martedì 15 ottobre 2013

Il castello di martedì 15 ottobre






MONTEODORISIO (CH) – Castello d'Avalos

Nel periodo delle invasioni longobarde la contea teatina poteva vantare almeno tredici tra castelli e ville dislocate a difesa del proprio territorio; la costruzione di Monteodorisio era strategicamente una tra le più importanti e continuò ad essere tale anche in epoca normanno-sveva, quando la fortezza fu conquistata da Roberto di Loritello e successivamente data in feudo nel 1256 a Corrado d'Antiochia, nipote di Federico II. Nel 1269 la signoria del paese passò a Sordello da Goito, ricordato persino da Dante nel VI canto del Purgatorio, poi appartenne, dopo Bonifacio di Galibert, a Pietro Lalle Camporeschi nel 1349. Alla fine dello stesso secolo Monteodorisio passò ai marchesi di Pescara con i del Gozzo prima e i del Borgo dopo, almeno fino al 1423, quando Giacomo ed Antonio Caldora si insediarono nella fortezza apportando ampliamenti considerevoli, come ugualmente fecero per quello di Vasto dove risiedevano; tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento il feudo passò definitivamente ai d'Avalos. Emergenza architettonica del tessuto urbano, il castello è posto nella parte più alta dell'abitato sul limite ovest del colle, dove questo scende ripidamente verso il fiume Sinello, posizione che permetteva una visuale libera per avvistare i nemici, ma anche per consentire una possibile fuga. Lo studio e la comprensione delle sue fasi costruttive sono basati sulla lettura delle strutture esistenti, essendo carenti i documenti d'archivio.
L'impianto originale a pianta rettangolare aveva quattro torri di forma circolare con scarpa, orientate secondo i punti cardinali. Attualmente si conservano: l'intera cortina del lato maggiore nord-ovest, il corpo di fabbrica sul lato minore sud-est e i relativi tre torrioni. Dei versanti sud-est e nord-est della cortina muraria e del torrione orientale si conservano solo alcuni resti, essendo oggi quello spazio occupato da una costruzione usata come residenza. Le torri, realizzate in muratura mista di mattoni e pietrame, sono merlate e dotate di caditoie, coronate da un fregio a cerchi tangenti con sottostante fila di archetti ciechi in laterizio. I rilievi restituiscono una descrizione dettagliata delle strutture castellate: la cortina a nord realizzata con muratura in pietrame e ciottoli è lunga 28,40 m, alta circa 14 metri e con uno spessore medio di 2,20 m. Sul prospetto si rilevano inoltre feritoie e aperture per cannoni strombate rettangolari con dimensioni variabili. Nella parte più alta di questa facciata vi è un'ampia finestra con arco a tutto sesto. La torre posta ad ovest, prossima all'abitato, ha un coronamento a beccatelli privi di caditoie e dallo scopo puramente ornamentale, sopra di essi vi è un fregio ad archi intrecciati, più sopra vi è un fregio ad ovoli. Ha un diametro di 7 metri ed è suddivisa in ambienti coperti a calotta. La torre settentrionale, al di sotto del redondone, posto fra scarpa ed il livello appiombo, consta di un motivo architettonico costituito da mattoni posti a lisca di pesce, un motivo decorativo di notevole pregio. Compreso fra le due torri si trova il corpo di fabbrica adibito a residenza. Esso si articola su due livelli fuori terra e un livello seminterrato che comunica con la parte restante dell'edificio mediante una botola nell'androne delle scale; gli ambienti sono voltati con strutture a botte e a padiglione. Le strutture del complesso fortificato sono per lo più costruite con ciottoli di fiume, interi o lavorati, provenienti dal fiume Sinello, misti ad argilla. Le strutture murarie denunciano alcuni interventi di consolidamento databili alla fine del XV secolo ed altri, più recenti, risalenti al 1960. Limitrofo al fortilizio si trova un serbatoio idrico di costruzione recente che ostruisce la fruizione dello spazio del castello, mutandone in modo irrimediabile il contesto paesaggistico e urbano. Nei locali del castello vi è il Museo per l’economia tra l’antichità ed il Rinascimento. Vi sono esposti reperti che ricostruiscono la storia delle genti che hanno abitato il Vastese. Tra quelli più significativi la zanna di un elephas antiquus, vissuto circa 300mila anni fa nei pressi di Scerni, un alfabetario in lingua osca da Casalbordino e la chiave, rinvenuta nei pressi di Tufillo, con dedica in osco alla dea Herentas (l’Afrodite dei Greci). Nelle teche sono esposti reperti votivi rinvenuti nel sito del santuario di Fonte San Nicola, tra San Buono e Carpineto Sinello, e i corredi delle tombe romane da Morandici di Villalfonsina. Il percorso museale si conclude con i reperti della villa romana di Polercia di Cupello, e dell’abbazia dei Santi Vito e Salvo di San Salvo. La visita può continuare nel Centro di documentazione dell’Ordine francescano d’Abruzzo e Molise. Anche il castello di Monteodorisio ha una sua leggenda, che non riguarda però fantasmi o voci erranti, ma un racconto relativo a numerosi tesori accumulati nel tempo dai vari feudatari nei sotterranei della fortezza. Inoltre, pare che esista una lunga galleria che collegherebbe, ancora oggi, l’edificio ad una torre posta sul fiume Sinello. 


