mercoledì 30 novembre 2022

Il castello di mercoledì 30 novembre

 




GOTTASECCA (CN) - Castello dei Marchesi d'Incisa

Il Casalis afferma che, anticamente, prima del sec. X, Gottasecca era detta Lavaniola. Ed infatti, Arcangelo Ferro ci dice che Ottone III, nel 998 "diede le rendite delle sue pievi a Bernardo, Vescovo di Savona", nel cui diploma era scritto: seu Gauta sicca (Lauaniola quae dicitur Gauta sicca) (Gottasecca). Il feudo è appartenuto ad Aleramo che con diploma del 967 già si legge Lavagniola quae dicitur Gottasicca, donatogli dall'imperatore Ottone I per aver cacciato i Saraceni; si deve ricordare che Gottasecca aveva subito invasioni da parte di Goti, Longobardi, Franchi e Ungari. Nel 1142 Gottasecca passò al marchesato di Ceva, lasciato in eredità da Bonifacio, e poi ai Del Carretto (1268) e ai Guasco (1487). Passato quindi ai marchesi del Monferrato, pervenne al ducato di Mantova nel 1548 che lo diede in feudo a d'Incisa Boarello. Gottasecca venne annessa ai territori dei Casa Savoia nel 1631 da Vittorio Amedeo I con il Trattato di Cherasco. E' importante ricordare che nel 1608 Gottasecca era ducato sotto la diocesi di Alba. Del passato medievale è rimasta la torre del castello, purtroppo in rovina (il castello era dei marchesi d'Incisa). Di Gottasecca troviamo menzione nei "diplomi ottoniani del secolo X e dei primi anni dell' XI" (Giovanni Conterno, riferendosi alle pievi del Bormida). I diplomi accennati sono di Ottone III e di Enrico I. Altro link suggerito: https://langhe.net/town/gottasecca-piemonte/

Fonte: http://www.gottasecca.eu/Home/Guida-al-paese?IDPagina=36088&IDCat=5642,

Foto: la prima è di Xavas su https://it.wikiloc.com/percorsi-escursionismo/gottasecca-prunetto-30658535/photo-19650859, la seconda è di Enrica Pellerino su https://www.fotocommunity.it/photo/castello-di-gottasecca-cn-enrica-pellerino/17384044

