giovedì 16 novembre 2017

Il castello di giovedì 16 novembre






SIENA - Castello di Belcaro

Fu fondato da un certo Marescotti intorno al 1190; le prime notizie sulla sua esistenza si trovano in una pergamena del 1199 all'archivio di Stato di Siena, che ne ricorda i proprietari, Guido e Curtonecchia di Marescotto. Sulle origini del nome esistono solo leggende: una dama del castello, attendendo il ritorno del suo sposo dalla guerra e passeggiando sulle mura con il suo bambino in braccio, nello scorgere il marito all'orizzonte avrebbe proteso le braccia verso di lui, facendo cadere il bimbo nel giardino sotto le mura. Per questo la donna avrebbe esclamato rivolta verso lo sposo: «Sei bello, ma mi costi caro!». Da allora il castello fu chiamato "Belcaro". Nel 1258 è ricordato da Sigismondo Tizio uno scontro tra guelfi e ghibellini che ridusse in rovina il castello; successivamente nel 1269 venne distrutto ancora. Nel Trecento passò alla famiglia Salimbeni, i quali ne rivendettero le macerie ai Salvini nel 1375. Nanni di ser Vanni, appartenente a quest'ultima famiglia, ne fece dono nel 1376 a santa Caterina da Siena, che lo fece trasformare in un convento per le monache, con il nome di Santa Maria degli Angeli. Non passò molto tempo che il castello tornò in possesso dei Salvini, i quali lo vendettero nel 1408 ai Bellanti, che lo restaurarono. Nel 1525 venne acquistato dal banchiere Crescenzio Turamini, la quale gli dette la sua forma attuale. Il restauro e la riedificazione furono affidati a Baldassarre Peruzzi, come testimonia anche un progetto conservato nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi. In realtà non è chiaro quanto resti oggi del progetto originale del Peruzzi, sebbene alla sua mano siano riferibili alcuni affreschi all'interno della villa, come il Giudizio di Paride. Nel 1554 fu assalito dall'esercito imperiale di Carlo V che combatteva contro i senesi dopo essersi alleato con l'esercito francese, capitanato dal duca di Belforte. Il castello divenne di proprietà di Cosimo I de' Medici, come ricorda una lapide apposta sulle mura; fu il suo parente Giangiacomo de' Medici ad occuparsi della ricostruzione. Quest'ultimo, che era Marchese di Marignano, utilizzò il castello come base per l'assedio che poi portò alla caduta di Siena con la conseguente sua annessione a Firenze. Nel 1710 il castello fu acquistato dalla famiglia Camajori che, nel 1802, ne commissionò il restauro all'architetto Serafino Belli, rifacendo la facciata della villa interna in stile neorinascimentale. Nel 1944 il castello fu sequestrato dalla truppe tedesche che ne fecero un ospedale militare. Subì vari danni, restaurati poi dal proprietario Giuseppe Lapo Barzellotti. Gli importanti restauri, dentro e fuori la villa, ne fanno oggi uno dei castelli meglio conservati di tutta la provincia di Siena. Il complesso è interamente compreso in una cinta muraria a forma di cuneo, ed è composto da vari edifici che si articolano attorno a tre spazi aperti: un giardino e due corti. Il portale di accesso, protetto da due piombatoi e a sinistra da un torrione semicircolare con due archibugiere, si trova sul lato ovest. Immette nel primo cortile, di stile medievale e forma triangolare, dove si affacciano i locali di servizio addossati alla fortificazione e alla villa e caratterizzati da terminazioni aggettanti su archetti pensili e mensole in laterizio. Attraverso un'apertura ad arco ribassato, si giunge nel secondo cortile, quello principale, in stile rinascimentale e lastricato in cotto a spina di pesce. Sul cortile principale si affacciano l'edificio padronale, che si sviluppa su tre piani ed ha forma rettangolare, e la casa del custode, un tempo usata dai servitori. La forma rettangolare fu creata in un intervento dell'architetto Partini del 1865-70, che creò i due paramenti-filtro confinanti rispettivamente col cortile di accesso e col giardino, e la casa di servizio, che si ispirò ai disegni del Peruzzi, sebbene su scala leggermente ingrandita. Qui, vicino al passaggio verso il giardino, si trova anche il pozzo. Il prospetto principale della villa, affacciato sul cortile e opera neoclassica di Serafino Belli, mostra tre ordini con otto assi di aperture: al piano terra, coperto da bugnato, si trovano portali incorniciati e di foggia varia (ad arco a tutto sesto o architravati), oltre ad alcune aperture sono tamponate. Qui una lapide marmorea ricorda la visita di Margherita di Savoia. Ai piani superiori le finestre mostrano timpani curvilinei e, all'ultimo piano, architravi. Cornici