lunedì 7 aprile 2014

Il castello di lunedì 7 aprile






SPADAFORA (ME) - Castello Spadafora

Al centro della città sorge l'omonimo castello, la cui struttura si fa risalire alla seconda metà del sec. XV. In origine, secondo alcuni, fu solo una torre di avvistamento appartenente alla famiglia Spadafora, avamposto del castello di Venetico, posto in collina e dimora del feudatario. La fortificazione è chiamata anche Castello Samonà, in ricordo dei suoi ultimi proprietari, titolari anche dello stesso castello di Venetico, ridotto oramai a rudere. La leggenda vuole che un passaggio sotterraneo segreto mettesse in comunicazione le due fortificazioni, permettendo il passaggio di soldati e prigionieri. Carmelo e Caterina Samonà, a questo proposito, a seguito della distruzione del Castello di Venetico durante il terremoto del 1908, trasferirono quanto era rimasto intatto nel vicino castello di Spadafora, salvandolo da sciacalli e dalle intemperie. Probabilmente la torre fu ampliata o ricostruita intorno al '500 dall'architetto fiorentino Camillo Camilliani, divenendo quel castello di cui rimane oggi solo la parte centrale, che rappresenta il più importante patrimonio artistico-culturale di Spadafora. Fu commissionato a seguito del matrimonio tra Federico Spadafora Moncada ed Eleonora Colonna Ventimiglia. Dall’Archivio dei Principi di Spadafora, tra 1654 ed 1670 si riscontra che furono effettuati lavori di ristrutturazione del “Forte di Spadafora”, che molto probabilmente cambiarono i caratteri architettonici con “ l’inserimento di camere, porte e finestre, grate e balconi di ferro, rifacimenti di bastioni e pennata “. Una data, 1687, è graffita all'interno del portale d'ingresso, ed è presumibilmente riferita alla messa in opera della porta, ma potrebbe anche indicare la data di costruzione o di ristrutturazione del castello stesso , che, nel 1705, è descritto dall'ingegnere Giuseppe Formenti "[...]con quattro baluartillos pequenos [...]" ("quattro piccoli baluardi") e, quindi, nella conformazione che mantiene ancora oggi. Come riportano le notizie storiche, dal ‘ 700 il fortilizio fu trasformato in residenza nobiliare, forse da quello stesso Guttierez Spadafora le cui insegne araldiche, insieme al Branciforte, Moncada, Ruffo e Gatto, si associano nello stemma che sormonta il portale bugnato d'ingresso al castello, a testimoniare la supremazia di una famiglia dalle origini antichissime. Tutt’oggi è evidente che il castello ha avuto una destinazione d’uso più residenziale che difensiva, infatti fonti ufficiali annotano che  nel 1675 un gruppo di soldati francesi lo espugnarono in sole ventiquattrore. Tra il XVIII e XIX secolo l’edificio venne abbandonato ed ospitava occasionalmente reparti militari in transito tra Messina e Milazzo. Alla fine dell’ottocento e gli inizi del secolo scorso fu utilizzato come residenza privata dalla famiglia Samonà, discendenti della principessa Alessandra Spadafora Colonna. I quattro imponenti speroni angolari a forma trapezoidale sono contornati, nella parte superiore, da caratteristiche merlature, nei cui interspazi venivano piazzate le bocche dell'artiglieria. Nelle estremità angolari di ciascun sperone si ergono le casematte, a protezione dei soldati di guardia. Le feritoie sottostanti venivano usate come saetterie in occasioni di assalti al castello. Il fossato che lo circonda è ancora oggi contornato da un robusto muro di cinta. Notevoli ai lati del castello, ma completamente staccate, due deliziose fontanelle che sembrano far parte di un unico complesso architettonico. Dopo la perdita del castello da parte della famiglia Samonà, questo è stato per anni vittima dell'incuria delle amministrazioni che si sono succedute. L'edificio, infine, è stato recentemente restaurato a cura della Soprintendenza per i beni ambientali di Catania e successivamente dalla Soprintendenza di Messina, dopo l'acquisizione della Regione Siciliana. Con questi incauti restauri però, l'antico splendore che sicuramente offriva ai propri visitatori l'interno del castello, è andato perso. Attualmente è aperto al pubblico per le visite e per le manifestazioni culturali. Per ulteriori approfondimenti, Vi consiglio i seguenti link: http://www.prolocospadafora.it/articolocastello.php, http://www.youtube.com/watch?v=nppcludbfUg (video), http://www.bandw.it/gallery%20foto/Castelli/Castello%20di%20Spadafora/album/index.html (varie foto)
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.lacontradadegliulivi.it/castello-di-spadafora/, http://xoomer.virgilio.it/baronealbertocammarata/pagineweb/castello_di_spadafora.htm, http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/dirbenicult/database/page_musei/pagina_musei.asp?ID=144&IdSito=116
Foto: da http://www.tempostretto.it e da www.areadellostretto.it

