martedì 18 marzo 2014

Il castello di mercoledì 19 marzo


 
 
MONOPOLI (BA) - Castello di Santo Stefano (di Mimmo Ciurlia)

Il castello di Santo Stefano è un'importante fortificazione costiera, posta all'esterno della città di Monopoli, che ha avuto massima rilevanza per tutto il Medioevo. Sorge su una penisoletta, tra due piccoli porti naturali, denominata anticamente "Turris Paola", fiorente emporio romano a tre chilometri dal centro abitato in direzione Sud. Fondato nel 1086 da Goffredo d'Altavilla, conte normanno di Conversano,  dal sec. XII al XIV fu sede del monastero dei Benedettini, i quali diedero il nome alla rocca per la presenza delle reliquie del santo, poi traslate il 26 dicembre del 1365 da Monopoli a Putignano per difenderle dalle continue aggressioni turche e piratesche. Il monastero visse momenti di ricchezza e splendore disponendo di rendite terriere cospicue. Nel 1229, durante le dure lotte tra Papato e Impero, l'Abbazia fu completamente distrutta da Federico II che volle in questo modo punire i monaci benedettini per essersi schierati a favore del Papa. L’Abbazia venne ricostruita solo nel 1236 per opera dell'abate Riccardo, mentre nel 1296 l'abate Matteo completò l'opera ricostruendo il monastero. Intorno alla fine del XIII secolo i Cavalieri di Malta, che già possedevano un domus intra moenia adibita ad ospedale a Monopoli, al fine di controllare i traffici verso la Terra Santa con più dovizia, decisero di trasferirsi nell'abbazia rifortificando il vecchio maniero difensivo costiero. Crearono, così, un fossato tuttora visibile e resero utili all’attracco entrambe le calette ai lati del monastero – fortezza. Questo permise al complesso di divenire una tappa obbligatoria per i naviganti da Bari verso Brindisi. Le due cale rendevano, inoltre, possibile riparare più navi contemporaneamente e rifornirle dell’occorrente per intraprendere il viaggio verso la Terra Santa. Tra il 1700 e il 1800, venne inglobato nel Capitolo della Cattedrale di Monopoli ed annesso volontariamente all’amministrazione del regno dei Borboni. I privati che l'acquistarono al tempo di Murat, ne fecero invece una masseria. Di pianta quasi quadrangolare il castello-abbazia è caratterizzato da un ampio cortile interno al centro del quale è collocato un antico pozzo da cui si attinge acqua freatica. La struttura ospita due chiese: una romanica e una rupestre. Il portale della chiesa romanica accoglie il visitatore al primo ingresso nel cortile. In esso, si osservano i volti degli angeli che spuntano sui capitelli in mezzo alle foglie d'acanto. Nella lunetta vediamo Cristo in trono col Vangelo sulle ginocchia e in atto di benedire, mentre ai piedi si prostrano due mini figure in adorazione. Ai lati di Cristo, S. Stefano e S. Giorgio, il sacerdote sulla sinistra e il guerriero sulla destra. Vicino alla chiesa romanica si trova la chiesa rupestre, nella quale si scende per mezzo di una scala. La chiesa rupestre potrebbe essere la primitiva chiesa benedettina preesistente alla fondazione dell’abbazia, avvenuta nella seconda metà dell’XI secolo. L’abside della chiesa rupestre si trova a sinistra appena si entra, mentre un pilastro al centro dell’intero vano consente l’apertura di tre archi e con essi l'articolazione interna in spazi e ambienti. Il Castello di Santo Stefano è, inoltre, archeologicamente interessante per i resti di opus reticulatum, visibili per lunghi tratti nei suoi sotterranei, e per la presenza sulla costa di rudimentali bitte che dovevano servire per l’approdo dei navigli. Attualmente l'edificio è di proprietà della famiglia de Bellis che, grazie ad alcuni oculati interventi, lo ha portato all'antico splendore.
 
