venerdì 11 settembre 2020

Il castello di venerdì 11 settembre



BEVAGNA (PG) - Castello di Limigiano

Vi sono varie ipotesi sull'origine del nome:
- limite sano, in quanto si trovava in prossimità di grandi paludi (il resto dell'antico lacus Umber che occupava la Valle Umbra);
- limes Ianii, per via delle terme di acqua sulfurea (ancora presente), già note ai romani;
- "Lì mi sano!", come esclamò una nobile dama guarita dalle acque, secondo la leggenda.
L'abbazia di Sant'Angelo viene citata nelle carte dell'abbazia di Sassovivo, come costruita già nel IX secolo: nel 1058 essa venne invece donata al monastero di San Pietro di Perugia. Nel 1184, papa Lucio III la rese praticamente indipendente, mentre nel 1198 Innocenzo III la confermò ad Assisi. Nel 1333 passò poi sotto la diretta dipendenza di Sassovivo, che vi instaurò un proprio priore. Ma già nel 1354 si rese necessario un intervento armato, in quanto i popolani avevano occupato e delimitato le terre del monastero: la scaramuccia si risolse con l'intervento del cardinale Albornoz di Spoleto, che inviò un messo e condannò la popolazione a restituire le terre ed a pagare i danni ai monaci. Alla fine del XIV secolo, il beneficio passò a Sassovivo, che nominò un vicario (tuttora, tale vicario è l'arcivescovo di Spoleto). Per quanto concerne l'adiacente castello, spesso in conflitto con l'abbazia, esso fu dei conti Antignano fino al XIII secolo, poi dei folignati Trinci dal 1371; dopo un breve passaggio spontaneo a Perugia (1377), fu poi confermato di nuovo ai Trinci nel 1413 dall'antipapa Giovanni XXIII. Della costruzione oggi rimangono solo pochi resti: mura smantellate e torri cadute. Ai giorni nostri Limigiano si presenta agli occhi del visitatore come una fortezza: mura solide, squadrate, ben mantenute, torri sugli angoli; abbazia-castello le cui pietre testimoniano una storia antica. Altri link suggeriti: https://www.visit-bevagna.it/item/limigiano/, https://www.prolocobevagna.it/castelli-e-le-frazioni/

Fonti: http://www.luoghidelsilenzio.it/umbria/02_fortezze/03_folignate-spoletino/00036/index.htm, https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-limigiano-bevagna-pg/

Foto: entrambe prese da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-limigiano-bevagna-pg/

giovedì 10 settembre 2020

Il castello di giovedì 10 settembre



DRAGONI (CE) - Castello

Il toponimo attestato nella forma latina medievale come Traguni appare per la prima volta in un documento dell’812 del “ChroniconVulturnense”, poi, nel X secolo nella bolla di consacrazione del vescovo di Caiazzo, Stefano Menicillo. Il nome trae origine dalla leggenda secondo la quale, nella grotta ancora esistente di Monte Melanico, viveva un drago, poi ucciso da San Michele Arcangelo per salvare una fanciulla e liberare la popolazione del luogo da un tremendo tributo. Ogni anno, infatti, a sorte doveva essere sacrificata una fanciulla alla belva. A questo favoloso animale è ispirato lo stemma civico che rappresenta un drago d’oro rivolto a sinistra, in campo d’argento. Il castello, a pianta quadrata e detto anche "Rocca dei dragoni", edificato probabilmente intorno all’anno Mille, era quasi inattaccabile, in quanto su tre lati difeso dalle conformazioni geografiche. I resti sono risalenti al IX-XII sec. Dagli studi condotti, il complesso aveva una doppia cinta muraria, un mastio collocato in posizione centrale, con diverse torri, sia a pianta quadrata sia a pianta circolare, lungo tutto il percorso murario. All'interno si possono scorgere i resti dell'abitato, come in tanti altri centri medievali, per una maggiore sicurezza degli abitanti, comprendenti scuderie, magazzini, cisterne e luoghi di adunanza. Nell’XI secolo il territorio di Dragoni fu invaso dai Normanni che introdussero il sistema feudale. Uno dei feudatari più importanti fu Goffredo di Balbano. Successivamente il feudo appartenne ai Ruffo, ai Marzano, ai de Carlon e nel 1562 ai Falco di Alvignano.

