martedì 8 ottobre 2019

Il castello di martedì 8 ottobre




VALSAMOGGIA (BO) - Rocca in frazione Castello di Serravalle

Il territorio in cui sorgono oggi le frazioni che danno vita a Castello di Serravalle fu, da sempre, zona di confine, d'incontri e di scontri tra popoli e culture. Questa terra in cui s'erano insediate popolazioni Etrusche vide l'arrivo da un lato dei Celti Boi, fondatori (con gli Etruschi stessi) della città di Bologna, e dei Celto-Liguri Friniati, una potente "tribù" che aveva nella vicina Pavullo il suo centro principale e che si oppose alla successiva conquista dei Romani costringendoli ad una guerra durata cinquant'anni, prima di cedere del tutto le armi. Questa collocazione, a mezza strada tra Bologna e Modena, si rivelò ancora una volta determinante nel Medioevo, quando, nel 1227, Serravalle si costituì ufficialmente come Comune che, per la sua posizione strategica e per la sua fiorente economia agricola, fu immediatamente conteso tra i due centri più importanti. Dopo numerose battaglie fu Bologna ad assumere il controllo di Serravalle e, di conseguenza, della valle del Samoggia e di quella del Panaro. Resta famosa nella storia la battaglia di Zappolino tra bolognesi di parte guelfa e modenesi ghibellini, alla quale presero parte 35.000 fanti ed oltre 4000 cavalieri ed in cui si contarono più di 2000 morti, cifre di tutto rispetto per un'epoca nella quale le battaglie erano spesso poco più di scaramucce. Lo scontro decisivo avvenne il 15 novembre del 1325, alle prime ombre della sera e, tra l'altro, fu utilizzato dal poeta modenese Alessandro Tassoni come episodio iniziale del poemetto eroicomico "La secchia rapita", da lui composto. Anche i decenni successivi furono caratterizzati da frequenti passaggi di mano del territorio, prima proprietà dei Visconti, poi dei Bentivoglio ed infine divenuto parte dello Stato Pontificio. Oggi si conserva la Rocca, di origine medioevale, con torre (del 1523), parte delle fortificazioni e porta d'ingresso al borgo. Il palazzo signorile, interamente costruito in cotto a ridosso della torre, è di forme settecentesche. Il castello, adattato a dimora gentilizia intorno al ‘500, fu di proprietà della nobile famiglia dei Boccadiferro fino alla fine dell’800. Nel suggestivo salone d’ingresso, un bassorilievo in arenaria raffigura il cavaliere Iacopino da San Lorenzo in Collina, famoso Capitano della Montagna. Al castello non manca poi un tocco di mistero. Nella rocca vagano ancora le anime delle mogli uccise, una dopo l'altra, dal crudele Boccadiferro: nelle notti di maggio i loro spettri escono a cercare vendetta, spargendo nel borgo un misterioso profumo, mentre nella torre del castello echeggiano ancora i lamenti di Boccadiferro, a sua volta ucciso dalla tredicesima e più furba moglie. Nel cuore del borgo, il duecentesco palazzo comunale fu sede della magistratura del Capitano della Montagna occidentale. Oggi si compone di una torre campanaria cinquecentesca e di una bella loggia. All'interno nella duecentesca "Casa del Capitano" è ospitato l'"Ecomuseo della collina e del vino", collegato a sezioni dislocate sul territorio. Il museo descrive le caratteristiche dell'interazione tra uomo e ambiente nell'area e le caratteristiche culturali degli abitanti, comprese le antiche attività economiche. L'Associazione "Terre di Jacopino"- presidente il dott. Luigi Vezzalini - si occupa attualmente delle attività dell'Ecomuseo e organizza mostre, manifestazioni e tour guidati per il Borgo Antico di Serravalle, che hanno lo scopo di far conoscere tanto le bellezze e la storia del Borgo, quanto i prodotti tipici del territorio. All'interno del borgo, in posizione centrale, la neoromanica chiesetta di San Pietro, in posizione sopraelevata. Nel borgo si conservano altri luoghi di interesse e di grande bellezza, come alcune torri colombaie, la ricostruzione di un orto medievale, alcuni pozzi (uno ancora visibile pubblicamente, altri all'interno di edifici privati), una vigna secolare sul fianco della chiesa che viene usata ancora oggi dagli abitanti del borgo per trarne uva da tavola. La bella imponenza e i segreti del castello di Serravalle ispirarono nel 1920 il compositore lucchese Gaetano Luporini (1865-1948), che musicò l’opera intitolata Amore e morte ambientata proprio nel castello, su libretto di Giuseppe Lipparini. Altri link suggeriti: https://www.storiaememoriadibologna.it/castello-e-borgo-di-serravalle-3538-luogo, https://www.youtube.com/watch?v=U6WBkZ2ksE4 (video di Proloco Castello di Serravalle), https://www.youtube.com/watch?v=rOJZ1UKqec4 (video con drone di alisei.net).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Serravalle_(Valsamoggia), https://www.comune.valsamoggia.bo.it/index.php/cosa-vedere-itinerari-in-valsamoggia/93-vivere-valsamoggia/2832-castello-di-serravalle, http://valsamoggia.net/castello-di-serravalle/