domenica 6 aprile 2014

Il castello di domenica 6 aprile






SARACENA (CS) – Castello Baronale

Il Castello di Saracena non esiste: è stato demolito tra il 1931 e il 1971. La storia della demolizione si trova documentata nell'archivio della Sovrintendenza per i Beni Ambientali, Artistici e Storici per la Calabria. Abbiamo un'immagine del castello in stampa di G.B. Pacichelli contenuta nel "Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodici province", Napoli, 1703. Ci sono alcune fotografie dei primi decenni del secolo in cui appare già molto deteriorato e fatiscente. Un castello sul Garga di cui non si fa il nome, ma che corrisponde senza dubbio a Saracena, venne scelto come luogo di incontro tra Roberto il Guiscardo ed il nipote ribelle Abelardo circa nel 1073. Il Feudo di Saracena, valutato quarantamila ducati, appartenne ai Duchi di S. Marco e poi ai Principi di Bisignano. Alla fine del 1600 fu acquistato all’asta pubblica, per 45.000 ducati, dal duca Laurenzana Gaetani, il quale, intorno al 1613, lo cedette ai Signori Pescara di Diano. Dopo la morte del duca Pescara, avvenuta nel 1515, il Feudo di Saracena passò sotto il dominio dei Principi Spinelli di Scalea, cui rimase fino al 1806. Ma, il 14 agosto di quello stesso anno, per volere di Napoleone Bonaparte, fu emanata la legge eversiva della feudalità, con la quale questa veniva abolita. I suoi feudatari abitarono il maestoso castello fino al XIII secolo. Edificato nel punto migliore del paese, abbracciava con la sua imponenza un ampio scorcio paesaggistico: le rive marine da quelle di Cerchiara fino a Capo dell’Alice, le montagne della Sila, la Valle di Cosenza e tutti i paesi che vi stanno intorno. Questo castello vasto e maestoso, originariamente dimora di illustri personaggi, conteneva sale lussuosissime ricche di preziosi addobbi. Il maniero era munito di grandiose torri , con scale ben delineate. Aveva due ingressi che portavano in uno spzioso cortile contiguo ad una grandissima stalla, ad un magazzino di vettovaglie ed ai locali per il bucato, per la neve e per il gallinaio. Nel medesimo cortile vi erano locali per selleria, la biancheria, la legna, il magazzino per l'olio, canitne piccole e grandi con trentasei botti e mille e duecento barili. Vi erano sale e saloni, anticamere, corridoi, alcove e retrocamere, logge, balconi, gallerie ed un belvedere, cucine e dispense, palombiere, ancora camere e camerini, stanze e stanzoni. Infine poco distante dal palazzo, doveva trovarsi un bellissimo giardino caratterizzato da bei viali in una buona simmetria, completo di vasca con pesci. L’edificio in seguito fu soggetto a devastazione, le mura e le torri furono distrutte e per poco compenso ne furono vendute le pietre, i mattoni e le travi. Un certo Leone Rotondaro acquistò l’intero edificio che fu restaurato ed adibito ad abitazione. Un manoscritto rinvenuto all’interno dello stesso castello ci fornisce notizie dettagliate sulla storia di quest’ultimo. Il documento testimonia che il castello, di antichissima costruzione, era munito di torri e di molte uscite sotterranee ed era chiamato “Castello di Sestio” perché difendeva la città. Nel X secolo d.c. la città di Sestio, occupata dai Saraceni, fu presa dai Bizantini (inviata dall’Imperatore d’Oriente) che distrussero la città. Gli abitanti che riuscirono a sfuggire all’assalto si rifugiarono ai piedi del castello e intorno ad esso costruirono case; nacque così un piccolo paese chiamato “Saracina” in onore della donna saracina regnante sulla città, sfuggita miracolosamente all'eccidio avvolta in un lenzuolo. Questo paese fu fortificato, da mura e si fecero quattro porte con le torri, simili a quelle del castello per difendere il paese dagli assalti dei nemici. Anton Sanseverino alla fine dell’anno mille fece costruire il braccio che corrisponde all’attuale parrocchia di San Leone.

