sabato 15 luglio 2017

Il castello di domenica 16 luglio





TORRE DE’ PICENARDI (CR) - Castello in frazione San Lorenzo de' Picenardi

Per dimensione, è la più grande residenza castellana del cremonese e, probabilmente, della Lombardia. In origine, il castello di San Lorenzo non era altro che un piccolo gruppo di case fortificate e l'aspetto iniziale era dunque molto differente da come appare oggigiorno. La prima memoria scritta risale al 19 Aprile 1428, negli archivi milanesi. Nel codice Zaccaria, ora Pallavicino, in Cremona, si legge che Francesco Sforza dal Girifalco, il 25 febbraio 1444 confermava che suo suocero, Filippo Maria Visconti, duca di Milano, aveva donato al suo armigero Ludovico da Cremona la quarta parte del fortilizio e castello di San Lorenzo, con altri beni precedentemente confiscati al ribelle Leonardo de’Picenardi. Secondo uno storiato manoscritto, o fatto informativo di una causa fra i Picenardi e i Crema (steso nel repertorio d’Archivio della casa Soresina-Vidoni in Cremona), sembrerebbe che le altre parti del castello, cioè gli altri tre quarti, spettassero ad altre famiglie, specialmente ai nobili Ripari, già conosciuti nelle note Ca’de’Caggi. Lo storico Prof. Dott. F.C. Carrieri, durante le sue ricerche, ha riscontrato che il suddetto storiato (documentazione) non era esatto, però gli diede la possibilità di esaminarne molti altri presso l’Archivio Notarile di Mantova. Accertò, così, tutto quanto ora scriveremo. Stefano Picenardi, figlio del Podestà di Mantova Leonardo Picenardi e fratello della Beata Elisabetta Picenardi, le cui ossa riposano nella chiesa parrocchiale di Torre de’Picenardi, era in possesso di un quarto del castello di San Lorenzo e di altri beni del territorio. Stefano aveva i figli Leonardo, Alessandro, Annibale, Cleto e Zaccaria, che poi è morto. Alla morte del padre Stefano, i quattro figli ebbero in eredità una porzione, cioè un quarto, del castello di San Lorenzo che si divisero nel 1516: perciò ognuno possedeva un sedicesimo dell’intero immobile. I quattro fratelli ricevettero altri beni tra cui il possedimento di San Lorenzo, la Ca ’de’Arcari, la Ca ’de’Gatti e la casa di Mantova. Lo storiato dice anche che Alessandro (che era sacerdote) acquistò, più tardi, dai nobili Ripari e dagli altri comproprietari, tutto il castello composto da casette, meno la porzione di suo nipote Sigismondo Picenardi e di sua moglie. Per il possesso del castello, pare che la causa tra i Gonzaga ed i Crema fosse continuata a Cremona e a Milano. I Crema si accordarono poi con Alfonso e Annibalino Picenardi e vendettero le loro proprietà al nobile Giovanni Carlo Affaitati, nel 1546, con il consenso dell’imperatore Carlo V, signore dello stato, poiché si trattava di un luogo fortificato. Secondo lo storiato, gli Affaitati e i Gonzaga, eredi del conte Alessandro, si accordarono, ma non si sa se il castello, così com’era stato venduto dai Crema a Giovanni Affaitati, intero o in parte, andò agli eredi Affaitati o agli eredi Gonzaga. Di certo si sa che, forse nel 1604, vari stabili di San Lorenzo passarono in permuta dal cavaliere Francesco Gonzaga al nobile Giovanni Carlo Sforzosi, che ricevette altri stabili, ancora per eredità, da altro Gonzaga, fra questi poté esserci anche il castello. Sicuramente si sa che il cavalier Giacomo Sforzosi, nel secolo XVIII, era proprietario dell’intero castello e l’11 Gennaio 1731 lo lasciò in eredità al nipote Lorenzo Francesco Crotti. Così si trova in un manoscritto del conte Giuseppe Crotti , conservato dai fratelli conti Alessandro e Carlo Calciati, succeduti nel possesso e nell’affetto verso il grandioso castello, alla madre donna Vittoria Crotti, consorte del conte Galeazzo Calciati. Ecco perché il castello di San Lorenzo è conosciuto come rocca Crotti Calciati. Attorno al 1924 l’immobile fu acquistato dal signor Mario