venerdì 29 luglio 2022

Il castello di venerdì 29 luglio

                                       

POGGIO TORRIANA (RN) - Palazzo Marcosanti in frazione Poggio Berni

Palazzo Marcosanti è un complesso fortilizio di fine XIII secolo, appartenuto ai Malatesta e successivamente allo Stato Pontificio. Storicamente è noto come Tomba di Poggio Berni poiché nel Medioevo il termine Tomba indicava una costruzione fortificata eretta in genere su un'altura o comunque in luogo idoneo alla difesa. La sua origine malatestiana, è attestata nel Trecento, da alcuni documenti con attribuzione ai beni Malatestiani e da un fregio, in cotto, rappresentante la tipica scacchiera malatestiana ad ornamento di un arco a sesto acuto che dà sul cortile interno. La struttura è stata protagonista di una serie di passaggi di proprietà che hanno interessato molte storiche famiglie. A partire dai Malatesta, la fortezza svolse un ruolo importante nella politica delle alleanze familiari assumendo, spesso, il carattere di bene personale andato in dote alle figlie dei Signori che lo hanno posseduto. Nel 1418 la Tomba di Poggio Berni è tra i beni elencati come dote di Laura, detta Parisina, figlia di Andrea Malatesta signore di Cesena, andata in sposa a Nicolò III Marchese d'Este; Parisina venne uccisa nel 1425, sospettata di corrispondenza amorosa con Ugo suo coetaneo e figlio naturale del marito. Due anni più tardi il bene tornò ai Malatesta come appannaggio dotale di Margherita d´Este figlia di Nicolò III e sposa di Roberto Galeotto Malatesta. Dopo un possesso temporaneo di Violante da Montefeltro, vedova del signore di Cesena Novello Malatesta, la Tumba Podii Ibernorum fu acquistata dal cardinale Stefano Nardini che nel 1473 la donò al nipote il Conte Cristoforo Nardini da Forlì che aveva sposato Contessina Malatesta, figlia naturale di Sigismondo. Nei successivi tre secoli, il Papato entrò più volte in possesso del Castello succedendo ai Nardini e alla casata dei Montefeltro. A Cristoforo Nardini, morto nella battaglia di Colle Val d´Elsa del 1479, succedette il figlio naturale Pietro che si macchiò di varie scelleratezze e neanche la sua morte bastò a placare l'ira di Papa Innocenzo VIII che con Bolla Papale del 12 dicembre 1489 fece imprigionare a vita tutti i membri della famiglia. Dopo tre anni, il 23 maggio 1492, la segregazione dei Nardini venne commutata con la donazione alla Camera Apostolica di quasi tutti i loro beni fra i quali spiccavano il Fortilitium e la vasta tenuta di Poggio Berni con tutti i diritti di giurisdizione già concessi a questo possedimento da privilegi papali ed imperiali. Il 16 luglio 1492 Innocenzo VIII cedette il fortilizio di Poggio Berni a Giovanni della Rovere d´Aragona, padre di Francesco Maria, il futuro Duca di Urbino. Nel settembre 1493 il bene passò ai Doria che sei mesi più tardi lo cedettero a Guidubaldo I, ultimo duca d'Urbino di casa Montefeltro, marito di Elisabetta Gonzaga. Nel 1557 Guidubaldo II Duca d'Urbino cedette Castello e tenuta al Conte Orazio I di Carpegna. Nemmeno un anno dopo, il 28 settembre 1558, questi lo cedette al cardinale di Urbino, Giulio della Rovere, che temporaneamente riuscì a ottenerne il ritorno ai beni della sua famiglia. Il Castello di Poggio Berni, con la sua tenuta, mantenne la connotazione di bene personale legato all'appannaggio della dote anche in un solenne atto pubblico, messo a punto dopo lunghe trattative, fra la Curia romana, Francesco Maria II della Rovere Duca d'Urbino ed il Granducato di Toscana. Nell'importante convenzione, stipulata il 30 aprile 1624, i beni allodiali e l'eredità dell'ultimo Duca d'Urbino furono attribuiti alla nipote Vittoria della Rovere, sposata ancora bambina a Ferdinando II de Medici, figlio del Granduca di Toscana; Castello e tenuta sono ricordati con particolare considerazione fra i beni dotali di Vittoria e proprio in virtù del loro prestigio restano ai De Medici nonostante la lontananza dagli altri domini del Granducato in Romagna. Nel 1738, con l'estinzione della casa Medicea, l'intera proprietà passò ai Lorena i quali però la cedettero nel momento in cui assursero all'Impero d'Austria; nel 1763 Francesco di Lorena, marito dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, cedette infatti la proprietà alla Camera Apostolica. Nel 1778, a distanza di 15 anni, il bene passò alla famiglia dei Principi Albani che vi restarono per oltre un secolo; a seguito di questo passaggio l'edificio prese il nome di Palazzo Albani. Il 3 ottobre 1889 il Principe Cesare Albani di Milano cedette il palazzo e relativa tenuta all'Avv. Paolo Marcosanti. L'antica tenuta man mano si smembrò. Durante la seconda guerra mondiale l'edificio subì ingenti danni e nell'immediato dopoguerra i Marcosanti alienarono il palazzo e la tenuta smembrando la proprietà. Il degrado del complesso monumentale si stava avvicinando alla irreversibilità, quando, nel 1974, l’attuale proprietà iniziò e completò, per quanto ancora possibile, il recupero ed il restauro scientifico del Palazzo restituendogli dignità nell’utilizzo e il fascino della dimora nobiliare che richiama suggestive memorie storiche. Oggi il nobile edificio viene affittato per feste matrimoniali. L'edificio consiste in un corpo principale rettangolare, che delimita per tutto il lato sud-est, e per breve tratto del lato nord-est, una corte agricola. Gli altri edifici che definiscono sui due lati la corte, anch’essa rettangolare sono invece assai più recenti; però essi potrebbero ricalcare, almeno in parte un tracciato previsto per lo sviluppo del precedente edificio. Il quarto lato è chiuso solo da un muro. Il corpo più antico, interamente in mattoni e di altezza relativamente cospicua, presenta la parte frontale munita di barbacane (che continua ad intervalli sul lato nord-est) e di portale archiacuto che si ripete sia verso l’interno, con qualche piccola variante: in mattoni con sopraccigli a motivo geometrico di dadi quest’ultimo, in pietra ma con motivo a losanghette in cotto il primo. Sulla parte ovest il recinto murale, che limita il cortile, presenta numerose feritoie, ora murate dall’esterno. Sul lato settentrionale, staccata, abbiamo una cappella ben conservata. Di particolare interesse sono due portali ogivali risalenti agli inizi del sec. XIV, uno in pietra d'Istria e l'altro, che dà sul cortile interno, in cotto. Quest'ultimo presenta un archivolto ornato dal motivo araldico della scacchiera malatestiana. Altri link per approfondimento: https://www.youtube.com/watch?v=ugOO75iJwT0 (video di PediaCLIPS), https://www.youtube.com/watch?v=UF954NxmbKo (video di Drone GABBYFLY), https://www.youtube.com/watch?v=4_k9H3V4hXI (video di Luca Nicosanti).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Marcosanti, https://castellomarcosanti.it/il-castello/, https://www.riviera.rimini.it/situr/scopri-il-territorio/arte-e-cultura/ville-dimore-teatri-storici/palazzo-marcosanti.html, https://www.visititaly.it/info/959377-palazzo-marcosanti-poggio-torriana.aspx, https://www.icastelli.it/it/emilia-romagna/rimini/poggio-berni/castello-marcosanti, https://catalogo.beniculturali.it/detail/ArchitecturalOrLandscapeHeritage/0800161920A

