venerdì 9 settembre 2022

Il castello di venerdì 9 settembre

 



CAPO D'ORLANDO (ME) - Castello d'Orlando

Ciò che resta del Castello di Capo d’Orlando ci racconta l’importanza che l’edificio ebbe un tempo. Secondo la leggenda, fu Carlo Magno a costruirlo per onorare il paladino Orlando, sul Monte della Madonna che domina la cittadina. Sorse su un promontorio roccioso a picco sul mare a presidiare il tratto di litorale tirrenico antistante: era collegato visivamente con i limitrofi castelli ed abitati di Caronia, Acquedolci, Sant''Agata, San Marco d'Alunzio e Pietra di Roma, Militello, Naso, Ficarra, Brolo, Piraino, Gioiosa Guardia, posti sulla costa o sulle alture verso l'interno, oltre che con il circuito delle torri d'avvistamento (tra cui quella del Lauro) e con l'arcipelago delle Eolie; la visibilità, in assenza di foschia, giunge fino a Cefalù. In origine, la sua pianta occupava tutto il pianoro sommitale. Probabilmente fu innalzato nel XIII secolo, su alcune fondamenta più antiche. Nel 1296 veniva chiamato "castrum". Nel 1299 vide la battaglia combattuta nelle acque sottostanti dai fratelli Aragona per il dominio della Sicilia. Un solo trono, infatti, era troppo piccolo per tutti e due, che avevano grandi ambizioni. Alla fine del Trecento, il Castello di capo d’Orlando fu utilizzato come fortino da Bartolomeo Aragona, che vi si asserragliò nel tentativo di resistere alla restaurazione dell’autorità monarchica di re Martino. Così il maniero fu assediato e distrutto da Bernardo Cabrera. Dell’originario castello, ormai in rovina, rimase soltanto una torre di pianta rettangolare, utilizzata tra i secoli XVI e XVII per l’avvistamento dei pirati barbareschi. Essa era originariamente articolata su due livelli: un primo, in cui si collocano l'ingresso voltato, un disimpegno parzialmente basato sulla roccia, due celle di pianta rettangolare ed una cisterna ispezionabile mediante un'apertura sulla volta; un secondo, a quota inferiore, con ampio locale scoperto, delimitato da spesse mura perimetrali, cui si accede tramite scala longitudinale a una rampa. Esistono tracce di un ulteriore vano ad una quota intermedia che convive con complesse tracce di strutture preesistenti. La muratura superstite, di diverso spessore, è realizzata in pietrame, laterizi, malta e blocchi di pietra di varia pezzautra a faccia vista e perfettamente squadrata nei cantonali ancora riconoscibili. Il castello consta attualmente di tre fronti, che affacciano rispettivamente, verso il piazzale panoramico (con arco d'ingresso a sesto ribassato, edicola sacra moderna e pozzo a base poligonale), sull'abitato (rivellino) e sul mare (su cui si aprono un portale ed una finestra con archi a tutto sesto, più due piccole finestre quadrate in corrispondenza delle sopracitate celle). Nel 1598, narra la leggenda, San Cono lasciò la statuetta della Madonna ai guardiani. Grazie ad una stampa di Willem Schellinks (1613), si è scoperta l’esistenza di varie costruzioni sulla sommità del monte. Dai racconti di Vito Amico si evince che, nel 1750, il castello divenne anche osteria, chiesa ed approdo. Ne divennero proprietari prima Giovanni Antonio Sandoval (appartenente una delle famiglie spagnole più potenti), poi Bernardo Joppolo Ventimiglia Fardella, nel 1811. Agli inizi del XIX secolo il monte fu interessato da frane e movimenti tellurici. Questo periodo coincise con quello dell’arrivo dei Cappuccini. Lavori di restauro diretti dalla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Messina condotti sulla chiesa negli anni 1981-1984 hanno interessato il consolidamento delle fondazioni, la bonifica dei muri perimetrali, il rifacimento di coperture, intonaci, pavimentazioni, infissi, gradinata esterna; nel 1994, inoltre, si sono restaurati anche i resti del castello (muratura del rivellino; rifacimento della parete perimetrale esposta verso il mare). Resta ancora una delle due cisterne che si trova nell'atrio del castello. Il castello custodiva un simulacro di Maria SS, purtroppo trafugato la notte dell’11 dicembre 1925. L'anno successivo ne venne riprodotta una copia in argento, a tutt’oggi esposta nel Santuario. Per approfondire: https://www.youtube.com/watch?v=JdlRzQc9yBM&t=1s (video di SiciliAntica Capo d'Orlando), https://www.messinaweb.eu/messinesit%C3%A0/architettura/i-castelli/item/640-castello-di-capo-d-orlando.html, https://www.youtube.com/watch?v=kHd7eD8r7oU (video di Stefano Mauro)