Bellini, ricordato dalla gente perché, primo nel cremonese, importò i cavalli di razza belga. Nel 1939 entrò in possesso la nobil donna Angiola Soregaroli Cappelli vedova Agarossi. La signora, tra l’altro, è ricordata perché durante la seconda guerra mondiale si recava alla stazione di Torre de’Picenardi con un landò, condotto dal signor Damatrio Panzi che dalle montagnosi annunciava agli alunni con lo schiocco della frusta. Nel 1999 è stato infine acquistato dalle famiglie Lorenzoni e Nicoli che ne sono gli attuali proprietari. Circondato da un’antica cerchia di mura esterne, originaria dell’alto medioevo (sec. IX) e mai rimaneggiata nel tempo, protetto da un fossato che, nei momenti di pericolo, doveva isolare la “villa” dagli attacchi esterni (come in ogni castello che si rispetti), è visibile anche da grande distanza, pur non sorgendo su un’altura, grazie alle sue sei torri e alle ampie merlature, strumento di riparo per i difensori. Alla facciata dell’immensa costruzione, con la torre merlata centrale che riporta lo stemma del Casato, che sovrasta l’ingresso principale, si accede percorrendo un vialetto di 150 metri, che attraversa la parte anteriore del parco. Il ponte, un tempo levatoio in ferro e legno, collegava al portone centrale da cui entravano carri, cavalli e carrozze, che si portavano nell’ampio cortile nobile. Il portone è affiancato, a sinistra, da una porticina chiamata “postièrla”, riservata ai pedoni. Anticamente, un’inferriata a saracinesca chiudeva l’entrata principale sul fossato difensivo. All’àndito interno, passaggio ufficiale di uomini e merci, sono adiacenti i locali dei custodi. Centinaia di feritoie si aprono lungo tutte le pareti del castello, necessari punti di osservazione per la controtattica offensiva. Quest’ampio edificio fortificato, posto in pianura ma all’incrocio di importanti nodi di comunicazione, doveva essere un virtuale punto di riferimento per i viaggiatori ed un nucleo economicamente autosufficiente in epoca feudale. Infatti, oltre agli ampi saloni e alle numerose stanze adibite a residenza, il castello è munito di locali destinati ai servizi di manutenzione e riparazione degli attrezzi, stalle e scuderie e vaste cantine. Naturalmente non mancano la Cappella medievale, ricca di tracce architettoniche tardo-romaniche e gotiche, e il cimitero di famiglia, posto di fronte alla torre merlata a destra rispetto all’ingresso principale dove è affiancato un giardino all’italiana con aiuole e roseti. Sempre all’esterno, nell’ala sinistra della residenza, di fronte ad un ingresso maestoso, costituito da un’ampia facciata laterale sorretta da quattro colonne collegate da archi a tutto sesto, il parco è arricchito da una vera e propria "piscina", una vasca dell’800, di forma conica, la cui profondità aumenta gradualmente e munita di bordi e sedili laterali e impreziosita da un frontale in muratura, con bocche da cui esce acqua corrente, che la rendono simile ad una grande fontana. Da questo particolare si evince che il maniero fosse stato costruito come residenza estiva. Tutto il complesso, soprattutto nell’ala principale, è caratterizzato negli interni da numerose stanze di varie dimensioni distribuite su più piani; tutte le sale, al contrario dell’esterno, sono decorate in stile neoclassico, con continui richiami alla tradizione greca e romana. In molti punti del castello è riconoscibile lo stemma del casato Crotti, rappresentato in grande al centro del pavimento del grande salone dei ricevimenti. L’ala destra del castello, probabilmente oggetto di un intervento successivo a quello principale degli anni ’30 dell’800 contiene al suo interno la cappella, dedicata a santa Vittoria. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=PB_g05fytjg (video di prolocopicenardi), https://www.youtube.com/watch?v=b3ZhvMaFpP8 (video di Phoenix Aerial Filming).

