venerdì 6 luglio 2012

Il castello di sabato 7 luglio




SANTA MARIA COGHINAS (SS) – Castello Doria

Il misterioso maniero fu edificato dai Doria intorno al 1102, quando i Genovesi fortificarono tutti i loro possedimenti al nord dell'isola, e specialmente l'attuale Castelsardo. Ma le più antiche attestazioni sulla presenza del castello si riferiscono al 1282 quando sono riportati una serie di passaggi di proprietà, probabilmente per nascondere alcuni prestiti ad usura, tra i Doria e i Malaspina. In quella data Brancaleone I Doria acquisì i territori della curatorìa di Anglona, con i castelli di Castel Genovese e Casteldoria da Corrado Malaspina. Nel 1321 Brancaleone I Doria approvò le concessioni agli abitanti del borgo compiute alcuni anni prima dal castellano Pietro de Barra. L’atto è di estremo interesse non solo per l’attestazione del villaggio e delle sue strutture interne (mura di cinta, loggia, orti), ma soprattutto per la comprensione delle modalità di gestione da parte del potere signorile nell’insediamento fortificato. Altri elementi sulla presenza di un borgo a Casteldoria sono noti attraverso la lettura di un documento del 1361, nel quale è possibile cogliere come le vicende, narrate in occasione di un processo a carico di un castellano aragonese colpevole di aver consegnato la fortificazione ai Giudici di Arborea senza combattere e con l’inganno, si svolgano tra il castello e il borgo. In questo modo è possibile dedurre l’articolazione delle case, distribuite su più livelli secondo la canonica disposizione dei villaggi di montagna, la presenza di una porta di accesso a tutto l’insediamento fortificato e la presenza di un edificio di culto dedicato a S. Nicola. Nel 1370 il castello risulta ancora in efficienza, coinvolto nelle vicende della guerra tra il Giudicato d'Arborea e la Corona d'Aragona. Già dal XV secolo dovette subire però un lento declino. Della fortificazione rimangono solo un torrione, alcuni tratti di paramento murario e una grande cisterna. L’elemento saliente della fortificazione, al momento in attesa di auspicabili e attente ricerche archeologiche, è la torre con la sua particolare forma pentagonale. La struttura mostra un unico accesso lungo il lato nord orientale, mentre in altezza sempre sullo stesso lato sono presenti due aperture non allineate. Nel lato nord occidentale si trova un ampio finestrone in corrispondenza del primo piano. All’interno la torre è suddivisa in tre livelli più la copertura finale. La separazione tra il piano terra e il primo piano è realizzata da una volta a botte con un passaggio ad est per la scala di accesso. Il terzo piano, prima del terrazzo superiore, era ricavato attraverso un soppalco ligneo del quale si conservano ancora le tracce delle originarie travature portanti. All’esterno nelle cortine sono molto evidenti i segni degli antichi restauri. Le ulteriori annotazioni possibili riguardano la presenza negli alzati di questa struttura di differenti tecniche costruttive. La prima, osservabile nei paramenti esterni della torre, è costituita dall’uso di cortine in conci in pietra marmosa e sedimentaria e conci bugnati soprattutto in corrispondenza degli angolari settentrionali. All’interno il paramento è costituito da bozze della medesima pietra mentre il sacco è in scaglie di granito e scarti di lavorazione dei blocchi esterni. Tutto il corpo di fabbrica poggia su un basamento di forma circolare caratterizzato da una muratura in grandi bozze di granito senza alcun tipo di legante. Granito locale, ma con bozze di dimensioni decisamente più regolari e abbondante malta, è invece la caratteristica delle strutture di terrazzamento e degli ambienti localizzati nello spazio tra il vertice nord occidentale della torre e una cisterna. Elementi che permettono di comprendere come la torre fosse perfettamente inserita in un complesso impianto fortificato che occupa tutta la cima. Una imponente cinta muraria che rifila non solo il profilo esterno dell’emergenza rocciosa, ma anche l’area a contatto con il terrazzamento naturale occupato dal borgo. La presenza dei muretti a secco per la suddivisione dei poderi, che in più tratti ricalca le antiche strutture, non permette di individuare gli accessi originari. La copiosa dispersione di materiale sul terreno, dopo una prima analisi compiuta sul campo, mostra al momento solo la fase tardo medievale del sito. Dalla cima del colle dove sorge il castello si può contemplare uno splendido panorama che spazia dalla valle del Coghinas fino alla frastagliata costa di