martedì 7 giugno 2016

Il castello di martedì 7 giugno





CASANOVA ELVO (VC) - Castello

Il primo documento storico in cui si parla del castello di Casanova, risale al 1170 ed è un atto di vendita datato 11 marzo in cui si attesta che i fratelli Umberto, Rainero e Ottone, conti di Biandrate, vendono, per la somma di 700 lire pavesi, il castello di Casanova (castrum Casenove) con tutto quanto essi possiedono in questa località, ai fratelli Dongiovanni e Palatino Avogadro del fu Gualone, per soddisfare i debiti contratti da Corrado, congiunto dei suddetti conti di Biandrate, verso gli Avogadro.I Biandrate, infatti, fedeli all’imperatore Federico Barbarossa, avevano subito una pesante sconfitta, nel 1168 (durante la lotta tra l’imperatore ed i Comuni), da parte dei Vercellesi e dei Novaresi, entrati a far parte della Lega Lombarda; sconfitta che avevano arrecato loro gravi danni economici e militari. Il castello attuale, in discreto stato di conservazione, nonostante le manomissioni, sorge su una pianta quadrangolare. Varcato il portone d’ingresso, si accede ad un vasto cortile interno, sulla sinistra del quale, si erge il vero e proprio castello, mentre sulla destra si possono scorgere la torre cilindrica in laterizio, che ancora conserva al suo interno una bella scala a chiocciola, in mattoni, interrotta dalla parte superiore dalla torre stessa. Essa, pensiamo, è un probabile avanzo di un altro edificio fortificato. Dallo stesso lato sono presenti i magazzini ed i rustici dell’azienda agricola, che oggi ha sede nell’antico fortilizio. Osserva l’Ordano (8), che il castello “è stato più volte rimaneggiato; come appare dal sovrapporsi di diversi tipi di muratura e dalla sopraelevazione della prima e più antica linea di merli.Questi ultimi a coda di rondine, sono ancora chiaramente visibili, benché murati. Secondo lo studioso, il fortilizio venne quasi certamente edificato verso la fine del XIII secolo, quando i signori del luogo, decisero di rafforzare la struttura. La parte più bella del castello è certamente l’alta e possente torre quadrata d’ingresso, situata a mezzogiorno, costruita con ogni probabilità nel XV secolo, quando i signori del luogo pensarono di dover far fronte a numerosi invasori, i quali con ogni probabilità credevano di poter entrare nell’abitato senza trovarvi alcuna resistenza. Il mastio è dotato di apparato a sporgere, nel quale fanno spicco le interessanti mensole delle caditoie, parte in mattoni e parte in pietra, di pregevole stile quattrocentesco. L’interno del castello, pur interessante, è stato ampiamente rimaneggiato; resta l’elegante volta a vela quattrocentesca, inerente allo spazio locale, adibito a cucina. L’antico fortilizio, ridotto ad abitazione, appartiene attualmente al dott. Antonio Bossola. Oggi è una splendida location oggi che si presta per accogliere ricevimenti ed eventi di varia natura, sia durante il periodo estivo, che si svolgono prevalentemente in esterno nell’elegante e fiorito giardino, che durante le fredde giornate d’inverno, nelle calde e intime sale riscaldate anche dal romantico fuoco dei camini. Dai matrimoni (con possibilità di celebrare in loco il Rito Civile valido e riconosciuto e il Rito Religioso nella bellissima chiesa neo-classica situata a lato del Castello. È possibile anche utilizzare il castello come set per spot pubblicitari ed eventi aziendali. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=ggb04F0xSg4 (video di amsolutionssrl), http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_VC_Casanova_Elvo.htm, http://www.castellodicasanova.it/ (il sito web ufficiale)

Fonti: testo tratto dal libro: "Casanova Elvo - Frammenti di storia" di Luciano Pedrola su http://www.comune.casanovaelvo.vc.it/Guidaalpaese/tabid/9767/Default.aspx?IDPagina=3719, http://dimorestoricheitaliane.it/vacanze-location/castello-casanova-elvo/

Foto: entrambe di Solaxart 2014 su http://www.preboggion.it/CastelloIT_di_VC_Casanova_Elvo.htm