 

Il castello di martedì 18 marzo






STRADELLA (PV) - Rocca di Montalino

La storia di Stradella si confonde, nel medioevo, con quella dell'antica località di Montalino, situata su una modesta altura alla periferia meridionale della città attuale. Sia Montalino sia Stradella appartenevano alla signoria temporale del Vescovo di Pavia, anche se non è chiaro da quando. Infatti già nel 943 i Re d'Italia Ugo e Lotario avevano donato al vescovo Litifredo II diverse località nell'Oltrepò: Cecima, Pancarana e la vicina Portalbera, cui forse era aggregato Montalino. Tuttavia qualche tempo dopo il marchese obertengo Ugo, che aveva acquistato numerose località nella zona (in gran parte poi passate ai nipoti, da cui discesero i Malaspina e gli Estensi), legò in eredità Montalino al vescovo di Pavia. In ogni caso, dalla metà dell'XI secolo Montalino con Stradella (citata come Stratella nel 1029) appartenevano alla mensa vescovile di Pavia, costituendo anzi il centro più importante della signoria. Nel 1164 passò con l'Oltrepò sotto la giurisdizione pavese, continuando comunque, sotto di essa, la signoria vescovile; il relativo diploma imperiale nomina ancora Montalino e non Stradella. Comunque nei secoli successivi il rapporto di importanza tra i due centri si invertì: attorno al 1300 Stradella venne cinta di mura, e Montalino come località abitata decadde, mentre mantenne ancora grande importanza strategica la munitissima Rocca di Montalino, o Rocca del Vescovo, che sorge sull'alto colle dominante l'abitato. Montalino e Stradella dovettero spesso sostenere l'urto dei comuni, in particolare Piacenza, in lotta con Pavia: particolarmente gravi le distruzioni nel 1214 e 1216, e poi nel 1373 ad opera di Giovanni Acuto. La signoria vescovile fu particolarmente benefica per la prosperità di Stradella: fin dal 1220 veniva concesso il mercato settimanale del martedì, e nel 1419 il vescovo Pietro Grassi diede a Stradella gli statuti comunali. La signoria del vescovo, Conte di Stradella, cessò nel 1797 con l'abolizione del feudalesimo. Posta su un'altura collinare a sud-ovest di Stradella, in posizione isolata e dominante, la rocca di Montalino ha una storia assai antica. Risale secondo alcuni documenti al X secolo e mantenne la sua importanza militare fino al XVIII secolo. Nel 1740 fu riattata e trasformata per adeguarla alle nuove funzioni di residenza civile. Subì un ulteriore rimaneggiamento pochi decenni dopo, nel 1773. Il complesso, che ha perso i suoi caratteri guerreschi ma ha mantenuto la propria solidità di strutture e la sua invidiabile posizione dominante, presenta una pianta poligonale tutta formata da corpi di fabbrica, sulle cui pareti si aprono finestre di varia foggia e centinatura. Il cortile è a pianta quadrilatera irregolare. Al piano superiore si apre un loggiato cinquecentesco, oggi trasformato in veranda. E' proprietà privata.

Fonti: http://www.lombardiabeniculturali.it/architetture/schede/1A050-00233, http://it.wikipedia.org

