Napoli degli Spagnoli, Marano si trasformò in un cantiere cambiando il proprio volto. Nel 1630, oltre a comprendere il suo storico territorio, la città inglobava Quarto e il territorio dell'attuale Monterusciello. Inoltre sino a questa data Marano faceva parte dei casali demaniali di Napoli; tuttavia gli organi di governo, a causa delle difficoltà finanziarie dello Stato, decisero di alienare il casale, insieme ad altri, per ingrossare le casse. Il casale fu dunque venduto ad Antonio Manriquez, marchese di Cirella, al quale successe il figlio Diego nel 1631. A Diego successe la sorella Caterina (nel 1637) e alla sua morte, nel 1690, ad Eufrasia Serbellone (figlia di Caterina Manriquez). Dal 1704 Marano passò ai nobili Caracciolo. Noto anche come Monteleone, il castello Belvedere sorge sulle pendici orientali del cratere di Quarto. L'ingresso è rivolto verso sud-ovest e da qui lo sguardo si affaccia sull'intera conca di Quarto, per giungere poi alla lascia litoranea, ed oltre ancora all'isola di Ischia. La struttura della fortezza si presenta meno alterata rispetto al gemello castello Scilla. L'impianto rettangolare, con i lati di 37 e 40 metri, si sviluppa intorno ad un unico cortile centrale e mostra sei torri rettangolari ai lati; la fabbrica si sviluppa su due piani ed è completamente in tufo. Notevoli sono le finestre che corrono lungo il perimetro esterno del castello: difatti, accanto ad aperture chiaramente moderne (il castello è attualmente abitato), si incontrano monofore e una bifora a sesto acuto. Particolare è il riscontro di quattro aperture circolari (oculi), murate, dal raggio piuttosto ampio che corrono lungo il fronte nord-ovest e la facciata, poco più in alto del portale in tufo modanato. L'interno del castello è profondamente modificato dalla continuità di vita ed è difficile oggi riconoscere le funzioni dei vari locali, ma può ipotizzarsi un'organizzazione simile a quella del castello Scilla. Si accede al cortile interno dove,in posizione centrale, troviamo un pozzo che raccoglie le acque piovane tramite un articolato sistema di canali. Di fronte è un doppio forno, unico nel suo genere. Sulla destra, attraverso un arco acuto, si accede alla scala in piperno che, per mezzo di un ballatoio (originariamente in legno) conduce al primo piano. Certa è la destinazione del piano superiore agli alloggi del signore, mentre il piano inferiore doveva ospitare gli ambienti di servizio ed infine i sotterranei servivano da magazzini. Ecco un gruppo Facebook dedicato al recupero e alla valorizzazione di questo castello (consiglio la sua visita perché potrete trovare molte altre notizie e foto del monumento): https://www.facebook.com/pages/Federico-II-a-Marano-di-Napoli-1227-Castello-di-Belvedere/191004674938


Foto: la prima è di videoguidi su http://www.panoramio.com/photo/83205369 mentre la seconda è di marvis77 su http://www.panoramio.com/photo/86531696