Fonti: https://mediovolturno.guideslow.it/localita/dragoni/, https://nostraterra.bancacapasso.it/dragoni/, 
testo di Giuseppe Papale su https://casertaweb.com/notizie/una-domenica-a-dragoni/

Foto: la prima è presa da https://www.studiodiscetti.com/restauro-castello-medioevale-dragoni-ce/, la seconda è presa da https://www.paesenews.it/?p=2204

mercoledì 9 settembre 2020

Il castello di mercoledì 9 settembre



SPORMINORE (TN) - Castel Sporo

Sorge nel comune di Sporminore, a circa 700 m di quota in posizione dominante rispetto alla strada che, frequentata già a partire dalla preistoria, collegava la Valle di Non con il Sarca, le Giudicarie e quindi con il bresciano. Probabilmente la costruzione medievale s’imposta su un precedente presidio posto a controllo della viabilità. Le prime notizie del castello risalgono al 1165. Viene citato poi in un documento del 1276, ma venne sicuramente edificato prima del 1273 dal conte del Tirolo Mainardo II durante il conflitto con il principe vescovo di Trento Egnone di Appiano (1248-1273). Nel 1312 vi si insediarono gli Sporo (attuali proprietari di Castel Valer (https://castelliere.blogspot.com/2013/03/il-castello-di-sabato-23-marzo.html), ai quali il conte del Tirolo affidò l’amministrazione del castello. Agli inizi del Trecento la famiglia restituì ogni diritto sulla proprietà all’autorità tirolese in cambio di una nuova dimora (forse il castello di Spauregg). Il complesso venne allora affidato a Volcmaro di Burgstall, originario del meranese, che assunse il nome di Sporo tedeschizzandolo in Spaur e riprese lo stemma dei precedenti proprietari. Gli Spaur divennero, insieme ai Thun, una delle famiglie più potenti della Valle di Non, e proprietari di numerosi castelli tra i quali Castel Valer, Castel Fai, Castello della Torre, Castel Flavon e la Rocchetta, che presidiava l’accesso meridionale alla valle. Dal 1385 il castello viene indicato nei documenti come “castrum Spuri Rovinae” dal nome di una delle linee della famiglia Sporo, quella dei Rubein/Rovina di Merano. Nel corso del 1600 la costruzione subì varie modifiche e ampliamentii, ma nel Settecento fu abbandonata e divenne una cava di materiali edili utilizzati dalla popolazione locale per erigere nuove costruzioni. Del castello sopravvivono scarse tracce sparse e il mastio, mutilo (ne rimangono solo i primi 14 metri), a pianta pentagonale tipica del contesto trentino, che costituiva l’elemento fondamentale della costruzione medievale. Il mastio, con probabilità il più antico manufatto della valle dello Sporeggio, per essere ben difeso presenta «un lato solido verso la strada in modo tale che all'esterno risulta di cinque lati, mentre all'interno di quattro, esempio unico in valle». La torre risultava in tal modo inaccessibile. Sul lato fortificato, un poggiolo di legno permetteva alle guardie di controllare la strada sottostante. Dalle tracce materiali e da un dipinto conservato nella residenza dei signori Spaur a Sporminore, si evince che la torre precedeva la parte residenziale del castello, interponendosi tra questa e la cinta muraria. Tale schema ricorda quello di altri castelli trentini, come Castel Belfort, suggerendo una precisa convenzione tipologica. La cortina difensiva aveva quattro torrette angolari rotonde e si sviluppava poco in altezza, secondo canoni rinascimentali che prediligevano valori estetici e di prestigio all’efficacia difensiva. Tale cerchia muraria racchiudeva gli edifici residenziali e una cappella dedicata a Sant'Anna (per questo il castello viene ricordato anche come Castel S. Anna). Nel 2009 le rovine del castello, la cui struttura originaria doveva essere abbastanza imponente, sono state restaurate e rese accessibili al pubblico. Altri link: https://www.youtube.com/watch?v=kPAlaImkapA (video di Alessandro Martinelli), https://www.ilovevaldinon.it/4-castelli-della-val-di-non-da-fotografare-dentro-e-fuori

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_Sporo, http://www.castellideltrentino.it/Siti/Castel-Sporo-Rovina, https://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/i-misteri-di-castel-sporo-rovina-1.883990,