lunedì 6 giugno 2016

Il castello di lunedì 6 giugno






NOGAREDO (TN) - Palazzo Lodron

Le prime notizie di Nogaredo risalgono all'XI secolo, la sua storia è principalmente legata alla dinastia Lodron. Nel 1456 Giorgio Lodron e Pietro Lodron conquistarono ai Castelbarco i castelli di Castellano e di Castelnuovo di Noarna, incorporando anche Nogaredo nel Feudo di Castellano-Castelnuovo. Nogaredo fu una delle sedi centrali, dopo Castellano del feudo lodronico, che cessò di esistere nel 1703. Il palazzo Lodron è una delle principali fonti storiche che riconducono al passato di Nogaredo. Venne eretto nel XVI secolo su preesistenti mura. Nicolò Lodron fu il primo committente importante. La sua statua in grandezza naturale é posta in una nicchia sopra il portale principale. Nel 1628 avvenne l'inaugurazione del palazzo ristrutturato e della cappella aggiunta. Il Principe Arcivescovo di Salisburgo Paride Lodron incaricò il capomastro Santino Solari con lavori di ristrutturazione e ampliamento della casa dei propri genitori a Nogaredo. L'edificio era la sede del tribunale dell'inquisizione che nel 1647 tenne uno degli ultimi processi alle streghe in Trentino: vi furono condanne per stregoneria e per essere causa di malattie. Queste vicende vengono ricordate annualmente con la manifestazione “Calendimaggio delle strie”. Anche se l'influenza lodroniana fu grande, il popolo di Nogaredo riuscì ad adottare, nel 1760, uno statuto dei capi famiglia che fu reso esecutivo grazie all'approvazione da parte del conte Ernesto Maria Lodron. La carta di regola fu poi proibita sotto il dominio austriaco in quanto considerata “illecita combriccola di popolo”. Per la vicinanza tra il palazzo dei Lodron e la casa della famiglia Mozart si svilupparono intensi contatti fra le due famiglie. Wolfgang Amadeus e la sua sorella Nannerl diedero lezioni di pianoforte ai figli del conte Lodron. Mozart compose per la contessa Antonia e le sue figlie Aloisia e Josepha Lodron il concerto per tre pianoforti in fa maggiore (KV 242), il concerto Lodron - tenendo in considerazione le loro capacitá. Il concerto e due divertimenti, meglio noti come Lodronsche Nachtmusiken (serenate lodroniane), furono dedicate alla contessa Antonia Lodron, sua sostenitrice ed ammiratrice. Inoltre il giovane compositore durante il suo viaggio in Italia si fermò anche a Rovereto (1769), entusiasmando il pubblico nei diversi palazzi della cittá. Tale periodo lasció anche traccia nell´opera di Mozart. Don Giovanni, in un duetto con il suo servo Leporello, canta del Marzemino, vino tipico della zona: "Versa il vino! Eccellente Marzemino! …". Nel 1990 la famiglia Volpini de Maestri, discendenti dei conti Lodron, ha aperto la casa al pubblico per eventi. I Volpini si sono dedicati con cura alla manutenzione ed al restauro dell´ereditá storica. Lo stemma della famiglia Lodron viene così descritto: il campo dello scudo è di colore rosso con un leone rampante d'argento, con la coda bifida intrecciata tre volte - cimiero: il leone del campo dello scudo nascente dalla corona. Oltrepassato il portone che immette nel palazzo da Via Conti Lodron, ci si immerge nel verde del giardino dei ciliegi (come dice il nome, con molte piante di ciliegio); verso monte, un muro di cinta con una bella fontana con un leone che regge il motto "Fortitudo", emblema dei Conti Lodron. L'ingresso nobile del palazzo è sormontato da una statua in pietra calcarea che rappresenta un ufficiale imperiale in armatura (probabilmente lo stesso Nicolò). La porta nord immette in un bel viale alberato con ippocastani, fra due mura, che conduce alla località S.Lucia. Il cortile è aperto al pubblico. Il palazzo è disposto su tre lati: un lungo corpo centrale e due ali. Il corpo centrale è difeso verso valle da un muro con torri agli angoli. Il viale d'accesso è compreso fra due torri con naselli e feritoie. Nelle sale del palazzo oggi si tengono concerti, manifestazioni culturali, si festeggiano matrimoni. Nel salone ogni autunno, in occasione del Festival Mozart di Rovereto viene fra altro eseguita la "Serenata Lodron ("Lodronische Nachtmusik"), che Mozart aveva composto a Salisburgo per i Lodron. Il centro del Palazzo è formato dalla sala del giudizio, dove furono tenuti i processi alle streghe. Il salone fu anche adibito a salone per concerti e Mozart pare fosse rimasto entusiasta dall'acustica di questa sala. Anche oggi, come allora, serate musicali, concerti o conferenze trovano in questa sala un ambiente ideale e speciale. Il soffitto della sala da pranzo è arricchito da un affresco del XVI secolo racchiuso da una cornice ovale di stucchi. Un artista sconosciuto dipinse il Conte Ludovico Lodron in battaglia contro i Turchi. Si trova poi un grande tavolo per 16 persone, i cassettoni e un grande armadio. Il salotto è dominato da una stufa a ole del XVII secolo e il pavimento è quello originale. Dal balcone in legno (costruito agli inizi del 1900) si può ammirare un bel panorama sulla Vallagarina. Altro link suggerito: http://www.visitrovereto.it/scopri/palazzi/palazzo-lodron/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Nogaredo, http://www.palazzolodron.org/storia/, http://www.comune.nogaredo.tn.it/Territorio/Luoghi-e-punti-di-interesse/Cosa-puoi-visitare2/I-Conti-Lodron-e-Palazzo-Lodron

Foto: la prima è presa da http://www.ladigetto.it/files.php?file=Rubriche/Nadia_Covelli_4_244045987.jpg, la seconda, invece, da http://www.mondimedievali.net/Castelli/Trentino/trento/nogaredpal02.jpg