Castelsardo. Una leggenda narra di un condotto sotterraneo che conduceva dal castello alla chiesa di San Giovanni di Viddacuia, sita all'altra riva del Coghinas, fatto realizzare dai Doria semplicemente per recarsi alla messa nei giorni di festa. Un marciapiede conduce dalla torre alla Conca di la muneta, dove, si dice, i Doria nascondessero il loro tesoro. Questa Conca, pare sia una grande cisterna di una immensa profondità: nel fondo esisteva una campana d'oro, e i passanti gettavano una pietra, per farla suonare. Ora la cisterna è piena  di pietre, e la campana è invisibile. Il protagonista della famosa leggenda di Casteldoria, è conosciuto con il nome di Andrea Doria, il forte ammiraglio che nel 1527 riacquistò i possedimenti occupati dagli Spagnoli, quello che la leggenda fa morire in modo così strano. Mentre il principe passava l'inverno nel castello, una dama, moglie o figlia (non si sa bene di preciso) di un cavaliere al servizio dei Doria, e abitante nello stesso maniero, si innamorò perdutamente di Andrea. Ma per quante moine, per quante appassionate dichiarazioni ella gli facesse, egli non la volle sentire mai, anzi una volta, infastidito dall'amor suo, la respinse rudemente, minacciando di espellerla dal castello se non lo avesse lasciato  in pace. Invasa dallo spirito infernale la innamorata dama tentò ancora, in ogni modo, di procacciarsi l'amore di Andrea Doria: ma San Giovanni preservava il cavaliere dagli amori colpevoli, e vane riuscirono quindi le ultime lusinghe di lei. Allora l'amore si trasformò in odio e la dama si diede tutta al male e alla perversità. Un giorno fece cambiare il suo volto in quello di una vecchia, si vestì da maga e si introdusse nel sotterraneo che conduceva dal castello alla chiesa. Mentre Doria, si recava alla santa messa, la maga lo fermò e gli disse: «Nobile Messere, mi ha mandato a te San Giovanni di Viddacuia, per dirti; bada, ti sovrasta una grande disgrazia! Il giorno che vedrai i campi del Coghinas ricoperti di cavalli e cavalieri verdi, quel giorno il tuo castello sarà espugnato e tu con la tua corte sarete appiccati per la gola su gli spalti di Castel Doria!..». Ciò detto sparì! Non è a dire quale stupore e qual vaga paura invadesse l'animo dei cavalieri a tale arcana profezia. Andrea Doria, fu colto da una grande melanconia, ma si fece animo, fortificò il castello e attese, sicuro di non lasciarsi vincere. Per ogni caso mandò le chiavi del sotterraneo, che racchiudeva i tesori, ad una sua sorella abitante in Genova, e aspettò. Venuto il mese di maggio, i campi del Coghinas erano coperti di asfodelo e di fieno altissimo, e la perfida donna compì la sua magia. In una notte trasformò tutti i fusti dell'asfodelo e i flessuosi gambi del fieno fresco in tanti cavalli verdi, montati da guerrieri armati di scudi e di lance verdi, vestiti da tuniche e da corazze verdi! Quando all'alba Andrea Doria scese sui bastioni per aspirare la fresca brezza dell'aurora floreale, impallidì mortalmente. Egli  vedeva il suo castello assediato da quell'armata verde, immensa, che si perdeva nell'orizzonte, e sentiva che fra poco questo immane e misterioso nemico, venuto all'improvviso da terre ignote, avrebbe invaso e debellato il suo forte. La terribile profezia della maga gli tornava al pensiero: Sarai appiccato per la gola sugli spalti di CastelDoria! Mai! Mai! Mai! Prima sarebbe morto di mano sua! E infatti, vista la verde armata avanzarsi sempre più numerosa e minacciosa, il prode Doria si precipitò dal bastione e morì sfracellato sulle rocce sottostanti. L'esercito verde sparì, e tornò il fieno nei campi del Coghinas. Nella fresca serenità della azzurra mattina echeggiò un riso diabolico, un triste riso di anima dannata. Era la dama che dall'alto del suo ballatoio aveva veduto compiersi la vendetta. Saputa la morte del fratello, la sorella di Genova, che conservava le chiavi dei tesori e della zecca, si imbarcò per la Sardegna, onde aprire i sotterranei e trasportare i tesori al Continente, ma in mare fu colta da una terribile malattia. Prevedendo la sua morte si fece trasportare in coperta e all'entrare in agonia gettò le chiavi in mare, con gli occhi morenti fissi nella fatale e affascinante isola lontana ove dormiva l'ultimo sonno il suo beneamato e infelice fratello. Nessuno seppe più aprire la Conca di la muneta, e i tesori dei Doria splendono ancora laggiù, nell'ombra del sotterraneo... parte delle tre cinte murarie in blocchi di porfido rosso e granito. Ecco un video dedicato al castello che ho trovato in rete:

Il castello di venerdì 6 luglio




MINERBIO (BO) – Rocca Isolani

Edificata all’inizio del Trecento, fu successivamente bruciata dal capitano visconteo Niccolò Piccinino, ricostruita nel 1438, assumendo le dimensioni di un castello fortificato. Nel 1401, per volontà dei Visconti di Milano, fu conferita agli Isolani - una famiglia nobile originaria di Cipro -l'investitura ufficiale di Signori di Minerbio, come riconoscimento per l'aiuto da loro fornito nella conquista di Bologna. Nel 1527 venne saccheggiata dai Lanzichenecchi imperiali sulla strada del Sacco di Roma e perciò rimaneggiata. Per volontà di Giovanni Francesco Isolani fu risistemata come residenza di campagna e ampliata negli anni immediatamente successivi con l’adiacente Villa su disegno del Vignola, costruita per ospitare nel 1530 l’imperatore Carlo V per la sua incoronazione a Bologna. Del 1536 è, sempre del Vignola, l’elegante Torre Colombaia dalla struttura a pianta ottagona che internamente presenta una scala lignea elicoidale e un complicato sistema di cellette studiato per accogliere oltre 3mila nidi. Furono inoltre recuperati gli originali fregi di cotto policromi raffiguranti la corte rinascimentale, risalenti alla metà del XIV. Altro grandissimo vanto della Rocca Isolani sono gli affreschi di Amico Aspertini, realizzati fra il 1538 e il 1542, in tre ambienti della Rocca: la Sala di Marte, la Sala dell’Astronomia e la Sala di Ercole. Nella sala di Marte le pareti sono scandite da erme a monocromo a cui corrispondono dei peducci  con figure maschili e femminili. Al centro della volta è rappresentato il dio Marte. Questi affreschi dovevano probabilmente incorniciare scene, oggi purtroppo perdute. Nella sala dell'Astronomia le nicchie ospitano le figure delle Muse e delle Arti Liberali. Quattro telamoni sostengono un'illusionistica balconata dipinta sulla volta da cui si affaciano le figure a mezzo busto di Diana e Apollo. Nella sala di Ercole, nonostante il tempo abbia profondamente rovinato gli affreschi, sono riconoscibili ampie vedute di paese come sfondo alle imprese dell'eroe raccontate in primissimo piano. Queste sale sono state aperte al pubblico per la prima volta nel 2008, in occasione della importante mostra dedicata a Bologna proprio al pittore cinquecentesco, di cui la visita alla Rocca di Minerbio ha costituito uno dei punti di eccellenza. Questo monumento così ricco di storia e di fascino è oggi location raffinata e appropriata per importanti eventi privati e aziendali: da convention, congressi, concerti e conferenze a matrimoni e ricevimenti privati, anche di grandi dimensioni. La Rocca, infatti, oltre alle sei Sale affrescate al suo interno, in grado di ospitare fino a duecento persone sedute, offre la splendida Corte rinascimentale, di circa 450 mq, con ampi loggiati e capienza ideale per conferenze e concerti all’aperto nonché per pranzi e cene di gala o per matrimoni e ricevimenti, potendo accogliere tavoli per trecento persone sedute. Il parco, vastissimo e scenografico per alberi secolari, offre la possibilità di montare, nel cosiddetto “Prato delle Fiere” (in antichità luogo di mercato e di tornei d'armi) una tensostruttura di oltre millecinquecento metri quadri e di ospitare cosi fino a duemila persone sedute. Per chi è interessato ad approfondire, consiglio il seguente link: http://www.isolani.it/it/la-rocca-introduzione-e-storia.html