Foto: la prima è presa da https://www.giornaletrentino.it/cronaca/trento/i-misteri-di-castel-sporo-rovina-1.883990, la seconda è presa da http://pierocomai.altervista.org/ambiente/castelli_Val_di_Non.htm

martedì 8 settembre 2020

Il castello di martedì 8 settembre



CADEO (PC) - Castello

Del castello di Cadeo vi sono notizie che risalgono al 1300 circa quando 800 cavalieri e 500 fanti lo difesero invano dagli attacchi distruttivi dei nemici. Nel 1310 il castello venne nuovamente dato alle fiamme su ordine di Alberto Scotti e da allora subì ancora altre gravi distruzioni per ben due volte (nel 1336 ci pensò Azzo Visconti, nel 1449 Angelo Sanvitale da Fiorenzuola). Cadeo sorgeva in un importante crocevia tra la via Emilia e le strade antiche che conducevano a “scavalcare” l’Appennino verso la Toscana e il centro Italia e per questo sempre conteso dai signori del tempo. Cadeo, Càdio, Cà Deo era sì un importante luogo sulla via consolare Emilia ma era anche tappa del percorso “Francigeno” tra Piacenza e Fidenza. Da qui partiva inoltre una strada antica che discostandosi nettamente dalla via Emilia citata conduceva alla Valle di Tolla (oggi alta Valdarda) passando dalle parti della città perduta di Veleia per raggiungere l’importante Abbazia di Tolla in Morfasso per proseguire fino a Bardi per raggiungere l’attuale Toscana passando per il passo del Pelizzone. L’altra possibilità, tanto per taluni commerci quanto per i “pellegrini francigeni”, di evitare il passo della Cisa, che si raggiungeva da Fidenza, era quella di proseguire fino a Fiorenzuola d’Arda e poi raggiungere il Pelizzone, via Castell’Arquato e l’Abbazia di Tolla ricordata (l’Abbazia di Tolla al tempo era molto importante e conosciuta). Per comprendere meglio la situazione occorre considerare che i percorsi Francigeni del tempo non erano univoci (ovvero non tutti seguivano fedelmente il percorso tracciato dal vescovo Sigerico) poichè risentivano del clima politico del momento, delle guerre in atto a livello locale, della sicurezza e accoglienza notturna del percorso che “sceglievano”. Non di secondaria importanza erano anche i suggerimenti e le indicazioni che i pellegrini medesimi ricevevano tanto da altri pellegrini quanto dai “custodi “ degli ospitali presso i quali erano accolti. Anche per questo nel 1120 circa un nobile piacentino di nome Ghisulfo, insieme alla sua consorte Gisla, fondarono sulla strada che guidava a Roma, sul tratto di Via Emilia interessato alla via Francigena tra Piacenza e Fidenza, un “Hospitale”, dedicato a San Pietro, chiamato “Casa di Dio” retta da un Priore “agostiniano”. Dell’antico ospitale di Cadeo è rimasto poco o nulla (è solo visibile esternamente la sua facciata molto rimaneggiata) mentre il castello si trova in buono stato di conservazione. Altro link suggerito: https://valdarda.wordpress.com/2012/03/19/cadeo-800-cavalieri-e-500-fanti-difendono-il-castello/#more-3783

Fonti: http://www.altavaltrebbia.net/castelli/val-chero/2236-castello-di-cadeo.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Cadeo#Architetture_militari

Foto: la prima è di albertobr su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/318793, la seconda è presa da http://www.turismoapiacenza.it/castello_di_cadeo.html

lunedì 7 settembre 2020

Il castello di lunedì 7 settembre



VERRUA SAVOIA (TO) - Rocca di Verrua (o Fortezza)

