lunedì 11 febbraio 2019

Il castello di lunedì 11 febbraio




MEDOLE (MN) - Castello Gonzaga

La torre scudata è la più imponente costruzione militare integra, rimasta dell'antico castello di Medole, presumibilmente costruito verso la metà del X secolo, durante il periodo dell'anarchia feudale, allo scopo di difendere l'abitato dalle incursioni degli Ungari. Il primo documento che lo cita è un atto di donazione del Conte Bonifacio di Verona, del 1020. All'epoca il castello comprendeva gli alloggi degli armigeri, dei funzionari e delle loro famiglie, le scuderie, la cappella dei santi Fedele e Giusto, il torrione circolare nell'angolo sud-est, oltre alle abitazioni dei villani, poste in centro su due schiere parallele. A difendere la cinta muraria il fossato perimetrale esterno che offriva unico accesso mediante il ponte levatoio posizionato nella rocca centrale al lato nord, ora torre civica. Successivamente, come riportato da una bolla di Papa Alessandro II del 1072, si apprende che il castello era divenuto proprietà del conte Uberto di Parma, cugino della grancontessa Matilde di Canossa, il quale nel 1090 donò la cappella interna dedicata a San Giusto ai Benedettini clunacensi del Polirone. Durante la lotta tra papato e impero dell'era Federiciana, il castello fu una delle roccaforti dell'alleato imperiale Ezzelino da Romano. È di quell'epoca il nuovo quartiere militare esterno", prospiciente il ponte levatoio, nelle cui mura perimetrali sono tuttora leggibili le forme primigenie con merlatura ghibellina. Dopo la sconfitta di Ezzelino, nella Battaglia di Cassano d'Adda del 1259, il castello di Medole passò rapidamente sotto vari domini, seguendo le alterne vicende che caratterizzarono il nord Italia nel bellicoso periodo tra la seconda metà del XIII secolo e la fine del XIV. Fu dominio dei Visconti, scalzati dagli Scaligeri e poi nuovamente dei Visconti, forse intervallati da un breve protettorato della Repubblica di Venezia. Agli albori del XV secolo, il castello e il territorio di Medole vennero ceduti dai Visconti ai Gonzaga, probabilmente in ricompensa all'appoggio ricevuto nella Battaglia di Casalecchio e degli altri servigi resi dall'alleato mantovano. L'atto di cessione tra la duchessa di Milano Caterina Visconti, vedova di Gian Galeazzo, e il capitano di ventura Francesco Gonzaga fu perfezionato nel 1404. Il casato dei Gonzaga, decise di ristrutturare il castello di Medole, all'inizio del XVI secolo, rinforzando le mura e costruendo l'avancorpo della torre con l'adiacente ampliamento del quartiere militare, sul cui ingresso è ancora visibile l'arme gentilizio del conte Evangelista Melone, probabile stretto parente del più celebre condottiero cremonese Antonio Melone, ingegnere militare e colonnello al servizio di Ferrante Gonzaga, al tempo viceré in Sicilia di Carlo V. Fu nella rocca così fortificata e ristrutturata che, il 28 giugno 1543, l'imperatore Carlo V incontrò il fidato Ferrante Gonzaga, il cardinale Ercole Gonzaga e Margherita Paleologa, per legittimare al figlio di quest'ultima, il decenne Francesco, la duplice investitura nei titoli di Duca di Mantova e Marchese del Monferrato, oltre a statuire le sue future nozze con Caterina, nipote dell'imperatore, confermando quanto era stato concordato con la famiglia Gonzaga durante le trattative dei giorni precedenti, svoltesi nel Castello di Canneto sull'Oglio. Nel 1629 le mura del castello di Medole offrirono un provvidenziale riparo alla cittadinanza durante la calata dei 36.000 