giovedì 7 dicembre 2017

Il castello di giovedì 7 dicembre






LIZZANELLO (LE) - Palazzo baronale Paladini

La data di fondazione dell'abitato non è accertata. Diverse sono le ipotesi fra le quali le più accreditate sono quelle degli storici Giacomo Arditi e Cosimo De Giorgi. Il primo fa risalire la nascita al sacco di Lecce operato da Ottone IV di Sassonia nel 1210. I profughi, scampati al saccheggio, fondarono una nuova città dandole il nome di Licyanellus, ossia Piccola Lecce. Tale ipotesi è anche confermata dallo stemma cittadino simile a quello della città capoluogo. Il De Giorgi ritiene invece che la nascita di Lizzanello è conseguenza della distruzione dei vicini casali medievali di Cigliano, Fornello e Scaranzano. A partire dal XIV secolo il feudo fu assoggettato a vari signori. Cecilia Marescallo, nobile leccese, lo detenne fino al 1335 quando fu ceduto a Guglielmo Garzia. I De Bilancis ne furono feudatari per circa mezzo secolo. Nel XV secolo entrò a far parte della Contea di Lecce e appartenne a Maria d'Enghien che lo vendette nel 1436 alla famiglia Paladini, la quale lo possedette per oltre duecento anni. Ai Paladini succedettero i D'Afflitto, i Chiurlia e infine i Lotti. Il Palazzo baronale Paladini è di origine quattrocentesca e fu edificato originariamente come castello, costruito nella parte più alta del paese per scopi difensivi. Modificato una prima volta nel Cinquecento, fu trasformato in residenza signorile da Giovanni Paladini nel XVII secolo. Ha subito arricchimenti e modifiche nel corso dei secoli seguenti, in particolare in epoca neoclassica. Della struttura originaria rimane, nella parte posteriore, una delle due torri in pietra leccese. La torre possiede una base tronco-conica e si sviluppa con una pianta cilindrica. L'interno custodisce lo stemma dei Paladini consistente in uno scudo diviso in quattro parti, con due gigli bianchi su corpo rosso e due rossi su corpo bianco: la targa è sormontata da un cimiero e riposa sulla croce di Malta. Seicentesca è anche la circolare torre colombaia posta alle spalle del palazzo. Lo stile architettonico tardo-rinascimentale del palazzo, costruito molto probabilmente con la consulenza di Gian Giacomo dell'Acaya, fu stravolto verso la fine dell'Ottocento con la trasformazione della facciata e del giardino in stile neoclassico. Il prospetto, che conserva ancora la base scarpata, è caratterizzato da un austero allineamento di grandi finestre e da una portale trapezoidale (simile a quello del castello di Cavallino) sormontato dallo stemma dei Lotti, ultimi feudatari di Lizzanello. Nulla è rimasto delle numerose opere d'arte che rendevano lussuoso l'edificio in quanto vendute a privati o trasferite a Napoli nel palazzo partenopeo dei Lotti. Non esistono più neanche le cappelle interne dell'Annunziata e di San Salvatore, intitolata successivamente a San Gregorio. Restano tuttavia un frantoio ipogeo e una torre casamatta munita di petriere e saettiere.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Lizzanello, https://www.geoplan.it/luoghi-interesse-italia/monumenti-provincia-lecce/cartina-monumenti-lizzanello/monumenti-lizzanello-palazzo-baronale.htm, http://www.nelsalento.com/guide/lizzanello.html,

Foto: la prima è presa da http://censimento.valledellacupa.it/gal_r.php?wchben=871&vvv=999__-__999__-__999__-__999__-____-__0---0---0---1---0---0---0---0---0---0---0---0---&bbb=19 (dove potete trovare altre interessanti immagini), la seconda è di Lupiae su https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_baronale_di_Lizzanello#/media/File:Torre_di_Lizzanello.jpg

