giovedì 7 luglio 2016

Il castello di giovedì 7 luglio





CERNUSCO LOMBARDONE (LC) - Castello

Il nome Cernusco deriva con buona probabilità dal latino "Cisnusculum", che significa "Al di qua del bosco". Il toponimo è citato (nella forma “Cixinusclo”) nell’anno 988. Gli antichi feudatari, i Cernuschi, presero il nome dal paese: poi in seguito a fusione con la casata dei Lurani, per estinzione del ramo maschile dei Cernuschi, nacque nel Settecento il cognome Lurani Cernuschi. Il toponimo Lombardone è invece legato ai Longobardi. A Cernusco Lombardone sono stati rinvenuti reperti archeologici Romani e pre-Romani di una certa importanza. Il periodo in cui il paese è stato più importante è sicuramente quello medioevale: a testimonianza di ciò sono i resti dell'antico Castello, posto in posizione dominante nella parte alta del paese. Fondato su una fortificazione romana, visse il suo splendore dal Mille fino al Cinquecento, quando venne convertito a cascina. Nei pressi del Castello c'era la prima chiesa di Cernusco, demolita su ordine di San Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano. Il castello, nato come avamposto di controllo del territorio, passò dai Longobardi ai Catalani e, in seguito, ai milanesi Visconti usciti vincitori dalla guerra coi Torriani a cui si era alleata Cernusco. Tra gli anni 1994-1995 è stato completamente ristrutturato. L'intervento di recupero è avvenuto sotto il controllo della Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici della Lombardia trattandosi di edificio storico sottoposto alle disposizioni previste dalla legge ed essendo "Monumento Nazionale". La maggior parte della costruzione è di origine medioevale (prima metà del XIV secolo). La torre situata sullo spigolo sud-est è di origine trecentesca edificata con pietre sagomate. L'altra torre, mancante di due lati, situata sullo spigolo nord, fu edificata con pianta rettangolare e ha un'altezza di dieci metri. Il palazzo vero e proprio, costruito in ciottoli e mattoni disposti a spina di pesce, presenta finestre monofore e un loggiato. Il Castello, situato in posizione dominante sulla pianura della Brianza, da cui si gode di una vista spettacolare sulla collina di Montevecchia (rinomata per il suo vino), ha una superficie di di 1270 mq ed è circondato da un giardino di circa 24.000 mq. ove si trovano un fabbricato rustico di 405 mq e una piscina. Un raffinato gazebo permetterà di realizzare il rito civile direttamente presso la residenza. La struttura ricettiva attuale ha un suo sito web ufficiale: http://www.castellocernuscolombardone.com/

Fonti: http://www.comune.cernuscolombardone.lc.it/pagina.php?sez=57&pag=404, http://www.residenzedepoca.it/matrimoni/s/location/castello_di_cernusco_lombardone/, http://www.castellocernuscolombardone.com/#!/ita-il-castello--2

Foto: la prima è presa da http://www.residenzedepoca.it/inc/files/images/partner/lombardia/lecco/castello_di_cernusco_lombardone_x_2012.jpg, la seconda invece da http://www.residenzedepoca.it/inc/files/images/partner/lombardia/lecco/castello_di_cernusco_lombardone_2006.jpg