Fu costruita probabilmente tra il X e l'XI secolo, quando un documento di Ottone III di Sassonia ne cita l'esistenza. La fortificazione è posizionata su una collina sulle sponde del Po e fa ancora oggi da confine tra la provincia di Torino e quella di Vercelli come, nei secoli precedenti, faceva da divisione tra il Marchesato del Monferrato e il Ducato di Savoia. Il primo documento scritto che cita la presenza della fortezza è del X secolo che attesta la fortificazione al Vescovo di Vercelli. Altro documento risale al 1167 quando Federico Barbarossa, imperatore del Sacro Romano Impero, di ritorno da Roma, vedendosi rifiutare il passaggio nella fortezza, rase al suolo le fortificazioni e il borgo al suo interno. Nel 1315, il Vescovo di Casale Monferrato impegnò ingenti finanziamenti per riedificare le fortificazioni e il borgo, vista la cessione di Crescentino alla fazione imperiale di Vercelli. Nel XIV secolo divenne un punto strategico in quanto controllava la pianura vercellese, il Po e le attuali province di Alessandria, Asti e Vercelli. Sempre in questo periodo, la fortezza era al centro di una contesa tra i Savoia e i marchesi del Monferrato, che la cinsero d'assedio. Alla fine dei conti, quanto l'assedio fu tolto grazie ad una mediazione, la Rocca di Verrua cadde nelle mani della dinastia Savoia. Il Marchesato tentò più volte di prendere la fortezza, nel 1379 prima e nel 1387 dopo: in tutte e due i casi la Rocca rimase nelle mani dei Savoia che ne fecero un punto difensivo importantissimo lungo la via di Torino. Da questi due episodi si trasse questa frase: "Quand che ‘l ver pijrrà cost'ua, ‘l marcheis dal Monfrà ‘l pijrrà Vrua" che significa Quando il maiale prenderà l'uva il Marchese del Monferrato conquisterà Verrua. La Rocca resistette a molti assedi. Il primo fu compiuto nel 1167 da Federico Barbarossa che distrusse il Borgo e le fortificazioni. Ricostruite dopo alcuni anni dovette sopportare altri assedi per via della sua posizione strategica. Nella seconda metà del Cinquecento soggiornò nel castello-fortezza di Verrua il poeta Torquato Tasso, giunto in Piemonte quale ospite di Filippo d'Este, genero del duca Emanuele Filiberto di Savoia. Nel 1613 l'ingegnere Ercole Negro di Sanfront fece un sopralluogo a Verrua con l'obiettivo di ampliare ed ammodernare la fortificazione. Tuttavia si dovette attendere la metà del 1600 per vedere realizzata la nuova fortezza. Nel 1625 il Duca di Feria, governatore di Milano, al comando di 25000 soldati spagnoli, tentò, dal 9 agosto al 17 novembre, di espugnare la fortezza, che era stata a torto ritenuta un ostacolo facilmente superabile in poco tempo, proprio perché disponeva di mura che non avrebbero potuto resistere a lungo al fuoco dei cannoni. A causa di errori tattici, ma anche del terreno accidentato, la cui conformazione non permetteva di effettuare un assalto efficace a meno di gravi sacrifici umani, gli spagnoli dovettero desistere dai loro propositi e furono successivamente allontanati dalle truppe franco-piemontesi, comandate dal duca Carlo Emanuele I. Dal 1639 al 1642 il complesso fu coinvolto nelle lotte tutte interne al Ducato di Savoia fra Madamisti e Principisti. Dapprima conquistato dagli spagnoli, al comando del principe Tommaso di Savoia, che cercarono di migliorarne le difese aggiungendo un bastione, fu successivamente espugnato dall'esercito franco-piemontese nel 1642, tornando nelle mani della reggente del Ducato di Savoia, Madama Reale Cristina di Francia. Nel 1656 vi fu un preciso intento di ampliare la fortezza in modo da renderla capace di resistere agli assedi portati con armi da fuoco sempre più evolute, per le quali le vecchie strutture erano diventate del tutto insufficienti. Il progetto, redatto da Carlo Morello, consisteva nell'ampliamento della fortificazione verso il borgo, essendo questa la parte maggiormente esposta all'offensiva nemica. Nuovi e più importanti lavori furono realizzati dal figlio, Michel