Foto: la prima è presa da https://www.icastelli.it/it/emilia-romagna/rimini/poggio-berni/castello-marcosanti, la seconda è del mio amico (e inviato speciale del blog) Claudio Vagaggini su https://www.facebook.com/CastelliRoccheFortificazioniItalia/photos/a.10157791360875345/10156102873015345

giovedì 28 luglio 2022

Il castello di giovedì 28 luglio




PAVAROLO (TO) - Castello e Torre

La prima menzione del luogo, del suo castello e della Cappella di San Secondo risale a un diploma imperiale del 1047 di Enrico III. In esso l'imperatore confermava ai canonici torinesi di San Salvatore, infeudati dal vescovo della stessa città, molti dei possedimenti situati in terra chierese. Oggi grosse pietre rotonde di fiume, costituenti la base dello spigolo sud-ovest e forse residuo di un ancor più antico castelliere, rammentano tali epoche. La località venne assegnata nel 1164 da Federico Barbarossa ai Marchesi del Monferrato e di fatto dipese sempre dal comune di Chieri che, nel 1235, riconobbe "cittadini e confederati" i suoi signori. Nel 1264 Goffredo di Montanaro, Vescovo di Torino, consegnò il castello ai figli ed a un nipote del cittadino chierese Signorino Balbo. In tale epoca vennero iniziati consistenti lavori di trasformazione, tra i quali primeggiano per bellezza i soffitti a cassettoni dettagliatamente dipinti al piano nobile. ​Nel 1354 il territorio chierese, e con esso Pavarolo, passò sotto la giurisdizione di Amedeo VI di Savoia. Diversi furono i proprietari che si succedettero sino al 1394, quando le milizie del casalese Facino Cane – al soldo del Duca del Monferrato intenzionato a contenere le mire espansionistiche dei Savoia – devastarono il territorio ed occuparono il castello installandovi una propria guarnigione. Nel 1399, i chieresi riconquistarono il castello, con un assedio in cui vennero feriti 17 dei 20 difensori monferrini; il feudo fu quindi affidato ad Antonio Simeone Balbis. Tracce di questi eventi bellici sono ancora leggibili sulla facciata del castello rivolta a Sud, dove sono presenti la base di sostegno della torretta angolare posta sullo spigolo Ovest (la bertesca), e le ricuciture della zona corrispondente alla torretta che era probabilmente presente sullo spigolo Est. Dalla successiva e definitiva pace, siglata nel 1411, gli eventi esterni la sfiorarono marginalmente. Nei due secoli successivi la proprietà venne frazionata tra numerosissimi proprietari, in alcuni casi possessori di percentuali minime. Le conseguenti necessità di soddisfarne le molteplici esigenze, oltre alle tracce ancora visibili di un incendio, furono forse all’origine della radicale ristrutturazione effettuata in quegli anni con, per esempio, l'eliminazione delle merlature. Si ampliò la cubatura e, pur mantenendo invariata l’altezza complessiva del castello, si accrebbe la capacità ricettiva inserendo un nuovo piano tra il piano terreno ed il primo piano. Ciò fu attuato demolendo la soletta del pavimento tra il piano terra ed il piano nobile, e realizzando due nuovi solai (pavimenti dell'attuale primo e secondo piano), ripartendo il nuovo spazio così ottenuto su tre piani dotati di un maggior numero di locali. Le nuove planimetrie imposero, però, il tamponamento delle preesistenti pregevoli finestre gotiche e l’apertura di nuove finestre adeguate ai nuovi piani ed agli accresciuti locali del castello. Nei primi decenni del 1700 figurava quale esclusiva proprietaria la Contessa Anna Maria di Piossasco, vedova del Conte Giuseppe Antonio Simeone Balbis. Essa realizzò al secondo piano un Oratorio privato, ancor oggi presente, in cui era celebrata giornalmente la S. Messa. Nel 1736 il Castello di Pavarolo, insieme a quello di Montaldo, passò in proprietà ad Alessandro Ferrero d’Ormea. Egli fu, verosimilmente, l’artefice di una nuova ala per la scuderia, di una sovrastante area per il deposito di foraggi e dell'innalzamento della torre già esistente che oggi caratterizza il Castello. Una stampa del castello, realizzata dall’incisore piemontese Francesco Gonin nel 1850, indica come proprietaria una Contessa Gloria. Questa lasciò il castello al figlio primogenito che, nel 1867, lo vendette a Donato De Benedetti. Il di lui figlio, Ezechiele, nel 1881 lo rivendette ad Edoardo Pansoja di Borio che, a sua volta, nel 1884 lo cedette a Malvina Ganerì, figlia del Console inglese a Torino. Ella intraprese consistenti lavori di riadeguamento funzionale degli interni, di controsoffittatura e di decorazione delle pareti in stile neo-gotico anglosassone. Nel 1920 ella vendette il castello a quattro imprenditori (Paletto, Beltramo, Piovano e Vigna) che, solo pochi anni dopo, nel 1924 lo rivendettero al casalese Francesco Zavattaro Ardizzi. Sua moglie Giuseppina Cigala Furgosi avviò i primi consistenti lavori di restauro conservativo abitandolo stabilmente per lunghi periodo. Il Castello di Pavarolo continua oggi ad appartenere alla famiglia Zavattaro Ardizzi, di origine monferrina, che ha avviato consistenti lavori di consolidamento e di restauro conservativo e stabilmente