Lanzichenecchi, inviati all'assedio di Mantova, senza tuttavia poter fermare il contagio della peste, portata dalle truppe di Albrecht von Wallenstein, che l'anno successivo decimò la popolazione. Durante la prima fase Guerra di successione spagnola, tra il finire del XVII secolo e l'inizio del XVIII, il castello di Medole fu vicendevolmente occupato sia dalle truppe imperiali, sia dagli avversari gallispani, con i quali l'ultimo duca di Mantova Ferdinando Carlo si era imprudentemente alleato. Nel 1706 la fortezza venne occupata, in rapida successione, dal principe Federico d'Assia-Cassel, futuro Re di Svezia, e dal Conte Médavy, le cui truppe si diedero battaglia nella piana di Medole, l'8 settembre di quello stesso anno. In seguito alla destituzione del duca Ferdinando Carlo, decisa dalla Dieta imperiale di Ratisbona, i territori del ducato di Mantova e del marchesato del Monferrato furono separati, gli uni assorbiti dall'Impero austriaco e i secondi conferiti al Ducato di Savoia con il Trattato di Utrecht del 1713. Dato il nuovo assetto politico, che aveva stabilmente inserito Medole nei territori imperiali, venne meno l'utilità difensiva della guarnigione e delle mura del castello che, nel corso del XVIII secolo, furono parzialmente demolite e sostituite da costruzioni civili, poggianti sulla porzione inferiore delle mura stesse. Anche l'avancorpo della torre fu modificato ad "uso civile", ingentilendolo con un frontale tardo barocco ed eliminando il ponte levatoio, sostituito con un ponte in muratura, in modo da dare libero accesso, pedonale e carrabile, alla piccola piazza d'armi, ora piazza Castello. A sostituire la meridiana sulla rocca, fu inserito un orologio meccanico. Nella seconda metà del XIX secolo la sconsacrata e pericolante cappella del castello venne demolita e al suo posto fu costruito un piccolo teatro privato, edificato a spese delle locali famiglie nobili o notabili. Tale costruzione fu demolita nel 1946 per dare spazio al più ampio teatro comunale che ora comprende anche la zona del torrione sud-est, utilizzandolo come fondamenta. L'ultimo tratto del fossato perimetrale fu interrato nel 1911, al fine di consentire la costruzione delle scuole pubbliche. Nella prima metà degli anni ottanta, l'Amministrazione comunale operò un importante restauro conservativo delle strutture della torre, dell'avantorre e dell'annesso quartiere, ricavandone un complesso multifunzionale, denominato Torre civica, ora destinato ad area espositiva per la civica raccolta d'arte, oltre alla sala convegni e mostre. Davvero sorprendente è la sopravvivenza dell'antico nucleo abitativo a doppia schiera interno al castello che, costantemente abitato e progressivamente manutenuto, è giunto fino ai nostri giorni nello stesso impianto e con le millenarie strutture murarie d'origine. L'assetto edilizio del castello si presenta con un recinto murario poggiato su un dosso e difeso da almeno due torri, una di forma circolare ancora parzialmente visibile nel giardino retrostante il tetro comunale, e l’altra quella di accesso al castello composta per buona parte da soli tre setti murari, successivamente dotata di un l'elegante avancorpo settecentesco. Il castello, che in planimetria ha una forma a quarto di cerchio, affaccia il suo accesso a nord verso il centro abitato, ed era fino ai primi anni del ‘900, come già detto, circondato da un fossato.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Medole, https://medoledavedere.jimdo.com/arte-e-cultura/il-castello-la-torre-civica/