mercoledì 6 dicembre 2017

Il castello di mercoledì 6 dicembre






CASALMORO (MN) - Castello Gonzaga e Torre Mangeri

In epoca medievale, con l'alternarsi del dominio della signoria milanese, mantovana e veneziana, il comune di Casalmoro (l'attuale denominazione risale al 1192) fu direttamente coinvolto nelle aspre lotte tra guelfi e ghibellini, schierandosi a favore di quest'ultimi. Per ritorsione, nel XIV secolo fu saccheggiato e dato alle fiamme dalla parte guelfa di Asola. Nel 1438 un trattato di pace tra i visconti di Milano e i Gonzaga, alleati alla Serenissima assegnò definitivamente il territorio ai marchesi di Mantova. Risalgono a questo tormentato periodo di guerre e carestie, la Rocca Militare originariamente delimitata da un fossato denominata "Casotto", la costruzione del Castello anch'esso circondato da un fossato di cui resta ampia memoria nella denominazione della via principale del paese, ma soprattutto la realizzazione nella seconda metà del XIV secolo ad opera di Barnabò Visconti della Fossa Magna, che traendo le sue acque a nord-est di Carpendolo, scorre attraverso l'abitato di Acquafredda e Casalmoro per raggiungere Asola. Le condizioni materiali e lo stato spirituale della comunità di Casalmoro in quei tempi emergono nitide dalle Historie del Mangini, contrassegnate dall'insopportabile pressione fiscale, dalle distruzioni e dalle rapine provocate dagli eventi bellici, dallo scorrere delle soldatesche (particolarmente rovinoso, da questo punto di vista, fu il passaggio a Casalmoro delle truppe mercenarie francesi inviate dai Gonzaga nel 1509) e nell'infuriare delle pestilenze (tristemente famosa la peste che tra il finire del XIV e i primi anni del secolo successivo falcidiò la popolazione). Ulteriori elementi inerenti l'aspetto economico e demografico della popolazione si ricercavano dai resoconti delle visite pastorali: significativa quella di Mons. Bollani del 14 Maggio 1566 in cui si impartirono indicazioni in merito alle sistemazioni da apportare alle varie chiese del luogo che comprendevano la chiesa dei S. Quirico, dei Disciplini, di S. Maria del Monte (del Dosso), di S. Stefano (la parrocchiale). Nei secoli successivi, Casalmoro seguì le sorti poco propizie del piccolo ducato gonzaghesco, in lotta per la sopravvivenza fino all'avvento di Napoleone: emblematica del periodo, ci resta in località Corobiolo, una stele di marmo di botticino, alta 2 metri, fatta commissionare ad un artigiano del posto dai nobili Mangeri nel 1762 che riproduce in sintesi un proclama del Doge Loredan di Venezia in merito alle leggi che punivano le ruberie e i vandalismi. A parte il cosiddetto "Casotto dei Visconti" e un edificio secentesco, Casalmoro non possiede palazzi di particolare interesse artistico e storico. Le uniche costruzioni degne di nota sono invece quelle di carattere religioso. Il castello è una delle più antiche costruzioni militari che ci sono pervenute, voluta dai Gonzaga di Mantova, che fece da testimone a tutte vicende riguardanti le loro terre di confine ovest. Il complesso, nei secoli riadattato a cascina agricola, presenta un corpo centrale risalente alla prima metà del Trecento e alcuni edifici annessi, di epoca successiva. Fu inizialmente edificato come rocca di difesa probabilmente da Francesco I Gonzaga, al tempo in cui i Visconti occuparono Casalmoro. A protezione della rocca venne scavato un fossato, alimentato dalla Fossa Regia. Nel 1380 l'edificio venne venduto ai Visconti per 30.000 ducati, passando nel 1389 ancora ai Gonzaga con l’intera "Quadra di Asola". Nel 1405 la rocca fu venduta ai Malatesta. Nel 1419 Casalmoro divenne di proprietà del duca di Milano Filippo Maria Visconti, conquistato con l'intera "Quadra Asolana" da Francesco Bussone detto "il Carmagnola": il 7 settembre dello stesso anno il popolo firmò un atto di dedizione ai signori di Milano. Il futuro marchese di Mantova Gianfrancesco Gonzaga fece costruire, a spese della comunità, il castello accanto alla rocca preesistente a difesa dei suoi sudditi in caso di un attacco e per sua residenza da caccia. Nel 1429 il doge Francesco Foscari inserì Casalismaurum nella "Quadra bresciana" di Asola. Nel 1438 fu ospite del castello il capitano Gattamelata, coi suoi uomini al servizio della Serenissima. Casalmoro il 10 agosto 1482 passò nuovamente ai Gonzaga. Si ha notizia del possesso del castello già dal 1541 da parte di Alfonso Gonzaga, secondo marchese di Castel Goffredo. Nel 2011 la corte è stata oggetto di un'importante opera di restauro. Nel fabbricato principale si ravviserebbe la mano del noto architetto fiorentino Luca Fancelli, al servizio del marchese di Mantova Ludovico III Gonzaga. In primavera 2018 la corte castello sarà inaugurata. Un altro edificio storico di Casalmoro è la Torre Mangeri, è situata alla periferia sud del paese. Essa veniva utilizzata a difesa della vicina corte rurale. Circondata anticamente da un fossato e dotata di passerella retraibile, era munita di apparato a sporgere, che aveva una funzione decorativa più che difensiva. La torre fu eretta dalla nobile famiglia Mangeri di Asola, che lasciò il suo stemma in marmo sulla facciata, e si sviluppa per quattro piani. Oggi è di proprietà privata.