Angelo Morello, come testimoniato da un disegno del 1670, dove sono visibili i nuovi bastioni edificati in fogge moderne, la cui realizzazione comportò la demolizione del borgo, in quanto la sua permanenza sarebbe stata pericolosa in caso di assedio, Nell'ottobre del 1704 avvenne l'ultimo assedio, quello di maggiore importanza, relativo alla guerra di successione spagnola, durante il quale la strenua resistenza della fortezza permise al duca Vittorio Amedeo II di Savoia di rallentare la rapida avanzata delle armate di Luigi XIV di Francia e di organizzare la difesa di Torino, ponendo le basi per la vittoria che rese indipendente lo Stato sabaudo. Da quest'ultimo assedio la fortezza ne uscì completamente distrutta. Non fu mai più ricostruita e fu ceduta a privati. Dopo essere stato ricovero per soldati feriti e invalidi in età napoleonica, nel 1957, dopo un lungo periodo di abbandono, venne venduto a una importante ditta che compì lavori di estrazione di marna nella collina adiacente al complesso, dove ha successivamente realizzato un geosito di rilevante importanza mineralogica. Nel 2007 la Famiglia Piazza ha donato la Rocca alla Fondazione Eugenio Piazza Verrua Celeberrima - Onlus che si occupa della sua organizzazione culturale. Recentemente il sito è stato parzialmente ristrutturato. La Rocca, prima dell'assedio francese del 1704, era difesa da un muro di cinta e da 4 bastioni: il Bastione della Vigna, il Bastione dell'Alle, il Bastione di Camus e il Bastione di Santa Maria. La parte principale della fortezza era costituita dal Dongione (dal francese Donjon) dalle Caserme dei Soldati e da un pozzo. Sotto questo complesso si estendeva il Borgo di Verrua con il Quartiere degli Ufficiali, la Piazza Reale, la Casa del Governatore, le Caserme della Chiesa, la Chiesa di San Giovanni Battista, patrono del paese, e dalla Caserma del Soccorso. Al centro della piazzaforte si ergevano i magazzini a prova di bomba, che contenevano armi e munizioni. L'unica porta è la Porta del Soccorso, che si apriva sulla via omonima che collegava il forte alla pianura. L'unica parte visibile ancora oggi è il dongione con le relative strutture e il Ponte del Soccorso. Oggi la Rocca è sede di manifestazioni culturali e di promozione turistica. Purtroppo, lo stato di abbandono del forte, il crollo del picco, (1957) e le sistematiche perforazioni della collina adiacente, hanno cancellato buona parte del sito fortificativo su cui sorgeva la "Torrazza" e lo stesso borgo, alterandone il paesaggio. La stessa "pozza", fatta costruire da Madama Reale nell’interno del forte, avente un diametro di circa tre metri e profonda oltre cento, è stata coperta da detriti. La mole di ciò che rimane di questa difesa, la vastità della fascia che sviluppavano, la stessa capacità dei camminamenti sotterranei, nonché quelli di mina e contromina, impongono un intervento che impedisca un ulteriore ed indiscriminato saccheggio della zona, che snaturerebbe del tutto l’ambiente delle difese ed il campo di battaglia verso il borgo di Carbignano. Il complesso, fra i più significativi e, storicamente, fra i più importanti del Piemonte, meriterebbe veramente di una maggiore attenzione da parte di tutti. Altri link consigliati: http://www.fortezzadiverrua.it/, https://www.youtube.com/watch?v=7KKMA_FiiDA (video con riprese aeree di Roby Allario), https://www.facebook.com/watch/?v=2152963814758380 (video con riprese aeree di Fortezza di Verrua), https://archeoteses.wordpress.com/2016/11/17/indagini-presso-la-fortezza-di-verrua-savoia/, https://www.youtube.com/watch?v=oBwAoPnc5IE (video con riprese aeree di Drone Production)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Verrua_Savoia, https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_di_Verrua, http://www.comune.verruasavoia.to.it/il-castello.html, http://www.areeprotettepotorinese.it/pun-dettaglio.php?id=965, http://www.borgoramezzana.it/it/la-fortezza-di-verrua-savoia