Fonti: https://www.icastelli.it/it/sicilia/messina/capo-dorlando/castello-di-capo-dorlando, https://www.siciliafan.it/castello-di-capo-dorlando/, https://it.m.wikipedia.org/wiki/Capo_d%27Orlando, https://www.turismo.comune.capodorlando.me.it/il-castello-il-santuario/, https://www.visititaly.it/info/953963-castello-d-orlando-ruderi-capo-d-orlando.aspx

Foto: la prima è presa da http://www.terredidioniso.it/index.php/it/offer/20-il-castello-di-capo-d-orlando, la seconda è presa da https://messina.gazzettadelsud.it/foto/cultura/2019/01/09/il-castello-federiciano-di-capo-dorlando-si-sbriciola-le-immagini-b2d65d81-83e0-40a1-9188-095f4fb9fb6f/

giovedì 8 settembre 2022

Il castello di giovedì 8 settembre


 
CAGLIARI - Torre aragonese di Bonaria

Nel 1324, durante l'assedio di Castel di Castro, l'infante Alfonso fece costruire sul colle di Bonaria, detto in catalano di Bon Aire ovvero "buona aria", una cittadella fortificata. Nel 1326 Pisa abbandonò per sempre la Sardegna e, nel 1335, il re donò l'area di Bonaria ai frati dell'Ordine di Santa Maria della Mercede, all'epoca nel suo massimo splendore, i quali vi fecero costruire un convento con annessa la chiesetta, di stile catalano-aragonese. La fortificazione aragonese andò distrutta nel tempo, lasciando spazio a nuove costruzioni che disegnano il santuario mariano così come lo conosciamo oggi. A resistere, stoica ma nascosta, la torre campanaria di quella fortificazione. Del Castello di Bon Aire, questo il nome della fortificazione aragonese, rimangono solo alcuni resti. Oggi la torre è parzialmente mozzata, ed è difficilmente osservabile dall’esterno, se non da alcuni punti nella zona di via Caboni, custodita e difesa all’ombra della Basilica e del monastero dei frati mercedari.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_Nostra_Signora_di_Bonaria, https://www.vistanet.it/cagliari/2020/03/03/lo-sapevate-cagliari-il-campanile-della-chiesa-di-bonaria-e-una-vecchia-torre-aragonese/

Foto: la prima è di Giova81 su https://it.wikipedia.org/wiki/Santuario_di_Nostra_Signora_di_Bonaria#/media/File:Bonaria07c.jpg, la seconda è presa da https://www.vistanet.it/cagliari/2020/03/03/lo-sapevate-cagliari-il-campanile-della-chiesa-di-bonaria-e-una-vecchia-torre-aragonese/

mercoledì 7 settembre 2022

Il castello di mercoledì 7 settembre

 