Fonti: http://www.comune.casalmoro.mn.it/, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Casalmoro, https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Mangeri_(Casalmoro), http://www.lecicloviedelpo.movimentolento.it/it/resource/poi/poi-671/

Foto: entrambe di Massimo Telò, la prima - relativa al castello Gonzaga - è presa da https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Casalmoro#/media/File:Casalmoro-Cascina_Castello.jpg. La seconda - relativa alla Torre Mangeri - è presa da https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Mangeri_(Casalmoro)#/media/File:Casalmoro-Torre_Mangeri.jpg

martedì 5 dicembre 2017

Il castello di martedì 5 dicembre






PIUBEGA (MN) - Torre civica

Fino al XII secolo il nome di Piubega non compare in nessuna fonte. Srebbe infatti incauto prestare fede allo "squarzo di antica carta " riportato da Lodovico Mangini, il quale riferisce che nel 980 Piubega , insieme a Redondesco, Mariana , Mosio , Acquanegra e Casalromano era sottomessa ad Asola. Durante tutto il Basso Medioevo e l'Età Moderna, Piubega non ha potuto sottrarsi al destino comune a tutte le terre di confine, fatto di continue lotte, invasioni, occupazioni, scorrerie e passaggi da una giurisdizione all'altra. Porta ancora oggi in sè le tracce le tracce della secolare contesa tra Mantova e Brescia, da identificarsi nelle opere di fortificazione - di cui è rimasta oggi solo la Torre Civica nell'attuale Piazza Matteotti - e il dialetto molto vicino a quello bresciano, accompagnato da una cadenza più mantovana. Come si evince da una Cronichetta del poeta asolano Antonio Beffa Negrini (XVI sec.) il Castello della Pubblica (da cui, per storpiatura, Piubega) fu fondato dal cavaliere romano Publizio. Queste origini remote di Piubega sono documentate da due iscrizioni romane rinvenute in questi luoghi e depositate presso il Museo di Mantova. Per avere notizie più sicure del Borgo, occorre arrivare al tempo dei Canossa e quindi al figlio del Conte Bosone di Asola che nel 1087, per ordine di Enrico IV, assoggettò il paese (misit arciones in terris Publicae). Dal 1115 al 1276 la "Pubblica" formò, assieme a S. Martino Gusnago e Ceresara, il confine con i territori bresciani. Fu in questo periodo che la borgata, esposta alle inevitabili dispute delle terre di confine, venne munita di fortificazioni con torri, ponti levatoi, rivellini e palancate. Da queste ultime prende nome il nucleo della Palancata, alla periferia del paese. Alla fine del XII secolo Piubega, circondata da mura e fossato di difesa, possedeva uno dei più importanti castelli del mantovano con torre di ingresso. Queste fortificazioni, tuttavia, non impedirono a Ezzelino da Romano e ai bresciani di invadere queste terre. Dopo alterne vicende con Asola e con i Visconti, nel 1408 la troviamo in parte soggetta ai Gonzaga e in parte soggetta a Pandolfo Malatesta, Signore di Brescia. Un anno dopo, Gian Francesco Gonzaga, assente da Mantova, lasciò il governo delle sue terre al Conte Carlo Albertini da Prato al quale il Gonzaga concesse poi in feudo, per i servigi svolti, Piubega e Castello. Altrettanto fece nel 1411, per la sua parte, Pandolfo Malatesta, realizzando in tal modo la riunificazione di terre per molti anni divise. Ma l'Albertini fu in seguito da quest'ultimo incarcerato per aver tramato contro di lui e, nella prima metà del XV secolo, il marchese provvide a rientrare in possesso dell'edificio e a rinforzare la struttura di confine. Dopo alterne vicende, mentre Asola entrò a far parte per oltre tre secoli della Serenissima, Piubega seguì un diverso destino: distrutta infatti dagli assalti del Piccinino, Piubega passò sotto i Gonzaga ottenendo per questa sottomissione ampi privilegi de esenzioni che mantenne inalterati per vari secoli. Nel 1534 la comunità si rese indipendente da Brescia anche dal punto di vista della giurisdizione ecclesiastica passando definitivamente sotto la diocesi di Mantova. In tutti questi anni la terra era retta da Vicari e tra questi le cronache riportano l'asolano Antonio Beffa Negrini, già citato in queste pagine. Nel corso del 1629 subì altre scorribande dovute alle dispute della Guerra dei Trent'Anni. Senza ulteriori scosse il borgo arrivò così alle sfuriate napoleoniche al glorioso Risorgimento cui diedero un notevole contributo due suoi cittadini come Cavalli notevole contributo due suoi cittadini come Cavalli e Speranzini. Agli inizi del Settecento gli austriaci provvidero ad abbattere la struttura del castello e a conservare la torre. La vita della comunità di Piubega è stata, per molti secoli, strettamente legata all'esistenza del castello, ovvero di quella fortificazione che cingeva l'abitato piubeghese e di cui la torre è l'unica testimonianza muraria rimasta. La torre era l'ingresso di cui si accedeva al castello, che si presenta come una poderosa costruzione di mattoni, a base quadrata di 9 metri per lato, con arco passante munito di saracinesca. Priva di merli e di apparato a sporgere, costruita con spessore decrescente dalla base alla cima, e con parametro regolare, la torre è databile, con ragionevolezza, tra la seconda metà del Duecento e la seconda metà del Trecento. La sommità è coronata da una fascia con decorazione a scaletta; il terrazzo coperto, poi destinata a cella campanaria, veniva utilizzato per difesa e soprattutto per avvistamento e sorveglianza del territorio, come rivelano le 11 aperture che lo illuminano: tre finestre a sesto ribassato su ciano del lati est, nord, ovest, e due grandi fenestrature sul lato sud si affacciava all'interno del castello; su questo stesso lato, dove a sinistra si osserva ancora lo gnomone della meridiana con l'impronta del suo quadrante, spiccano tre piccole monofore, una per ognuno dei piani sottostanti all'altana, mentre a destra si notano tre feritoie, allineate in verticale, che davano luce alle scale della torre. Sul lato settentrionale, che in alto mostra brani di intonaco del vecchio orologio, affiancati in posizione centrale a livello del primo piano, vi sono un oculo e una monofora, mentre ai lati e sopra l'arco di ingresso sono ben visibili le tracce del rivellino. Essendo il cuore della fortificazione, “sopra la torre di Piubega” veniva custodito l'armamento del castello.
 