Fonti: http://www.castellosanlorenzo.it/ (sito ufficiale, di cui consiglio la visita per trovare ulteriori infomazioni), http://www.turismocremona.it/index.php/risorse/scheda/id/61, http://www.prolocotorredepicenardi.it/castello-di-san-lorenzo/

Foto: la prima è presa da http://www.prolocotorredepicenardi.it/castello-di-san-lorenzo/, la seconda è una cartolina della mia collezione

Il castello di sabato 15 luglio




NAVELLI (AQ) – Torre Civica in frazione Civitaretenga

Il borgo sorse intorno al XII secolo assieme a quello sottostante di Navelli. Inizialmente dipese dal monastero di San Benedetto in Perillis, e successivamente passò in mano agli Angioini nel XIII secolo. Documenti riportano che il possesso del borgo era, in epoca normanna, suddiviso fra Oderisio di Collepetrano (con l’obbligo di fornitura di un soldato a cavallo) e da Oderisio di Bisanto, mentre la sua chiesa, di S.Giovanni di Monaldo, apparteneva alla diocesi di Valva. Per questo motivo il borgo, pur partecipando alla fondazione della città di L’Aquila, nel 1254, con una tassazione di 6 once d’oro e appartenendo al Quarto di S.Maria della città, non vi ebbe mai un suo locale, né una chiesa propria. In seguito ai terremoti e all'assedio di Braccio da Montone (dopo una breve resistenza Civitaretenga fu costretta a capitolare come Caporciano), del castello rimase la Torre civica. Il borgo, per la sua posizione impervia, ha conservato il suo aspetto originale, benché colpito dal terremoto del 2009. La struttura del paese è dominata dal borgo fortificato, chiamato semplicemente castello, nel quale prima del sisma del 6 aprile 2009 svettava la torre medievale, completamente distrutta dal terremoto. Essa era ubicata nel centro storico del borgo e la sua costruzione si colloca cronologicamente nel XIII secolo, facente parte di un sistema difensivo più complesso di cui oggi resta l'unica testimonianza. L'edificio era di forma quadrangolare di circa 4 metri per lato, con un'altezza di circa 14 metri. Sulla sommità presentava dei beccatelli che probabilmente sorreggevano l'apparato a sporgere non più conservato. Le pareti in muratura presentavano una tessitura a conci squadrati alternati a parti in pietrame. I solai erano lignei e la copertura era a terrazza.

Fonti: scheda edazionale su https://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/laquila/civitaretenga.htm, https://it.wikipedia.org/wiki/Civitaretenga, http://www.archeoclublaquila.it/articoli/cat/82-borghi-degli-itinerari/45-civitaretenga.html

Foto: la prima è presa da http://www.provincialaquila.info/images/images/fotoprovincia/NavelliCivitaretenga.jpg, la seconda è presa da http://www.casaverdesarra.it/cosa_c_e_da_vedere,37,510.html

venerdì 14 luglio 2017

Il castello di venerdì 14 luglio





MONTE ARGENTARIO (GR) - Forte del Pozzarello

E' una fortificazione costiera situata sull'omonima altura che si eleva in prossimità del tratto costiero settentrionale del promontorio dell'Argentario. La struttura difensiva costiera fu costruita nella seconda metà dell'Ottocento, ed è stata l'ultima fortificazione in ordine cronologico ad essere stata realizzata nell'area del promontorio dell'Argentario. Progettata nel 1874, l'opera venne ultimata soltanto nel 1888. La fortificazione fu costruita sotto la giurisdizione del Regno d'Italia, con l'intento di proteggere la costa in prossimità di Porto Santo Stefano, che secondo i progetti dell'epoca doveva diventare una grande base della Marina Militare Italiana. Inoltre, la costa del promontorio dell'Argentario era all'epoca ritenuta il punto più vulnerabile in caso di tentativo di invasione nemica dal mare, vista anche la sua posizione geografica relativamente vicina a Roma, che pochi anni prima era divenuta la nuova capitale del regno. Una volta inaugurata, la fortificazione era sede di varie esercitazioni di difesa ed offesa, in cui veniva simulato l'avvicinamento dal mare di navi nemiche che dovevano essere colpite dai cannoni posizionati presso la struttura difensiva. In seguito il forte fu adibito a deposito di munizioni di grosso e medio calibro. Durante la seconda guerra mondiale venne allestita la contraerea nel tentativo di difendere la zona dai bombardamenti aerei. Dal dopoguerra in poi, la fortificazione fu di fatto trasformata in un grande deposito di armi e munizioni, che venne definitivamente dismesso nel 1975. Dopo la chiusura, la struttura difensiva venne completamente abbandonata, andando incontro ad un rapido ed inesorabile degrado. Il Forte del Pozzarello è situato sulla vetta dell'omonima altura, in posizione nascosta ed invisibile sia dal mare che dalla strada litoranea che conduce a Porto Santo Stefano. Realizzata seguendo i canoni delle fortificazioni militari piemontesi ottocentesche, la struttura difensiva si sviluppa a pianta trapezoidale, che risulta ben apprezzabile dall'alto, protetta all'esterno da profondi fossati che seguono l'andamento delle cortine murarie su ciascun lato. La fortificazione si caratterizza per la presenza di una serie di garitte, che venivano utilizzate durante le esercitazioni. Ha una planimetria piuttosto complessa e si sviluppa soprattutto nel sottosuolo su tre diversi piani di livello. Occupa una superficie di circa 8mila mq con 18 locali per la guarnigione ed altri ancora destinati a magazzino. L'accesso alla fortificazione avviene attraverso una doppia porta ad arco tondo che si apre attraversando l'intero spessore di una delle quattro cortine murarie, che si caratterizzano per il rivestimento bugnato sul lato esterno. La fortificazione si caratterizza per una serie di livelli interrati e nascosti dai costoni dell'altura, che sarebbero stati adibiti a rifugio di sicurezza, quando il forte era in attività, in caso di grave pericolo portato dall'attacco e dall'avanzata di truppe nemiche. Il Forte Pozzarello nel 2013 è stato inserito in “ValorePaese”, il progetto per la valorizzazione e per la gestione efficiente del patrimonio immobiliare dello Stato e degli enti locali, che coinvolge immobili spesso non utilizzati o sottoutilizzati, ma con una forte valenza strategica, come le ville storiche o beni di valore medio-basso collocati, in alcuni casi, in aree svantaggiate. L’iniziativa, promossa dall’Agenzia del Demanio in collaborazione con Ance e Invitalia, raccoglie progetti di sviluppo imprenditoriale finalizzati al recupero dei beni pubblici su tutto il territorio nazionale, attraverso l'individuazione di nuove funzioni in linea con le esigenze della collettività. Altro link consigliato: https://www.youtube.com/watch?v=karSuJPusyg (video di Manuel's Life).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Forte_del_Pozzarello, testo di Gualtiero Della Monaca su http://www.monteargentario.info/forte-del-pozzarello.htm, http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2013/04/10/news/forte-pozzarello-sara-recuperato-grazie-a-un-progetto-del-demanio-1.6859264