mercoledì 6 luglio 2016

Il castello di mercoledì 6 luglio



SAN MARCO ARGENTANO (CS) - Torre Normanna

Oggi il centro storico del paese si presenta con l'originaria struttura feudale, lungo la dorsale del percorso che unisce il Duomo e la torre normanna. La parte occidentale, più antica e popolata, è nascosta alla vista, l'altra più esposta e più prossima alla torre coincideva con l'antico quartiere ebraico della Giudeca. Adolfo La Valle, sulla base di documenti conservati nel convento della Riforma, afferma che gli Ebrei erano in San Marco assai potenti: avevano un quartiere segregato che anche oggi si chiama la Giudeca, una piccola Sinagoga, il traffico della seta e dei grani, il monopolio della piazza e dei mercati, speciose tintorie. L'accesso al paese era possibile fino all'Ottocento solo dalla Pie' la Silica che si arrampicava dalla valle del Fullone all'area dove si erge il Duomo. Solo dopo la costruzione della strada cosiddetta militare, che congiungeva Castrovillari con San Fili, la città si aprì ai traffici commerciali con i centri vicini, modificando il proprio assetto urbano che si sviluppò lungo le nuove arterie. La presenza di vari monumenti, chiese, palazzi e blasoni gentilizi è all'origine degli appellativi che ancora connotano questa antica città, definita ancora oggi "normanna" o "dei nobili". E San Marco può ben fregiarsi del titolo città normanna, perché non solo essa fu ripopolata, fortificata e resa in pratica una piccola "capitale" nella Calabria del nord da Roberto il Guiscardo, nel 1050, ma i suoi feudatari successivi furono tutti Normanni, dall'XI al XVII secolo, tranne forse una parentesi nel periodo Svevo. La dinastia reale normanna terminò, come è noto, alla fine del XII secolo quando subentrarono gli Svevi. Durante il regno della dinastia sveva sappiamo - da un documento conservato nell'archivio dei florensi - che nel 1218 era conte di San Marco tale Raynaldo de Guasto, affiancato dalla contessa Agnese, sua moglie, e da Pietro, suo figlio. Raynaldo era anche Capitano e Giustiziere di Calabria e Val di Crati, e pure lui era probabilmente di origine normanna. Si passa poi al 1298, quando divenne Signore di San Marco un altro nobile di sangue normanno, Ruggero di Sangineto, la cui famiglia aveva preso tale cognome dal suo possedimento di Sangineto. Dal 1298 al 1342 San Marco fu infeudata ai Sangineto, i quali ebbero molta influenza nella regione perché i principali membri della famiglia (Ruggero, Francesco, Gerardo e Ruggero II) ricoprirono tutti la carica di Capitano Generale e anche di Giustiziere sia della Calabria e sia di Val di Crati e Terra Giordana. La Signoria dei Sangineto su San Marco terminò nel 1342, quando l'ultima erede di questo ramo del casato, Bionda Sangineto, sposò un altro nobile di sangue normanno, Roberto Sanseverino conte di Terlizzi. Così per via matrimoniale ("maritali nomine") oltre a San Marco entrarono in possesso dei Sanseverino di Terlizzi anche Corigliano, con il titolo di contea, Sangineto, Belvedere, Bollita, Satriano e Salandra. Si ha notizia che nel giorno di questo matrimonio il re Roberto I di Sicilia regalò agli sposi la terra di Regina, sempre in Calabria, con il suo castello. Ad entrare in possesso di tutti questi titoli e feudi fu Giovanna Sanseverino, figlia ed erede di Roberto conte di Terlizzi, che li recò poi in dote al marito Carlo Ruffo, terzo conte di Montalto e signore di Cariati, Paola e Fuscaldo. Tutto il complesso dell'eredità - compreso San Marco - passò quindi, verso il 1375, nelle mani del loro primogenito Antonio Ruffo, quarto conte di Montalto e secondo conte di Corigliano, il quale con dispensa apostolica aveva sposato la cugina Giovannella Sanseverino. Da questo matrimonio nacquero due femmine e due maschi: fu uno di questi ultimi, Carlo, che ereditò tutti i titoli e i feudi, verso il 1383, dopo aver sposato la sua lontana parente in linea materna Francesca Sanseverino, detta "Ceccarella". Da questa unione nacquero solo due figlie legittime, Covella e Polissena. Quest'ultima sposò, nel 1415, Giacomo Mailly (Gran Siniscalco del Regno di Sicilia) ed ebbe assegnato come pegno della sua dote il feudo di San Marco, che nella seconda decade del '400 venne elevato al rango di ducato dalla regina Giovanna II. Dopo la morte di Polissena, nel 1445, il ducato di San Marco passò, come da accordi familiari precedenti, al nipote Antonio Sanseverino (figlio di Ruggero Sanseverino e di Cubella Ruffo, zia di Polissena) il quale divenne così il secondo duca di San Marco oltre che sesto conte di Altomonte, conte di Corigliano, quinto conte di Tricarico, quinto conte di Chiaromonte e conte di Mileto. Egli sposò Gozzolina Ruffo e il loro primogenito, Luca Sanseverino, acquisterà poi il principato di Bisignano dal re Ferrante d'Aragona per 20.000 ducati, nel 1462. In tal modo San Marco passò al ramo calabrese della famiglia Sanseverino, i potentissimi principi di Bisignano, i quali non abbandonarono mai il ducato di San Marco. I Sanseverino di Bisignano - che come si è detto erano di discendenza normanna - tennero il ducato di San Marco fino al 1606, anno della morte di Nicolò Bernardino. Dopo di lui il vasto Stato feudale dei principi di Bisignano venne smembrato e suddiviso tra vari eredi. La Torre (detta di Drogone in onore di Drogone d'Altavilla, condottiero normanno fratellastro di Roberto il Guiscardo e primo conte di Puglia e Calabria ufficialmente riconosciuto dal Sacro Romano Impero; a lui si deve la costruzione del rivellino) è una rara testimonianza del primo insediamento normanno in Calabria. Fatta innalzare da Roberto il Guiscardo nell’anno 1048 sulle rovine di un’antica fortificazione romana, è contraddistinta da un enorme tronco di cono, detto rivellino o motta, alto m.18 (la motta è peraltro la struttura peculiare dei castelli normanni). La fortezza, che si eleva per un’altezza di ventidue metri, ha un diametro di tredici metri e mezzo ed è suddivisa in cinque piani ad ambienti circolari:
la Sala delle Granaglie (piano sotterraneo), coperta da una volta conica senza aperture di illuminazione, è interamente accolta nel rivellino;
la Sala delle Prigioni (primo piano) è priva del soffitto, crollato negli anni ’30;
la Sala delle Armi (secondo piano) ha la volta a sesto leggermente acuto e delle lunette di inconsueta estensione;
la Sala delle Udienze (terzo piano) ha la stessa struttura della precedente. I finestroni sono stati però manomessi nel Settecento;
la Sala del Principe (quarto piano) conserva quasi intatta la sua struttura originaria. Di particolare rilievo l’antico forno, inglobato nella parete dell’edificio.
L’edificio venne rimaneggiato nel ‘400 e nuovamente nei secoli successivi. Una volta persa la sua funzione difensiva divenne carcere e infine proprietà di privati. Da più di un secolo è proprietà comunale e dopo alcuni interventi di restauro è oggi una tappa da non perdere per chi voglia visitare la città. E allora.....visitiamo la torre grazie a questo video di privissu: https://www.youtube.com/watch?v=47EHMzXyRL0