Foto: da http://www.icastelli.it e di Pier_Giorgio su http://www.ugo.cn

lunedì 17 marzo 2014

Il castello di lunedì 17 marzo






TRECENTA (RO) - Palazzo Pepoli

Detto anche "Palazzon", è posto appena fuori del centro cittadino, ma affacciato al corso d’acqua. L'edificio, a tre piani ed esternamente molto semplice, corrisponde esattamente alle tipologie architettoniche delle ville emiliano-toscane. I giochi di luce delle vetrate alternate alle colonnine aggettanti che piacevano ai veneziani, lasciano il posto ad un aspetto più severo di fortezza militare, con tanto di torri. Un corpo centrale e due torrioni sporgenti ai lati in mattoni: così si presenta la struttura di Trecenta i cui unici elementi decorativi sono la scalinata semicircolare, il portale d’ingresso e il cornicione dentellato. Risale al XVI secolo, già possedimento della famiglia dei Contrari, poi ereditato dalla Famiglia Pepoli di Bologna nell'ambito del Ducato di Ferrara. La storia del Palazzòn resta per molti aspetti ancora un enigma. Durante il restauro, terminato alla fine degli anni Novanta, il ritrovamento di quattro basamenti circolari di torri ha fatto ipotizzare che l’edificio fosse stato edificato su ciò che restava di un castello medioevale. L’interrato ha rivelato, invece, la presenza di una chiavica, sopra la quale i Pepoli vollero edificare il loro palazzo signorile. L’architettura idraulica corrisponde ad una esigenza della famiglia Contrari impegnata a rendere produttiva la propria tenuta. Studiosi e storici si stanno interrogando se prima del Palazzòn ci fosse un castello o solo una chiavica. Qualunque sia la verità, è certo che palazzo Pepoli alla fine del ‘500 doveva essere completato. Nel 1687 l’architetto bolognese Giuseppe Antonio Torri fu incaricato di un intervento di restauro. Con lui lavorò anche lo scultore bolognese Bezzi. Ai due si deve lo scenografico salone d’onore centrale con il ballatoio dotato di ringhiera lignea, raffinato esempio di gusto barocco. L’architettura si fa quinta teatrale e dai quattro angoli del soffitto calano lo sguardo i cigni dell’emblema della casata dei Pepoli. Ai lati delle pareti l’iniziale della famiglia Pepoli si intreccia con quella della famiglia dei Contrari in un gioco ornamentale e celebrativo insieme. Degna di nota anche una scala a chiocciola in marmo. Decaduti i Pepoli, nel ’700 subentrarono i banchieri toscani Spalletti. L’edificio, per anni fu destinato ad essiccatoio e magazzino. Solo nel 1987 fu donato alla Regione Veneto che con un importante opera di restauro gli restituì il suo antico splendore. Il palazzo si può definire il più interessante fra gli edifici nobiliari della zona; presenta caratteristiche tipicamente ascrivibili ai moduli costruttivi del secondo Rinascimento. Attualmente, a seguito degli interventi di restauro effettuati ai sotterranei ed ai piani nobili, viene impiegato a livello locale e polesano per ospitare iniziative a carattere turistico-culturale. Per approfondire consiglio il seguente link: http://www.prolocotrecenta.it/trecenta%20pillole/pubblic%20storia%20Palazzo%20Pepoli.pdf

Fonti: http://www.comune.trecenta.ro.it/il-comune/la-citta/palazzi-e-chiese/palazzo-pepoli, articolo di Micol Andreasi su http://www.rovigooggi.it, http://it.wikipedia.org, www.itinerariveneti.it
Foto: da http://www.itinerariveneti.it e di Threecharlie su http://it.wikipedia.org