marcadavanzale corrono lungo tutto l'edificio, con particolare cura nel disegno di quella al secondo piano. Il cornicione a dentelli fa da base alla copertura a padiglione di scarso aggetto. L'edificio di servizio sul lato opposto mostra due livelli e prospetto classicheggiante, con tre aperture timpanate a sesto scemo (al centro) o triangolari (ai lati). Dentro la villa la decorazione più illustre è l'affresco del giudizio di Paride, realizzato da Baldassarre Peruzzi. Dietro al giudice-pastore si possono notare le Grazie, ognuna con un vaso diverso. Paride siede sopra uno scoglio, in mezzo alle tre contendenti, ognuna delle quali è contraddistinta da un diverso uccello: il pavone per Giunone, la civetta per Minerva e la colomba per Venere. Quest'ultima appare sorridente e sicura della sua vittoria. In lontananza, tra le nuvole, si può scorgere il consiglio degli dei sostenuto dalle spalle di Atlante. Quasi metà dello spazio interno alle mura è occupata dal giardino, che confina per tre quarti con le mura stesse. Il giardino, situato in uno spazio di forma trapezoidale, comprende a sinistra la cappella, e nella parte terminale un loggiato ad arcate affrescato con figure, ghirlande di fiori, frutta e uccelli. L'area verde progettata dal Peruzzi, come giardino segreto separato da un orto, è attualmente divisa in sei aiuole bordate di bosso e decorate con arbusti. Originariamente l'ingresso all'orto e al giardino non avveniva tramite il muro, che costituiva una quinta architettonica per il cortile rinascimentale, ma per mezzo di un'apertura sul lato estremo delle mura. Il Peruzzi, incidendo lungo la cinta muraria un passaggio perimetrico, creò un singolare percorso sopraelevato, che separa il giardino dal bosco di lecci attorno al castello. All'interno del giardino vi è anche una limonaia. La cappella, intitolata ai santi Giacomo e Cristoforo, ha l'esterno semplice, con facciata a capanna timpanata e arricchita da due lesene ai lati e da un San Jacopo a robbiana nel timpano. Sopra la porta d'ingresso, semplicemente architravata, si trova un oculo circolare. L'interno è ad aula unica, coperta a botte, e completata da un'abside dietro l'altare. Interamente affrescata, ha alle pareti finte specchiature marmoree e grottesche a monocromo su sfondo dorato in larga parte frutto dei restauri ottocenteschi. Nella volta, divisa in scomparti, sono dipinti agli angoli coppie di angeli che reggono un candelabro con la fiaccola accesa; sui lati i quattro evangelisti con i rispettivi simboli, e al centro uno stemma araldico. Sull'abside si trovano dei santi a tutta figura, san Pietro e san Paolo, affiancati da riquadri con scene di martirio. Al centro un grande affresco con la Madonna col Bambino tra i santi Caterina da Siena, Sebastiano, Cristoforo e Caterina d'Alessandria. In alto, nella cupoletta, quindici quadretti con le otto sibillee quattro scene della Passione e resurrezione di Gesù. Sempre sul giardino si affacciano le logge, leggermente arretrate rispetto alla cappella e composte da tre arcate a tutto sesto oggi chiuse da vetrate. All'interno, nelle tre campate, sono raffigurate storie mitologiche. Sulla volta a destra sono rappresentati miti riguardanti la dea Diana, su quella centrale sono raffigurate le Tre Grazie e gli Amori di Venere, mentre su quella a sinistra il Ratto di Europa. Il tutto è contornato da un finto pergolato, ricco di foglie, uccelli e frutta, con agli angoli dei vivaci mascheroni. Questi affreschi e quelli della cappella erano un tempo attribuiti al Peruzzi, ma studi più approfonditi hanno permesso di assegnarli a un allievo di quest'ultimo, Giorgio di Giovanni. Furono restaurati (abbastanza pesantemente in alcuni punti) alla fine dell'Ottocento dal pittore Ernesto Sprega, che comunque ebbe il pregio di rimuovere quei "rimaneggiamenti morali", che avevano coperto le scene mitologiche più licenziose. Tutto il perimetro delle mura è percorribile attraverso il camminamento, un tempo usato con funzioni difensive. Vi si accede dal primo cortile, e si innesta direttamente nel piano nobile della villa. Ha il suo culmine nel torrino sopra la loggia, da cui si vedeva, prima che la vegetazione la coprisse, la città di Siena. Si scorgono comunque in lontananza la villa le Volte, l'eremo di Lecceto e la villa di Santa Colomba, presso Monteriggioni. Il castello è aperto al pubblico ogni primo lunedì del mese. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=ualnk6NN8b4 (video di Luigi Fabiani), http://www.sienaonline.it/castello_belcaro.html