Il castello di giovedì 5 luglio




NOGAROLE ROCCA (VR) - Castello Nogarola-Della Scala

Venne costruito dai Nogarola, famiglia di provenienza francese e indicata in vari documenti del tempo col nome "De Nogarolis". Il primo riferimento storico di un certo valore risale all’anno 1232, riportato sia dalle antiche cronache veronesi che da quelle mantovane, quando il castello fu circondato e danneggiato dalle milizie mantovane comandate da Balduino, podestà di Mantova. Agli inizi del '300 il maniero, nel frattempo riattato, conobbe un periodo di grande notorietà per essere stato dimora di Matteo Visconti, signore di Milano, il quale venne allontanato dai Torriani che si erano impadroniti della città. Il Visconti si rifugiò a Verona sotto la protezione degli Scaligeri, con i quali, tra l’altro, era imparentato. Accogliendo successivamente l’invito di Bailardino Nogarola, cognato di Cangrande Della Scala dopo aver sposato la sorella Caterina, il Visconti si trasferì nella rocca di Nogarole (anche per delle incomprensioni con i signori di Verona) e vi rimase per cinque anni, fino alla discesa in Italia di Enrico VII di Lussemburgo. Trovandosi a ridosso del confine mantovano, il castello fu per secoli teatro di numerosi scontri bellici: durante la prima metà del 1300 furono memorabili le battaglie che vedevano contrapposti i signori di Verona e i Gonzaga di Mantova. Cagnolo Nogarola morì senza eredi e le sue proprietà, insieme alla rocca, passarono agli Scaligeri (1387) che fecero erigere all’interno delle sue mura una nuova residenza signorile. Durante la campagna militare condotta dall’imperatore Carlo IV di Boemia contro Cansignorio della Scala, tutta la zona di confine tra Nogarole e Villafranca di Verona fu ancora al centro di scontri bellici che danneggiarono le fortificazioni della zona e la rocca. Negli anni che seguirono, la fortificazione cambiò diversi proprietari: Galeazzo Visconti, Alberico di Barbiano, Bruno e Antonio della Scala, i Carraresi, ancora i Gonzaga e, nel 1405, Jacopo dal Verme - soldato di ventura che la occupò per conto dei Veneziani. Conquistata dai Francesi, agli inizi del ’500, e riportata qualche anno dopo sotto il dominio veneziano, nel XVI secolo, con l’avvento di nuove e più sofisticate armi da fuoco che rivoluzionarono le tecniche costruttive e di difesa, la rocca – insieme a tanti castelli medievali – cadde in abbandono. Nel 1543 il castello fu venduto all'incanto in Rialto a Venezia a Leonardo Boldri per 520 ducati, con l'obbligo di farlo abbassare, togliendogli ogni aspetto di fortezza, levando i terrapieni e coprendo le fosse. Il Boldri, due anni dopo, lo cedette a Giovanni Bevilacqua Lazise, il cui stemma (un'aquila) è scolpito nell'arco interno al castello. Da allora i Bevilacqua Lazise assunsero anche il titolo di "Conti di Nogarole Rocca" e  trasformarono il fortilizio in dimora signorile e corte agricola. La serena attività agricola fu disturbata da alcuni episodi, come lo scontro nel 1799 all’interno del castello fra le armate austriache e francesi e il suo utilizzo, da parte degli austriaci, come insediamento per un contingente di 1500 uomini. Alla fine del XIX secolo passò in eredità al conte Alessandro Lando, il quale vendette castello e terreni (nel 1878) a Benedetto Barbieri. La proprietà non cambiò fino al 1973, anno in cui morì Maria Barbieri, ultima discendente di questa famiglia e fu donata con atto testamentario all'Amministrazione della Provincia di Verona, cui appartiene tuttora. Nell'interno del castello vi è una chiesetta intitolata a S. Carlo Borromeo, abbellita un tempo con dipinti ed oggetti di valore, tra i quali una pala della Vergine con bambino, S. Giovanni Battista e S. Carlo Borromeo, ora asportata. Il castello si presentava come una sorta di recinto con lati di 60 e 80 metri intervallati quasi sicuramente da sei torri. La struttura militare è ben evidente nella torre quadrata presso la quale si trova il ponte di accesso, trasformata successivamente in torre colombara. Una delle leggende più famose e più affascinanti, legate al territorio veronese, riguarda proprio Nogarole e narra di una tragica storia, che si consumò, tanto tempo fa, tra le mura del castello. Una ragazza della casata dei Nogarola sarebbe stata murata viva, con tutti i suoi tesori, in un luogo segreto della fortezza. La storia racconta che il padre di questa fanciulla, arrabbiato perché la figlia aveva rifiutato di sposare un cavaliere, da lui indicato come marito ideale, abbia deciso di imprigionarla per farle cambiare idea. La ragazza, testarda, rimase invece salda nella sua decisione, e il padre – esasperato – ordinò che fosse sepolta viva nei sotterranei della rocca. Si narra, inoltre, che a causa di questo gesto crudele la famiglia sarebbe stata poi colpita da un tragico destino. Secondo la scrittrice Zambussi Dal Lago, che nel 1800 si era occupata della pubblicazione di questa leggenda, lo spirito della ragazza va “gironzolando di notte fra quegli eremi recessi, e vi si oda strepito di catene”; e poi aggiunge: “tuttavia nessun scheletro vi fu rinvenuto, e quei lamenti notturni son delle tante fole immaginate da un’età fantastica per circondare del mistero quella tomba di un’antica grandezza".