Foto: la prima è presa da http://www.monteargentario.info/forte-del-pozzarello.htm, la seconda è presa da http://www.neogeo.unisi.it/geopaesaggi/luoghi.php?id=167

giovedì 13 luglio 2017

Il castello di giovedì 13 luglio






NOVOLI (LE) - Palazzo Baronale

Non sono ancora chiare le origini di Novoli. Il villaggio sarebbe sorto intorno a tre antichissime chiese (S. Salvatore, S. Giovanni e S. Maria Madre di Dio) grazie agli abitanti del casale di Porziano che si trasferirono da una zona paludosa poco distante, e diedero al paese il nome di Santa Maria Nove. Al periodo magno-greco risalgono due tombe del VI secolo a.C. con relativo corredo. Tracce dell'epoca bizantina sono i resti dell'affresco presente nella chiesa dell'Immacolata che rappresenta la Madonna in trono con il Bambino con accanto la scritta in greco "Madre di Dio" databile al XV secolo. Dal 1520 in comproprietà e poi dal 1532 in proprietà esclusiva il feudo passò sotto la casata dei Mattei e conobbe un periodo di splendore. La famiglia fece edificare il palazzo baronale e numerose chiese, fra le quali la Chiesa di Sant'Andrea Apostolo, la Chiesa di Sant'Antonio Abate e la Chiesa di San Salvatore con una caratteristica forma ottagonale. Successivamente, dopo i Mattei, il feudo passò sotto il controllo dei Carignani fino al 1806 con l'abolizione della feudalità. Edificato agli inizi del XVI secolo dai baroni Mattei, il Palazzo divenne sede di una ricca biblioteca ad opera di Alessandro Mattei II, noto come "grande umanista e mecenate", il quale ospitò nell'edificio il filosofo e medico di Leverano Girolamo Marciano, che si servì della Biblioteca del Conte ("ricchissima di tanti libri che non ha pari nella provincia") per completare la sua "Descrizione di Terra d'Otranto". Verso la metà del Seicento il palazzo fu ampliato e modificato, mentre le ultime trasformazioni furono volute dall'ultimo dei discendenti del Casato Mattei (il pronipote Alessandro III) che fece costruire nel 1700 una passeggiata scoperta nel cortile e la fontana opera di Giuseppe Cino (tuttora visibile all'interno del palazzo, al piano superiore). Il palazzo, che si affaccia sulla piazza principale del paese, presenta una imponenente facciata caratterizzata dall'ingresso ad arco sul quale poggiano nove mensole, forse parte di un balcone non più esistente. Al piano superiore si aprono una serie di finestre con coronamento a timpano, anch'esse poggianti su mensole. L'androne, voltato a stella, immette in un ampio cortile caratterizzato da un portale bugnato e da una balaustra in pietra. All'interno del palazzo, infine, sono rimasti agli angoli di una sala, alcuni stemmi di famiglie che vi hanno soggiornato: Della Torre, Pepoli, Malvezzi. Il quarto è andato perduto. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=IWNr6SrWmhg (video di FocaraUp Movie), https://www.youtube.com/watch?v=f_hw7Czzetk (video di Studio Aerrekappa), http://img.archilovers.com/projects/4f231122-2b64-4fae-b413-8793184caf07.jpg (foto).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Novoli, http://www.comune.novoli.le.it/territorio/da-visitare/item/palazzo-baronale, http://censimento.valledellacupa.it/gal_r.php?wchben=241&vvv=999__-__999__-__999__-__999__-____-__0---0---0---0---0---1---0---0---0---0---0---0---&bbb=31,