Foto: la prima è presa da http://www.ilgiornaledelpo.it/la-fortezza-sabauda-du-verrua-savoia/, la seconda è presa da https://archeoteses.wordpress.com/2016/11/17/indagini-presso-la-fortezza-di-verrua-savoia/

domenica 6 settembre 2020

Il castello di domenica 6 settembre



FOLIGNO (PG) - Castello di Sant'Eraclio

Sant'Eraclio è una frazione del comune di Foligno appartenente alla circoscrizione n. 5 “Sant'Eraclio”. La frazione, che è la più popolosa del comune e si trova totalmente in pianura, è oggi urbanisticamente unita alla periferia della città di Foligno. Un primo nucleo abitato si costituì intorno alla piccola chiesa eretta nel corso dell'VIII secolo, mentre nel XIII secolo venne innalzata una torre di vedetta. A partire dal XIV secolo la storia del castello si lega con quella della signoria folignate dei Trinci. Nel 1305, essendo Nallo Trinci, con l’aiuto dei perugini, diventato signore di Foligno con la cacciata degli Anastasi, trasformò la città da Comune a Signoria e se per un verso aveva tolto la partecipazione di più cittadini al governo della città, dall’altra aveva portato ad una maggiore tranquillità e sicurezza nei territori soggetti alla città di Foligno. Nallo II per meglio difendere i suoi confini dai pericoli che gli venivano dalla parte di Spoleto, sia per il luogo sulla Flaminia troppo esposto alle continue scorrerie delle compagnie di ventura e per proteggere gli abitanti del villaggio che si era sviluppato attorno alla chiesa di S. Croce, ordinò di erigere alte mura in sostituzione della siepe di tavole esistenti “Quod muretur muro murato et facto ad arenam et calcem circom circa locum dicti Sancti Euraclii...” ed una alta torre con una campana da 400 libbre che andò a fronteggiare quella dirimpettaia di Matigge della Spoletina Trevi. La popolazione contribuì con la mano d’opera e le pietre, e Nallo Trinci coprì la spesa. Nel 1320 il castello era completato con la sola porta e ponte levatoio verso Spoleto, e con la casa castellana, ove per alcuni mesi lo stesso Nallo dimorò per dimostrare quanto era sicura la vita in quel luogo. Infatti la costruzione del Castello, con le sue alte mura (30 piedi) e la sua torre di avvistamento e di rifugio in caso di guerra, offriva garanzia di sicurezza per cui nel 1373 altre venti famiglie della parrocchia della Cattedrale, che abitavano nei dintorni di Santa Maria in Campis, vi scelsero la loro dimora. Nei primi del ‘400 le truppe di Ladislao di Napoli saccheggiarono le ville di Flamignano e Rivo, sulla collina di S. Eraclio, che furono abbandonate e ben 240 persone si stiparono dentro il castello. Nel Liber Officiorum compilato nel 1421 al tempo di Corrado Trinci si ricorda che Foligno a difesa del confine con Trevi aveva tre postazioni militari: Castrum Civitelle (vicino Cancelli), la Turris di ser Angelo di Roviglieto e la Torre di Sant’Eraclio custodita da un castellano eletto dai Trinci e stipendiato dagli abitanti “Castrum et turris Sancti Racli aveva un officialis, qui faciat custodiri terre homines electos ad portam et turrim per tres florenos mense ad hominem“. La postazione più importante era Sant’Eraclio per la cui custodia erano tenute a contribuire anche altre otto ville vicine cioè Costa, Rio, Flamignano, Sterpete, S. Stefano dei Piccioni, Cancellara e Scandolaro. Durante il XV secolo il castello ospitava anche un ufficiale gabelliere che aveva il compito di riscuotere i pedaggi degli utilizzatori della Flaminia. Verso la metà del XVI secolo il castello fu disegnato dall’architetto militare Piccolpasso il quale lo descrive isolato con fossi d’intorno e appena 4 o 5 case all’esterno delle mura e all’interno circa 40 fuochi. Il territorio di Foligno riconquistato dal cardinale Giovanni Vitelleschi tornò alla Chiesa, il 17 luglio del 1349 il castello fu assediato e preso; dopo la caduta dei Trinci nel 1439 fu governato da un Legato Pontificio e da un Consiglio scelto dal Papa. L’8 