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/San_Marco_Argentano, http://www.comune.sanmarcoargentano.cs.it/index.php?action=index&p=340, http://www.calabriaportal.com/torri-bastioni/137-torre-normanna-san-marco-argenatano.html, https://esplorazionicosentine.wordpress.com/2013/10/27/la-torre-dei-normanni/

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.viaggiart.com/it/api/v1/resources/place/22669?size=slide

martedì 5 luglio 2016

Il castello di martedì 5 luglio






INDUNO OLONA (VA) - Castello di Frascarolo dei Medici di Marignano

Nel IX secolo d.C. i Longobardi aggregarono l'abitato a Castelseprio; probabilmente è sotto il dominio longobardo che furono erette la Torre Pezza, oggi in rovina, e il Castello di Frascarolo. Nei secoli successivi passò alla Pieve di Arcisate e alla Chiesa milanese. Nel 1160, durante l'invasione di Federico Barbarossa, l'arcivescovo di Milano Oberto da Pirovano usò il Castello di Frascarolo come fortezza per difendere Varese da un attacco di Comaschi che, parteggiando con il Barbarossa avevano occupato Induno. Induno Olona subì la dominazione spagnola, mentre sotto quella austriaca fu sottoposta alla provincia di Varese. Dopo la parentesi napoleonica fu posta sotto il Distretto di Arcisate, nella provincia di Como. Il castello di Frascarolo è situato ai piedi del monte Monarco, tra le valli di Ganna e Ceresio. Non visitabile se non con specifico permesso, dista circa 1 km dal centro di Induno Olona ed è facilmente raggiungibile per mezzo di una strada a tornanti. Le decorazioni abbelliscono tutte le sale del castello, che all'interno ospita, tra l'altro, un giardino all'italiana, con terrazze e fontane; dal castello si gode un bel panorama sulla pianura lombarda. Probabilmente il maniero sorse nell'Alto Medioevo forse a opera dei Longobardi come fortezza per controllare l'accesso alla Valganna e alla Valceresio; ma si hanno notizie documentate solo a partire dal 1160, come scritto in precedenza. Dal XII secolo fu di proprietà dell'abbazia di San Gemolo (in Valganna) fino al XVI secolo. Nel 1490 il castello divenne di proprietà degli Sforza e nel 1543 fu acquistato da Gian Battista Medici marchese di Marignano. Da allora, salvo brevi periodi, è sempre stato, e lo è ancora oggi, di proprietà della famiglia Medici di Marignano e non è visitabile. Dal XVI secolo in avanti il castello ha perso gran parte della sua fisionomia difensiva, di cui rimane solo la torre a ovest con portale bugnato, poiché i Medici lo trasformarono in una residenza tipicamente Cinquecentesca. Nel castello vissero Margherita Medici di Marignano, sorella di papa Pio IV e madre di San Carlo Borromeo, che forse crebbe proprio qui, e il sacerdote Bartolomeo Sessa, benefattore varesino, figlio di Ippolita Medici di Marignano. Nel 1837 fu ospite al castello il compositore Gaetano Donizetti e, poco dopo, lo scrittore Gian Battista Bazzoni. Altri link suggeriti: http://www.labissa.com/itinerari-insubri/item/13574-il-castello-di-frascarolo-ad-induno-olona, http://www.artevarese.com/av/view/news.php?sys_tab=20017&sys_docid=7921&sjl=1, http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Induno_Frascarolo.htm (con belle foto da ammirare)  

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Induno_Olona, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Frascarolo, http://www.vareselandoftourism.com/code/18148/Induno-Olona-Castello-Medici-di-Marignano,  http://www.lagomaggiore.net/79/castello-di-frascarolo.htm

Foto: la prima è presa da http://www.stradasaporivallivaresine.it/public/images/727.jpg, la seconda è di gabry.garofalo su http://www.panoramio.com/photo/28736442