Il castello di venerdì 5 febbraio






SOVERE (BG) - Castello Foresti

Il castello dei Foresti a Sovere era molto importante perché era posizionato in un punto nodale dei traffici commerciali in epoca medioevale. Sovere era infatti un passaggio obbligatorio che congiungeva la val Seriana con val Cavallina e il Sebino, attraverso la strada che passava sulla sponda destra del Borlezza. A Sovere, questa strada, si divideva in tre parti: una costeggiava i paesi di Rovetta, Fino del Monte e Castione fino ad arrivare alla valle di Scalve, importante per le sue miniere di ferro; un'altra parte, arrivava a Lovere dopo aver attraversato il torrente Borlezza con un ponte in pietra, di cui non sono restate tracce e che poi, nell'Ottocento, fu sostituito da un altro ponte che univa le due rocciose rive opposte del fiume; la terza via andava ad allacciarsi con la val Cavallina fino a giungere alla strada che costeggiava il lato sud del lago, passando per Castro e per gli altri paesi rivieraschi. La strada per la val Borlezza era una facile via commerciale che collegava l'alta valle Seriana alla valle di Scalve fino a giungere in territorio di Brescia; per questo i traffici lungo di essa furono sempre ostacolati da Bergamo che nel XIII secolo costruì la strada che collegava la città alla val Seriana, riattivando gran parte dell'antico tracciato romano. In seguito Bergamo proibì che le merci prodotte nei paesi della valle Seriana venissero mandate nel territori bresciano, concedendo solo che le merci bresciane venissero vendute nel mercato di Castro. Per rafforzare il potere commerciale di Bergamo, Ludovico Moianoni nel 1571 progettò la costruzione di un canale navigabile da Sovere fino a Bergamo attraversando tutta la valle Cavallina, appoggiandosi al lago di Gaiano, quello di Endine e al fiume Cherio. L'intenzione era quella di contrapporsi alla via di comunicazione che da Lovere portava a Brescia stabilendo a Sovere un porto che evitasse quello più antico di Lovere. Il castello nacque per ragioni militari imposte dalle continue lotte tra Guelfi e Ghibellini. La torre, a base quadrangolare, sorse nel XIII secolo sulla sponda destra del torrente Borlezza verso la chiesa di san Martino lungo la strada per la valle Borlezza. Il castello venne costruito in un posizione favorevole da cui si poteva controllare tutta la zona. Le mura sono caratterizzate da grossi conci quadrati di pietra calcarea locale, disposti simmetricamente, le cui dimensioni diminuiscono gradualmente nella parte superiore. In corrispondenza degli spigoli vi sono blocchi di maggiore dimensione. Sui vari lati vi sono varie aperture rettangolari: quelle al piano terra sono protette da inferriate. Il castello fu ampliato nel '550 affiancando alla torre un palazzetto rinascimentale caratterizzato da un porticato formato da quattro grandi archi a tutto sesto, poggianti su eleganti colonne in pietra. Tutto l'edificio è stato costruito i tempi diversi pertanto lo stile non è armonico. Gli interni del castello e della torre sono stati adattati più volte a residenza in varie epoche, anche recenti, e di fatto è stata modificata l'originaria disposizione degli spazi. Oggi il castello di Sovere appare in un preoccupante stato di degrado e solo un serio intervento di restauro conservativo potrebbe assicurarne la sopravvivenza e restituirlo alle esigenze quotidiane dell'intera comunità senza alterare la storia della costruzione. La torre ha sulla facciata una meridiana ottocentesca ora restaurata, ed è oggi sotto la tutela della Sovraintendenza delle Belle Arti. La famiglia Foresti arrivò a Sovere nel '300 da Solto Collina e si estinse nel 1700.


Fonti: http://www.ettoremajorana.gov.it/progetti/castelli/sovere00.htm, http://www.comune.sovere.bg.it/schede.aspx?azione=schede&id_sottosezione=10&id_sezione=2, http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00153/

Foto: entrambe di Lucia Morandini su http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A060-00153/

