mercoledì 9 febbraio 2022

Il castello di mercoledì 9 febbraio



PULFERO (UD) - Castello di Ahrensperg

Dal punto di vista storico, il castello di Ahrensperg (ubicato ad una quota di circa 205 metri s.l.m) riveste un interesse notevole in Friuli. In direzione nord, in contatto visivo con il fortilizio, vi è il castello di Antro, le cui vicende storiche sono in parte legate quello di Ahrensperg. Entrambi controllavano l’antica arteria stradale che da Forum Iulii saliva verso il Norico, e costituivano un vero e proprio sistema fortificatorio, posizionato sulla riva del fiume Natisone. I resti del castello di Ahrensperg sorgono nelle vicinanze di Biacis, in comune di Pulfero (UD), presso la chiesetta di San Giacomo Apostolo. Il fortilizio esisteva già nel 1251 ed era dislocato in posizione strategica a controllo della strada di collegamento tra Cividale e la regione transalpina del Norico (Austria), facendo parte del sistema di complessi fortificati bassomedievali lungo il fiume Natisone, insieme con i castelli di Antro, Urusbergo, Gronumbergo e Zuccola. Un documento del 1274 registra la conquista dal parte di Dittmaro di Grifenvelse del castello di Antro, e del “castrum novum apud Ahrensperg”. Nel 1306 il fortilizio fu assediato dal Conte Enrico II di Gorizia. L’episodio si inserisce nel contesto del conflitto tra il Conte di Gorizia ed il Patriarca di Aquileia Ottobono de’ Razzi. L'anno 1364 segnò la distruzione del castello, nell’ambito delle ostilità che contrapposero il Patriarca Lodovico della Torre al duca Rodolfo IV d’Asburgo. Nel 1365 il Parlamento della Patria del Friuli del 3 aprile decretò che i castelli distrutti non dovessero più essere ricostruiti. Sappiamo, tuttavia, che l'area continuò a essere frequentata ancora nei secoli successivi, anche per via della presenza della chiesetta, risalente al 1511 e dedicata originariamente ai Santi Giacomo e Anna. Dalla demolizione del XIV secolo fu risparmiata la torre quadrangolare, munita di feritoie e che originariamente doveva essere alta 14 m. Restaurata nel 1927, costituiva l’unica struttura chiaramente visibile del fortilizio medievale fino a tempi recenti. A partire dal 2003 si sono succedute diverse campagne di scavo da parte dell'Università di Udine, nel corso delle quali sono tornati alla luce tratti di mura, la base di una torre circolare, alcuni ambienti e ulteriori strutture del complesso castellano; numerosi, poi, sono i reperti mobili emersi dagli scavi, ora conservati presso il Museo archeologico medievale di Attimis. Le indagini hanno costituito anche la premessa per il restauro e la valorizzazione dei resti del castello e della chiesa, quest'ultima tuttora in uso. Nel 2007 sono iniziate le prime operazioni di consolidamento delle strutture emergenti attraverso la ricomposizione dei volumi architettonici. Link suggeriti per approfodimento: https://consorziocastelli.it/icastelli/udine/Ahrensperg, https://www.facebook.com/watch/?v=2517526491695901 (video di Alessandro Biasatti), https://www.cividale.com/it/il_castello_di_ahrensperg,https://www.youtube.com/watch?v=cbA3Jd7vZmA (video di Adriano Dini).

Fonti: http://www.ipac.regione.fvg.it/aspx/ViewPercTemRicAppr.aspx?idAmb=122&idsttem=10&idTem=171, https://www.infriuliveneziagiulia.com/it/articles/Castello_di_Ahrensperg_Comune_di_PodbonsecPulfero, https://www.icastelli.it/it/friuli-venezia-giulia/udine/pulfero/castello-di-ahrensperg

Foto: la prima è presa da https://consorziocastelli.it/icastelli/udine/Ahrensperg, la seconda è presa da https://www.booking.com/hotel/it/castello-di-ahrensperg.it.html

martedì 8 febbraio 2022

Il castello di martedì 8 febbraio

                                                



VENEZIA - Torre di Tessera e Torre di Dese

La Torre di Tessera fu costruita tra il IX e il X secolo dai veneziani dove si trova l’attuale Via Triestina. Qui, anticamente si incontravano le strade romane Romea e Pompilia-Annia (detta Altinate Orlanda).
Il punto era strategico per una torre di avvistamento. Immersa nella Selva Fetontea, che il poeta Marziale descrive come un’ininterrotta foresta ad alto fusto, estesa da Aquileia a Ravenna e costituita da querce, carpini e frassini, oltre che pioppi e salici vicino ai corsi d’acqua, la torre - il cui basamento è in conci di trachite - fu realizzata con le “altinelle”, materiali di riuso e laterizi provenienti dalla vicina Altino, da poco distrutta. Alta 24 metri, per una circonferenza alla base di 14 metri, che si restringe gradualmente fino alla sommità, dove la cella campanaria è aperta in bifore, offre un ampio panorama che spazia dalle aree lagunari verso Torcello, a quelle di gronda e di pianura. La sua pianta circolare testimonia l’influenza architettonica romanico-bizantina, assieme al campanile di Caorle e alle torri di Pomposa. All'interno della cella campanaria si trovano due piccole campane bronzee (https://www.youtube.com/watch?v=3cRVJyF_JJw video di Campanaro Veneto) una delle quali reca incisa la data di fusione: 1509; una iscrizione posta sulla facciata della chiesa datata 1507 ricorda il munifico abate Trevisan che fece risorgere chiesa e monastero dalla rovina con l'aiuto dei frati di San Cipriano di Murano. Perché la Serenissima ha pensato di costruire una torre a Tessera? La ragione è legata al suo dominio sullo “Stato da Tera” testimoniato anche dal Leone alato di San Marco, che dal XV sec. cominciò a poggiare con le zampe anteriori sulla terraferma. Il simbolo di un dominio che, dal XIV secolo, la Serenissima aveva iniziato a consolidare. Fino ad allora però, l’intera gronda lagunare era stata per secoli oggetto di contesa fra la Marca trevigiana, i domini patavini e il Dogado veneziano. In una breve parentesi, persino i veronesi di Ezzelino III mirarono ad impadronirsi di questi territori. L’area mestrina specialmente, più prossima al centro insulare di Rivo Alto, aveva una rilevanza politica e commerciale vitale ed imprescindibile per lo sviluppo di Venezia, per la quale costituiva l’accesso al continente. Per questa ragione, i dogi iniziarono molto presto a costituire una prima linea di difesa che comprendeva talvolta delle torri.