Foto: la prima è presa da https://www.valsaway.com/en/castello-serravalle-borgo/, la seconda è di Evox Servizi Immobiliari su http://www.evoximmobiliare.it/

lunedì 7 ottobre 2019

Il castello di lunedì 7 ottobre




SATURNIA (GR) - Rocca Aldobrandeschi

Il nucleo antico di Saturnia sorge su un ripiano roccioso posto alla sinistra del fiume Albegna, in corrispondenza della confluenza con il torrente Stellata. L'esistenza dell'insediamento è documentata dal XII secolo, pur essendo stato centro Etrusco (nelle vicinanze necropoli etrusca di Pian di Palma) e Romano (sorto lungo la Via Clodia), come sede di una Pieve e delle, già all'epoca famose, Terme. Ancora oggi è di facile lettura la struttura urbanistica del borgo medievale e rinascimentale che si è sviluppato sui resti dell'antica colonia Romana (II secolo a.C.). Anche la cinta muraria, pur essendo stata ricostruita dagli Aldobrandeschi prima e dai Senesi poi, fra il 1454 e il 1464 da mestranze Lombarde guidate dall'architetto Luca di Bartolo da Bagno, conserva ampi tratti della preesistenza Romana. Le porte, in origine quattro, erano disposte secondo gli assi del Decumano e del Cardo, purtroppo l'unica rimasta intatta è la Porta Romana, a sud, con bell'arco a tutto sesto su mensole e rinforzata da un secondo arco sul fronte interno. Attraverso la porta passava il tracciato della via Clodia che attraverso, Roselle e Vetulonia, si raccordava all'Aurelia in località Salebro. Nel 1170 il castello fu sotto il controllo dei conti di Tentennano, dal 1216 sotto quello degli Aldobrandeschi, passò poi al Conte Bonifacio di Santa Fiora. Nel 1274, con lo smembramento del feudo Aldobrandesco, Saturnia entrò a far parte della contea di Sovana. Subì saccheggi dai Senesi, nel 1299, e dagli Orvietani, 1313, che lo occuparono. Nel 1328 passò alla famiglia dei Baschi e successivamentre degli Orsini. Siena lo conquistò, ma solo temporaneamente, nel 1389 e, non riuscendo a controllarlo, lo distrusse nel 1419 in quanto ormai covo di fuoriusciti dalla Repubblica. Negli anni successivi fu deciso di ricostruire il cassero e le mura e di stanziare in loco un certo numero di famiglie provenienti dalla Romagna e dalla Lombardia. Saturnia restò Senese fino alla sottomissione a Cosimo dei Medici nel 1559, fu feudo dei Marchesi Ximenes dal 1593 e dei Panciatichi dal 1738. La rocca è situata lungo le mura, a nord-ovest di Porta Romana; è un'imponente struttura fortificata, con strutture murarie in pietra. Le cortine murarie presentano tratti con basamento a scarpa e redondone, una serie di feritoie a diversa altezza e un coronamento sommitale culminante con la caratteristica merlatura, gran parte della quale risulta inalterata dal periodo medievale. I due torrioni angolari, a base circolare, furono aggiunti dai Senesi durante il Quattrocento, nel corso dei lavori di ristrutturazione della fortificazione aldobrandesca. All'interno dell'area delimitata dalle mura della rocca, si trova il Castello Ciacci, edificato dall'omonima famiglia durante il Ventennio fascista in stile neomedievale con torre merlata che richiama l'originario stile medievale del rimanente complesso. La rocca fu costruita dagli Aldobrandeschi quasi certamente tra la fine del XII secolo e gli inizi del Duecento, su preesistenti strutture difensive. Proprio in quel periodo storico, iniziava il dominio della potente famiglia sulla località di Saturnia, che fu inglobata nella contea di Sovana nell'atto di spartizione dei domini aldobrandeschi del 1274. La fortificazione fu gravemente danneggiata agli inizi del Quattrocento, tanto da richiedere ai Senesi la necessità di effettuare lavori di ristrutturazione e riqualificazione, che diedero al complesso un'impronta in stile rinascimentale. Nei secoli successivi, il complesso si è mantenuto pressoché inalterato, fatta eccezione per l'edificazione del castello Ciacci durante il secolo scorso. Altro link suggerito: https://www.youtube.com/watch?v=MWz5flJiL6w (video con drone di Luigi Scalabrino).