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Belcaro, http://www.fortezze.it/castello_belcaro_it.html, http://www.regione.toscana.it/-/castello-di-belcaro

Foto: la prima è di Matteo Tani su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Belcaro#/media/File:SDC12492_Castello_di_Belcaro.JPG, la seconda è presa da http://www.siena-guide.com/west-of-siena.htm


mercoledì 15 novembre 2017

Il castello di mercoledì 15 novembre






PESCINA (AQ) - Torre in frazione Venere dei Marsi

Venere fu già dal basso medioevo un importante presidio militare, nel XIII secolo fu edificato il "Castrum Veneris" composto di tre torri gemelle d'avvistamento e controllo sul lago Fucino poste in connessione ed allineate con le altre presenti sulle alture fucensi. Soltanto una delle tre torri è rimasta in piedi ed è ancora visibile. La bolle papali risalenti al XVII secolo citano le chiese di San Bartolomeo, San Gervasio, San Pietro, Santa Maria e la chiesa parrocchiale di San Silvestro. Il paese fu distrutto dal terremoto della Marsica del 1915 che causò un alto numero di vittime. Il borgo antico, posto alle pendici del monte che lo sovrasta, è stato faticosamente ricostruito, mentre il borgo nuovo si è sviluppato più a valle oltre la strada provinciale Sarentina. Le tre torri sono state costruite nel corso del XIII secolo dai Berardi proprietari a più riprese della baronia di Pescina, nell'ambito del territorio del paese di Venere dei Marsi eletta già da tempo come presidio militare vista la sua posizione dominante sul vecchio Lago Fucino. La struttura delle torri era a base cilindrica e svettavano su una rupe dominanti il lato orientale del vecchio Lago Fucino. Le tre torri sono state erette in una posizione che consentisse un collegamento visivo ottimale con tutte le altre fortificazioni presenti intorno al Lago Fucino. Il compito di queste era di sorveglianza dell'immensa area lacustre da possibili attacchi esterni e di controllo sulla parte interna alla contea, di cui il lago costituiva la risorsa più importante. Attualmente dopo la distruzione delle altre due torri dopo il terremoto del 1915, la torre rimanente ha urgente bisogno di restauro, che tuttavia ha mostrato di essere assai resistente, riuscendo a superare anche i terremoti dell'Aquila del 2009 e di Amatrice del 2016. La struttura irregolare è realizzata in pezzame di calcare di piccole dimensioni tenute insieme con malta. La discontinuità costruttiva della parte superiore dimostra segni di rimaneggiamenti effettuati, presumibilmente, in epoca borbonica. Altro link suggerito: http://www.comune.pescina.aq.it/storia-di-venere/ 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Venere_dei_Marsi, http://www2.regione.abruzzo.it/xCultura/index.asp?modello=torreaq&servizio=xList&stileDiv=monoLeft&template=intIndex&b=menuTorr2775&tom=775, http://digilander.libero.it/webmarsica/TORRE%20DI%20VENERE.htm

Foto: sono entrambe di Marica Massaro, la prima su https://it.wikipedia.org/wiki/Venere_dei_Marsi#/media/File:Torre_di_Venere_dei_Marsi_6.jpg, la seconda su https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Torre_di_Venere_dei_Marsi_1.jpg