sabato 4 giugno 2016

Il castello di domenica 5 giugno






GIOIOSA MAREA (ME) – Castello Vinciguerra d’Aragona a Gioiosa Guardia

Le origini del primo abitato sono fatte risalire alla liberazione dell'Isola dai Saraceni effettuata dal conte Ruggero d’Altavilla nel 1062. Sotto il regno di Federico III di Aragona, essendo l'Isola "travagliata da stragi, guerre intestine e pestilenze" si crearono le cosiddette capitanie a guerra nelle città demaniali e nella vicina Patti venne nominato capitano Bonifacio Aragona e successivamente Vinciguerra d’Aragona che a Gioiosa Guardia vi costruì un castello (attualmente in stato di secolare abbandono). Fu quest'ultimo che sul Meliuso vide la necessità di "fabbricarvi una torre e ne attuò l'idea" in un luogo "tutto di pietra calcare massiccia" ove sorse l'Oppidum Guardiae Jujusae. L'importanza di Jujusa Guardia era magnificata dalla sua posizione: "a ciel sereno dominava un orizzonte immenso che spaziava dalle Eolie (specie Vulcano e Lipari) all'Aspromonte di Calabria, al Capo di Messina, dall'Isola di Ustica a Capo Gallo a Palermo, al Monte Pellegrino e dalle Madonie all'Etna". Nel XV secolo sorse la cosiddetta Chiesa del Giardino, probabilmente costruita sui resti di un tempio dedicato alla dea madre, simile a quello dedicato al culto di Artemide sorto, invece, in cima alla poco distante rocca di Capo Calavà. Nel 1407, re Martino I di Aragona concesse al barone Berengario Orioles Lanza "il Giorgio di Giojosa" per il calo della Tonnara. Da allora la pesca del tonno ha caratterizzato l'attività di questo centro marinaro fino agli inizi degli anni sessanta del Novecento, rendendolo uno dei più prestigiosi in tutto il territorio regionale anche se oggi, dell'assetto originario, restano solo l'impianto planimetrico, la volumetria e alcuni brandelli della parte abitativa. Del XV-XVI secolo è anche la marmorea statua della Madonna del Giardino, poi detta anche delle Nevi, probabilmente la statua più antica di Guardia; e suo oggetto d'arte più prezioso conservato nel tesoro parrocchiale, ovvero una corona argentea del XV secolo. Pare che la Madonna, se non è attribuibile a Antonello Gagini, lo è alla sua bottega. Grazie alla posizione sopraelevata, l'antica Gioiosa rimase indenne alle incursioni piratesche, mentre i dintorni, la costa e le Eolie di fronte sono sciacallate dalle furiose scorrerie di Khayr al-Din Barbarossa e di Dragut. A testimonianza di queste scorribande sul litorale della Costa Saracena ancora sorgono numerose torri di vedetta marine e marittime per lo più costruite da Camillo Camilliani e Tiburzio Spannocchi. Dell'ultimo quarto del Cinquecento sono anche le prime carte parrocchiali che attestano la sempre crescente urbanizzazione della cittadina: sorgono abitazioni, palazzi, chiese, forni e nel 1537, dal sinodo tenuto da mons. Albertin, risulta che in una chiesa di Jojusa Guardia viveva un sacerdote di rito greco-ortodosso, quindi sposato vivente more graecorum, e par che ciò costituisse scandalo tanto che la Costitutiones spagnola dispose la sua rimozione. Nel XVIII secolo ebbe inizio il lento esodo da Gioiosa Guardia verso le aree collinari sottostanti e verso la costa. Così, mentre la vecchia lite sul baronato si concluse a delega di Carlo III di Borbone, sotto il cui regno nel 1738 si condannò Giojosa a pagare al vescovo di Patti le decime sul vino, sull'olio, sui gelsi, sulle ghiande, sui frumenti e a riconoscere il vescovo di Patti come signore di tutte le proprietà, l'oratorio di San Filippo Neri (uno degli oltre dieci edifici religiosi intra et extra moenia presenti a Gioiosa già intorno al 1650) conobbe un insperato splendore: a magnificare la preziosità degli oggetti censiti, a Guardia si crearono sculture di gran maestria come una sedia presidenziale "riccamente decorata da efflorescenze", e videro luce soprattutto i dipinti di Olivio Sozzi che tuttora adornano le chiese gioiosane e del suo comprensorio. Un terremoto colpì Guardia di sera, alle 19 del 5 febbraio del 1783: tutte le case furono lesionate e la gran parte definita pericolante. Era il quarto sisma in mezzo secolo e seguiva di un secolo quello del 1693 che interessò in maggior parte il Val di Noto. A seguito degli ingenti danni Jojusa Guardia venne esentata dal pagare tande e donativi. A peggiorar la situazione, l'anno dopo un'invasione di cavallette rovinò i raccolti, ne seguì una terribile carestia (che nella vicina Naso provocò tumulti). Il pericolo dei corsari era finito, si pensò di costruire Giojosa in riva al mare portando seco tutto ciò di cui possibile poteva essere il trasporto. Assai presto sorsero dissidi per la scelta del nuovo sito: Ciappe di Tono (l'odierna Gioiosa Marea) o contrada Cicero (l'odierna San Giorgio di Gioiosa Marea)? Prevalsero i primi. Gli ultimi abitanti lasciarono Giojosa Guardia nel 1813, ma già l'ordine reale che vietava le riunioni della deputazione a Guardia è datato 29 aprile 1797. Da allora il vecchio abitato di Gioiosa Guardia risulta disabitato e può essere considerato a tutti gli effetti una delle rare città fantasma siciliane. La località promana tuttora un fascino raro per la solitudine  delle rovine e la grandiosità del panorama. L'insediamento, ancora leggibile in tutto le sue componenti, malgrado il progressivo accumulo di detriti, si innervava su un'asse viario che, percorrendo l'apice del crinale, collegava da nord a sud la chiesa madre con l'area del fortilizio.  Quest'ultimo, plausibilmente diroccato già al tempo dell'esodo, era situato al culmine dell'altura; oggi è completamente scomparso, fatta eccezione per pochi frammenti murari, direttamente impostati sul più elevato affioramento roccioso che, realizzati con conci disposti radialmente, lasciano ipotizzare la giacitura di un torrione circolare. Del complesso castrale dovevano fare parte alcune cisterne di cui rimangono cospicue tracce. L'abitato di Gioiosa Guardia rispondeva alle occasionali urgenze di arroccamento delle comunità litoranee e, più segnatamente, di Patti. L'area è completamente abbandonata, lasciato inesorabilmente all'incuria dell'uomo e del tempo. Adiacente l'area dei ruderi del borgo medievale sorgono gli scavi archeologici della città greca di Stitos. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=_-N8z6qtLew (video di fotocolorpinomunnia), http://www.gferlazzociano.net/Guardia/storia_a.htm

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Gioiosa_Marea, scheda del Dott. Andrea Orlando su http://www.icastelli.it/castle-1234882158-castello_di_gioiosa_guardia-it.php

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.gioiosatoday.it/wp-content/uploads/2016/02/Gioiosa_Guardia-800x467.jpg