martedì 29 novembre 2022

Il castello di martedì 29 novembre



CONVERSANO (BA) - Castello di Marchione

Chiamato anche villa Marchione, si trova a circa sei chilometri da Conversano: era, soprattutto nel secolo XVIII, una palazzina di caccia e residenza estiva dei conti di Conversano, gli Acquaviva d'Aragona, realizzata ad opera dell'architetto Vincenzo Ruffo. Una volta questa distanza era occupata interamente da un esteso bosco in cui si potevano trovare querce, lecci e tantissime altre specie di alberi. Oggi esso non esiste più ed il castello si trova ubicato in una zona agricola. L'edificio, recintato e circondato da un verdeggiante giardino, è soprattutto una villa fortificata, nonostante la frequente denominazione di castello; ha un impianto rettangolare con quattro torri mozze angolari balaustrate ed è formato da un pianterreno, uno sopraelevato e uno superiore. Le loggette delle finestre, alle estremità del prospetto principale, comunicano con eleganti terrazzini circolari ricavati dalla copertura delle torrette. Lo scalone d'accesso a doppia rampa che conduce ad una armoniosa loggia con trifora, le menzionate balaustre e le due facciate simmetriche e tripartite caratterizzano la costruzione per la leggiadria e la signorilità della sua architettura. Il piano terra, medievale, si distingue per un ampio salone ornato da quadri, blasoni gentilizi e simboli venatori. Gli ambienti sovrastanti, tardo barocchi, sono arredati con mobili d'epoca, ceramiche artistiche, i ritratti ad olio del conte di Conversano Giangirolamo II (1600-1665, detto il Guercio delle Puglie) e della moglie Isabella Filomarino, con un prezioso soffitto ligneo in cui campeggia lo stemma e l'albero genealogico degli Acquaviva d'Aragona. Interessante la cappella con un dipinto barocco raffigurante la Vergine con il Bambino. Non si conosce il significato del nome attribuito al piccolo castello che individua anche la borgata. I feudatari di Conversano risiedevano stabilmente nel poderoso castello della cittadina, ma dimoravano stagionalmente nel palazzetto di Alberobello e a Marchione, per le battute di caccia, attorniato da una boscaglia di alberi di querce e macchia mediterranea, con una superficie di 1260 ettari. Gli abitanti del luogo parlavano di un presunto sotterraneo che congiungeva la villa al castello comitale, a volte utilizzato dal famigerato Guercio, ma pure dai suoi eredi. Nel 1730 il conte Giulio Antonio III (1691-1746), attratto dalla bellezza della zona, volle trasformare il casino di caccia in una residenza gentilizia e affidò l'incarico all'architetto Vincenzo Ruffo, allievo di Luigi Vanvitelli, autore della Reggia di Caserta. Dopo la devoluzione della contea al regno di Napoli, nel 1806, la villa andò incontro ad una triste situazione di decadimento culturale ed ambientale: il bosco fu tagliato per rendere il terreno coltivabile ed il complesso dato in affitto a famiglie di contadini, assai laboriose ma un po' incuranti del suo patrimonio artistico e storico. Intorno al 1920, la principessa Giulia Acquaviva d'Aragona (1887-1972) riprese il possesso di Marchione e avviò un'intensa operazione di intelligente restauro, proseguita dal figlio, autentico gentiluomo ed appassionato d'arte, Fabio Tomacelli Filomarino (1920-2003), ultimo discendente della casa Acquaviva d'Aragona, morto senza eredi. Al piano superiore i soffitti, originariamente in legno e dipinti, furono sostituiti nel secolo XIX con volte in muratura, eccezion fatta per il salone centrale, sul cui soffitto ligneo (originale) è raffigurato lo stemma inquartato della casa Acquaviva d’Aragona; questo mostra lo stemma Acquaviva (leone rampante) e lo stemma, a sua volta inquartato, d’Aragona (pali, ecc.); fra gli altri figura lo stemma Filomarino. Nello stesso salone si osservano sulla parete sinistra (per chi entra) due alberi genealogici dipinti su tela: il primo è della casa Acquaviva d’Aragona, il secondo della casa Enriquez (casa reale di Castiglia, di cui un ramo si è estinto nella casa Filomarino); sulla parete opposta vi è un quadro ad olio raffigurante Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, detto “il Guercio delle Puglie”. Sulle stesse pareti, più in basso, vi sono dei “Medaglioni” (dipinti ad olio su rame) che raffigurano i vari duchi d’Atri di casa Acquaviva. In un’altra stanza vi è il quadro raffigurante la contessa Isabella Filomarino, moglie di Giangirolamo II, che resse la contea durante le varie assenze del consorte, ed alla cui pia volontà si deve la costruzione della chiesa del Carmine a Conversano (1652). Fra le opere contenute nel castello degna di nota è anche la "Caritas romana" di Artemisia Gentileschi, pertinente all'eredità di Giangirolamo II e già conservata presso il Castello di Conversano (https://castelliere.blogspot.com/2019/06/il-castello-di-lunedi-10-giugno.html). Nel 1976 il castello di Marchione è stato dichiarato monumento nazionale. Il castello appare in diversi film fra i quali "Casanova '70" di Monicelli. Dal 1993 è una prestigiosa location per ricevimenti, meeting e congressi. Ecco il suo sito web: https://www.castellomarchione.it/. La leggenda vuole che un passaggio sotterraneo collegasse Marchione con il Castello di Conversano. Altri link di approfondimento: https://www.barinedita.it/reportage/n3511-un-, http://www.itc.cnr.it/ba/sc/CNV/CNV0001.html, https://www.youtube.com/watch?v=CrapIeyzZHQ (video di webtvconversano), https://www.youtube.com/watch?v=Tob1gkdaY3Y (video con drone di Luigi Ulisse Iovane)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Marchione, https://www.castellomarchione.it/storia.php, https://www.paesionline.it/italia/monumenti-ed-edifici-storici-conversano/castello-di-marchione, https://viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/3654/it/Castello-di-Marchione