Fonti: http://www.comune.piubega.mn.it/zf/index.php/storia-comune, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Piubega

Foto: la prima è di Massimo Telò su https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Piubega#/media/File:Piubega_torre_del_castello.jpg, la seconda è di PaoloDeAngelis su http://mapio.net/a/74341022/

lunedì 4 dicembre 2017

Il castello di lunedì 4 dicembre






CARINI (PA) - Torre Muzza

Fetta anche Torrazza, è una torre di difesa costiera che faceva parte del sistema di Torri costiere della Sicilia, e si erge nella località di Piraineto (frazione di Carini). Fu costruita solo dopo le ricognizioni effettuate nel 1578 dall'architetto reale Tiburzio Spannocchi, e dopo il 1583 da Camillo Camilliani, infatti in entrambe le ricognizioni la torre non è citata. Solo nel 1677 compare in una cartografia militare sabauda come già esistente. Pur non risultando negli elenchi delle 45 torri affidate, direttamente, alla gestione della Deputazione del Regno di Sicilia, nel 1809 tale organismo scrisse al Principe di Carini per lamentarne il degrado, ed in tale occasione è identificata come Torrazza. La torre è citata nel 1823 nella cartografia dello Stato Maggiore del Regio Esercito Borbonico. Infine nel 1867 è ricompresa nell'elenco delle opere militari da dimettersi. All'inizio degli anni '70, da una ricognizione personale, la torre risultava in terreno privato ed era ancora custodita tant'è che il varco creato a piano terra nella cisterna era chiuso con una porticina in legno. Mazzarella e Zanca dopo visite effettuate nel 1976 relazionavano che ormai era quasi del tutto diruta. Essa faceva parte del sistema difensivo di avvistamento di naviglio saracene ed era in collegamento visivo ad est con le due Torre di Isola delle Femmine, mentre ad ovest con la Torre Pozzillo e con la Torre della Tonnara dell'Ursa. Ormai è completamente in rovina, restano comunque imponenti i resti residui, nella ricognizione effettuata agli inizi degli anni '70, fu misurato il basamento ancora intatto risultando di ben 18 metri lineari, era quindi una delle torri più grandi del sistema difensivo e si giustifica, forse, il toponimo in volgare la Torrazza. Negli anni novanta del secolo scorso un locale di ristorazione, fantasiosamente, aveva quale insegna Torre di Ulisse, e ad absurdum nella toponomastica del Comune di Carini la via che conduce ai resti si chiama ora via Torre di Ulisse. Qui possiamo vedere ciò che ne rimane: https://www.youtube.com/watch?v=H4mrH5KnIHg (video di seven up seven).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_Muzza