Foto: la prima è presa da http://www.capriellorestauri.com/project/palazzo-baronale-di-novoli-2/, la seconda è presa da http://censimento.valledellacupa.it/inside/sched1/img/241_1_32.JPG

mercoledì 12 luglio 2017

Il castello di mercoledì 12 luglio






MONTE ARGENTARIO (GR) - Fortezza Spagnola di Porto Santo Stefano

Porto Santo Stefano, situato nella parte settentrionale del Monte Argentario, è il maggior centro di questo promontorio. Per la sua posizione geografica favorevole fu frequentato dagli antichi popoli che navigavano nel Mediterraneo. I romani hanno lasciato notevoli tracce della loro presenza, tra le quali i resti dei bagni di Domiziano e nelle loro carte indicavano la località con nomi vari, come Portus Traianus e Portus ad Cetarias. Sotto la dominazione dei senesi che va dagli inizi del XV alla metà del XVI secolo il luogo divenne un approdo di scarsa importanza soggetto alle frequenti incursioni dei pirati. In questo periodo vennero costruite la torre dell'Argentiera nel 1442, ed alcune torri costiere. Lo sviluppo del centro ebbe inizio intorno al 1550 sotto il governatorato spagnolo di Núñez Orejón de Ávila, e continuò dopo la creazione dello Stato dei Presidi e la costruzione della fortezza spagnola. Nel 1646 Porto Santo Stefano fu conquistato dai francesi per poi tornare sotto la dominazione spagnola nello stesso anno, nel 1707 passò sotto il governo degli austriaci, insieme a tutto lo stato dei Presidi, nel 1737 finì sotto il controllo dei Borboni ed in questo periodo si registrò il primo sviluppo demografico importante con l'afflusso di molte famiglie provenienti dalla Campania, dall'Isola d'Elba, e dalla riviera Ligure. Nel 1801 si unì al regno di Etruria e nel 1815 con il trattato di Vienna passò sotto il Granducato di Toscana. Nel 1842 il granduca Leopoldo II di Lorena istituì la comunità di Monte Argentario, dove Porto Santo Stefano rappresentava il capoluogo e Porto Ercole la frazione. La fortezza venne costruita dagli Spagnoli tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, dopo che Porto Santo Stefano entrò a far parte dello Stato dei Presidi. Il luogo scelto per la costruzione della struttura fortificata difensiva era già stato scelto dai Senesi per la realizzazione della torre di Santo Stefano durante il XV secolo. Della preesistente torre furono utilizzati alcuni materiali edilizi dopo la sua demolizione voluta dagli Spagnoli perché non ritenuta all'altezza del più efficiente sistema difensivo costiero in fase di realizzazione. I lavori di costruzione del complesso difensivo andarono tuttavia avanti molto a rilento, terminando soltanto nel 1636 con alcune modifiche migliorative apportate dopo l'elaborazione di un successivo progetto migliorativo dell'ingegnere militare Pedro Alvarez. La fortificazione svolse efficacemente per secoli le sue funzioni difensive, riuscendo in varie circostanze a resistere e a respingere attacchi ed incursioni nemiche provenienti dal mare. All'inizio del XIX secolo i francesi potenziarono la struttura difensiva per resistere ad eventuali assalti di navi britanniche durante il periodo napoleonico. In seguito, l'intero territorio entrò a far parte del Granducato di Toscana e i Lorena effettuarono alcuni interventi di restauro delle pavimentazioni. Dopo l'unità d'Italia, la fortezza continuò a svolgere le funzioni militari divenendo un presidio strategico durante la prima guerra mondiale, mentre nel dopoguerra della seconda guerra mondiale furono aggiunti i due corpi di fabbrica sulla terrazza più elevata per ospitare temporaneamente gli uffici comunali a seguito dei pesanti bombardamenti che avevano interessato l'intero abitato. Una serie di restauri portati avanti nella seconda metà del XX secolo hanno permesso di riportare l'intero complesso agli antichi splendori, e dal 1997 è stato adibito a complesso museale con l'inaugurazione di mostre su argomenti del territorio. La fortezza spagnola di Porto Santo Stefano si presenta come un imponente complesso che si sviluppa a pianta quadrangolare (poggia su un basamento quadrato di metri 35 x 35), con imponenti basamenti a scarpa che nella parte alta culminano con un coronamento di mensole sporgenti che racchiudono altrettante caditoie, ove trova appoggio il parapetto che delimita le terrazze sommitali: tale coronamento ricorda negli elementi stilistici quello che caratterizza anche la torre di Buranaccio (https://castelliere.blogspot.it/2017/03/il-castello-di-lunedi-20-marzo.html). La fortificazione è costituita da due corpi di fabbrica addossati tra loro, con quello di altezza minore che si articola sul lato rivolto verso il mare. Le pareti esterne presentano alcuni tratti rivestiti in pietra (prevalentemente agli angoli) ed altri in intonaco scialbato, con numerose feritoie che si aprono a varie altezze. L'accesso al complesso avviene sul lato rivolto verso terra, ove una porta d'ingresso si apre al livello superiore, preceduta da una lunga e caratteristica rampa di scale esterna che termina con un ponte che ha sostituito il perduto ponte levatoio ligneo originario. Superato il portone d'ingresso si arriva ad un cortile con al centro l'apertura di una cisterna e sui lati i sei locali della guarnigione. Proseguendo si ha accesso alla terrazza, in posizione dominante sul porto, nella quale si conservano tutt'oggi i cerchi in pietra che permettevano la rotazione degli affusti dei cannoni