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è di Michele Forte su https://www.pinterest.it/pin/689050811712907317/

lunedì 28 novembre 2022

Il castello di lunedì 28 novembre



CAVASSO NUOVO (PN) - Castello di Mizza e Palazat

Castello di Mizza

Le sue origini sono poco chiare, secondo Francesco di Manzano fu fatto fabbricare da Ludovico di Polcenigo, secondo Alfredo Lazzarini sembra che qui in origine ci fosse la sede di un’abbazia, difatti con il nome di Abbazia di Fanna agli inizi del XIII secolo questa rocca fu data dal vescovo di Belluno in feudo ai Polcenigo. Nel 1186 una bolla papale di Urbano III menzionava "castellare in plebe de Fana", dove per castellare si intendeva una fortificazione. Nonostante l’infeudazione partisse dal vescovo di Belluno, nel 1218 quando quest’ultimo necessitava del loro aiuto, i Polcenigo rifiutarono. Costui mosse contro i ribelli e li rimosse dai loro castelli, tuttavia già nel 1222 i Polcenigo si divisero in due rami: i Varnerio restarono a Fanna, mentre Aldrigo rimase nel castello eponimo. Nel 1386 Nicolò di Fanna potenziò le difese del castello poiché avendo maneggiato contro i di Maniago si attendeva una loro risposta. I signori di Polcenigo ebbero la giurisdizione del territorio addirittura fino al 1895, anno ultimo in cui i resti del castello ancora erano di loro proprietà. Questi resti consistono oggi nelle rovine di due torri site sul colle Jouf, sopra Fanna, sulla sommità d'un rialzo in cima ad uno strapiombo, insieme ad alcuni residui di muro di cinta e ad una cisterna. Il castello di Mizza, già segnalato nelle mappe del Seicento, poteva vantare una posizione di alta valenza strategica, in quanto controllava il percorso pedemontano congiungente la pianura sacilese con il fiume Tagliamento. Ecco un interessante video dedicato a questo castello: https://www.youtube.com/watch?v=CeEqqCzSg64&t=151s (di Ecomuseo Lis Aganis). Altro link suggerito: https://nicelocal.it/friuli-venezia-giulia/shops/castel_mizza/ (foto)
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Palazat

Realizzato tra il 1562 ed il 1594, il palazzo dei Conti Polcenigo-Fanna, detto Palazat, ha ospitato nelle sue stanze, lungo il corso dei secoli, una scuola elementare, una scuola di disegno, un ambulatorio medico e persino una latteria. Gravemente danneggiato dal sisma del 1976, grazie all’intervento della Soprintendenza per i beni ambientali del Friuli Venezia Giulia si è giunti recentemente al recupero dell’edificio, di proprietà comunale, divenuto dal 2000 sede dell’amministrazione municipale e del Museo dell’Emigrazione, sezione della più ampia struttura museale Diogene Pensi, dedicata alla vita contadina, con sede a San Vito al Tagliamento. L’edificio, posto in Piazza Plebiscito, ha una struttura architettonica imponente, a metà strada tra palazzo e castello, con torrioni angolari e largo uso del bugnato a riquadrare portali e finestre. I recenti restauri hanno permesso il riutilizzo di alcune stanze, come il piccolo salone a pianoterra, ornato con fregi richiamanti temi mitologici, trofei, nature morte e una serie di affreschi mitologici del XVIII secolo.

Fonti: https://consorziocastelli.it/icastelli/pordenone/mizza, https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/cavasso-pn-castello-mizza/, http://www.pordenonewithlove.it/it/cosa-fare/centri-storici/palazat, https://www.itinerariesaporifvg.com/cavasso-nuovo.html

Foto: la prima (castello di Mizza) è presa da https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/cavasso-pn-castello-mizza/, la seconda (Palazat) è presa da https://www.itinerariesaporifvg.com/cavasso-nuovo.html

venerdì 25 novembre 2022

Il castello di venerdì 25 novembre

 