Nella parte meridionale dell'abitato di Dese, in via Cimitero Dese, vi è una torre medievale (la cosiddetta torre di Dese): alta ca. 20 metri, ha una base a pianta quadrata realizzata in pietra, mentre il corpo centrale è costruito in cotto. Il profilo è distinguibile anche da lontano grazie alla caratteristica merlatura posta a coronamento della cella campanaria. La torre fu eretta probabilmente intorno al XII secolo; essa faceva verosimilmente parte di un sistema di presidi dei territori di pianura, che svolgevano contemporaneamente il compito di osservazione, difesa e comunicazione. Data la vicinanza alle sponde del Dese invece, altri storici ne individuano il ruolo di presidio del traffico fluviale da e per Venezia. A pochi km di distanza ve n'è un'altra simile (torre di Tessera). Come per la Torre di Tessera e per alcune altre, anche per la Torre di Dese si può attribuire l’integrità con cui è giunta a noi alla sua annessione, in tempi successivi, alla pieve del proprio territorio. La “pieve” (dal latino “plebs”, popolo) è il termine con cui erano indicate in epoca medievale le circoscrizioni ecclesiastiche minori, principalmente nell’Italia settentrionale. Alla pieve faceva capo una chiesa principale (la chiesa pievana, dotata di battistero) da cui dipendevano altre strutture parrocchiali e monastiche all’interno della circoscrizione. Ecco quindi che la Torre di Dese, risalente al IX-X sec. circa, deve la sua conservazione all’adiacente chiesa pievana di S. Maria della Natività (eretta nel XII sec.) e all’omonima pieve che le si sviluppò attorno. Accanto alla Torre di Tessera invece, fu istituita una chiesa in devozione di S. Antonio, la cui pieve venne poi riconsacrata nel 1139 al nome di S. Elena, con attiguo monastero benedettino. Le torri dunque, con la costruzione delle adiacenti chiese, sono state convertite in campanili, la cui attività di manutenzione e conservazione era svolta con cura da dette istituzioni ecclesiastiche.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Dese_(Venezia), https://www.metropolitano.it/torri-venezia-dominio/, https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Tessera

Foto: la prima (torre di Tessera) è di pgava su https://it.wikipedia.org/wiki/Torre_di_Tessera#/media/File:Torre_antica_di_Tessera.jpg, la seconda (Torre di Dese) è di Michele Lazzarini su https://mapio.net/images-p/52629869.jpg

lunedì 7 febbraio 2022

Il castello di lunedì 7 febbraio

                                       




OLEVANO SUL TUSCIANO (SA) - Castello longobardo (o Castrum Olibani)