Foto: entrambe d’epoca, prese dal sito http://www.mondimedievali.net

sabato 5 aprile 2014

I castelli di sabato 5 aprile








ACCIANO (AQ) – Castelli di Beffi e Roccapreturo

Beffi si divideva in tre ville: Beffi, Succiano e S. Lorenzo. La condizione originaria di Beffi era quella di borgo fortificato in posizione strategica. Infatti, era parte integrante con la sua torre castellata di quello scacchiere difensivo che imbrigliava il territorio dell'Aquilano. La prima notizia storica è del 1185, quando era posseduto per la terza parte dal figlio di Rainaldo di Beffi e “lo teneva in servizio di Gentile signore di Raiano”. Nel 1257 Alessandro IV lo pose al Confine del Contado Aquilano. Nel 1294 re Carlo II lo confermò di Regio Demanio e del Distretto dell'Aquila. Nel 1360 lo troviamo menzionato tra i paesi della Diocesi Valvense. Propabilmente tra il Vescovo di l'Aquila e quello di Valva ci fu spesso attrito per il possesso di Beffi. La torre di Beffi rientra nella tipologia della torre castellata, realizzazione maggiormente accurata di torre cintata ossia di quella struttura piuttosto articolata in cui la Torre era meno esposta all'attacco ed il recinto diventava una vera trappola per l'assalitore. Ha una pianta poligonale irregolare, realizzata a vani sovrapposti con struttura muraria in piccoli conci di pietra irregolari ed ammorsature in grossi conci squadrati agli angoli. L'ingresso era a quota primo piano con scala retrattile. All'interno del recinto merlato ci sono, in una estrema varietà planimetrica, i locali abitativi edificati successivamente al XIII secolo. Ancora ben conservata la porta d'ingresso al recinto con arco a sesto acuto, sormontata dall'antico Stemma di Beffi: S. Michele sopra una Torre. Il borgo di Beffi con la sua torre, posto ad una altitudine di 640 metri e a strapiombo sul fiume Aterno, è ben visibile anche da lontano. Beffi comunicava a vista con la prospiciente torre cilindrica di Goriano Valli (che gli sta di fronte sulla sponda opposta del fiume). Probabilmente il recinto non aveva solo funzioni difensive, ma venne usato come abitazione stabile, ipotesi questa supportata dal rinvenimento di alcuni ambienti all'interno del recinto, usati forse dal feudatario e dal corpo di guardia. Alla fine del Settecento il castello si trovava già in parte in disuso. Ultimamente è stato restaurato. Oggi è un teatro con caratteristiche rievocazioni in costume.

La torre di Roccapreturo, sempre nel comune di Acciano, edificata tra il XIII e il XIV si eleva, invece, imponente su uno sperone roccioso. Nel 1185 Rocca de Preturo era feudo di Gualtieri, figlio di Gionata signore di Collepietro. Nel 1355 si determinarono i confini territoriali con Beffi dopo una lunga vertenza alla camera aquilana. Nel 1360 nel registro delle chiese valvensi viene menzionato Roccapreturo con cinque chiese: Santa Maria, Cappella di San Sabino di Beffi, San Nicolò, Santa Cecilia, Santa Croce e San Pietro. Nel 1448 l'ospedale di Roccapreturo concorse a formare l'ospedale Maggiore con tutti i suoi beni. Nel 1492 gli abitanti di Roccapreturo e Beffi riacquistarono la perduta concordia stabilendo per l'abbeveraggio degli animali un pozzo comune. tra il 1548 e il 1567 vi furono numerose vertenze per alcune terre che le università di Roccapreturo e Navelli si contendevano. Il feudo appartenente ai Pietropaoli nel 1591 fu venduto a Pace Masci che lo donò nel 1633 a Girolamo Cappelletti di Rieti. L'imponente torre a pianta pentagonale irregolare di Roccapreturo, alta circa 10 metri, faceva parte di un recinto fortificato a pianta triangolare, perfettamente adattato all'orografia del territorio e del quale oggi non si conservano molte tracce. La torre è posizionata sul vertice del triangolo posizionato più alto, mentre le atre due torri, non più esistenti, si trovavano ai due angoli della base, e tutte insieme formavano un triangolo difensivo. Il recinto fortificato era integrato in un sistema difensivo più ampio ed articolato, che presentava evidenti analogie con il castello-recinto di san Pio delle Camere (AQ) e di Bominaco (AQ).