Foto: la prima è presa da https://medoledavedere.jimdo.com/arte-e-cultura/il-castello-la-torre-civica/, la seconda è presa da https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Medole#/media/File:Medole-Quartiere.jpg. Infine, la terza (che mostra in basso la conformazione dell'antico castello) è presa da https://www.e20oggi.it/eventi-fiere-feste-e-sagre-oggi/castelli-medole-musica-celtica/

venerdì 8 febbraio 2019

Il castello di venerdì 8 febbraio



ROCCASCALEGNA (CH) - Castello

E' una struttura difensiva posta sulla cima di una sporgenza rocciosa, in posizione dominante sull'abitato di Roccascalegnae della valle del Riosecco (affluente di sinistra del Sangro), di fondazione molto antica e che subì numerose aggiunte fra il Cinquecento e il Seicento. Dopo i restauri compiuti negli ultimi anni del Novecento, l'edificio è di nuovo visitabile. Fu costruito verso l'XI-XII secolo quando fu ampliata una semplice torretta da guardia di origine longobarda. La prima menzione del castello risale al 1525 quando si narra di restauri della costruzione stessa. Nel XVI secolo le mura risultano riedificate più alte delle precedenti ma senza merlature. Durante la signoria degli Annecchino vennero rafforzate le torri esistenti e ne venne aggiunta una di forma circolare. Tuttavia gli interventi maggiori vennero realizzati durante la baronia dei Carafa, che durò nel paese tra il 1531 ed il 1600: venne eretta nel 1577 la cappella del Santissimo Rosario e venne migliorato l'approvvigionamento di acqua piovana. Durante la signoria successiva dei Corvi, che durò tra il 1600 ed il 1717, si videro altri interventi, in particolare dopo il 1705 quando si distrusse il ponte levatoio e vennero edificati la garitta dell'ingresso ed il muro di protezione della rampa d'accesso, ristrutturazione annotata in un documento notarile. Negli anni successivi il castello, dopo anni e anni di abbandono nei quali è stato preda delle intemperie e dei saccheggi della popolazione locale, vide vari crolli tra cui nel 1940 quello della "Torre del Cuore" (così chiamata per lo stemma sulla porta principale). Nel 1985 gli ultimi proprietari, i Croce Nanni, donarono il castello al comune che ne decise il restauro partito negli anni novanta del XX secolo e terminato nel 1996. Attraverso una erta gradinata che si diparte dal piano di San Pietro e ricavata mediante terrazzamenti inclinati sulla roccia, si giunge all'ingresso dove rimangono i resti del ponte levatoio. Alla sua destra vi è una torre detta Torre di Sentinella. Il cortile porta ad altre torri: la torre del carcere e la torre angioina nonché alla cappella con una grondaia per la raccolta di acqua piovana che confluisce in una cisterna realizzata con materiali di risulta. Una ulteriore rampa porta alla torre di guardia costruita con muratura in pietra sbozzata e mattoni con aperture ai quattro lati. Le mura del castello cingono lo sperone roccioso a strapiombo. Le mura sono alte come le torri e sono realizzate in pietra leggermente sbozzata, ciottoli e frammenti di laterizi. La cappella era ad aula unica e priva di ogni ornamento. Secondo una tradizione popolare - ripresa in chiave surreale anche nel film "Sottovoce" del 1993 - nel corso del XVIII secolo uno degli ultimi esponenti della famiglia Corvo-De Corvis si sarebbe trasferito dalla Corte di Napoli ai suoi possedimenti di Roccascalegna, dove avrebbe cercato di ripristinare lo Ius primæ noctis. Ciò avrebbe naturalmente suscitato una ribellione tra i suoi sudditi, e uno sposo, non disposto a cedere alla barbara usanza, mascheratosi da donna si sarebbe nottetempo introdotto nel Castello e sostituito alla consorte, uccise il feudatario accoltellandolo nel talamo nuziale e mettendo fine a questa prepotente pratica. Il Barone, morente, pare abbia lasciato la propria impronta della mano insanguinata su di una roccia della torre e benché si provasse a lavare il sangue dalla roccia, esso continuava a riaffiorare e ci sono tutt’oggi persone anziane che sostengono di aver visto la “mano di sangue” anche dopo il crollo. Per approfondimenti sul castello suggerisco questi link: https://www.castelloroccascalegna.com/, https://www.youtube.com/watch?v=geS89WgSVJs (video con drone di Strada dei Parchi), https://www.castellodiroccascalegna.it/, https://www.youtube.com/watch?v=I_iw6wXigTg (video di Paesaggi d'Abruzzo), https://www.youtube.com/watch?v=ZC7NDr2LuHU (video di Jonny Wild), https://www.youtube.com/watch?v=spWySiNSpH4 (video di EURASIA NEWS TV), http://www.tesoridabruzzo.com/il-castello-di-roccasacalegna/#sthash.bSPXQM9m.dpbs

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Roccascalegna, https://it.wikipedia.org/wiki/Roccascalegna, http://www.stradadeiparchi.it/il-castello-di-roccascalegna-e-la-sua-leggenda/

Foto: la prima è presa da http://www.tesoridabruzzo.com/il-castello-di-roccasacalegna/#sthash.bSPXQM9m.dpbs, la seconda è presa da http://www.stradadeiparchi.it/il-castello-di-roccascalegna-e-la-sua-leggenda/

giovedì 7 febbraio 2019

Il castello di giovedì 7 febbraio



CASTEL D'AZZANO (VR) - Villa Violini Nogarola ( detta anche "Il Castello")