La costruzione sorse sulla sommità dell’attuale omonimo monte Castello (m. 636 s.l.m.) incastrato tra due colossali massi rocciosi in direzioni nord- ovest-sud-est e difeso da anfratti e dirupi inaccessibili ai rimanenti due lati. Le torrette avanzate lungo le mura di cinta furono ottimi osservatori su tutta la pianura sottostante. Attualmente sono visibili la costruzione centrale e la doppia cinta di mura con le torrette avanzate. L’unica porta di entrata era situata ai piedi di un enorme masso roccioso, ancora ora esistente esattamente all’inizio della borgata che dalla antica porta del castello conserva il nome di “La Porta”. La costruzione di una catena di fortificazioni (Castrum, castello, roccaforte, modellati sull’esempio di quelle romane) si rese necessaria sin dall’inizio del sec. IV e V in tutto il vasto territorio circostante la città di Salerno, per provvedere alla difesa della medesima. Il Castrum Olibani quindi era il naturale e necessario collegamento con quelli costruiti più al sud e cioè il Castelluccio di Battipaglia e quelli di Eboli, Capaccio, Agropoli ed altri. Assolse bene la sua funzione per l’evidente privilegiata posizione geografica. I Saraceni e altri popoli invasori, per lo più provenienti dal mare o dalle Calabrie, non riuscirono mai ad occupare Salerno e comunque giunsero fino ad Agropoli. Da considerare che l’attuale piana del Sele o di Salerno allora era impraticabile per le paludi e gli acquitrini, che scoraggiavano chiunque ad avventurarvisi, per i gravi pericoli e le insidie mortali per l’uomo. Il periodo più burrascoso e confuso fu certamente quello relativo alle incursioni della pirateria e alle invasioni barbariche. Un periodo di maggiore tranquillità e stabilità si determinò dopo il rafforzamento del principato longobardo di Salerno e la successiva dominazione normanna, con l’arrivo a Salerno di Roberto Guiscardo. Sin dall’epoca del predominio longobardo il castello di Olevano fu affidato alle responsabilità della Chiesa di Salerno, che naturalmente doveva provvedere a tutte le spese del mantenimento di questa fortezza. Ma in corrispondenza dei sopradetti periodi di stabilità politica e benessere economico la Chiesa medesima riduceva le spese per l’occorrente del castello di Olevano.È interessante conoscere che la guarnigione era costituita da ventisette soldati, un castellano, ed un cappellano in tempo di pace. Una sola donna provvedeva alla conservazione delle derrate alimentari ed alla cucina. In occasioni di immediati pericoli, conflitti esterne o stati d’allarme di varie origine il numero dei soldati saliva a quaranta, restante invariato il rimanente personale. La costruzione comunque era tanto grande ed ampia da poter ospitare tutti gli abitanti delle sottostanti borgate in casi di gravi e imminenti pericoli per le popolazioni minacciate dai nemici. In tal caso le provviste aumentavano nella misura giusta per tutti ed anche i cittadini contribuivano alla difesa del castello con compiti ben precisi ed a turni con perfetto ordine e regolarità. Il castello e tutta la popolazione delle borgate della Valle del Tusciano, nonché le altre località vicine, furono teatro di aspre contese durante la guerra del Vespro, scoppiata nell'anno 1282 che si concluse con la pace di Caltabellotta nell’anno 1302 tra Aragonesi ed Angioini. Degna di ricordo e l’occupazione del castello di Olevano per mano di Federico II di Svevia, per conflitti e discordie sorti tra il Papato è l’Imperatore. L’Imperatore infatti occupò i castelli di Olevano e di Battipaglia e li lasciò soltanto alla sua morte nel testamento. All’interno della “Castra exempta”, un elenco dei castelli demaniali del Regno di Sicilia che l'imperatore Federico II, con Decreto Imperiale del 5 ottobre 1239 emanato a Milano, alla voce di Giustizierato di “Terre Laboris, comitatus Molisii, Principatus et Terre Beneventane” vi è citato anche “Olibanum”. In quel periodo il castello fu amministrato da un giustiziere di nomina dell’Imperatore Federico II. I Giustizieri che si susseguirono nel governo del Castello di Olevano furono:
- Pietro de Dardania
- Errico de Palo
- Rodoerico de Rutunda –venuto nel 1240
- Hermann von Salza
- Menagoldo, di origine tedesca.
All’interno del Castrum ebbe la sua residenza Hermann von Salza (italianizzato come Ermanno di Salza), braccio destro di Federico II, che in effetti morì proprio nella provincia di Salerno nel 1239. Il cavaliere è considerato il fondatore dello Stato Prussiano. Secondo le leggi in merito promulgate dall’Imperatore svevo, i castellani non potevano allontanarsi dai loro castelli di residenza. Risulta ragionevole quindi supporre che Ermanno di Salza fu sempre nel suo castello di Olevano e se ne allontanò solo per curarsi nella vicina Salerno, sede della Prestigiosa Scuola Medica Salernitana. La fabbrica difensiva è incastonata tra due torrioni di roccia naturali in una località della frazione di Felitto, in un luogo impervio che domina l'intera vallata sottostante. La fortezza era contornata da una triplice cinta muraria di cui la prima ancora individuabile da alcuni frammenti inglobati nell'attuale urbanizzazione; la seconda, a mezza costa, presenta ancora intatte le torri di guardia e l'ingresso al Castrum; la terza con due torri quadrangolari era posta a custodia del nucleo centrale edificato a massima altezza. Nelle fabbriche è visibile il riutilizzo di frammenti fittili e precedenti costruzioni. Sono ancora bene evidenti i vari ambienti nei quali si svolgevano le attività quotidiane degli abitanti: tre cisterne per la raccolta delle acque piovane, saloni, area dei servizi, sale, archi sospesi ed altro. Tra la seconda e terza cinta muraria si individua ancora il vasto insediamento abitativo posizionato su una vasta superficie prevalentemente pianeggiante. In questa zona i ruderi di una chiesa cristiana delineano la piccola navata e l'abside. Altri link proposti: http://www.la-morella.it/castrum-olibani-castello-longobardo-olevano/, https://www.youtube.com/watch?v=jPoAmH6MbKE (video con drone di Salvatore Renda), https://www.youtube.com/watch?v=41t1Pv8qZaQ (video di Radio Flash Salerno),https://www.youtube.com/watch?v=rfL_G2gS9r8 (video con drone di vinxdj)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Olevano_sul_Tusciano#Architetture_militari, https://www.icastelli.it/it/campania/salerno/olevano-sul-tusciano/castello-di-olevano-sul-tusciano, http://www.olevanosultuscianoarte.it/2017/01/15/castello-longobardo/

