sabato 14 gennaio 2012

Il castello di sabato 14 gennaio



CARISIO (VC) – Castello Avogadro

L'origine romana del paese, che sorge nella pianura a destra del torrente Elvo, è comprovata dall'etimologia del nome, che deriva da Carisius, nome gentilizio romano, e anche dal rinvenimento d'una tomba di epoca romana. Nel Medioevo fece parte del comitato di Vercelli e il feudo appartenne ai de Carisio. All'inizio dell'XI secolo Roberto di Carisio subì la confisca dei beni da parte dell'imperatore Enrico II per aver parteggiato per re Arduino d'Ivrea; nel 1014, poi, l'imperatore assegnò questi beni alla chiesa di Vercelli e il vescovo infeudò il Castello ai Soleri (o Solaro), che poi mantennero il feudo coi Ratari e gli Avogadro. Questi ultimi controllarono Carisio dal 1126 alla metà del XV secolo. Il castello, così come tutti i possedimenti degli Avogadro, fu strategicamente importante nell'ambito delle guerre che, tra il XII e il XIV secolo, opposero guelfi e ghibellini. Dopo il 1373 i signori di Carisio si sottomisero al conte di Savoia e il luogo entrò a fare parte del capitanato di Santhià. La porta, visibile oggi insieme ad una parte di cortina, è quanto rimane della ricostruzione del castello dopo l'occupazione e la distruzione ad opera delle milizie viscontee di Facino Cane, tra il 1399 e il 1402, anno in cui il maniero venne restituito ad Amedeo VIII di Savoia e reso agli Avogadro con una nuova infeudazione. Parti del fortilizio stesso passarono nel 1459 a Gottardo dei signori di Buronzo, nel 1518 a Francesco e Bartolomeo Tomatis e nel 1567 a Filippino Gillio. I Gillio nel 1614 vendettero la loro parte a Gerolamo Langosco. Nel 1628 il duca di Savoia Carlo Emanuele I diede il luogo al figlio Tommaso, principe di Carignano, che nel 1630 lo vendette ai fratelli Alberto e Giuseppe Caresana, signori di Nebbione, con il titolo comitale. I Caresana di Carisio mantennero il feudo fino alla fine del Settecento. La porta d'ingresso mostra ancora le aperture della porta carraia e della porta pusterla, un tempo servite da ponti levatoi. A fianco, in direzione nord ovest, si sviluppa ancora una parte delle poderose cortine, che costituirono la cinta esterna del castello. Il complesso fortificato di Carisio, fra i piú interessanti del Vercellese, non è stato adeguatamente studiato e valorizzato. Il castello, situato sull'altura, non ha lasciato se non qualche tratto di muro in ciottoloni e la zona si presenta quindi come area di interesse archeologico. La parte bassa con le cortine esterne e i resti del ricetto, sicuramente affiancatosi alla rocca in epoca tarda, conserva parecchi elementi di interesse architettonico oltre alla torre-porta. L'insieme meriterebbe molta piú attenzione e qualche intervento di restauro. Dovrebbe essere stato murato un tesoro raffigurante una chioccia d’oro con 12 pulcini. Ma, nonostante molti smuramenti non è mai stato trovato nulla. Si ipotizza che il gioiello sia nascosto nei sotterranei del castello. Per quanto riguarda i sotterranei, un probabile tunnel lo metterebbe in contatto con il castello di Vettignè. Data la vicinanza con Nebbione si può ipotizzare anche l'esistenza di un passaggio tra Carisio e Nebbione stesso.