MONDRAGONE (CE) - Rocca Montis Dragonis

E' una rocca medievale costruita sul Monte Petrino e che si affaccia sulla città di Mondragone. Sulla sua sommità vi si recarono una parte dei superstiti della colonia di Sinuessa dove edificarono i primi insediamenti. All'inizio dell'XI secolo fecero la loro apparizione i Normanni che occuparono l'antico villaggio romano Petrinum e ampliarono la fortificazione della Rocca, che fu importante postazione militare sia sotto gli Svevi che con gli Angioini. In seguito subirà modifiche dagli Aragonesi. Il territorio passò nelle mani di vari signorotti locali, dai Marzano, Duchi di Sessa, ad Antonio Carafa di Stigliano, consigliere del Re Ferrante, e nel 1461 era stato elevato a Ducato. Alla morte di Nicola Gusman Carafa, Principe di Stigliano, il feudo fu messo in vendita ed acquistato, nel 1691, dal Marchese di Clarafuentes, Don Marcantonio Grillo, per la somma di circa 550.000 ducati. Il nipote di questi, Don Domenico Grillo, fu l'ultimo duca di Mondragone fino al 1806, anno in cui venne abolita la feudalità. La costruzione della rocca è avvenuta in epoche differenti poiché le torri, che ancora s'intravedono, hanno forme diverse: quadrate e circolari. Le più antiche notizie della Rocca Montis Dragonis sono più o meno certe, alcune ancora avvolte da dubbi e da misteri. La sua costruzione e tutta l’architettura risale sicuramente al periodo del Medioevo perché ha come caratteristica dell'epoca le cosiddette "bocche da fuoco" e i propugnacoli. La struttura dei cornicioni, delle volte e delle finestre, nonché i materiali usati, indicano, tuttavia, che l'ultima modifica strutturale della Rocca sia stata effettuata tra il 1400 e il 1500 (periodo aragonese, come si vedrà più avanti). Sulla sommità del Monte Petrino, si erge il maestoso palazzo: edificio di forma a "L", composto da due piani. Il secondo livello, attualmente, si intravede soltanto poiché oltre all'erosione di tempo e natura - anche con i bombardamenti delle guerre mondiali - ha subito ingenti danni strutturali. Lo stesso è circondato da piccole costruzioni che scendono verso nord e che sono nate dalle prime vere edificazioni (a sostituzione dei villaggi) fatte prima dai longobardi, ampliate dai normanni e completate dagli aragonesi. Al piano terra, poi, non vi sono vani di entrata, ma solo cinque bocche da fuoco larghe non più di 70 centimetri. Il piano superiore, per quel che resta, aveva cinque magnifiche finestre, larghe 1,80 e alte 3,10 con cimase a triangolo. Inoltre il palazzo era composto nel suo interno da cinque camere e tra queste un lungo e largo camerone. L’entrata, vista la difficoltà d'accesso nella parte frontale, doveva essere laterale o posteriore. Misteriosi, invece, sono gli indizi di ipotetici sotterranei. Alcuni affermano che essi conducano alla base del Monte e addirittura che vi fossero collegamenti con l'attuale Palazzo Ducale (https://castelliere.blogspot.com/2017/09/il-castello-di-venerdi-1-settembre.html). Ma tali testimonianze non risultano dimostrabili. Sulla cresta del monte, ad un centinaio di metri di distanza, nella parte occidentale, si erge una torre a forma rotonda, che si presume mettesse in comunicazione il castello con un passeggiatoio superiore dall'incredibile panorama. La zona abitata, invece, situata in prossimità del palazzo, era formata da una serie di strutture ad un solo livello ove si scorgono tuttora i fori per le travi delle soffitte, le quali furono agganciate in modo tale che il tetto fosse delle stesse dimensioni delle fondamenta. Vi sono, altresì, alcune cisterne, molte delle quali scoperte durante le campagne di scavo e che evidentemente avevano l'utilità di immagazzinare l'acqua piovana. Tra queste una vasca grandissima situata sulla sommità del monte, lunga e profonda circa 4 metri e larga 15, le cui pareti sono rivestite di un intonaco doppio e resistente. Gli scavi archeologici, finanziati dal Comune, dal 2003 al 2009 hanno permesso di ricreare le condizioni di vita di quel periodo e le strutture di quel complesso fortificato ubicato sul monte. L’insieme architettonico della Rocca costituisce un nucleo insediativo fortificato di notevole interesse e di particolare rilievo per le caratteristiche di occupazione del territorio. Le