Foto: la prima è presa da https://michelenigro.wordpress.com/2010/05/11/castrum-olibani-poesia-olevano-tusciano/, la seconda è presa da http://www.olevanoproloco.it/olevano.html. Infine, la terza è presa da https://www.icastelli.it/it/campania/salerno/olevano-sul-tusciano/castello-di-olevano-sul-tusciano

giovedì 3 febbraio 2022

Il castello di venerdì 4 febbraio



CASSOLNOVO (PV) - Castello di Villanova

Nel 1164 l'imperatore Federico I pose il nucleo abitato di Cassolo sotto la giurisdizione di Pavia. Nel 1360 circa, frattanto, era sorto il nuovo centro di Cassolo Nuovo, cosicché Cassolo cominciò a essere chiamato Cassolvecchio. Entrambi i centri fecero parte del Marchesato di Vigevano, assegnato a Gian Giacomo Trivulzio nel 1499, e passato nel 1515 al cardinale Matteo Schiner, i cui nipoti li vendettero ai Gadio da cui furono ceduti nel 1572 alla camera ducale. In tal modo i due centri, come Vigevano d'altra parte, non vennero più infeudati per lungo tempo. Nel 1522 il barone di Peschici si insediò presso il castello di Villanova e di li a poco nel 1532 riuscì a unificare il territorio di Cassolnovo, Cassolvecchio e Villanova, che nel frattempo era stato incluso nella provincia del Contado di Novara, entrò a far parte della nuova provincia del Contado di Vigevano, o Vigevanasco. Nel 1743 esso fu unito ai domini di Casa Savoia, cui già dal 1707 apparteneva la Lomellina. Poco prima della fine del feudalesimo Cassolnovo con Cassolvecchio e Villanova fu infeudato come Contea ai Gonzaga del ramo di Vescovato. Il castello di Villanova, al centro di un complesso rurale isolato nella campagna, risale al periodo visconteo-sforzesco. La struttura è a impianto quadrato con corte centrale, con quattro basse torri angolari e torre d'ingresso, o rivellino, con ponte levatoio al centro del fronte principale. Nel corso degli anni la corte di Villanova andò in decadenza fino a quando, Gian Galeazzo Maria Sforza e Lodovico il Moro (una tradizione orale riferisce che egli sia nato in questo edificio), tra il 1400 e il 1500, lo acquistarono e lo riadattarono a tenuta di caccia che fungeva anche da centro direzionale dell'agricoltura della zona. Nel 1470 Galeazzo, approfittando delle condizioni del terreno paludoso, tentò il primo esperimento della semina e della raccolta del riso. Successivamente, Ludovico si preoccupò di sistemare la rete di canali per l'irrigazione di tutto il territorio circostante. Dopo la fine del Ducato, Villanova mantenne la sua destinazione agricola e divenne proprietà, tra gli altri, dei Gonzaga, che risistemarono il castello e fecero ricostruire la chiesa aggiungendo una cappella dedicata a san Luigi Gonzaga (1667). Mentre le torri e i corpi di fabbricati sono privi di merli, forse asportati nella sistemazione attuata dai Gonzaga, la torre d'ingresso conserva ancora le merlature e tracce del ponte levatoio. Anche su una delle quattro torri angolari si conservano resti di ponticella levatoia. Le facciate dell’edificio presentano due ordini regolari di aperture ad arco ribassato, ma la caratteristica di maggior interesse del palazzo risiede nella decorazione a intonaco che riveste le pareti esterne: un motivo geometrico a losanghe verticali bianche e rosse (tipiche del periodo Visconteo-Sforzesco) interrotto solo da una sorta di nastro dipinto all’altezza del davanzale delle finestre del primo piano. Davanti all'ingresso sono collocati due grossi busti marmorei di epoca imperiale romana, rovinati dal tempo. È invece priva di elementi decorativi la corte interna, percorsa per tre lati da due ordini di ballatoi in legno, mentre il quarto, corrispondente alla controfacciata, presenta una balconata unica. Al centro del cortile è stata conservata la pompa con la quale si faceva arrivare l'acqua ai residenti e, a destra dell'ingresso, viene ancora indicata la stanza in cui più volte soggiornò san Luigi Gonzaga. La tranquilla vita rurale del borgo fu turbata, per qualche tempo, da fatti che, intorno agli anni Venti o Trenta del secolo scorso, accaddero nel castello "fatti strani". Durante la notte, un gruppo di mondine che abitava l'ultimo piano dell'edificio - da secoli adibito all'uso rurale - avvertì strani fruscii provenire dal sottotetto, ricavato quasi cinque secoli prima dalla copertura della merlatura con un tetto a capriate.
Tutti pensarono ai topi, che frequentavano numerosi l'antico maniero; benché i rumori si verificassero soltanto in piena notte e proseguissero per diverse ore, la convivenza sembrava sopportabile. Ai fruscii si aggiunsero però ben presto altri rumori: passi pesanti, gemiti, cigolii di catene, tintinnii metallici . L'ipotesi dei topi venne così accantonata, in favore della più verosimile presenza di spiriti inquieti, forse i fantasmi di antichi carcerieri e dei loro prigionieri, tornati a frequentare le mura che li avevano visti protagonisti didrammatiche vicende. Gli strani rumori si ripresentavano con cronometrica puntualità. Ogni sera, a mezzanotte, lo spettacolo era annunciato da fruscii e scalpiccii leggeri seguiti da passi pesanti e respiri affannosi. La paura ormai si era prepotentemente impadronita delle ospiti e degli altri inquilini del castello, ma i responsabili dell'azienda agricola ritennero opportuno, invece di indagare, fingere di ignorare tutta la storia e consigliare alle occasionali inquiline dell'ultimo piano di cercare di dormire e di non correre dietro a strane fantasie. Gli abitanti più vecchi del borgo, nel frattempo, avevano creduto di ricordare che simili "fatti strani" si erano più volte ripetuti, negli ultimi secoli. Sembrava dunque che i veri inquilini stabili del castello fossero gli spiriti, la cui presenza si manifestava con regolarità ciclica, forse ogni cento anni. La fine della stagione della monda, salutata da un violento temporale che infuriò per un paio di giorni e un paio di notti, fu accolta con sollievo da mondine e braccianti, che poterono lasciare il castello indisturbati, dimenticando spiriti e fantasmi che, dal canto loro, uscirono a loro volta di scena. Non risulta che, per il resto del secolo, se ne sia più avvertita la presenza. Non è improbabile che nei prossimi decenni, alla scadenza del centinaio di anni che sembrano essere il lasso di tempo scelto dagli esseri soprannaturali per le loro apparizioni, essi si ripresentino, puntuali, all'appuntamento nel castello di Villanova di Cassolnovo. Link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=MWWPunkWrOg (video di Leonardo Simone)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Cassolnovo, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Villanova_(Cassolnovo), https://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00139/, https://www.halleyweb.com/c018035/zf/index.php/servizi-aggiuntivi/index/index/idtesto/20023, https://fondoambiente.it/luoghi/castello-villanova?ldc, https://www.vigevano24.it/2018/10/19/leggi-notizia/argomenti/cronache-del-passato/articolo/villanova-di-cassolnovo-i-fantasmi.html