Foto: http://www.icastelli.it e una cartolina della mia collezione

lunedì 14 ottobre 2013

Il castello di lunedì 14 ottobre






ASCOLI SATRIANO (FG) – Castello ducale

L’origine è di epoca normanna; castello dei feudatari di Ascoli Satriano, ha le sue strutture più antiche risalenti al secolo XII. Turrito fino all’inizio del XVIII secolo, fu definitivamente trasformato in Palazzo Ducale dagli ultimi feudatari, i Duchi Marulli, i quali risiedevano per la maggior parte dell’anno a Napoli e si recavano ad Ascoli solo per brevi periodi, lasciando la cura del feudo ai loro uomini di fiducia. L'edificio ha un sontuoso portale di ingresso in pietra con lo stemma dei duchi Marulli d’Ascoli, sormontato da una loggia con una serie di finestre ad arco, che rendono molto elegante l’intera facciata. Suggestivo è il quadrangolare cortile interno, pavimentato con acciottolato a raggiera. Da questo cortile, attraverso l’elegante scalinata, si sale alla loggia aperta da due imponenti arcate. All’interno ha vaste sale, porte originali del Settecento e due scale a chiocciola, una delle quali porta alla torretta, che serviva per avvistare gli eserciti nemici. Le carceri restano l’unico ambiente originale intatto. Si leggono ancora le scritte dei prigionieri sui muri. Molto probabilmente qui vennero imprigionati anche alcuni dei “briganti” come quelli che furono poi fucilati il 23 aprile 1862 ad Ascoli Satriano: erano giovani uomini dai 19 ai 40 anni, come si legge nella relazione del Prefetto Gaetano Del Giudice, che – per sfuggire alla leva obbligatoria ordinata dalla monarchia sabauda – si erano dati alla macchia e finirono per diventare degli eroi agli occhi del popolo e, d’altra parte, dei malviventi per il neonato Regno d’Italia. Circolava la leggenda tra gli abitanti della Collina Castello – i “Castëllërë” – che le urla dei fantasmi dei detenuti giustiziati e lo stridore delle loro catene si udissero dalle ferritoie delle prigioni, terrorizzando chi vi passava vicino. L’altra leggenda che avvolge il palazzo ducale di Ascoli Satriano è quella dello ius primae noctis, con racconti di giovani spose sottratte ai loro mariti la prima notte di nozze per essere violentate dal feudatario di turno del Castello. Il Palazzo Ducale è chiuso al pubblico e non è visitabile internamente.