domenica 16 marzo 2014

Il castello di domenica 16 marzo






CHALLAND SAINT VICTOR (AO) – Castello Challant di Villa

Posizionato su un promontorio roccioso che domina il fianco destro della valle dell'Evançon, è il più antico dei manieri della nobile famiglia degli Challant, una delle più importanti della Valle d'Aosta. Il castello controllava, oltre al ricco feudo agricolo che vi era annesso, il transito commerciale lungo la Valle d'Ayas e specialmente il suo collegamento con quella di Gressoney, attraverso il Colle Dondeuil. E' un fabbricato a pianta rettangolare di circa 23 metri per 30, all'interno del quale c'erano il cortile e il corpo di abitazione di due piani fuori terra: da lungo tempo è ridotto a rudere. In uno dei lati è inglobato il mozzicone del mastio. Poco lontano c'è il vano della cisterna, rivestita di intonaco rossastro. La porta di accesso sul lato sud era difesa da un fossato sul quale veniva gettato il ponte levatoio. Tutte le riquadrature delle finestre in pietra lavorata sono state divelte e asportate. Nel maniero sono evidenti due fasi costruttive diverse. La più antica è relativa alla costruzione di un donjon a pianta rettangolare di 5 metri per 7, circondato da una prima cinta muraria dalla forma trapezoidale. Si può dare per certo che questo fosse il primo castello di Villa, anche se permangono dubbi circa la data effettiva di costruzione. E' comunque probabile che sia stato edificato agli inizi del Duecento e che in seguito deve aver subito alcune trasformazioni. E' però solo molto più avanti nel tempo che il castello è stato radicalmente ampliato. L'apparato difensivo esterno fu notevolmente potenziato. I lavori di sistemazione esterna, compreso lo scavo del fossato dovettero essere molto imponenti. Singolare è l'intervento di sistemazione del sentiero di accesso. Costruito con pietre ben assestate, è estremamente preciso, tecnicamente molto corretto, fino a rialzare leggermente le curve, tanto da essere ancora oggi ben conservato. Del castello di Villa furono investiti i Visconti di Aosta. Bosone, nobile valdostano, lo ricevette nel 1200 dal Conte Tommaso I di Savoia. Il documento del 13 aprile 1200 che attesta la donazione riporta: « Tommaso, conte di Moriana e marchese in Italia, concediamo al nostro caro Bosone visconte di Aosta il castello di Villa nel feudo per ingrandire il suo feudo e in esso costruire un castello. ». Da questo feudo la sua famiglia prese poi il nome di Challant. Il castello fu in seguito proprietà del visconte Gotofredo I di Challant (nipote di Bosone), come ricorda in documento del 19 dicembre 1241, e di Aimone II di Challant (fratello di Gotofredo), per poi passare al figlio di Gotofredo Ebalo I. Il castello di Villa è ricordato nelle ricognizioni feudali degli Challant sia nel 1242, sia nel 1287. Nel 1323 fu ampliato da Ebalo I di Challant che amava soggiornarvi. Ricordato anche come Ebalo Magno, egli ristrutturò ed ingrandì il castello e ne fece la sua residenza favorita. Le mura a nord e sud vennero allungate di 30 metri, ingrandendo la corte e potendo inserire nella nuova zona ad est una cappella ed un altro edificio rettangolare di 11 metri per 6. Alfredo D’Andrade quando visitò il castello nel 1885 descrisse che la cappella conteneva resti di affreschi in parte dipinti con accuratezza ed in parte decorativi, di cui ormai restano solo alcuni frammenti. Ipotecato poi dai Savoia, fu riscattato nel 1370 dai fratelli Giovanni e Bonifacio di Challant. Ancora nel 1430 aveva una notevole importanza militare, tanto che in occasione delle Udienze di quell'anno, furono inviati a presidiarlo un castellano con otto clienti. Ad amare particolarmente il castello di Villa fu Caterina di Challant che, a seguito della morte del padre Francesco I Conte di Challant nel 1442, senza lasciare eredi maschi, dovette lottare con i parenti, in particolare col cugino Giacomo di Challant Aymavilles, per ottenere i feudi paterni. Infatti in virtù della legge Salica, le figlie femmine non potevano ereditare. Caterina però era determinata a difendere le sue terre e grazie all'aiuto del secondo marito Pietro d'Introd, fortificò il maniero di Villa. Nel 1430 i due, in lite con il Duca di Savoia per questioni di eredità, fecero eseguire opere di fortificazione: ponte levatoio e mura a secco. Vi lavorarono muratori della vicina Valsesia, tra i quali Vulliermetus de Pecio, incaricato di fare le tegole. Il maniero fu al centro di uno degli episodi della contesa nel 1453, quando alcuni commissari incaricati dal duca Ludovico di Savoia vi si recarono intimando di restituire il castello a Margherita di Challant, sorella di Caterina, ma furono bersagliati di pietre e dardi e costretti alla fuga. In quell’occasione sembra che nel castello fossero celati settanta armigeri. Gli uomini d'arme di Caterina di Challant avevano giurato sul Vangelo di difendere fino alla morte i suoi diritti. Suo marito, Pietro d'Introd, proclamava: " Quel che non si è potuto ottenere col diritto e per via della ragione, noi acquisteremo e terremo con la forza. Un buon cavallo una volta nella vita strappa la briglia". Dopo la sconfitta di Caterina, costretta a cedere le sue terre al cugino, per il castello iniziò un periodo di declino durante il quale non fu più utilizzato e venne probabilmente usato come fonte di materiale edile, come forse aveva già fatto anche Ibleto di Challant durante la costruzione del castello di Verrès. I ruderi del castello di Villa si trovano all'interno della riserva naturale "Lago di Villa" del comune di Challand-Saint-Victor. Salendo da Verres, 1 chilometro dopo l'abitato di Villa, imboccare a sinistra una deviazione con l'indicazione "strada per il castello". Dal posteggio circa 30 minuti a piedi.
Foto: di Rosario861 e di mariagrazias su http://rete.comuni-italiani.it