giovedì 4 febbraio 2016

Il castello di giovedì 4 febbraio






MARANO DI NAPOLI (NA) - Castello Scilla

Alcuni studiosi vogliono che intorno all'anno 1275 Carlo d'Angiò, per proteggere la Campania Felix dalle scorrerie dei pirati saraceni, fece edificare due identici castelli distanti tra loro tre miglia e mezzo: il Belvedere, così chiamato per l'amena ubicazione, sorto sul ciglio del cratere di Quarto, ed il castello Scilla a dominio dell'antico casale di Marano. Ma in un registro di Carlo d'Angiò del 1268, dunque pochi decenni prima dell'ipotetica erezione dei castelli, l'attuale città di Marano è denominata “Turris Marane”. Questo toponimo rende forte una tesi alternativa riguardante la nascita delle fortificazioni, che vuole la loro edificazione ad opera di Federico II (tra il 1227 ed il 1229), il quale si adoperò ad affermare la presenza imperiale sul territorio. Per organizzare l'attività edilizia all'interno del regno, l'Imperatore fece redigere nel 1231 lo “Statutum de reparatione castrorum”, ovvero un elenco di castelli e domus solaciorum da ristrutturare, accanto al quale si accostò una parallela attività edilizia ex novo. Carlo d'Angiò provvide sicuramente alla riedificazione del castello Monteleone, avvalendosi dell'ingegno di Pietro de Chaule e Bausolino de Linnays, in seguito ad un incendio divampato al termine della dominazione sveva. Entrambi i castelli furono amministrati dalla famiglia della Marra, originaria di Amalfi, che riscontriamo in varie fonti. Federico II che nominò Angelo della Marra a “visitator generale sopra tutti gli officiali del regno”. Nel XVI sec. il castel Belvedere venne acquisito dalla famiglia Monteleone mentre i Della Marra tennero il castello Scilla sino al 1696, quando la fortezza divenne proprietà di Guglielmo Ruffo di Calabria. I Ruffo rimasero padroni sino agli inizi del XIX secolo, periodo nel quale i due castelli furono abbandonati e lasciati all'occupazione contadina. Oggi le strutture sono abitate, frazionate e non curate. Nel corso degli ultimi decenni è andata persa la memoria storica di quei luoghi, che ancora mantengono l'imponenza del passato pur risultando mutilati irrimediabilmente. Nato come baluardo difensivo e predominio dei casali sottostanti, il castello Scilla, dalla sua sommità, domina l'intera vallata (Marano, Mugnano, Calvizzano, Villaricca, Giugliano, Qualiano), estendendo la sua protezione alla popolazione delle aree circostanti, le quali, avendo la certezza di poter disporre di un rifugio sicuro, potevano attendere serenamente allo sviluppo delle attività agricole. Il castello, realizzato con la locale pietra tufacea, oggi presenta una confusa summa di stili architettonici ed ha, più che altro, somiglianza ad un palazzo baronale, ma originariamente doveva essere, come il castel Belvedere, a pianta rettangolare con sei torri di difesa. Fino a pochi secoli fa era dotato di un ampio fossato, riempito nel 1878 in occasione della realizzazione della via Marano-Pianura, ed al lato nord una scoscesa a picco lo rendeva inaccessibile. L'ingresso al maniero, un tempo protetto ai lati da torrette, è rivolto a mezzogiorno ed è ornato da un portale in tufo. La costruzione risulta oggi completamente trasformata per l'uso abitativo. Gli spazi comuni sono divisi in due corti: nella prima, una scala in lapillo immette ai piani superiori, una tempo addetti alle dipendenze interne. Una seconda scala conduce alle segrete, le prigioni del “Tribunale di Campagna”. I locali del pianterreno erano occupati dal corpo di guardia, dalle scuderie, dalle cucine e dalla servitù. Antistante l'ingresso, v'è la cappella a pianta rettangolare, originariamente dedicata a S. Nicola di Bari, oggi intitolata alla Madonna del Castello. Accanto gli spazi religiosi, attraverso una porticina, si accede ai sotterranei (sottostanti il lato nord della fabbrica e la cappella) che ospitavano magazzini e cantine per conservare le derrate agricole provenienti dalle masserie adiacenti. Questi ambienti ipogei sono sorretti da sei archi in tufo. In fondo a questa prima corte, attraverso un arco fornito di camminamento per il servizio di guardia, si accede al secondo cortile nel quale sono ancora oggi visibili tre cisterne per la raccolta delle acque.
Fonti: testo di Ilaria Turco su http://www.castcampania.it/marano.html
Foto: entrambe di videoguidi, su http://www.panoramio.com/photo/83204603 e su http://www.panoramio.com/photo/83204519