Il castello di mercoledì 4 luglio




MAIDA (CZ) – Castello Normanno

Maida, centro di origine longobarda, presenta i resti di un castello normanno, eretto prevedibilmente dopo il 1057, anno in cui venne presa da Roberto il Guiscardo. Originariamente era di forma quadrata con quattro torri agli angoli. Di una delle torri orientali è ancora ben distinguibile il corpo, anche se parzialmente nascosto da costruzioni moderne. Venne ingrandito da Federico II, appartenne a varie famiglie fra cui i De Liceto e fu ricostruito in più epoche e segnatamente dalla famiglia Loffredo (nel Seicento) e dalla famiglia Ruffo di Bagnara (nel Settecento). Sono visibili parti della muraglia e di un torrione cilindrico, unici elementi superstiti del sisma del 1783. Ospitò una prigione, di cui esistono ancora alcune celle e la scala in ardesia. Il castello è stato, negli anni '50, circondato da costruzioni moderne, che in parte lo nascondono. Maida e il suo maniero erano rifornite d'acqua attraverso un acquedotto, di cui fa parte l'arco di Sant'Antonio, restaurato negli anni '90.

mercoledì 4 luglio 2012

Il castello di martedì 3 luglio



RONCOFREDDO (FC) – Castello Malatesta di Monteleone

Posto su di un colle in posizione dominante, il piccolo nucleo risulta ben conservato e mantiene ancora oggi la tipica struttura di borgo medievale. Nei suoi edifici e nell'impianto urbano si possono ben distinguere le diverse parti riconducibili al tempo delle signorie e le modifiche apportate dai proprietari successivi. Per quanto concerne il castello: l'ingresso, un tempo provvisto di ponte levatoio, insieme ad una torre e alla scarpa sembrano risalire a lavori malatestiani del XV secolo; una torre in parte a forma curvilinea a testimonianza della breve parentesi di dominio veneziano, mentre l’ampio giardino, le decorazioni e le strutture più moderne sono dei Roverella. Il borgo, è costituito dal castello, sopravanzato da un piccolo giardino pensile, e da alcuni edifici risalenti ad epoche diverse disposti a mezzaluna sul fronte. Si può accedere all'abitato, oggi come un tempo, attraverso due strette porte con arco a tutto sesto, poste ai lati della struttura principale e distanti l'una dall'altra poco più di 100 metri. Le esatte origini non sono documentate; si può ipotizzare che la località attorno al Mille fosse possedimento della chiesa Ravennate. Per anni contesa fra la Chiesa e il comune di Rimini, una prima torre fortificata fu probabilmente edificata tra i secoli XIII XIV da quest'ultimo. Fonti storiche riguardanti il Castrum Monleonis documentano nel 1233 il giuramento di fedeltà dei Consoli Corbolo e Bulgarello nei riguardi proprio del Comune di Rimini. Possedimento dei Malatesta fino al 1335 (dapprima Ramberto e poi Ferrantino), fu conquistato da Francesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, costretto tre anni dopo a cederlo a Nolfo da Montefeltro, per tornare poi sotto il controllo della Santa Sede e successivamente nel 1433 nuovamente ai Malatesta, nelle mani del grande mecenate Sigismondo Pandolfo, il quale lo diede in beneficio a Ramberto, conte di Giaggiolo, in cambio di uno sparviero da caccia all'anno. Alla sua morte, non dopo il 1448, il feudo tornò nelle mani della Chiesa fino al 1465, quando Paolo II lo concesse a Gottifredo degli Isei. Nel 1485 ritornò all'arcivescovo di Ravenna, a quel tempo Filasio Roverella di Cesena, che lo diede in feudo alla sua famiglia alla quale restò fino al 1745. A questo periodo risalgono importanti ampliamenti e la trasformazione da castello a dimora estiva, e allo stesso tempo incentivarono le costruzioni di abitazioni sull'antico circuito murario, demolendo le precedenti più addossate al palazzo e ricavandone al loro posto il giardino pensile. Ai Roverella succedettero nel 1745 i Guiccioli, famiglia che con ulteriori interventi (tra cui l'aggiunta di un piano abitabile e l'eliminazione di alcune funzioni difensive) trasformò l'aspetto caratteristico della rocca in una costruzione più simile a quella di un palazzo signorile. Della dinastia dei Guiccioli, il conte Alessandro si guadagnò la stima di Napoleone e da lui fu nominato, nel 1797, presidente dell'Amministrazione Centrale dell'Emilia. Nel 1817 il conte, divenuto a Forlì Gran Maestro della Carboneria, iscrisse alla società anche il poeta inglese Lord Byron, amico della terza moglie Teresa Gamba (cui dedicò molti suoi versi), che visitò di frequente il castello, probabilmente ritrovo per riunioni carbonare. I Guiccioli detennero il castello fino al 1960, anno in cui il loro ultimo discendente, la contessa Margherita, ha venduto i terreni ed il castello (ora restaurato e arredato con cura) al conte Giovanni Volpe, figlio del celebre storico Gioacchino Volpe. Questa famiglia, tuttora proprietaria dell'edificio, ha trasformato la torre del castello e alcuni casali in agriturismo. Fra gli elementi più interessanti da ammirare vi sono: l'ingresso, cui si accede percorrendo una breve salita erbosa, la torre in angolo di probabile fattura malatestiana, le possenti mura a est fortemente scarpate e probabilmente rinforzate dal XV secolo a scopo difensivo e nel XVII secolo per sostenere il maggior peso dovuto alla costruzione del piano nobile. Il maschio più antico rimane nascosto, inglobato al centro del castello. Può essere interessante visitare il seguente link: http://www.tenutavolpe.it