Foto: la prima è di Lohn Agoston su http://www.panoramio.com/photo/17399284, la seconda è presa da http://www.visititaly.it/info/954018-torre-muzza-carini.aspx

domenica 3 dicembre 2017

Il castello di domenica 3 dicembre



ORTONA (CH) – Palazzo Farnese

La storia antichissima della città risale al popolo dei Frentani, che usava lo scalo commerciale come principale fonte economica del territorio. Città romana dagli inizi del III secolo a.C. fino al V secolo, fu occupata, dopo la caduta dell'Impero romano di Occidente, prima dai Goti, poi dai Bizantini, dai Longobardi e infine dai Normanni che la incendiarono (XI secolo). Risorta in epoca sveva tornò a fiorire economicamente. Nel 1258 la città ospitò in maniera permanente nella Cattedrale le reliquie di San Tommaso Apostolo, diventando un punto di riferimento nel campo religioso. Dopo battaglie varie con la città rivale di Lanciano, Ortona passò in mano a Jacopo Caldora che ricostruì la cinta muraria. In precedenza abbiamo già parlato nel blog del Castello Aragonese di Ortona (https://castelliere.blogspot.it/2010/10/il-castello-di-sabato-30-ottobre.html). Fu città cara a Margherita d'Austria, che vi fece costruire Palazzo Farnese (seconda metà del XVI secolo). Arrivata ad Ortona, Margherita D'Austria, che nel frattempo abitava nella casa di Camillo De Santis, pensò subito di costruire un grande palazzo residenziale. Il luogo prescelto fu il sito sul colle di fronte all'Adriatico: un'area in parte donata dalla comunità e in parte presa ai frati conventuali di San Francesco che lì avevano un bellissimo orto con vista sul mare. Questi ultimi ne furono tanto offesi da lasciare qualche tempo dopo Ortona e almeno fino al 1591 non vi sono tracce del loro ritorno. Con molta probabilità il progetto del palazzo iniziò sin dall'inverno 1583-84 e fu affidato, per invito del potente cardinale Alessandro Farnese, a sua volta sollecitato dalla cognata Margherita, a Giacomo Della Porta, famoso architetto rinascimentale. Il 12 marzo 1584, con una solenne cerimonia e con la benedizione del vescovo Giovan Domenico di Rebiba, furono gettate le fondamenta. A ricordo dell'opera, la duchessa imperiale pose sotto ciascun angolo tre medaglie di bronzo coniate per l'occasione. Quando nel 1882 venne aperta via Umberto I (l'attuale Orientale), furono abbattute alcune case rovinate e, nel minare il terreno, si ruppe un masso che era stato il basamento dell'angolo nord-est del palazzo. Il masso, con l'intera facciata che dava sul mare, franò. In questo modo furono rinvenute le tre medaglie: una inviata all'imperatore d'Austria, una presa dalla famiglia Cespa, la terza dalla famiglia Bonanni. Attualmente non ne rimane alcuna traccia, come per il ricco archivio farnesiano, perduto o distrutto, specialmente durante l'invasione francese del 1798. Il palazzo aveva forma quadrangolare e misurava 49 metri e 70 centimetri mentre le finestre, undici per ogni lato, erano alte 4 metri e larghe 2,20. Il portone era alto circa 7 metri e largo 3,34 misure previste e calibrate sul tipo di carrozza usata da Margherita. Un cantiere di quelle proporzioni ha rappresentato una rivoluzione per la vita cittadina poiché occorsero, tra gli altri, scalpellini, artigiani del ferro, intagliatori, carrettieri nonché decoratori. Della Porta era impegnatissimo e i lavori vennero affidati a Piermaria di Lioni Aranci, capomastro lombardo. Occorse circa un anno per scoprire che i lavori non procedevano bene e per convincere Della Porta ad inviare ad Ortona un suo allievo Gregorio Caronica che prese atto che le istruzioni non erano state eseguite. Egli scrisse un rapporto dettagliato al maestro: si stava costruendo una porta principale, lato mare (dove ora c'è il ristorante è un corpo posticcio aggiunto dopo la frana); infatti l'attuale Palazzo Farnese manca di una grande porta d'entrata, che invece è visibile da una stampa del 1593, con le bugne degli stipiti che risaltano. Caronica parlò anche di altre due porte, ma chiaramente non ne rimane traccia. L'architetto sottolineò che il progetto prevedeva una cisterna di raccolta delle acque piovane, nonché un moderno sistema fognante; parlò a lungo delle logge sul cortile, che però oggi sono inesistenti, della scala interna e dei rinforzi da apportare alle diverse murature. Nel 1586 morì Margherita e solo qualche settimana dopo, i lavori si interruppero. Il duca Ranuccio I, duca di Parma, che pure sembrava intenzionato, come obbligo morale verso la nonna, a completare il Palazzo, richiese i disegni a Bottoni, rappresentante farnesiano in Ortona. Decise, tuttavia, nel 1619 di non proseguire la fabbrica. I costi dell'edificio furono supportati, direttamente o indirettamente, dalla popolazione e, in alcuni casi, la Madama non rispettò i patti come nel caso del mantenimento della guarnigione prima prevista a suo carico e poi costata 600 ducati all'anno alla comunità. Notevole deve essere stato l'impatto di una simile costruzione in un piccolo centro che seppur svettante tra le altre cittadine non aveva nel suo tessuto urbano che poche case a più piani. Le stesse decorazioni del palazzo dettarono uno stile degno di essere copiato tanto che tuttora lo troviamo in alcune case palazziate del centro storico. Fino alla metà del ‘700, l'incompiuto Palazzo Farnese fu sede dell'amministrazione dei beni farnesiani dell'Abruzzo e vi alloggiarono i vari governatori di Ortona. Quando il Regno di Napoli incamerò i possedimenti dei Farnese, il Palazzo nel 1795 venne venduto alla famiglia Berardi che nel 1840 innalzò, secondo disegni originali, il lato su Largo Farnese (gli attuali secondo e terzo piano) e adibì l'intero isolato prima a prigione, poi sede della Pretura, albergo, arena di spettacoli e infine ad abitazione privata. La proprietà comunale è del secolo scorso. Negli anni 70 ci fu un restauro che fece discutere per l'abbattimento di una parte del palazzo, salvatosi da una frana, per la costruzione di un condominio. Oggi al suo interno sono ospitati: Emeroteca comunale, il Museo di Arte Contemporanea, la Pinacoteca Cascella (opere di Basilio, Tommaso e Michele Cascella) e una raccolta di opere degli artisti Costanzo e Massari. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=3U3WJWPk-vc (video di Aer Drone).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Farnese_(Ortona), https://it.wikipedia.org/wiki/Ortona