lo abita. il castello è una massiccia costruzione a pianta grosso modo rettangolare, circondata da un piccolo parco e da muri di sostegno che potrebbero essere avanzi di una antica cinta difensiva. Se si escludono alcuni tratti basali delle mura esterne, nelle quali compaiono anche grosse pietre non lavorate, è costruito interamente di laterizi. Sul lato che dà sull'attuale via Barbacana, a pochi metri dal muro perimetrale del castello, si trova un avanzo di quello che forse era l'antico barbacane (tanto che il nome sarebbe passato alla via sottostante). Sul lato opposto dell'edificio, una bassa costruzione sulla quale è stata ricavata anche la scala d'accesso all'interno del castello copre il pozzo. Profondo un'ottantina di metri, esso è certamente tra gli elementi più antichi della costruzione, dato che disporre di una fonte d'acqua aveva un'importanza essenziale per la vita di tutti i giorni e, a maggior ragione, in caso di assedio. La falda che lo alimenta è la stessa cui attinge il pozzo comunale, posto più a valle. Nel ricordo degli attuali proprietari, erano relativamente frequenti i casi in cui secchi che si sganciavano e cadevano nel pozzo del castello venissero poi ripescati nel pozzo comunale.
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Ai piedi del castello si innalza, isolata dagli edifici adiacenti, la torre, simbolo del paese, rappresentata anche nello stemma del comune. Si tratta di una costruzione originale sia nella collocazione (è infatti isolata rispetto agli edifici circostanti), sia nella forma, con un passaggio che ne attraversa la base. Si tratta, inoltre, di un edificio la cui storia e le funzioni originarie sono incerte anche se, sui motivi per cui fu costruito, è possibile avanzare quattro ipotesi abbastanza fondate. La prima incognita riguarda la data di costruzione della torre: mancano infatti documenti che vi accennino, ma si è portati a pensare che torre e castello siano all'incirca coevi, e databili attorno all'XI secolo. Con ciò non si vuole affermare che l'attuale torre risalga al 1100: è attendibile ipotizzare che il sito dove sorge oggi la torre fosse lo stesso su cui, anche in passato, sorgeva una costruzione analoga. Il secondo dubbio riguarda la funzione della torre: scartata l'ipotesi che anche in origine servisse da campanile, sembra più probabile si trattasse di una (ma probabilmente non l'unica, visto che animali e carri non salgono le scale...) porta di accesso al "recinto" che circondava il nucleo del paese. Una costruzione difensiva, perciò, ma anche un edificio su cui mantenere in permanenza delle sentinelle, posta com'è in posizione dominante rispetto alle valli circostanti. Se c'era una porta, però, doveva esserci anche un muro, e si affaccia qui il terzo dubbio. Pavarolo aveva davvero una cinta difensiva, ed in caso affermativo, dove correva? Che una cinta ci fosse, lo si desumerebbe anche dalla formula con cui, nel libro degli Ordinati (le relazioni degli antichi consigli comunali) si apriva il resoconto di ogni seduta. Vi leggiamo, ad esempio: "L 'anno del Signore mille settecento cinquanta nove, ed al diciotto del mese di febbraio, in Pavarolo e stanza del comune ove suole radunarsi l'ordinario Conseglio del/a presente Comunità, posta nel Recinto, si sono congregati....C'è un recinto, dunque e, alle spalle della torre, c'è una via che ancora oggi si chiama Barbacana. Il barbacane è il muro esterno delle fortezze: la torre, allora, potrebbe essere stata la difesa eretta nel punto in cui il muro (che probabilmente si svolgeva attorno al cocuzzolo su cui sorge il castello) si interrompeva per consentire l'accesso all'interno. Il quarto ed ultimo dubbio riguarda la scala che conduce alla torre: alla sua base, vi sono due ampi archi (ora murati), che disegnano all'esterno il percorso della volta scavata nel terrapieno che la sostiene. All'inizio del secolo, dietro la scala passava la strada di accesso al paese. Quando questa è stata allargata e spostata più a valle. È stato necessario interrompere il percorso della scala che, dalla torre, scendeva al piazzale della chiesa parrocchiale presso la quale, un tempo, si trovava anche il cimitero. Nei vari interventi, inoltre, è andato distrutto anche l'arco (chiuso probabilmente da una porta) che si trovava all'ingresso del camposanto. Per quale motivo sarebbe stato necessario fare una volta sotto la scala di accesso alla torre? Non è forse più probabile che sotto la scala si trovasse un fossato (a difesa del lato esterno del "recinto")? Lo spunto per questa ipotesi è legato alla presenza di un grande stagno che, all'inizio del secolo, si trovava al centro del paese. Sicuramente, nel XVIII secolo, la torre fu trasformata in campanile e dotata di un orologio. 
Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=iC6WlAZe_Tg (video di Città metropolitana di Torino), https://www.youtube.com/watch?v=Xq4l_tSljPQ (video di DRONI.EU), https://m.facebook.com/PavaroloOggi/videos/castello-di-pavarolo/1256101344407550/?__so__=permalink&__rv__=related_videos