Foto: la prima è di Solaxart 2012 su https://www.preboggion.it/CastelloIT_di_Cassolnovo-Villanova.htm, la seconda è presa da http://www.paviaedintorni.it/temi/arteearchitettura_file/ARTE%20E%20ARCHITETTURA_CASTELLI_LOMELLINA_file/LOMELLINA%20NORD_EST/CASTELLI%20LOMELLINA%20NE_VILLANOVA%20DI%20CASSOLNOVO.htm

Il castello di giovedì 3 febbraio

                                                 

GUALDO TADINO (PG) - Castello in frazione Poggio Sant'Ercolano

I Perugini che si contendevano il Castello di Compresseto con Gualdo, una volta che stabilirono definitivamente il possesso, con un atto di sottomissione sottoscritto dai rappresentanti del castello, per intensificare la propria potestà, decisero di rendere il fortilizio ancor più difeso affiancando ad esso un altro castello in posizione più soprelevata. Approfittando della Sede papale vacante, nell’anno 1287 gli stessi costruirono un grande e ben munito castello a dispetto dei divieti papali e lo chiamarono Poggio Sant’Ercolano in onore del Patrono della città di Perugia e per abitarlo furono chiamate le genti delle località limitrofe. Questo gesto scatenò le ire del Duca di Spoleto che si rivolse alla Santa Sede, la quale inviò una lettera di protesta intimando a Perugia l’immediata sospensione dei lavori e rivendicando il possesso delle terre. Perugia non prese nemmeno in considerazione l’avviso tanto che nel 1289 il castello di Poggio Sant’Ercolano era terminato e il nuovo papa appena asceso al soglio pontificio con Breve del 15 marzo dello stesso anno minacciò la scomunica e la confisca dei beni a tutti coloro che vi avessero preso dimora. I messi papali, Ventura rettore della chiesa di San Pietro di Fossato e Junito rettore della chiesa di Gaifana che si recarono al castello per la lettura del Bando, non solo trovarono le porte chiuse, ma furono malmenati, presi prigionieri e portati a Perugia. Per la sua posizione strategica il Castello fu inserito nell’itinerario dei mercanti marchigiani diretti a Siena e Firenze i quali, partendo da Camerino, transitavano per Matelica, Fabriano, Fossato di Vico, poi salivano a Poggio S. Ercolano e da qui, attraverso Civitella d’Arno, arrivavano a Perugia, Chiusi, S. Quirico d’Orcia. Nel 1296 subì una violentissima aggressione da parte dei Conti di Nocera e di Gubbio tanto che furono devastate le case e abbattute le torri e le mura che lo difendevano. Furono riempiti i fossati e distrutte le “carbonaie“, fosse a ridosso delle mura in cui venivano posti carbone o altri materiali infiammabili che, se incendiati, costituivano un freno all’avanzata del nemico. Secondo alcuni storici le “carbonaie” potevano anche essere delle strutture per la produzione di carbone, attività a cui erano dediti gli abitanti del Castello.
I rapporti tra Perugia e il Duca di Spoleto si inasprirono ancor di più nel 1309 quando fu deciso di ampliare il castello, la Santa Sede minacciò una sanzione di 1000 Marche d’argento a tutti coloro che non avessero abbandonato il castello entro 8 giorni, ma la popolazione di risposta vi si stabili definitivamente. Il sistema di torri e castelli in quell’area era molto solido e costituiva un vero e proprio apparato di avvistamento, infatti data la loro disposizione potevano passarsi l’informazione da trasmettere a Perugia in breve tempo attraverso segnali visivi come specchi, bandiere, torce, oppure con piccioni viaggiatori. Nel 1343 Poggio Sant’Ercolano fu addirittura sede di una residenza notarile.
Intanto la permanenza dei Papi ad Avignone, in Francia, creò una situazione di grande disordine e di anarchia nello Stato della Chiesa che nel frattempo si dissolse in tante Signorie, Domini Feudali e Cittadine in cerca di autonomia. Papa Innocenzo VI decise allora di inviare in Italia il Cardinale spagnolo Albornoz, che vi discese nel 1353 al seguito di un esercito di mercenari per riconquistare i territori perduti e riportare in essi l’autorità papale. La guerra fu aspra e sanguinosa: i perugini, stremati, chiesero la pace e si sottomisero alla Chiesa. Nel 1366 Papa Urbano V fece ritorno a Roma e lo Stato Pontificio fu nuovamente ricostituito. Riconquistate le terre occupate da Perugia, il Papa sottomise nel 1370 la stessa Città ed il 23 novembre anche il Castello di Poggio S. Ercolano giurò fedeltà alla Santa Sede. Non passò molto tempo però, che i perugini si ribellarono ancora una volta alla Chiesa e riconquistarono la propria indipendenza. Nel 1379 i Magistrati perugini esentarono i Castelli di Compresseto e Poggio S. Ercolano da ogni tassa per la durata di dieci anni. Si diede ordine inoltre a tutti i gabellieri, in particolare a quelli incaricati di riscuotere la tassa sul “macinato“, di non molestare in alcun modo gli abitanti, ritenuti meritevoli di favori per la loro fedeltà e quale compenso per i gravi danni subiti dalle guerre precedenti. Nel 1392 il Castello di Poggio S. Ercolano fu assalito dai fuoriusciti Perugini che, scalate le mura, se ne impadronirono saccheggiandolo nonostante la disperata difesa degli abitanti. In loro aiuto accorsero le popolazioni di Gualdo e Fossato. Insieme catturarono molti dei Fuoriusciti Perugini e li riportarono a Perugia, ove furono giustiziati. Per questo esempio di fedeltà il Comune di Perugia esentò il Castello di Poggio S. Ercolano per tre anni da ogni “dazio e balzello“. Nel XV secolo iniziarono le scorrerie dei Capitani di Ventura e tutto questo durò fino al secolo XVI. Le continue guerre tra Perugia e la Chiesa Romana e le lotte tra i nobili e il popolo, avevano ridotto alcuni territori del Comune perugino in estrema miseria. Gli abitanti dei castelli, trovandosi esposti al pericolo del passaggio degli eserciti e alle razzie delle numerose bande armate che scorrazzavano nei territori lontani dalle città, chiesero a Perugia di essere esentati da tasse e tributi.