Il castello di sabato 4 giugno






SERMONETA (LT) – Castello Caetani

Il castello venne costruito per volere della famiglia degli Annibaldi, agli inizi del Duecento, il maniero nacque più come fortezza militare, in un punto strategico del territorio tra Roma e Napoli, che come residenza nobiliare: le pareti esterne sono spesse oltre tre metri e tutta la struttura è protetta da una cinta muraria che poggia sulla roccia viva. Di questa prima costruzione restano solo il maschio, alto 42 metri circa, e una controtorre detta "maschietto". La rocca rappresentava il fulcro della vita cittadina, con la Chiesa di San Pietro in Corte edificata in Piazza D’Armi e l’ampia cisterna per la raccolta dell’acqua piovana costruita per ovviare alla mancanza d'acqua dovuta all’elevata posizione geografica. Nel 1297 Pietro II Caetani, Conte di Caserta e nipote di papa Bonifacio VIII, comprò Sermoneta, Bassiano e San Donato per la somma di 140 mila fiorini d’oro e Ninfa per 200 mila. Gli Annibaldi si trovavano in difficili condizioni economiche, non fu quindi difficile per il Caetani impossessarsi di quei territori che avevano un’importanza strategica: alle porte di Roma, vicini al mar Tirreno e attraversati dalla via Appia e dalla via Pedemontana, al tempo unico collegamento percorribile per coloro che si recavano al sud. I Caetani non risparmiarono nulla per rendere la Rocca degli Annibaldi una vera e propria fortezza militare, con nuovi edifici e ben cinque cerchie di mura, che, grazie a un sistema di ponti levatoi, garantivano la possibilità di isolare la torre in caso di attacco. I Caetani dimorarono stabilmente presso il castello solo a partire dal Quattrocento, quando Giacomo II ottenne i diritti di vicariato generale. Sotto Onorato III Caetani, alla metà del XVI secolo, Sermoneta conobbe il momento di maggior splendore: Onorato era un uomo attivo, energico, un vero e proprio comandante nato, come dimostrò partecipando alla battaglia di Lepanto. Segnale importante del pericolo per la famiglia Caetani fu l'agguato di cui si ritrovò vittima lo stesso Onorato, ordito forse dai temibili Borgia. Non appena papa Alessandro VI (Borgia) fu eletto papa (1499), scomunicò immediatamente i Caetani e nel 1500 confiscò tutti i loro feudi, affidandoli ai figli Cesare e Lucrezia Borgia. Sotto i Borgia il castello divenne una fortezza militare, fortificarono la cinta muraria, distrussero l’ultimo piano del Maschio e rasero al suolo la Chiesa di San Pietro in Corte, senza alcun rispetto per le spoglie dei Caetani ivi sepolte sin dal 1400. Il castello divenne impenetrabile tanto che, nel 1536, lo stesso Carlo V con 1000 cavalli e 4000 fanti non riuscì ad espugnarlo. Alessandro VI completò il maniero con altre opere di fortificazione, ad opera di Antonio da Sangallo, che comprendevano anche la realizzazione della Cittadella e la cosiddetta "Casa del Cardinale". Il castello, che ospitò fra gli altri Federico II e nel 1536 Carlo V, ospitò a lungo Lucrezia Borgia che dimorò a Sermoneta per alcuni periodi sotto il pontificato di papa Alessandro VI Borgia. Altri ospiti dimorarono nel castello Caetani, come i papi Gregorio XIII (1576) e Sisto V, e di altre illustri personalità: di loro ci sono tracce in una stanza del complesso che ospitava le iscrizioni (ancora oggi conservate su un muro) di tutti i visitatori di un certo livello. Alla morte di Alessandro VI, Giulio II nel 1504 riconfermò i Caetani Signori di Sermoneta. Nel Seicento Sermoneta non aveva più l’importanza strategica di un tempo, così i Caetani si trasferirono altrove: iniziò il lento abbandono del castello. La fortezza venne attaccata molte volte nel corso dei secoli. Nel 1798 il castello fu saccheggiato dai soldati di Napoleone che lo trasformarono in carcere e ne asportarono 36 cannoni. Il castello tornò di nuovo ai Caetani verso la fine del XIX secolo, con Gelasio Caetani, a cui sono dovuti gli imponenti lavori di restauro dell'antica dimora di famiglia. Nella seconda guerra mondiale, durante lo sbarco di Anzio del 1944, il castello è stato abitato ancora dai Caetani (Roffredo e Marguerite Caetani) e dai loro coloni fuggiti dalla pianura pontina. Dal 1977 il castello appartiene alla Fondazione Roffredo Caetani, creata dall'ultima discendente dei Caetani di Sermoneta Lelia Caetani, scomparsa l'11 gennaio 1977. Il nucleo principale del maniero è composto dal maschio (o mastio) che ospitava le stanze da letto del signore e che fungeva da ultimo rifugio di sicurezza in caso d'invasione nemica. La struttura del maschio era completamente indipendente dal resto del castello ed era collegata alle strutture adiacenti solo da due ponti levatoi in legno che potevano essere sollevati all'occorrenza. Il personale e la servitù si sarebbero rifugiati al suo interno qualora tutto il complesso fosse caduto in mani nemiche. Nei pressi del maschio sorge la seconda torre, molto più piccola, detta maschietto. All'esterno delle due torri c'è la grande piazza d'armi. Alcuni edifici del castello vennero in parte demoliti dai Caetani, che realizzarono la sala dei Baroni (lunga 22 metri, adibita a centro di discussione degli affari del feudo, modificata dai Borgia nel XV secolo) e le sale dette Camere pinte (ristrutturate alla fine degli anni novanta). Quest'ultimo complesso è composto da tre stanze per gli ospiti, di cui due sono affrescate da un autore sconosciuto che viene fatto risalire alla scuola del Pinturicchio con immagini che rappresentano figure mitologiche e le virtù teologali. Nel 1400 venne realizzata la Casa del Cardinale Valentino Borgia: questo edificio ospita la Madonna con il Bambino e i santi Pietro, Stefano e Giovannino dipinto nel 1541 da Girolamo Siciolante, detto “Il Sermoneta”, e che originariamente si trovava esposto nell'abbazia di Valvisciolo. All'interno della torre principale del castello, è ancora perfettamente conservato il letto a baldacchino originale del signore. Sui muri di una delle sale del castello venivano ospitate le firme dei cittadini illustri in visita e su una di queste pareti è ancora perfettamente conservato un pentagramma, inciso, del musicista compositore Roffredo Caetani. Nelle stalle del castello sono state girate alcune scene del film “Non ci resta che piangere”. Si narra che nella fortezza aleggi ancora oggi lo spirito di un bambino, morto violentemente nel sotterraneo del castello, alcuni pensano che si tratti del principino ritratto in un quadro presente nella sala del Cardinale e di cui non si conosce l'identità. Il castello si può visitare tutto l'anno ed è aperto tutta la settimana tranne il giovedì. Da ottobre a marzo le visite sono dalle 14 alle 16 mentre da aprile a settembre la prima visita è alle 22 e l'ultima alle 14. Oltre alle visite guidate, gestite dalla "Fondazione Roffredo Caetani" fondata da Lelia Caetani, il castello è sede di prestigiosi incontri culturali e viene abitato per lunghi periodi dell'anno da artisti e studiosi. In primavera la struttura è abitata dai restauratori del Centro Internazionale di Studi per la conservazione e il restauro dei Beni Culturali che tutelano in prevalenza le sale dette "Camere pinte", la facciata dell'edificio della Vecchia cucina. In estate è il momento del "Festival pontino di musica" (appuntamento fortemente voluto da Lelia Caetani (1913-1977), ultima erede della dinastia, e da suo marito Hubert Howard che lo istituirono nel 1963 in memoria del compositore Roffredo Caetani, padre di Lelia e marito di Marguerite Caetani, e degli appuntamenti organizzati dal "Campus internazionale di Musica". Vengono anche organizzati incontri e convegni dedicati all'architettura, alla sociologia e all'urbanistica. Altri siti consigliati: http://www.castellodisermoneta.it/, https://www.youtube.com/watch?v=TmcZyqZFqHY (video di Sergio Taloni), https://www.youtube.com/watch?v=CEPzeYUMIUs (video di Travis Bickle), http://www.prolocosermoneta.it/il-castello-caetani.html, http://www.iluoghideicaetani.it/2015/04/13/il-castello-caetani-a-sermoneta/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Caetani, http://www.fondazionecaetani.org/castello.php (sito ufficiale)