indagini svolte durante le campagne di scavo hanno permesso di dimostrare lo stato di conservazione di tutto l’insediamento che, pur presentandosi completamente abbandonato e con tutti i singoli edifici in stato di rudere, conserva ancora leggibile sul terreno la disposizione topografica dell’ultima fase di occupazione risalente al periodo tardo-medievale, non avendo subito rioccupazioni o rifacimenti successivi. Sono stati identificati tre insediamenti principali: un insieme di strutture realizzate sulla parte rocciosa che costituisce la piana sommitale del Monte Petrino, il quale comprende un edificio di grandi dimensioni, con forma ad “L”, una grande cisterna, alcune più piccole e altre strutture, costruite l'una attaccata all'altra su una prima cortina muraria. In particolar modo, nella parte sommitale, negli ultimi anni di scavi archeologici, è stata fatta una importante scoperta. È stata rinvenuta una fornace, a pianta circolare, probabilmente utilizzata per la produzione del vetro e ceramica, risalente al XII secolo e realizzata in pietre di calcare. Lo stato di conservazione è quasi integrale, rappresentando un unicum in Italia. Sul versante orientale ed in particolare sul crinale, si sviluppa un primo villaggio, racchiuso entro un'ulteriore cinta muraria, con due porte d’accesso ed un torrione pentagonale all’estremità occidentale. Il villaggio/borgo, che si sviluppa direttamente a ridosso del recinto fortificato superiore, verso ovest, è caratterizzato, altresì, dalla presenza di un piccolo edificio religioso, da alcuni edifici di grandi dimensioni con più ambienti e da un articolato sistema di approvvigionamento delle acque piovane che si può notare attraverso una serie di piccole cisterne comunicanti tra loro. La piccola chiesa scoperta è caratterizzata da un'unica navata, monoabsidata e, in epoca successiva, fu utilizzata come area cimiteriale. Difatti la pavimentazione è stata asportata in vaste porzioni per consentire la deposizione di sepolture. Sul versante sud dell’altura, ci si trova in un secondo villaggio caratterizzato da una serie di abitazioni a tre o quattro ambienti. Terza ed ultima cortina muraria racchiude ad est ed a ovest l’intero complesso con due tratti rettilinei disgiunti, orientati nord-sud. Ulteriori strutture difensive sono ubicate lungo il crinale che scende verso il mare: si tratta di un lungo antemurale di notevoli dimensioni, potenziato da due torrioni e conservato solo in fondazione, che doveva separare, con funzione di difesa, il versante nord dell’altura - unico sentiero di accesso all’insediamento fortificato - da quello sud, inaccessibile perché molto ripido e privo di vegetazione. Tra i numerosi edifici che compongono la Rocca (ad oggi ne sono stati identificati tredici) è stato portato alla luce, durante le campagne di scavo, un ambiente composto da varie stanze e dotato di ben due cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, ubicato alle spalle della chiesa. L’articolazione interna dell’edificio fa pensare a un uso del corpo di fabbrica diverso da quello semplicemente abitativo: molto probabilmente si trattava di un magazzino per la raccolta e la distribuzione di derrate, forse con il piano superiore adibito ad abitazione. L’abbandono del complesso, in base ai dati materiali e numismatici, avvenne alla fine del XV secolo d.C. Molti reperti rinvenuti a seguito delle campagne di scavi sono stati conservati all’interno del Museo Civico Archeologico di Mondragone. Da qualche anno, grazie all’impegno di alcune associazioni del territorio, il castello viene riccamente illuminato nei giorni della festa di San Michele Arcangelo. Altri link suggeriti: https://fondoambiente.it/luoghi/rocca-montis-dragonis?ldc, https://mondragonece.altervista.org/rocca-montis-dragonis-mondragone/, https://www.youtube.com/watch?v=37q3a_6HPjU (video con drone di Il Domitio), https://www.youtube.com/watch?v=HFKX1_Cuc6M (video di Gruppo BAD BOYS), https://m.facebook.com/watch/?v=6910772598965176&paipv=0&eav=AfYXt5M7a_xTj-1nNGqzJ6d7akDZNOSTdtRLfZ1xxW1N2qmmTH64bvIKJzWnXN4lNbU&_rdr (riprese aeree), https://www.youtube.com/watch?v=0tJCx1K7HsA (video di Pisano Music Eventi), https://www.youtube.com/watch?v=7b50ltWddfE (video di Valentina Gigli)