mercoledì 3 febbraio 2016

Il castello di mercoledì 3 febbraio






GENOLA (CN) - Castello Tapparelli D'Azeglio

Le prime notizie certe su Genola risalgono a un documento del 7 marzo 1033 concernente la donazione di un maso effettuata dal marchese di Susa, Olderico Manfredo II, e dal vescovo di Asti, Alrico, ai monaci del convento di Susa. All'inizio dell'XI secolo ebbe luogo la fondazione del priorato di San Nazario, che, localmente, costituì un importante centro per l'assistenza spirituale della popolazione, e un punto di riferimento per la diffusione della cultura; la sua erezione risale ai monaci benedettini dell'abbazia dei Santi Vittore e Costanzo di Villar San Costanzo. Con la formazione, nel XII secolo, attorno al monastero di un piccolo centro abitato furono erette le chiese di San Michele e di Santa Maria. Sulle rovine di quest'ultima o nei suoi pressi, verso la prima metà del Quattrocento, i conti Tapparelli fecero costruire la nuova chiesa parrocchiale, posta sotto il titolo di Santa Maria della Rotonda. Nel 1050 il territorio di Genola faceva parte dei possedimenti della marchesa di Torino, Adelaide, consorte di Oddone I di Savoia, alla quale, con atto del 23 maggio 1078, successe il conte Alberto di Sarmatorio, esponente di prestigio del casato degli Alinei. Seguì un periodo alquanto oscuro durante il quale vediamo primeggiare Robaldo IV, marito della celebre contessa Alisia di Ventimiglia, Sinfredo, Ruffino e Operto; gli ultimi due furono capostipiti delle importanti linee dei Ruffini di Marene e degli Operti di Fossano. La città di Fossano, sin dalla fondazione avvenuta verso la fine del XII secolo, cercò di incorporare nel proprio comune tutto o parte del territorio di Genola sul quale Savigliano vantava diritti acquisiti da tempo immemorabile. Seguirono lunghe e complesse trattative, che portarono le parti a sottoscrivere, il 10 settembre 1263, un accordo in base al quale Fossano acquisì i due quinti del borgo di Genola; i rimanenti tre quinti rimasero a Savigliano. Questa singolare divisione diede origine, nel corso dei secoli, a liti e a processi che, sovente, per la loro complessità e la difficoltà dei giudici a emettere sentenze, richiesero l'intervento dei sovrani sabaudi. Per porvi fine, nel 1808, Napoleone Bonaparte accordò a Genola l'indipendenza comunale. La nobile famiglia Tapparelli si stabilì a Genola tra il 1336 e il 1341, al tempo della seconda dominazione angioina. Dopo l'acquisto di estese proprietà terriere, il 27 settembre 1346 tre suoi membri, Gioffredo, Leone e Petrino, ottennero dal siniscalco della regina Giovanna I di Napoli l'autorizzazione a erigere il maestoso castello, che tutt'oggi costituisce il simbolo del paese. L'autorità del casato si consolidò con la concessione, accordata il 18 aprile 1349 dal principe Giacomo d'Acaja, dell'investitura feudale sul territorio al solo Gioffredo, il capostipite dei Tapparelli conti di Genola. I suoi discendenti ottennero, per secoli, il rinnovo di dette investiture; fra i personaggi più celebri ricordiamo Guiono e Brunone dai quali presero avvio, rispettivamente, la seconda linea dinastica dei Tapparelli signori di Genola, e la terza discendenza dei Tapparelli conti di Genola. Nel 1341 Gioffredo Tapparelli accordò a Genola gli statuti comunali, che furono riconfermati dai suoi successori nel 1449. Questi ultimi sono custoditi nell'Archivio storico dell'Opera pia Tapparelli di Saluzzo. Esercitarono pure diritti feudali su parti di Genola le nobili famiglie dei Gorena di Savigliano, dei Cravetta di Villanovetta, dei Solere di Savigliano, dei Montersino della Morea, dei Valperga di Rivara, dei Canalis di Cumiana, dei Truchi di Levaldigi, dei Taffini d'Acceglio, dei Viancini di Viancino, degli Operti di Fossano e di Cervasca, e dei Galateri di Suniglia e di Genola. Una menzione particolare merita quest'ultima, della quale si hanno notizie sin dal 1150 quando Galateo de' Galateri venne nominato capo dei ghibellini di Savigliano. Molti suoi discendenti primeggiarono nelle armi, nelle lettere, nella religione e nella pubblica amministrazione. Per questi motivi, e per assicurarsi l'appoggio di una famiglia influente, l'imperatore Carlo V, con decreto del 12 ottobre 1529, conferì a Gabriele l'ambito titolo di conte del sacro palazzo lateranense. Fra i numerosi membri di questo casato meritano di essere ricordati Gio Bartolomeo che, con atto del 6 aprile 1510, acquistò dai Tapparelli diversi beni feudali in Genola; Antonio e Girolamo che, il 26 ottobre 1541, conseguirono l'esercizio di diritti su alcuni terreni siti in località Frassinetto; Marc'Aurelio che, nel 1623, ottenne dal duca Carlo Emanuele I l'erezione dei feudi di Suniglia e Genola in contadi transitabili in perpetuo; Carlo Luigi che, l'11 marzo 1791, acquisì per sé e per i suoi eredi i sette dodicesimi dei due quinti del territorio di Genola appartenente alla città di Fossano; Gabriele Giuseppe Maria che, al tempo di Napoleone, per poter continuare a combattere i Francesi, si arruolò nell'esercito dello zar di Russia, conseguendo il grado di generale; Annibale, penultimo discendente della linea sostitutiva dei conti di Suniglia e Genola, celebre pittore e architetto, che, all'inizio del Novecento, progettò e diresse la ristrutturazione della parrocchia di Genola. Il borgo di Genola rimase