martedì 14 novembre 2017

Il castello di martedì 14 novembre




FELTRE (BL) - Castello di Alboino

Durante il dominio dei Longobardi Feltre fu aggregata al ducato di Ceneda. Di quel periodo restano tracce nella denominazione del maniero che sovrasta la città e nel toponimo della frazione di Farra (dal germanico Fara, "accampamento"). La città fu in seguito dei Franchi di Carlo Magno che le restituirono un ruolo di centralità territoriale e di autonomia, quindi passò al successore di Carlo, Berengario re d'Italia. Da questo periodo sino al XIV secolo, si affermò sempre più il potere episcopale, in modo particolare da quando con la dinastia Ottoniana i vescovi furono elevati al rango di conti. A Feltre il vescovo era a capo di un comitatus (una contea) piuttosto esteso e comprendente oltre al Feltrino attuale (esclusi alcuni centri posti a sud, ricadenti nella pieve di Quero a sua volta compresa nella contea dei Collalto), anche le valli del Primiero, del Tesino e della Valsugana sino a Pergine. Durante il XIII e il XIV secolo Feltre fu coinvolta nelle tragiche vicende legate alla signoria dei Da Romano (con il noto Ezzelino), finendo infine sotto il potere dei Da Camino. A questi seguirono i Carraresi, dal 1315 al 1337, gli Scaligeri di Verona e, infine, i Visconti di Milano. Nel 1404, alla morte del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti, Feltre, non potendosi più difendere da sola dalle mire dei Carraresi, preferì seguire l'esempio di Vicenza e sottomettersi al dominio della Repubblica di Venezia (fatto tuttora ricordato con il palio locale). L'età veneziana assicurò ai feltrini, salvo qualche breve parentesi, uno stato di pace e di prosperità. Tuttavia nel 1509, nel corso della guerra cambraica, la città fu quasi interamente distrutta dalle truppe dell'imperatore Massimiliano I che, a capo della Lega di Cambrai, scese in Italia per combattere la Serenissima. Al termine del conflitto, dopo quello che è ancor oggi ricordato come "l'Eccidio di Feltre", la ricostruzione trasformò Feltre in un unicum architettonico ed urbanistico, ben delineato dai canoni estetici e culturali del Rinascimento. Dal Seicento si ebbe però un evidente decadimento della città. La crisi veneziana si riverberò anche sulla plaga feltrina, le produzioni locali di lane grezze, di legno e di ferro entrarono in una fase critica, con un conseguente malessere economico. Rimase un'agricoltura povera e insufficiente a sostenere il reddito generale del territorio. Nel 1729 Feltre ebbe Carlo Goldoni impiegato come coadiutore della Cancelleria carceraria. Goldoni era allora ancora ben lontano dall'essere il celeberrimo maestro e riformatore del teatro, ma si mostrava con tutta evidenza già interessato alla scena e agli attori, tanto che, nel 1730 al Teatro de la Sena di Feltre andarono in scena alcuni suoi lavori teatrali (Il buon padre e La cantatrice). Nel 1797, caduta Venezia, il Feltrino fu invaso dai francesi di Napoleone e amministrato dalla fazione democratica; risale a quegli anni la scalpellatura delle lapidi venete i cui testi, resi illeggibili, si vedono ancora sulle facciate delle case patrizie nella città vecchia. Occupata dagli austriaci nel 1798, in seguito al trattato di Campoformio, Feltre entra a far parte del Regno Italico con capitale Milano. Il Castello di Feltre è meglio conosciuto come Castello di Alboino. Tra storia e leggenda si narra che esso fu edificato nel 570 proprio dal famoso re longobardo su una preesistente torre di vedetta romana, ma le prime testimonianze documentarie risalgono solo al X-XI secolo. Il Colle delle Capre è il rilievo su cui sorge la cittadella protetta da una cinta muraria che ancora oggi è quasi completamente conservata. L'edificio, le cui parti più antiche sono in pietra calcarea chiara e che veniva utilizzato come rifugio per gli abitanti di Feltre in caso di attacco, è posizionato nel punto più alto del colle ed era completamente cinto da mura con quattro torri angolari, secondo la composizione tradizionale dei manieri presenti in tutta l'area. Il castello subì diverse modifiche nel corso dei secoli: Antonio Cambruzzi, storico feltrino, parla di un restauro agli inizi del Duecento e di un altro nella seconda metà del Cinquecento, quando, a causa di un fulmine, crollarono le campane sfondando i solai fino a terra. La torre settentrionale, in corrispondenza della Torre dell'Orologio, era detta Torre delle Polveri e di essa restano solo le fondamenta. La Torre del Campanon, che ancora oggi domina con la sua altezza l'intero complesso, veniva utilizzata per annunciare, con il suono delle sue campane, l’inizio delle esecuzioni capitali e per comunicare, attraverso segnali di fuoco o fumo, con il Santuario dei Santi Vittore e Corona sul Monte Miesna e con il Col Marcellon, luoghi in cui si rifugiavano gli abitanti in caso di pericolo. L'attuale campana della Torre è stata fabbricata a Bormio e installata nel 1664; è stata simbolo militare e annunciatrice delle adunanze pubbliche della cittadinanza, tanto che fino al 1970 era suonata per annunciare il consiglio comunale. Al di sopra della porta d'ingresso al piano terra, sono scolpiti in bassorilievo tre stemmi: quello al centro presenta un castello turrito che è lo stemma della Città. Sulla facciata sud del Campanon era dipinto un leone di San Marco, simbolo della Repubblica di Venezia che governò la città dal 1404 al 1797. Allo stato attuale la Torre del Campanon presenta tre fasi costruttive: il primo stadio, fino a 19 metri di altezza, è di origine protoromanica, il secondo, che va dai 19 ai 25 metri, risale al Tardo Medioevo e l'ultimo, fino a 35 metri, è della seconda metà del Cinquecento. Sono tre stadi di costruzione legati ad altrettanti periodi della storia di Feltre ed in particolare il rifacimento cinquecentesco è collegato al disastroso incendio che distrusse la Città nel 1510. La Torre dell'Orologio si affaccia sul sagrato della Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano e su Piazza Maggiore e presenta in cima una particolarità: una mezzaluna di provenienza mediorientale, parte del bottino di guerra dei Veneziani raccolto durante la battaglia di Lepanto del 1571. L'edificio principale ospita anche una piccola cappella, una cucina e la sala d’armi, dove ancora oggi sono conservati dei bellissimi affreschi, attribuiti al pittore feltrino Lorenzo Luzzo ed alla sua scuola. Lo stesso pittore affrescò il castello esternamente nel 1518; di questi dipinti oggi rimane solo qualche piccolo lacerto. Il cortile interno presenta un pozzo riconducibile al Tardo Medioevo costituito da una vasca monolitica. Originariamente si poteva entrare nel castello attraverso una porta che sovrastava le attuali Fontane Lombardesche costruite nel corso del Quattrocento e si apriva sul lato occidentale della Torre dell’Orologio. Attualmente il castello è ben visibile dalle strade che giungono a Feltre oltre che da Piazza Maggiore dove parte la piccola salita che raggiunge l'ingresso del maniero. Altri link suggeriti: https://www.magicoveneto.it/Feltrino/Feltre/Feltre-Castello-Alboino.htm, https://www.youtube.com/watch?v=fagNeQmgZew (video di solovisioneHD).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Feltre, http://www.infodolomiti.it/dolomiti-da-vedere/castelli/castello-di-alboino/6760-l1.html, http://piavein.org/point/castello-alboino/