Rimane ancora ben visibile la mole maestosa dell'antica principesca residenza dei conti Nogarola, che acquistarono il fondo di Azzano e i diritti sulla campagna circostante dagli Scaligeri. Il castello era circondato da ampi porticati, folti boschetti, viali ombrosi, peschiere, fiumicello e ponte, come ricorda nel 1820 Giovan Battista da Persico. La residenza venne elogiata da numerosi scrittori dell'età umanistica, che avevano in essa un ameno luogo di incontri e di raffinate conversazioni. La villa fu particolarmente amata da Isotta Nogarola, fine poetessa, che in essa trascorse gran parte della sua vita e che della dimora immortalò le lodi in un elegante poemetto in distici elegiaci latini. In quel poemetto Isotta Nogarola rievoca le visite di uomini illustri che onorarono con la loro presenza la dimora dei conti Nogarola. Il castello si presentava con una planimetria a struttura rettangolare, a breve distanza dal laghetto pure di proprietà dei conti Nogarola e circondato interamente da un largo fossato recinto da alti pioppi. Vi si accedeva dal fianco sud-orientale mediante un ponte. Esso si presentava con quattro torri d'angolo, una torricella all'ingresso, il mastio e due case di abitazione. Evidentemente, come tutte le residenze feudali, anche il castello dei Nogarola, sorto in origine con un prevalente scopo difensivo, con il trascorrere del tempo era stato riconvertito in sontuosa dimora della nobile famiglia. Nel secolo XIX il grande maniero subì un radicale restauro, nel corso del quale l'edificio venne ancora ingrandito e decorato da statue scolpite da Pietro Muttoni, ma oggi scomparse. Fu il conte e generale Dinadano Nogarola a commissionare i lavori, quasi certamente all'architetto ticinese Simone Cantoni. Il rinnovamento della residenza era in corso attorno al 1820, anno in cui il da Persico, già menzionato, pubblicò la sua Descrizione di Verona e della sua provincia: l'edificio venne rifatto, a quanto pare da quella testimonianza, in stile neoclassico; particolare maestosità fu conferita alle due facciate del corpo centrale della fabbrica. Al piano inferiore tre grandi archi a tutto sesto aprono ancora la vista sul verde giardino retrostante; al piano superiore un loggiato, che ripete il motivo dei tre archi terreni, separati da semi-colonne a capitelli ionici; il tutto dominato da un frontone a timpano triangolare, ornato da bassorilievi con decorazioni ispirate a tematiche militari e a figurazioni mitologiche. Lo stesso vescovo di Verona, monsignor Innocenzo Liruti, nella visita pastorale compiuta nel 1812, rimase colpito dall'amenità e dall'eleganza del luogo, tanto da annotare nel suo diario: "Nogarola: sessanta campi chiusi entro un muro di tre miglia di giro... Nel recinto di tre miglia canali d'acqua, viali coperti di salici marini, pioppe cipressine e piante esotiche, statue, Peschiera, tutto disposto senza apparenza d'arte, come all'inglese". All'interno della residenza spiccava il grandioso soffitto a copertura del salone centrale: oltre centosedici metri quadrati di superficie interamente affrescati da Domenico Mancanzoni, il quale si ispirò alle pitture di analogo soggetto che si trovano nella loggia del Seminario vescovile di Verona (quello antico di Via Seminario), opera del suo maestro Marco Marcola. Sullo sfondo di un cielo azzurro e di stelle dorate vi si ammiravano una sessantina di costellazioni, tra cui spiccava quella del Toro, eseguita con abile tecnica illusionistica. La conservazione della storica dimora rimase legata nei secoli alla discendenza della nobile famiglia dei Nogarola. Ultimo discendente diretto fu il conte Antonio Nogarola, il quale, dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia, ricoprì l'incarico di sindaco di Castel d'Azzano tra il 1871 e il 1889. Da quell'anno al 1917 fu sindaco colui che ne aveva raccolto l'eredità, il conte Ludovico Violini Nogarola. Alla sua morte incuria e uso militare - siamo nel periodo più critico e cruciale della prima guerra mondiale - precipitarono la residenza in uno stato deplorevole: adibita a carcere per prigionieri di guerra, essa conobbe lo sfogo vandalico dei reclusi. Analogamente fu la fine del lago di Vacaldo che si trasformò in pantano ed acquitrino. Attualmente solo una minima parte della villa è restaurata. Dal 1997 è diventata proprietà comunale. Ospita il municipio e tutti i suoi uffici, la sede della polizia municipale e la biblioteca. Di recente sono iniziati i lavori per il suo completo recupero. Altri link suggeriti: http://www.accademiafabioscolari.it/villa-nogarola-storia-del-castello-di-castel-dazzano/, http://www.larena.it/territori/villafranchese/castel-d-azzano/prigionieri-nel-castello-ce-ne-furono-40mila-1.5351146, https://www.youtube.com/watch?v=S78scgRHPLA (video di Diemmegrafica Pubblicità per Crescere)