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Adriano Di Benedetto su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/137950/view

venerdì 3 giugno 2016

Il castello di venerdì 3 giugno





CASAPULLA (CE) – Palazzo dei Marchesi Buonpane (di Pietro Di Lorenzo)

Il palazzo Buompane in via Fiume in Casapulla si colloca nell’ultimo isolato che si incontra sulla sinistra prima di giungere alla piazza dove sorge l’imponente parrocchiale di Sant’Elpidio. L’edificio attuale mostra una articolata e intricata stratificazione di interventi succedutisi nel corso dei secoli: alcuni di essi restano piuttosto oscuri e lasciano solo ipotizzare la struttura dell’edificio, altri relativamente più evidenti, suggeriscono volumetrie e datazioni più affidabili. Un piccolo cortile (lastricato con ciottoli sciolti), retrostante la cappella, racchiuso da due ali a formare una U, sembra la parte più antica, di ispirazione tardo rinascimentale e di modeste, se non borghesi, aspirazioni edilizie. Rafforzano tale ipotesi la struttura tecnologica della muratura e dei materiali utilizzati (tufi squadrati in blocchi di medie dimensioni ma di discreta regolarità) e la disordinata (ma funzionale) distribuzione e dimensione degli ambienti, non risolta neppure nella ristrutturazione tardobarocca. In planimetria, il più antico edificio avrebbe avuto uno sviluppo sul fronte strada dal fianco destro della cappella, delimitato dalla viella, all’attuale accesso. Al piano terraneo, sopravvivono a testimonianza di questa fase più antica, tre vasti ambienti voltati in muratura, a crociera ribassata. Una plausibile datazione potrebbe oscillare intorno agli anni trenta-quaranta  del secolo diciassettesimo. Probabilmente, la seconda fase è da collocarsi ai primi del secolo successivo, forse proprio contemporaneamente alla costruzione della cappella, datata al 1704. Questa, a navata unica, si sviluppa per tutta l’altezza dell’edificio; è coperta con una volte a botte, decorata da articolati disegni in stucco. Alle pareti sono disegnate due campate, anch’esse scandite da stucchi bianchi. L’altare marmoreo è stato devastato da un furto che ha causato la scomparsa della tela dell’altare. Fu dedicata a San Giuseppe da Giulio Antonio Buompane, che la destinò a sepoltura della famiglia. Il pavimento, in cotto, reca importanti tracce di maioliche invetriate. In alto, sulla controfacciata, è il coretto, dalla bella balaustra lignea, danneggiata; su esso resta la cassa e poche canne dell’organo positivo. Alla cappella si accede dal fronte strada mediante un semplice portale segnalato da una cornice in stucco dal rilievo appena accennato, conclusa da una increspatura in corrispondenza della mezzeria dell’architrave che incorniciano un ovale al cui centro è un uovo in basso rilievo. Danno luce alla cappella, oltre alle due piccole finestre rettangolari che affacciano sulla viella laterale, la grande finestra posta sul portale, con la cornice perfettamente uguale alle altre della facciata, così da dissimulare la presenza del volume della cappella stessa. Completa il piccolo luogo di culto, il notevole campanile a vela, a doppia arcata, con due campane, dal sorprendente timpano mistilineo e dalle due piccole volute barocche poste a raccordo dell’inserimento della sua base nel tetto. La facciata è probabilmente appena successiva alla costruzione della cappella, a dare veste elegante e solenne uniformità al nuovo palazzo (forse dall’attuale atrio all’estremità sinistra dell’edificio). E’ leggermente concava, accentuata poco prima del portale. Questo e il più piccolo e sacrificato accesso alla cappella ritmano in modo straordinariamente originale ed efficace nella lettura architettonica dinamica e su scala urbanistica. Infatti, i nove moduli regolari (a piena altezza) che compongono la facciata si distribuiscono rispettivamente quattro a sinistra dell’accesso alla corte principale, uno in sua corrispondenza, tre dalla destra del portale alla sinistra della cappella e uno a mascherare quest’ultima. Il piano terreno è illuminato da finestre rettangolari circondate da leggere cornici in stucco, a modanature successive, appena rilevate dal paramento dell’intonaco liscio. Delimitano verticalmente gli estremi della facciata due fasce verticali, sempre in leggero aggetto sulla superficie, che ci congiungono senza soluzione di continuità alla fascia che corre sotto il cornicione e che, in corrispondenza di ogni finestra del piano nobile, disegna dei quadrati al centro dei quali (tranne che nei primi tre moduli dal lato destro) si aprono le finestre che illuminano il “suppigno”. Successiva alla concezione della facciata è la trasformazione delle prime quattro finestre sulla destra in balconi: lo si intuisce dalla loro banale semplicità, non migliorata dalle cornici delle soglie degli aggetti e, soprattutto, dal fatto che il balcone sulla cappella nasconde e mortifica la soluzione decorativa del portale della stessa. Il portale di accesso è anch’esso contornato da un semplice cornice a risalti digradanti verso la superficie muraria ma trova un scatto di orgoglio tutto barocco nel bizzarro cartiglio posto in posizione di chiave. Le cornici delle finestre, tutte uguali, sono decisamente rettangolari, su un modulo piuttosto che produce una percezione di slancio verso l’alto, soprattutto nella visione laterale e dinamica. Viste di prospetto, invece, risultano sorprendentemente più classiche, composte, solenni, turbate solo dal rigonfiamento superiore delle cornici. Anche qui, il gioco di contrasti produce movimento e animazione: il timpano, triangolare, galleggia su due schiacciati capitelli, piatti e privi di decorazioni. L’interruzione al centro del timpano è occasione per mettere in scena una bellissima rocaile. La struttura di questo corpo si rifà a quella tipica dei palazzi nobiliari di Capua: tre livelli di cui quello terraneo e quello sommitale (assai più piccolo in altezza) destinato ai servizi ed un solo piano nobile centrale. Il ritmo assai articolato delle bucature della facciata, la concavità della stessa, il ricco contrasto luminoso ottenuto dalle cornici delle finestre del primo piano realizzano un effetto di grande ricercatezza urbanistica, indice di un disegno architettonico di grande maestria e di non comune personalità: valgano come definitive osservazioni la capacità di rinunciare alla disposizione simmetrica della facciata, dalla sua funzione di mascherare le strutture antiche e di accompagnare lo sviluppo dell’ala nuova e, soprattutto, la dolce ma efficacissima curvatura della parete. Il portale dà accesso ad un atrio, con volta a botte, suddivisa in due campate da quattro unghie laterali. Al centro della volta è affrescato lo stemma della famiglia, sostenuto da due angeli “adulti” (con trombe) e da due puttini alati. Il tutto sottolineato da svolazzi di drappi e suggellati dalla corona marchesale sommitale.  