Foto: la prima è presa da https://camminogregoriano.files.wordpress.com/2014/11/feltrealboino1.jpg, la seconda è michel.corrent su http://picssr.com/tags/alboino


lunedì 13 novembre 2017

Il castello di lunedì 13 novembre






FELIZZANO (AL) - Torre Cova

Come già evidenzia il nome, Felizzano (Felicianum) affonda le radici in epoca romana (probabile fundus gentilizio con popolazione sparsa), rientrando nella giurisdizione del municipium di Hasta (I sec. a.C.) Di Asti seguì la vicenda storica: dalle invasioni barbariche, al dominio dei Longobardi, a quello dei Franchi (secc. V - IX). Nell'anno 880, l'imperatore Carlo il Grosso, ultimo dei Carolingi, donò la "cortem de feliciano" al monastero milanese di Sant'Ambrogio, al quale restò soggetta fino agli inizi del sec. XI. In seguito passò in potere degli Aleramici. Infatti, nel primo trentennio del sec. XII fu, soprattutto, la famiglia marchionale degli Ardizzone (consanguinea degli Aleramici di Occimiano e di Monferrato ) a signoreggiare sul castro et villa felizani. Nel 1155, dopo la presa di Asti (a cui gli Ardizzone si erano sottomessi nel 1135) ad opera dell'imperatore Federico Barbarossa, il borgo entrò a far parte dei domini del marchese di Monferrato Guglielmo il Vecchio, restandovi sino alla fine del sec. XIII, seppur conteso e, talora, occupato dagli Astesi. Nel 1292, dopo la morte in cattività, per mano degli Alessandrini, del marchese Guglielmo VII, il comune di Asti, loro alleato, poté impadronirsi del luogo. Nel 1303 tornò in potere del nuovo marchese monferrino Giovanni I. Nel 1372 mutò ancora principe: fu la volta di Galeazzo II Visconti, signore di Milano, che lo strappò al marchese Giovanni II Paleologo. Terra da sempre agognata dai marchesi di Monferrato, per la sua posizione strategica, sia militare sia viaria e commerciale, Felizzano venne riconquistato da quei marchesi nel 1452 e venne a loro riconosciuto in feudo dal duca di Milano Francesco I Sforza, alla pace di Lodi del 1454. Al Monferrato restò sino al 1533. Quindi tornò al ducato di Milano. Deceduto l'ultimo degli Sforza, Francesco II, nel 1535, il luogo venne incorporato nell'Impero. Nel 1556, l'imperatore Carlo V abdicò, assegnando al figlio Filippo II il regno di Spagna con i possedimenti italiani. Felizzano, in quanto terra del ducato milanese, fu assegnato alla corona di Spagna. Nel 1707, durante la guerra per la successione spagnola, venne annesso ai domini del duca di Savoia, poi re, Vittorio Amedeo II. Nel 1799, come il resto del Piemonte, venne occupato dalla Francia rivoluzionaria, alla quale appartenne sino alla caduta di Napoleone Bonaparte nel 1814. Durante la dominazione napoleonica, Felizzano, fu sede di Cantone, nella sottoprefettura di Alessandria, comprendente i comuni di Annone, Cerro Tanaro, Masio, Refrancore, Quargnento, Quattordio e Solero, per una popolazione complessiva di oltre 18.000 abitanti. Con il ritorno dei Savoia, nel 1814, fu trasformato in capoluogo di Mandamento. All'angolo sud orientale della piazza Paolo Ercole, al centro dell'abitato, sorge la massiccia torre dei Cova, costruita dalla famiglia omonima in epoca duecentesca, unica traccia, insieme ad alcuni tratti di mura, dell'antico borgo fortificato da una cinta rinforzata da dodici torri. Ha splendide monofore, e nell'interno sono ancora visibili eleganti soffitti a cassettoni. Si presenta come un'imponente torre a pianta quadrata, con cortine in laterizio caratterizzate da feritoie. Anticamente era sormontata da merli di foggia ghibellina, nel tempo, poi, tamponati. Appartenne ai marchesi del Monferrato. Durante la notte tra il 28 e il 29 luglio 2013 una violenta tromba d'aria durante un temporale ha scoperchiato la torre, trasportando il tetto ad una ventina di metri di distanza in un cortile. Altri link suggeriti: http://www.piemondo.it/piemonte/1-monfastaless/374-felizzano.html,

Fonti: http://www.comune.felizzano.al.it/ComGuidaTuristica.asp, http://www.comune.felizzano.al.it/ComStoria.asp, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999), https://it.wikipedia.org/wiki/Felizzano, http://www.marchesimonferrato.com/web2007/_pages/gen_array.php?DR=all&URL=marchesidelmonferrato.com&LNG=IT&L=2&C=93&T=news&D=IT%7B52ECC3F6-7D9F-9990-C826-C2221CEC2A40%7D&A=0

Foto: la prima è presa da https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g2056814-d2056221-i245871327-La_Torre-Felizzano_Province_of_Alessandria_Piedmont.html, la seconda è presa da http://www.alessandrianews.it/immagini_articoli/201608/46053716_torre.jpg
  