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è presa da http://www.eventoabruzzo.com/2017/03/28/le-ceramiche-giuseppe-liberati-mostra-al-palazzo-farnese-ortona/

sabato 2 dicembre 2017

Il castello di sabato 2 dicembre




ARICCIA (RM) – Palazzo Chigi

E’ un palazzo storico sito nel centro storico del comune dei Castelli Romani. L’edificio costituisce la quinta scenografica della monumentale piazza di Corte, progettata da Gian Lorenzo Bernini, ed è completato dal pittoresco Parco Chigi. La fabbrica del palazzo venne iniziata dai Savelli, signori di Ariccia dal 1423 al 1661, non appena entrarono in possesso del feudo. La residenza originaria dei feudatari ariccini era probabilmente situata nella struttura chiamata Palazzaccio, un edificio che al tempo dello storico Emanuele Lucidi, ovvero nel XVIII secolo, conservava tracce della trascorsa importanza, e che era ubicato nella zona denominata Gallinaro Nuovo. Questa ipotesi sarebbe confermata da un atto notarile risalente al 2 aprile 1581. A partire dal 1608 inizia ad essere menzionata la nuova residenza ducale, evidentemente costruita sul finire del XVI secolo dal duca Camillo Savelli: in un atto notarile del 31 gennaio 1608 si legge Actum Ariciae in palatio magno Illmorum, et Exclmorum DD., mentre il 2 agosto 1611 si tenne un'assemblea pubblica. Dopo che il 20 luglio 1661 il cardinal Flavio ed i principi Mario ed Agostino Chigi acquistarono il feudo di Ariccia dal principe Giulio Savelli per la somma di 358.000 scudi, i Chigi pensarono subito ad un piano di risanamento urbanistico dell'abitato, e nel 1664 chiamarono Gian Lorenzo Bernini per mettere mano al progetto della Collegiata e di piazza della Corte, oltre che del nuovo palazzo. La progettazione esecutiva fu affidata a Carlo Fontana, allievo del Bernini e suo stretto collaboratore. I lavori del palazzo terminarono nel 1672, con la costruzione del corpo del palazzo adiacente a Porta Napoletana. I Chigi ampliarono il vasto parco (28 ettari), risalente all'epoca dei Savelli, realizzando nuovi percorsi, fontane e manufatti vari, sempre sotto la direzione del Fontana e la supervisione di Bernini. Nel 1672 avvenne la prima assoluta di La sincerità con la sincerità, overo Il Tirinto di Bernardo Pasquini e nel 1673 Gl'inganni innocenti, ovvero L'Adalinda di Pietro Simone Agostini. Nel 1740 il principe Augusto Chigi impiegò 40.000 scudi per la costruzione dell'imponente Torrione Nuovo o Quarto Nuovo del palazzo, oggi adiacente al Ponte di Ariccia, perfettamente simmetrico all'altra ala più antica. L'attuale aspetto del palazzo è dovuto all'ampliamento voluto proprio dal principe Augusto Chigi nel 1740 e all'arredo di alcune stanze commissionato tra il 1784 ed il 1787 da Sigismondo Chigi agli artisti Giuseppe Cades, Felice Giani e Liborio Coccetti. Durante le vicende belliche legate alla Repubblica Romana (1798-1799), il Parco e il palazzo furono sconvolti dagli spostamenti delle truppe belligeranti. Anche durante la seconda guerra mondiale alcuni reparti dell'esercito alleato si accamparono all'interno del palazzo e del Parco, che venne aperto alla circolazione civile per sopperire al crollo del Ponte di Ariccia, fatto saltare il 2 giugno 1944: in questa incursione aerea furono in parte danneggiati gli affreschi neoclassici di due sale al piano nobile, ma il palazzo rimase sostanzialmente incolume. Nel 1962 il regista Luchino Visconti girò nel palazzo buona parte del film “Il Gattopardo”, tra cui la scena del dialogo tra Burt Lancaster ed Alain Delon: tuttavia la scena più famosa del film, quella del ballo con Burt Lancaster e Claudia Cardinale, fu invece girata a Palazzo Valguarnera-Gangi a Palermo, la nobile dimora siciliana dove furono completate le riprese del film (altre scene furono girate in un'altra residenza patrizia