venerdì 13 gennaio 2012

Il castello di venerdì 13 gennaio



MONTEMAGNO (AT) – Castello Conti Calvi di Bergolo

Sorto nel XIII - XIV secolo, è uno dei meglio conservati dell'Astigiano e domina imponente sull'abitato. La storia del paese si intreccia strettamente con la storia del castello che ne costituisce il riferimento principale. Prima attestazione certa della rocca risale al 981. In quegli anni lontani la struttura era ben diversa da quella nella quale si trasformò in seguito. Si limitava a un mastio protetto da un muro e più in esterno da un profondo fossato. Signore della rocca primitiva pare fosse Aleramo, ma niente di più preciso si sa in merito. Nei secoli successivi il castello non solamente si ampliò in dimensioni e importanza, ma entro le sue mura si strinsero alleanze decisive per la storia del luogo e di riflesso quella della penisola stessa. Il casato noto più antico e rappresentativo è quello dei Marchesi del Monferrato, partecipi alle crociate e, alcuni di loro regnanti anche in Palestina. Nel 1219 ad esempio l’edificio venne donato a Federico II di Svevia da Guglielmo V in cambio di un prestito per una spedizione. Le donazioni si susseguirono fino al 1269, data nella quale il castello a causa di uno scontro fra il signore di Monferrato contro Asti venne parzialmente distrutto, mentre nel 1290 a causa di un ennesimo scontro fra i medesimi protagonisti, venne totalmente raso al suolo. Ancora nel secolo XIV il castello fu teatro di scontri sanguinosi e cruenti fra Guelfi e Ghibellini e in giustificazione di queste lotte, nel 1342 la proprietà passò alla famiglia Turco, niente di meno che i massimi esponenti della fazione ghibellina in Asti. Nel 1435 i Monferrato giurarono fedeltà ai Duchi di Savoia.L'imperatore Carlo V temendo le mire espansionistiche dei Savoia favorì i Duchi di Mantova nel dominio del Monferrato anche in considerazione che Margherita Paleologa, nipote dell'ultimo Marchese era sposa del Duca di Mantova. Nel 1519 il castello fu in possesso di Francesca della Cerda. Seguirono periodi difficili con invasioni, lotte e saccheggi dovuti a truppe spagnole, francesi e tedesche. Graffiti conservati nella parete absidale della Chiesetta di S. Maria della Cava sono testimonianza di quel periodo. Il feudo di Montemagno nel 1610 appartenne ad Evasio Ardizzi ceduto poi al mercante di sete di Casale Giovanni Gallone e da questi venduto nel 1669 ai Callori di Vignale. I grandi restauri del maniero vennero eseguiti da questi signori e sono datati 1721. Il feudo passò quindi per via dinastica a Ottavio Grisella. Francesco Maria Grisella fu l'ultimo signore feudale di Montemagno. In tempi più recenti il castello è stato di proprietà degli Avogadro della Motta, dei Sanseverino, dei Cavalchini Garofoli e ora appartiene ai Calvi di Bergolo. Il Conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo (1887-1977) era lo sposo della Principessa Jolanda di Savoia per cui erano frequenti le visite e le permanenze dei regnanti a Montemagno. La struttura del castello è molto particolare. Ha infatti una pianta quadrangolare irregolare che fa da chiusura ad una corte ellittica. L’edificio, coronato da merlature ghibelline e da due torri laterali che delimitano il fronte principale, presenta una facciata con due serie di finestrelle ogivali a ghiere rientranti. Sono presenti ben cinque balconi in pietra, e alcune bellissime finestre ad arco a sesto acuto. All’interno del castello, oltre alle numerosissime stanze e ai misteriosi sotterranei che ebbero funzione di carceri, è presente anche un’ampia sala detta l’aula del senato e delle belle scuderie. La struttura, in ottimo stato, seppure di proprietà privata è visitabile.