Fonti: http://www.beffi.it/, http://madrasi.xoom.it/castelli/beffi.htm, http://www.regione.abruzzo.it, http://www.inabruzzo.it/beffi-aq-borgo-fortificato.html, http://www.visititaly.it/info/952152-castello-di-beffi-diroccato-acciano.aspx, http://it.wikipedia.org,

Foto: due di freddy007 su http://rete.comuni-italiani.it (Beffi e Roccapreturo), una da http://madrasi.xoom.it/castelli/beffi.htm (Beffi) e, infine, una da www.mondimedievali.net (Roccapreturo)

venerdì 4 aprile 2014

Il castello di venerdì 4 aprile






VILLAMASSARGIA (CI) - Castello di Gioiosa Guardia

Ubicato in cima al rilievo conico di Monte Exi, a circa 418 metri sul livello del mare e a 296 rispetto al paese di Villamassargia, venne probabilmente costruito per volere dei Della Gherardesca che divennero padroni del sud-ovest sardo dopo la spartizione del Giudicato di Cagliari avvenuta nel 1258, tuttavia secondo un'altra ipotesi la sua costruzione sarebbe databile al XII secolo, durante il regno di Guglielmo I Salusio IV. Il maniero, edificato sia a protezione del borgo di Villamassargia sia per il controllo delle zone minerarie site nelle vicinanze, sorge nel punto di confine fra il territorio di Ugolino della Gherardesca (curatoria del Cixerri) e quello di Gherardo della Gherardesca, conte di Donoratico (curatorie di Sulcis, Nora e Decimo). Venne occupato per un breve periodo, fra il 1290 e il 1295 circa, da Guelfo della Gherardesca, figlio del defunto conte Ugolino, che tentava di appropriarsi dei territori in mano ai Della Gherardesca gherardiani: Ranieri e Bonifazio. A seguito della guerre fra il Giudicato di Arborea e il Regno di Sardegna il castello assunse nuovamente una funzione militare; dai documenti si evince che venne conquistato e occupato temporaneamente da Brancaleone Doria, marito di Eleonora d'Arborea. In seguito passò al comune di Pisa e fu poi assediato dalle truppe catalano-aragonesi guidate dall’infante Alfonso d’Aragona. Il castello in seguito passò in mano a vari feudatari aragonesi. Nei quarant'anni compresi fra il 1391 ed il 1492 il castello di Gioiosaguardia, per fatti oggi sconosciuti, venne abbandonato e cadde in disuso, e quindi nel corso dei secoli successivi, è divenuto meta di "ricercatori di tesori", venendo così spogliato di tutto ciò che era asportabile ed utilizzabile altrove. I primi ruderi che si incontrano, sono quelli che costituivano gli ambienti del "corpo di guardia"; lo si deduce dal fatto che solo da quella parte le difficoltà di accesso sono minori. Alla sua base, osservata da Sud-Ovest, sotto il piano di campagna, si può vedere e rilevare la prima cisterna di raccolta dell'acqua piovana. Le pareti sono intonacate e la volta a botte, mostra la struttura di mattoni rossi; la torre, costruita sopra un roccione, ha il muro sul lato Est completamente smantellato; nella parte interna sono evidenti i segni di due piani in elevazione ed un terreno; al secondo piano è visibile una nicchia con arco gotico, probabile ripostiglio, a uso domestico. Superata la torre si giunge nella zona più distrutta della fortificazione, in cui il tracciato degli ambienti doveva costituire il pianoterra del castello. All'estremo perimetro di Nord-Est, l'imboccatura di una cavità sotterranea rivela la presenza di un vasto ambiente diviso nel senso trasversale da un muro di circa sessanta centimetri di spessore. Le sue pareti e la volta a botte, sono costruite in blocchi squadrati come quelli agli spigoli della torre, ed appartenenti ad un tipo di lavorazione totalmente diversa dal resto del complesso. La presenza di tubi di ceramica rossa, verniciata, indica la precisa funzione dei due ambienti: cisterne per la conservazione e raccolta dell'acqua. Per approfondire consiglio i seguenti link: http://www.icastelli.it/castle-1236092782-castello_di_gioiosa_guardia_a_villamassargia-it.php, http://www.ab-origine.it/articoli_dettaglio.asp?id=85. Inoltre sul web ci sono due video molto interessanti al riguardo:  (prima parte) http://www.youtube.com/watch?v=t2sF2jte1n4 e seconda parte (http://www.youtube.com/watch?v=HLRBbkefw_o)
Fonti: http://it.wikipedia.org, http://www.contusu.it/la-cisterna-del-castello-di-giosa-guardia-villamassargia/, http://www.archilink.it/index.php?option=com_content&task=view&id=114&Itemid=155&limit=1&limitstart=5
video: Foto: da www.mondimedievali.net e di ferme su http://rete.comuni-italiani.it