Fonti: https://www.comune.mondragone.ce.it/archivio2_aree-tematiche_0_83.html, https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_Montis_Dragonis, https://caserta.italiani.it/castello-di-mondragone/

Foto: entrambe prese da https://fondoambiente.it/luoghi/rocca-montis-dragonis?ldc

giovedì 24 novembre 2022

Il castello di giovedì 24 novembre



PERUGIA - Castello in frazione Sant'Egidio

Il Castello e la torre di Sant’Egidio furono edificati intorno al XV secolo. Si trattò di una fortificazione apportata ad una villa precedente che per la sua posizione il Comune di Perugia ritenne opportuno dotare di robuste mura. La fortificazione era importante infatti sia per essere posizionata su un vecchio asse viario che conduceva ad Assisi e costituiva al tempo un punto importante per le comunità del contado perugino e una sosta intermedia per i flussi di pellegrini diretti verso i santuari di Assisi e Loreto, sia per la sua posizione intermedia strategica in rapporto all’acerrimo nemico di Perugia cioè Assisi. La sua funzione principale infatti fu quella di costituire una prima linea difensiva contro un eventuale attacco da parte degli Assisani, linea costituita da una serie di altri castelli quali: Civitella d’Arna e Ripa, per citarne alcuni, i quali dovevano reggere l’impatto primario di una eventuale invasione. Ciò si verificò puntualmente il 12 luglio 1416 quando il Capitano di ventura Braccio Fortebraccio da Montone nella piana di Sant’Egidio sconfisse le truppe perugine di Malatesta Baglioni spianando la strada per la conquista di Perugia di cui divenne signore. Carlo Malatesta predispose un piano di battaglia molto semplice: dispose il suo esercito oltre il Tevere, schierato in un vasto semicerchio fra Ponte Valleceppi e Ponte S.Giovanni nella pianura delimitata dal Tevere e dal Chiascio, con il centro un po’ arretrato rispetto alle ali. Le truppe avrebbero dovuto mantenere un atteggiamento prettamente difensivo sperando di spingere i Bracceschi a caricare impetuosamente. Una volta che si fosse verificato questo attacco, le ali sarebbero dovute scattate per circondare i nemici. Il Malatesta era tanto sicuro di sé che secondo alcune fonti preferì restare nei suoi accampamenti distanti diversi chilometri dal luogo dello scontro in attesa degli eventi invece di prendere posto fra le sue truppe.
Braccio, che conosceva meglio dell’avversario il terreno e gli effetti del caldo estivo nella piana del Tevere, fece predisporre molti punti di approvvigionamento alle spalle del suo esercito prevedendo che sarebbe stata una lunga giornata di combattimenti. Braccio, sfruttando l’iniziativa che gli era stata lasciata dalla strategia del nemico, adottò una tattica ben precisa, già utilizzata altre volte, ma che a Sant’Egidio raggiunge probabilmente il suo culmine: invece di fare degli attacchi in massa, mandò avanti le squadre di cavalleria ad impegnare di continuo gli statici avversari con attacchi in settori ben definiti dello schieramento, utilizzando queste squadre di cavalieri in maniera flessibile, pronte a ritirarsi per riformarsi e riposarsi mentre venivano sostituite da altre squadre fresche in modo da tenere il nemico sempre impegnato e incerto su dove egli avrebbe scatenato l’attacco successivo.
La battaglia, iniziata con l’attacco delle schiere di Malatesta Baglioni contro l’avanguardia nemica condotta da Angelo della Pergola, andò avanti per sette ore con l’esercito del Malatesta che aspettava il momento giusto per colpire secondo il piano originario oppure semplicemente incapace di contrattaccare la mobile cavalleria nemica. Gruppi sempre più numerosi di soldati, dopo tutte quelle ore in armatura sotto il sole torturati dal caldo e dalla sete, iniziarono a staccarsi autonomamente dai propri reparti per dissetarsi al Tevere e poi tornare nei ranghi, creando grande confusione.
Braccio attese fino a quando non reputò che l’esercito perugino fosse abbastanza disorganizzato, quindi ordinò una carica generale con la sua cavalleria, tagliando in tre pezzi lo schieramento nemico. Dopo ore di schermaglie la battaglia fu decisa in pochi minuti da questo attacco. La rotta dei malatestiani fu completa; Angelo della Pergola con 400 cavalieri riuscì a fuggire verso Foligno, ma il resto dell’esercito malatestiano fu catturato compreso lo stesso Carlo Malatesta, pare nella sua tenda seduto a tavola. La battaglia non fu particolarmente cruenta: tra i bracceschi rimasero uccisi 180 uomini d’arme, mentre i morti perugini furono più di 300 e almeno 3000 cavalli vennero catturati; i membri della famiglia perugina dei Michelotti fatti prigionieri furono più tardi fatti giustiziare in carcere, pratica inusuale nelle battaglie tra condottieri, ma tipica delle lotte di fazioni cittadine.
Perugia, dopo la battaglia di Sant’Egidio, si vide costretta ad offrire a Braccio la signoria della città.
La pace fu conclusa il 16 luglio 1416 nel convento degli olivetani di Montemorcino. Un altro episodio bellico avvenne nel 1540 durante la cosiddetta “guerra del sale”, quando il borgo subì i saccheggi delle truppe di papa Paolo III Farnese. Il castello di Sant'Egidio era a forma rettangolare con dei bastioni circolari disposti sugli angoli, dei quali oggi ne restano due, oltre a due torri quadrate. L’interno è ben tenuto e sulla minuscola piazzetta interna, durante i lavori di restauro del 1998-99 è tornata alla luce una vecchia cisterna medievale proprio al centro della stessa. Il castello è confuso nelle case di nuova costruzione che lo hanno assorbito.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Sant%27Egidio_(Perugia), https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-santegidio-santegidio-pg/, https://turismo.comune.perugia.it/poi/santegidio