La corte interna è di forma rettangolare ed è interamente lastricata in blocchi di calcare. Da essa si colgono altri elementi utili ad ipotizzare l’evoluzione del complesso edilizio. Infatti, su essa affaccia il prospetto interno del corpo di fabbrica che corre lungo la strada. Il piano terreno non mostra particolare interesse. Il piano nobile è illuminato da tre finestre (le cornici richiamano in forma assai semplificata e priva dei timpani quelle della facciata principale), disposte in modo apparentemente irregolare. Una quarta finestra (della quale si scorge l’orma della tompagnatura sotto l’intonaco) fu certamente occultata dal vano neoclassico della scala, a rampa unica, a giorno. E’ possibile che ci fosse una quinta finestra (oggi sarebbe all’interno dell’ala alle spalle della scala) prima di quella che oggi apre sulla corte piccola. Quindi, la grande scala, tutto il corpo di fabbrica in cui è inserita e la lunga ala ad essa contigua, disposti ortogonalmente al corpo di fabbrica principale, intervennero (in uno stile di transizione verso il neoclassico maturo) ad ampliare notevolmente la casa settecentesca, probabilmente negli anni a cavallo tra fine ‘700 e il primo decennio dell’800. Il cortile si apre verso il giardino grazie ad un cancello guardato da due pilastri, fiancheggiati da due muri dall’alzato profilato a forma di curva. Da questo parte un viale che costeggia la lunga manica nuova. Questa ha tre livelli: il terranno (destinato a servizi) e due piani nobili (di cui il primo di rappresentanza). Chiude il cortile un braccio, decisamente ottocentesco di stampo borghese, a soli due livelli. Anche qui, la personalità (di notevole rilievo) dell’architetto intervenuto appare in tutta la sua forza: la scala non si dispone al centro dell’imponente corpo di fabbrica; la decorazione architettonica della scala è di grande pregio per la disposizione degli ordini e per l’eleganza del bugnato di base; il disegno deciso del belvedere sommitale, affiancato dalle canne fumarie coperte da bei comignoli in pietra. Peraltro essa serve tutti i piani abitabili, nobili e di servizio della casa, alternativamente sulla sinistra per quelli dell’ala nuova, sulla destra per l’ala settecentesca e antica. Il belvedere è affrescato con vedute di paesaggio, probabilmente per integrare illusionisticamente cioè che si vede dalle quattro finestre e che i muri altrimenti occulterebbero. Gi interni sono di straordinario interesse per le decorazioni superstiti che si rifanno ad almeno tre epoche. Negli ambienti del corpo settecentesco sopravvive (nell’ambiente al di sopra dell’atrio) la decorazione antecedente: le travature del solaio di copertura sono completamente ricoperte da carte da parato a fiori (fine sec. XVII) al di sotto delle quali sono cornici che circondano l’intera sala. Probabilmente, allo stesso periodo risalgono le decorazioni simili (ma meno ricche) degli ambienti (piuttosto piccoli e dall’aspetto angusto) del corpo più antico. Di tutt’altro rilevo e prestigio è la decorazione del salone grande, l’unico che gode della luce di due finestre: alle pareti quadrature architettoniche trompe-l’oeil di ottima qualità e di straordinaria efficacia, ben conservate; su un lato una boiserie in legno (stuccata e dorata) che apre su una piccola stanza (le cui decorazioni sono state totalmente riprese in stile neobarocco tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento); un grande telero, anch’esso in quadratura, con uno squarcio architettonico mozzafiato verso l’alto, affollato di colonne e pilastri a simulare un grande volume costruito. Dalla sala si ha accesso al coretto della cappella; nella saletta attigua (comunicante mediante la boiserie) c’è un altro coretto privato, questa volta a finestra. Anche le altre sale lungo la facciata principale recano decorazioni a volte piuttosto integre e volte solo in tracce (sovrapporte, cornici delle sale, soffitti lignei coperti da carta decorata, teleri e pareti scialbate). L’ala nuova reca decorazioni sono nel primo piano. L’appartamento si configura come uno straordinario esempio di interno alto borghese dei primi due decenni dell’Ottocento. Sopravvivono pressoché intatte cinque sale: nelle altre si scorgono le decorazioni coperte (al di sotto delle scialbature). Delle cinque sale verso Sud sono una piccola ma interessantissima sala da musica (le sovrapporte raffigurano nature morte che compongono gruppo di strumenti musicali) col soffitto e le pareti contornate da tralci di vite con grappoli d’uva in monocromo, di buona fattura. Segue, sullo stesso lato, un ampio salone con nella volta “Galatea e le ninfe” (la sala è l’unica dell’ala nuova con due porte-finestre), in contesto di composto richiamo alla classicità. All’estremità Ovest, contiguo al salone, è un bellissimo gabinetto alla pompeiana, completamente decorato a grottesche, pareti e volta. Spiccano i sei monocromi su fondo rosso “pompeiano” con temi mitologici (riti misterici?) posti alla sommità delle pareti; altri quattro riquadri (due di piccole dimensioni) sono nella volta (ritoccata in stile “floreale” ai primi del Novecento). Di grandissimo interesse i presunti ritratti dei Buompane in quattro riquadri che simulano quadri appesi alle pareti; al centro delle pareti sono quattro eccellenti vedute: il porto di Pozzuoli e il golfo di Baia dalla via Campana; il rione Terra da Bagnoli; il lago d’Averno; veduta non identificata. Nella sala seguente verso Est alla cornice decorata (di discreto interesse per lo stile ancora oscillante tra tardosettecento e spirito neoclassico) sono sottoposte tre interessantissime vedute “archeologiche” immerse in paesaggi ideali di stampo bucolico pre-romantico con: l’Anfiteatro Campano, le Carceri Vecchie e (presumibilmente) Casilunum sul Volturno o il ponte di Annibale a Triflisco. Anche la sala successiva ha la volta  decorata in stile classico. Altri link suggeriti: http://www.academia.edu/3401014/Il_palazzo_Buonpane_di_Casapulla_un_antica_dimora_privata_tra_settecento_e_ottocento, http://www.prolococasapulla.it/index.php?option=com_content&view=category&id=18&Itemid=201&lang=it