domenica 13 ottobre 2013

Il castello di domenica 13 ottobre






CIVIDALE DEL FRIULI (UD) – Castello di Gronumbergo in frazione Purgessimo

Sopra il monte di Purgessimo si staglia questa imponente costruzione, ben visibile da lontano, per chi da Cividale del Friuli percorre la statale che conduce alle Valli del Natisone e alla Slovenia. Il luogo era strategico già in epoca romana, quando Cividale era stata eretta a municipio da Giulio Cesare e nella valle del Natisone correva il confine romano. Si suppone infatti che proprio sul monte Purgessimo vi fosse una postazione romana di vedetta e controllo. Non abbiamo documenti o indicazioni per il tardo impero e per l’alto medioevo di epoca longobarda e franca. Il castello di Gronumbergo lo ritroviamo in epoca patriarcale, quando viene indicato per la prima volta su un documento del 1160 con il nome di Grunenberg (dal germanico verde collina o monte, suonerebbe come Monteverde). Il fortilizio era posto a controllo dell'antica via risalente la valle verso San Pietro al Natisone ed era in comunicazione visiva con il castello di Guspergo o Uruspergo posto sull'altro versante. Altro documento ricorda che il castello era abitato nel 1267 da Jacopo Grounumberg, discendente della famiglia che fece costruire il castello in epoca sconosciuta. Probabilmente lo riattò o lo restaurò. Nel 1276 divenne proprietà di Giovanni de Portis, membro della potente famiglia cividalese. Nel 1304 il castello subì dei restauri promossi da Giovanni di Beraldino e Varmo e da Utussio De Portis. Nel 1308, quando era abitato da Odorico de Portis, Enrico di Prampero, a causa delle lotte patriarcali, riuscì ad introdursi con un inganno ed incendiarlo, tanto che i nobili dovettero abbandonarlo calandosi con delle funi dalle finestre. Nel 1314 venne restaurato da Federico de Portis. I de Portis, fedeli al Patriarca, subirono la conquista del castello da parte del conte di Gorizia nel 1317, grazie alla complicità del custode Weriand e di altri. Il custode fu in seguito imprigionato con i complici e il 7 aprile di quell’anno impiccato vicino alle mura di porta Brossana. Tra il 1380-86 il castello venne ulteriormente rinforzato. Nel 1401, con la morte di Nicolò de Portis, il castello di Gronumbergo passò alla figlia Adalmotta, moglie di Acelino Formentini, signore di Cusano, che ne ereditò la proprietà. Alla fine del XV secolo era in rovina, ma nei due secoli successivi risulta residenza estiva dei Formentini sino al 1776. Durante l'Ottocento era proprietà dei Remondini, una famiglia di stampatori di Bassano, e alla fine del secolo risultava completamente in rovina. La zona dagli anni ’50 fu anche interessata da alcuni lavori promossi dall’esercito in funzione di difesa, vista la prossimità del confine con l’allora Jugoslavia. Il castello era formato dalla domus residenziale di pianta rettangolare (metri 25 x 19) di cui rimangono le strutture perimetrali con merlature. Nell'angolo sud-est esisteva una torre parzialmente ricostituita che proteggeva il lato vulnerabile del complesso castellano difeso anche da un ampio fossato scavato nella roccia. Sulla parete ovest si apriva il portone d'ingresso di cui si conserva l'arco ribassato ornato da un mascherone; in origine si poteva accedere solo tramite un ponte levatoio di legno, dato che la soglia si trovava a oltre due metri di altezza dal suolo. Ciò che rimane dell’edificio si erge ancora imponente immerso nella fitta boscaglia. Su alcunee rocce su cui poggia il castello ci sono un paio di incisioni con caratteri cirillici. L’interno della torre è disseminato di pietre e arbusti. Sul castello si narrano diverse leggende. Alcune di queste parlano di cunicoli sotterranei che giungevano a Cividale, altre invece narrano di un tesoro sepolto nella fortezza. Altre notizie e curiosità al seguente link: http://www.volipindarici.it/appunti/natisone/natisone03.htm
Fonti: http://www.castellipatriarcali.it, http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it, http://www.mappafriuli.com, http://www.mondimedievali.net, http://www.consorziocastelli.it/icastelli/udine/gronumbergo
Foto: da http://www.iluoghidelcuore.it e da http://www.camminoaquileiese.it