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Pavarolo, https://castellopavarolo.weebly.com/lastoriadelcastellodipavarolo.html, https://www.comune.pavarolo.to.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-pavarolo-6436-1-d688e15dbc6a9b7fe0c24ae58f9e8672, https://www.comune.pavarolo.to.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/torre-di-pavarolo-21612-1-99bf04ac98690b995908b1d86b4bf345

Foto: la prima è presa da https://www.comune.pavarolo.to.it/it-it/vivere-il-comune/cosa-vedere/castello-di-pavarolo-6436-1-d688e15dbc6a9b7fe0c24ae58f9e8672, la seconda è di maxaimone su http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/261425/view. Infine, la terza - relativa alla torre - è di Pmk58 su https://it.wikipedia.org/wiki/Pavarolo#/media/File:Torre_di_Pavarolo.JPG

mercoledì 27 luglio 2022

Il castello di mercoledì 27 luglio



SANTA ELISABETTA (AG) - Fortezza di Monte Guastanella

Nei tre secoli di dominazione bizantina (535-827) in cui la Sicilia fu lasciata in uno stato di incredibile abbandono, non si hanno testimonianze particolari, fino all’epoca delle prime incursioni arabe (827). In quell’epoca i saraceni avevano cominciato le loro sanguinose scorrerie nelle città costiere della Sicilia dove saccheggiavano, depredavano uccidevano, catturavano prigionieri e se ne andavano lasciando il terrore e la desolazione. I Bizantini difendevano l’isola come meglio potevano e, specialmente fino a quando non avevano perso ancora tutte le speranze, erigevano fortilizi e baluardi dove ci fosse qualcosa da difendere, cosicché nessuna altura o monte fu lasciato privo di fortificazioni. Fu proprio in questo periodo che costruirono il fortilizio sul monte Guastanella (609 m s.l.m.), probabilmente su una preesistenza del periodo punico. La costruzione di baluardi e luoghi fortificati, a nulla giovò giacché i Saraceni sbarcati a Mazara nell’827, si spinsero nell’interno dell’isola e nell’830 dopo avere occupato e distrutto Agrigento, si impadronirono dell’entroterra, insediandosi anche il territorio dell'attuale comune di Santa Elisabetta, occupando castello e villaggi anche se non definitivamente. Il fortilizio bizantino di Guastanella, godendo di una posizione strategica sulla vetta del monte da cui dominava un territorio circostante per decine di chilometri, oltre ad essere ampliato e potenziato, venne bene armato fino a renderlo praticamente inespugnabile come una vera e poderosa fortezza. Nell’860 insorsero alcuni castelli della Sicilia occidentale tra cui Platani, Caltabellotta e Sutera col territorio interposto e quindi anche le terre intorno a Guastanella; ma nella primavera dell’862 la rivolta si concluse infaustamente e i castelli furono riconquistati. I Normanni provenienti dalla Calabria, guidati dai fratelli Roberto e Ruggero della casa di Altavilla, invitati a partecipare alla lotta interna tra i vari signori arabi, si accinsero di buon grado all’avventura. Quindi nello stesso anno della caduta di Girgenti il Conte Ruggero conquistò i castelli vicini, pertanto anche quello di Guastanella. Sicuramente la capitolazione e distruzione di Guastanella e di altre fortezze arabe finitime è da inquadrare nella frenetica attività costruttiva e distruttiva di Federico II, come risposta del potere monarchico alle velleità politiche cittadine in questa parte dell’isola ed in secondo luogo per garantire l’obbedienza di città infide evitando di fornire loro la minaccia di fortezze inespugnabili ed insidiose per la monarchia: un provvedimento, al tempo stesso punitivo e preventivo. Il castello di Guastanella fu usato dai musulmani come luogo di deportazione, qui fu imprigionato il vescovo di Agrigento Ursone. Tra il 1221 e il 1232 Federico II di Svevia, tornato in Sicilia, combatté gli arabi, li sconfisse e distrusse anche la fortezza. La storia successiva di Guastanella è quella dei suoi proprietari feudali. Sulla cima della ripida collina si adagiano i ruderi di una roccaforte straordinaria, una fortezza rupestre di grandezza impressionante, che rappresenta un unicum nel suo genere, una preziosa ed unica testimonianza della civiltà medievale siciliana. La forte vocazione del sito alla difesa, il rapporto di continuità fra il costruito e l’imponente cuneo roccioso su cui sorge il castello, sono legati dall’unitario programma difensivo formulato per lo stesso territorio in epoca araba, che spesso utilizza e accentua naturali asprezze montuose che segnano strategicamente i punti nodali di tracciati e di antichi percorsi commerciali. Sulla cima del monte Guastanella si trovano antiche grotte scavate nella parete. S'ipotizza che il sito possa essere stato il luogo di sepoltura del mitico re Minosse; ipotesi che potrebbe essere avvalorata dalla descrizione di un'altura presente nel libro VII delle Storie di Erodoto. Presenti anche tombe a forno sul fianco della montagna mentre a valle sono stati ritrovati reperti bizantini, ceramiche protostoriche e protogreche. Un sentiero stretto e ripido conduce ad un poderoso muro di cinta che sbarrava l'ingresso all'area del castello (ca. 1200 mq), sviluppato su quattro livelli altimetrici. Costruito direttamente sulla roccia, il muro (ca. 0,75 m di spessore) è realizzato con pietre appena sbozzate, legate con malta. Le strutture meglio conservate sono due camere ipogee, una grande cisterna coperta a botte e un silo scavato nella roccia gessosa (2, 3, 4). Il castello presenta una omogeneità di progettazione tra le camere scavate nella roccia e le strutture in muratura, da fare propendere per un unico momento costruttivo. Ma rimane molto dubbia la datazione del complesso fortificato che le fonti citano dall'XI al XV secolo. Altri link proposti: https://www.italianostra.org/beni-culturali/castello-e-area-archeologica-di-monte-guastanella-a-santa-elisabetta-ag/, https://www.youtube.com/watch?v=dKhhuvMB-b4 (video di Sergio Galvano), https://www.youtube.com/watch?v=uioWE8SzibY (video di Zebbb), https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Guastanella, http://www.virtualsicily.it/Monumento-Castello%20arabo%20di%20Guastanella-Santa%20Elisabetta-AG-1626, https://www.youtube.com/watch?v=AmFURsKEtqY (video di Raymond Bondin)