palermitana, villa Boscogrande). Il 29 dicembre 1988 Agostino Chigi Albani della Rovere, proprietario del palazzo, lo ha venduto assieme al Parco al Comune di Ariccia con particolari condizioni. Il palazzo conserva il suo arredamento originario, in gran parte del XVII secolo, con un'importante collezione di dipinti (Il Campidoglio, Cavalier d'Arpino, Baciccio, Pier Francesco Mola, Mario de' Fiori, Salvator Rosa, etc.), sculture e arredi barocchi di stretto ambito berniniano (parati in cuoio, consolle del Bernini, etc.), ma anche affreschi seicenteschi e neoclassici (Pietro Mulier, Giuseppe Cades, Nicola la Piccola, Liborio Coccetti, Annibale Angelini). Nel 2007 a Palazzo Chigi, al secondo piano, è stato inaugurato il Museo del Barocco Romano, che raccoglie importanti opere del '600 e '700 romano acquisite per donazione: dalla Collezione Fagiolo, appartenuta allo storico dell'arte Maurizio Fagiolo, alla Collezione Lemme, con un'importante raccolta di dipinti donata dagli avvocati Fabrizio e Fiammetta Lemme, le collezioni Laschena, Ferrari ed altre donazioni. Inoltre nel palazzo è presente la Biblioteca Chigi, oltre alle biblioteche di storia dell'arte donate dalla collezionista Beatrice Chiovenda Canestro, da Deoclecio Redig De Campos, già direttore dei Musei Vaticani, ed altri fondi. L'appartamento privato del Cardinal Flavio Chigi è disposto al pian terreno ed è suddiviso in nove sale che conservano l'arredamento originale del XVII secolo e opere di grande importanza di maestri del '600 come il Baciccio e Salvator Rosa. Le sale, inaugurate nel 2003, sono visitabili il Sabato e la Domenica. Il Piano nobile costituisce la sezione principale del Palazzo, una vasta area comprendente circa venti sale al primo piano. In questa sezione del Palazzo si trovano ambienti di grande importanza che hanno conservato gli arredi originali del '600; qui è esposta la quasi totalità della Collezione Chigi permanente costituita da opere pittoriche e scultoree di grandi artisti quali Gian Lorenzo Bernini, il Baciccio, Jacob Ferdinand Voet. Di grande interesse i rarissimi parati in cuoio di origine spagnola risalenti al XVII secolo che rivestono tutta l'area seicentesca del piano nobile. Il Piano Nobile è visitabile ogni giorno della settimana, Lunedì escluso, con visite guidate. Al palazzo è annesso il vasto parco risalente al XVI sec., ricco di una rigogliosa vegetazione mista di latifoglie, reperti archeologici, fontane e manufatti del XVII sec., ultimo frammento del "nemus aricinum" consacrato a Diana. Nato originariamente come "Barco", cioè area cintata da destinarsi alla caccia, costituisce una preziosa anticipazione del cosiddetto "giardino paesistico" o "romantico" per il suo carattere naturalistico e pittoresco, sviluppatosi soprattutto nel '600 con le progettazioni del Bernini e del Fontana (piazzale del Mascherone, grotta della neve, fontane del Mascherone, etc.). Nel corso del '700 e dell'800 il parco è stato meta privilegiata del Grand Tour d'Italie, riprodotto in numerosi dipinti di artisti quali Hackert, Corot, Turner, Ivanov etc., ricordato da Goethe, Stendhal e D'Annunzio. Tra i monumenti più importanti presenti l'Uccelliera costruita dai Savelli (1628) e l'imponente monumento di età tiberiana del propretore della Mesia, Tiberio Latinio Pandusa, proveniente dall'Appia Antica e rimontato nel 1997. Il Palazzo ha un sito ufficiale: http://www.palazzochigiariccia.com/. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=k7C4pP7n5Ag (video di Italia.it), https://www.youtube.com/watch?v=lYdN2T5sPMY (video di Luigi Manfredi), https://www.youtube.com/watch?v=2nxU7m-1xUA (video di Antony Ricorda).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Chigi_(Ariccia), https://it.wikipedia.org/wiki/Ariccia, http://www.palazzochigiariccia.it,