venerdì 14 marzo 2014

Il castello di sabato 15 marzo






PIEVE FOSCIANA (LU) – Rocca in frazione Sillico

Paese di origine medioevale, Sillico è posto sui contrafforti appenninici che sovrastano la pianura alluvionale e il paese di Pieve Fosciana. E' un ideale osservatorio su tutta la valle, in posizione strategica in diretto rapporto visivo con il borgo fortificato di Castiglione e la fortezza di Montalfonso a Castelnuovo Garfagnana. Il paese, ricco di edifici antichi fra cui alcuni importanti palazzi rinascimentali, si sviluppa ad anelli concentrici del rilievo collinare, sulla cui sommità si trova la torre medioevale. Protagonista, insieme ad altre comunità della Garfagnana, delle aspre lotte del secolo XIV, il castello fu gravemente danneggiato tanto che nel 1401 Paolo Guinigi, signore di Lucca lo incluse fra i fortilizi dell'alta valle del Serchio da far riparare e munire di armi. Nel 1429 Sillico fu il primo paese della Garfagnana a porsi volontariamente sotto la tutela di Niccolò d'Este sottraendosi così al dominio della Repubblica di Lucca. Gli Estensi, oltre a concedere privilegi di natura fiscale agli abitanti di quella comunità, promisero protezione armata contro ogni invasione, potenziarono il castello e, successivamente, dotarono il paese di una cerchia muraria. La torre faceva parte del sistema difensivo del paese, posta in corrispondenza della porta Nord delle mura. L'edificio esterno ne contiene uno minore, anch'esso a pianta quadrata (6,50 m di lato) che attualmente si eleva per un'altezza massima di 3,50 metri dal piano di campagna, ma originariamente su 2-3 piani con solai in legno. Ciò è ipotizzabile ipotizzare dal confronto con altre torri simili meglio conservate. Questa struttura, messa in luce dallo sterro condotto all’inizio degli anni Settanta, ha riseghe di fondazione sia interne sia esterne ed alcune buche pontaie passanti, distribuite su tutti i lati. L’accesso, di cui non rimane traccia, era posto, per motivi di sicurezza, ad alcuni metri da terra e si raggiungeva tramite una scala lignea, all’occorrenza detraibile. Dall'analisi delle murature (tipologia muraria “a filaretto”) questa struttura risulta databile al XII-XIII secolo e quindi più antica rispetto alla torre esterna. In sintesi, l’evoluzione complessiva del monumento può essere così tracciata: una volta che la torre più antica, in uso nei secoli centrali del Medioevo, non si mostrò più strutturalmente adeguata ai nuovi criteri dell’architettura militare rinascimentale, venne “fasciata” dalla nuova e più grande rocca; ma prima fu in parte decapitata e interrata nella sua parte inferiore. Fra le due strutture si venne così a creare una sorta di “corridoio”. Come fossero invece organizzati gli spazi in elevato e in quale modo venisse utilizzata la struttura più antica dopo la costruzione di quella più recente, rimangono ancora punti da chiarire. La nuova torre, sulla base dei documenti e delle caratteristiche del manufatto, deve risalire probabilmente alla prima metà del secolo XV, ovvero ad un periodo di poco posteriore alla dedizione della comunità di Sillico agli Estensi, i quali, sin dal 1430, posero a difesa di quella comunità un castellano e due armati. Posta nella parte più elevata del paese, si arriva alla torre di Sillico attraversando il tessuto edilizio antico del paese. La torre fa parte di quei presidi e piccole torri poste a difesa delle realtà paesane e lungo il sistema viario, in questo caso della viabilità minore di attraversamento dell'Appennino; queste strutture difensive persero poi la loro importanza a favore dei grandi presidi fortificati che nel '500 furono realizzati in Val di Serchio. La torre si presenta come un grande tronco di piramide (10 x 14 m di lato), realizzato con spesse mura di pietra locale solo grossolanamente sbozzata, con alta scarpa di base e una sola stretta porta di accesso collocata nel lato sud-occidentale. Tre grosse feritoie, realizzate a sguancio e ad apertura rettangolare, sono presenti sui lati nord, est e ovest, rivolti verso la porta di accesso al castello della quale si conserva solo parte di un cantonale. Per la caratteristica delle mura, spesse e scarpate, eseguite con una tecnica muraria che vede una disposizione caotica delle pietre legate da abbondante malta e per la tipologia delle feritoie, la realizzazione di questa struttura è databile al corso del Quattrocento. Da quel periodo in poi, infatti, di pari passo all’introduzione dell’artiglieria “a fuoco”, le strutture militari (torri e fortezze) cominciarono ad evolversi architettonicamente: per poter resistere ai più potenti e rovinosi attacchi bellici furono dotate di mura più spesse (da cui il rinforzo “a scarpa”) nonché feritoie più ampie per permettere la manovra di più sofisticate armi di offesa, di mole maggiore rispetto a quelle medievali. La torre, originariamente su due livelli, attualmente si presenta in condizioni di rudere che si eleva dal piano di campagna per circa 9 metri. Negli anni ha subito numerosi danni e non ha mai ricevuto concreti interventi di restauro o conservazione. Oggi appare dunque come una costruzione decadente. In questo video si può vedere anche il monumento di cui stiamo parlando: http://www.youtube.com/watch?v=52fVMPWNKs8