Fonti: https://www.mondimedievali.net/Castelli/Sicilia/agrigento/provincia000.htm#guastanella, https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Elisabetta_(Italia), https://www.icastelli.it/it/sicilia/agrigento/santa-elisabetta/castello-di-guastanella, https://www.turismoambientalesicilia.it/borgo-santa-elisabetta-e-il-mistero-di-guastanella/, https://fondoambiente.it/luoghi/monte-guastanella?ldc

Foto: entrambe prese da https://www.youontour.it/attrazione/santa-elisabetta-itinerario-4-nordovest/

martedì 26 luglio 2022

Il castello di martedì 26 luglio



TREIA (MC) - Torre Onglavina

Tutto l'agglomerato urbano posto a sud della lunga cresta su cui si snoda la città ebbe senz'altro come punto di riferimento il Castello dell'Onglavina (che prende il nome da una principessa longobarda), cui fu annessa una chiesina (poi ricostruita totalmente intorno al 1357) dedicata a San Michele, protettore del popolo longobardo. Unico resto del castello, eretto nel secolo XII, è una torre merlata poligonale esposta all'estremo sud della cinta muraria di Treia, su uno sperone che domina la valle, munita di difesa piombante. Dall'interno si notano quattro notevoli feritoie strombate. Divisa in tre piani, disponeva di un quarto livello di fuoco nella soprastante battagliera a cielo aperto, circondata dal parapetto merlato. Le travature che sostenevano i tre piani sottostanti sono ancora esistenti. Ogni piano disponeva di una o più feritoie per il tiro ed il terzo piano di una finestrella osservatorio. La torre, detta anche di San Marco, fu restaurata e rinforzata nelle merlature negli anni '50. A pochi metri dal lato aperto della torre si nota un rudere circolare di non chiara identificazione. La torre è danneggiata dal terremoto del 26.9.1997.

Fonti: https://www.qsl.net/ik6cgo/dci/onglavina.htm, http://www.valledelpensare.it/it/punto-di-interesse/poi/torre-dell-onglavina-88/, https://www.regione.marche.it/Regione-Utile/Cultura/Catalogo-beni-culturali/RicercaCatalogoBeni/ids/67432/Torre-dellOnglavina

Foto: la prima è presa da https://www.guidamico.it/itinerari/i-borghi-medievali-tra-arte-e-paesaggio-visita-guidata-a-montelupone-montecassiano-pollenza-e-treia/, la seconda è presa da https://www.alisei.net/borghi/treia.html