sabato 11 novembre 2017

Il castello di domenica 12 novembre



RAGUSA – Castello di Donnafugata

Si trova nel territorio del comune di Ragusa, a circa 15 chilometri dalla città. L'attuale costruzione, al contrario di quanto il nome possa far pensare, è una sontuosa dimora nobiliare del tardo '800. La dimora sovrastava quelli che erano i possedimenti della ricca famiglia Arezzo De Spuches. Fin dall'arrivo il castello rivela la sua sontuosità: l'edificio copre un'area di circa 2500 metri quadrati ed un'ampia facciata in stile neogotico, coronata da due torri laterali accoglie i visitatori. Ci sono varie ipotesi sull'origine del nome "Donnafugata". Usualmente viene ricondotto ad un episodio leggendario, quale la fuga della regina Bianca di Navarra, vedova del re Martino I d’Aragona e reggente del regno di Sicilia che venne imprigionata nel castello dal conte Bernardo Cabrera, che aspirava alla sua mano e, soprattutto, al titolo di re. In realtà la costruzione del castello è successiva alla leggenda. Secondo altri il nome è la libera interpretazione e trascrizione del termine arabo عين الصحة ʻAyn al-Ṣiḥḥat (Fonte della Salute) che in siciliano diviene Ronnafuata, da cui la denominazione attuale. Ma è possibile avanzare un'ipotesi ulteriore, cioè che il nome della località possa fare riferimento a un tragico e doloroso episodio verificatosi in quel luogo, ovvero il possibile ritrovamento, in un imprecisato momento storico, di un corpo femminile deceduto per soffocamento ("donna affucata", cioè " donna soffocata" o "donna morta per soffocamento"). Il toponimo si ripete in un'altra località in provincia di Palermo. Inoltre, presso Ragusa, esiste anche la cittadina di Donnalucata (interpretata comunemente come " donna educata"). La prima costruzione del castello sembra dovuta ai Chiaramonte, conti di Modica nel XIV secolo. Nel XV secolo potrebbe essere stata una delle residenze di Bernardo Cabrera, all'epoca gran giustiziere del Regno di Sicilia, pur se si deve tener conto del fatto che tutti i dati riguardanti tale castello, precedenti il Settecento, ivi compresa la sua primitiva costruzione, sono solo il frutto della leggenda quattrocentesca, riguardante Bernardo Cabrera e Bianca di Navarra, e sono dati che non hanno alcun riscontro probatorio storico. Il Cabrera era temuto persino dai sovrani di Palermo che non fecero nulla per ridimensionare il suo potere. Entrato nella leggenda divenne oggetto di una serie di storie popolari. Si diceva, ad esempio, che nascondesse un tesoro consistente in una capra tutta d’oro, la quale sarebbe saltata fuori dal luogo in cui era nascosta dopo un complicato incantesimo. Si raccontava inoltre, che facesse fare una brutta fine a tutti coloro che lo ostacolavano e soprattutto ai suoi nemici. Successivamente, la costruzione del feudo ex Bellio-Cabrera di Donnafugata fu acquistata nel 1648 da Vincenzo Arezzo-La Rocca, già barone di Serri o Serre, che ne fece una masseria fortificata. Nel corso del tempo si trasformò in casina neoclassica e in castello neogotico. La maggior parte della costruzione si deve nell'Ottocento al discendente, il barone Corrado Arezzo, eclettico uomo di studi e politico. Attraverso varie generazioni, giunse a Clementina Paternò di Manganelli, vedova del visconte Gaetano Combes de Lestrade. Infine, dopo anni di incuria ed abbandono, nel 1982 venne acquistato dal Comune di Ragusa che, dopo lunghi lavori di restauro lo ha reso nuovamente utilizzabile. Il castello, diviso su tre piani, conta oltre 120 stanze di cui una ventina sono oggi fruibili ai visitatori. Uno scalone monumentale ci conduce al primo piano ed agli ambienti visitabili. Passeggiando per le sale si avrà l'occasione di rivivere gli ultimi anni dell'aristocrazia siciliana, lo stesso periodo descritto da Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo "Il Gattopardo". Si dice che anche il regista Luchino Visconti, al momento di girarne il celebre film visitò il castello per usarlo come set ma poi, essendo all'epoca in stato di abbandono, ripiegò su altri scenari. Ciò non toglie la grande suggestione che ancora oggi le sale hanno sui visitatori. Quello che sicuramente colpisce il visitatore è il grande lusso e sfarzo che faceva da padrone ovunque, pur essendo Donnafugata soltanto una residenza estiva. Ogni stanza era arredata con gusto diverso ed aveva una funzione diversa. E' così che ci si imbatte nell'elegante sala della musica con diversi pianoforti e bei dipinti a trompe-l’oeil, o nella pinacoteca che contiene una interessante collezione di quadri neoclassici e dei quadri neoclassici della scuola di Luca Giordano, oppure nella grande sala degli stemmi con i blasoni di tutte le famiglie nobili siciliane e due antiche armature. Ma vi sono anche stanze di puro divertimento come la sala del biliardo e la sala degli specchi (ornata da stucchi) oppure quelle dedicate alla conversazione. Questa era separata: il salotto dei fumatori per gli uomini e il salotto delle donne per il gentil sesso. Ognuna di queste stanze contiene ancora le carte da parati, le consolle, i divanetti ed i soprammobili che le caratterizzavano. L'angolo più antico del castello sono le cosiddette stanze di Bianca di Navarra alle quali è legata la leggenda del rapimento della vicaria del regno di Sicilia. Chiudono il percorso del castello le cosiddette "stanze francesi", quelle utilizzate nei tempi più recenti dagli ultimi discendenti che abitarono il castello e che i loro lunghi soggiorni in Francia le arredarono