giovedì 3 aprile 2014

Il castello di giovedì 3 aprile






MONTESCAGLIOSO (MT) - Castello Normanno

Eretta dai Maccabeo sul finire del XI secolo a controllo di Porta Maggiore, la roccaforte è organizzata attorno ad un cortile al quale si accede da un portale affiancato dalla torre superstite delle due originarie. Nell'ala est si conserva la torre più alta, a pianta quadrangolare, resa irriconoscibile da moderni riadattamenti. Al castello è annessa la chiesa di Santa Caterina. Al piano terra si conservano cisterne, depositi, un giardino pensile, le stalle ed un portico, attualmente chiuso. Il castello è passato nelle mani delle famiglie che hanno avuto il governo della città: Roberto, nipote del Guiscardo, i Maccabeo, Goffredo di Lecce, Enrico di Navarra, fratello della regina Margherita, Ugo de Maccla, i Sanseverino, Bertoldo di Hoemburg, Manfredi (al quale era stato donato da Federico II), Pietro di Beaumont, Giovanni di Monfort, i Del Balzo, gli Orsini ed i Grillo-Cattaneo. Agli inizi del XVII secolo, acquisita con il feudo dai Grillo, la roccaforte venne trasformata in comodo palazzo. L’edificio fu restaurato e vennero affrescate le volte del piano superiore. Nel 1857 venne demolito il braccio che collega l'edificio a Porta Maggiore e la facciata sul Corso venne ricostruita in stile neomedievale, con merli e garitte. Tra il 1960 e il 1964 fu demolita l’ala meridionale, con una delle torri d’ingresso.

Fonti: http://www.montescaglioso.net/node/450, http://it.wikipedia.org

Foto: la prima è stata scattata anni fa dal sottoscritto, mentre la seconda è presa dal sito www.montescaglioso.net