lunedì 25 luglio 2022

Il castello di lunedì 25 luglio



VERONA - Castel San Pietro

La caserma erariale di castel San Pietro o più semplicemente castel San Pietro, originariamente chiamata "Aerarialcasernen Castel San Pietro", è un edificio militare ubicato sul colle San Pietro a Verona, in un punto sopraelevato e caratterizzato da un'ampia visuale panoramica della città scaligera, e per questo meta privilegiata di turisti e veronesi che possono raggiungere il piazzale antistante il castello anche tramite la funicolare di Castel San Pietro. L'edificio è stato progettato dalla k.k. Genie-Direktion Verona austriaca di stanza nella città e costruita tra il 1852 e il 1858, quando vennero restaurati anche i resti della cortina muraria del preesistente castello, costruito sul finire del Trecento. L'area in cui sarebbe sorto il castello era un luogo strategico per il controllo del fiume Adige e dell'intero territorio; a conferma dell'importanza di questo luogo, vi sono state trovate le antiche tracce di un insediamento pre-romano, risalenti all'età del ferro, tanto da far ipotizzare l'esistenza di un castelliere. In età romana, all'inizio del I secolo a.C., vi venne inoltre edificato l'Arx, un luogo sacro e fortificato posto a guardia del passaggio sull'Adige della via Postumia, dell'oppidum posto ai piedi del colle e della città sorta successivamente sull'opposta riva del fiume. Nello stesso punto venne poi costruito un tempio romano di cui, all'inizio dell'Ottocento, si potevano ancora vedere le rovine, tanto che Da Persico nel 1820 scrive: «[...] l'antichissima chiesa di San Pietro, costrutta di antichi e preziosi marmi, [...] frammenti di auguste fabbriche del Campidoglio» di cui «Ne restano ancora in piedi le pareti, e le colonne, e capitelli diversi, con qualche avanzo delle antiche pitture a fresco». La chiesa di San Pietro viene già citata nell'VIII secolo, quando era già esistente e subì un intervento di restauro, e venne evidentemente edificata sulle rovine dell'antico tempio pagano. Il colle continuò ad essere abitato nel periodo delle invasioni barbariche, da Alboino e Rosmunda, da Pipino, da Berengario, re d’Italia. La funzione difensiva del colle si consolidò nel Medioevo; si fa risalire a Berengario, infatti, la sistemazione dell'890 del castrum. Nel 1393 venne fatto edificare da Gian Galeazzo Visconti un più imponente castello (una cittadella fortificata volta al controllo della città), i cui lavori portarono alla perdita della maggior parte delle antiche preesistenze. Durante il governo della Serenissima il castello venne destinato alla residenza del comandante militare, per cui vennero realizzati all'interno del suo recinto nuovi fabbricati. Nel 1627 furono documentati ulteriori lavori di restauro negli alloggi dei soldati, nelle abitazioni del "Governatore di Castelli" e del capo dei bombardieri, mentre nel 1703 la caserma di fanteria esistente venne ampliata per ospitare un presidio raddoppiato, passato da 150 a 300 uomini. Nel 1801 i soldati napoleonici, che dopo il trattato di Luneville abbandonarono la sinistra d’Adige per ritirarsi nella destra, minarono e distrussero gran parte del castello e degli edifici interni, compresa la chiesa, anche se i resti della cortina muraria sono ancora considerevoli. Tra il 1852 e il 1858 vi fu infine la progettazione e la costruzione della caserma austriaca, presente ancora oggi, e la sistemazione dei resti del castello e della strada di accesso al complesso. Questa venne commissionata dal feldmaresciallo Josef Radetzky e fu progettata dei genieri della k.k. Genie-Direktion Verona sotto la supervisione di Conrad Petrasch. Nota con rammarico il Simeoni che: “Negli scavi del castello furono rinvenuti molti oggetti preistorici e alcune scritture romane che andarono perdute. Così si perdette ogni possibilità di studiare le vestigia lasciate in questo colle dal popolo che fondò Verona, e di conoscere quali monumenti vi sorgevano nell’epoca romana”. Proprietà del Comune di Verona dal 1932, a partire dal 2002, dopo anni di abbandono della caserma, è stato definito un piano operativo per la valorizzazione dell'intero complesso e di restauro dei manufatti, che saranno adibiti a sede del Museo della Città. Il recinto dell'antico castello medievale presenta un tracciato irregolare, di forma allungata, derivato dalla morfologia del sito d'impianto, sulla sommità del colle: i lati a ovest e a sud sono rettilinei, mentre il lato est è a linea spezzata. In origine il recinto, riconoscibile dalla muratura a corsi alternati di ciottoli e mattoni di laterizio, era munito di dodici alte torri, non più esistenti o mozzate. All'interno della cortina difensiva, verso l'estremità nord-orientale, si elevava l'alto mastio, oggi in rovina. Due porte d'accesso dotate di ponte levatoio erano poste rispettivamente sul fianco orientale e sul fronte meridionale; inoltre, una via di soccorso condotta su un'alta muraglia, collegava il castello dall'angolo nord-occidentale alla sottostante torre, appartenente alla cinta muraria collinare scaligera. Precedentemente alla costruzione della caserma asburgica, la parte meridionale del castello era occupata da vari fabbricati per l'acquartieramento dei soldati e dalla chiesetta di San Pietro in Castello, distrutti nel 1801 dai napoleonici; il castello era dotato di una grande cisterna sotterranea, edificata nel Cinquecento, ancora conservata. La caserma di fanteria austriaca si eleva all'interno dell'originario recinto fortificato del castello visconteo, ed è in parte sovrapposta al sito d'impianto dell'antica chiesa di San Pietro. L'edificio si presenta come un corpo lineare tripartito che volutamente richiama le forme delle fortezze medioevali: nella possente parte centrale (di maggiore estensione planimetrica) che si eleva su tre-quattro piani per seguire il declinare del colle; nelle ali che sporgono verso la città e si innalzano come torri difensive; nelle finestre con paramenti di laterizio a vista e ghiere d'arco policrome che rimandano allo stile romanico; nella terrazza con bianche merlature appena accennate, che permetteva di ammirare e tenere ben sotto controllo il cuore della città scaligera. Consapevoli della speciale posizione nel paesaggio urbano, secondo le prescrizioni di Radetzky, i progettisti asburgici impressero alla nuova caserma l'aspetto architettonico del castello, in accordo con le circostanti mura collinari scaligere. L'interno era spartano e progettato per accogliere quasi cinquecento soldati: grandi camerate comuni coperte da volte a sesto ribassato; eleganti alloggi per gli ufficiali e funzionali uffici di comando; laboratori per la manutenzione degli equipaggiamenti e vasti depositi anche sotterranei. Il corridoio, lungo il lato posteriore, è coperto all'ultimo piano da una volta a tutto sesto, mentre su ogni livello disimpegna i grandi ambienti voltati delle camerate comuni. Nelle due torri di testata, dove termina il corridoio, l'asse delle volte è ruotato di 90 gradi, con vani in collegamento passante. I servizi igienici, su ogni piano, sono separati in un corpo a torre distaccato nel mezzo del fronte posteriore. La caserma poteva così essere utilizzata da due compagnie di fanteria e 32 artiglieri, per un totale di 452 soldati e 9 ufficiali. La presenza degli artiglieri si deve all'esistenza del piazzale situato davanti alla caserma, che poteva essere utilizzato dall'artiglieria per colpire la città dall'alto in caso di guerra. Accessibile solo esternamente l'ex caserma è comunque molto frequentata da veronesi e turisti, che raggiungono il piazzale meridionale per godere di una incantevole vista sulla città... in auto o attraverso una suggestiva scalinata che parte accanto all'ingresso del teatro Romano. In un angolo del belvedere è presente la stazione della funicolare, costruita agli inizi del novecento per trasportare i visitatori dal teatro al castello. Rimasta inattiva per molti decenni è stata riaperta al pubblico nel giugno del 2017. L'impianto di risalita è in funzione tutti i giorni dalle 11.00 alle 21.00, con una tariffa (andata e ritorno) di due euro per gli adulti e di un euro per gli over 65 e i bambini al di sotto dei 10 anni. L'edificio del castello, recentemente acquisito da una fondazione bancaria, è in fase di ristrutturazione per essere adibito a sede museale ed espositiva. Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=OEzSdq2UHQc (video di Massimo Nalli), https://verona.com/it/verona/castel-san-pietro/ (audio).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castel_San_Pietro_(Verona), https://verona.com/it/verona/castel-san-pietro/, https://www.visitverona.it/it/luoghi/castel-san-pietro, https://www.verona.net/it/monumenti/castel_san_pietro.html