Il 29 febbraio 1400 i Castelli di Compresseto e Poggio S. Ercolano, visto lo stato di miseria in cui giacevano, ottennero da Perugia il condono di 30 Fiorini su 40, debito contratto per l’acquisto di sale, inoltre nel 1399 ci fu una terribile pestilenza che decimò la popolazione. Nel 1428 con l’istituzione dei Capitani del Contado i castelli di Compresseto, Poggio S. Ercolano e Casacastalda (scelta come residenza del Capitano del Contado) si trovavano nel distretto di Porta Sole e furono tassati per una somma di 8 Fiorini. Tale istituzione fu soppressa nel 1580 e negli ultimi tempi divenne solo una carica onorifica lautamente retribuita. Nel 1433 Poggio S. Ercolano fu esentato per tre anni dal pagamento di qualsiasi tassa per la ristrutturazione delle mura castellane. L’anno dopo fu assalito dai gualdesi, la cui città era in quel tempo sotto il controllo di Francesco Sforza, per vendicarsi di un’ aggressione subita nel loro territorio da Niccolò Fortebracci. Il 18 luglio 1441 il Castello di Poggio S. Ercolano fu esentato dal pagamento di 80 Fiorini. Nel 1449 le Comunità di Pieve di Compresseto e Poggio S. Ercolano furono esentate dal pagamento di tutte le tasse. Nel 1450 le due Comunità furono esonerate per la somma di 50 Fiorini, da utilizzare per il rifacimento delle mura castellane. Il 23 febbraio 1455 la Comunità di Poggio S. Ercolano fu esentata dal pagamento di 25 Fiorini. Il 3 ottobre 1455 sia Poggio S. Ercolano che Pieve di Compresseto furono sollevati da tutti i debiti che avevano contratto con la Città di Perugia e questo anche nel 1446. Nel 14671e due Comunità furono sgravate per cinque anni dalla metà delle tasse per pagare gli operai che stavano riparando le mura. Il 23 gennaio dello stesso anno, Perugia elargì 60 Fiorini per la costruzione di un ponte sul fiume Rasina nella valle omonima, dimostrando che la Città non trascurava le vie di comunicazione con Compresseto. Il 22 febbraio 1490 il Consiglio Generale della Città di Perugia esentò le Comunità di Poggio S. Ercolano e Pieve di Compresseto dal pagamento di 50 Fiorini. Nel 1517 un grave evento decretò la fine militare del Castello di Poggio S. Ercolano. Francesco Maria della Rovere, in guerra contro il Pontefice Leone X, dopo aver riconquistato il ducato di Urbino marciò contro la pontificia Perugia, la cui difesa fu affidata a Gian Paolo Baglioni. Le truppe, comandate dal Della Rovere, erano formate da migliaia di feroci mercenari (soprattutto tedeschi, in minor numero spagnoli, guasconi, greci e albanesi). Insieme ai Fuoriusciti Perugini occuparono e saccheggiarono sia Sigillo che Fossato e il 7 maggio 1517 invasero il territorio di Gualdo, facendo scempio dei cittadini e delle loro proprietà. Il Castello di Poggio S. Ercolano venne completamente incendiato e furono molti gli abitanti uccisi o fatti prigionieri per la resistenza opposta. Il castello iniziò il suo epilogo. La sua importanza bellica diminuì nel tempo, sia per la nuova arte della guerra ormai mutata con la scoperta della polvere da sparo, sia perché Perugia passò sotto il diretto dominio della Santa Sede, venendo quindi meno le lotte tra i castelli vicini. Successivamente le mura del Castello, più volte smantellate e distrutte, dettero asilo alla popolazione che costruì addossate ad esse le proprie misere abitazioni. Dalla metà del XVII al XIX secolo nei Castelli di Pieve di Compresseto e Poggio S. Ercolano avvenne l’ascesa politica e religiosa della nobile e potente famiglia dei Conti Olivieri. Questa Casata segnò profondamente la vita delle due Comunità, insieme alle nobili famiglie dei Raspanti e degli Alessandri, originarie della parrocchia di S. Fiorenzo, nel territorio di Porta Sole. A Poggio Sant'Ercolano oggi si possono vedere i resti di due torri dell'antico Castello omonimo, la cui costruzione dovrebbe essere avvenuta attorno all'Alto Medioevo. Una delle torri è situata a pochi passi dalla sede parrocchiale, mentre l'altra, detta torre Carpinelli, che si pensa fosse il vertice sud-est del Castello, si trova immediatamente dietro all'abitato vecchio. La torre posta a Nord-Est è ancora ben visibile mentre quella situata a Sud-Est è stata inglobata in un fabbricato. Grazie agli appunti storici raccolti nel XX secolo dal parroco locale, don Giuseppe Tega, è stato possibile realizzare una pianta del Castello. Secondo questa ricostruzione l'edificio aveva forma rettangolare con i lati maggiori orientati a nord e a sud perpendicolari al corso del sole, e misurava 34 m nei lati maggiori e 24 m in quelli minori; agli angoli aveva quattro torri, alquanto oblique a questi, di cui due più sottili e più alte che misuravano circa 4,2 metri di lato; le altre due torri, più possenti, misuravano circa 6 per 4 metri. Nonostante le mura e le torri fossero state smantellate più volte nel corso dei secoli, si può dire che la loro altezza non fosse inferiore ai 10 e ai 15 m rispettivamente. Un approfondimento più recente fatto nel 2000 ha inoltre riportato che il castello dovesse disporre di un sistema di fortificazione chiamato Carbonariae, cioè una specie di doppio fossato che circondava la struttura muraria per tutta la sua lunghezza e che spesso andava ad includere un ponte levatoio in prossimità delle quattro porte principali. Grazie a ciò si è potuto dedurre che il Castello di Poggio Sant'Ercolano avesse soprattutto una funzione difensiva e protettiva in caso di guerre, attacchi o scorrerie. L'utilità del castello non dovrebbe esser venuta meno fino al XV secolo. L’antico pozzo che si trovava al centro del Maniero, è stato interrato nella seconda metà del XX secolo. Stessa sorte è toccata alla chiesa castellare.