Il castello di mercoledì 2 aprile






GRESSAN (AO) - Tour de la Plantà

Detta anche torre de la Plantaz, è un'antica torre di avvistamento che si trova su un piccolo promontorio situato nella piana tra il comune di Gressan e quello di Jovencan, in Valle d’Aosta, a cinque minuti a piedi dal castello di Tour de Villa. Mentre la sua funzione appare chiara - fu costruita allo scopo di sorvegliare la strada che attraversava la piana, verso la Dora - l'origine e l'epoca della sua edificazione sono incerte. Secondo Giuseppe Giacosa, che la chiama torre La Pianta, risalirebbe all'XI secolo, mentre Carlo Nigra ne colloca l'edificazione nel XII secolo ad opera della famiglia valdostana De Plantata, da cui prese il nome. Un'ipotesi recente di Guglielmo Lange, che non ha trovato conferme, vorrebbe le caratteristiche della torre de la Plantaz identiche di quelle delle torri romane della cinta muraria di Augusta Praetoria, l'odierna Aosta, per cui la torre di Gressan potrebbe essere una torre del I secolo a.C. Questa teoria attende di essere confermata da futuri scavi. Le fonti concordano sul fatto che fu abitata nel medioevo dai nobili De Plantata o De La Plantà, ma secondo fonti recenti essi vi si trovavano piuttosto tra il XIV e il XV secolo. In quest'epoca la torre subì una trasformazione d'uso, con l'aggiunta di corpi abitativi e di servizio, di una cinta muraria e di una cascina funzionale al maniero verso ovest di cui però non restano tracce. Maria, l'ultima discendente dei De Plantata, a metà del XVI secolo la lasciò in eredità ai Bardonanche. Questa nobile famiglia originaria del Delfinato si installò nella torre per circa un secolo. Ai Bardonanche succedette la nobile famiglia dei Vallaise, parte del Conseil des Commis, fedele ai Savoia e seconda per importanza solo alla potente famiglia degli Challant. A metà del XIX secolo venne acquistata da Gaspard-Antoine Girodo, curato di Jovençan. Nel 1886 fu rivenduta agli Impérial di Gressan, che ne sono tuttora i proprietari. La torre si presenta come una massiccia costruzione di pietra a base quadrata, di 10 metri e mezzo di lato per un'altezza di 14 metri e mezzo, che si sviluppa su tre piani, internamente crollati. Al corpo attuale si aggiungeva una torre centrale oggi non più visibile. La torre è senza finestre ma ha diverse feritoie sui lati est, ovest e sud: viste dall'interno dell'edificio, esse si presentano come strombate e composte di cunei di tufo con arco a mezzo sesto. Le mura presentano uno spessore di oltre 2 metri: 2,60 m alla base a sfinare verso l'alto fino a 2,15 metri; costruite a regola d'arte, sono ancora oggi a piombo. Sul lato nord, la torre mostra due porte sopraelevate dal suolo, una a 5 metri di altezza, al primo piano, l'altra a 8 metri, al secondo piano: la presenza di ben due porte sopraelevate, sicuramente contemporanee alla torre, è unica in tutta la Valle d'Aosta e originale in costruzioni di questo tipo. Entrambe le porte presentano in alto un timpano cieco composto di un arco in pietra a tutto sesto mentre sul muro alla loro base si aprono ancora i fori per le travi dei due ballatoi di legno coevi, oggi scomparsi, probabilmente collegati da una scala amovibile in legno. Dal ballatoio del secondo piano partiva probabilmente una seconda scala in legno esterna, ad arrivare al cammino di ronda, che non è giunto fino a noi. Verso la base della torre, si nota ancora una serie di fori a circa tre metri di altezza, probabilmente usati per i supporti d'appoggio di un tetto di cui non ci restano tracce. Resta da approfondire come si sviluppassero gli edifici e le mura di cinta aggiunti dai De Plantata per trasformare la torre in maniero medievale. Secondo Mauro Cortellazzo, che riprende il Lange, e lo studioso di castellologia valdostana Andrè Zanotto, la torre de la Plantaz presenta numerose analogie con la tour de l’Archet di Morgex e la torre di Ville di Arnad e altre torri valdostane: le mura di spessore notevole, la struttura massiccia e la tecnica costruttiva, ossia l'uso di due paramenti con opera centrale a sacco. La torre de la Plantaz è in rovina e non è visitabile per pericolo di crolli.
Fonti: http://www.comune.gressan.ao.it/territorio-e-cultura/caseforti-e-castelli/torre-de-la-planta, http://it.wikipedia.org, http://www.lovevda.it, http://www.suite1640.it/1/monumenti_1686589.html, http://www.byitaly.org/it/ValledAosta/Aosta/Gressan/Torre_de_La_Planta

Foto: da www.mondimedievali.net e di Patafisik su http://it.wikipedia.org 

martedì 1 aprile 2014

Il castello di martedì 1 aprile




POLLICA (SA) - Castello Principi Capano

L'edificio fu ereditato nel 1290 da Guido d'Alment, giunto in Italia al seguito di Carlo I° d'Angiò, e successivamente acquistato dai Capano che lo detennero fino all’estinzione del casato nel 1795; il feudo passò in seguito alla famiglia De Liguoro e rimase in loro possesso fino all’eversione della feudalità nel 1806. L'attuale sistemazione architettonica è frutto del restauro effettuato nel 1610 per volere di Vincenzo Capano, XV° principe di Pollica. Particolarmente pittoresca è la possente torre a pianta quadrata che si erge su tre piani, ciascuno con una monofora, e che domina il piccolo centro abitato. Suggestivi gli ambienti di servizio del Castello (l'"ugliaro", il frantoio, i posti di guardia e le stalle), intatti nella loro semplicità. Nel Castello Capano, secondo la tradizione, soggiornò varie volte S. Alfonso De' Liguori che raccolse a Pollica notizie sulle abitudini pagane del Cilento. Una camera del castello è conosciuta come "la stanza di S. Alfonso". Dal 1997 l'edificio è stato acquistato dal Comune, che lo ristrutturato, adibendo l'ala della torre a b&b, mentre attualmente in un'altra zona è in allestimento una scuola della cucina mediterranea. Sul web si trova questo interessante video: http://www.youtube.com/watch?v=IqBmCJE3Bt0

Fonti: http://www.comune.pollica.sa.it, www.blogcilento.it

Foto: da www.cilentonotizie.it e di giovanna colecchia su http://rete.comuni-italiani.it