Foto: la prima è presa da https://www.verona.net/it/monumenti/castel_san_pietro.html, la seconda è presa da https://www.verona.net/it/monumenti/castel_san_pietro.html

venerdì 22 luglio 2022

Il castello di venerdì 22 luglio

                                       
 

POGGIORSINI (BA) - Castello di Garagnone

Nel Medioevo il suo territorio fece parte del feudo di Castel Garagnone e appartenne agli Altavilla di Andria. Un documento di epoca normanna del 1197 lo conferma, riportando il toponimo di Mons Folicatus ("fogliame", in riferimento all'esistenza di una ricca vegetazione spontanea che copriva le alture e la fossa intorno a Poggiorsini). La riorganizzazione territoriale voluta dai Normanni determinò la costruzione di vari castelli, tra cui il Castello di Garagnone. Il toponimo di Monte Folicato venne sostituito da quello di Macchia Vetrana (Macula Veterana), quindi venne confermato il riferimento a macchie e boscaglie selvagge, come attesta il documento del 1609 relativo al passaggio di proprietà in favore della famiglia degli Orsini. A partire da quegli anni l'insediamento prese il nome di Poggio degli Orsini. Costoro costruirono il casale, da cui partirono per dare una dignità urbanistica autonoma al loro Poggio. Fecero costruire il palazzo ducale (1723-1727) e la chiesa dedicata a Maria Santissima dei Sette Dolori (1726-1727) con annesso cimitero, molino, forno, mattatoio. Lungo il tracciato tra Gravina e Spinazzola, a 3 km da Poggiorsini, sorgeva il Castello del Garagnone (si ritiene che l’origine del nome sia legato al cavaliere normanno Roberto Guaragna, giunto in Italia nel 1048). Il rinvenimento di iscrizioni d’età romana sembrano avallare l’ipotesi che il Garagnone insista sul luogo di fondazione dell’antica Silvium, città peuceta citata da Strabone, da Diodoro Siculo, da Livio, oltre che da vari itinerari antichi, come centro importante, posto sul percorso della via Appia e conquistato dai Romani nel 250 a.C. Proprio ai piedi della rocca doveva passare la via Appia. Ma solo a partire dal XII secolo la storia del Garagnone incominciò a delinearsi con chiarezza. Nel 1129 compare per la prima volta in alcuni documenti il nome di Rogerius Varannone, feudatario di Terlizzi. Nel 1197 il castello venne donato ai Frati di San Giovanni Gerosolimitano di Barletta che lo conservarono fino alla metà del XIV secolo. In più occasioni il Garagnone è citato come castello di Federico II. In particolare il castrum compare in un elenco di castelli e domus imperiali federiciani (lo Statum de reparatione catrorum del 1241-1246 ). Dopo la morte di Federico II, anche gli Angioini prestarono particolare cura al Garagnone. L’importanza del castello derivava soprattutto dalla sua posizione privilegiata che insieme ai Castelli di Monte Serico e di Palazzo San Gervasio formava un sistema efficace di controllo e di difesa proprio ai confini della Basilicata. Funzione militare quindi ma non solo. Il castello e il casale sono presenti in cronache che indicavano anche l’importanza produttiva del luogo. Le notizie permettono di seguire le vicende del feudo almeno fino 1731 quando un terremoto distrusse il castello. I resti di questo castello sembrano confondersi oggi con la sommità rocciosa dell’altura in cima alla quale è stato edificato. Pedalando ai piedi del rilievo, solo un’attenta osservazione di quelle forme rocciose, lì in alto, può far capire che si è davanti ai resti di un’antica costruzione; naturalmente tutto diventa più chiaro se si arriva in cima, dove sono ancora visibili rimanenze architettoniche di alcuni ambienti. Sulla base di documenti storici, si è potuta fare una ricostruzione immaginaria del vecchio castello, considerandolo originariamente come un edificio a due piani, con un ingresso coperto, due stanze ad uso di stalla e un altro ambiente dove si teneva la paglia al primo piano, un cortile scoperto con magazzino, una cappella con al di sopra una stanzetta, e un’altra stanza usata come magazzino. E ancora sei stanze, di cui quattro ad uso abitativo, un ambiente con il centimolo e un altro con il forno. Una struttura dunque molto grande, di cui molte cronache parlano come il centro di un’area molto ricca, tra i traffici dell’entroterra e della costa pugliese. Altri link proposti:https://www.youtube.com/watch?v=K0U_PHDvYP4 (video di Explorer Dron), https://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/bari/garagnone.htm, https://www.youtube.com/watch?v=GMP_C_O5Cqs (video di Viandanti del Sud),https://www.youtube.com/watch?v=RArm9v9Cptg (video di Cammini d'Italia), https://www.youtube.com/watch?v=iQVCnMhO7Zw (video di Peppe Dileo), https://www.youtube.com/watch?v=JR7P1WLp_9Q (video di Drone Explorer)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Poggiorsini, http://www.comune.poggiorsini.ba.it/index.php/turismo-e-territorio.html, https://www.baritoday.it/social/rocca-garagnone-castello-normanno-altavilla.html, https://www.torresansanello.it/rocca_del_garagnone/, https://www.4cyclingandtrek.com/il-castello-del-garagnone/, https://aipilieridibagnoli.it/it/da-visitare/item/387-castello-del-garagnone.html