nello stile di quel paese. Notevole, poi, il cosiddetto appartamento del vescovo, con splendidi mobili Boulle, riservato esclusivamente all'alto prelato (un membro della famiglia Arezzo nel Settecento). Intorno al castello si trova un ampio e monumentale parco di 8 ettari. Contava oltre 1500 specie vegetali e varie "distrazioni" che dovevano allietare e divertire gli ospiti, come il tempietto circolare, la Coffee House (per dare ristoro), alcune "grotte" artificiali dotate di finte stalattiti (sotto il tempietto) o il particolare labirinto in pietra costruito nella tipica muratura a secco del ragusano. Molto particolare è il fatto che nel parco si trovino degli scherzi che il barone ha fatto disporre per allietare le giornate, altrimenti noiose, al castello. Un esempio: su di un sedile è stato posizionato un irrigatore, che entrava in funzione quando un ospite ci si sedeva sopra. Un altro scherzo del barone burlone veniva attivato quando aprivano una particolare cappella posta in fondo al parco - ne usciva un monaco di pezza, spaventando la vittima dello scherzo. Attualmente gli scherzi non sono attivati, ma si sta lavorando per rimetterli in funzione. Inoltre nel parco si trovano delle tombe vuote, il cui scopo leggendario era di spaventare le donzelle: spinte dal terrore della vista di un corpo morto, andavano a rifugiarsi dal barone che era più che felice di consolarle. Tra i vari divertimenti rivolti agli ospiti del Barone, nel parco fu costruito anche un labirinto realizzato con muri a secco, in pietra bianca ragusana e sorvegliato all'ingresso da un soldato di pietra. Il labirinto riproduceva la forma trapezoidale del labirinto inglese di Hampton Court, situato vicino Londra, che probabilmente il Barone aveva visto durante uno dei suoi vari viaggi. Sui muri del tracciato si stendevano siepi di rose rampicanti che impedivano la vista e impedivano lo scavalcamento delle corsie Il barone Corrado Arezzo de Spuches di Donnafugata con le sue forti influenze politiche riuscì a far modificare il tracciato della ferrovia nel tratto Ragusa - Comiso in modo da farla passare nelle vicinanze del castello e avere la propria stazione ferroviaria. Data l'importanza turistica i treni regionali tutt'oggi fermano regolarmente alla stazione di Donnafugata che dista meno di 400 m dal castello permettendo, a chi volesse, di raggiungere il sito in una breve passeggiata. Il castello è stato nel corso degli anni sede si diversi set cinematografici e televisivi. Nella "stanza del biliardo" sono state girate alcune scene del film “I Vicerè”, mentre sulla terrazza e nel parco del castello sono state girate varie scene della serie TV “Il commissario Montalbano”. È stato anche uno dei set de “Il racconto dei racconti – Tale of Tales”, film di Matteo Garrone del 2015. La prestigiosa dimora è inserita nella lista delle case della memoria che ricordano la presenza di personaggi illustri. Il castello è ricordato per essere stato luogo dove vissero il Barone Corrado Arezzo de Spuches (noto politico, filantropo e cultore delle arti) e il Visconte Combe de Lestrade (diplomatico, storico e sociologo). Per arrivare all'ingresso del castello di Donnafugata si percorre un largo viale fiancheggiato da ambo i lati da bassi caseggiati: alcuni sono stati trasformati in ristoranti ed attività commerciali, altri sono in attesa di restauro o adibiti ad edifici rurali. La facciata del castello ci trae subito in inganno. Difficilmente riusciremo ad individuare uno stile omogeneo o a definire un periodo storico. E’ infatti orlata di merli al di sotto dei quali si trova un'elegante galleria con coppie di colonnine ricche di capitelli. La facciata inoltre è caratterizzata da finestre in stile gotico. Nella parte sottostante alla galleria si ammirano otto finestroni bifori a sesto acuto che danno in un'ampia terrazza delimitata da una balaustra coronata da otto vasi. L'aspetto che l’edificio ha è quello voluto dai suoi eclettici proprietari. I possenti torrioni laterali potrebbero far pensare ad una struttura difensiva ma in realtà si trattava solo di una residenza signorile di campagna dell'aristocrazia siciliana ottocentesca. L'ingresso al castello è contraddistinto da un largo portale, pensato per fare entrare le carrozze. Da un lato è ubicata la biglietteria, dall'altro la chiesetta che faceva parte integrante della residenza. La pianta del castello è rettangolare con un largo cortile centrale. Come in tutte le residenze aristocratiche, il piano terra era adibito ai magazzini ed alla servitù mentre i piani superiori costituivano i "piani nobili". Oggi il piano terra viene spesso utilizzato per mostre temporanee o per altre iniziative particolari. Nel corso del Settecento e dell'Ottocento faceva parte integrante del castello anche un largo latifondo di terreni agricoli che i proprietari controllavano. Qui è possibile visitare virtualmente il monumento: http://www.comune.ragusa.gov.it/turismo/castello/virtualtour/index.html. Altri siti per approfondire: http://www.comune.ragusa.gov.it/turismo/castello/, https://www.youtube.com/watch?v=jrw3l6tC-_Y (video di todaronetwork), https://www.youtube.com/watch?v=hFAXIKDzACQ (video di CiSonoStato VideoViaggi), https://www.youtube.com/watch?v=j8U1qBCWBtw (video con drone di occluca).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Donnafugata, https://www.guidasicilia.it/itinerario/la-leggenda-del-castello-di-donnafugata/3003738, http://www.hermes-sicily.com/itinerari/donnafugata.htm#mappa