Maggio 1455, Callisto III concesse alla Comunità di Foligno le Rocche e Castelli del territorio e nel 1458 confermò, per il governo della città e territorio, le antiche disposizioni statutarie. Così il Castello fu retto da un Castellano e due Consoli eletti dal Consiglio di Foligno, da un Sindaco e due Massari eletti dal popolo di S. Eraclio. Nel 1533 gli abitanti del castello furono esonerati dall’obbligo del salario al Castellano a condizione che provvedessero alla manutenzione della torre, delle mura e agli argini del fiume Meandro ed ai confini con Trevi. In seguito S. Eraclio ebbe, come tutte le altre Comunità, una certa autonomia, appoggiato al Comune di Foligno e arrivò ad avere una popolazione di oltre 1.000 abitanti nel 1626.. Tale vassallaggio verso Foligno era riconosciuto mediante l’obbligo di alcuni pesi annuali, fra i quali: il contributo al pasto del Magistrato e fargli pervenire, per la Festa di S. Feliciano, “due scudi e due paia di capponi“. Verso il 1710 dovettero sorgere delle controversie tre Foligno e S. Eraclio circa il concorso alle spese per il Magistrato, controversie che finirono con sentenza favorevole alla Città. E forse fu in seguito a tale sentenza che, nel maggio del 1728, S. Eraclio venne soppresso come Comune appodiato; furono ritirati i sigilli di cui faceva uso il Sindaco, e venne incorporato alla Città. I rapporti con la città di Foligno però non furono idilliaci e nel 1750 gli abitanti rifiutarono di pagare le tasse e di sistemare un tratto della via Lauretana alla salita di Colle di Scandolaro, compito a cui erano tenuti gli abitanti sin dal 1482. La causa andò avanti per quasi 10 anni e alla fine ebbe la meglio Foligno. Dopo l’invasione francese ritornò il Governo Pontificio e Sant’Eraclio fu retto come Comune appodiato a quello di Foligno al quale presentava il bilancio annuale per l’approvazione; tutto ciò fino al 1860 quando con l’Unità d’Italia fu soppresso e passò definitivamente sotto Foligno. Nel 1917 furono abbattute le case ad ovest del castello e fu aperta la strada esterna. Nonostante che il paese urbanisticamente sia diventato una zona periferica della città stessa, conserva ancora la sua forma circolare con l’alta torre al centro. Due porte contrapposte fornite entrambi di torre immettono all’interno, le stesse erano provviste di porte di cui si conservano ancora i cardini e del ponte levatoio di cui sono visibili ancora i segni lasciati dalle corde, solo da mezzo secolo è stato chiuso il fossato che circondava le mura. Al centro del castello la torre di vedetta parallelepipeda; era molto più alta in origine e terminava con terrazza a merli e mensoloni (su cui poggiavano gli archetti che sostenevano il camminamento di ronda), ma fu abbassata di 8 metri nel 1775. Nell’interno della rocca è il palazzetto, dove il castellano custodiva la fortezza con l’aiuto di uomini scelti. Notevole nel palazzetto è il piano superiore con il salone d’onore e l’appartamento; il pianoterra ha un’ampia loggia rinascimentale a laterizio, ora chiusa, che servì da mercato, da luogo di assemblea, da ufficio notarile e giudiziario. Lungo l’antica via Flaminia sulla piazza antistante il castello si nota la fontana architettonica realizzata nel XVI secolo con lo stemma di Paolo III e tre protori leonine. Fin dal 1753 i monaci di Santa Croce di Sassovivo che possedevano all'interno del Castello un "Ospizio degli Oratori" e un "mulino ad olio" avevano fatto presente al Comune il pericolo di caduta di cornicioni e merli. Fu chiesto un immediato intervento che fu attuato dopo circa 20 anni. Adesso si può vedere chiaramente come la riga di pietre bianche, che indica la metà della torre, evidenzi la diversa misura tra parte superiore e quella inferiore della costruzione. Altri link suggeriti: https://www.santeraclio.altervista.org/la-storia/la-nascita-del-castello-dei-trinci.html, https://www.ilcarnevale.net/storia-di-santeraclio/