coinvolto, dal Basso Medioevo all'Età Contemporanea, in eventi che influenzarono, e talvolta sconvolsero, la vita della popolazione. Uno dei più significativi, anche per comprendere lo spirito del tempo, riguardò la contesa che, nel 1490, coinvolse i Tapparelli e le città di Fossano e di Savigliano per l'acquisizione di 850 giornate di terreno. Quest'ultima, al fine di difendere i propri interessi, inviò un contingente militare a occupare il castello e il borgo di Genola. Seguirono scontri armati che causarono alcuni morti. Gli animi erano eccitati al punto che non fu possibile giungere a un accordo, per cui si rese necessario l'intervento della reggente dello Stato sabaudo, Bianca di Monferrato, che impose al Comune di Savigliano una forte penalità, nonché il pagamento di tutte le spese giudiziarie e dei danni subiti dalla comunità di Genola. Le vicende, comunque, più gravi riguardarono le guerre, le occupazioni militari, le carestie, le pestilenze e le calamità naturali che, in talune epoche, colpirono la popolazione del nostro borgo in modo così forte da determinare addirittura un sensibile calo demografico. Le cronache riferiscono della grave pandemia che, nel 1347-48, flagellò il sud Piemonte, causando la morte di un terzo della popolazione. Alcuni anni dopo, nel 1360, Genola fu teatro di cruenti scontri armati fra gli eserciti di Giacomo d'Acaja e di Amedeo VI di Savoia; in seguito il centro abitato restò, per un mese, in balia dei mercenari, che lo saccheggiarono e ne bruciarono le case. La cronica penuria di grano si fece particolarmente sentire nel 1432, accentuata nel 1435 da una forte grandinata e nel 1439 dalla siccità; marcatamente funesto fu pure il 1500 per una epizoozia che decimò il bestiame, le alluvioni che danneggiarono i raccolti, e, infine, la peste che mieté molte vittime. Nei primi decenni del Cinquecento la pianura cuneese venne invasa, più volte, dalle truppe del re di Francia Francesco I e dell'imperatore Carlo V, i quali, a ogni passaggio, imposero agli abitanti di Savigliano e dei paesi limitrofi, fra cui Genola, il pagamento di forti contribuzioni. Le condizioni di vita della popolazione migliorarono nella seconda metà di detto secolo per le riforme apportate all'apparato dello stato dal duca Emanuele Filiberto.
Tragici furono pure gli anni che intercorrono fra il 1629 e il 1631, ricordati dagli storici per le battaglie che infuriarono nelle nostre campagne fra gli eserciti francesi e sabaudi; non meno grave fu l'epidemia di peste che flagellò il sud Piemonte, causando la morte di un rilevante numero di persone, fra cui, a Savigliano, del sovrano sabaudo Carlo Emanuele I. Il Settecento fu molto importante per lo sviluppo urbano del borgo di Genola, in quanto prese avvio, sull'impianto preesistente, quell'espansione edilizia che gradatamente mutò la struttura del centro abitato, portandolo ad assumere l'aspetto che conserva tutt'oggi. L'economia locale risentì positivamente della riorganizzazione su basi moderne della pubblica amministrazione e delle riforme della giustizia, del sistema contributivo e della pubblica assistenza. Più volte, nel corso di questo secolo, la pianura saviglianese tornò a essere il campo di violente battaglie che videro protagonisti gli eserciti del Piemonte, della Francia, dell'Impero austro-ungarico e della Russia. Particolarmente tragica e confusa si fece la situazione a causa delle guerre che, dal 1790 al 1800, sconvolsero l'Europa, delle idee sovversive propagate dalla rivoluzione francese, ma soprattutto della carestia che spinse la popolazione a ribellarsi. Il 5 e il 6 novembre 1799 ebbero luogo, in località Santa Maria e Brantonio di Genola, due sanguinose battaglie che coinvolsero gli eserciti austro-russi e francesi. Il borgo di Genola, con decreto imperiale firmato da Napoleone l'11 gennaio 1808, ottenne l'indipendenza comunale, a far data dal I dello stesso mese. La regina Giovanna I d'Angiò, con atto del 27 settembre 1346, accordò a Gioffredo Tapparelli l'autorizzazione a erigere un fortalitium de lapidibus matonis et calcina, cioè una modesta casa-forte, che costituì il nucleo originario del castello. Esso, nel corso dei secoli, fu sottoposto a diversi lavori di ampliamento e di ristrutturazione per adeguarlo alle esigenze del tempo. Il primo intervento, eseguito nel XVI secolo, comportò l'erezione dell'edificio rinascimentale sito sul lato nord-est. Successivamente, nel 1676, l'architetto Giovenale Boetto realizzò, prospicienti il cortile, tre gallerie sovrapposte, formate da archi a pieno centro, che poggiano su pilastri in muratura a base quadrata; al terzo piano gli archi raddoppiano di numero e dimezzano l'altezza. A questo periodo risalgono anche la costruzione della torretta e la copertura dell'antico maniero con un tetto in tegole. Altro intervento di rilievo venne eseguito, fra il 1785 e il 1795, dall'architetto Michelangelo Vaj, e comportò il riattamento generale della struttura dell'edificio. Verso la fine del XIX secolo il castello passò a far parte del patrimonio dell'Opera pia Tapparelli di Saluzzo, la quale, nel 1923, lo concesse in locazione all'asilo infantile, per poi alienarlo, nel 1976, alla Cassa di Risparmio di Savigliano. L'edificio oggi si presenta come un massiccio quadrilatero con cortina laterizia. E' utilizzato per uffici.