ottocenteschi. Per mezzo di due rampe laterali si sale sul piano superiore dove troviamo un'altra terrazza con quattro feritoie per i cannoni che puntavano verso il mare. Sul lato opposto del forte, verso il monte, ci sono due camminamenti sovrapposti con piccole feritoie per la piccola artiglieria. Una serie di camminatoi, protetti da cortine murarie, collegano le varie parti della fortezza, tra i quali una serie di rampe di scale coperte che conducono alla terrazza più elevata, ove furono costruiti i due fabbricati posticci per ospitare la sede e gli uffici comunali dopo la seconda guerra mondiale. Originariamente, la parte sommitale era caratterizzata dalla presenza di una serie di garitte purtroppo perdute. Nella parte interna corrispondente al basamento a scarpa vi erano le cisterne che garantivano grandi depositi di acqua, mentre ai livelli superiori si trovavano gli spazi adibiti per gli alloggi delle sentinelle. La fortezza spagnola di Porto Santo Stefano ospita al suo interno le mostre permanenti Memorie sommerse e Maestri d'ascia, allestite con l'intenzione di renderle parte, nel futuro, di un eventuale museo del mare di Porto Santo Stefano. Le mostre fanno parte della rete museale provinciale "Musei di Maremma". La mostra permanente Memorie sommerse occupa i due piani della fortezza ed è allestita al fine di ripercorrere le varie tappe della ricerca archeologica subacquea, esponendo i vari reperti rinvenuti dagli anni sessanta ad oggi nel mare prospiciente le coste della Maremma, quale testimonianza delle intense attività commerciali lungo le rotte del Mediterraneo. Nel cortile centrale della fortezza è posta la ricostruzione di una nave romana con il suo carico di anfore da trasporto, mentre nelle sale al primo piano si possono ammirare i reperti provenienti dai relitti trovati nel mare presso le Formiche di Grosseto, Talamone, il monte Argentario e l'isola di Giannutri. Interessante il relitto rinvenuto a Giannutri nel 1961 presso Punta Scaletta, alla profondità di 37 metri; a partire dal 1963 alcune ricerche hanno permesso il recupero di parte delle scafo in fasciame di rovere e di buona parte del carico trasportato, come anfore, ceramica a vernice nera, vasellame da mensa, risalenti ad un periodo tra il 140 e il 130 a.C.. Un altro relitto era stato individuato a Giannutri, presso cala Scirocco, nel 1959 e anch'esso recuperato in parte nel corso degli anni sessanta: sono esposte anfore vinarie e varie attrezzature di bordo, risalenti agli inizi del II secolo a.C.. Al piano superiore, sono ospitati i carichi commerciali dei relitti recuperati nei fondali di Punta Ala e dell'isola del Giglio. A Punta Ala, presso il porto moderno della località balneare, fu rinvenuto nel corso degli anni settanta un relitto di nave romana del III secolo d.C. contenente anfore per il trasporto dell'olio, ceramica di produzione africana ed alcune monete emesse durante l'impero di Severo Alessandro (228-235 d.C.); lungo la costa, a punta Hidalgo nel 1993 fu individuato un relitto che trasportava anfore vinarie e olearie di produzione greca e ceramica in bucchero, risalenti tra la fine del VI e la fine del V secolo a.C.;; nello stesso periodo, a Cala del Barbiere, è stato recuperato il carico di un altro relitto costituito da anfore per il trasporto del vino e dell'olio, coppe in vetro e vasellame in ceramica sigillata di produzione italica, databili intorno agli inizi del II secolo d.C.. All'isola del Giglio, presso Giglio Porto, è stato recuperato il relitto di una nave romana del III secolo d.C., proveniente forse dalla coste dell'Africa e che trasportava anfore contenenti pesce e salsa di pesce; presso punta Lazzaretto, invece, sono stati individuati due relitti del II secolo a.C. che trasportavano anfore vinarie di tipo greco-italiche; infine, presso la baia del Campese, è stato riportato alla luce il carico di una nave greca naufragata nel VI secolo a.C., proveniente probabilmente dal porto ionico di Clazomene e diretta a Marsiglia, che consiste in anfore greche ed etrusche, aryballoi, lingotti di metallo e oggetti di vario genere (ornamenti, suppellettili, strumenti di bordo, ami e pesi da rete). Sono esposti anche carichi provenienti da una nave naufragata a Capel Rosso, nuovamente al largo del Giglio, il 14 giugno 1646, identificata nella fregata spagnola Santa Catalina; e alcuni reperti ritrovati nei pressi di punta degli Stretti, nella laguna di Orbetello, che testimoniano la presenza di insediamenti databili all'età del Bronzo finale. La mostra permanente Maestri d'ascia intende documentare la tradizione dei costruttori di imbarcazioni, perlopiù legate alle attività di pesca, che all'Argentario possono vantare una storia millenaria. L'arte della carpenteria navale viene illustrata al visitatore tramite un'esposizione di strumenti di lavoro e di modelli in scala delle tipiche imbarcazioni – dalle più antiche ai moderni pescherecci – e grazie all'ausilio di fotografie e pannelli esplicativi. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=VsFVcv5keO8 (video di enzosorrentino100), http://www.capodomo.it/Torri/Fortezza/La%20fortezza.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Porto_Santo_Stefano#Storia, https://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_Spagnola, http://www.castellitoscani.com/italian/porto_santo_stefano.htm, https://www.tuttomaremma.com/fortezzaspagnola.htm