SAN PANCRAZIO SALENTINO (BR) - Castello Arcivescovile

Nell'XI-XII secolo il territorio sanpancraziese era possedimento di Goffredo, conte di Conversano. Nel 1107 queste terre furono donate dalla moglie Sichelgaita all'Arcidiocesi di Brindisi; gli arcivescovi brindisini assunsero dunque il titolo di Baroni di San Pancrazio. Rimase mensa brindisina fino al 1866, quando passò in mano allo Stato in seguito alla soppressione dei beni ecclesiastici. Agli inizi del XIII secolo la popolazione fu decimata da un'epidemia di peste. Nel 1221 l'arcivescovo Pellegrino ripopolò quindi il centro trasferendovi cittadini provenienti da Brindisi, che per l'occasione furono esentati dal pagamento delle decime; nei pressi della Chiesa Parrocchiale fece costruire il Castello arcivescovile, o Palazzo baronale, utilizzato come residenza estiva e come dimora nel corso delle visite pastorali nel circondario. San Pancrazio fu razziato dai Turchi una prima volta nel 1480, dopo l'occupazione di Otranto; secondo quanto racconta Antonello Coniger ne Le cronache, il 5 settembre di quell'anno un drappello di 400 cavalieri turchi sbarcò a San Cataldo, devastando i paesi e massacrando la popolazione dell'entroterra leccese. Un secondo attacco avvenne nella notte del 1º gennaio 1547; cinque galeoni turchi sbarcarono a Torre Colimena, nel territorio di Avetrana, sulla costa jonica. Girolamo Marciano di Leverano, in Descrizione, origini, e successi della provincia d'Otranto, riporta che un drappello di un centinaio di uomini, guidati da un certo Chria (o Cria), un traditore di Avetrana, saccheggiò e distrusse San Pancrazio, cogliendo il paese di sorpresa dopo il fallito tentativo di assalto della cittadina tarantina; quasi tutti gli abitanti furono rapiti e venduti in Turchia come schiavi. Nella prima metà del XVI secolo, l'arcivescovo di Brindisi Girolamo Aleandro, spinto dalla qualità dell'aria del paese, elesse San Pancrazio sua dimora estiva, soggiornando presso il Castello arcivescovile. Il casale, che nel 1798 contava 510 abitanti, rimase frazione di Torre Santa Susanna sino al 1º gennaio 1839, divenendo comune autonomo della provincia di Terra d'Otranto (in seguito, Provincia di Lecce) con il decreto regio del 17 dicembre 1838. Il Castello Arcivescovile di San Pancrazio risale al XIII secolo, precisamente al 1221, in epoca sveva, quando l’allora arcivescovo di Brindisi Pellegrino dispose la sua edificazione, quale residenza estiva e come alloggio durante le visite pastorali effettuate nel territorio limitrofo. Il luogo scelto per l’erezione della struttura si trovava nel centro del borgo e nei pressi dell’originaria chiesa matrice, oggi nota come Chiesa di Sant’Antonio da Padova. Nel 1510 la struttura venne ampliata, primo intervento di molti, l’ultimo dei quali avvenuto alla fine del XIX secolo, che hanno letteralmente stravolto la costruzione originaria. La parte più antica corrisponde all’angolo sud – orientale e procedendo verso occidente si sviluppano gli ampliamenti più recenti. Inoltre, l’addossamento di varie costruzioni posteriori, rende oggi impossibile la vista delle facciate quasi del tutto nascoste, con la sola eccezione di quella principale. Il castello si sviluppa su due livelli. Al pianterreno è possibile distinguere gli ambienti più antichi da quelli più recenti giacché i primi presentano delle volte a botte, mentre i secondi sono ad angolo. La facciata principale, l’unica interamente visibile, presenta delle arcate, corrispondenti agli ampliamenti del XIX secolo, ed è priva di decorazioni. La struttura appartiene attualmente alla parrocchia e viene adibita a casa canonica.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/San_Pancrazio_Salentino, testo di Cosimo Enrico Marseglia su https://www.lavocedimaruggio.it/wp/fortezze-e-castelli-di-puglia-il-castello-arcivescovile-di-san-pancrazio.html, http://www.docartis.com/Puglia/Guide/guida_SPancrazio/private/SPancrazio_TorriCastelli.htm

Foto: la prima è presa da https://www.senzacolonnenews.it/citta/item/laeroporto-la-liberta-e-la-fedelta-viaggio-a-san-pancrazio.html, la seconda è presa da https://www.lavocedimaruggio.it/wp/fortezze-e-castelli-di-puglia-il-castello-arcivescovile-di-san-pancrazio.html

martedì 6 settembre 2022

Il castello di martedì 6 settembre


 
GOSSOLENGO (PC) - Castello di Bardinezza

L’edificio, a pianta rettangolare, è discretamente conservato; sul fronte est si notano l’ingresso, le strutture relative al ponte e ponticello levatoi che superavano il fossato e due torri quadrate di diversa altezza. Nell’androne una lapide risalente al 1530 ricorda il nome dell’abate piacentino Gregorio; nell’interno dell’oratorio -ristrutturato e riconsacrato in memoria del ten. Camillo Cella, caduto nella prima guerra mondiale- si trova un interessante dipinto rappresentante Santi e Dottori della Chiesa con lo sfondo di un città medievale. Nel 1335 il castello di Bardinezza è citato in un documento che attesta l’esistenza della struttura. Nello stesso periodo il castello è citato in documenti che parlano delle lotte per la supremazia politica tra il governo pontificio e la casa viscontea. Nel 1345 subì un attacco dai soldati piacentini. Nel 1373 Raffaello Dolzoni conquistò il castello di Bardinezza in nome e per conto del governo papale. Nel XV secolo apparteneva alla famiglia Rizzoli e nel 1503 Lucrezia Rizzoli ne vendette una parte ai canonici Lateranensi di Sant'Agostino, i quali nel giugno del 1522 lo acquistarono nella sua totalità e lo tennero sino alla rivoluzione francese. Con la soppressione dell'ordine dei canonici lateranensi il castello di Bardinezza passò ai conti Calciati e successivamente ai Cella.