lunedì 4 luglio 2016

Il castello di lunedì 4 luglio






MAGLIANO ALFIERI (CN) - Castello degli Alfieri

Nel medioevo fu un borgo nuovo del Comune di Asti con funzione militare di difesa. Nel XII secolo fu un possesso feudale del Vescovo di Asti. Sin dal 1198 i domini avevano acquistato il cittadinatico astese; l'ecclesiastico nel 1236 ottenne da Corrado Magliano una dichiarazione di sudditanza alla Chiesa di Asti, concedendo l'anno dopo l'investitura ai de Maliano. Alla metà del secolo il feudo con il castello venne acquistato dai fratelli Alfieri, una delle più importanti famiglie astigiane che in poco tempo riuscirono ad ottenere il completo controllo del territorio. Successivamente il feudo venne frazionato tra i vari componenti del casato stesso e nei primi anni del Quattrocento il potere della famiglia attraversò un periodo di crisi. Infatti, il Vescovo Alberto Gutuario privò gli Alfieri di alcuni territori del feudo per assegnarli al controllo diretto dei propri parenti. Nel frattempo il marchese del Monferrato si impossessò, nel 1415, del castello e del borgo di Magliano, restituendolo solamente dopo l'intervento di Filippo Maria Visconti. Alla fine del Quattrocento una piccola parte del feudo venne attribuita ai Damiano e le altre vennero acquistate dai Roero, dai Malabayla e dai Parato di Castellinaldo, ma nonostante ciò gli Alfieri continuarono a mantenere la supremazia sul territorio. Nel Seicento il dominio sulla zona di Magliano appartenne ai Savoia; il conte Catalano Alfieri era generale della fanteria sabauda e nel corso del secolo si fece costruire (1649), sul luogo della fortezza medievale, una sontuosa residenza in stile barocco, le cui parti di maggior pregio erano il portone, lo scalone d'onore, il salone delle feste e la cappella. Pare che l’architetto fosse Amedeo di Castellamonte, lo stesso che nel 1658 diede la facciata a Palazzo Reale di Torino. La pianta è quadrata, massiccia, con due torri cilindriche angolari. Il portone del palazzo in stile barocco mostra stipiti ed architravi in arenaria. Le formelle a profondo intaglio sono anch’esse tipiche barocche. Qui compare anche lo stemma degli Alfieri, un’aquila nera, da sempre simbolo imperiale di potere. L'edificio fu ultimato dal figlio, il conte Carlo Emanuele. Con l'estinzione di quel ramo della famiglia, nel 1797, il castello passò in eredità agli Alfieri di Sostegno, signori di San Martino. Alcuni raccontano che Vittorio Alfieri, l'indomito e orgoglioso creatore della tragedia italiana, proprio in quel castello, osservando un dipinto che raffigura Cleopatra nell'atto di farsi mordere dall'aspide, avesse avuto l'ispirazione che lo portò alla composizione del Saul, ma la tradizione è inesatta, poiché l'Alfieri nella sua biografia racconta di essere vissuto nel castello del patrigno, il cavaliere Giacinto Alfieri di Magliano solo fino all'età di nove anni. Oggi il castello di Magliano è proprietà del Comune al quale l'ha donato la parrocchia di Sant'Andrea con l'autorizzazione della curia di Alba. Infatti, l'ultima discendente del casato, la marchesa Margherita Visconti Venosta Pallavicino-Mossi lo lasciò in eredità alla Chiesa del paese nel 1952. Negli ultimi anni è stato restaurato il pregiato portone in noce, decorato con formelle intagliate secondo il gusto barocco che caratterizza l'intera costruzione. Nell'angolo nord con ingresso dall'esterno, il castello ospita la Cappella gentilizia del Crocefisso. Di notevole pregio è il Salone degli Stemmi, realizzato da stuccatori luganesi nell'800, dove spicca il bellicoso motto degli Alfieri "tort ne dure". Le parti di maggior valore sono il portone in noce decorato con formelle intagliate secondo gusto barocco, lo scalone d'onore e il salone delle feste. Nell'ala est del piano nobile troviamo il Museo di Arti e Tradizioni Popolari che raccoglie aspetti di cultura piemontese. Nel 1994 è stata inaugurata un'originale sezione dedicata ai soffitti in gesso, quali elementi di un'identità culturale contadina ormai lontana e fenomeno diffuso nei sec. XVI-XIX tra Roero, Monferrato e Langa. Contornata da un verdeggiante parco la parrocchiale di S.Andrea conserva il sepolcro marmoreo del Conte Catalano Alfieri (1677). Dal 2007 fa parte del circuito degli 8 castelli, meglio noto come Castelli Doc. La rete dei castelli include i manieri di Grinzane Cavour, Barolo, Serralunga d'Alba, Govone, Magliano Alfieri, Roddi, Mango e Benevello. È inoltre inserito nel circuito dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. Altri link suggeriti: http://castellilangheroero.it/pagine/ita/castello.lasso?id=4E987AA20f6202060BrKL2120F62, http://www.amicicastelloalfieri.org/castello_storia_it.html, https://www.facebook.com/Castello-di-Magliano-Alfieri-853583661357143/

Fonti: http://www.comune.maglianoalfieri.cn.it/ComSchedaTem.asp?Id=17712, http://www.castelliaperti.it/pagine/ita/scheda.lasso?-id=91, https://it.wikipedia.org/wiki/Magliano_Alfieri, http://langhe.net/sight/magliano-alfieri-castello/ (da visitare per approfondire)