Il castello di giovedì 12 gennaio





ACQUASANTA TERME (AP) – Castel di Luco

E' una fortificazione ubicata nel territorio comunale di Acquasanta Terme e, posta sulla sommità di uno sperone roccioso di travertino, in posizione strategica e ben difesa, a controllo dell'antica Consolare Salaria che costeggia il corso del fiume Tronto. La fortezza conserva intatto il suo aspetto medievale, particolarmente originale per la sua insolita forma ellittica. Le sue origini sono incerte; secondo Giuseppe Colucci, abate e storico ascolano del 1700, sull'area dove oggi sorge il castello vi era un bosco sacro in cui si celebravano riti pagani e il maniero sarebbe stato costruito al centro del bosco, sull'altura di travertino in cui, probabilmente, si trovavano gli altari dei sacrifici. Il nome Luco deriverebbe da lucus, luogo della luce. Prima dell'affermazione del Comune Ascolano, Castel di Luco svolse, quasi certamente, una sorta di ruolo di "corte di giustizia". Superò l'attacco di Carlo D'Angiò e delle milizie di Galeotto I Malatesta. Nel XIII secolo fu proprietà degli Sforza. Dal 1400 al 1800 appartenne alla famiglia Ciucci. Pietro di Vanne Ciucci, signore di Luco, capeggiando un gruppo di montanari partì il 10 agosto 1445 dalla residenza fortificata, per liberare Ascoli Piceno dal potere di Rinaldo di Folignano, fratello uterino di Francesco Sforza. Giunto nella città, dopo aver occupato il palazzo di Rinaldo, proclamò la sovranità pontificia. Fu qui, in questo castello, che un famoso bandito di Ascoli, il Parisani, fece trucidare nell'estate dei 1562 Chiarino Montaroni al quale era stata affidata la difesa del maniero. I banditi, al comando dei Parisani, lo assediarono. A tradimento fu chiamato sulla porta il difensore del castello, quasi ci fosse l'intenzione di arrivare ad un accordo. Chiarino Montaroni uscì e fu freddato da un colpo di archibugio. Il Parisani si impadronì del cadavere e con l'aiuto dei suoi sgherri lo gettò nel fiume Tronto. Negli anni che seguirono il castello da fortezza si trasformò in residenza gentilizia della casata Ciucci che ne fu proprietaria fino al 1800, quando l'ultima ereditiera, Maria, sposò Giuseppe Amici che lo ha tramandato fino ad oggi ai suoi discendenti. La concezione iniziale della fortificazione era quella di un castello-recinto che fosse sia la residenza del signore, degli armati e dei famigliari, e sia un rifugio sicuro per gli abitanti del feudo in caso di pericolo. In tempi successivi, il subentrare di nuove necessità di spazi abitativi destinati alla vita quotidiana della famiglia signorile portò all'ampliamento della costruzione e al fiorire del piccolo borgo che cinge la base del castello, intorno allo sperone roccioso. Le mura di cinta, che racchiudono il cortile interno, seguono il bordo della rupe sviluppando una struttura irregolarmente circolare e chiusa. L'elemento bellico più evidente è la torre a scarpa munita di cordone antiscalata e di archibugiere, costruita nel XVI secolo. Con l’avvento della polvere da sparo il “guscio” del castello era insufficiente alla difesa territoriale ormai affidata esclusivamente alle strutture bastionate. Tuttavia il maniero, protetto dalle caratteristiche naturali del sito, presentava probabilmente una coronatura di merli e contava lungo il suo perimetro un notevole numero di gattoni in travertino, vale a dire mensole che, sporgendo a strapiombo dalla muratura, alloggiavano ballatoi e bertesche lignee, da cui spiare il nemico e, in caso di attacco, combattere rimanendo al coperto. Attualmente il castello, che conserva ancora la sua struttura originaria, è una raffinata struttura ricettiva e nelle stanze affrescate ospita un ristorante, certamente suggestivo. Vi è un sito web ad esso dedicato e che consiglio di visitare: www.casteldiluco.com

mercoledì 11 gennaio 2012

Il castello di mercoledì 11 gennaio



SUMIRAGO (VA) - Castello Visconti-Confalonieri di Caidate

Di origine viscontea e risalente al 1300 circa, domina tutta la vallata dell'Arno. Voluto dai Visconti come luogo dove svagarsi nel nobile passatempo della caccia, ha struttura massiccia a pianta quadrilatera, cortile centrale e una torre robusta e quadrata sull'angolo che guarda verso la valle. Nel 1614 il castello passò alla famiglia Bigli, grazie al matrimonio dell'ultima Visconti di Caidate: a questo secolo risalgono le prime trasformazioni con il portico a colonne binate che hanno mutato il castello in villa residenziale, conservando tuttavia alcune caratteristiche castellane. Nell'Ottocento con i nuovi proprietari, i Confalonieri, avvenne l'aggiunta di torri cilindriche con coronamento di merli dovuta all'architetto Balzaretto, al quale si attribuisce anche il rifacimento del parco.

martedì 10 gennaio 2012

Il castello di martedì 10 gennaio



VAL DELLA TORRE (TO) - Torre

Simbolo del paese, è stata ricostruita in stile medievale sulle mura dell'ex Villa dei Conti Rossi di Montelera. Mi sembra di aver capito, ma posso anche sbagliarmi (e allora qualcuno mi correggerà...), che essa sorge sul luogo dell'antico castello, situato lungo i sentieri che salivano al colle Portia e alla valle di Viù. Alla metà del '300, il castello fu acquistato dai Canalis di Cumiana. Una tradizione locale attribuisce la sua distruzione a un bombardamento effettuato dai francesi, dal vicino monte Carlovà, alla metà del '500.