Foto: da http://www.mondimedievali.net e da http://www.amalaspezia.eu

Il castello di venerdì 14 marzo






BOLOGNANO (PE) - Castello in frazione Musellaro

Il borgo di Musellaro è immerso in uno straordinario scenario naturale, alla destra del fiume Orta, con la Maiella sullo sfondo orientale ed il Morrone su quello occidentale. Per lungo tempo, come testimoniano le notizie contenute nel Chronicon Casauriense, l'intera area fu sotto il dominio della vicina abbazia di S. Clemente a Casauria, cui si deve l'attuale connotazione del paese, anche se resti ancor oggi visibili conferiscono al paese origini ancora più antiche, essendo probabilmente stato un insediamento italico e longobardo. Nella parte vecchia di Musellaro sorge l'antico borgo fortificato di case-mura, il cui nucleo è costituito dal Palazzo Baronale, altrimenti detto Castello di Musellaro. L’antico castello medioevale, punto di partenza e di arrivo del commercio di quei tempi, occupa una posizione davvero suggestiva poiché si affaccia direttamente sulla vallata. Ad esso era annesso anche un ponte (di origine longobarda) chiamato del "Luco" che pare avesse avuto notevole rilevanza in quanto era l'unica "strada sospesa" tra i due versanti della Valle dell'Orta cioè quello di Caramanico e di Bolognano. Nel 1145 il Barone di Musellaro era feudatario di Boemondo Conte di Manoppello. In quell’epoca il feudo contava 24 famiglie che pagavano il ‘’focatico’’, cioè la tassa che era dovuta al feudatario per ogni focolare domestico. Nei primi anni del 1200 successero ai Baroni di Musellaro i fratelli Tuzio i quali - pare dopo una terribile pestilenza - avendo perso la signora Carotenuta (sorella o madre di essi) donarono parte del palazzo baronale per far erigere una Chiesa con casa canonica nel centro del castello. La Chiesa fu dedicata a S. Maria del castello (poi del Balzo) con gli obblighi di quaranta messe all’anno per la defunta Carotenuta oltre la messa pro-popolo in tutti i dì festivi. Nell’anno 1219 il Vescovo Bartolomeo I° consacrò la Chiesa di ‘’S: Maria del castello di Musegliaro’’, così come appare da scrittura in carta pergamena la quale si conserva negli archivi della Curia di Chieti. Dopo il 1250, quando Musellaro era stata annessa alla Contea di Loreto passò demanio del Re. Si ricordano quindi Ridolfo di S. Sanivon nel 1302, Filippo di Fiandra e Bevallo di Bonzio fino ad arrivare ai conti di casa d’Aquino. Nel 1385 Napoleone Orsini Conte di Musellaro e vassallo di Loreto meditava di dare Musellaro al suo secondogenito, e nel 1400 molti feudi della baronia di Musellaro furono acquistati da Ciro Tabassi. Dopo oltre due secoli, nel 1659, l’intera tenuta di Musellaro fu acquistata dai signori Domenico e Marcantonio Tabassi così che, dal 1660, la Baronia di Musellaro fu della nobil casa Tabassi di Sulmona la quale continuò a regnare sia con il discendente Panfilo Tabassi (nel 1729) sia con l’altro discendente Ciro Tabassi (nel 1742) così come risulta nel libro dei rilievi della Regia Camera della Sammaria. L'attuale conformazione architettonica dell'edificio, originariamente costituito con molte probabilità da una torre, contiene ancora elementi che riescono a suggerire una sua origine non propriamente residenziale. Il castello si presenta composto da tre corpi di fabbrica con destinazioni d'uso diverse. Sul versante occidentale sorge il Palazzo Tabassi, il quale si imposta su una pianta rettangolare con un piano seminterrato e tre fuori terra. L'accesso al piano seminterrato è posto sul prospetto nord-occidentale, dove una cornice in pietra delinea il portale; le aperture dei tre piani decorano il resto del palazzo con persiane di legno intagliato, balconcini con ringhiere di ferro e cornici di pietra bianca. Degna di nota una meridiana, presente sul prospetto principale, che conserva sette mattonelle di ceramica dipinta ed un'iscrizione. Su piazza Crocifisso si affaccia il prospetto principale del corpo centrale dell'edificio, che oggi risulta destinato ad ostello. Sei ingressi, due dei quali tamponati, si succedono per l'intera lunghezza del prospetto, tutti decorati con conci di pietra in chiave; sul secondo di tali ingressi è perfettamente visibile un'archibugiera; il resto del prospetto è arricchito da finestre rettangolari con cornici in pietra sorrette da mensoline lavorate. Sul lato meridionale un'imponente scala conduce ad un loggiato sovrastante la Cappella del Crocifisso; da una parte si apre il portale più riccamente decorato, di stile rinascimentale con mensole ricurve, angeli che reggono uno stemma, rilievi sull'architrave ed ovoli intorno al triangolo dell'alto frontone; esso costituisce l'accesso alla Chiesa di Santa Maria del Balzo. La parte del castello il cui prospetto si affaccia su Piazza Crocifisso, dopo essere stata sottoposta a restauro, è divenuta la sede di un ostello il quale, oltre alla ricezione alberghiera, prevede l'organizzazione di escursioni nel Parco e laboratori ecologici.
Altri link consigliati: http://www.mondimedievali.net/Castelli/Abruzzo/pescara/musellaro.htm, http://www.lacrus.net 