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Rocca_aldobrandesca_(Saturnia), https://www.castellitoscani.com/italian/saturnia.htm

Foto: la prima è presa da https://www.minube.it/posto-preferito/rocca-aldobrandesca-a1014531, la seconda è una cartolina in vendita sul web.

venerdì 4 ottobre 2019

Il castello di venerdì 4 ottobre




AMANTEA (CS) - Castello

La città di Amantea è dominata da ogni punto dall’imponente castello che sorge sull’altura più imponente del circondario. In base ai ritrovamenti e all’eccezionale vista che si gode da lassù si ipotizza l’edificazione di una fortezza o di un’acropoli già in età classica. I primi documenti, parlano di una fortezza ad Amantea nel VII sec. d.C., allorché, con il passaggio dalla dominazione bizantina a quella saracena, la città divenne emirato: secondo alcune ricostruzioni Amantea prenderebbe il nome da Al Mantiah, il condottiero che a quel tempo la conquistò. Il castello venne però costruito dai Normanni nel XI sec., i quali individuarono nell’alto Tirreno Calabrese un’area di primaria importanza strategica. Passò quindi agli Svevi, sotto la cui dominazione Amantea conobbe un’ulteriore crescita culturale ed economica: nel XIII sec. la struttura venne ampliata e cinta con spesse mura difensive. Nello stesso periodo fu costruito a poche decine di metri di distanza un convento francescano: sull’altopiano si vennero così a concentrare i due simboli del potere, quello politico e quello religioso. Si narra perfino di un passaggio segreto che condurrebbe direttamente al mare, in realtà mai trovato. Il castello occupa un plateaux con bella visuale sia sul piccolo golfo del fiume Oliva sul mar Tirreno (e nei giorni di tramontana è possibile vedere addirittura l'isola di Stromboli e Pizzo), sia sulla valle del fiume Catocastro, inoltrandosi attraverso la quale si arriva a Cosenza lungo l'antico tracciato della via Popilia. Probabilmente fu in età normanna e sveva che venne fortificata pesantemente la parte meridionale del colle, decentrata rispetto all'abitato ma rivolta verso gli obiettivi che interessava tenere sotto controllo in quell'epoca, ossia le vie di comunicazione tra la costa e l'interno. La torre mastia ovoidale rivolta a nord-ovest, detta di San Nicola, fu realizzata in età angioina, a giudicare dallo stemma recante i gigli di Francia che vi rimane sopra; e pure in età angioina, pare sotto il regno di Giovanna I d'Angiò, fu costruita la torre circolare con vista mare, isolata dal complesso propriamente fortificato. Questa torre è simile per tecnica costruttiva a quella del castello di Paola. In età aragonese il castello fu riammodernato secondo i dettami di Francesco di Giorgio Martini e della "fortificazione alla moderna", per resistere ai colpi delle nuove armi da fuoco: le mura furono abbassate ma rinforzate in spessore, fu costruito un rivellino d'accesso sul lato orientale (oggi completamente crollato) e realizzato uno spalto che precedeva il fossato in tutta la sua lunghezza. Sotto gli aragonesi, la castellania venne affidata alla famiglia Carafa, duchi di Maddaloni. Nel 1489 il castello fu visitato da Alfonso II di Napoli, in viaggio di ispezione per i castelli del suo regno: il sovrano fu accolto dal castellano Giovanni Tommaso Carafa, e visitò la chiesa ed il convento di San Bernardino da Siena. Durante la breve parentesi dell'occupazione di Carlo VIII di Francia (1496-1498), il castellano Giovanni Tommaso Carafa dovette schierarsi con i francesi, ma la popolazione inviò una delegazione ad omaggiare il sovrano aragonese spodestato Ferrante d'Aragona rifugiatosi ad Ischia. Alla fine della dinastia aragonese, scoppiò una guerra tra Francia e Spagna per il possesso dei territori dell'Italia meridionale; Amantea parteggiò per gli spagnoli: nel 1504 durante la guerra 85 spagnoli capitanati da Gomez de Solis sbarcarono sulle spiagge amanteote, spingendosi nell'entroterra per dare aiuto alla guarnigione spagnola di Cosenza assediata dai francesi. Alla fine la guerra fu vinta dal "re cattolico" Ferdinando II d'Aragona, e Napoli diventò un vicereame spagnolo. Nel 1536 Juan Sarmiento, inviato da Carlo V d'Asburgo a controllare lo stato delle fortificazioni del Viceregno, riportava che il castello, secondo le parole dello storico locale Gabriele Turchi, era "inidoneo anche come ricovero di ladroni". Perciò tra il 1538 ed il 1544 al castello lavorarono gli architetti Giovanni Maria Buzzacarino (attivo anche al castello di Crotone) e Gian Giacomo dell'Acaya (progettista del borgo fortificato di Acaya in Puglia). Fu realizzato in questa fase il grande baluardo meridionale a scarpa con rodendone, oggi quasi interamente conservato, poggiante sulla viva roccia della rupe, già di per sé formidabile difesa. Ciò nonostante, il castello era già sulla via dell'abbandono. Nel 1611, in una relazione sui castelli del Viceregno, viene riportato che:]