Fonti: https://www.altavaltrebbia.net/2020/10/31/castello-di-bardinezza/, https://www.turismopiacenza.it/2020/12/22/castello-di-bardinezza/, https://www.preboggion.it/Castello_di_Gossolengo-Bardinezza.htm

Foto: entrambe di Solaxart 2013 su https://www.preboggion.it/Castello_di_Gossolengo-Bardinezza.htm

lunedì 5 settembre 2022

Il castello di lunedì 5 settembre



MANZIANA (RM) - Palazzo Tittoni

In piazza Tittoni, al centro del paese di Manziana, si affaccia l’omonimo palazzo realizzato nel 1500. L'edificio conserva la suo interno i resti della Rocca di Santa Pupa, il castello fatto costruire dai Prefetti di Vico agli inizi del 1200. Dopo aver assoggettato al loro potere la zona, la famiglia dei Signori di Vico costruì il maniero a cui diede il nome di “castrum Sanctae Pupae”. Il ramo della famiglia dei Signori di Vico che si trasferì dove oggi sorge Manziana si chiamò infatti “De Santa Pupa”; ancora il nome Manziana non era mai apparso in documenti ufficiali e la zona veniva chiamata, a nome di questo ramo della famiglia “Santa Pupa”. Nel 1290 il castello fu venduto all’Ospedale di Santo Spirito ed in questo periodo risiedevano qui il vicario del tempo e il castellano, qui veniva amministrata la giustizia, e qui, infine, si adunava il Consiglio degli “Huomini Capannari della Mantiana”. Dal ‘400 in poi subì una lenta decadenza fin quando, nel 1596, fu costruito al suo posto l’attuale palazzo, che conserva al suo interno due torrioni a pianta quadrata dell’antico castello. Il palazzo fu realizzato da Ottaviano Mascherino, architetto e membro dell’Accademia di San Luca, inviato a Manziana durante il pontificato di Sisto V con l’incarico di realizzare il Palazzo Baronale di Santo Spirito. L'edificio è concepito come residenza estiva del barone, ma anche come centro dell’azienda agricola e cuore della giurisdizione feudale. I lavori terminarono sul finire del secolo. Dopo esser stato per secoli di proprietà papale, il palazzo venne acquistato da Vincenzo Tittoni, senatore del neonato Regno d’Italia. Siamo nel Risorgimento. Il palazzo passò poi al figlio di Vincenzo, Tommaso Tittoni (1855-1931), politico e diplomatico, ministro degli Esteri con Giolitti e poi presidente dell’Accademia d’Italia, vissuto a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. All’interno del palazzo vi è uno splendido giardino con numerose, antiche piante esotiche; tra di esse una palma da cocco il cui tronco misura 350 cm di circonferenza e 16 metri di altezza, nonché un leccio con una circonferenza di 300 cm ed un ippocastano con una circonferenza di 285 cm. Arriviamo al Novecento. Durante la seconda guerra mondiale, più precisamente nell’estate del ’44, i tedeschi in fuga dagli americani erano intenzionati a far brillare le mine anticarro che avevano ammassato nei sotterranei di Palazzo Tittoni. Per fortuna rinunciarono a questo scellerato proposito, ma numerosi fori di proiettile che si vedono su alcune porte utilizzate per le esercitazioni sono ancora lì a ricordarci quel periodo storico. Successivamente, negli anni ’60, gli anni del boom economico italiano, Palazzo Tittoni ha ospitato gli studenti delle scuole medie di Manziana, passando così da un periodo di distruzione ad uno di costruzione. Altri link: https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL0000017502/14/manziana-villa-tittoni.html?startPage=0 (foto d'epoca), https://www.youtube.com/watch?v=B0x4kCxSpZ8 (video di PiccolaGrandeItalia.tv)