Fonti: http://guide.travelitalia.com/it/guide/verona/castel-d-azzano-il-lago-di-vacaldo-e-il-castello/, https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_d%27Azzano

Foto: la prima è presa da http://www.accademiafabioscolari.it/villa-nogarola-storia-del-castello-di-castel-dazzano/, la seconda è di teozanca70 su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2012/164479/view

mercoledì 6 febbraio 2019

Il castello di mercoledì 6 febbraio




TORTORA (CS) - Torre Nave

Costruita con scopi difensivi, si erge su di un promontorio a Tortora e domina il paesaggio ed i territori vicini. Anticamente era posta a picco sul mare, oggi ne è distante qualche centinaio di metri, difatti, alla base della torre fino a qualche anno fa erano ancora evidenti gli attracchi delle antiche imbarcazioni. Con la sua conformazione su pianta quadrangolare e basamento leggermente scarpato, la torre risale al XVI sec. e appartiene al sistema difensivo della costa costruito in epoca vicereale, sotto il regno di Carlo V. Ha subito vari rifacimenti e oggi sono visibili i muri perimetrali, una parte dei quali parzialmente intonacata, e la struttura esterna. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=LXy0jKWt-_s (video di Retetre Digiesse)

Fonti: http://atlante.beniculturalicalabria.it/schede.php?id=106, https://www.lespiaggeditortora.it/tortora-torre-nave.html, https://www.calabriaportal.com/tortora-marina/3639-tortora-marina-torre-nave.html (da visitare per trovare altre belle vedute del monumento)

Foto: la prima è presa da http://www.mondimedievali.net/castelli/calabria/cosenza/tortor01.jpg, la seconda è presa da https://www.italianostra.org/la-grotta-di-torre-nave-un-sito-archeologico-da-tutelare-e-valorizzare/