Foto: la prima è di nurnariel su http://mapio.net/pic/p-44507821/, la seconda è presa da https://t-ec.bstatic.com/images/hotel/max1024x768/896/89619544.jpg

martedì 11 luglio 2017

Il castello di martedì 11 luglio






CASTEL SAN LORENZO (SA) - Palazzo Baronale Carafa

Dopo essere stato appannaggio dei Benedettini del complesso abbaziale, il feudo passò alla famiglia Pipino e da questa al casato dei Carafa, che ne furono titolari per lungo tempo, fino all'eversione della feudalità, agli inizi del XIX secolo. Castel San Lorenzo appartenne a Tancredi di Altavilla, Signore sia di Sanctum Laurentium che di Castellum Laurenti. Grazie ad una pergamena si ha notizia che nel 1166 Guglielmo, vescovo di Troia, vendette a Graziano Leone il bosco della curia di Castel San Lorenzo. Durante il regno di Federico II, le famiglie che dipendevano dall'abbazia di S. Lorenzo de Strictu furono addette alla manutenzione del castello di Capaccio. Poi, in seguito ad un ordine dell'imperatore, l'abate del cenobio perse la potestà civile sui vassalli soggetti, avendo seguito la fazione papale; tale potestà gli venne restituita da Carlo I d'Angiò. Carlo II donò, nel 1299, a Giovanni Pipino la metà di Castel San Lorenzo, mentre l'altra metà rientrò sotto la giurisdizione del monastero. Sempre in epoca angioina, probabilmente durante la Guerra del Vespro (1282-1302), furono costruite tre torri (le tre torri richiamate nello Stemma del Comune), come parte delle fortificazioni erette in tutto il Cilento per fermare l'avanzata delle orde degli Almugàvari, i mercenari al soldo degli Aragonesi. Il De Stefano individua i resti delle torri in corrispondenza al coro della parrocchiale San Giovanni, nel palazzo baronale e agli inizi della via del Fosso. Le direttive della bolla di Celestino III furono confermate da Nicola V nel 1454. Questo monastero presentava vaste proprietà, comprendenti tra l'altro, tre centri abitati: S. Clerico (chiamato poi S. Chirico), Monte di Palma e S. Lorenzo de Strictus. Gli abati mantennero la giurisdizione civile del villaggio fino al 1497, anno in cui ne furono privati da re Federico d’Aragona, avendo reso omaggio a Carlo VIII. L'intero territorio fu allora venduto ad Antonio Carafa, principe di Stigliano. La nobilissima famiglia Carafa, napoletana, vanta oltre duecento titoli nobiliari, inoltre annovera tra i suoi antenati vicerè, governatori, arcivescovi e anche un Papa (Paolo IV). Il 14 settembre 1554 Gerolamo Carafa, signore di Felitto e detentore dei diritti originali su Monteforte, ottenne il titolo di principe di Castel San Lorenzo. Dal matrimonio di Gerolamo con Arrighetta Sanseverino discese Giannantonio, duca di Laurino, a cui seguì il figlio Geronimo, duca di Laurino, nel 1610. I feudi passarono al nipote Alvaro e da questi a Luigi, nel 1785. Per successione il titolo passò poi al figlio Pietro nel 1789, e in assenza di eredi diretti, al fratello Domenico Antonio a cui seguì il figlio Luigi, e poi da Francesco Paolo (1900) che morì a Napoli nel 1913 senza lasciare eredi. Il centro storico di Castel San Lorenzo è di origine medioevale. Al suo interno si affacciano gli esempi più significativi dell'architettura civile del paese. II Palazzo Carafa (costruito tra il 1272 e il 1337) si erge sull'area in cui un tempo era il castello, le armi della famiglia sono rappresentate nello stemma che sormonta il portone del palazzo principesco. Vicino Palazzo Carafa c'è una croce litica di pregevole fattura, posta in origine al centro della piazza e poi spostata lateralmente.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_San_Lorenzo, http://www.comune.castelsanlorenzo.sa.it/client/scheda.aspx?scheda=642&stile=3&ti=41, http://www.comune.castelsanlorenzo.sa.it/client/scheda.aspx?scheda=649&stile=3&ti=40