«Il Castello di Amantea si trova in alto su di un monte ed alle sue falde c'è la città che guarda il mare, non ha porto né altra cosa di rilievo e così tutti i risparmi di spesa che si potranno fare saranno ben giustificati» (Biblioteca Nazionale di Napoli, ms. Ius. I.F.S. 4, in Gabriele Turchi, Storia di Amantea, Cosenza 2002)

Il terremoto del 1638 arrecò gravi danni alle strutture del castello. Nuovi restauri vennero svolti nel 1694, per la spesa di 365 ducati; nel 1757 (già in epoca borbonica, su ordine di Carlo III di Borbone), per la spesa di 136 ducati; nel 1766, sotto la direzione dell'ingegnere militare Giovanni Galenza: questi ultimi lavori furono vanificati da un terremoto nel 1767. Ulteriori danni, e maggiori, furono quelli provocati dal devastante terremoto del 1783. Per riparare questi ultimi gravi danni, nel 1786 arrivò da Napoli l'ingegnere militare Andrea Depuis, che diresse i lavori per l'importo di 390 ducati. Durante i fatti della Repubblica Napoletana (1799), Amantea si consegnò spontaneamente ai giacobini: la popolazione di fatto disarmò la guarnigione del castello, e piantò l'albero della libertà, guidata da Ridolfo Mirabelli, capo della piazza nel breve periodo rivoluzionario. Infatti dopo neppure un mese sopraggiunsero i sanfedisti guidati dal cardinale Fabrizio Ruffo, che vennero rapidamente a capo del tentativo di resistenza giacobino. Fu invece con l'invasione napoleonica che il castello di Amantea ebbe il suo ultimo momento di gloria. Amantea fu occupata il 12 marzo 1806 da un distaccamento di 200 volteggiatori polacchi, che rimasero asserragliati nel castello fino alla notizia della sconfitta francese nella battaglia di Maida (4 luglio 1806). Allora si ritirarono verso Cosenza, lasciando la piazza ad una flotta anglo-borbonica che da giorni era all'ancora al largo di Amantea. All'interno delle mura cittadine i "capimassa" borbonici iniziarono ad organizzare la resistenza all'imminente contrattacco in forze dei francesi, analogamente a quanto si stava facendo nei paesi vicini. In quelle settimane all'interno dei paesi calabresi furono perpetuati delitti e violenze contro giacobini o presunti tali, spesso solo nemici personali dei borbonici al comando in quel momento. Ad ogni modo, l'attacco francese principale iniziò il 5 dicembre 1806: le forze assedianti ammontavano a 5000 uomini con un reparto d'artiglieria comandati dai generali Guillaume Philibert Duhesme, Jean Reynier, Jean-Antoine Verdier e dal tenente colonnello di origine amanteota Luigi Amato. I borbonici assediati ammontavano a qualche centinaio, dotati di 12 bocche da fuoco in tutto, e capitanati da Ridolfo Mirabelli, che alla fine dell'assedio sarà decorato con il grado di tenente colonnello dal re Ferdinando IV di Borbone. La piazza di Amantea resistette strenuamente fino al 7 febbraio 1807, quando Mirabelli e Reynier firmarono una capitolazione onorevole. Oggi restano davvero pochi avanzi degli ambienti interni del castello, perciò è possibile saperne qualcosa di più solo scorrendo le planimetrie e le vedute settecentesche. Il castello aveva un perimetro quadrangolare, svolto intorno alla piazza d'armi, sotto la quale si trovavano tre cisterne per la raccolta delle acque piovane. Gli alloggiamenti del castellano e degli ufficiali erano disposti lungo il lato meridionale, comunicanti con il bastione cinquecentesco; i soldati con famiglia erano alloggiati nel lato occidentale, mentre gli altri alloggiavano nel lato settentrionale, dove si trovava anche l'armeria. Lungo il lato orientale si trovavano le carceri e la cappella. La polveriera era situata anch'essa sul lato orientale, presso l'ingresso principale. Erano stati previsti tre grandi locali per le artiglierie: uno nel bastione