Foto: la prima è presa da http://www.turismoinlanga.it/wp-content/uploads/2016/03/Magliano-Alfieri-foto-di-Murialdo.jpg, mentre la seconda è presa da http://static.panoramio.com/photos/original/39443762.jpg

sabato 2 luglio 2016

Il castello di domenica 3 luglio






VALEGGIO (PV) – Castello

Uno storico della Lombardia "L'Olivieri" dice che Valeggio deriva dalla voce lombarda "Valeggio" o "VaLicei la": è in età longobarda infatti che avrebbe avuto inizio un primo significativo sviluppo del centro abitato. Altri lo fanno derivare dalla voce latina "Valligium" o "Vallicula" che vuol dire "piccola valle". La tradizione popolare, secondo il Portaluppi ha voluto cercare un po’ nella leggenda e fece derivare il nome Valeggio da "Via Regia" perché prossimo alla strada che nel 590 percorse la Regina Teodolinda andata in sposa a fornello ad Agilulfo, duca di Torino, poi Re dei Longobardi. La storia del Comune di Valeggio è stata legata, fino a qualche decennio fa, ad un tipo di economia agricola medioevale il cui fulcro era l'importante castello con annessa una grande azienda agricola. Ma Valeggio ha origine antichissime. E' certo che, fin dall'antichità, il territorio del borgo era ricoperto da abbondante ed alta vegetazione, da folte boscaglie ricche di scelta cacciagione, quale: cinghiali, cervi, caprioli. Ancor oggi mantiene uno spiccato carattere esclusivamente agricolo. I primi insediamenti umani nella zona si ebbero nella media e tarda età del bronzo, come attestano i numerosi reperti archeologici rinvenuti, e in particolare nella cosidetta "necropoli di Valeggio", scoperta negli anni settanta nel territorio della cascina "Tessera", a poche centinaia di metri dall'abitato , ai lati dell'attuale strada che conduce a Domo. La romanizzazione interessò direttamente il luogo: la plaga tra Alagna e Valeggio era attraversata dal percorso di quella Via Regina che provenendo da Roma e toccando Ticinum (Pavia), portava via Carbonara, Domo, e forse? Valeggio stessa a Ottobiano e, attraverso La "mansio" di Lomello, proseguiva per Cozzo, Torino, indi verso le Gallie. Intorno ad essa, lungo tutto il suo percorso, si svolsero le varie tappe della romanizzazione della Lomellina. Gli scavi eseguiti nel 1973 dal gruppo Archeologico Lomellino ed ampiamente documentati dalla dottoressa Gloria Vannacci hanno portato alla luce 207 tombe che coprono un arco di tempo che va dal periodo La Tene fino all'età Flavia. Pur non essendo la sola zona d'interesse archeologico della Lomellina, gli scavi di Valeggio hanno dato luogo a ritrovamenti di particolare rilievo: corredi di sepoltura di guerrieri gallici con armi in ferro, anfore, vetri, gioielli ed oggetti d'uso del I e II secolo d.C, che testimoniano dell'ormai consolidata se pur modesta forma di vita urbana nel periodo romano e di un'economia agricola e pastorale. L'origine dell'abitato risale almeno al secolo VIII. Nel dizionario corografico dell'Amati (1878) si legge infatti che all'interno del perimetro attuale delle mura del castello sorgeva un'altissima torre alla cui estremità era scritto: "Ambrosius Majnoni fecit opus An. 703"- Già nel XV secolo, epoca in cui Valeggio o Valleggio faceva parte del feudo di Ottobiano, l'aggregato agricolo possedeva una certa qual floridezza e consistenza. A tale periodo risale infatti la chiesa di ordine toscano dedicata agli apostoli Pietro e Paolo con un campanile che l’Amati descrive "altissimo con cupola a forma conica, maestralmente costruito". Questo territorio risultava propizio alle battute di caccia, grande svago di principi e signori medioevali; di qui passarono sicuramente le corti dei Visconti e degli Sforza, oltreché quelle, a quanto sembra, di Francesco I e Carlo V. E' documentato pure tra i frequentatori il famoso Pico della Mirandola, grande filosofo di illustre famiglia Modenese (1463-1494). Naturale quindi che sin dall'alto Medioevo vi sorgesse un castello per difesa e residenza, la cui struttura architettonica risulta ancora oggi di grande imponenza e singolarità. Non vi sono dati certi circa la costruzione della primitiva rocca, che, a detta del Portalupi fu costruita dai Sannazzari; la costruzione attuale viene ritenuta, almeno in parte, duecentesca, poiché è noto che una "rocca di Valeggio" fu espugnata dai Milanesi nel 1215; gli stessi saccheggiarono una seconda volta il paese, nel 1222. Ciò avvenne durante le famose Lotte fra i Milanesi e i Pavesi quando i primi occuparono quattro paesi Lomellini: Valeggio, Cozzo, Candia e Breme. In seguito poi alla pace fatta nel 1227 i Milanesi rinunciarono ai quattro paesi Lomellini. Da questo momento e fino alla metà del secolo XVI ( 1550), Valeggio seguì le sorti del feudo di Ottobiano e di S. Giorgio Lomellina. Nel 1288 Valeggio fu donato da Ruggero Milano all'Abate di San Salvadore di Pavia; nel 1434 fu dato in feudo dal Duca Filippo Maria Visconti ad Andrea Birago. Alla morte di Andrea Birago i tre quarti del territorio di Valeggio passarono ai fratelli Giovanni e Giacomo Corti i quali nel 1470 lo vendettero a Cicco Simonetta che più tardi lo cedette a Pietro Birago, per passare poi ai conti di Albonese. Nel 1566 Valeggio fu smembrato da Ottobiano con il suo acquisto da parte di Giovanni Arcimboldi alla cui