Il castello di lunedì 2 luglio




CERRO AL VOLTURNO (IS) – Castello Pandone

E' situato ad oltre 500 metri di altezza sul livello del mare, sulla sommità di una rupe rocciosa, con cui crea un insieme omogeneo, nato dal perfetto equilibrio di architettura e natura; la fortezza infatti è stata edificata con tecniche di costruzione così perfette da far sembrare il castello prolungamento della stessa roccia. L’eventuale assalitore era messo in seria difficoltà dalle pareti scoscese della roccia senza appigli né spazi di manovra. Fin dall'antichità tale imponente massa rocciosa venne utilizzata come punto di osservazione e controllo dell'Alta Valle del Volturno. Si ritiene infatti che i monaci benedettini della vicina abbazia di S. Vincenzo, fondando il castrum Cerri, abbiano riutilizzato, sotto l'abate Goffredo, il vecchio recinto fortificato costruito dai Longobardi sullo stesso spuntone di roccia calcarea. L'impianto originario risale quindi al X secolo ed aveva la forma di un recinto quadrangolare, al cui interno venivano conservati i prodotti agricoli del territorio. L'avvento delle armi da fuoco, rese indispensabile l'adeguamento del castello alle nuove esigenze di difesa e sul finire del 1400 il superbo maniero assunse l'aspetto attuale per volere del conte Federico Pandone, della casata di Venafro, il quale fece consolidare la cinta muraria e costruire le tre torri bastoniate che ne accentuarono notevolmente il carattere di fortezza inespugnabile. Nel 1525 il successore di Federico lo vendette a Manfredino Bucca, che rimase feudatario di Cerro fino al 1552. Nei primi anni del 1600 il castello, passato per mani diverse, diventò proprietà della famiglia Colonna. Lucrezia Tumacella, moglie di Filippo Colonna, principe di Sonnino, lo abbellì e ne rafforzò le mura, come ricorda la lapide datata 1623 collocata sul portale d'ingresso. Per migliorare la difesa furono apportate ulteriori modifiche, tra cui la costruzione postuma delle bombardiere cosiddette alla francese, costituite da aperture di forma rettangolare che attraversano lo spessore delle mura nelle torri, sulle quali vennero posizionati i cannoni. I Colonna vendettero il Castello alla famiglia Spinola, proveniente da Sesto Campano, che nel 1688 lo passò ad Antonio Carafa di Traetto. I Carafa detennero il castello fino all'abolizione della feudalità (1806). Dai Carafa venne venduto alla famiglia Lombardi nel 1828, i cui discendenti ne sono attualmente ancora proprietari. Di recente il castello è stato sottoposto a restauro di tipo conservativo per evitare frane. L’elemento di maggiore risalto è la sua mole massiccia, arricchita dai tre torrioni a pianta circolare, di cui due bastionati con punta a sperone. La torre quadrangolare d’angolo è la più antica e presenta un interessante apparecchio realizzato con barre lapidee intelaiate di lungo e di corto. Dalla parte bassa del paese, il borgo detto