venerdì 11 ottobre 2013

Il castello di sabato 12 ottobre





COLLOREDO DI MONTALBANO (UD) – Castello di Caporiacco

Questo maniero, fin dalle origini molto antiche, fu possesso dei Signori e poi conti di Caporiacco, famiglia delle più antiche ed illustri della Patria del Friuli. Essi avevano vincoli di sangue coi Signori di Villalta, figuravano tra i "Liberi" e sedettero nel Parlamento Friulano, dando molti uomini illustri. Venne probabilmente eretto tra il 1026 e il 1045. Nel 1219 questo castello viene citato tra i vari possedimenti della famiglia, che aveva giurisdizione anche su quelli di Villalta, Invillino, Tarcento e Castelporpetto. In quell’anno infatti il maniero fu utilizzato nella guerra dalla lega capeggiata da Treviso. Con la morte dei fratelli Federico IV e Detalmo II nel 1278, si estinse il ceppo dei Caporiacco e il feudo rimase vacante. Tuttavia esso fu ingrandito e nel 1292 i figli di Detalmo di Villalta ne presero possesso, assumendo il nome di Caporiacco. Il castello, poco dopo fu danneggiato da Rodolfo di Mels. Nel 1300 il Patriarca Pietro Gera concesse il feudo a Lodovico e Randolfino di Villalta Caporiacco, che apportarono ulteriori migliorie. Poco dopo, nel 1310, Enrico II, conte di Gorizia, capitano generale della Patria del Friuli e vicino al Patriarca di Aquileia, attaccò i Caporiacco perché sostenevano la Repubblica di Venezia. Lodovico venne imprigionato e il castello dato alle fiamme. Venne riparato per assolvere nuovamente le sue funzioni militari ma venne ancora danneggiato dalle milizie patriarcali di Nicolò di Lussemburgo nel 1351. Assalito dai contadini nella famosa rivolta del Giovedì Grasso del 1511, venne saccheggito e danneggiato. Il terremoto che seguì poco tempo dopo lo atterrò definitivamente. In epoca più recente i resti del vecchio castello vennero riutilizzati per erigere degli edifici di tipo abitativo, cancellando le caratteristiche difensive e militari della costruzione originaria. Il complesso fu pesantemente lesionato dal sisma del 1976, che fece crollare tutta la parte Ovest, lasciando in piedi solo una torre, a ricordo dell’antica gloria. Tutt'oggi, si possono osservare solo le rovine della quinta della facciata. Recentemente sono iniziati dei restauri, tuttora in corso. In questo link si possono trovare diverse foto riguardanti i lavori di restauro http://www.claudiodomini.it/dettaglio.php?id=12
Per ulteriori approfondimenti suggerisco la seguente visita: http://www.archeomedia.net/restauri-e-recuperi/38107-colloredo-di-monte-albano-ud-indagini-archeologiche-nel-castello-di-caporiacco.html

Foto: da http://www.informazione.it/c/0472F645-1539-4AA0-AF65-30F7E22599DE/Rinasce-il-castello-di-Caporiacco