famiglia rimase fino alla morte di Antonio nel 1675. Fu in questo periodo che venne eletto a contado, il cui titolo passò in seguito a Pietro Quintana Pietrasanta (1700), questore di Milano, e poi ad Ambrogio Majnoni che il 10 Settembre 1726 lo vendette a Giovanni Francesco De Cardenas proveniente da Valenza Po, la cui famiglia era di origine spagnola. Passò quindi alle Signorie dei Busca, dei Sormani e dei Laugier di Milano (l'ultima proprietaria illustre fu la contessa Giulia Leonardi Laugier). Nel 1736 passò per Valeggio l'esercito comandato dal generale Bilieri che ritirandosi dal Piemonte si portava in Lombardia. Il castello che nel Medioevo e nel Rinascimento aveva mantenuto la sua maestosità e vitalità quale luogo centrale di tutta l'attività agricola circostante, già nel secolo scorso rilevava pesanti segni di degrado. Il continuo succedersi dei feudatari si sommò alle conseguenze dei grandi avvenimenti storici: nel 1731 gli spagnoli distrussero il castello e con esso l'archivio, nel quale si conservavano memorie e documenti del suo passato. Nel 1796 vi transitarono alcuni reparti dell'armata austriaca battuta da Napoleone a Montenotte e Millesimo. Già nel 1353, secondo i cenni storici raccolti dal Casolis, il castello aveva perduto l'integrità dei suoi principali impianti difensivi, tranne le due torri verso tramontana ed il ponte levatoio dal quale si entrava. Tuttavia la famiglia Busca di Milano, allora proprietaria, manteneva in piena efficienza le sue funzioni originarie. Da qualsiasi direzione si giunga a Valeggio, è inevitabile scorgere ancorché distanti qualche chilometro dall'abitato l'inconfondibile e poderosa mole dei Castello, che rappresenta un unicum nella tipologia dell'incastellamento in Lomellina. Per quanto riguarda la forma, il castello  non ha la solita pianta quadrangolare, bensì vagamente trapezoidale. Più di qualsiasi altro edificio simile, il Castello di Valeggio ha conservato, pressoché intatte, le caratteristiche della costruzione a carattere difensivo. Le sue torri - ben otto - non sono distribuite regolarmente lungo il perimetro esterno, ma disposte in modo asimmetrico. All'aspetto compatto e robusto di edificio ben protetto del lato orientale si contrappone una maggior morbidezza di linee, quasi da edificio rurale, della parte che si protende verso ovest. Il torrione da cui si accede all'interno dell'edificio è costituito da un corpo di fabbrica avanzato, appartenente a una tipologia molto diffusa in Lomellina (ad es. Villanova, Pieve del Cairo, Tortorolo, Frascarolo), nel quale sopravvivono le sedi dei bolzoni del ponte levatoio principale, di quello pedonale e della pusterla stessa, alla destra dell'ingresso carraio. La sommità è conclusa da una loggia - che poggia su beccatelli con caditoie - in cui si aprono quattro finestre arcuate a tutto sesto, mentre non sono osservabili tracce di merlatura. Le due torri angolari del lato sud - il più corto - sono di forma cilindrica, con caratteristiche dimensionali diverse per altezza e diametro, coronate nella parte sommitale da lunghi beccatelli nei quali, come nel rivellino d'ingresso, sono visibili le aperture della caditoie, a dimostrazione dell'origine effettiva, cioè difensiva, delle torri stesse. Fra queste, al centro della parete si alza una terza torre, quadrata e più piccola, che presenta però le stesse particolarità architettoniche; le tre torri mostrano nella parte terminale, coperta da un tetto, in luogo dei merli, delle aperture, in parte tamponate, difformi nello stile dal resto dell'edificio, probabilmente di datazione posteriore. Meno significativi i settori settentrionale e nord-occidentale, apparentemente ricostruiti in età moderna seguendo schemi di architettura rurale. L'angolo di nord-ovest è munito di torre cilindrica, priva però di aperture o altre caratteristiche degne di nota. Il piccolo cortile è dominato dalla mole dell'alta torre quadrata interna, alta 22 metri alla quale nel XVIII secolo fu aggiunta una cella campanaria, anch’essa di forma quadrata. Sul lato volto a oriente un secondo torrioncino costituisce l'unica opera difensiva dell'ingresso secondario, aperto verso le campagne, in direzione di Alagna. Sulle pareti interne sono riconoscibili tracce di aperture centinate e occluse. Non resta alcun segno visibile del fossato del castello, la cui antica esistenza è provata dalle tracce del ponte levatoio. Un accenno di carpatura alla base delle torri dimostra come il terreno circostante abbia subìto un interramento di rialzo. Le cascine realizzate nel 1500, seguono le stesse linee architettoniche dei disegni della "Cascina Perfetta" di Leonardo da Vinci: non si esclude che lo stesso Leonardo fosse presente nella costruzione delle stesse  durante la sua permanenza in Pavia e Vigevano all'inizio del 1500 quando visse presso il ducato degli Sforza di Milano. Attualmente la proprietà è della Società Castello di Valeggio s.r.l. ed il castello è una prestigiosa location per matrimoni, eventi, feste private e meeting. Ecco un breve video (di IONESSUNO1956) ad esso dedicato: https://www.youtube.com/watch?v=wYCT1ExqZrM. Altro link suggerito: http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Valeggio.htm (con bellissime foto)