meridionale, uno all'angolo verso sud-ovest rivolto verso il quartiere Paraporto, l'altro presso la torre mastia all'angolo nord-ovest. Questo grande quadrilatero era tutto circondato da un fossato, già invaso da erbacce nel Settecento, ed ancora oggi esistente: in particolare, rimane la parte in muratura dell'accesso secondario al castello, sul lato settentrionale. Il ponte levatoio è andato distrutto. Oltre il fossato, il resto dell'altopiano era circondato da un muretto diroccato già nel Settecento, che formava una sorta di "cittadella" o "avanzata" concepita per intrappolare il nemico che fosse riuscito a penetrarvi (struttura analoga a quella del vicino castello di Aiello Calabro). Ad occidente dell'altopiano sorge la torre angioina, la parte forse meglio conservata del castello e la più visibile dalla città moderna, sviluppatasi verso il mare. Al castello attualmente (2011) è possibile salire da almeno quattro sentieri, piuttosto difficoltosi: uno parte dalla Strada Tirrena poco prima della confluenza con corso Umberto I, un altro incomincia a destra della chiesa del Carmine in corso Umberto I, un terzo (Salita San Francesco) si sviluppa dall'antica porta urbica fino a toccare anche le rovine del complesso francescano sottostanti la torre angioina, un quarto infine parte dalla chiesa del Collegio (a cui sono annesse le imponenti rovine dell'ex-collegio gesuitico). Nel 1288 il presidio del castello era composto da 200 uomini, di cui 100 balestrieri; nel 1559, in periodo viceregnale, era sceso a 4 soldati ed 1 castellano; nel 1584 il presidio assommava a 6 posti inclusi un castellano e degli ufficiali; nel 1611 a 5 posti inclusi un castellano e degli ufficiali. In quello stesso anno l'armamento del castello era composto da 2 "sacrograndi", 1 "mezzo sacro", 1 falconetto, 19 "smerigli". Sette anni dopo, nel 1618, il castello contava 10 cannoni di bronzo "scalnaccati e rotti". Nel 1619 furono inventariati 54 archibugi, 22 barili di polvere da sparo, 10 quintali di piombo, 98 palle di piombo da undici libbre, 30 palle di piombo di sei libbre, 47 palle di piombo di due libbre, 321 palle di piombo da otto once, 250 palle di piombo piccole, 50 palle per moschetti, un cassone con corazze, armi e bracciali di ferro "arruzzati", 11 barili di zolfo e 2 di salnitro, un monte di palle di pietra, una mazza di ferro; nel 1624 54 archibugi, 43 fiasche da polvere da sparo, 22 barili di polvere, 2 "sacrograndi" (cannoni), 1 falconetto, palle da cannone di grande e medio calibro, 11 barili di zolfo e 10 di salnitro, una mazza ferrata. Nel 1806, infine, durante l'assedio di Amantea, il castello e l'abitato furono difesi da 3 cannoni di grosso calibro più 9 di minor calibro dislocati sulle mura e sulle porte cittadine. Dopo l'Unità d'Italia (1861), l'area del castello venne assegnata dal demanio militare al 5º Corpo d'Armata, ed in seguito ad un ente assistenziale napoletano. Negli anni settanta, con il progressivo ridimensionamento di questi enti in vista del loro scioglimento (stava nascendo il Servizio Sanitario Nazionale affidato alle regioni, legge quadro n° 883 del dicembre 1978), l'area fu messa in vendita. Così il castello nel 1974 fu acquistato dalla famiglia FOLINO, che ne è proprietaria unica. Altri link suggeriti: https://digilander.libero.it/amanteaninelmondo/storia/castello.htm, https://www.youtube.com/watch?v=t1bImIjjJEY (video di antoniocima), https://www.youtube.com/watch?v=sxUap2e7bfU (video aereo di Giulio Ianni), https://www.youtube.com/watch?v=KXR-PFdZiEM (video con drone di Massimo Lazzaroli), https://www.youtube.com/watch?v=feoUX-ig8Tc (video aereo di Explore Calabria), http://www.dronestagr.am/castle-of-amantea/, http://www.borgochianura.it/-%20AMANTEA/castello/castello.htm