Foto: la prima è presa da https://www.baritoday.it/social/rocca-garagnone-castello-normanno-altavilla.html, la seconda è presa da https://www.sagradelcardoncello.com/turismo/cosa-vedere-a-spinazzola-castello-del-garagnone/

giovedì 21 luglio 2022

Il castello di giovedì 21 luglio

 



FILATTIERA (MS) - Castello Malaspina

Di origine bizantina, il borgo di Filattiera era stato preceduto, nella sua fondazione, dal villaggio sorto nel fondovalle sottostante in epoca imperiale romana, nella zona ove poi era stato fondato – nel VI secolo – l’edificio dell’antichissima pieve di Sorano. Nel XII secolo Filattiera e i territori che erano stati concessi alla famiglia Malaspina direttamente dall’imperatore Federico Barbarossa, e dopo la divisione del feudo nel 1221, tra Obizzino e Corrado Malaspina, al marchese Obizzino toccarono le dinastie marchionali della sponda sinistra del Magra (con l’eccezione di Villafranca), sotto il nuovo stemma dello spino fiorito su campo d’oro. Per capitale del nuovo feudo viene scelto Filattiera, importante borgo fortificato di antica fondazione lungo il tracciato della via Francigena. Sul colle dove, a partire dal X-XI secolo, si era sviluppato il borgo, all’epoca dei Malaspina, esisteva già una fortificazione, il castello di San Giorgio, eretto in epoca altomedievale, dalle caratteristiche puramente difensive e che non si prestava certo ad essere anche residenza marchionale. Il Malaspina, erede del feudo di Filattiera, pose così mano alla costruzione del nuovo castello, quello che ancora oggi si incontra sul versante nord-occidentale all’ingresso dell’abitato, completamente circondato da mura e trasformato nel tempo sempre più in residenza signorile. Anche il feudo di Filattiera, che raggruppava nei propri territori tutta la Lunigiana orientale, era stato ben presto smembrato tra gli eredi maschi della famiglia Malaspina. Già nel 1275 infatti si formano i feudi di Verrucola e Olivola e, alla metà del XIV secolo, quelli di Treschietto, Castiglione del Terziere, Malgrate e Bagnone. Il feudo di Filattiera visse alterne vicende fino al 1549 quando il marchese Manfredi Malaspina, per sottrarsi alla conquista da parte della Spagna, cedette il feudo a Firenze con un atto che tuttavia, per l’opposizione imperiale, venne riconosciuto solo nel 1614 all’epoca di Cosimo II de’ Medici che lasciò numerosi privilegi al figlio di Manfredi, Bernabò. La famiglia Malaspina di Filattiera si estinse alla fine del XVIII secolo, quando nel 1784 Giulio Filippo Barbolani di Montauto, VIII Marchese di Montevitozzo, sposò Vittoria Luisa Malaspina figlia unica ed erede di Giovanni Manfredi Marchese di Filattiera, di Torrerossa e del Sacro Romano Impero. Ristrutturato nel XV secolo, il castello attuale è articolato su due lati della piazza principale e circondato da un ampio giardino, un tempo munito di fossato. Imponente edificio, quasi interamente in pietra a vista, mostra nella sua architettura la storia della casata, nonostante l’introduzione di alcuni elementi non originali, come il coronamento della merlatura ghibellina lungo alcune parti del perimetro esterno. L’interno, molto suggestivo, conserva ancora la classica sovrapposizione dei tre saloni di grandi dimensioni dei quali quello superiore, coperto da cassettoni lignei. Nel salone al piano terra, comunicante con il pozzo all’interno del quale è stata ripristinata una passerella, un possente pilastro centrale in pietra regge quattro gigantesche volte a crociera. Nell’ultima parte del secolo scorso venne restaurato riportandolo all’antico splendore. Nonostante queste pesanti modificazioni-integrazioni è possibile riscontrare alcuni segni delle antiche strutture due-trecentesche, edificate dai Malaspina. In particolare è possibile individuare tracce di alcune torri medievali inglobate nel tessuto murario successivo. Il folklore locale vuole che in questo castello viva un cavaliere solitario, denominato goliardicamente "Fil" (dal nome della città in cui è collocato il castello); la tradizione avrebbe identificato questo mitico cavaliere come un combattente cristiano, forse un crociato, che, come un Donchisciotte ante litteram, combatte una battaglia ideologica contro la corruzione e i soprusi di un mondo che sta cambiando rapidamente, in difesa della tradizione. Residenza privata, oggi l'edificio è visitabile su prenotazione. Altri link suggeriti:http://www.museoleduefortezze.it/pdf/ita/21_Filattera_castellodiFilattiera_ita.pdf?view=fit&toolbar=0&statusbar=0, https://www.lunigianaworld.it/attivita-turistiche-lunigiana/castelli/castello-di-filattiera/,https://www.youtube.com/watch?v=h3I3psRj9Cg (video di Ali per Viaggiare)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Filattiera, https://comune.filattiera.ms.it/il-territorio/la-storia-2/, https://www.terredilunigiana.com/castelli/castellofila.php, https://www.lunigianatoscana.it/punti/castello-di-filattiera/77/

Foto: la prima è presa da https://www.discovertuscany.com/it/lunigiana/itinerari-in-lunigiana.html, la seconda è presa da https://castello-di-filattiera.business.site/. Infine, la terza è una cartolina della mia collezione