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di angelo.mele su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/291376/view, la terza è presa da http://www.italianways.com/il-barocco-piu-bello-del-mondo-nel-palazzo-chigi-di-ariccia/

venerdì 1 dicembre 2017

Il castello di venerdì 1 dicembre






AMELIA (TR) - Castello di Canale

La storia medievale di Collicello è però legata indissolubilmente a quella del dirimpettaio castello di Canale, oggi purtroppo nascosto dalla vegetazione e a rischio di crolli. Questa fortificazione eretta tra il X e il XII secolo, divenne, nel Trecento l’oggetto del contendere fra lo Stato della Chiesa e la famiglia Chiaravalle, che ne reclamava il possesso. Negli anni si susseguirono le lotte tra Canale e Collicello che costituiva l’avamposto dello stato pontificio. Nel 1353 il cardinale Albornoz nel tentativo di riportare ordine nello stato pontificio, iniziò le operazioni per la conquista di Canale e la sua successiva distruzione, il terreno tornò in possesso della Chiesa che nel 1362 inviò un castellano per la riedificazione della rocca. Nel 1377 i Chiaravalle riuscirono a rientrarne in possesso e la resero praticamente inespugnabile. Con la sua tetra figura dominava la valle meta delle scorrerie delle milizie chiaravallesi. I borghi limitrofi e in particolar modo Collicello furono spesso soggetti ad attacchi e per questi motivi il governo di Amelia decise di costruire un cassero a Collicello. A tale scopo venne inviato il maestro Giovanni di Bettona insieme a Giovenale da Narni e altri mastri del luogo costruì la torre che ancora oggi ammiriamo. La presenza della fortificazione non scoraggiò gli attacchi chiaravallesi tanto che nel 1449 la torre dovette essere restaurata a seguito dei gravi danni riportati. L’11 Settembre del 1461 Matteo di Chiaravalle e le sue truppe, approfittando dell’assenza degli abitanti di Collicello recatisi alla fiera di Amelia, attaccarono il vicino castello, demolirono gran parte delle mura di cinta, fino alla torre grande e bruciarono le case all’interno del paese. La replica dello stato pontificio si attuò già l’anno successivo ed infine nel 1464 il castello di Canale fu demolito definitivamente. Un ultimo sussulto dei Chiaravalle ci fu alla fine del secolo quando il famoso condottiero Altobello, a seguito dei servigi prestati agli Amerini, si vide riconoscere il possesso dei territori di Canale. Nel 1500 fu tuttavia, sconfitto ad Acquasparta e ucciso dal popolo a cui era stato dato in pasto. La posizione defilata rispetto alle vie di comunicazione, che aveva preservato Collicello dalle scorrerie, rese la comunità alquanto isolata dagli sviluppi dei secoli successivi rispetto ai borghi limitrofi, quali Sambucetole e Castel dell’Aquila. Il paese rimase, fino al XX secolo, confinato al centro storico e ai grandi casali che punteggiano la campagna e non conobbe uno sviluppo urbano. Nel Novecento il borgo si espanse oltre la piazza della “buca”, così detta per il fatto che vi si accedeva tramite un’apertura creatasi nelle mura di cinta, poi sostituita con un arco a tutto sesto che oggi costituisce l’ingresso al centro storico. La crescita però si arrestò negli anni '80 quando di fronte alla richiesta di abitazioni più spaziose e confortevoli, non si riuscì a far fronte con un piano urbanistico adeguato. Il castello di Canale non è completamente scomparso, esistono ancora visibili i resti delle mura e un brandello di torre. Si raggiunge facilmente a piedi attraverso un sentiero nel bosco.

Fonti: http://collicello.it/lastoria.htm, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-canale-collicello-di-amelia-tr/ (da visitare per approfondire le notizie storiche e ammirare varie foto)

Foto: entrambe prese da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-canale-collicello-di-amelia-tr/