martedì 5 febbraio 2019

Il castello di martedì 5 febbraio



ASCEA (SA) - Castellammare della Bruca e Torre angioina di Velia

Castellammare della Bruca (o Castellamare; Castrimaris nei documenti in latino medievale) è il toponimo con cui veniva indicato il borgo fortificato costruito in epoca medioevale a un'altitudine di circa 71 m sul livello del mare, sul promontorio su cui sorgeva, un tempo, l'acropoli di Velia, l'antica colonia greca di Elea. La località è chiamata anche Castellamare di Velia, poiché è inclusa nel recinto archeologico di Elea (Velia, in epoca romana), ricompreso nei confini amministrativi del comune di Ascea. Si ha notizia, nella fase finale del periodo delle invasioni saracene, dell'esistenza di una fortificazione denominata Castellum Velie, che nel nome conservava ancora traccia dell'antica colonia greca decaduta. Dopo la conquista normanna del 1053-1054, e la conseguente cessazione della minaccia saracena, a fianco della fortificazione dovette esser costruito un borgo la cui esistenza è documentata nel 1113. Risale all'epoca normanna anche la costruzione della Cappella Palatina (chiesa di San Quiricio, o San Quirino), citata in un documento del 1144 e tuttora visibile sul luogo. Il borgo, nel XII secolo, assunse la denominazione di Castellammare della Bruca, probabilmente dalla contiguità di una vasta foresta di elci (volg.: bruca), che si estendeva da Cuccaro Vetere fino alla costa. Si ha menzione della foresta in un diploma del 1030 con cui il longobardo Guaimario IV, diciassettenne principe di Salerno, donava il bosco alla Abbazia benedettina di Cava. Il toponimo rivela, inoltre, come nel frattempo fosse andata completamente smarrita ogni memoria, anche toponomastica, dell'antica colonia greca, assurta poi a status di municipio romano. L'abitato era ancora vivo nella prima metà del XVII secolo e il censimento focatico del 1648 vi registrò l'esistenza di 12 famiglie (fuochi), ma dovette essere presto andato deserto o abbandonato se non se ne trova più traccia già nel successivo censimento del 1669, successivo all'epidemia di peste che, nel 1656, colpì l'Italia e il Regno di Napoli. Nel XIX secolo l'abitato si presentava completamente in rovina ai viaggiatori e studiosi di passaggio. Va ascritto a François Lenormant il merito di aver compreso le potenzialità del sito archeologico della colonia focea quale obiettivo di approfondite ricerche. Esse tuttavia, nonostante i suoi autorevoli auspici, non vedranno la luce se non all'inizio del XX secolo. L'abitato fu interamente distrutto nei primi decenni del XX secolo per permettere l'inizio delle profonde campagne di scavo che avrebbero riportato alla luce la colonia di Velia, con l'eccezione della cappella palatina, utilizzata quale piccolo antiquarium dell'area archeologica, ancora priva di un museo, nonostante decenni di importanti ritrovamenti. Domina il sito la Torre della Bruca, che fu edificata in qualità di torre di avvistamento ai tempi della guerra dei vespri siciliani. Con il moto dei vespri, scoppiati il 31 Marzo 1282, la Sicilia si ribellò agli Angioini e passò sotto il dominio di Pietro D’Aragona, causando una lunga e terribile guerra tra i Siciliani – Aragonesi e gli Angioini di Napoli. Uno dei fronti principali dello scontro furono le coste cilentane: gli Angioini, per difendersi dagli attacchi provenienti dal mare, costruirono la torre di Velia (e, successivamente, la torre di Castelnuovo Cilento - http://castelliere.blogspot.com/2014/07/il-castello-di-domenica-27-luglio.html) in un sito nel quale preesistevano i resti di un castello alto-medievale, il Castellum Maris (o Castellum Velie), edificato verosimilmente in età longobarda su ciò che rimaneva del basamento di un tempio pagano. Di questa originaria fortificazione, posta a difesa del territorio circostante contro la minaccia saracena per il controllo dell’antico porto fluviale di San Matteo, alla confluenza dei corsi d’acqua del Palistro e dell’Alento, rimangono ancora oggi dei ruderi sul ciglio del promontorio (un torrino cilindrico e una parete a strapiombo). Le peculiarità architettoniche della torre, con base a scarpata alta 15,15 m e un corpo cilindrico che raggiunge quasi i 30 m, sono da ricercarsi nelle volte ribassate e di altezza minore man mano che si sale, nella stretta scala elicoidale che collega i tre ambienti sovrapposti circolari, nelle mensole di pietra sagomata del coronamento (beccatelli), nella creazione delle caditoie (fessure per il lancio di pietre) e nell’ingresso sopraelevato. Pensata per fronteggiare un elevato numero di nemici con pochi uomini, l’accesso alla torre avveniva solo per mezzo di corde, non esisteva alcuna scala esterna o ponte levatoio. Questo fu installato solo successivamente con la costruzione di una torretta quadrata provvista di scala e posta in corrispondenza dell’ingresso per l’appoggio del ponte. Il nome attuale della torretta, Torre della Bruca, deriva dalla denominazione del borgo – Castellammare della Bruca – che fu costruito intorno all’edificio dopo la cessazione della minaccia saracena. La torre è stata restaurata e resa accessibile con ascensore, scale e passerelle. Altri link suggeriti: https://www.researchgate.net/figure/Castellammare-della-Bruca-Velia-during-the-Medieval-period_fig4_317631452, https://www.youtube.com/watch?v=E07n_MdtJ-Q (video con drone di Angelo Magliano, https://www.youtube.com/watch?v=SjyRoBMAvLU (video di SetTV Vallo), https://www.youtube.com/watch?v=ZeNsureA0pA (video di Vito Panzella)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castellammare_della_Bruca, http://www.hetor.it/site/alla-scoperta-della-torre-della-bruca-2/, https://www.napoli-turistica.com/parco-archeologico-elea-velia-cilento/