Il castello di venerdì 11 ottobre






SANT’ALESSIO CON VIALONE (PV) – Castello

Noto come Sancto Alexjo fin dal XII secolo, appartenne alla nobile famiglia Canepanova di Pavia, cui fu tolto dai Beccaria nel XIV secolo. Un ramo di questa casata prese nome da Sant'Alessio, poi Beccaria di Montebello. Dopo l'estinzione di tale ramo (1629) il paese non fu più infeudato. Sant'Alessio nacque come fortezza. L'edificio originario consisteva in una vasta cinta muraria quadrata, al centro della quale sorgeva l'alta e possente torre, priva al piano terreno di qualsiasi entrata o finestra, ad eccezione del pertugio che si può ancora osservare al centro della volta. Mura e torre vennero innalzate intorno all’anno mille (o anche prima), sul luogo di un insediamento bizantino-longobardo, e sono rimaste praticamente intatte attraverso i secoli. Nel 1413 il condottiero Franceschino Beccaria acquistò o usurpò l’antica fortezza dalla famiglia Canepanova. Nel 1481 Girolamo Beccaria, figlio di Franceschino, trasformò la fortezza in castello, rispettando sostanzialmente la volumetria originale, forse per usarlo come casa di caccia, data la vicinanza del Parco Visconteo. Importanti decorazioni architettoniche e pittoriche abbracciano gli stili romanico, gotico e rinascimentale. Nel Febbraio del 1525 Giovanni delle Bande Nere assediò le forze dell’Imperatore Carlo V, acquartierate nel castello di Sant’Alessio, che subì rilevanti danni ma non fu espugnato. Nella notte del 24 febbraio gli spagnoli lasciarono il fortilizio e andarono a vincere la Battaglia di Pavia, dopo la quale il castello venne restaurato e riprese la vita cortese. Probabilmente nell’ambito di un più vasto programma, che dovette interessare tutto il contado, il castello fu trasformato in ospizio per i pellegrini romei. Affreschi di grande importanza iconografica sono presenti nella torre ristrutturata. Tra il 1796 e il 1973 il castello, in stato di degrado, ebbe diversi utilizzi: come stalla, adibito a uffici, come scuola, come granaio. Dopo il 1973 avvenne il suo restauro, con la riapertura del fossato interrato, e il castello tornò parzialmente all’antico splendore e si riappropriò di una delle antiche funzioni dei castelli, diventando il centro nevralgico di un’attività di grande rilievo sociale. Infatti dal 1994 è sede dell’Oasi di Sant’Alessio, nata per la reintroduzione degli animali selvatici. Sant'Alessio è uno dei rari castelli lombardi ad aver mantenuto il merlo di tipo quadrato, di origine romanica, e a non aver mai adottato quello a coda di rondine, detto ghibellino. L'importanza dell'edificio consiste anche nell'essere testimonianza di una forma molto primitiva di castello di pianura. Presenta un impianto "a simmetria zenitale", ossia costituito da un'alta torre centrale posta all'interno di un cortile delimitato da un edificio articolato su quattro corpi di fabbrica. I rispettivi profili di pianta sono tutti contenuti entro tre quadrati concentrici. Questo impianto di perfetta simmetria, geometricamente di alto livello, ne fa una realizzazione di alto interesse, e tradisce forse la mano di un architetto, o almeno di maestranze, di vaglia, di cui però non sappiamo nulla. La torre è un massiccio parallelepipedo in mattoni, conclusa alla sommità da un loggiato-vedetta costituito da tre fornici per lato. Poderosa e alta, è veramente il perno non solo militare, ma anche visivo, di tutto il complesso. Le quattro fronti del castello hanno basamento scarpato. L'edificio sorge in posizione isolata nella campagna e ciò ne aumenta l'effetto visivo.