Fonti: https://www.tesoridellazio.it/tesori/manziana-rm-palazzo-tittoni/, testo di Monia Guredda su https://www.lagone.it/2018/10/05/le-origini-la-storia-secolare-palazzo-tittoni-manziana/,

Foto: la prima è presa da https://www.paesionline.it/italia/foto-immagini-manziana/6055_palazzo_tittoni_sec_xvi_e_giardini_pubblici, la seconda è di Alvaro ed Elisabetta de Alvariis su https://www.flickriver.com/photos/dealvariis/sets/72157627563551958/

venerdì 2 settembre 2022

Il castello di venerdì 2 settembre

 


NORCIA (PG) - Castello in località Capo del Colle di Ancarano

Capo del Colle è il più antico dei nuclei che compongono la località di Ancarano e da testimonianze risulta che qui vi fosse un primo insediamento già nel 1281. Suddiviso in due raggruppamenti abitativi, uno sottostante i ruderi dell’antico Castello di Castelfranco e l’altro composto da residenze di più recente costruzione, oggi si presenta in ottimo stato di conservazione e, soprattutto negli ultimi anni, sono state effettuate notevoli ristrutturazioni, alcune ancora in corso. Quando il Castello medievale di Ancarano venne distrutto, le popolazioni cominciarono a trasferirsi a valle ed a dar vita alla nascita di piccoli insediamenti denominati Ville. La città di Norcia però, che non voleva lasciare incustodita una zona di così vitale importanza come quella della Val Campiana, essendo un’importante snodo e via di comunicazione, decise di edificare nel 1370 il Castello di Castelfranco, obbligando gli abitanti di Capo del Colle a trasferirsi in questo nuovo centro. L’origine del suo nome deriva dalla esenzioni fiscali di cui avrebbero goduto coloro che qui vi fossero insediati. Ma la vita di Castelfranco, castello di pendio, fu piuttosto breve sia perché non vi fu un concreto trasferimento, in quanto risultava esser stato costruito in territorio impervio e scomodo da raggiungere, sia per i continui attacchi sferrati dalle truppe di Francesco Sforza che riuscì anche ad occuparlo nel 1438. Successivamente nel 1452 fu assaltato anche da bande di fuorusciti nursini. Oggi sono ancora ben visibili le suggestive rovine di questo luogo fortificato, tra cui i resti della Porta ad Arco Gotico che si apre alla base dell’unica torre rimasta, che conserva due archi sovrapposti e parte della chiesa di S. Maria di Castelfranco, aggrappata alla parete rocciosa dove, su di un pilastro, si notano ancora resti di affreschi. Sono ben distinguibili la cinta muraria, le fortificazioni, le porte di accesso, i casarini interni che un tempo costituivano le abitazioni del paese. A difesa della porta, dove si congiungono le mura che racchiudono le rovine della fortezza, è posto anche un rinforzo poligonale con feritoie, esempio unico nella zona. Passeggiando per le vie del borgo potrete notare portoni del 1300, case del 1500 e stemmi riportanti incisioni settecentesche, segni evidenti dell’evoluzione storica di questo borgo. Altri link di approfondimento: https://tuttoggi.info/vendesi-castelfranco-la-pompei-medievale-del-parco-nazionale-dei-monti-sibillini/266053/, https://www.duemondinews.com/umbria-dimenticata-il-castello-di-castelfranco-a-norcia/, http://www.mepradio.it/news_online.details.php?nc=8375

Fonti: https://www.sibilliniweb.it/citta/norcia-ancarano-il-castello-di-castelfranco/, http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/01_valnerina/00018/index.htm, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-castelfranco-capo-del-colle-di-ancarano-norcia/

Foto: la prima è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-castelfranco-capo-del-colle-di-ancarano-norcia/, la seconda è presa da https://www.sibilliniweb.it/citta/norcia-ancarano-il-castello-di-castelfranco/

giovedì 1 settembre 2022

Il castello di giovedì 1 settembre

 