Foto: la prima è presa da http://www.villagorga.it/scavi-velia-t57/, la seconda è di Adriano_2 su https://www.flickr.com/photos/93066717@N06/15469644891

lunedì 4 febbraio 2019

Il castello di lunedì 4 febbraio




CANNOLE (LE) - Castello baronale Granafei

La nascita del primo nucleo abitativo potrebbe essere collocata in epoca alto-medioevale, quando, in seguito all'invasione araba del Salento intorno all'885, i Saraceni per motivi strategici schierarono le loro truppe in una zona abbondante di canneti. Qui sarebbe sorto il casale di Canola che successivamente si sviluppò con la presenza di comunità basiliane. Tradizionalmente si ritiene invece che l'origine del borgo risalga al XII secolo, quando cioè il normanno Guglielmo il Malo distrusse molti villaggi della Terra d'Otranto; le popolazioni per sfuggire a tale furia si rifugiarono nei canneti dove fondarono l'attuale abitato. Il feudo di Cannole fece parte del Principato di Taranto sino al XIII secolo. Fu poi infeudata a varie famiglie nobiliari e nel 1583 passò sotto il controllo dei baroni Personé, che lo mantennero per quasi un secolo. Nel 1747 fu dato in feudo ai marchesi Granafei che ne conservarono la proprietà fino al 1806, anno di eversione del regime feudale. I Granafei contribuirono alla riqualificazione urbana del paese e all'incremento della popolazione residente. Dal Settecento e sino alla metà del XX secolo le vicende storiche di Cannole furono legate alla nobile famiglia Villani (del ramo Patrizio di Sanseverino). Eretto dagli Orsini del Balzo nel 1413, a scopo di protezione dalle frequenti invasioni, il castello fu costruito come struttura difensiva in un punto strategico che permetteva una visuale a 360 gradi sul territorio circostante. Il castello subì tra il XVII e il XVIII secolo numerose modifiche che ne trasformarono l'aspetto in un palazzo signorile. Divenne residenza nobile nel 1583 con l’arrivo dei baroni Personè ma non subì per mano loro sostanziali rimaneggiamenti architettonici. Lateralmente sono ancora visibili i tratti propri dell'architettura militare. L'edificio, a pianta quadrangolare, è dotato di robuste mura perimetrali a base scarpata. Agli angoli, quattro garitte consentivano la difesa della struttura da tutti i lati. La facciata si presenta schematicamente suddivisa in tre parti, la centrale occupata da un austero portale bugnato sormontato da una lunga epigrafe. Nell'ampio cortile interno, la vera di un pozzo riporta incisa la data 1752. Le maggiori trasformazioni architettoniche si ebbero con il passaggio della proprietà dalla famiglia Personè ai Granafei nel 1747. I marchesi Granafei di Sternatia ampliarono infatti il palazzo con un'ala sul lato orientale e realizzarono un lussureggiante giardino dominato da una fontana di gusto settecentesco (chiamata "belvedere"), sopra la quale spicca lo stemma nobiliare. Attualmente il castello ospita il Museo Archeologico civico U. Granafei, che conserva numerosi reperti archeologici. Altri link suggeriti: http://www.comune.cannole.le.it/zf/index.php/musei-monumenti/index/dettaglio-museo/museo/1, https://www.youtube.com/watch?v=8-WH0ItYMjE (video di Città aperte in rete), https://www.salentoacolory.it/cannole-torcito-storia-municeddhe/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cannole, https://www.viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/4547/it/Castello-Granafei-Cannole-(Lecce), https://www.artpuglia.com/castelli/beni-culturali/castello-granafei-348.html

Foto: la prima è un fermo immagine del video https://www.youtube.com/watch?v=8-WH0ItYMjE già menzionato, la seconda è presa da https://www.viaggiareinpuglia.it/at/144/localita/4292/it/Cannole

venerdì 1 febbraio 2019

Ci vediamo lunedì 4 febbraio

Cari amici del blog, i troppi impegni lavorativi questa settimana mi hanno lasciato pochissimo tempo per occuparmi di nuovi castelli....mi sono dovuto fermare a mercoledì 30, purtroppo. Spero di poter riprendere da lunedì prossimo 4 febbraio, non mi abbandonate mi raccomando :-)

Valentino