Foto: da http://www.paviaedintorni.it (di p@trizia) e di ergopower su http://rete.comuni-italiani.it

giovedì 10 ottobre 2013

Il castello di giovedì 10 ottobre






CAMPOLI APPENNINO (FR) – Torre

Benché non si abbiano notizie precise circa la fondazione di Campoli, è chiara la sua origine medievale, le cui tracce sono ravvisabili nella maestosa torre, nei resti della cinta muraria, in alcune torrette di avvistamento e nei caratteristici spazi o piazze del centro storico. Lo storico atinate Tauleri fa risalire i natali di Campoli al 293 a.C. i consoli Lucio Papirio Cursore il giovane (figlio dell’eroe della seconda guerra sannitica) e Spurio Carvilio Massimo distrussero con i loro potenti eserciti Atina, Cominium ed Aquilonia. Dalla depopolazione di dette città ebbe inizio la fondazione di Campoli e di altri comuni. Un’altra versione sull’origine di Campoli è data dal canonico don Andrea Di Pietro, il quale la fa risalire a Plestinia, città dei Marsi-Atinati, più volte citata da Livio e distrutta dai Romani nel 291 a.C. Invece in un documento pubblicato nella rivista Il Regno delle due Sicilie nell’anno 1856 (trascritto da originale esistente nell’Abbazia di Montecassino) si dice che Campoli deve la sua origine a Gandolfo, conte di Sora e di Aquino, il quale rialzò dalle rovine il paese distrutto dai Longobardi che nel VII secolo infestavano tutta la provincia di Terra e Lavoro e devastavano molti luoghi tra i quali anche Campoli e, nell’anno 843, dai Saraceni. Nel secolo IX l’esistenza di Campoli è attestata nella Vita di S. Restituta del vescovo di Terracina Gregorio e nelle Memorie di Sora del padre Domenico Tuzzi. Nella cronaca della celebre Abbazia cistercense di Fossanova si narra che verso il 1150, a causa della rivalità fra Guglielmo di Sicilia ed il papa, presumibilmente Anastasio IV o Adriano IV, Campoli fu incendiato da Andrea Conte di Ceccano. Questi, esiliato dal re, volle vendicarsi invadendo lo stato di Comino. Alcuni paesi furono saccheggiati ed altri, tra i quali Campoli, distrutti. Nell’archivio di Montecassino risulta infatti che Campoli fu ricostruito tra il 1160 ed il 1180 dal duca Landolfo. Fino alla metà del XIII secolo si avvicendarono in Campoli i Landolfi ed i Pandolfi, nobili di origine longobarda che detenevano le contee di Aquino e di Capua. Da menzionare il feudatario Landolfo II il quale fu il padre del celebre San Tommaso d’Aquino, quest’ultimo conosciuto con gli appellativi di dottore angelico ed Aquila dei teologi. Dal 1325 al 1340 una parte di Campoli era in possesso di Bernardo conte di Loreto e del nipote Adenolfo; morto questi la metà del feudo fu ceduta alla regina Giovanna I d’Angiò. Questa ne fece dono, insieme agli altri feudi lasciati dal detto Adinolfo a Tommaso di Ceccano, fratello del cardinale arcivescovo di Muscolo e legato apostolico. L’altra metà di Campoli rimase ad Berardo di Aquino, conte di Loreto. Dopo tale epoca non è stato possibile precisare i feudatari successivi. Notizie frammentarie si possono rintracciare nelle vicende del ducato di Alvito. Agli inizi del secolo XIV Cristoforo d’Aquino riunì sotto una stessa bandiera i feudi di Campoli, Alvito, S. Donato e Settefrati. Nel 1313, i beni che Carlo I aveva tolti nel 1273 a Tommaso conte d’Aquino, vennero dati, da Carlo II ad Eustasio de Faylle, e da questi a Goffredo de Jonville. Nel 1319, il paese tornò ai d’Aquino. I Cantelmo, nel 1382, riuscirono a spodestare i d’Aquino e da allora tutto il territorio seguì le sorti della signoria dei Gallio, Duchi di Alvito, i quali tennero il paese fino al 1806, anno dell’abolizione dei feudi. Nella parte più alta del paese, a quota 650 slm, si eleva la bellissima torre di Campoli. Costruita su una preesistente base quadrata del IX secolo dal feudatario Landolfo d’Aquino, anticamente di proprietà della nobile famiglia dei Clary, da loro restaurata ed abbellita, fu loro donata dal duca Cantelmo di Alvito. Usata come rocca difensiva, simbolo di potere e punto di osservazione, in origine la torre era collegata al palazzo ducale tramite un passaggio sopraelevato; oggi il monumento appare imponente ma isolato dalle altre costruzioni. La torre, alta circa 25 metri, presenta una muratura a bugnato in pietra locale, con evidenti differenze dovute ai vari interventi di restauro eseguiti nel corso dei secoli. Un tempo doveva esservi una piccola cappella e sulla sommità la terrazza. La base è troncoconica e misura mt. 12 di lato; le pareti sono di spessore molto considerevole e, nella parete est, vi è una scala a chiocciola, che giunge fino a tre quarti circa dell’altezza della torre. La parte superiore si raggiungeva presumibilmente con una scala in legno, di cui non restano tracce. Nel primo piano a sinistra si trova la prigione ed il trabocchetto, mentre le stanze superiori hanno tutte un soffitto in legno, non originale. Di particolare pregio le orlature del paramento murario sovrastante; non esistono più tracce della merlatura. Sulle pareti della costruzione si possono osservare le feritoie dalle quali un tempo si potevano lanciare dall’interno frecce, olio bollente o pietre, contro eventuali nemici. Esternamente nella parete sud, sovrastante la prima finestra in basso, si vede scolpito nella pietra un leone rampante, simbolo della famiglia Cantelmo. Un simile leone si osserva pure nella chiesa parrocchiale, entrando a destra nell’antica Cappella dei Conflitti. Nel secolo scorso la torre è stata utilizzata come serbatoio dell’acqua. Oggi è diventata un luogo d’interesse culturale, infatti viene aperta al pubblico con visite guidate nel corso di speciali ricorrenze. Negli ultimi anni l’edificio è stato restaurato ed è stata posizionata sulla sua sommità una copertura in legno e rame, una sorta di “cappello”, applicata per diverse motivazioni, fra le quali spicca la necessità di proteggere la struttura muraria dal dilavamento meteorico responsabile della disgregazione della malta alla calce usata come legante e che potrebbe causare lo sgretolamento delle murature. Una visita virtuale alla torre ? E’ possibile qui ! http://www.campoliappenninotour.it/virtualtour/6/