giovedì 2 giugno 2016

Il castello di giovedì 2 giugno






BUGGERRU (CI) – Torre di Cala Domestica

La torre può essere raggiunta dalla strada che da Buggerru sale verso il villaggio "Planu Sartu" e poi prosegue sino a Cala Domestica. Oppure si segue il percorso che da Gonnesa conduce a Masua e Acquaresi. Da qui si costeggia sulla s. un fiume, sino alla spiaggia e si risalire a piedi il promontorio di Cala Domestica per circa 300 m. La torre sorvegliava l'ingresso alla spiaggia in cui era un porticciolo d'imbarco dei minerali provenienti dalle varie miniere della zona. Dal fortilizio si possono vedere le torri di Porto Paglia, il Forte sabaudo di San Vittorio, l'isola Piana e capo Pecora, dove si trovava la "guardia morta" (vedetta mobile senza torre) in località Sa Guardia de Is Turcus. Il nome del fortilizio deriva dall'omonima baia di Cala Domestica. Il significato di questo toponimo è forse riconducibile alla presenza di una fattoria medievale o "domestia". Non è chiara l’origine dell’impianto. Tuttavia il suo valore strategico è rimasto immutato nel tempo. Nel 1572 il capitano di Iglesias don Marcantonio Camos, nella sua Relaçion de todas las costas maritimas de lo Reyno de Cerdeña, indicando i siti ottimali per l’impianto delle erigende torri costiere, giunto al Cabo del Dado, adiacente a Cala Domestica, individuabile oggi forse nel Monte Guardianu, aveva previsto la predisposizione di una stazione di vedetta con due sentinelle armate ma non aveva pianificato l’edificazione di una torre. Sei anni dopo il vicerè don Miguel de Moncada vergava a sua volta un prospetto sullo stato delle difese dell’isola, indicando successivamente i siti prescelti per l’edificazione delle torri sulla falsariga della relazione del Camos. Questi aveva previsto la costruzione di una torre sul Monte del Dado per una spesa complessiva di 200 ducati. Vi è da dire che la carta dell’architetto Rocco Cappellino, pubblicata nel 1577, menzionava già un presidio all’altezza dell’odierna Cala Domestica, forse niente più di una scolta armata. La torre però non appare nelle relazioni successive, fino al 1798, quando è citata nella relazione del viceré Vivalda, sul bilancio e spese della Reale Amministrazione della Torri. Secondo questa relazione la torre allo stato di progetto si sarebbe dovuta chiamare "torre di capo Pecora" o "punta San Nicola", ovvero torre di "San Nicolò", perché inizialmente si pensava di costruirla in quel promontorio. Solo quando fu costruita nel promontorio di Cala Domestica ebbe il suo nome definitivo. La costruzione ebbe avuto inizio nel 1765 (nel periodo sabaudo), ma ancora nel 1777 non era conclusa. Successivamente furono approntati i lavori per l'edificazione del baluardo secondo il progetto dell'ingegner Daristo; in realtà a causa dei lavori malamente eseguiti dall'impresario cagliaritano Salvatore Caredda, la struttura era parzialmente crollata. Solo dopo altri interventi la torre fu ultimata fra il 1785 e 1786, dopo aver assunto il nome di Nuova Torre di Caladomestica. Nel marzo del 1786 vi si insediò la guarnigione: un alcaide e alcuni torrieri. Nel 1820 e nuovamente nel 1831 le strutture della torre furono interessate da significativi lavori di restauro. Nel marzo del 1843 risultava ancora armata dagli uomini del Corpo Reale Artiglieria. Disarmata nella seconda metà del XIX secolo, la torre fu nuovamente utilizzata nel corso del secondo conflitto mondiale ospitando il personale della rete d’avvistamento costiero della Regia Marina. Nella seconda guerra mondiale fu un punto d'osservazione. La scala in ferro al suo interno, ancora in situ, risale a quell'epoca. La torre è compresa nelle principali opere sulle fortificazioni costiere in Sardegna. La struttura, realizzata con una muratura in pietrame calcareo, sbozzato e allettato con malta bastarda, presenta forma cilindrica di circa 12 m di diametro e 11 m d'altezza dallo zoccolo al lastrico d’armi. Il boccaporto, cui si accedeva mediante una scala di corda, realizzato con piedritti e architrave in pietra e arco di scarico a sesto ribassato (aperto a circa 6 m dal suolo), immette in un'unica camera voltata a cupola di circa 7 m di diametro, in cui le aperture delle sei troniere, cioè delle feritoie e della scala d'accesso sono disposte in maniera simmetrica. La cupola è realizzata con pietre non squadrate. L'ambiente era ventilato grazie ad un foro di aerazione posto sulla chiave di volta della camera, oggi chiuso. Vi sono inoltre un caminetto e la botola della cisterna per la raccolta dell’acqua piovana; quest'ultima è accessibile grazie ad un'apertura nella muratura di base. Tramite una scala ricavata nello spessore della muratura si accede alla piazza d'armi (la piattaforma esterna), rimaneggiata durante la seconda guerra mondiale quando il fortilizio divenne un punto d'osservazione, sono visibili le tracce delle cannoniere e di quattro garitte disposte anche queste in giacitura simmetrica. Sempre all'esterno, all'altezza del piano di copertura, sono presenti alcune mensole, costruite in tufo, che sostenevano l'impalcatura di difesa.