Foto: la prima è presa da http://promozione.cilentoediano.it/it/territorio/castel-san-lorenzo, la seconda è presa da http://www.trekkingacavallo.it/agriturismo-cavallo-escursioni-vacanza-a-cavallo-soggiorno-a-cavallo-felitto-castel-san-lorenzo/

lunedì 10 luglio 2017

Il castello di lunedì 10 luglio




CANDIOLO (TO) - Castello di Parpaglia

Fino alla prima metà del XII secolo, era considerato feudo di casa Savoia, vi sono però, negli archivi di Stato, antichi documenti che dimostrano che, già agli inizi del 1200, Candiolo fosse anche possedimento dell'Ordine di Malta: il paese fu dapprima Commenda e poi, nel XVI secolo, Camera Priorale dell'Ordine, una delle quattro principali fra quelle esistenti nel Gran Priorato di Lombardia. Il Castello di Parpaglia è una delle rare preesistenze medievali del territorio composito e ricco del parco di Stupinigi. Strettamente connesso con la cascina Parpaglia, attualmente abitata e sede di aziende agricole e lavoratori contadini dei campi circostanti, ha necessità urgente di essere messo in sicurezza e di essere recuperato e riportato a splendere. Verso la metà del milleduecento, nell’antico paese di Candiolum, il nobile cavaliere Willelmus de Parpaglia, del casato dei Revigliasco, signore del luogo, appartenente all’Ordine  dei cavalieri Gerosolomitani, decise di partire per difendere il Santo Sepolcro dalle orde islamiche. Al suo seguito erano altri cavalieri e scudieri. Si unirono all’impresa uomini, donne, pellegrini, musici e trovatori. Grazie a questi ultimi si potè in seguito conoscere le gesta dei prodi cavalieri. Le genti tutte li vollero accompagnare alle porte del paese per salutarli, augurando loro un glorioso ritorno. I nobili di Parpaglia furono conti della Bastia e di San Secondo. Discendenti come ramo cadetto del casato dei Revigliasco; furono anche signori di Bobbio Pellice, Borgaro, St Marcel, Candiolo, Cercenasco. I nobili di Parpaglia si dividevano in due rami: quelli di Revigliasco e quelli di San Secondo. I Parpaglia di Revigliasco avevano quale residenza in Candiolo il castello omonimo, tuttora esistente, situato a poca distanza dal centro abitato. Sul loro stemma viene raffigurato un leone rampante di colore rosso su campo argento. Il motto era: “SAN BRUIT”. I Parpaglia di San Secondo risiedevano nella zona del pinerolese. Sullo stemma viene raffigurato il leone rampante nascente, sempre di colore rosso su campo d’argento. Il motto era: “EX ULTROQUE RUBOR” (già forti come la quercia.). Dell'antico complesso rimane una torre cilindrica in laterizio, poi rimaneggiata nel corso dei secoli. Il castello fu più volte al centro di battaglie tra i Savoia e il Marchese del Monferrato e, successivamente, distrutto dalle truppe francesi. Altri link suggeriti: https://www.facebook.com/pg/STUPINIGI-32462202567/photos/?tab=album&album_id=10150293978692568, https://www.youtube.com/watch?v=G95-01yZ78Y (video di Sorveglianza Aerea Territoriale), https://www.youtube.com/watch?v=G95-01yZ78Y (video di 3D Drone Italy).

Fonti: http://www.comune.candiolo.torino.it/servizi/notizie/notizie_homepage.aspx, http://iluoghidelcuore.it/luoghi/candiolo/castello-di-parpaglia/12373, http://www.gruppostoricocandiolo.it/011ilcastello.html, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è di halzy su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/378969/view, la seconda è presa da http://iluoghidelcuore.it/luoghi/candiolo/castello-di-parpaglia/12373