venerdì 1 luglio 2016

Il castello di sabato 2 luglio






LANCIANO (CH) – Torri Montanare

Fin dall'età antica la città ha dovuto la sua prosperità al commercio, che in epoca romana si svolgeva attraverso le fiere chiamate nundinae. Questa vocazione le deriva da una collocazione "strategica": è a pochi chilometri dal mare ma è in collina, quindi meglio difendibile; inoltre, è vicino ad un'antichissima rotta commerciale che collegava la Puglia all'Italia settentrionale già in età preromana. Questo tracciato, probabilmente legato al tratturo L’Aquila-Foggia per la transumanza delle greggi, in epoca romana divenne una strada (la via Flaminia Adriatica) che partiva da Hostia Aterni (poi Pescara) ed arrivava fino in Puglia passando per Ortona, Anxanum e Histonium (Vasto). Con il crollo dell’Impero Romano, Lanciano subì saccheggi dai Goti. In seguito, con l'invasione dell'Italia da parte dei Longobardi, fu conquistata e rasa al suolo (probabilmente nel 571). I nuovi dominatori si insediarono sul colle Erminio, intorno al quale cominciò a ricostituirsi un nucleo abitativo. Da questo trarrà origine il più antico quartiere medioevale: Lancianovecchia. Lanciano dovette poi subire la conquista bizantina nel 610 e, sul finire dell'VIII secolo, quella dei Franchi, i quali l'aggregarono prima al ducato di Spoleto e poi a quello di Benevento. Nel 1060 fu annessa dai Normanni all'istituendo Regno di Sicilia (che diverrà Regno di Napoli nel 1372). Di fatto, Lanciano seguì le vicende politiche e dinastiche di questo regno fino all'Unità d'Italia. Estinta che fu la dinastia Normanna, vide il susseguirsi delle dominazioni degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi. Superati gli anni bui, Lanciano prosperò grazie al rifiorire delle sue fiere (una in maggio ed una in settembre), tanto da diventare, nel Trecento, il più grande centro abitato d'Abruzzo (6500 abitanti nel 1340). L'incremento demografico si accompagnò all'espansione urbanistica del centro urbano: tra XI e XII secolo furono edificati gli altri quartieri storici e fu ultimata la nuova cinta muraria, dotata di nove porte (solo una delle quali è sopravvissuta fino ad oggi: Porta San Biagio). La struttura urbana di Lanciano arrivò così ad essere quella tuttora visibile nel centro storico. La sua importanza come emporio fu riconosciuta conferendole lo status di università demaniale, cioè di città non sottoposta a nessun feudatario, ma amministrata direttamente dal re. Questo privilegio le fu accordato nel 1212 dall'imperatore Federico II di Svevia e fu confermato e reso perpetuo nel 1259 da Manfredi, re di Napoli. Ad esso si accompagnava l'esenzione delle merci da dazi e dogane ed il diritto di eleggere, oltre agli amministratori ordinari, un magistrato, detto Mastrogiurato, che durante le fiere deteneva i poteri normalmente in mano al Giudice Regio. Fin dal Medioevo, a Lanciano sorsero molte industrie: in primo luogo, fabbriche di tele finissime e di stoffe di lana e seriche. Nel XV secolo si affermarono molte altre produzioni: le ceramiche, la fabbricazione degli aghi, l'oreficeria e l'industria del ferro, dei bronzi, dei cuoi e delle pelli. In quest'epoca, una rivalità particolare si instaurò con la vicina città di Ortona, che era il porto preferenziale per l'afflusso delle merci alle fiere, a causa dei dazi che questa città imponeva sulle merci che vi transitavano. Sul finire del XIV secolo Lanciano ottenne dall'Abbazia di San Giovanni in Venere la concessione per costruire un porto a San Vito: ciò fu motivo di nuove guerre con gli ortonesi, composte solo dalla mediazione di San Giovanni da Capestrano nel 1427. Nel 1441 re Alfonso V d’Aragona ripagò l'appoggio avuto contro gli Angioini, concedendo a Lanciano il diritto di battere moneta mediante l'istituzione di una Zecca. All'apice della sua ricchezza, la città arrivò a possedere più di 40 feudi ,tra codesti i Mellucci .Un riconoscimento dell'importanza raggiunta fu l'istituzione, nel 1515, di una diocesi distinta da quella di Chieti, poi elevata ad arcidiocesi nel 1562. Nel Cinquecento ebbe inizio una fase di declino per l'economia lancianese. Nel 1544 Lanciano perse molti dei suoi feudi a causa del suo sostegno a Francesco I, re di Francia, nella guerra contro l'imperatore Carlo V d’Asburgo. In quegli stessi anni, il regno di Napoli perdeva la sua autonomia, riducendosi ad una pedina di scambio nelle contese tra le grandi potenze europee. A causa della sua posizione di frontiera, l'Abruzzo soffrì particolarmente per queste contese, che videro opposti spagnoli e francesi per tutto il XVI ed il XVII secolo e sfociarono nella guerra aperta tra spagnoli ed austriaci all'inizio del XVIII secolo. Anche Lanciano, nel suo piccolo, risentì di questo quadro ed andò in crisi a causa dell'incapacità amministrativa dei Capitani del Popolo spagnoli e dei forti tributi imposti. Il momento peggiore fu nel 1640: Lanciano perse i suoi privilegi di città demaniale, fu creata baronia e passò di mano tra vari feudatari. Il vassallaggio durò più di un secolo e portò un notevole impoverimento della città, vessata dai nuovi padroni. Nonostante le numerose ribellioni, Lanciano riacquistò la sua libertà solo nel 1778, dopo l'ascesa al trono di Napoli dei Borbone. Le Torri Montanare furono erette verso il X secolo quando la città di Lanciano inglobò il quartiere di Civitanova per difendere questo lato della città. Sono chiamate così perché difendevano la città dal lato montano, rivolte verso la valle del Feltrino e la Maiella. Nel 1790 furono descritte da Antinori che riferiva che le fortificazioni, tra cui anche le torri, impedivano qualsiasi incursione. Anticamente furono utilizzate come carcere, attualmente vengono utilizzate come teatro estivo. Il lato di Via Silvio Spaventa è costituito da mura in muratura con scarpa, realizzate in mattoni disposti a filari paralleli con un’apparecchiatura irregolare. La muraglia è interrotta da aggetti che fungono da bastioni e ripropongono la medesima tecnica muraria. L’ala a nord presenta invece una muratura eterogenea di pietrame e mattoni. Il materiale lapideo utilizzato è prevalentemente calcareo, in ciottoli di piccole dimensioni. Sono evidenti le tracce delle varie fasi costruttive in quanto la muraglia è più volte interrotta da parti realizzate seguendo diverse tecniche, molto probabilmente inserite per risarcire lacune o rinforzare con contrafforti le strutture pericolanti. All’angolo ovest del recinto si alzano le due torri. La torre interna, più alta e più antica, è a pianta rettangolare con tre dei quattro lati chiusi, mentre il quarto è rivolto verso l'interno. Essa ha un coronamento merlato e all’interno diversi ponti in legno collegati da scale, utili a raggiungere le feritoie poste ai vari livelli. Nell'angolo nord-ovest è sita la torre più bassa, a base quadrata, che risale al XV secolo, periodo della dominazione aragonese. Questa seconda torre, sporge verso l’esterno, in quanto realizzata successivamente a ridosso delle mura esistenti, è coronata da un sistema di beccatelli su mensole tra archetti a sesto acuto, dove si aprivano le antiche caditoie. All’interno del recinto, la cosiddetta Piazza d’Armi, si alza il prospetto laterale della chiesa di Santa Giovina. Gli interventi di restauro e consolidamento curati dalla soprintendenza dell’Aquila, a partire dagli anni ’70 del Novecento, hanno assicurato al complesso monumentale uno stato di conservazione a tutt’oggi buono, sia riguardo alle strutture che alle superfici.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Lanciano#Storia, https://it.wikipedia.org/wiki/Torri_Montanare, http://www.sangroaventino.it/sezioni/-Lanciano/pagine.asp?idn=2004,