Fonti: http://www.mobitaly.it/DettaglioPoI.aspx?IId=275, https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Amantea

Foto: la prima è presa da http://wwwbisanzioit.blogspot.com/2014/02/l-emirato-di-amantea-846-886.html, la seconda è un fermo immagine del video aereo visibile su http://www.dronestagr.am/castle-of-amantea/

giovedì 3 ottobre 2019

Il castello di giovedì 3 ottobre




ORTONA (CH) - Castello Caldora

Le Mura Caldoriane circondavano tutto il vecchio borgo di Terravecchia (la zona della Cattedrale di San Tommaso Apostolo e del castello aragonese), e della Terranova (zona del Palazzo Farnese e del corso Vittorio Emanuele). La cinta muraria, partendo dal Castello Aragonese, costeggiava approssimativamente le vie Gabriele D’Annunzio, Monte Maiella, Luigi Dommarco, Pantaleone Rapino e il Belvedere Orientale per ricongiungersi al Castello, era provvista di cinque porte di accesso alla città: le due della Marina, quella della Bucciaria (successivamente del Carmine), di S.Giacomo, di Caldari e di Santa Caterina. Nel XIX secolo tuttavia, per ampliare la città, le mura furono quasi del tutto demolite. Restano ancora alcune tracce in via Gabriele D'Annunzio, legate alle case fortificate del borgo di Terravecchia, nonché la Torre Baglioni. Furono fortificate nel XV secolo dal condottiero abruzzese Jacopo Caldora, dopo aver ricevuto in feudo la città dal re Carlo III d’Angiò, su strutture angioine preesistenti. La carta dell'abate Pacichelli di Ortona (1583) mostra come l'opera muraria definiva la città di Terravecchia con il vertice nel castello aragonese, e anche l'agro di Terranova con il vertice a Porta Caldari. Le mura avevano 6 porte, oggi scomparse, due nel quartiere della Marina presso il castello, poi Porta Bucciaria o del Carmine presso Piazza del Plebiscito. La porta era una delle piche sopravvissute, presente ancora nel 1799, come dimostrano anche le incisioni, avente un arco a tutto sesto e sommità merlata. Proprio da questa porta penetrarono i francesi nel febbraio dell'anno per assaltare la città. Gli altri ingressi erano Porta San Giacomo o Santa Maria, in via Dommarco tra il convento di Santa Maria delle Grazie e il bastione di Giacomo Caldora, poi Porta Caldari all'ingresso del corso Vittorio Emanuele, e Porta Santa Caterina presso il monastero. Il Castello Caldora risale al XV secolo, costruito da Jacopo Caldora, situato in via Dommarco. Fa parte delle mura difensive medievali, ed infatti più che un castello è un bastione fortificato con una robusta torre merlata. Fortunatamente scampato ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il castello, che ha subito restauri e ampliamenti nell’800 e nel ‘900, è ben conservato ed ospita la Cantina Farnese, azienda vinicola (https://www.farnesevini.it/il-gruppo/). Possiede anche frantoi ipogei. La base è quella di un bastione a scarpa, al cui centro sorge il torrione rettangolare con bucature ad intervalli regolari e merlature in sommità. Una parte del bastione è visibile anche all'interno del borgo, fuori dalla via delle mura, da dove si accede all'interno. Si accede anche da un portale presso il bastione esterno.

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Ortona#Castello_Caldora_e_Mura_Caldoriane, http://visitabruzzo.altervista.org/it/2012/09/castello-caldora-ortona/, http://www.eas28.it/ortona/biblioteca/progetti/ortarte.asp#tit24

Foto: entrambe prese da http://visitabruzzo.altervista.org/it/2012/09/castello-caldora-ortona/

mercoledì 2 ottobre 2019

Il castello di mercoledì 2 ottobre




SASSOCORVARO AUDITORE (PU) - Castello in località Auditore

In principio, il territorio di Auditore comprendeva anche altri due borghi fortificati, San Giovanni e Castelnuovo. Quest’ultimo ebbe, in epoca medievale, un’indubbia rilevanza sia a livello amministrativo che per il numero di abitanti, mentre oggi purtroppo è quasi completamente disabitato, ma proprio per questo rimane un luogo ricco di storia e veramente interessante da visitare. Nel XIV secolo “Lauditorio” era soggetto al dominio di una famiglia di signorotti locali che però, a causa di alleanze sbagliate, finì per essere divisa e perse ogni potere in favore dei Malatesta, i quali governarono su Auditore fino al 1463, successivamente il borgo passò sotto le mani dei Montefeltro e venne annesso al Ducato di Urbino, fino alla sua attribuzione alla Santa Sede nel 1631. La denominazione Auditore (dal latino Auditorium) viene fatta risalire al fatto che entrambe le famiglie dei Malatesta e dei Montefeltro, a cui la storia di questo paese è legata, l’avevano scelto come sede in cui venivano discusse le diverse cause e controversie del tempo. Il Castello, risalente al XV secolo, conserva ancora le antiche mura, due torrioni e la torre civica a base circolare e cella esagonale. Altri link consigliati: https://www.youtube.com/watch?v=pyxOwgLOPIU (video di Borghi Viaggio Italiano), http://www.viaggio-italiano.it/it/borghi-italiani/auditore, http://www.museimontefeltro.it/index.php?id=14732

Fonti: https://www.borghipesarourbino.it/borghi-fortificati/auditore/, http://www.turismo.pesarourbino.it/elenco/rocche/auditore-castello.html,