Foto: la prima è presa da http://www.emozioninumbria.com/santegidio-quiete-e-storia-di-un-piccolo-borgo-perugia/, la seconda è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-santegidio-santegidio-pg/

mercoledì 23 novembre 2022

Il castello di mercoledì 23 novembre

 



DERVIO (LC) - Castelvedro

La struttura, a 392 m s.l.m. in località Mai, era affacciata sul lago. Sulla base della tipologia costruttiva, si ipotizza che la costruzione originaria risalga al V o VI secolo. Era probabilmente un punto di comunicazione sul Lago di Como, da e per le fortificazioni di Bellagio, Menaggio, Santa Maria Rezzonico e Gravedona, contro le scorrerie dei barbari; inoltre era punto strategico di difesa di una strada, oggi non più esistente, che saliva a Casargo in Valsassina. Sono oggi presenti tratti delle murature in pietra, in alcuni punti alte fino a 4 metri. Si stima che il castello coprisse un area di 1500 metri quadrati. Verso sud sono presenti i resti di una torre. Quando, in epoca tardomedievale, la strada che passava attraverso Castelvedro fu sostituita da un'altra che passava sul versante opposto della valle, il castello di Mai perdette la sua importanza e fu sostituito dal Castello di Orezia (https://castelliere.blogspot.com/2013/07/il-castello-di-venerdi-5-luglio.html), perciò fu chiamato Castel-vedro; infatti, la parola vedro deriva da vetero che significa vecchio. Altri link suggeriti: http://web.tiscali.it/dervio/qd/luoghi/visite/vedro.htm, https://pietro.pensa.it/Il_Castelvedro_di_Dervio, https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/RL560-00143/, https://www.researchgate.net/figure/Dervio-LC-Castelvedro-Strutture-superstiti-del-castellum-altomedievale_fig2_29851578

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castelvedro, https://www.comoeilsuolago.it/castelvedro.htm