Santa Maria Assunta, e’ possibile accedere, per mezzo di una suggestiva stradina a scale, percorribile a piedi, al fortilizio. Le facciate sono costituite da una sequenza di finestre quadrate o a monofora, limitate da ringhiere. Il portone centrale a cui si arriva percorrendo un ponte è delimitato da un grosso arco in pietra lavorata. Oltre il portale seicentesco, sormontato dallo stemma della famiglia Colonna e unico ingresso sul lato sud, c’è un’ampia corte sulla quale si affaccia l’ingresso della cappella. Il castello internamente presenta due sostanziali caratteristiche: la prima è la irregolarità delle mura e la seconda è la disposizione degli ambienti sul lato sinistro. Al primo e al secondo piano vi si accede tramite una scala esterna, mentre per arrivare al terzo si deve salire una scaletta sempre esterna ma ripida e molto piccola che conduce al famoso percorso di guardia. Il castello di Cerro è inoltre celebre per essere stato riprodotto in uno dei francobolli della serie "Castelli d'Italia", emesso il 22 settembre 1980. Per saperne di più sul maniero molisano, potete visitare il seguente link: http://www.cerro-dintorni.it/?page_id=29

martedì 3 luglio 2012

Il castello di domenica 1 luglio




SCIOLZE (TO) – Castello di San Severino

Nel 1034 Sulcia (Sciolze) e Faniolo (Fagnour) furono cedute, insieme a molte altre località del Chierese, dall'abbazia di Nonantola, in Friuli, a cui erano state donate prima dell'anno 1000, ai Conti di Biandrate. Nei secoli successivi il consistente indebitamento dei Conti di Biandrate nei confronti del Comune di Chieri favorì l'estensione del dominio di quest'ultimo sulle colline sciolzesi. Alla fine del XIII secolo la località di Sciolze era costituita dal castrum, il castello, probabilmente già eretto a metà dell'XI secolo, e dalla villa, il villaggio abitato dalla comunità, situato in un posto diverso, probabilmente vicino alla Chiesa di Santa Maria sulla collina di Fagnour. Dalla sua particolare posizione geografica, Sciolze, punta estrema del Marchesato di Monferrato e quasi circondata dal ducato di Savoia, fu quasi mai direttamente coinvolta nelle delicate vicende storiche che travagliarono il Piemonte nei secoli XV e XVI. Il centro del paese è dominato dal Castello di S. Severino, roccaforte di origine medioevale, posta su un'altura a dominio dell'abitato, di cui non rimangono che pochi resti delle mura. Una volta, in Piemonte, si usava dire "Va a Siosse!" (= "Va' a Sciolze!") per mandare al diavolo una persona. Il significato di questa imprecazione, ormai in disuso, è data -probabilmente- dal fatto che in passato al castello di Sciolze venivano eseguite sentenze capitali e la frase, quindi, significherebbe "Va' a farti impiccare!". Sul sito del castello è stato edificato un palazzo signorile di gusto eclettico, tuttora abitato come residenza privata e sede dell'Associazione Culturale l'Opera di Sciolze.