Foto: di Cultores Artium su Facebook e di AndreaDB su http://www.avventurosamente.it

mercoledì 9 ottobre 2013

Il castello di mercoledì 9 ottobre






BASCHI (TR) – Castello di Capecchio

Il castello di Capecchio è senz'altro uno dei più suggestivi fortilizi dell'Umbria e tra i più interessanti del patrimonio architettonico italiano. Si è sviluppato intorno a una torre di guardia di epoca romana, Torre d'Orlando, sorta lungo il corso del Tevere, poi potenziata in epoca medievale. Durante la sua esistenza ebbe numerose destinazioni d'uso: fortezza, convento, lazzaretto, ricovero di viandanti. Il Castello di Capecchio, del XIII secolo, appartenne alla famiglia tuderte dei Landi, potenti feudatari di tutto il territorio; agli inizi del XVIII secolo divenne proprietà dei conti Morelli di Todi e nell’Ottocento fu acquistato dai Paparini. Il nuovo proprietario, S.E. Giuseppe Santoro, ha riportato il castello all’antico splendore ed all’antica ruvida bellezza. Inoltre ha fatto restaurare un artistico dipinto “La Madonna dei Cerri”, così chiamata perché l’immagine fu trovata su un cerro e la gente della contrada le è devota. L’iconografia è stata collocata nella cappella trecentesca del castello e in primavera si svolge una festa per ricordare la pietà popolare, molto sentita. Il castello è stato riconosciuto come Residenza d'Epoca, entrando a far parte del patrimonio italiano dell'UNESCO nel 2009. Oggi è una residenza lussuosa con 6 camere, di cui 2 suite con accesso e salotto privati.