Fonti: https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-poggio-santercolano-gualdo-tadino-pg/, https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Sant%27Ercolano

Foto: la prima è di carchimmago su https://it.wikipedia.org/wiki/Poggio_Sant%27Ercolano#/media/File:PoggioSantErcolanocastello.jpg, la seconda è presa da https://www.iluoghidelsilenzio.it/castello-di-poggio-santercolano-gualdo-tadino-pg/

mercoledì 2 febbraio 2022

Il castello di mercoledì 2 febbraio



SANTA MARIA DI LICODIA (CT) - Torre arabo-normanna

L'odierna Santa Maria di Licodia nacque nell'agosto 1143, anno in cui Simone del Vasto, conte di Policastro e signore di Paternò, unitamente alla contessa Tommasa, affidarono il cenobio e la chiesa dedicata alla Vergine Maria di Licodia a Geremia, monaco benedettino della chiesa di Sant'Agata. Il conte diede facoltà ai monaci di fondare un casale, soggetto solo alla giurisdizione del priore del monastero di Licodia. Il diploma di infeudazione fu confermato da Guglielmo II, Re di Sicilia, nel 1168. Il monastero fu elevato ad abbazia nel 1205 dal vescovo catanese Ruggero Oco, che nominò frà Pietro Celio primo abate di perpetuo di Santa Maria di Licodia, dandogli anche facoltà di estendere ai suoi successori le insegne pontificali e pastorali. L'abbazia possedeva una biblioteca dove, nel XIV secolo, furono scritte, in siciliano, "le Costituzioni Benedettine". Con la riforma istituzionale del 1816, e la nascita del Regno delle due Sicilie, l'abitato perse la sua antica signoria monastica essendo stato aggregato a Paternò. Riottenne l'autonomia amministrativa nel 1840 con un decreto di Ferdinando II. La torre giurisdizionale, chiamata anche di San Nicolò, è per eccellenza il simbolo glorioso del Comune. L'edificio a pianta quadrangolare e coronato dalla merlatura ghibellina, è un'opera del 1143, edificata dai normanni su una precedente fortificazione d'epoca araba. Lo stile di transizione la colloca nell'epoca di passaggio dal romanico al gotico. La torre ha la facciata principale rivolta ad oriente su cui si aprono bifore dagli archetti con l'intradosso a tutto sesto e l'estradosso a sesto acuto, decorato con motivi ornamentali e animali di stile romanico. Gli elementi decorativi fanno da cornice alle bifore e alla monofora che si aprono sui quattro lati. La bifora più elaborata è quella che si apre sulla facciata principale a ponente. Le due ogive sono incorniciate da una doppia cimasa, della quale la più esterna, più aggettante, presenta un fitto fregio che prosegue sugli abachi. I piedritti esterni sono di pietra bianca, mentre quello centrale in pietra lavica. Sugli angoli esterni degli abachi e nell'innesto centrale della cimasa, tre teste di animali, due civette e una volpe. La presenza della colonna nera e degli animali legati all'idea della notte (la volpe è un predatore notturno, e le civette rapaci notturni da sempre legati a infausti eventi), ci porta a immaginare che questa facciata, rivolta sul lato del tramonto, sulla quale era inserito anche l'orologio, fosse carica di simboli legati alle tenebre e della morte, e quindi un continuo memento mori ai fedeli che ricordassero sempre la transitorietà della vita e quindi la necessità di ricorrere costantemente alla grazia divina. Non di meno va anche considerato che la civetta, già dall'epoca classica in quanto animale sacro ad Atena, è anche simbolo della sapienza, si può perciò anche supporre che la presenza di queste nel campanile, che regolava sia i ritmi del lavoro che della preghiera, sia un richiamo alla Sapienza a cui ogni uomo deve anelare in ogni momento e condizione della propria esistenza. Sui restanti lati della cella si aprono altre due bifore, sulla facciata nord e a levante, e una monofora a tutto sesto, espressioni del mutato linguaggio delle tendenze artistiche delle maestranze operanti in Sicilia nei secoli XIV e XVI. La parte superiore del campanile è abbellita da una gradevole decorazione a intarsio murario a due motivi: il superiore a bande orizzontali alternate di pietra lavica e bianca, e a scacchiera quello inferiore. Questo elemento decorativo è quello che caratterizza la cella della torre campanaria, e trova molte affinità con le decorazioni murarie delle chiese del Val Demone dei secoli XI-XII, nonché con quelle dei campanili della Campania, o del basso Lazio come quello di Santa Maria di Itri. Sulla facciata principale dell'edificio, è impresso lo stemma dell'Abate Vescovo Platamone, restauratore dell'edificio nel 1454. Il quadrante circolare di un antico orologio sovrasta la grande monofora decorata. Al pian terreno dell'edificio si osservano tracce della medioevale cappella di San Leone, antico luogo di sepoltura dei monaci, da cui proveniva una quattrocentesca tavola San Leo del Panacchio che adesso si trova a Catania. La torre svolgeva anche la funzione di anello di congiunzione tra il castello di Adrano e quello di Paternò per le segnalazioni luminose. Attualmente solo la torre campanaria e una parte dell' edificio, che ora è adibita a sede del Municipio, sono scampate alla distruzione del complesso monastico, avvenuta nel 1929, per far posto all'attuale edificio scolastico.