Fonti: testi di Lorenzo Cera su http://www.comune.genola.cn.it/archivio/pagine/Edifici_d_epoca.asp, testo dalla pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di PiGi'Franco su http://www.panoramio.com/photo/14521799, la seconda è una cartolina postale attualmente in vedita sul sito www.delcampe.net

martedì 2 febbraio 2016

Il castello di martedì 2 febbraio





ALBANO DI LUCANIA (PZ) - Palazzo Ducale

Le origini del paese sono molto incerte, a causa delle scarse documentazioni scritte. Tuttavia si ritiene che Albano abbia avuto origine grazie ai Longobardi che nel IX sec. costruirono la loro roccaforte per difendersi dagli attacchi dei Saraceni di Bonar che si erano stanziati nel territorio di Abriola e Pietrapertosa. Durante i secoli esso fu governato da varie famiglie di nobili origini. Albano fece parte della Contea di Tricarico nel periodo normanno-svevo e nel 1268, durante la rivolta ghibellina, si schierò contro gli Angioini. Fino al 1301 fu governato dalla famiglia della contessa Filippa D'Alba. Nel XIV sec. il feudo appartenne a  Giovanni Pipino e successivamente fu assegnato dal re Ladislao alla regina Margherita Nei secoli XV e XVI Albano fece parte del feudo dei Sanseverino. Successivamente passò ai De Ruggiero, che con il titolo di Duchi, lo tennero fino al 2 agosto 1806, anno dell'abolizione del feudalesimo. Albano fu residenza del Duca, come testimonia la presenza del palazzo situato nelle vicinanze della chiesa madre. Ulteriori notizie sull'edificio potete trovarle qui, aprendo i vari file PDF evidenziati: http://www.vincolibasilicata.beniculturali.it/index.php?it/289/elenco-beni-architettonici-del-territorio-di-potenza/ElencoBeniArchitettoniciPOTENZA/4


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Albano_di_Lucania#Storia, http://www.avmstudio.it/lucusnet/basilicata/provincia-di-potenza/120-albanodilucania.html