Foto: la prima è una cartolina della mia collezione, la seconda è un fermo immagine estratto dal video consigliato in precedenza

martedì 1 ottobre 2019

Il castello di martedì 1 ottobre





BACOLI (NA) - Castello Aragonese in frazione Baia

Situato in un'area di notevole importanza strategica, fu eretto su di un promontorio (51 m s.l.m.) naturalmente difeso a est da un alto dirupo tufaceo a picco sul mare, e a ovest dalla profonda depressione data dalle caldere di due vulcani chiamati "Fondi di Baia" (facenti parte dei Campi Flegrei); con l'aggiunta di mura, fossati e ponti levatoi, il castello risultava praticamente inespugnabile. La sua posizione - dalla quale si dominava tutto il Golfo di Pozzuoli fino a Procida, Ischia e Cuma - consentiva un controllo molto ampio della zona, impedendo tanto l'avvicinamento di flotte nemiche, quanto eventuali sbarchi di truppe che avessero voluto marciare su Napoli con un'azione di sorpresa alle spalle. In epoca romana la collina era occupata da un complesso residenziale, forse la "villa di Cesare" (Tacito afferma che la villa di Cesare si trovava su di un'altura dominante il golfo di Baia), i cui resti furono distrutti e talora inglobati nell'attuale fortezza. Strutture superstiti della villa sono visibili intorno ad essa lungo la costa e a terra presso il campo sportivo, mentre altre sono state individuate recentemente e messe in luce nel corso dei lavori di restauro delle parti più alte del castello (torre Cavaliere) e più in basso lungo le sue scarpate a mare, a seguito del loro diserbo. La costruzione del castello fu avviata dagli Aragonesi - insieme a numerose altre fortificazioni nel Regno di Napoli - nel 1495, poco prima dell'invasione dei francesi di re Carlo VIII. Per la progettazione del sistema difensivo e delle singole fortezze, il re Alfonso II d'Aragona si servì della consulenza di Francesco di Giorgio Martini, architetto senese, rinomato per le nuove tecniche e le soluzioni da lui applicate a difese militari. La fortezza di Baia si sviluppa su una superficie di 45.000 mq e raggiunge l'altezza di 94 m sul livello del mare. Non restano oggi tracce dell'originaria architettura del castello. Dopo l'eruzione del Monte Nuovo, nel generale programma di difesa delle coste dalle incursioni saracene e turche, il viceré spagnolo Pedro Álvarez de Toledo avviò una radicale ristrutturazione e ampliamento del castello (1538-1550), in seguito alle quali esso assunse il suo aspetto attuale, a forma di stella. L'edificio mantenne la sua funzione di fortezza militare nel periodo del vicereame spagnolo (1503-1707), del dominio austriaco (1707-1734), e infine del regno borbonico (1734-1860). Gravemente danneggiato nella guerra che contrappose gli austriaci ai Borbone (1734), fu restaurato e ulteriormente fortificato dal re Carlo III di Borbone. Il Castello di Baia però non fu solo una struttura militare, ma rappresentò anche luogo di incontri politici e mondani. Tra le sue mura furono ospitate moltissime personalità. Nel 1506 giungeva in visita re Ferdinando III detto "il Cattolico"; ancora nel 1576 era la volta di Giovanni d'Austria che incontrò l'ambasciatore veneto Girolamo Lippomano per trattare segretamente delicate questioni politiche; nel febbraio del 1582 veniva accolto il duca d'Ossuna. Il castello divenne anche centro di studi e ricerche. Fu per volontà del viceré don Pietro d'Aragona, coadiuvato dal segretario del regno Giulio Cesare Bonito e dai medici Vincenzo Crisconio e Sebastiano Bartoli che iniziò una vasta opera di valorizzazione del termalismo flegreo e di quello baiano in particolare, riprendendo quella tradizione già nota in epoca romana. Il Castello però fu anche luogo di pena e di esecuzione delle più barbare sentenze di condanna. Si narra infatti che alcuni reclusi, incatenati nelle anguste celle, in pratica veri e propri sepolcri, venivano abbandonati alla loro sorte, tanto che la morte veniva invocata come un vero e proprio sollievo.Durante la Repubblica Partenopea (1799) una flotta inglese tentò, ma inutilmente, di strappare il castello ai francesi e ai repubblicani napoletani che lo presidiavano. Dopo l'unità d'Italia (1861), per il castello subentrò un periodo di lenta decadenza e d'inesorabile abbandono. Considerato, infatti, non più utile a scopi militari, il castello passò nel 1887 sotto l'amministrazione di vari ministeri: prima quello della Marina, poi degli Interni, e infine della Difesa. Nel 1927 lo Stato ne dispose la concessione - con diritto di godimento perpetuo - al Reale orfanotrofio militare. Per questa nuova destinazione d'uso negli anni 1927-1930 vi furono eseguiti numerosi lavori di ristrutturazione che inevitabilmente comportarono aggiunte e alterazioni. Durante la seconda guerra mondiale il castello fu utilizzato come carcere militare e come soggiorno per prigionieri di guerra. L'orfanotrofio militare rimase fino al 1975, anno in cui l'ente fu sciolto. Passato quindi alla Regione Campania, in occasione del terremoto dell'Irpinia del 1980 il castello fu occupato parzialmente per alcuni anni da famiglie terremotate. Nel 1984 è stato definitivamente consegnato alla Soprintendenza Archeologica di Napoli e Caserta perché diventasse sede del Museo archeologico dei Campi Flegrei (per approfondire visitare il link http://www.pafleg.it/it/4388/localit/55/museo-archeologico-dei-campi-flegrei-nel). Altri link suggeriti: https://www.youtube.com/watch?v=WAjqY20Vowo (video di UniversoArteeCultura), http://terredicampania.it/reportage-in-campania/castello-baia-storia-campiflegrei-napoli/14/09/2017/, https://www.youtube.com/watch?v=ocAkNEyg8k4 (video con drone di Francesco Costagliola), https://www.youtube.com/watch?v=Mid83FFfHjw (video di IntelliGO Promotion)

Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Castello_Aragonese_(Baia), https://www.ulixes.it/italiano/Castello_di_Baia.html, http://www.ilportaledelsud.org/baia.htm

Foto: la prima è di Marco Criscuolo su https://www.napolidavivere.it/2018/07/14/estate-2018-ai-campi-flegrei-60-eventi-serali-al-castello-di-baia-cuma-e-il-macellum/, la seconda è presa da https://www.napoli-turistica.com/castello-di-baia-aperture-serali-per-ammirare-il-tramonto/

lunedì 30 settembre 2019

Il castello di lunedì 30 settembre




SALUGGIA (VC) - Castello

Il paese è collocato a ridosso dell'argine scavato dalla Dora Baltea e la sua attività agricola prevalente è quella del fagiolo. Le origini del nome del paese sono discordi fra gli storici che si dividono fra chi sostiene derivare dal popolo dei Salluvii, dalla consistenza boschiva dell'area composta in prevalenza da salici e, infine, dal solco scavato dalla Dora sui cui ripidi bordi si erige il paese. L'area fu occupata dai Romani sino alle prime invasioni barbariche che cominciarono con i Visigoti di Alarico nel 401-402. I documenti più affidabili in cui si documenta per la prima volta la "corte di Saluggia", sono quelli di Ottone II risalenti al 999 d.C. I ritrovamenti mappali rinvenuti negli archivi storici comunali, raffigurano planimetrie territoriali in cui risalta la fortificazione a sei torri, di cui solo 3 sono attualmente superstiti. La quarta fu abbattuta durante la costruzione di un magazzino feduale e le altre per quella del palazzo dei conti Mazzetti-Pasteris, ora sede municipale e costruita a metà del Seicento. Nel 1440 il feudo di Saluggia venne assegnato dal marchese di Monferrato alla famiglia Mazzetti, che ne il titolo sino all'estinzione del casato nel 1841. Dal 1631 con il Trattato di Cherasco, il possedimento passò nel territorio dei Savoia e perse ogni importanza strategica e militare nel suo territorio, tanto che da quella data iniziarono le demolizioni delle fortificazioni medievali presenti. Nel 1634 Clara Montalera che aveva ereditato dallo zio, l’abate Pietro Francesco, il castello di Montalero e la relativa parte di giurisdizione, sposò Ottaviano Mazzetti dei Consignori di Saluggia e Signori di molti feudi. Del castello di Saluggia si possono ancora ammirare due delle torri (cilindriche e ora inglobate in altre costruzioni successive) che ne facevano parte, il corpo centrale ora adibito ad abitazioni private, e la parte restante, ora alloggi popolari. Verso la metà del Seicento, i conti Mazzetti-Pasteris fecero costruire il nuovo palazzo, attualmente - come detto - sede municipale. Si tratta di una costruzione concepita più per esigenze abitative che non per necessità di protezione. L'esterno è decorato con pannelli raffiguranti scene di caccia, e il palazzo è circondato da un profondo fossato. Si accede per un ponte in muratura dal quale sono visibili la cucina e parte del grande caminetto, mentre ai piani superiori, ora sede del consiglio municipale, si possono ammirare i soffitti a cassettone e le cornici delle volte affrescate. La sala del consiglio municipale è affrescata con quattordici quadri raffiguranti la guerra di successione del Monferrato. Altro link suggerito: https://www.ilturista.info/guide.php?cat1=4&cat2=8&cat3=15&cat4=81&lan=ita,

Fonti: https://www.comune.saluggia.vc.it/cenni-storici, testo su pubblicazione "Castelli in Piemonte" di Rosella Seren Rosso (1999)

Foto: la prima è presa da http://qui-saluggia.blogspot.com/2015/07/scoppia-la-bagarre-in-consiglio.html, le altre due sono prese da https://www.comune.saluggia.vc.it/scorci-del-paese