Il castello di lunedì 9 gennaio



MONTEGRIDOLFO (RN) – Castello Malatesta

Si erge su quella linea che allora delimitava i possedimenti delle casate dei Malatesta di Rimini e dei Montefeltro, signori della vicina Urbino. Il toponimo del castello sembra trarre origine dall'antica famiglia riminese dei Gridolfi che a partire dal XIII secolo si stabilì sulle colline tra la Romagna e le Marche. Come altre nobili famiglie guelfe cittadine, in età comunale i Gridolfi si schierarono dalla parte della Chiesa, così che secondo alcuni storici Monte Gridolfo sarebbe la trasformazione dell'originario nome del luogo, Monte Guelfo, oppure di Monte Loro, monte dell'alloro. La sua collocazione geografica lo rese già nel Medio Evo oggetto di molti appetiti e spesso Montegridolfo fu al centro delle dispute fra Rimini e Urbino, nelle quali si inserirono anche le confinanti località di Mondaino e Saludecio. Nel 1233 Montegridolfo giurò fedeltà a Rimini nella lotta contro Urbino. Il centro venne saccheggiato ed incendiato nel 1288 dai vicini comuni di Mondaino e Saludecio. Il legame con Rimini si consolidò con l’ascesa al potere dei Malatesta che contribuirono, a più riprese, all’ampliamento ed al mantenimento del possente castello. Nel 1336 il borgo fu addirittura totalmente distrutto da Nolfo, conte di Urbino, e da Ferrantino Novello de' Malatesti. Con la ricostruzione, ad opera del patriarca dei Malatesta Galeotto, risalente al 1338, il castello venne circondato da nuove alte mura, rafforzate con quattro poderosi torrioni, con grande soddisfazione degli abitanti. In quell'epoca dentro le mura castellane vivevano circa 250 persone. Nel 1455 il borgo passò ai Montefeltro per tornare, pochi anni dopo, nelle mani dei Malatesta. Gli anni a venire videro susseguirsi brevi dominazioni: Cesare Borgia nel 1502, Venezia nel 1504 ed infine il passaggio finale, nel 1509, sotto lo Stato della Chiesa. I recenti restauri ne hanno fatto uno dei borghi medioevali meglio conservati di queste terre. Addentrandosi nel castello, troviamo il palazzo del Municipio che si trova accanto alla torre portaia, mentre palazzo Viviani, l'antica dimora dei signori del castello, è oggi un attraente albergo-ristorante. La cappellina Viviani è quanto resta della duecentesca chiesa di S. Agostino distrutta nel 1336 da Malatesta Guastafamiglia.

sabato 7 gennaio 2012

Il castello di domenica 8 gennaio



TERRACINA (LT) – Castello Frangipane

E’ detto anche Rocca Traversa dalla particolare forma trapezoidale del maschio, l’unica parte dell’edificio che è rimasta, insieme a parte dell’ala sud, dopo i massicci bombardamenti aerei del 1943-44. Alla fine del X secolo, con la crisi del papato e lo strapotere delle famiglie locali, Terracina fu interessata dal fenomeno dell’incastellamento: pertanto, allo scopo di controllare politicamente la città e il suo territorio, forse ad opera dei Crescenzi, venne avviata l’edificazione di un imponente castello, poi denominato Frangipane dalla famiglia dei nobili romani che lo occupò dal 1153 al 1202. L’avvento dei Frangipane iniziò quando Papa Celestino II, per assicurarsi il loro appoggio di tipo militare, nell’anno 1143, cedette loro cospicue rendite sul territorio di Terracina spettanti alla Chiesa. In pratica, i Terracinesi avrebbero dovuto dipendere economicamente dai Frangipane e giuridicamente dal Pontefice, ammesso che quest’ultimo fosse in grado di imporre il rispetto dei patti ai Frangipane, pronti ad invadere l’intera sfera del potere politico e giuridico a garanzia di quello economico. Alla morte del debole Celestino, provò a riformulare gli accordi il ben più energico Eugenio III (1145 – 1153). Sulla parete est sono visibili due iscrizioni facenti riferimento a lavori fatti eseguire proprio da quest’ultimo. Dopo la sua morte, nel 1153, i Frangipane, più per il tradimento di qualche Terracinese che per la forza dei loro armati, entrarono in città e si impadronirono anche della Rocca Traversa. I papi successivi non potettero o non vollero mettersi contro di loro e, ma la popolazione per nulla contenta di questa dominazione, nel 1202 si rivoltò. La Rocca fu assaltata, ne furono distrutte le difese, furono scacciate le truppe dei tiranni Frangipane, inseguiti fino a Sanfelice e quindi scacciati anche da lì. Da allora i Frangipane a Terracina non misero più piede, malgrado i numerosi tentativi di mediazione di Papa Innocenzo III. La Rocca Traversa divenne il simbolo della lotta comunale per la libertà dai legami feudali. Nel ‘400 una guarnigione pontificia iniziò a dimorare nel Castello e vi rimase fino ai primi anni del secolo XIX. Quando, poi, il maniero venne trasformato in un conservatorio per l'educazione di signorine di buona famiglia fu un brutto colpo, per le gloriose tradizioni militari dell'edificio.