Fonti: http://www.regione.abruzzo.it, http://www.abruzzo24ore.tv, http://www.musellaro.it/lastoria.htm

Foto: da www.spaziovidio.it (archivio CRBC) e da http://www.mondimedievali.net

giovedì 13 marzo 2014

Il castello di giovedì 13 marzo






MONTEBELLO VICENTINO (VI) - Castello Maltraverso

La sua costruzione si fa risalire verso la fine del IX secolo, a seguito di una devastante invasione degli Ungari che portò alla completa distruzione del paese. La popolazione decise infatti l’erezione di un castello sulla sommità del colle, onde ricavarne protezione in caso di incursioni e assalti nemici. Questo castello, collocato in una posizione strategicamente rilevante e munito di salde difese, venne citato dai cronisti come un buon esempio di opera fortificata, e definito quale avamposto della stessa città di Vicenza. Nell’anno 1000, per volontà dei Veronesi, che vedevano nella fortificazione di un tale punto strategico una minaccia alla sicurezza dei propri confini, il castello venne demolito dalle fondamenta. L’importanza del luogo, però, rese inevitabile che il castello venisse, dopo pochi decenni, ricostruito dalle stesse fondamenta. L’iniziativa fu di una potente famiglia di antiche radici longobarde e di capostipite veneziano, che aveva acquisito i diritti sul paese fin dal principio dell’XI secolo: i Maltraverso, Conti di Montebello. L'Imperatore Federico I di Germania donò ad Alberto Maltraverso, nel 1154, il castello sul colle di Montebello e lo investì del titolo di Conte. Questo il primo documento certo sull'esistenza di una roccaforte su quel colle che si protende a dominare la ricca pianura sul confine tra Vicenza e Verona, passo obbligato tra le ultime propaggini lessine e la catena dei Monti Berici. Verosimilmente la fortezza doveva esistere già da molto tempo, e la stessa investitura imperiale potrebbe riferirisi ad una sanatoria 'di fatto' della situazione o un innalzamento di rango della ricca famiglia dei Maltraverso.Nel territorio di Montebello sono stati rinvenuti notevoli reperti risalenti all'età romana ed anche pre-romana, a testimonianza dell'importanza di quel comodo osservatorio sulla grande via di comunicazione quale fu la strada Postumia, tra Verona e Vicenza. Il castello divenne un importantissimo luogo strategico durante le lotte tra le signorie medioevali. Poco lontano, e a collegamento ottico, si trovano i castelli della Villa e di Bellaguardia (Castelli di Giulietta e Romeo a Montecchio Maggiore) e la Rocca di Brendola. Verso Verona il non lontano ricco castello di Gambellara, ma la straordinaria concentrazione di castelli dell'area è affermata anche con i castelli di Montorso e di Arzignano. Le sorti e la storia di questo gruppo di castelli è pressoché simile e gli avvenimenti si possono riferire indistintamente ora ad uno ora all'altro. I dintorni subirono le scorribande delle agguerrite truppe di Ezzelino III da Romano, che nell'occasione assediò e distrusse il castello di Gambellara e quello di Montorso. Nel XIII secolo il castello fu tenuto dai Carraresi, signoria