Foto: la prima è presa da https://prolocolario.it/wp-content/uploads/2011/11/castelvedro.png, la seconda è di Pro Loco Dervio su https://it.wikipedia.org/wiki/Castelvedro#/media/File:Dervio_-_Castelvedro.jpg

martedì 22 novembre 2022

Il castello di martedì 22 novembre

 


MATTIE (TO) - Casaforte di Menolzio (o Castello o Casaforte di Mattie)

La sua costruzione si fa risalire al Trecento, ma l´insediamento di una prima struttura fortificata sul poggio pare da assegnarsi agli Aschieri, vassalli dei Savoia, che sarebbero giunti in valle al seguito dei primi signori sabaudi già nel XII secolo. L'edificio sorge su un rilievo nei pressi dell'attuale frazione Menolzio (anticamente Villa Menosii). Da questa altura rocciosa si ha una splendida visuale sia della Valle sia dei territori retrostanti. I proprietari, la famiglia Farguili, furono investiti di parte del territorio di Mattie dall'Abbazia di San Giusto di Susa. L'edificio fortificato più che a un vero e proprio castello è riconducibile ad una massiccia torre recintata. La sua proprietà passò nel 1291 alla casata dei Bartolomei, dietro il pagamento di 310 lire segusine, e nel secolo XIV a questi subentrò la famiglia Barrali, che a poca distanza costruì la “turris Barralium”, oggi conosciuta come Torre della Giustizia. Tale costruzione, edificata sulla destra del Rio Corrente (il rio che passa per la Borgata di Menolzio) in posizione panoramica e a poche centinaia di metri dal Castello, non risulta avere una grande storia; infatti nel 1641 era già in rovina e venne soprannominata Torre o Castellazzo. Oggi i suoi ruderi sono conosciuti come Torre della Giustizia, toponimo “romantico” e quindi non proveniente da tradizioni locali consolidate. Nel dialetto locale invece tale luogo è indicato giustamente come “regione del Chatlar” ovvero Castellazzo. Tornando a parlare del castello, esso nel 1779 passò in mano agli Agnes Des Geneyes di Fenils (che ne detennero la proprietà fino alla fine dell´Ottocento), poi agli Ainardi ed è oggi degli Antonielli d'Oulx. Da un documento del 1607 si apprende che il castello era già a quel tempo in condizioni di avanzata rovina; tuttavia, fino a non molti anni addietro, vi si notavano ancora resti di stemmi gentilizi dipinti, con alcuni simboli vescovili. La comunicazione diretta avveniva con i presidi di Meana e Traduerivi. Il torrione superstite, poggiato direttamente sulla roccia, ha la forma massiccia di un parallelepipedo costruito interamente in pietra di piccola pezzatura. Si possono ancora apprezzare tratti del coronamento di merli guelfi, alcune eleganti monofore solo in parte murate, ed una bertesca su mensole degradanti in pietra posta a difesa della zona di ingresso. L´interno presenta segni di avanzato degrado, mentre le murature esterne, grazie anche alla robustezza della struttura lapidea, non hanno segni di lesioni importanti. Attualmente la costruzione non è utilizzata ma esiste un programma di restauro e di ridestinazione a struttura ricettiva. Altri link proposti: https://www.lagendanews.com/la-casaforte-di-menolzio-di-mattie-un-gioiello-medievale-immerso-nel-verde/, https://www.fctp.it/location_item.php?id=3810 (immagini), https://www.youtube.com/watch?v=WPkVSNX-CPw (video di Drone Fly)

Fonti: https://www.comune.mattie.to.it/turismo-e-sport/cosa-visitare/, https://it.wikipedia.org/wiki/Casaforte_di_Menolzio,http://www.cittametropolitana.torino.it/cms/sit-cartografico/beni-culturali/beni/vsusamed/vsusamed-mattie1, http://archeocarta.org/mattie-to-castello-menolzio-ruderi-torre-giustizia/

Foto: la prima è di Franco Plantas su https://www.laboratorioaltevalli.it/storia-e-tradizione/casaforte-di-menolzio, la seconda è di Paolo Barosso su https://www.piemonteis.org/?p=5947