Il castello di venerdì 1 luglio






TODI (PG) - Castello di Belforte in località Fiore

Il Castello di Belforte, fortezza del XV secolo, si erge su un piccolo colle a 3 km da Todi centro, in aperta campagna, circondato da boschi di querce e lecci, con una vista su un panorama unico e incontaminato. La fortezza, che fu eretta dalla nobile famiglia Todeschini, si trova al centro di un vasto appezzamento di terreno e si erge sul pendio al di sopra del torrente Arnata. La leggenda narra dell'esistenza di un lungo tunnel sotterraneo ricco di tesori nascosti che collega Belforte agli altri due castelli limitrofi, "Fiore di Mezzo" e "La Torraccia". La roccaforte, severa e massiccia, venne ridimensionata nel corso del tempo e divenne casa colonica di proprietà della Congregazione di Carità delle Monache di Todi. Dal 1972 il castello, in gran parte ristrutturato, è di proprietà della famiglia Dominici. Ecco una visita virtuale con un drone: https://www.youtube.com/watch?v=nn1qqp9mV0Y (video di Droinwork APR Aerial Services)

Fonti: http://www.castellodibelforte.it/

Foto: la prima è presa da http://www.rendezvousweb.info/2013/07/vacanze-dormire-in-umbria-al-castello.html, la seconda è di tiziano83 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/295467/view