padovana, ma il borgo ed il castello stesso vennero assediati e saccheggiati più volte dai veronesi. Nel 1313 il castello passò a Cangrande della Scala che s'impegnò in un radicale restauro e rinforzo, ultimo lavoro compiuto su di esso. Furono erette le porte dotate di antemurale e ponte levatoio e la torre angolare lungo il tratto orientale; venne ricostruita ed innalzata la cinta muraria includendo nel perimetro anche la chiesetta dedicata a S. Daniele dalla famiglia Maltraverso, che l’aveva fatta erigere nella prima metà del XIII secolo, furono collegati i cammini di ronda con l’antica rocca, che venne irrobustita da un poderoso contrafforte, e infine venne costruito nel cortile minore il pozzo, scavando per decine di metri la roccia tufacea del colle. Per breve tempo tutto il territorio, e quindi anche il castello di Montebello, fu in mano alla signoria milanese dei Visconti. Passò quindi ai Veneziani che dal 1400 riunirono tutto il territorio veneto di terraferma nello 'stato da tera'. Il castello perse l'importanza strategica e, nei primi anni del Cinquecento durante la guerra contro la Lega di Cambrai, venne smantellato quale fortezza militare nel tentativo di non offrire appoggi logistici agli invasori. Identica sorte toccò alla vicina Rocca di Brendola. Successivamente il manufatto venne ceduto a privati e trasformato in prestigiosa residenza signorile. Ai suoi piedi, nel 1796, si tennero sanguinosi episodi tra l'esercito napoleonico e truppe austriache. Nelle sue immediate vicinanze, nella prima metà dell'Ottocento fu costruito un palazzo, di vago richiamo gotico, con merlature di impronta tipicamente veneziana; si tratta del corpo di fabbrica che godeva delle migliori condizioni, pur essendo in stato di abbandono come tutte le altre strutture. Il XX secolo ha visto il lento ma inesorabile declino del castello, e la rovina di varie sue strutture; infine gli ultimi custodi lasciarono il castello, abbandonandolo così alla lenta ma sicura azione distruttrice del clima, della vegetazione, dei vandali e del tempo. Il castello è stato recentemente ristrutturato ma sfortunatamente rimane non visitabile in quanto proprietà privata. Il maniero è situato sul pianoro che si apre sulla cima del colle che sovrasta il paese, a circa 153 metri s.l.m., racchiudendolo interamente per una superficie di oltre 5400 mq, entro una cinta muraria che si sviluppa per un’estensione di circa 430 metri lineari. La struttura originaria più antica, ovvero quella risalente all’epoca dei conti Maltraverso, è tuttora perfettamente riconoscibile nella parte più occidentale; essa è impostata su una pianta triangolare di circa 900 mq, avente ai vertici la rocca e due torri. Altro link consigliato: http://www.vicenzanews.it/a_353_IT_841_1.html,

Fonti: http://www.magicoveneto.it/vicenza/Montebello/CastelloF1.htm (dove sono visibili diverse foto), it.wikipedia.org, http://www.studioaeditecne.it/it/montebello-%28vi%29-castello-dei-maltraversi/

Foto: di Xotta Bruno e di Flaviano Pellizzaro su http://www.panoramio.com