Foto: di ik8shl su http://www.panoramio.com/photo/32073848

lunedì 1 febbraio 2016

Il castello di lunedì 1 febbraio






LIMOSANO (CB) - Palazzo feudale

Il nucleo più antico di Limosano sorge sulla parte centrale di una collina tufacea, mentre la zona più recente si è sviluppata ai piedi del palazzo ducale che si erge sopra un enorme ed irraggiungibile rupe con strapiombi incredibili. Il centro storico, con la chiesa e l’intrigo insediativo arroccato intorno, testimonia il tipico modello medioevale. Nel contesto, particolare importanza assumono le porte di accesso in Via Cavour e in Via Borgo. Lo stemma locale raffigura una torre alla cui sommità convergono tre comete, simboleggianti la triade S.Angelo Limosano, Limosano e Ripalimosani. Limosano fu sotto la dipendenza del Castaldato di Bojano nei tempi longobardi, e più tardi della contea di Molise. Una delle prime famiglie fondatrici risale all'inizio del dominio Normanno allorché si ha notizia di un tal Roberto Figliolo di Tristano signore di Limosano che insieme a Giovanni Vescovo di Trivento donarono nel 1109 una chiesa sotto il titolo di Santa Illuminata al Monastero di Cassino. In seguito, ne era signore Manfredi Marchisio. All'avvento di Carlo I d'Angiò, il paese fu dato in feudo alla stirpe dei conti di Renan, della Franca Contea. Rodolfo figlio di Giovanni ne era il titolare e nel 1296 vendette il feudo per 80 once. Dalla fine del secolo XIII a tutto quasi il secolo successivo, non si hanno più notizie sulla storia feudale di Limosano tranne che il feudo è stato di proprietà della famiglia Stendardo, Galuccio, Acquaviva. Nello scorcio del secolo XIV, di Limosano era titolare Riccardo Aldomoresco; che nel 1417 vendette il feudo al conte di Campobasso Guglielmo di Gambatesa. Nel 1450 Limosano fu concesso a Francesco Pandone, Conte di Venafro e di Bojano. Nel 1471 divenne feudo di Giovanni d'Alagno. Limosano passò, in seguito a feudo di Piscicella dei Piscicelli. Nel 1495 divenne feudo d'Andrea di Capua Conte di Termoli sino al 1526 anno in cui la vendette a Gennaro di Capua. Dal 1676 al 1715 Limosano fu dominio della famiglia di Grazia. Nel 1715 il feudo fu messo nuovamente all'asta. Esso fu acquistato dai Ceva Grimaldi marchesi di Pietracatella; dai quali passò, in ultimo, alla famiglia Venere (1806) all'indomani dell'abolizione della feudalità. Le fonti non ci danno la possibilità di costituire con precisione la data di edificazione del palazzo nè tantomeno di sapere chi l’ha commissionato. Si ipotizza che il castello sia contemporaneo alla chiesa di San Francesco d’Assisi data la sua vicinanza e quindi datato tra il XII e il XIII secolo. A pochi passi dal palazzo sul lato nord, la chiesa ha una porta secondaria che veniva utilizzata dai nobili per accedere all’edificio. Essendo inserito in un contesto architettonico compatto, a prima vista risulta complicato notarlo tra gli altri edifici che lo circondano. Il castello è formato da pietre di piccole dimensioni utilizzate anche nel rivestimento delle strade che si snodano intorno al borgo antico. Possiamo trarre la conclusione che la fortezza ha la forma di qualunque casa del centro storico. Due sono le caratteristiche che possono aiutarci nella sua individuazione, vale a dire la sua collocazione nella parte più elevata nonchè il fatto che è stato edificato sulla parete di una roccia viva. La fortezza si eleva su tre piani e vi si accede attraverso un portale sormontato da un arco a tutto sesto. La corte presenta una forma quadrata ed è caratterizzata da due scalinate: una posizionata sul lato destro e l’altra invece sul lato sinistro che in sostanza ci permettono di accedere ai piani superiori. Sul lato opposto del portone principale, è collocato un altro ingresso modesto nella sua conformazione che si trova però in una posizione frontale rispetto alla chiesa di Santo Stefano. Attualmente l’interno non è visitabile in quanto il palazzo è di proprietà privata. Per approfondire, suggeriamo la lettura dell'articolo di Franco Valente su http://www.francovalente.it/2008/04/05/limosano-e-silluminata/
 
Fonti: http://www.comune.limosano.cb.it/zf/index.php/storia-comune, http://www.molise.org/territorio/Campobasso/Limosano/Arte/Castelli/Palazzo_Feudale

Foto: la prima è presa da http://www.francovalente.it/2008/04/05/limosano-e-silluminata/, la seconda da http://static.panoramio.com/photos/original/21288755.jpg (http://mapio.net/a/87010823/)