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Sant%27Eraclio, http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-santeraclio-foligno-pg/, testo di Gianni Sante Piermarini su https://www.santeraclio.altervista.org/la-storia/la-torre.html

Foto: la prima è di Cantalamessa su https://it.wikipedia.org/wiki/Sant%27Eraclio#/media/File:Sant'eraclio.JPG, la seconda è presa da http://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-santeraclio-foligno-pg/

sabato 5 settembre 2020

Il castello di sabato 5 settembre


GROSSETO - Tino di Moscona

E' una fortificazione situata nel territorio comunale di Grosseto. La sua ubicazione è sulla cima dell'omonimo poggio, la prima propaggine collinare che si innalza a nord-est di Grosseto e domina l'area archeologica di Roselle, città etrusco-romana. Si presenta come un'imponente fortificazione a pianta circolare, con strutture murarie in pietra; vi si accede attraverso due distinte porte di ingresso. All'interno dell'area delimitata dalla cerchia muraria, si sono ben conservati un vano sotterraneo e i resti di un'antica cisterna di epoca romana che presenta una parte della copertura, mentre sul lato a est della fortificazione sono visibili i resti di un abitato medievale. In questa zona sono inoltre venuti alla luce alcuni reperti villanoviani, tra i quali spiccano oggetti di oreficeria custoditi in vasi cinerari. Il sito venne probabilmente sfruttato anche dagli Etruschi ed in seguito anche i Romani lo utilizzarono come insediamento abitativo, come dimostrano i resti di una cisterna per la raccolta dell'acqua di tale epoca. In epoca medievale vennero costruiti l'imponente cinta muraria di forma circolare e gli attigui fabbricati, dei quali rimangono alcuni resti. La fortificazione costituiva un'opera strategica, a seguito delle ripetute invasioni barbariche a cui fu sottoposta la sottostante città di Roselle nel periodo alto medioevale. Come risulta da un documento del 1179 stipulato tra il Vescovo di Grosseto e il conte Ildebrandino VII degli Aldobrandeschi, esso è identificabile con il castello di Montecurliano che venne edificato su quella collina che all’epoca era disabitata. Nel documento è dichiarato che qui avrebbe dovuto essere costruita la nuova città di Grosseto. Il progetto non fu mai realizzato soprattutto perchè le vere intenzioni di Ildebrandino non erano quelle di spostarvi la città, ma piuttosto di costruire una fortificazione che avrebbe controllato la pianura, il lago Prile, la costa e la via che univa le saline e i castelli della zona. A questo si aggiunge anche il fatto che il posto non era adatto ad accogliere una popolazione numerosa, in quanto mancante di acque sorgive e non era neppure idoneo per le strutture necessarie all’economia della città di Grosseto che si basava sulla produzione e sul commercio del sale. Nei diversi documenti che ci parlano di questo sito, infatti, si legge che nei primi anni del 1200 il castello è abitato da non molte persone e nel 1300 all’interno di esso esistevano poco più di venti abitazioni. Nella divisione della contea tra i due rami degli Aldobrandeschi risulta tra quelli assegnati agli Aldobrandeschi di Sovana. Infine, questo progetto studiato, dagli Aldobrandeschi, non fu mai portato a termine, poiché i Senesi riuscirono ad espugnare l'insediamento fortificato che, fino ad allora, appariva più sicuro della città di Grossseto. Dopo l'assedio vincente dei Senesi, il Tino di Moscona fu gradualmente abbandonato (1305) ed andò incontro ad un lunghissimo periodo di degrado, conclusosi soltanto con i recenti restauri, ultimati nel 2005, che hanno riportato agli antichi splendori i resti dell'antica fortificazione. Il "Tino", che è visibile già da grande distanza, si trova a 317 metri s.l.m. ed ha un diametro di circa 30 metri. Esso ci appare come la parte maggiormente fortificata del Castello (Cassero). Dal Tino partono le mura che hanno una forma irregolare; esse sono quasi completamente distrutte, rimangono solo alcuni tratti alti circa 3 metri, nei quali sono delle aperture descritte in alcuni documenti del XVIII secolo. Gli archeologi pensano che siano le porte di accesso al castello, ma che siano state costruite in un secondo tempo rispetto alle mura e al Tino. In una di esse arrivava la via che dal piano conduceva al Castello. All’interno delle mura vi sono i resti delle abitazioni del castello che sono disposte a ventaglio rispetto al Tino; alcuni di queste sono addossate alla cinta muraria. Vicino alla porta del castello sono stati trovati resti di macine per l’olio e due cisterne con volte a botte. Altri link suggeriti: http://www.archiviodistatogrosseto.beniculturali.it/index.php?it/252/iorestoacasa-il-tino-di-moscona, https://www.youtube.com/watch?v=wGo068_8jtE (video di Maremma di Mauro Sclano), http://atlante.chelliana.it/roselle_tino.htm, https://www.facebook.com/maremma.grossetana/videos/487501321777238 e https://www.facebook.com/watch/live/?v=10155571842193376&ref=watch_permalink (entrambi i video di Maremma).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Tino_di_Moscona, http://www.maremmachevai.it/index.php?option=com_content&task=view&id=220&Itemid=2

Foto: la prima è presa da http://www.maremmachevai.it/index.php?option=com_content&task=view&id=220&Itemid=2, la seconda è presa da https://www.maremmanews.it/index.php/attualita/49100-grosseto-e-la-leggenda-del-vitello-d-oro-per-la-giornata-nazionale-del-trekking-urbano