MONTAGNA IN VALTELLINA (SO) - Castel Grumello

Il Castello De Piro al Grumello, maggiormente conosciuto come Castel Grumello, deve il suo nome al dosso roccioso (grumo) sul quale è stato edificato. Grazie alla sua posizione strategica domina la città di Sondrio e buona parte della valle. La sua costruzione è compresa tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento ad opera della famiglia ghibellina dei De Piro di origine comense. Esponente di questa famiglia fu Corrado de' Piro, al quale i castello sembra essere appartenuto. La breve vita del maniero è specchio di una parabola familiare segnata da alterne fortune e da un cambio di orientamento politico: il castello doveva essere sorto da poco, quando i de Piro passarono dallo schieramento ghibellino a quello guelfo, ponendosi in competizione con la potente famiglia guelfa dei Capitanei di Sondrio che nel 1326 mise sotto assedio il castello. Seguirono sanguinose ritorsioni e momenti di pubblico riscatto: per ben sette anni (dal 1329 al 1335) i de Piro ospitarono il vescovo Benedetto da Asnago, costretto alla fuga da Como, ottenendo in cambio sostanziose ricompense. Una gestione malaccorta nel 1373 costrinse però Taddeo de Piro a cedere una quota del fortilizio a un esponente della famiglia rivale. Colpiti nel simbolo del loro potere, i de Piro andarono incontro a un lento declino, e un secolo dopo nessuno più risiedeva al Grumello. L'edificio venne innalzato sfruttando al meglio la conformazione allungata del dosso, sulle cui estremità sono collocati il corpo militare, destinato alla guarnigione, e il corpo residenziale, destinato alla famiglia; rientra perciò nel novero dei castelli gemini. Il corpo militare, a oriente, era piuttosto ampio, disponeva di numerose stanze ed era munito di una cisterna per la raccolta dell'acqua piovana e di due torri: la prima esiste ancora, malgrado sia stata smozzicata dai Grigioni; la seconda, unitamente ad altri ambienti le cui fondamenta sono state ritrovate con il restauro, fu demolita dai contadini della zona per poter coltivare a foraggio l'unico lembo pianeggiante del dosso. Il corpo residenziale (funzione testimoniata dai ruderi di una sala camino), a occidente, aveva dimensioni più modeste ma era comunque dotato di una torre per la difesa della famiglia. Le stanze prendevano luce da feritoie a croce, ideali per tirare con l'arco e con la balestra; le poche finestre davano verso lo spazio fra i due fortilizi, relativamente più sicuro essendo compreso entro il perimetro murario, e su questo fronte si apriva anche l'ingresso ad arco, nobilitato da conci lavorati con cura. Tutt'intorno correva un muraglione che forse comprendeva anche la chiesetta di S. Antonio, di cui si conserva solo l'abside. Dopo esere divenuto di proprietà dei De Capitani (1372), il castello fu distrutto nel 1526 in seguito all'occupazione della Valtellina da parte dei Grigioni. Le pietre del castello servirono ai contadini per la costruzione dei muretti a secco delle vigne. Ruderi e vigneti finirono ai nobili Paribelli. Dell'antico edificio sopravvivono la torre e alcuni ruderi. La distruzione coinvolse anche il vicino castello di Mancapane (https://castelliere.blogspot.com/2018/12/il-castello-di-venerdi-7-dicembre.html), collegato al Grumello tramite una galleria. Attualmente è di proprietà del Fondo Ambiente Italiano (a cui è stato donato dalla Società Enologica Valtellinese nel 1990), che lo ha sottoposto a recenti interventi di restauro, realizzati grazie ai contributi della Legge Valtellina, e ne ha curato il recupero con utilizzo culturale (riapertura al pubblico nel 2001). La sua struttura originaria doveva esseee molto più ampia di quella attuale, come è testimoniato dagli scavi archeologici condotti recentemente. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=3V1xcu9Y7Mk (video di Simone Polattini), https://www.youtube.com/watch?v=vXg4PufyedE (video di dini bonfa), https://www.youtube.com/watch?v=rxg0kRZJlFg (di video drone Landscapes), https://www.youtube.com/watch?v=dSXghKIw1WU (video di Cristina Risciglione)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Grumello, https://www.sondrioevalmalenco.it/it/castel-grumello, https://fondoambiente.it/luoghi/castel-grumello, https://www.visitasondrio.it/site/home/scopri/dintorni/media-valtellina/castello-grumello.html, https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/SO010-00005/

Foto: la prima è presa da https://fondoambiente.it/luoghi/castel-grumello, la seconda è presa da https://www.donnaglamour.it/visitare-castel-grumello/guide-2/