Foto: la prima è di cikama 64 su http://www.panoramio.com/photo/98200524, la seconda è una cartolina della mia collezione.



Il castello di sabato 11 novembre



UMBERTIDE (PG) – Castello di Santa Giuliana

Santa Giuliana rappresenta un raro esempio di insediamento medievale racchiuso da una cinta muraria sormontata all’epoca da cinque torri di avvistamento e di difesa con un unico accesso attraverso una porta munita di ponte levatoio. Il piccolo borgo, ricco della sua particolare bellezza, non era abitato da una nobile famiglia ma era ed è rimasto un agglomerato di case di popolani che al suo interno trovavano riparo e difesa dalle scorribande degli eserciti in lotta tra di loro. Il castello, che dista circa 10 Km da Umbertide, si trova ad un’altitudine di 406 metri s.l.m. ed è uno dei Borghi più belli e meglio conservati della zona. Le prime notizie sicure su di esso sono quelle relative a certi elenchi di abitanti di Santa Giuliana nell’anno 1362. Si sa poi che, nel 1411, il capitano Paolo Orsini, alleato di Braccio Fortebracci, attaccò i castelli a Nord di Perugia e quello di Santa Giuliana venne cinto d’assedio. La reazione degli abitanti fu però così risoluta ed efficace che gli assalitori dovettero abbandonare l’impresa, durante la quale lo stesso comandante Orsini rimase gravemente ferito ad un occhio e ad una guancia. “…e dandosi l’assalto a Santa Giuliana castello, vi fu ferito Paolo Orsino in un occhio per lo cui caso i soldati si tolsero subito da quella impresa…” (Pompeo Pellini, Historia di Perugia). I danni subiti dal castello furono riparati con il consueto sistema allora in uso: Perugia, nell’ottobre del 1411, decretò la concessione di un contributo e l’esenzione per gli abitanti dal pagamento della libra. La mancanza d’acqua all’interno del castello portò alla costruzione di una cisterna, opera che fu iniziata nel 1518 e conclusa nel 1526. All’interno del castello fu edificata, forse nel 1558, una chiesetta dedicata a S. Antonio. Nel periodo 1950-1960 l’amministrazione agricola di Monte Corona, in considerazione del clima mite che questa località può godere durante l’inverno per la sua posizione, tentò nei propri possedimenti intorno al castello la coltivazione di fiori, specialmente di rose. Dopo un periodo di abbandono, tutto il complesso (una dozzina di case) è stato acquistato nel 1975 da un gruppo di stranieri di diversa nazionalità, che hanno provveduto al restauro, rispettando l’originaria struttura medioevale. Nel borgo si accede da un’unica porta ad arco dalla quale si spalancava il ponte levatoio. La cinta muraria che circonda il borgo misura 320 metri, al suo interno si trovano alcune casette ben ristrutturate e la chiesa, presenta interessanti affreschi del Trecento. A circa 1 km si trovano una torre, antico avamposto di difesa, e la chiesa dedicata a Santa Giuliana.

Fonti: http://www.iluoghidelsilenzio.it/borgo-santa-giuliana-umbertide/, file:///C:/Users/VeB/Downloads/Borgo%20di%20Santa%20Giuliana.pdf, http://www.umbriadomani.it/jolly/umbertide-passeggiata-dellavis-a-monte-corona-94720/

Foto: entrambe prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/borgo-santa-giuliana-umbertide/

venerdì 10 novembre 2017

Il castello di venerdì 10 novembre






BOLZANO - Torre Druso

E' una torre cilindrica che sorge nel quartiere di Gries a Bolzano. È alta 20,10 metri ed ha un diametro interno di m 4,30. Alla sua base ci sono tracce di un muro di cinta che testimoniano come un tempo vi si trovasse una grande fortificazione. Si caratterizza per i merli a coda di rondine e per le strette feritoie. Deve il nome italiano a una mistificazione seicentesca del padre francescano Ferdinand Troyer di Bolzano (1648: Cronica der Stadt Bozen), secondo il quale si tratterebbe di una fortificazione fatta costruire da Druso maggiore, mito abilmente ripreso nel Novecento dal nazionalista italiano Ettore Tolomei. In verità si tratta di una costruzione del primo XIII secolo, menzionata la prima volta nel 1231 come Trowenstein, ovvero dei resti visibili dello scomparso Castello di Treuenstein (o Troyenstein, ted: Burg Treuenstein), costruito dall'omonima famiglia sui resti di una struttura difensiva preesistente, ma di cui non si è riusciti a stabilire la data di costruzione. Adiacente alla torre si trova la cappella di Sant'Osvaldo (Oswaldkapelle), anch'essa duecentesca. Nel 1862 il proprietario di allora, Karl Pieschl di Berlino, fece costruire, su disegno dell'architetto civico di Bolzano, Sebastian Altmann, il maniero in stile Tudor che si erige presumibilmente sui resti dell'ex castello. La torre fu eretta quasi certamente a fini esclusivamente difensivi e non è noto se sia stata sempre abitata. Anche le finestre mancanti e l'accesso originario, a 8 metri di altezza, portano in questa direzione. Un'altra porta più in alto conduceva probabilmente a un cammino di ronda in legno. 

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Druso, https://www.sentres.com/it/torre-druso,

Foto: la prima è di Paolo_Italy su http://www.panoramio.com/photo/7252853, la seconda è di Ruggero Sampieri su http://mapio.net/s/53615041/