mercoledì 1 giugno 2016

Il castello di mercoledì 1 giugno






RIVOLI VERONESE (VR) – Forte Wohlgemuth

Il comune è sempre stato un importante luogo di passaggio per coloro che dal nord Europa volevano raggiungere il Mediterraneo, o viceversa. Alle piste paleolitiche si è sovrapposta, la Claudia cui è seguita, nel Medioevo, la strada imperiale. I primi insediamenti appartengono però al neolitico. Già intorno al 1100 sulla Rocca di Rivoli esisteva una fortificazione, il primo importante scontro si ebbe però il 14 gennaio 1797, quando le truppe napoleoniche affrontarono l'esercito austriaco che sembrava dovesse avere la meglio considerata la superiorità numerica, ma Napoleone, riuscì a ribaltare la situazione riportando la vittoria dopo una cruenta battaglia. Durante la guerra d'indipendenza Rivoli fu oggetto di nuovi combattimenti: il 1848 alcune divisioni dell'esercito piemontese si scontrarono vittoriosamente contro le truppe austriache del maresciallo Radetzky. Nelle immediate vicinanze di Rivoli, tra il 1850 e il 1851 fu costruito un forte in cima alla collina chiamata Monte Castello (m 227 s.l.m.). Assieme ai forti di Ceraino e Monte proteggeva le strade che da Affi passando a Rivoli collegavano il lago di Garda all'Adige. Denominato "Wohlgemuth" in onore di un generale austriaco distintosi nella campagna del 1848, il corpo principale del forte era inizialmente costituito da una doppia casamatta semicilindrica sovrapposta, simile a quella del forte di Tombetta di Verona (del tipo "torre massimiliana", perchè ideata da Massimiliano d'Asburgo). Era dotato di 17 cannoni. Il forte era collegato con una strada sia con l'abitato di Rivoli sia con il forte Chiusa attraverso un'altra strada che scendeva sulla riva destra dell'Adige e lo attraversava in direzione di Ceraino mediante un porto scorrevole. E' costruito in conci di pietra locale (in particolare Rosso Ammonitico), con archivolti in cotto. Molto belli e ben rifiniti sono i fori per le artiglierie e le casamatte interne. Nel 1866 venne armato con 14 cannoni (di cui 8 con canna rigata, a lunga gittata), ma possedeva anche alcune artiglierie da disporre nel vicino piazzale (dove poi gli italiani costruiranno la Batteria Bassa). Passato agli italiani con l'annessione del Veneto, il forte fu modificato con l'inversione del tiro delle batterie e con l'aggiunta di una batteria più bassa e di una caserma. La costruzione fu dunque completata fortificando la parte esposta a nord, fino a quel momento del tutto indifesa poiché originariamente il forte era stato concepito per difendere i confini austriaci e quindi era rivolto verso sud. La batteria "Rivoli bassa" fu costruita nel 1884 su di un piazzale immediatamente a Nord del forte ed aveva il compito di battere d'infilata lo sbocco della Val d'Adige verso Nord-Est. Si tratta di un grande piazzale chiuso fra potenti bastioni. Tali bastionature, che in realtà sono volumi interrati, contengono magazzini, casamatte, camerate e locali di vario genere. La caserma Massena fu invece costruita a Sud del forte, riparata dal Monte Castello (oggi è la sede di numerose associazioni del territorio). Inoltre venne costruita a meridione del paese di Rivoli anche una polveriera (acquisita dal Comune, in attesa di restauro). Il forte di Rivoli e gli edifici attigui sono stati utilizzati come magazzino dall'Esercito Italiano fino alla fine degli anni Ottanta. Attualmente il forte ospita un museo sulla Grande Guerra e di Radio d'epoca, mentre la Batteria bassa ospita manifestazioni e mostre temporanee. Dall'anno 2012 è il compendio è stato concesso per la gestione a due associazioni: l'Associazione Museale Walter Rama e l'Associazione Culturale ARS Poliedrica. Per approfondimenti, suggerisco questi link: http://www.museowalterrama.it/, https://it.wikipedia.org/wiki/Forte_Rivoli, http://www.fortificazioni.net/pastrengo/RIVOLI.htm


Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoli_Veronese, http://www.comune.rivoli.vr.it/zf/index.php/musei-monumenti/index/dettaglio-museo/museo/1,

Foto: la prima è di Maus su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/166439, la seconda è presa da http://static.panoramio.com/photos/original/6500689.jpg