Fonti: http://www.comune.santamariadilicodia.ct.it/la_citta/storia.aspx, https://it.wikipedia.org/wiki/Santa_Maria_di_Licodia, http://www.comune.santamariadilicodia.ct.it/la_citta/La_torre_arabo_normanna.aspx, https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_del_Santissimo_Crocifisso_(Santa_Maria_di_Licodia)#La_torre_campanaria

Foto: la prima è presa da https://www.buonastrada.eu/pdi/torre-campanaria/, la seconda è presa da https://www.typicalsicily.it/sicilia/Elenco/comune-della-sicilia-santa-maria-di-licodia/

martedì 1 febbraio 2022

Il castello di martedì 1 febbraio

 

 


TASSAROLO (AL) - Castello Spinola

Già sede di un monastero benedettino nell'XI secolo, fu possesso dei marchesi di Gavi fin dal 1172. Passati questi ai Genovesi fu conquistato dagli Alessandrini. Feudo degli Spinola di Luccoli dal 1367, divenne feudo imperiale e contea. Fu quindi possedimento del duca di Mantova e quindi dei sovrani sabaudi (1736). Il Castello, fu costruito intorno ad una torre rotonda già facente parte del “Limes Bizantino” e per la sua rilevanza strategica, nel XIII secolo fece di Tassarolo un territorio aspramente conteso fra Alessandria e Genova subendo più volte assedi e devastazioni. I Castagna nel 1367 vendettero il castello e la sua giurisdizione ai fratelli Adamo, Galeotto e Carozio Spinola. Il 20 novembre 1532 l’Imperatore Carlo V confermò l’investitura ai fratelli Agostino, Carlo e Bartolomeo Spinola sul Feudo di Tassarolo e Marcantonio Spinola nel 1560 ottenne dall’Imperatore Ferdinando I che Tassarolo fosse inalzato a Contea con tutti i diritti inerenti alla qualità di Conte del Sacro Romano Impero e tra gli altri il privilegio di battere moneta propria. Le prime monete furono coniate nel 1604 per volere di Agostino I. L'edificio, in cui fu attivata l'officina monetaria, era parte integrante del castello ai piedi del loggiato cinquecentesco. Lo zecchiere era mastro Domenico D'Alessandro, l'incisore Giacomo Brandi. Del diritto di zecca, concesso agli Spinola in generale, usufruirono solo i conti palatini tassarolesi, i conti, poi marchesi, di Ronco, i marchesi di Arquata e quelli di Vergagni. Immerso nel verde, circondato da boschi e vigneti, il castello sovrasta l’abitato di Tassarolo e la sua presenza è documentata dal XI secolo. Il castello attuale, a pianta quadrangolare segnata da torri angolari (in tutto tre, di cui due quadrate e una cilindrica), è ingentilito, su uno dei fronti, da un’elegante loggia rinascimentale. Al di sotto della loggia si trova l’antica zecca, di cui si è detto in precedenza. Il castello, abitualmente chiuso al pubblico, appartiene ancora oggi, dopo oltre sei secoli, agli Spinola (www.castelloditassarolo.it), una delle più antiche stirpi nobiliari genovesi. Altro link suggerito: https://www.messinalux.com/immobili/abitare-in-una-reggia/ (con varie foto da ammirare).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Tassarolo, https://comune.tassarolo.al.it/territorio/cenni-storici-e-monete-spinola/, https://fondoambiente.it/luoghi/castello-di-tassarolo-tassarolo, https://it.wikipedia.org/wiki/Contea_di_Tassarolo

Foto: la prima è presa da https://www.lamesma.it/territorio/, la seconda è presa da https://www.spinola.it/repertori/castello-spinola-di-tassarolo-xi-secolo/